Pisapia fa saltare il tavolo con Mdp: “Basta, mi avete rotto”. Insieme o divisi? La sinistra a sinistra del Pd già in pezzi

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Unità o rottura? “Insieme” o divisi? La sinistra a sinistra del Pd è a un passo dalla spaccatura. Sono le nove del mattino e il governatore della Toscana, Enrico Rossi (Mdp), è a Omnibus: “l’incontro tra Pisapia e Speranza non si farà”, sospira. Il leader di Campo progressista e il coordinatore di Mdp dovevano ricomporre i cocci. Ma dopo l’abbraccio, alla Festa dell’Unità di Milano, tra Pisapia e la Boschi e l’intervista in cui Pisapia riapre al dialogo con il Pd, Mdp ora vuole forzare la mano. Il partito di Bersani e Speranza (e, dietro, di D’Alema) vuole provare ad accelerare sul processo unitario: Carta dei valori, coordinamento provvisorio, assemblea fondativa, nome, simbolo e, ovvio, liste elettorali più un manifesto politico-programmatico che è tutto “un’agenda alternativa a Renzi”. Seguono varie critiche alla ‘comunicazione’ dell’ex sindaco: sul banco degli imputati c’è Gad Lerner. Un tavolo sui contenuti, diretto da Lerner, viene disertato da Mdp. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Pisapia sconvoca l’incontro, convoca i suoi e se ne torna a Milano. “Avete la testa rivolta all’indietro” dice il suo comunicato. “Guardare al futuro per noi significa partecipazione popolare al processo costituente” replica Speranza. Tradotto dal sinistrese vuol dire, appunto, tessere e voti per pesarsi.
Le parole che Pisapia pronuncia con i suoi prima di andarsene sono tranchant: “Basta, mi sono rotto, non ne posso più di loro. Non accetto di dover dimostrare ogni giorno il mio antirenzismo. Mi sono stancato dei veti di Mdp su di me”. I punti di disaccordo li mettono in fila fonti qualificate di Mdp: “Noi non vogliamo paletti a sinistra, per noi Sinistra italiana e i civici del Brancaccio devono entrare nel nuovo soggetto, e l’alternativa al Pd per noi è identitaria, ma soprattutto noi ci vogliamo contare, in modo democratico”. In sostanza, Mdp vuole una vera campagna di adesione. Insomma, il tesseramento. In più, parlamentarie con albo degli iscritti registrato. Si chiama ‘contarsi per contare’: sarebbero gli eletti dal basso o l’assemblea costituente del nuovo soggetto a decidere le candidature alle prossime elezioni. La critica di Mdp a Pisapia è sottile ma netta: “Vogliono mantenere la golden share su tutto il processo senza mai contarsi”.
La replica dei pisapiani milanesi altrettanto dura: “Noi vogliamo essere alternativi al Pd, ma non antagonisti, con l’ambizione di concorrere a vincere e governare il Paese, non di stare all’opposizione. E vogliamo ricostruire il centrosinistra, non fare l’unità delle sinistre”. Un altro sbotta: “Giuliano non ci sta a fare la bella figurina di Renzi né di D’Alema. Non si fa manovrare da nessuno”. E lui, a sera, dice: “Si va avanti con chi ci sta”. Si parla già di 20 deputati (sui 42 di Mdp) più i centristi di Tabacci e altri con lui.
Riassumendo: Pisapia e i suoi pretendono lo scioglimento di tutti i vari soggetti, non vogliono tessere, ma “diritti pari grado” tra le forze promotrici (solo così centristi, civici e ambientalisti avrebbero spazio), chiedono paletti rigidi a sinistra (sì a Civati, no a SI) e coltivano l’ambizione di un “Nuovo Ulivo” votabile da personalità come Prodi e Letta. Infine, pensano di sedersi al tavolo delle trattative per formare un nuovo governo se Renzi vincesse o pareggiasse le elezioni. Mdp vuole, in sostanza, l’esatto contrario. Trovare una quadra non pare facile: Bersani (che a sera parla di “frattura non insanabile”) ed Errani cercano una mediazione, Pisapia per ora nicchia e il suo amico centrista Tabacci confida: “Ormai è finita”. Renzi è soddisfatto se a sinistra si litiga, ma scettico su reali divisioni definitive e anche sulla possibilità che Pisapia rientri nell’orbita del Pd. Però il renziano Marcucci chiede di “spalancare le porte a Pisapia” e Lorenzo Guerini spiega a un amico: “Al Senato una mini-coalizione Pd-Pisapia è cosa fattibile”.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Pisapia frena lo strappo col governo e mantiene le distanze da D’Alema. Ieri girandola di incontri romani del leader

