Rosatellum, gli studi riservati del Pd: chi ci guadagna e chi ci perde. Un articolo di analisi e di cifre…

Il mio articolo di oggi 12 ottobre 2107, qui riportato in versione estesa, è stato scritto x Quotidiano.net e pubblicato, stamane, in versione ridotta. Tratta di #leggelettorale e #Rosatellum: chi ci guadagna e chi ci perde? Studi dei partiti a confronto tra cui uno riservato del Nazareno. Ne parlano Dario Parrini Federico Fornaro #youtrend. Qui sotto trovate il link. 

http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3458530

E lo trovate on line nella home page del sito Internet di QN @Quotidianonet

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La versione integrale, pubblicata qui, in esclusiva, solo per il blog, dell’articolo. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Chi ci guadagna e chi ci perde, con il Rosatellum? In Transatlantico girano previsioni terrificanti che agitano i peones democrat e li tentano in vista del voto segreto finale, previsto per stasera, dopo l’ultimo voto di fiducia, previsto questa mattina, sul testo.  Ma il Pd ha in mano uno studio riservato, di cui diamo conto, che dice il contrario: anzi, con il Rosatellum una coalizione di centrosinistra non solo guadagna più seggi (circa 40 rispetto al doppio Consultellum) ma col 33% può arrivare al 41% dei seggi.

Innanzitutto va detto che il Rosatellum è una legge elettorale che si compone di un mix di collegi uninominali maggioritari per il 37% e di collegi plurinominali scelti con metodo proporzionale per il 63% dei seggi. Ma ‘come’ il Rosatellum trasforma i voti in seggi? La base di partenza sono, ovviamente, i 630 seggi della Camera che prenderemo come base di riferimento per comodità di calcolo (al Senato i conti sono parzialmente diversi per la suddivisione dei voti in circoscrizioni a base regionale che lo contraddistingue e la per la diversa formazione dell’elettorato sia attivo che passivo, dato che si vota solo dai 25 anni in su). Il Rosatellum prevede, alla Camera, l’assegnazione di 232 seggi in collegi uninominali maggioritari (6 in Trentino-Alto Adige, 1 in Valle d’Aosta, 225 nelle altre 18 regioni), secondo il principio del first past the post (“il primo – cioè il vincitore – prende tutto”, frase icastica nella logica del maggioritario in uso, storicamente, in Gran Bretagna), e di altri 398 seggi (di cui 12 per gli italiani all’estero) in collegi plurinominali su base proporzionale. Le soglie di sbarramento sono due: il 3% per ogni lista, il 10% per le coalizioni di liste, sempre su base nazionale. Una coalizione che non ottiene il 10% dei voti garantisce solo alle liste coalizzate che hanno superato il 3% dei voti di accedere alla ripartizione dei seggi. Invece, a favore delle coalizioni di liste che superano il 10% dei voti su scala nazionale, interviene un meccanismo poco noto ma che ha un effetto ‘moltiplicatore’ dei seggi per i più grandi perché, ai partiti che hanno superato il 3% dei voti, vengono assegnati, in modo pienamente proporzionale rispetto alla circoscrizione in cui si sono presentati nella parte proporzionale, anche i seggi dei partiti presenti con loro nella stessa coalizione e che hanno superato l’1% dei voti ma non hanno raggiunto il 3% dei voti (la soglia). Invece, per ogni coalizione, che abbia o meno superato il 10% dei voti, i voti alle liste che restano sotto l’1% finiscono ‘buttati’, cioè inutilizzati: quelle liste non eleggono deputati, ovviamente (si elegge con il 3%) né contribuiscono a farli eleggere ad altri. Infine, ogni candidato di collegio usufruisce di tutti i voti raccolti dalle liste che lo sostengono: sia quelle sopra il 3%, sia quelle sotto il 3% e anche quelle sotto l’1%.

