La norma salva Verdini è una bufala. Non salva né lui né Alfano ma solo peones. Il bizzarro mondo degli eletti all’Estero

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Il senatore Denis Verdini, leader di Ala

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Il Rosatellum si porta con sé il cambiamento delle norme per gli eletti all’Estero non nel senso che cambia il sistema di elezione, che resta un proporzionale puro che si basa sulle preferenze, ma nel senso che cambia la possibilità che ora avranno anche i cittadini italiani residenti in Italia, e non solo quelli residenti all’Estero, di potersi candidare nelle cinque circoscrizioni estere (America del Sud, del Nord, Europa, Africa-Asia-Oceania). Vuol dire che non solo gli iscritti nel registro degli italiani residenti all’Estero (L’Aire in sigla) potranno candidarsi ed essere eletti nei 12 collegi della Camera e nei 6 del Senato, ma anche cittadini italiani che hanno la residenza in Italia e che, magari, lavorano all’Estero. L’esempio più classico è quello di personalità illustri nel campo della scienza (ricercatori, scienziati, astronauti) o della cultura (professori universitari, scrittori, attori, artisti, etc.) che hanno ancora radici nel nostro Paese ma ormai vivono nel loro Altrove. Al di là del fatto che la ormai nota legge Tremaglia (ex senatore di An, da anni defunto) che ha istituito in Italia il sistema e i collegi degli eletti all’Estero non ha mai dato buona prova di sé producendo, di fatto, solo emeriti sconosciuti in gita gratis nei Palazzi italici, macchiette ormai immortali (Razzi), campioni del trasformismo (Pallaro e molti altri), malavitosi matricolati (De Gregorio), oltre che transfughi di ogni schieramento (tutti i citati messi assieme più molti altri), la legge c’è, resterà (c’è in tutti i Paesi europei) perché i voti dei tre milioni e mezzo di italiani residenti all’Estero fanno gola a tutti.  Tanto vale, dunque, cercare di scriverla al meglio, affinarla, evitare buchi ed equivoci.
Ma di una tale – semplice e peraltro sacrosanta – norma, ieri, si è parlato molto perché è stata ribattezzata, dalle opposizioni (M5S, soprattutto, ma anche Mdp) ‘salva-Verdini’. Peccato che non servirà comunque a salvare il senatore Denis Verdini e che, soprattutto, fa sapere ai giornalisti lo stesso Verdini, “io non la userò mai perché non mi candiderò alle prossime elezioni politiche né in Italia né, tantomeno, all’estero”. Il ‘caso’ scoppia in mattinata quando giornali che conducono, di fatto, una forsennata campagna di stampa contro la nuova legge elettorale, il Rosatellum, e – da tempo – contro il ‘connubio’ Renzi-Berrlusconi (con Verdini come onesto sensale dell’innamoramento e del patto tra i due), Il Fatto quotidiano e Repubblica, pubblicano il presunto scoop. Un emendamento, a prima firma Maurizio Lupi (Ap) e sottoscritto dal Pd, avrebbe ‘congeniato’ un testo ad hoc per aiutare Verdini, sotto processo per diversi reati in Italia, a sfuggire alla giustizia: è il comma 2, lettera B, dell’art. 5 del Rostellum e ieri  è stato votato in via definitiva dall’Aula, peraltro a voto palese (gli artt .4 e 5 non prevedevano voti segreti e, dunque, su di essi non era stata messa la fiducia dal governo). Scandalo, urla dei grillini e di Mpd, accuse violente e vibranti in Aula e fuori, in piazza: “Che schifo!! Avete salvato Verdini!”