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo ROMA

UNA PRIMA vittoria, forse solo apparente. Giuliano Pisapia, ieri era a Roma per una girandola di incontri politici: di mattina Civati, poi Speranza, D’Alema, Bersani, nel pomeriggio Cuperlo e i parlamentari dell’area di Orlando. Il punto a suo favore è la nascita di un coordinamento politico (tra una settimana, formalmente) delle varie forze che a lui si rifanno e di cui sarà il presidente de facto. Ne faranno parte tutti i fondatori di Insieme, ma a pari grado: Campo Progressista con Furfaro, Mdp con Speranza, i centristi con Tabacci, i civici e ambientalisti con Bonelli. Mdp, che si sente ‘l’infrastruttura portante’ dell’operazione e smentisce i nomi che girano, varrà solo per uno. Poi ci sarà un Comitato dei garanti, il cui presidente sarà il costituzionalista Onida, che dovrà scrivere le regole e, ovviamente, una Carta programmatica che scriverà Pisapia.

«Stiamo rifacendo l’Ulivo», dice soddisfatto un fedelissimo dell’ex sindaco di Milano sicuro che il Professore bolognese benedirà, sia pure da lontano, e presto, l’operazione. E Pisapia, proprio come fu con l’Ulivo, vuole mettere paletti rigidi a sinistra e ‘aprire’ a destra: il no a Sinistra italiana di Fratoianni e ai ‘civici’ di sinistra Falcone e Montanari (solo Civati è ok) fa il paio, nei suoi progetti, con il dialogo con i centristi come con il Pd. Da un lato, una decina di deputati oggi nel gruppo Democrazia solidale (Capelli, Piepoli, l’ex ministro Catania) andrebbero a irrobustire l’ala centrista di Insieme, già presidiata da Tabacci, Sanza e altri ex dc, per gruppi parlamentari unici che nasceranno, però, più avanti. D’altro canto, Pisapia ieri ha visto sia Gianni Cuperlo che una trentina di parlamentari dell’area Orlando: l’idea è di un campo largo del centrosinistra, di taglio anti-renziano, ma senza stimolare alcuna altra scissione dal Pd, anzi utile a rafforzare il baricentro di centrosinistra e non estremista del progetto di Pisapia. Anche per questo motivo Guerini e Rosato non hanno fatto nulla per ostacolare quei colloqui. L’idea del ‘doppio tesseramento’, però, lanciato da Pisapia e dagli orlandiani (a Insieme e al Pd) non potrà certo essere accolta con favore al Nazareno.

Apertissimi, invece, due punti di frizione tra Pisapia e Mdp. Il rapporto con il governo è il principale: per Pisapia bisogna intavolare un dialogo serrato con l’esecutivo, ma «senza strappi o accelerazioni» sulla legge di bilancio. In Mdp, l’ala dura bersaniana e dalemiana vuole rompere su quella, lanciando un netto segnale di disimpegno e distanza. Al di là delle smentite ufficiali di Mdp, la differenza resta. Inoltre, come si sa, Mdp non ha alcuna intenzione di sciogliersi in un ‘contenitore unico’ e vorrebbe aprire il listone delle prossime elezioni a tutti i partiti della sinistra.

INFINE, c’è il tema delle candidature. Pisapia e D’Alema, che si sono visti per un breve saluto, definito da entrambi «ottimo», restano su posizioni opposte. D’Alema si vuole candidare, Pisapia – che anche ieri ha ribadito che lui non si candiderà alle prossime elezioni – crede nel criterio della ‘rotazione’. Il suo colonnello Massimiliano Smeriglio dice, diplomatico, che «il rinnovamento serve a favorire il ricambio di personalità importanti quanto ingombranti», ma Gad Lerner, consulente dell’ex sindaco e ieri alla Camera, ci va giù molto duro: «Ogni volta che D’Alema dice ‘Giuliano è il mio leader’ io e chi sta con lui ci tocchiamo i cosiddetti».