La simulazione più attendibile e più nota, invece, rispetto agli attuali sondaggi elettorali, è quella del sito di sondaggi e proiezioni You Trend. Stima in 22-247 i seggi vinti da una coalizione di centrodestra (FI-Lega-FdI), con circa il 32,9% dei voti (13,4% Fi, 14,8% Lega, 4,7% FdI); in 222-247 seggi una di centrosinistra (Pd+Ap, stimati al 27,8% e 2,4%), 163-183 seggi all’M5S (27,7%), 14 seggi a Mdp-SI (al 3%).

Ma i conti che ‘girano’ tra le forze politiche sono molto diversi. In uno studio di un senatore di Mdp, Federico Fornaro, molto esperto di sistemi elettorali, ad esempio, per il Pd si prospetterebbe una Vandea o, in pratica, un bagno di sangue. Fornaro stima in appena gli 75 eletti nei collegi uninominali per il Pd+altri, 115 quelli del centrodestra, 115 al M5S e zero per Mdp-SI. Nel proporzionale Fornaro assegna 120 eletti al Pd, 114 all’M5S, 55 a FI, 60 alla Lega, 19 a Fratelli d’Italia e 19 alla lista Mdp.

Lo studio di Fornaro ha gettato il panico nelle file dei peones dem che temono di non riuscire a farsi eleggere in molte zone del Nord, dove la Lega è forte, ma anche in Lazio e al Sud, causa l’M5S. Anche tra gli azzurri regna la paura: molti deputati temono di dover cedere troppi eletti alla Lega al Nord e di non farcela al Sud. Ma al Nazareno hanno in tasca altre stime e proiezioni. Va premesso che, con l’attuale “doppio Consultellum”, sistema di base proporzionale figlio di ben due sentenze della Consulta che prevede un doppio sistema di voto differente tra la Camera (premio alla prima lista che ottiene il 40% dei voti, soglia nazionale al 3%, mix di capolista bloccati e preferenze, nessuna possibilità di creare coalizioni) e il Senato (soglia di sbarramento regionale all’8% per le liste, al 20% per le coalizioni e al 3% per ogni lista in coalizione, solo preferenze, su base regionale, nessun premio), i big dem prevedevano 215 seggi a una coalizione di centrosinistra, 200 al centrodestra, 180 seggi a M5S, 35 a una lista di Mdp-Sinistra. Con il Rosatellum, invece, il Nazareno stima di ottenere, per il Pd e i suoi alleati molti più seggi. Seggi che sarebbero così ripartiti: nel proporzionale, 145 seggi a Pd+altri, 135 al centrodestra, 100 a M5S, 20 a quella che chiamano la “Cosa rossa” (Mdp-SI-altri). Nei 225 collegi uninominali 110 seggi vinti dal centrosinistra, 80 dal centrodestra, 40 a M5S, zero alla Sinistra. Totale, sommando le due parti (collegi e proporzionale): 255 seggi al centrosinistra, 215 al centrodestra, 140 all’M5S e 20 seggi a quella che, al Nazareno, chiamano ‘Cosa Rossa’. Morale: il Pd più alleati guadagnerebbe, rispetto al Consultellum, almeno 40 seggi, il centrodestra ne guadagnerebbe solo 15, l’M5S ne perderebbe 40, la Sinistra circa 15.

Dario Parrini, deputato toscano renziano ed esperto di sistemi elettorali, la mette così: “Grazie alla disproporzionalità del sistema, dovuta alla parte maggioritaria, una coalizione che ha il Pd in mezzo e due forze nelle ali, una al centro e una a sinistra, può vincere col 33-34% dei voti. Una cifra che, grazie alla quota uninominale, può dare il 40-41% dei seggi. Inoltre, i media e gli elettori concentreranno la loro attenzione sui collegi uninominali, dove ci terranno le sfide: lì noi avremo candidati  riconoscibili, autorevoli e radicati. Il voto nel collegio, per come è strutturato, ‘trascinerà’ quello delle liste. La Cosa Rossa? Non supererà i 20 deputati”. Chi ha ragione? Beh, questo lo potranno decidere solo gli elettori alle prossime elezioni.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pag. 4 del 12 ottobre 2017

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Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.