.  Poi, dopo l’intervento in Aula della deputata – molto amica di Verdini – Daniela Santanché (FI, ieri Pdl, berlusconiana di ferro) che in pratica ha dato dei cretini a grillini e Mdp (“Non avete capito nulla, Verdini non c’entra, quella norma è fatta per salvare Alfano!”), i sospetti e gli strali delle opposizioni si sono rivolti contro l’attuale ministro degli Esteri e leader di Ap (Lupi, presentatore dell’emendamento, è il capogruppo del suo partito).  Alfano, considerato un ‘appestato’ da Berlusconi, che non lo rivuole con sé, anche perché Salvini rischia di rompere l’alleanza di centrodestra solo se ne scorgesse il nome sulla scheda, ma anche nel centrosinistra, dove dei moderati vogliono i voti ma non le facce, sarebbe dunque catapultato in una circoscrizione Estero per farsi eleggere lì senza clamori, lontano dai riflettori. Peccato che anche questa ricostruzione sia del tutto falsa.
Ma cosa prevede la norma? “Un banale principio di reciprocità –spiega il relatore della legge, Emanuele Fiano (Pd) – in base al quale, a differenza delle norme previste finora, i cittadini italiani residenti in Italia potranno essere eletti all’Estero e i cittadini italiani residenti all’Estero potranno esserlo in patria. Inoltre, per Verdini – continua Fiano – come per qualsiasi cittadino italiano residente in Italia valgono sempre le norme della legge Severino”. Traduzione: un condannato, anche solo in primo grado di giudizio, diventa automaticamente incandidabile o, se viene eletto, decade come fu per Berlusconi perché è sempre la Camera di appartenenza a decidere, non certo gli italiani all’Estero.
Dove nasce, allora, lo scandalo? Da una senatrice eletta in Sud America e iscritta al gruppo del Pd Renata Bueno: ha sollevato il polverone perché la norma, nella sua prima versione, riduceva da 10 a 5 gli anni previsti per potersi candidare alle Politiche italiane in una circoscrizione all’Estero “qualora si sia ricoperta una carica di consigliere comunale negli anni precedenti al voto”. La norma, più che ‘salva-Verdini’, era cioè una norma ‘ammazza-Bueno’ (e anche ‘ammazza-Zin’, un altro eletto all’Estero iscritto al Pd): i due parlamentari, infatti, non si sarebbero potuti ricandidare perché sono stati entrambi consiglieri comunali in Italia negli ultimi dieci anni (non si capisce poi come, essendo eletti e residenti all’Estero…). Ma la ‘sanatoria’ delle loro posizioni periclitanti è stata fatta in Aula: il comitato dei Nove ha riportato da 10 a 5 il limite stabilito. Dunque, con Bueno (e Zin) accontentati e Verdini che non si candida (così dice lui), nulla quaestio? Dipende. Come si è detto,i partiti i voti (e i seggi) degli eletti all’Estero fanno gola, ma nelle circoscrizioni Estere, risultano sempre e solo eletti peones che viaggiano a colpi di 50-60 mila preferenze. Perché tanti sono i voti che servono per essere eletti all’Estero. Voti che nessun big italiano avrà mai. Non solo, ovviamente, né Verdini né Alfano, ma anche leader come Grillo, Renzi, Berlusconi, in una qualasiasi circoscrizione
NB: L’articolo è pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 13 ottobre 2017
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NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere

Scrivo a sole poche ore dal deposito del nuovo testo di legge elettorale alla Camera dei Deputati, quindi chiedo da subito venia per qualche possibile errore o omissione. Ps. Grazie al professor Stefano Ceccanti per le sue considerazioni prese dal suo blog. 

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Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Che cos’è il ‘Mattarellum rovesciato’ o ‘Rosatellum 2.0’.

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Emanuele Fiano, ha presentato oggi in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (che, ricordiamolo, prevedeva il 75% di collegi maggioritari e il 25% di recupero proporzionale con il meccanismo dello scorporo): in questo caso il 64% dei seggi viene attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico. Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni tra partiti diversi, ma non l’indicazione del capo della coalizione. Il nuovo sistema viene anche chiamato “Rosatellum bis” o ‘2.0’ dal nome del capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, che – prima del fallimento del ‘sistema tedesco’ puro in Aula a giugno – aveva presentato un sistema elettorale metà maggioritario e metà proporzionale (50% e 50%) che era stato chiamato ‘Rosatellum’. Identico testo è stato depositato dal Pd anche al Senato, dove però l’esame della legge elettorale arriverà solo in seconda lettura.

I principali e peculiari elementi del nuovo sistema elettorale.

Si tratta, in via generale, di un sistema elettorale proporzionale (al 64% dell’attribuzione dei seggi di entrambe le Camere) con una robusta correzione di maggioritario (36%) che funge, di fatto, come una sorta di premio di maggioranza ‘mascherato’. Chi strappa più collegi, cioè, aumenta – se da solo o, ancora meglio, se in coalizione – i suoi seggi in Parlamento rispetto ai voti che prende, con metodo proporzionale, nei collegi plurinominali. Infatti, le coalizioni non solo sono ammesse, ma incentivate: per vincere più collegi possibili (231 alla Camera, 102 al Senato) è meglio allearsi tra più partiti che sostengono il singolo candidato perché, nei collegi uninominali, ‘il primo che arriva prende tutto’. Il voto al candidato di collegio può avere, dunque, un effetto di trascinamento sulla parte proporzionale perché il voto e il candidato saranno i più visibili. Resta il problema delle liste corte (così vuole la Consulta perché siano riconoscibili i candidati) ma bloccate. I leader e maggiorenti dei vari partiti imporranno quindi le loro scelte e decisioni per il 64% dei seggi di Camera e Senato. La soglia di sbarramento per i singoli partiti è bassa (3%) mentre per le coalizioni è più alta (10%) ma non impossibile da ottenere. In ogni caso, solo una coalizione che ottenga più del 35-37% nella parte proporzionale (almeno 250 deputati e 100 senatori) e riesca a strappare più di 100 collegi alla Camera e più di 50 al Senato può sperare di avere discrete chanches di godere di una maggioranza parlamentare omogena in entrambi i rami del Parlamento. Allo stato attuale dei sondaggi, solo il centrodestra potrebbe riuscirci. Per una valutazione più sistemica rimando alle parole del professore Stefano Ceccanti tratte dal suo blog: “Dal punto di vista della rappresentanza il sistema sarebbe  decisamente migliorativo perché adotterebbe le soluzioni europee (liste bloccate corte e collegi uninominali maggioritari) invece dell’anomalia italiana, tra le grandi democrazie, del voto di preferenza. Dal punto di vista della governabilità quasi nulla cambierebbe, nel senso che se le opzioni degli elettori restano frammentate, senza una lista o coalizione che superi il 40%, dalle urne non uscirà nessun vincitore e si cercherà di comporre difficili coalizioni post-elettorali con ruolo rilevante della Presidenza della Repubblica. Vi è solo una piccola differenza, nel senso che si inserisce un limitato correttivo maggioritario legato ai collegi, mentre nelle leggi vigenti la disproporzionalità era solo dovuta allo sbarramento e alla soglia del 40%, difficilmente raggiungibile, per accedere al premio Camera”.

Camera e Senato: la definizione di circoscrizioni e collegi

La Camera dei Deputati (630 seggi) è divisa in 28 circoscrizioni (pari alle 20 regioni ma con le regioni più grandi ‘spacchettate’ in più circoscrizioni), 231 collegi uninominali (compresi i sei collegi uninominali del Trentino Alto-Adige), 386 collegi plurinominali, i 12 collegi per i deputati eletti all’Estero con metodo proporzionale e un collegio uninominale singolo per la Valle d’Aosta. Il Senato (315 seggi elettivi, il resto sono senatori a vita, oggi cinque) conta 20 circoscrizioni (pari alle 20 regioni), 102 collegi uninominali (più uno del Molise, uno della Valle d’Aosta e i cinque del Trentino, totale 109), 206 collegi plurinominali e i 6 collegi dei senatori eletti all’Estero (con metodo proporzionale).