Nb: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 20 luglio 2017

Renzi teme soltanto Prodi. “Pisapia si sfila? Contro D’Alema si vince facile…”

d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IERI Matteo Renzi ha passato l’ennesima giornata di promozione ossessiva del suo libro, Avanti. Il volume ha tra le sue caratteristiche quella che, ogni giorno, fa arrabbiare qualcuno: ieri, dopo Enrico Letta, è stata la volta della ex minoranza Pd, ora confluita in Mdp, che Renzi lo odia di suo.
Di mattina presto ad Agorà (Rai3) e a metà pomeriggio a La vita in diretta (Rai1), Renzi enuncia sempre gli stessi messaggi, pur dosandoli a seconda del pubblico, ora più acculturato, ora più popolare. «È stato sacrosanto sostituire Letta, il suo governo era fermo, aveva solo aumentato l’Iva» si alterna a «lo sconto fiscale alle famiglie con figli è la priorità»; «l’uscita di D’Alema non mi è dispiaciuta» fa il paio con «i politici che si preoccupano dei posti in Parlamento, io dei posti di lavoro»; «i migranti sono un tema per i prossimi 20 anni» si sposa a «più lavoro, meno tasse».
Dal profluvio di parole si salva solo un messaggio politicamente forte: «Si vota a primavera 2018 e io da qui ad allora voglio tornare in mezzo alla gente, l’importante è non chiudersi dentro il Palazzo».

Insomma, Renzi non vuole ‘pensionare’ in via anticipata il governo Gentiloni. E anche se c’è chi, tra i suoi, è convinto che tenterà l’ultima forzatura sullo ius soli, imponendo al governo la fiducia per farsela, con piglio da Mefistofele, bocciare dal Senato (i centristi sono contrari, Svp pure) e obbligare così il Parlamento a correre a elezioni anticipate a ottobre, Renzi si sta posizionando per una campagna elettorale assai lunga.
NON a caso, dopo la scelta di riprendersi Marco Agnoletti come portavoce ad personam e quella di mettere Matteo Richetti a coordinare la (claudicante) comunicazione del Pd, ecco arrivare l’accordo di collaborazione con l’agenzia Proforma (fecero le fortune di Emiliano e Vendola) per rivederne, da cima a fondo, l’immagine.
Ieri, però, tra un attacco e l’altro (quello di monsignor Galantino sui migranti, mitigato dalla rettifica del segretario di Stato Parolin, quelli consueti della minoranza e delle opposizioni, sul libro e non solo) è arrivata pure qualche buona notizia per il leader del Pd.
Il tentennamento di Pisapia, che annuncia che non si candiderà alle elezioni, fa fregare le mani di gioia a Renzi: «Senza Pisapia non solo in Parlamento, ma anche tenere le redini della fusione fredda di partiti e movimenti troppo diversi tra loro – ragionano al Nazareno – sarà un problema per loro: sono destinati a spaccarsi e a subire l’iniziativa preponderante di D’Alema. Così il tormentone primarie come il premio alla coalizione nella legge elettorale è già finito…».

Quello che invece Renzi teme, e molto, è la tela di Prodi, che sta cercando di tenere insieme tutti i suoi nemici interni (Orlando, ma anche Franceschini) ed esterni (Pisapia e Bersani, non D’Alema) per «costringermi», si lamenta il leader dem, a costruire il «nuovo Ulivo». Ieri, il ministro Orlando ha smentito ogni tentazione di nuova scissione dal Pd, ma altri deputati e senatori (Manconi, Tocci) potrebbero andarsene presto e l’asse Orlando-Franceschini riproporsi a tenaglia.
Sarà il possibile doppio appuntamento, a novembre, delle elezioni regionali in Sicilia e forse in Lombardia, a spingere i vari attori e comprimari del Pd e dell’Ulivo a fare scelte definitive. Sarà quello il momento in cui gli «ulivisti» proveranno davvero a disarcionarlo, Renzi. Sempre che abbiano un leader unico e nuovo a rappresentarli perché, come dicono i renziani, «contro D’Alema si vince facile».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 14 luglio 2017 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale

Meglio soli. Renzi da Milano rottama le alleanze: “apriamo ma alla società civile”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