Scoppia la pace tra Prodi e Renzi. E il Pd tesse la tela delle alleanze: un sole, il suo, e tre piccoli pianeti intorno

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L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

NB: Questo pezzo è stato pubblicato il 6 ottobre 2017 e non tiene conto della relazione di Renzi alla Direzione del Pd per approfondire la quale rimando all’articolo di domani…

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il Pd di Renzi torna al centro della scena. Riallaccia antichi legami come quello tra Matteo e Romano, Renzi e il Prof, grazie a una telefonata di disgelo che, tra i due, è intercorsa una settimana fa e cioè neppure in questi giorni politicamente caldi, dato che Prodi è negli Usa. Il dialogo sarebbe stato, più o meno, questo. Il Prof dice al segretario: “Io non ce l’ho affatto con il Pd, non voglio vederlo morto o sconfitto, il Pd è l’unico baluardo democratico di questo Paese e penso che rimanga il cuore di un alleanza di centrosinistra che non esiste senza un Pd forte. Il mio sogno da sempre è l’unione di tutti i riformisti; ieri era l’Ulivo, poi è stato il Pd, tutti facciamo errori, spero che ora sceglierai la strada della coalizione ampia, di un nuovo centrosinistra largo che guardi a sinistra e al centro, ma un centrosinistra largo e forte deve essere alternativo al centrodestra”. E Renzi che risponde: “Ci stiamo provando, Romano, il Rosatellum serve a questo, a formare una coalizione, spero che altri ci stiano. Oggi, vedrai, ne parlerò in Direzione”.

Sottotesto: spero che la legge passi indenne sotto il fuoco dei franchi tiratori, col voto segreto in Aula, e che Pisapia e altri come lui si convincano che, per dirla con Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, “il nodo ineludibile, per chiunque voglia ricostruire il centrosinistra in Italia, è il rapporto con il Pd”. D’altronde, l’appoggio chiaro che Renzi sta offrendo al governo Gentiloni e il suo continuo richiamare il ‘gioco di squadra’, citando sempre il premier e i migliori ministri del governo (Minniti, Delrio, etc.), rassicura sia il fronte prodiano (e ulivista in senso lato, Pisapia compreso) che i big interni al suo stesso partito.

Infatti, a Renzi sta riuscendo anche un’altra non facile impresa, quella di compattare i big dem (Orlando, Cuperlo, Franceschini): questi ultimi non ne metterebbero più in discussione la leadership, anche se perdesse le elezioni in Sicilia (Orlando lo ha detto chiaramente giorni fa) e ne stanno appoggiando comunque l’iniziativa sulla nuova legge elettorale perché il Rosatellum, pur se deficitario, è un incentivo a fare le coalizioni.

Si inizia, dunque, a intravedere – se il Rosatellum diventerà legge – la costruzione un ‘sistema di alleanze’ in cui il Pd è il pianeta più grande e centrale (il Sole, diciamo) e le altre liste, o partiti, i pianeti satelliti. Secondo le indiscrezioni del Nazareno, sarebbero, per ora, queste liste almeno tre. Una lista laica-libertaria come ‘Forza Europa’, fondata dal viceministro Benedetto Della Vedova che inglobi i Radicali di Cappato e coinvolga personalità di spessore come Emma Bonino. Una lista centrista, cattolica e moderata, dove ‘annacquare’ (e far digerire ai militanti di sinistra) Ap di Alfano, Lorenzin, Cicchitto (ma non Lupi) insieme ai cattolici di Dellai e i Moderati di Portas, che potrebbe ambire, forse, anche a superare la soglia del 3%, guidata o meno che sia dal ministro Calenda, anche se c’è chi dice, nel Pd, che questi ambisca ad altro: a tornare al governo oppure, se mai la giunta Raggi cadrà prima del tempo, a candidarsi a sindaco di Roma. E una lista di sinistra-centro che (arrivi, o meno, l’apporto di Pisapia e del suo Campo progressista), punti pure al 3% con il contributo di sindaci di città medio-grandi (Lecce, Cagliari, Palermo) e governatori di regioni importanti (Zingaretti in Lazio, Bonaccini in Emilia, etc.), una ‘terza gamba’ civica, progressista e di sinistra. La rottura, ormai incandescente, tra Pisapia e D’Alema può avere anche queste conseguenze: Pisapia che torna a guardare e ad allearsi con il Pd, la guerra interna al Pd che si placa, Prodi che benedice il nuovo Ulivo.