Nei 232 collegi uninominali della Camera (225 in 18 regioni, 1 in Val d’Aosta e 6 in Trentino Alto Adige) è eletto il candidato che arriva primo. 12 deputati sono eletti come sempre nei collegi esteri con metodo perfettamente proporzionale. I restanti 386 seggi  sono attribuiti con la proporzionale, metodo del quoziente intero e più alti resti: gli sbarramenti sono del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste, nonché del 20% regionale (o due collegi vinti) per le liste delle minoranze linguistiche. 

Al Senato i collegi saranno, quindi, in totale 109 (102 in 18 regioni, compreso quello del Molise, 1 in Val d’Aosta e 6 in Trentino Alto Adige). 6 sono gli eletti all’estero. I restanti 206 sono eletti con la proporzionale seguendo lo stesso metodo della Camera.

L’articolo 1 della proposta di legge Fiano si riferisce alla Camera dei Deputati, l’articolo 2 al Senato, l’art. 3 delega al governo per il ritaglio di collegi e circoscrizioni.

Sbarramento al 3% per le liste, al 10% per coalizioni nazionali

Lo sbarramento nazionale per ogni lista è fissato al 3% dei voti sia alla Camera che al Senato. E’ possibile formare delle coalizioni tra partiti ma queste dovranno avere carattere nazionale: non ci si può alleare, cioè, tra partiti diversi in regioni diverse né, tantomeno, in collegi e in circoscrizioni plurinominali diverse. Le coalizioni devono superare uno sbarramento nazionale del 10% e, altro particolare importante, per le coalizioni “non vengono computati i voti dei partiti che non hanno superato l’1% dei voti”, il che vuol dire che i voti sotto l’1% sono persi sia per una lista (che deve comunque superare il 3%) sia per la coalizione (10%). I partiti in coalizione “devono presentare candidati unitari nei collegi uninominali” e l’elettore non può votare partiti in coalizioni diverse.

La scheda elettorale: le quote di genere.

La scheda elettorale è unica. Non è ammesso il voto disgiunto (cioè votare per un candidato di un partito o coalizione e il partito o coalizione che sostiene un altro candidato sempre nel collegio). Non è possibile lo scorporo (scorporare dalla parte maggioritaria la quota proporzionale come era invece possibile nel Mattarellum) e sono rispettate le quote di genere nei collegi come nei listini: nessun genere può superare il 60% nella composizione delle liste.

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La scheda elettorale: come è fatta.

La scheda elettorale prevede due tipi di voto in un’unica scheda. Da un lato si vota il candidato nel collegio uninominale, che può essere sostenuto da uno o più partiti (sono ammesse le coalizioni), sotto il suo nome figurano il partito o i partiti che lo sostengono con uno o più simboli per individuarli. Accanto al simbolo del partito che sostiene il candidato nel collegio compariranno i nomi dei candidati nei collegi plurinominali eletti con il proporzionale. I listini saranno corti e bloccati: il numero dei candidati non può essere inferiore a due e superiore a quattro. Ci si potrà candidare al massimo in tre listini proporzionali diversi (le multi-candidature) e un candidato di un collegio potrà essere presente in non più di tre diversi listini proporzionali, ma potrà evidentemente optare per il listino, dove viene di fatto ‘paracadutato’, solo se perde il collegio. Infatti, essendo il collegio uninominale maggioritario se il candidato di un partito o coalizione vince il collegio terrà quello.

La scheda elettorale: come si vota.

Il voto al candidato nel collegio uninominale e al partito vale ‘doppio’: vale cioè come voto al candidato nel collegio e al partito. Il voto solo al partito di una coalizione vale automaticamente come voto al candidato nel collegio di quel partito o coalizione. Il voto solo al candidato del collegio dovrebbe non finire non attribuito ma estendersi, in modo proporzionale, rispetto al partito o ai partiti che lo sostengono in quel collegio, per impedire che quello stesso voto si disperda ma questo punto è ancora oggetto di discussione tra i partiti.