«ASCOLTIAMO tutti, ma non ci ferma nessuno». Quando Matteo Renzi sente «l’odore del sangue» (anche se, stavolta, il sangue è il suo) torna garrulo e combattivo. E così chiude l’assemblea nazionale dei circoli del Pd all’attacco. Ne ha per tutti, e non sono pochi: non li cita per nome e cognome, ma chi deve capire capisce. Sul fronte interno la randellata è per Dario Franceschini, oltre che per Andrea Orlando e la sua minoranza: «Io non rispondo ai caminetti, ai capicorrente, io rispondo ai cittadini». E ancora: «Dopo le primarie i sondaggi sono andati bene, troppo bene, allora è partita la discussione interna ma questa discussione è un attacco contro il Pd. E se attacchi il Pd stai attaccando l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Infine, la stilettata: «Volete la garanzia di andare in Parlamento? Mettetevi in gioco, lavorate. Contano i voti, non i veti». Con gli avversari interni – quelli della minoranza di Orlando e quelli annidati nella sua maggioranza (Franceschini, ma anche Fioroni, i cattodem) – Renzi intende regolare i conti, una volta per tutte, in Direzione, anticipata per l’occorrenza al 6 luglio.
LÌ IL SEGRETARIO farà la famosa «analisi del voto», proverà a smontare le tesi altrui sulle amministrative, ma soprattutto dirà: d’ora in poi si lavora in vista di una lunga campagna estiva e autunnale che ci porterà alle Politiche del 2018 in primavera. Chi è con me? Renzi pretenderà risposte chiare e chiederà un voto conseguente, in un organismo dove gode di una maggioranza solida e autosufficiente (al netto, cioè, dei franceschiniani). Quest’estate il leader dem promuoverà il suo libro (Avanti!), finalmente in uscita per Feltrinelli, girerà per le feste dell’Unità, fino a chiudere quella nazionale di Imola, il 24 settembre e subito dopo, a ottobre, partirà per un tour in treno in tutte le mille città italiane.

Insomma, Renzi non starà fermo, non si farà bersaglio dei colpi altrui. Onora Pisapia e Bersani di doppia citazione, ma li ritiene ormai «persi alla causa» («di quei due non mi frega più niente» si confida con i suoi). E di loro dal palco dice secco: «Fuori dal Pd non c’è la rivoluzione marxista-leninista, ma la Lega e i 5Stelle. Non c’è la vittoria della sinistra di lotta e di governo. Chi immagina di fare il centrosinistra senza il Pd vince il Nobel della fantasia». Per Renzi il centro-sinistra, con o senza trattino, è morto e sepolto. C’è il Pd, e punto.

IL PD del Lingotto (l’unica citazione in positivo è per Veltroni), aperto alla società civile (e cioè alle candidature di Berruto, Burioni, Annibali, don Ciotti, se ci sta). E d’altronde, sottolineano al Nazareno, «c’era più società civile ieri a Milano che sul palco di Roma». «Hanno fatto una manifestazione contro il Pd, non per l’Italia», è il refrain che arriva dai fedelissimi.
Ma Renzi ne ha anche per Prodi cui rimprovera, senza nominarlo, il caravanserraglio dei governi dell’Unione, la nostalgia di «un passato meraviglioso che non è mai esistito». Non cita mai la legge elettorale, di cui ha parlato Mattarella, ma gira voce che Renzi potrebbe sedersi di nuovo al tavolo con Berlusconi, a settembre: il proporzionale senza premi di coalizione e le liste bloccate convengono a entrambi. Anche perché, senza le liste bloccate (che compilerà Renzi in persona) e con le preferenze, oltre che con il premio alla coalizione, il Pd può solo esplodere.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 2 luglio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale

Renzi, la sindrome dell’assedio: “Avrebbero comunque dato la colpa al me”. Il Pd e la disfatta dei ballottaggi

Pubblico le tre versioni dello stesso pezzo chiuso l’altro notte in tipografia per Qn a seconda dei diversi orari di foliazione e distribuzione del giornale in tutt’Italia oltre che dei risultati dei ballottaggi e delle notizie che, nel corso della notte, man mano affluivano. 
MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Terza versione (chiusura ore due di notte)
ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi delle amministrative si rivelano una disfatta totale, una debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso praticamente ovunque. Una litania di sconfitte nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come Lucca, Lecce, Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica» tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che, dopo aver chiamato il neo-sindaco, si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma s’è vinto e diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto è colpa tua».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si è sentito sotto assedio.
Parla, alla fine, a notte fonda di «risultati a macchia di leopardo. Nel totale dei sindaci è avanti il pd, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché» scrive in un lungo post sulla sua pagina Facebook. «Ci fanno male le sconfitte» (e cita Genova e l’Aquila), ma «siamo felici per Padova, Taranto, Lecce» e poi giù una lunga teoria di località minori. Ammette che «peggio del solito sono andate Liguria ed Emilia-Romagna» ma si limita a parlare di «luci e ombre nelle altre zone».
«COMUNQUE andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero più vero ieri sera era questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione…». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde solo il Pd».
Renzi, poi, cerca di distinguere: «Le politiche sono un altra cosa». Come dire: lì ci giocheremo tutta un’altra partita. Si vedrà.