Renzi difende Gentiloni e gode in silenzio delle disgrazie altrui. Ancora ipotesi sulla legge elettorale

 

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA 

C’è chi sostiene – e ce ne sono – che anche il leader del Pd sarebbe tentato dall’idea di mettere la fiducia sul testo della nuova legge elettorale, come ieri è trapelato nei corridoi di Montecitorio, anche perché Forza Italia avrebbe esplicitamente chiesto ‘un aiutino’ al Pd e al governo per uscire dalle secche dei 90 voti segreti quando il Rosatellum arriverà in Aula. Matteo Renzi stoppa ogni illazione: “Di legge elettorale si occupa il compagno Rosato”, taglia corto. Che poi, Ettore Rosato, altri non è che il padre di quel Rosatellum che per ora cammina lento: procede, dentro la commissione Affari costituzionali, al ritmo di quattro emendamenti votati al giorno.

Rosato è anche il capogruppo alla Camera del Pd e ieri sera ha illustrato al suo gruppo, i trecento deputati democrat che rischiano assai in fatto di rielezione (al Nazareno contano come ‘sicuri’ soltanto 175 seggi, sulla parte proporzionale, al netto delle gare nei 231 collegi uninominali) e che, per questo, mugugnano assai. Rosato, ieri, si è limitato a dire un secco ‘no’ al voto disgiunto, richiesta che era stata avanzata da Gianni Cuperlo, e poco altro. Nulla, per dire, sulla fiducia, ma l’idea continua ad aleggiare. Il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, ne nega l’ipotesi (“Non ne so niente e se non ne so niente io…), ma alcuni democrat che la sanno lunga spiegano che “la vita è stretta ma c’è: far saltare tutti i 90 voti segreti con un voto solo, la fiducia, e giocarci tutto sul voto finale, dove i voti di FI e Lega ci saranno”. Anche se, per paradosso, sul provvedimento finale (e non sulla fiducia, dove il voto è palese) si può chiedere il voto segreto: i rischi ci sarebbero.

Si dice anche che un voto di fiducia sulla legge elettorale, per quanto sia poco ortodosso (ma Renzi, sull’Italicum, la mise), non dispiacerebbe al Colle. Ieri Luigi Di Maio è salito al Quirinale per presentarsi come candidato dell’M5S e parlare dell’argoment legge elettorale protestando per quella che è in discussione (il Rosatellum, appunto), ma senza che il Colle abbia voluto esprimersi in materia, ma dove non si vede l’ora che una nuova legge elettorale venga varata. Una decisione del genere, in ogni caso, spetta a Gentiloni e, se mai la fiducia verrà messa, si saprà solo quando la legge arriverà in Aula, cioè a partire da martedi prossimo 10 ottobre.

Renzi, per ora, si occupa d’altro: sostenere lealmente il governo Gentiloni e lisciarsi i baffi per le disgrazie in casa altrui, cioè quelle di casa Mdp (“«Il loro vero obiettivo – dice ai suoi – è quello di farci del male. Ma alla fine si sono divisi tra di loro”). A temperarlo nelle uscite c’è Matteo Richetti, portavoce della segreteria del Pd che coordina tutti gli interventi comunicativi del Nazareno e che ieri ha inviato un consiglio spassionato al leader dem, come racconta un deputato che ha saputo del dialogo tra ‘i due Mattei’: “Calma, e gesso Matteo, sei in fase zen. Se parli, ignorali. Tanto, quelli si fanno male da soli e a noi può venire solo del bene a dividere il loro fronte. Con alcuni di loro possiamo interloquire e non penso solo a Pisapia, ma anche a Civati o personalità di area Sel come Giulio Marcon, sindaci, associazioni…”. E, infatti, ieri sera, quando Matteo Renzi decide di intervenire pubblicamente si limita a enucleare pochi, chiari, concetti. Uno, “il governo e la maggioranza sono solidi e ampli, i voti di Mdp hanno dimostrato che i loro voti erano del tutto irrilevanti”. Due, “Io divisivo? – risponde a Pisapia – Dovrei fare passi di lato? Io sono stato scelto da due milioni di italiani che sono andati a votare alle primarie”.