“L’elettore – scrive sempre il professor Ceccanti – dà dunque  un voto unico che vale per una lista proporzionale bloccata corta in una circoscrizione plurinominale e per il candidato nel collegio uninominale. Se più liste sono collegate in una coalizione ad un medesimo candidato uninominale e l’elettore vota solo il candidato nel collegio, i voti così espressi sono spalmati pro quota tra le liste proporzionali secondo le opzioni già espresse dagli altri elettori (ad es. se 9 elettori votano solo il candidato e ci sono due liste collegate, di cui la prima col doppio dei voti della seconda, 6 voti si spalmano sulla prima e 3 sulla seconda). Le coalizioni devono essere omogenee sul piano nazionale”.

I possibili tempi di approvazione della nuova legge elettorale

Dopo la presa in visione, oggi, del nuovo testo base della legge elettorale, Mazziotti, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, ha fissato a martedì prossimo 26 settembre le prime votazioni del testo base in commissione e a al giorno dopo il termine per la presentazione degli emendamenti. Impossibile, dunque, che il provvedimento approdi in aula il 29 settembre, come stabilito dall’ultima conferenza dei capigruppo. Mazziotti ha spiegato che la maggior parte dei gruppi avrebbe chiesto che il testo vada in Aula il 4 ottobre, perché se è vero che ci sarà comunque il contingentamento dei tempi (cioè la possibilità di votare il testo in modo spedito in Aula), un eventuale suo slittamento potrebbe “incrociarsi” con la sessione di bilancio che inizia il 15 ottobre, ma il cui iter partirà stavolta dal Senato. Dunque, la legge elettorale – se non succederà nulla, cioè se non verrà affossata dai voti segreti (previsti e possibili alla Camera, preclusi invece, in materia elettorale, al Senato) – potrebbe vedere la luce, alla Camera, entro il 15 ottobre e passare poi al Senato, una volta che questi abbia esaurito la prima lettura della Legge di Stabilità. In sostanza, se tutto andasse bene, e anche se la Camera dovesse riprendere in mano il testo in seconda lettura a seguito di eventuali modifiche del Senato, la legge potrebbe essere varata tra novembre e dicembre, di fatto in coincidenza della sessione di bilancio. Un azzardo, certo, che l’ultima volta che è stato tentato, sulla legge elettorale, a giugno, è subito naufragato, alla Camera. Presto si vedrà se anche questa legge elettorale finirà al macero o se, invece, diventerà il nuovo modo con cui gli italiani voteranno.

Chi appoggia il testo, in Parlamento, e chi no.

Il testo base della nuova legge elettorale è presentato dal Pd (Fiano) alla Camera e dal renziano Marcucci al Senato: gode quindi dei favori della maggioranza del partito di Renzi. Le minoranze (Orlando e Emiliano) si sono espresse, cautamente per ora, ma sostanzialmente a favore di questa nuova legge elettorale. Forza Italia ha detto sì, seppure tra qualche mal di pancia, specie degli azzurri del Sud, a rischio nei collegi di elezione. La Lega si è da subito detta a favore. Fratelli d’Italia è contro perché ritiene il disegno di legge “a favore dei nominati”, ma non farà le barricate. L’M5S è contro e ritiene questo tentativo un “Imbrogliellum”. Mdp è ferocemente contraria, Sinistra italiana un po’ meno, Campo progressista di Pisapia ha espresso critiche non feroci. Alternativa popolare di Alfano è a favore e così Ala di Verdini. Altri gruppi minori che stanno nel gruppo Misto (Psi, etc.) pure. E’ troppo presto per dire a chi convenga la nuova legge elettorale, ma di certo penalizzerebbe i Cinquestelle (che non si coalizzano con nessuno e sono deboli, come singoli candidati, nei collegi), la ricomposizione di una sinistra-sinistra forte e larga (la soglia al 3% non incentiva le sommatorie della galassia della sinistra), ma anche partiti piccoli o piccolissimi non coalizzabili e che, da soli, non possono pensare di superare il 3% (Ap di Alfano, per dire, rischia molto se non riesce a entrare in coalizione col Pd o con Fi). Invece, questa legge può favorire, ma non eccessivamente, il Pd (sempre che riesca a fare una coalizione con soggetti centristi da un lato e di sinistra dall’altro), specie se piazza buoni e competitivi candidati al Centro e al Sud, e può favorire fortemente il centrodestra che, non più obbligato a fare un ‘listone’ unico, può differenziare la sua proposta politica nella parte proporzionale (FI, Lega, Fd’It, Federazione delle Libertà, altri soggetti neocentristi) e presentare candidati forti di consenso sia al Nord che al Sud.