IN OGNI caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria Pd recita: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.

IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Seconda versione (chiusura ore l’una di notte)
«ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi di queste amministrative si rivelano, pian piano che passano le ore, una disfatta totale. Una vera debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia, come l’Aquila, dove il candidato sindaco era un renzianissimo; Lodi come Pistoia, Piacenza come Carrara (finita, summa iniuria, ai 5Stelle), Asti come Riccione, Budrio come Vignola (che stanno in Emilia, ma lì vuol dire molto), Genova come La Spezia. Una litania di sconfitte, nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come quelle di Lucca (sul filo), Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e di Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica», tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma avendo vinto diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto ‘è colpa tua’…».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si sente sotto assedio. «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero, confidato ieri sera ai suoi collaboratori, è questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione. Bene, abbiamo seguito il loro ragionamento, e cosa è successo?». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento del leader: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde il Pd».
Eppure, per il segretario, «c’è ancora bisogna del Pd. Ne hanno bisogno i lavoratori, i risparmiatori, i consumatori…», riflette, pensando ai provvedimenti del governo in discussione in questi giorni.
NON a caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, questo dice: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Prima versione (chiusura ore 24) 
«È stato uno scandalo». Parola di Matteo Renzi. Sta parlando dei ballottaggi delle elezioni amministrative che denotano una sconfitta generale dei candidati del Pd? No, sta parlando di Italia-Lettonia di basket: la nostra nazionale ha perso l’ingresso ai Mondiali per un soffio e il leader del Pd (come, ovviamente, tutti gli sportivi italiani) se la prende con l’arbitro.
Il problema politico, però, sono i ballottaggi. Il centrodestra sbanca Genova «la rossa», conferma Catanzaro, tiene Verona (e la Bisinella, moglie di Tosi, aveva ricevuto l’endorsment del Pd), potrebbe riuscire nel colpaccio di strappare l’Aquila al centrosinistra che resiste, imprevidibilmente, solo a Taranto, stando ai primi exit-poll.
Insomma, per il Pd è un pianto greco. Anche perché – nei desiderata di Renzi – solo la vittoria a Parma, Padova (ancora in bilico, ma con il centrosinistra davanti ma solo grazie all’alleanza con un «Pisapia locale» che potrebbe riuscire nel miracolo di strappare la città alla destra) e l’Aquila avrebbe potuto controbilanciare la sconfitta annunciata di Genova.
Morale: i principali ballottaggi sono andati male, Renzi lo sa da ore e non può fare finta di niente. E anche se la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd è stata ridotta al lumicino e se, negli ultimi tre giorni, il leader dem se n’è addirittura andato via in vacanza con la famiglia, ieri sera non poteva di certo esimersi dal far filtrare almeno il suo pensiero.
Il quale, filtrato dai suoi consiglieri, è questo: «Lo sanno tutti che questo ballottaggio lo avrebbe stravinto la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’. Ma il punto è sempre lo stesso – ribadisce il leader dem – se avessimo vinto avrebbe vinto Pisapia. E se perdiamo perde il Pd».
Renzi, cioè, ripete – con il tono sconsolato – l’adagio che andava ripetendo da giorni: «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me». O, per declinare il concetto con la voce di un renziano che sa che ora il leader dovrà portare la croce della sconfitta, «dove i candidati del Pd perderanno la colpa sarà di Matteo, dove vinceranno sarà stato grazie a quel centrosinistra ‘largo’ di cui Renzi è considerato l’ostacolo…».
Al Nazareno – un Nazareno desolatamente deserto, peraltro, per una notte elettorale, con il solo Matteo Ricci, responsabile Enti locali, a presidiare il bidone – cercano di attutire il colpo, ma i toni sono da «manteniamo il nostro zoccolo duro», la famosa frase di  Achille Occhetto per giustificare il tracollo alle elezioni del 1983.
E infatti la nota dell’ex diccì Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, pur davanti ai risultati dei soli primi exit poll, recita linguaggi da tradizione post-Pci: «Credo che di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza di questa posizione e l’agenda politica che ne consegue. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con tutte le forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la ‘linea’ di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è anche semplice: ammettere la sconfitta, dire ‘no’ ad  alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine a populismo e fascigrillismi.
Questa linea verrà ribadita anche il I luglio all’ assemblea nazionale dei circoli del Pd che si farà a Milano in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
Il problema è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando, Gianni Cuperlo e l’intera loro area (il cui nuovo nome presto diventerà «Demos») non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. Perché, diceva già settimane fa un orlandiano, «comunque vada, il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. E sarà allora che Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprendiamo il partito».