Ma ai piani alti del Nazareno in molti brindano per le divisioni in casa altrui. “Che goduria guardarli mentre si menano tra di loro!” oppure “D’Alema se non esistesse dovremmo inventarcelo noi!” come si gonfia di gioia il petto Rosato mentre Giachetti twitta che “Mdp ha dimostrato tutta la sua irrilevanza politica”. Invece, per dirla in modo diplomatico, alla Lorenzo Guerini, coordinatore nazionale della segreteria, “torna a galla sempre lo stesso nodo, il rapporto con il Pd ed è un nodo ineludibile”. E non è certo un caso che, ieri, in Transatlantico, Bruno Tabacci, uomo di Pisapia, spiegava a un interessato ministro Franceschini, uno di quelli che il centrosinistra lo vuole largo, che “ormai abbiamo davanti a noi una sola strada, l’alleanza col Pd”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 5 ottobre 2017

 

Sinistra, ‘AAA cercasi leader’. Se sfiorisce il ruolo di Pisapia Amleto, ecco pronto a scendere in campo il paladino Grasso

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il piano P (Pisapia) doveva essere il piano A, ma perde colpi. E così ecco che, dentro Mdp, si fa largo il piano G (Grasso): in pochi giorni ha preso così tanta quota che non solo entusiasma la platea (“Sono e resto un ragazzo di sinistra” ha detto tra gli applausi il presidente del Senato) ma anche i possibili compagni di strada di Mdp (Fratoianni di Sinistra italiana, i civici, Giustizia e Libertà). Poi, ci sarebbe sempre il piano B nel senso di Laura Boldrini: oggi la presidente della Camera era a Rimini, alla convention dell’area di Orlando, ma non suscita in Mdp gli stessi entusiasmi e simpatie di Grasso, anche perché la Boldrini è sempre stata vista come troppo vicina al Pd la ‘numero 2’ di Pisapia, dentro Mdp, e pronta a candidarsi per suo conto se lui non dovesse farlo, alle Politiche. E se Pisapia assicura di sentire spesso e volentieri sia Prodi che Enrico Letta, facendo capire che mira a costruire qualcosa di ben diverso da una lista di sinistra-sinistra, e cioè un ‘Ulivo 2’ o ‘Ulivo bonsai’ in attesa che il Pd, magari dopo il probabile tonfo alle prossime elezioni regionali siciliane del 4 novembre, imploda e altri (Orlando? Emiliano? Francheschini persino?) lascino al suo destino Renzi e il partito per costruire il ‘nuovo Ulivo’, è anche vero che ormai Mdp, teorico alleato numero 1 di Pisapia, morde il freno.

Sono giorni di festa nazionale di Mdp a Napoli. L’atmosfera è tesa, elettrica: il tempo non aiuta, i dibattiti chissà. Mdp ora ha anche un movimento giovanile, si sta radicando bene sui territori. Il tesseramento funziona, i soldi iniziano ad arrivare, le feste locali sono andate discretamente: nettare per il gusto di Nico Stumpo, responsabile organizzazione. Un partito nascente cui manca solo il leader o meglio il federatore. I big di Mdp hanno a lungo pensato che potesse essere Giuliano Pisapia, che ha fondato, a sua volta, Campo progressista, ma le cose tra loro non vanno bene. I deputati delle due aree stanno nello stesso gruppo ma si guardano in cagnesco, i rispettivi colonnelli se ne dicono di tutti i colori, le prospettive non sono mai in sincrono (allearsi con il Pd o con l’altra sinistra?) e le iniziative neppure: Campo Progressista si è dato appuntamento il 17 ottobre a Roma, al Brancaccio, D’Alema ha annunciato “una grande assemblea nazionale” di Mdp per il 19 novembre, assemblea che dovrà eleggere gli organismi dirigenti nazionali. Ma di Mdp sola o pure di Campo progressista? E con che metodo? Primarie? Tesserati? Quote?.