NB: Questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 21 settembre 2017. 

Ultima ora. Le novità del ‘Tedeschellum’. Meno collegi, ma dalla vittoria sicura. Via i capolista bloccati, no al voto disgiunto

 

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

La legge elettorale in via di approvazione nella I commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati è un vero work in progress e il sistema indicato – una sorta di ‘ital-tedesco’ o ‘Tedeschellum’ . cambia volto di ora in ora. Per un inquadramento generale della legge proposta (emendamento Fiano), dei paragoni con il ‘vero’ sistema tedesco e dei tempi verso un possibile voto anticipato rimandiamo a articoli precedenti  (NEW! Cos’è il ‘Tedeschellum’ e come funziona, le modifiche in discussione. Ma anche cos’è il ‘vero’ sistema tedesco e la corsa verso il voto anticipato. Un dossier sulla nuova legge elettorale sempre reperibile sul mio blog http://www.ettorecolombo.com ).

No alle preferenze, no al voto disgiunto in unica scheda, no a schede distinte per votare i candidati nei collegi e nella quota proporzionale, via i capolista bloccati, meno collegi uninominali ma dall’attribuzione sicura e che non saranno secondi a nessuno, tantomeno ai capolista bloccati e la cui vittoria sancirà in ogni caso l’elezione. L’accordo Pd-M5s-Fi-Lega regge alla prova di voti in commissione Affari costituzionali della Camera e blinda i contenuti del nuovo “Germanichellum”. In commissione sono stati respinti uno via l’altro tutti gli emendamenti più qualificanti presentati da centristi, Mdp, Si, Fdi per correggere l’intesa raggiunta fra le quattro principali forze parlamentari. “M5s – ha messo in particolare agli atti prima del voto contrario sul voto disgiunto Danilo Toninelli- è a favore del voto disgiunto. Ma tiene conto e rispetta gli equilibri politici necessari per realizzare la riforma elettorale”.

Il nuovo numero dei collegi: saranno meno, ma dalla sicura elezione.

Sempre con i voti di Pd-M5s-Fi-Lega la commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato l’emendamento Pd a prima firma Alan Ferrari (FI) che fissa il rapporto fra proporzionale e maggioritario in 60%-40% a favore della quota proporzionale. L’emendamento riduce infatti, per la Camera, da 303 a 225 (-78) i collegi uninominali (a cui vanno aggiunti quello della Val d’Aosta e gli otto del Trentino Alto Adige già previsti nella prima versione per un totale di 234) che saranno assegnati con il maggioritario, facendoli coincidere con quelli stabiliti dalla legge Mattarella per il Senato, mentre i collegi assegnati coi listini bloccati diventano 381 (+78(. D’altra parte, i collegi uninominali del Senato passano da 151 a 112 (-38), quindi i collegi assegnati con i listini bloccati passano da 150 a 188 (+38). L’emendamento fissa anche in 28 il numero delle circoscrizioni elettorali proporzionali: inizialmente erano 26, poi diventate 29 (vuol dire che la Lombardia ne ha 4, Piemonte, Veneto, Lazio e Sicilia 2). Contro hanno votato Ap, Mdp, Fdi, Civici e Innovatori. I candidati dei listini proporzionali potranno essere dai 2 ai 6 per ogni circoscrizione e non ci si potrà presentare in più di un collegio unimoninale e un listino.