 

NB: le tre versioni di questo pezzo sono stati pubblicati a pagina 3 del Quotidiano Nazionale del 26 giugno 2017

Parla Giuliano Pisapia: “Nessun listone con il Pd. Il I luglio nasce una Cosa nuova”

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo  – ROMA

GIULIANO Pisapia, il I luglio a piazza Santi Apostoli c’è la manifestazione di lancio del suo Campo progressista. Da dove venite e dove volete andare?

«L’obiettivo è la costruzione di un nuovo soggetto politico che trovi il suo spirito e le sue idee dai territori che, per un anno, si sono impegnate nella costruzione di un campo aperto, progressista, che non si limiti a criticare, ma dia risposte concrete ai bisogni del Paese: le diseguaglianze, le differenze Nord-Sud, i temi del lavoro. La manifestazione si chiamerà “Insieme. Nessuno escluso”. Partiamo dal lavoro delle Officine delle Idee: sono oltre 300, sparse in tutto il territorio e anche all’estero (Londra, Bruxelles, Svizzera). Specie queste ultime hanno lavorato su come cambiare marcia a questa Europa e alla Ue».

Ed è lei il candidato naturale di quest’area?
«Dal punto di vista politico, raccogliamo sensibilità diverse che vengono dai mondi dell’ambientalismo, del civismo, del cattolicesimo democratico, della laicità, dell’ulivismo come stanno facendo tanti amministratori locali come per esempio Leoluca Orlando che a Palermo ha vinto al primo turno. Per quanto riguarda me, sono un punto di riferimento, ma i leader li scelgono i cittadini alle elezioni».

Il ministro Orlando annuncia che il primo luglio sarà in piazza con voi. Se pezzi della minoranza dem entrassero nel vostro campo come li accogliereste?
«Sono molto lieto di sapere che sarà in piazza con noi il primo luglio. Il nostro è un campo aperto a tutti gli esponenti del centrosinistra, ma non voglio entrare nelle dinamiche interne del Pd».

Mdp, uno dei soggetti fondatori, è gelosa della sua autonomia. Si dovrà sciogliere?
«Sarà un percorso graduale. Alle porte non ci sono elezioni anticipate. Lavoreremo per diluire le singole soggettività in un progetto più ampio e aperto. Mettersi insieme sui territori e creare gruppi parlamentari unici ci aiuterà a trovare la sintesi».

Bersani sostiene il suo progetto. D’Alema è molto più freddo. Una loro candidatura alle prossime Politiche sarebbe un problema?
«Il mio progetto è quello di costruire un campo innovativo e inclusivo. E la sfida è proprio quella di dare voce a nuovi protagonismi, ai giovani che già lavorano sul territori in associazioni e realtà locali, energie che rischiamo di disperdere perché delusi dalla politica degli ultimi anni. Ritengo comunque utili dei garanti che valuteranno le singole candidature e questo varrà per tutti, anche per me».

Montanari e Falcone hanno lanciato l’Alleanza per il cambiamento in totale rottura e distanza dal Pd, considerato di destra. Con loro dialogherà?
«Io dialogo con tutti, ma bisogna uscire dai personalismi e da logiche di pura testimonianza. Fare opposizione è facile, governare è difficile. Un centrosinistra (o una sinistra-centro) radicalmente innovativo possono restituire fiducia a chi non ce l’ha più, ma io dico: niente populismi e niente demagogia. Non basta dire cose di sinistra, bisogna farle. Credo in una sinistra che sappia assumersi la responsabilità di governare. L’avversario non può essere chi è più vicino a te, ma la demagogia, il populismo e le destre».