D’Alema  chiama Pisapia “l’ineffabile avvocato” e lo detesta, ma ieri, nel respingere le suadenti offerte di alleanza del Pd pervenute alla Festa di Mdp, anche se avanzate solo dai ministri Orlando, Franceschini e Delrio, e non da Renzi, ha assicurato che “il leader è lui”, derubricando Grasso a “sgrammaticatura istituzionale”. Poi l’annuncio: “Faremo liste di Mdp in tutti i collegi, non c’è più tempo, la sinistra va unita tutta”. Il che non è però un buon viatico per la strada indicata da Pisapia, che vuole ‘fare il centrosinistra’ ed essere ‘sfidante’ sì, ma non ‘radiclamente alternativo’ al Pd. Anche Speranza, che pure ci dialoga ore, mostra segni d’insofferenza, verso Pisapia. Se pure Bersani mollasse l’avvocato, l’avventura di Insieme sarebbe nata morta. Si vedrà. Intanto si dice che Pisapia, domenica a Napoli per chiudere la Festa con Speranza, da Mdp sarà fischiato.

Ma se salta il piano A (Pisapia) Bersani, ha pronto il piano B: Pietro Grasso. Il presidente del Senato ha girato, negli ultimi mesi, molte feste di partito: Pd, Sinistra Italiana, Mdp. “Ovunque – spiega chi c’era – è stato applaudito quando ha detto che ‘valori e principi di sinistra sono inconciliabili con destra e centrodestra’”. Nettare per le orecchie di Mdp e altri possibili alleati della Nuova Sinistra, non per il Pd, nel cui gruppo al Senato Grasso però siede. “Orfini lo ha attaccato a testa bassa – spiegano i suoi – e nessuno del Pd lo ha difeso. Il presidente non si è mai mosso dall’idea di un partito di sinistra, ma le porte del Pd ormai sembrano aperte solo per chi se ne va”. Grasso, ovviamente, continuerà a fare il presidente del Senato, specie nei prossimi difficili mesi, fino a che Mattarella deciderà di sciogliere le Camere. Quel giorno, però, potrebbe succedere che accetti una semplice candidatura o diventi leader di una forza di sinistra che – spiega chi lo conosce – “sia in competizione con il Pd oggi ma per collaborare con il Pd domani”. Insomma, se son rose, quelle di Grasso, fioriranno, ma solo se appassirà definitivamente il fiore di Pisapia.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2017 a pagina 12 del Quotidiano nazionale

I dubbi dell’Amleto di sinistra. Pisapia capeggerà il listone di tutta la sinistra, andrà con Renzi o farà un Ulivo bonsai?

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Percorso e lista unitaria con Mdp-Articolo 1, il che vuol dire, però, imbarcare anche Sinistra Italiana (Fratoianni), Rifondazione comunista, Possibile (Civati) e tutto ciò che si muove nella sinistra della sinistra, compresi i ‘civici’ di Montanari e Falcone, oltre a dover subire, ogni giorno di più, i diktat di Massimo D’Alema? Alleanza organica con il Pd, specie se vedrà la luce il Rosatellum, con una lista autonoma di Campo progressista che superi il 3% e una manciata di candidati in collegi sicuri, il che però vuol dire diventare un ‘vassallo’ di Renzi e fare col suo Pd il centrosinistra? Dare vita a un ‘mini-Ulivo’ o un ‘Ulivo bonsai’ che attragga personalità del calibro di Romano Prodi, Enrico Letta, Popolari di centrosinistra come Dellai, ambientalisti e civici, rompa con Mdp ma, dall’altra parte, non si accodi a Renzi, anzi ne provochi il disarcionamento, specie se dovesse perdere le elezioni siciliane, o addirittura ottenere che l’area Orlando, se non anche Franceschini, se ne vadano per dar vita a un ‘nuovo’ e autonomo centrosinistra?