Il motivo della diminuzione dei collegi deriva dalla necessità di superare il problema dei collegi sovranumerari (un vincitore di un collegio potrebbe non essere eletto). A favore dell’emendamento hanno votato Pd, Fi, M5s e Lega mentre contro si sono espressi Mdp, Ap, Des-Cd, Ci, Direzione Italia e Alternativa Libera. Questi ultimi si sono in particolare scagliati sul fatto che l’emendamento definisce i collegi uninominali. L’emendamento Ferrari, infatti, da una delega al governo di ben 12 mesi per disegnare i collegi (la delega in genere è di 30-45 giorni), ma come norma di chiusura prescrive che se si va a votare prima della definizione dei nuovi collegi, si adottano quelli usati per il Senato con il Mattarellum tra il 1994 e il 2001. I piccoli partiti sottolineano che questi collegi furono disegnati nel 1993, sulla base del censimento del 1991, con dati demografici diversi dagli attuali. L’emendamento Ferrari non tocca invece i collegi uninominali maggioritari di Valle d’Aosta (1) e Trentino Alto Adige (8 più tre seggi di recupero proporzionale).

In pratica, se un partito – il Pd, mettiamo – ha diritto, in una circoscrizione, a 20 seggi, nella versione iniziale scattava per primo il capolista bloccato, dopo i vincitori dei collegi, dopo si pescava nel listino, infine tra i migliori perdenti dei collegi  causando il rischio che un vincente in un collegio perdesse il posto a scapito del primo del listino. Ora, invece, scattano prima tutti i vincitori dei collegi e solo una volta esauriti questi si pesca nei listini bloccati collegati, rispetto ai quali di segue l’ordine di presentazione (da due a sei nomi massimo per circoscrizione). 

La legge elettorale fa dunque un deciso balzo in avanti verso l’approvazione di un testo largamente condiviso, ma rimane aperto il fronte polemico. “Sulla definizione dei collegi uninominali si rischia l’imbroglio”, ha tuonato il deputato e capogruppo di Ap in commissione Affari costituzionali, Dore Misuraca, “la proposta del relatore prende come modello, infatti, quanto previsto dal Mattarellum del 1993, i cui collegi furono definiti sulla base del censimento del 1991. Ovvero ventisei anni fa. Nel frattempo si sono svolti due nuovi censimenti, nel 2001 e nel 2011, che hanno determinato forti cambiamenti demografici, specie in alcuni territori. Rischia di essere falsata tutta la competizione”.

Ripetita iuvant. Come funziona il sistema tedesco “all’italiana”. 

Il sistema studiato dal relatore Fiano (FI) per dar seguito all’intesa politica sul modello tedesco tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord è un sistema elettorale che ha molte differenze con il sistema elettorale usato in Germania.

È un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. La ripartizione dei seggi tra le forze politiche avviene su base nazionale per la Camera e su base regionale al Senato, come richiesto dalla Costituzione. Ma sia per Montecitorio che per Palazzo Madama l’esclusione delle liste dal riparto dei seggi è fatta a livello nazionale.

E fino a qui il ‘germanichellum’ è un semplice sistema proporzionale simile a quello della  Germania. Le differenze con il sistema tedesco arrivano quando si tratta di scegliere i singoli deputati o senatori eletti.

In ogni collegio ci saranno i candidati uninominali e in ogni circoscrizione (che raccoglie decine di collegi, in proporzione alla popolazione) i listini bloccati ma corti (2-6 nomi).

Nel sistema tedesco, i candidati dell’uninominale hanno il posto garantito in Parlamento, a prescindere dal voto della parte proporzionale. Per garantirlo, il Bundestag non ha un numero fisso di deputati, ma può variare di qualche unità (cd. seggi ‘sovranumerari’).

In Italia invece il numero di parlamentari è fissato dalla Costituzione, quindi si è dovuto trovare un meccanismo per contemperare le due esigenze.