Il punto è il rapporto con il Pd. Renzi propone un listone unico alla Camera, da Calenda a Pisapia, e una coalizione al Senato. È fattibile?
«Il nostro progetto è autonomo da quello del Pd e in netta discontinuità con gli anomali accordi e alleanze con destra e centrodestra che il Pd ha portato avanti. Il Pd di Renzi ha l’idea della sua autosufficienza e ha ribadito più volte che il segretario eletto è il candidato premier. Non condivido la scelta, né si costruisce una coalizione con tali presupposti. Noi stiamo dando vita a un nuovo e diverso soggetto politico dal Pd. Con una legge elettorale proporzionale ci saranno almeno due o tre soggetti politici diversi nel centrosinistra in una competizione leale e aperta. Noi cercheremo di attirare il maggior numeri dei consensi sul nostro progetto che è alternativo a quello del Pd».

Speranza (Mdp) minaccia di non votare la Finanziaria del governo Gentiloni. Lei che farebbe al suo posto?
«E’ fondamentale dare priorità alle misure che generano sviluppo nei settori dell’ambiente, della cultura e della formazione, ridurre la povertà e la diseguaglianza, puntare a più giustizia e coesione sociale. Non ho mai pensato che arroccarsi o alzare la bandiera bianca prima ancora di avere iniziato una battaglia sia positivo».

NB: L’intervista è stata pubblicata il 23 giugno 2017 a pag. 7 del Quotidiano Nazionale

Prodi vede Renzi, è disgelo. Ma il Prof continua a tifare per iun ‘Nuovo Ulivo’, a partire dal Campo progressista di Pisapia

Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

  1. Prodi, il tessitore che tutti cercano. Incontro con Renzi: accordo su coalizione di centrosinistra e vocazione maggioritaria. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, nella sua girandola di incontri romani (un caffé lungo con Pisapia, un convegno certo non breve, sulla Cina, con Gentiloni), Romano Prodi ha trovato il tempo di incontrare quel Matteo Renzi con cui non si è mai preso. L’incontro si è tenuto nell’hotel Santa Marta dove Prodi alloggia quando viene a Roma alla presenza di Arturo Parisi, professore in seconda del fondatore dell’Ulivo e ancora oggi iscritto al Pd.
Luogo segretissimo, toni cordiali, se non affettuosi («clima più che buono» dicono al Nazareno), l’incontro è servito a entrambi. Renzi si è fatto assicurare che Prodi non sposerà apertamente la causa di Pisapia (il primo luglio diserterà la convention di Campo progressista) enon si presterà ad avallare, con la sua prestigiosa faccia, i movimenti della sinistra-sinistra orientati a fare a meno del Pd, oltre che di lui, Renzi.
Prodi, a sua volta soddisfatto dall’incontro, come si capisce dal proverbiale sorriso, avrebbe avuto rassicurazioni sui punti cui più tiene: unità del centrosinistra, larga e aperta, alleanze chiare, vocazione maggioritaria del Pd e rilancio della formula della «democrazia decidente». Per Prodi vuol dire modello maggioritario. Renzi ha convenuto con lui sul punto, gli ha ricordato che il maggioritario era alla base dell’Italicum, della riforma costituzionale e della riproposizione che il Pd ha fatto del Mattarellum. Il leader dem avrebbe persino promesso, al Professore, l’impegno del Pd per una ripresa di iniziativa, sulla legge elettorale, anche se solo dopo i ballottaggi delle amministrative.

INSOMMA, due leader fatti per non intendersi, come il Rottamatore e il Professor Semaforo, si sarebbero, se non innamorati, almeno chiariti.
La ‘tenda’ del fondatore dell’Ulivo (e dell’Unione, quella che Renzi porta a esempio come coalizione da non riproporre), però, non si sposta: sempre lì resta, a metà strada tra il Pd e il Campo progressista di Pisapia. Prodi – che pure ieri ha riconosciuto a Renzi che il Pd è «l’argine contro i populismi» – spinge per la (ri)nascita di un ‘Fronte Progressista’ che vada da Pisapia a Tosi, da Tabacci a Bersani, da Dellai (trentino ulivista ante litteram) al duo Cuperlo-Orlando, i quali vogliono federare pure loro, restando dentro il Pd (Orlando di sicuro, Cuperlo già più in forse), il centrosinistra.