Giuliano Pisapia,  il “leader riluttante” come lo ha definito uno dei suoi consiglieri, Gad Lerner, è in preda a questi tre amletici dubbi. Il guaio è che non solo i suoi uomini più vicini, ma proprio lui-lui, non ha ancora deciso, davvero, che cosa vuole fare ‘da grande’. Ieri sera, l’ex sindaco di Milano e avvocato di chiara fama, per dire, ha partecipato, alla Fondazione Feltrinelli di Milano, a un incontro con il teorico della ‘quarta via’ (oltre, cioè, quella delle ormai bolse socialdemocrazie), Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze della Grecia di Tsipras e ben più a sinistra di questi. “Parlo solo di Europa”, ha detto un laconico Pisapia davanti una folla strabocchevole. L’equazione  sarebbe facile: se gli piace Varoufakis, è fatta, Pisapia capeggerà una lista di sinistra-sinistra dove la linea economica la fa Fassina. E invece niente, non si sa. Ieri, infatti, per dire, Bruno Tabacci, ex dc di lungo corso, ma che sta con Pisapia, tuonava, in pieno Transatlantico, contro le parole di D’Alema che sul Corriere aveva detto “Mai col Pd, Pisapia sia più coraggioso”: “Ma chi si crede di essere? Mdp ha stancato me e Pisapia. Vogliono fare l’assemblea nazionale con i delegati? E chi lo ha deciso? Vogliono fare la Linke italiana o Melanchon, con Fratoianni e altri? Se lo scordano, se la fanno da soli quella lista”. Anche altri deputati (Ragosta, Capelli) vicini al Campo di Pisapia esondano stile fiumi in piena: “Siamo in crisi di rigetto con Mdp”. E infine: se i ‘pisapiani’ fanno una loro iniziativa il 14 ottobre al teatro Brancaccio di Roma (lo stesso dove si sono ritrovati i ‘civici’ di Montanari e Falcone, e già qui si rischia la confusione: due Brancacci agli antipodi) parteciperanno anche all’iniziativa cui lavora Mdp per il 19 novembre e che D’Alema, sempre nell’intervista al Corriere, ha indicato come l’assemblea programmatica e l’inizio della fase costituente del nuovo soggetto politico della sinistra? E questo soggetto sarà unitario tra Mdp e Campo progressista e basta o sarà allargato a terzi (SI, Civati, etc.)? E l’organismo nazionale che ne nascerà, sulla base delle iniziative costituenti precedenti, stabilirà le quote del nuovo soggetto in re ipsa? E come? Primarie? Elezione indiretta? Quote stabilite a priori per aree e partiti-non partiti che lo o li formano? E chi deciderà le candidature alle prossime elezioni? L’organismo nazionale? Quelli locali? E chi avrà l’ultima parola in merito? Pisapia da solo? Pisapia, Bersani, D’Alema e Speranza insieme? Non si sa. Ma allora, se non va così, Pisapia farà una lista autonoma in coalizione col Pd. No, macché. L’ultima tentazione è, appunto, il ‘Nuovo Ulivo’ con Prodi, Letta, ulivisti storici e doc, forze civiche e molti pezzi di Pd che, in odio a Renzi, non appena perderà le elezioni in Sicilia, diranno ‘banco’ mettendolo in minoranza o facendo la scissione. Questo farà Pisapia? No, non si sa, ci sta ancora pensando su. “E’ più nobile soffrir dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e por loro fine?” si tormentava il principe Amleto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 28 settembre 2017 a pagina 11 del Quotidiano Nazionale

Elezioni tedesche e ripercussioni italiane. La grosse koalition agli spaghetti si allontana a prescindere dal sistema elettorale