RENZI, invece, vorrebbe fare a essere Macron, con sistema elettorale accluso, ma sa che non si può, anche perché «si vota nel 2018». Una coalizione di centrosinistra di governo, dunque, bisognerà pur farla (specie al Senato, alla Camera pensa ancora e solo al listone): il dialogo con Pisapia, per Renzi, «va benissimo», il problema sono altri (tipo D’Alema), ma è pronto a ragionare su tutto, primarie di coalizione (forse) incluse. Miracoli del Prof Semaforo, oggetto di desiderio di un centrosinistra che cerca una strada, ma passa sempre vicino alla sua tenda.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale del 16 giugno 2017.


2. Nuovo Ulivo, Prodi si sfila: “Sono un felice pensionato”. Renzi gelido con Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

«NON tornerà l’Ulivo e non sarò candidato premier». Romano Prodi, a Roma per la presentazione del suo ultimo libro, Il piano inclinato («Può essere un programma di governo, ma non il mio», altra puntualizzazione), si schernisce. «Sono un felice pensionato. Non sono l’unico in grado di unire il centrosinistra» aggiunge il Prof.
I puntini sulle ‘i’ erano necessari. L’iniziativa di Campo progressista del I luglio, che sancirà l’investitura definitiva di Giuliano Pisapia a leader di una ‘sinistra-centro’ che si sente «in continuità ideale» con l’Ulivo prodiano (le truppe ce le mettono quelli di Mdp-Articolo 1 ma anche i centristi di Dellai e Tabacci che si scioglieranno per aderire al progetto) vedeva proprio nel padre fondatore dell’Ulivo il suo padre nobile, forse di più. Da giorni si diceva che Prodi avrebbe benedetto l’operazione (la location sarà piazza Santi Apostoli, sede dell’Ulivo) con tanto di presenza fisica alla convention. Bene, ieri Prodi ha smentito («io di nuovo in campo? No, mi sono fermato») e il suo antico sodale, Arturo Parisi, è sicuro: Romano, il I luglio, se ne sta a casa.

CIÒ non toglie che la ‘tenda’ del Prof oggi è di certo più vicina al campo di Pisapia (parola di battaglia e, forse, nome del movimento «Insieme. Nessuno escluso») che a quello del Pd. Ma Prodi (e anche Enrico Letta) non possono certo prestare il loro volto a operazioni politicamente minoritarie: vogliono prima vedere con quali ambizioni nasce il progetto di «Insieme», chi vi prenderà parte e con quale ruolo. Per dire, l’operazione puramente identitaria che il 18 giugno Tomaso Montanari e Anna Falcone terranno a Roma (una sorta di ‘Unione’ della sinistra-sinistra) coinvolge Sinistra italiana, Possibile di Civati, il Prc, i circoli del No al referendum, ma Pisapia e i suoi se ne terranno alla larga. Figuriamoci i padri dell’Ulivo. Dall’altra parte, con Pisapia, c’è il grosso della classe dirigente di Mdp (Bersani in testa), disposti a «dialogare col Pd, ma su un programma di discontinuità rispetto a quanto fatto finora e Renzi non può esserne il testimonial», dice proprio Bersani.

E RENZI? Ieri sera, ospite di Otto e mezzo, il segretario del Pd risponde tranchant, forse persino troppo: «Il primo luglio ho l’assemblea dei circoli del Pd e se mi riesce vado al concerto di Vasco. Comunque non sono invitato perché sono di un altro partito politico. Spero che Pisapia faccia un buon lavoro, ma contano i contenuti». Ed è sui contenuti che Renzi si domanda: «Che si fa sulle tasse, sul jobs act, sull’Europa? La posizione è quella del governo Monti o del governo dei ‘mille giorni?’» (cioè il suo). Renzi, al di là della pregiudiziale anti-D’Alema (peraltro reciproca) l’alleanza vuole farla e pensa che si farà («mi sembra che siano di più le cose che ci uniscono, se devi guardare qual è lo schema di gioco è più facile che il centrosinistra stia insieme»), ma vuole che il dialogo sia proficuo, oltre che legittimante per entrambi. Nel Pd, in ogni caso, confidano che Pisapia, quando si renderà conto che l’attuale legge elettorale non verrà cambiata, scenderà a più miti consigli: «la soglia dell’8% – spiegano – al Senato senza di noi non la passa e superare solo quella del 3% alla Camera vuol dire condannarsi all’irrilevanza politica».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 10 di Quotidiano Nazionale il 15 giugno 2017