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Il cancelliere tedesco Angela Merkel.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il risultato a sorpresa delle elezioni tedesche scompagina i conti e i desideri anche alle forze politiche del nostro Paese. Infatti, al di là che, alla fine, a Berlino si riesca, o meno, a formare una grosse koalition Cdu-Spd o una coalizione ‘Giamaica’ Cdu-Verdi-liberali, da noi impensabile, l’adagio che voleva anche l’Italia pronta, ineluttabilmente, a un governo di ‘grande coalizione’ post-voto è tutto da rivedere. Innanzitutto, come dicono tutti gli istituti di sondaggi, qualsiasi legge elettorale ci sia o entri in vigore (il Consultellum attuale, il Rosatellum bis di cui si inizierà a discutere alla Camera da oggi o il sistema tedesco che è naufragato a giugno), i voti dei due teorici pilastri (Pd e FI) di una ‘Grande Coalizione’ all’italiana non basterebbero per avere la maggioranza. E poi, allo stato, nel Pd di Renzi (la sinistra interna e non solo) come in Forza Italia di Berlusconi (l’ala nordista) sono molti gli esponenti che non appaiono entusiasti al (possibile?) matrimonio di convenienza.

Ma ieri è visto anche un altro ‘nein’. Infatti, un governo M5S-Lega, di cui molto si è favoleggiato e che manderebbe, clamorosamente, Pd e FI all’opposizione, non solo quasi sicuramente non avrebbe i numeri necessari per formare un governo, ma neppure le reali intenzioni dei suoi leader in pectore. Infatti, mentre Matteo Salvini esultava davanti al risultato dei nazionalisti xenofobi dell’Afd, chiosando che “la sola differenza tra noi e loro è che noi andremo al governo per cambiare le cose” e Berlusconi si ritiene – il Giornale dixit a sua volta “l’unico argine ai populisti” (lato PPE, evidentemente) –  il neo candidato premier dei CinqueStelle, Luigi Di Maio, fa  una dichiarazione da ultra ‘moderato’: “Noi siamo l’unico argine agli estremismi in Europa, fermo restando la crisi dei partiti tradizionali”. Parole in puro ‘stile’ Matteo Renzi: “Siamo noi l’unico argine ai populisti di casa nostra”, dice Renzi, intendendo però proprio i 5Stelle, non solo la Lega. Ma l’M5S potrebbe governare da solo, senza una politica di alleanze pre e post-voto? Impossibile, anche se sfiorasse il 40% dei voti.

E dunque, come se ne esce? Per ora, è buio pesto. Poi, certo, ci sono le polemiche di giornata. Salvini incrocia le lame contro Tajani, presidente del Parlamento Ue e punta di lancia del Ppe, ma anche di Forza Italia (Berlusconi lo vedrebbe bene come premier), il governatore ligure Toti, capofila dell’ala nordista azzurra e molto vicino a Salvini, parla di “coalizione delle destre al 45%”. Toti, ovviamente, boccia la Grande coalizione ma lo fanno, dentro FI, anche Brunetta e Gasparri. Sul lato centrosinistra, Veltroni rispolvera “la logica dell’alternanza” contro quella delle grandi coalizioni mentre gli uomini di Pisapia (Ciccio Ferrara) rilanciano la logica del “campo largo del centrosinistra” che fa storcere il naso sia a Mdp (Speranza) che a Sinistra Italiana (Fratoianni). I quali però hanno poco da gioire: una coalizione rosa-rossa Spd-Linke non ha i voti per governare né la Germania e non li avrebbe in Italia. Ma anche il Pd non può condannarsi all’autosufficienza e si danna l’anima su come ‘allargare il campo’ alla sua destra (i centristi) come alla sua sinistra. Alla fine, il pensiero di tutti, nel Pd, lo riassume il vicepresidente della Camera, Marina Sereni: “C’è poco da stare allegri, il voto in Germania ci consegna un quadro preoccupante anche per noi”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 settembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano nazionale