Prima dell’accordo raggiunto oggi, i candidati ‘vincenti’ nei collegi uninominali entravano in competizione tra di loro per formare una lista – dal più votato al meno votato – da cui erano scelti il numero di parlamentari a cui quel partito aveva diritto. L’effetto di questo sistema è che i vincitori di alcuni collegi uninominalo potevano essere esclusi dal Parlamento, di fatto togliendo senso al sistema dei collegi uninominali, perché su tutti loro aveva garantita la priorità di elezione il capolista del listino bloccato.

Secondo l’intesa raggiunta oggi questo problema viene risolto riducendo il numero di collegi uninominali per evitare questo effetto distorsivo sull’uninominale e al tempo stesso togliendo al capolista del listino la priorità di elezione. Per fare questo, però, il numero dei collegi uninominali diminuisce e il numero degli eletti nei listini cresce…

L’altra grande differenza con il sistema tedesco è il divieto di voto disgiunto, ovvero la possibilità di scegliere un candidato nel collegio uninominale diverso dal partito scelto per la parte proporzionale. In Germania è consentito ed è un elemento che dà valore maggioritario ai collegi uninominali, mentre in Italia sarà escluso, depotenziando le possibilità di scelta dell’elettore. Secondo i critici, in questo modo si rafforza il potere dei partiti e in particolare di quelli più grandi, che possono contare sull’effetto ‘voto utile’.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 4 giugno 2017. 

 

NEW! Cos’è il ‘Tedeschellum’ e come funziona, le modifiche in discussione. Ma anche cos’è il ‘vero’ sistema tedesco e la corsa verso il voto anticipato. Un dossier sulla nuova legge elettorale

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La cancelliera tedesca Angela Merkel

Proponiamo qui una rapida spiegazione del sistema elettorale che sta per adottare il Parlamento italiano (un ‘simil-tedesco’), una disanima del sistema tedesco vero e proprio, l’analisi dell’iter di approvazione della legge elettorale in corso di esame da parte del Parlamento. Ringrazio il prof. Stefano Ceccanti e l’onorevole Dario Parrini (Pd) per i consigli e le spiegazioni che mi hanno consentito di scrivere tale testo. 

NB; il testo è in via di definizione, qui vengono di volta in volta spiegate le modifiche.

A) Il sistema tedesco ma ‘all’italiana’. Un proporzionale semi-puro, tagliola al 5%

I tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) stanno per convergere su un sistema di riforma elettorale che i media – e i partiti stessi – chiamano, per comodità, ‘sistema tedesco’. In realtà, il ‘Tedeschellum’ o ‘Germanicum’ all’italiana presenta sottili, ma significative, differenze rispetto al sistema elettorale in vigore in Germania (nella RFT dal 1949, con lo sbarramento al 5% dal 1953, nella Germania unita dal 1990). In sostanza si può definire un sistema proporzionale ‘semi-puro’. con sbarramento al 5%.

Dal punto di vista tecnico, una volta trovato l’accordo su un sistema elettorale tedesco, il relatore del nuovo testo, in I commissione Affari costituzionali della Camera, Emanuele Fiano (Pd) ha presentato il testo dell’emendamento che trasforma il Rosatellum (che era stato adottato come testo base) per farlo somigliare al modello usato in Germania. Ma lo fa solo in parte e con due differenze sostanziali: scompare il voto disgiunto e i candidati dei collegi uninominali passano quasi sempre in secondo piano rispetto ai capolista bloccati.

Vedremo più avanti se e come gli eletti scattano nei collegi e/o nella parte proporzionale, e in quale ordine, trattandosi di un sistema per metà fatto di collegi uninominali (50%) e per metà (50%) di liste bloccate corte (da 2 a un massimo di 6 nomi) presenti in circoscrizioni pluriprovinciali, ma va chiarito subito ciò che conta, per ogni lista, è il risultato ottenuto a livello nazionale nella parte proporzionale, una volta superata la quota del 5%.

E’ tale risultato  a determinare il numero dei seggi da attribuire alla lista con una sola clausola ostativa, appunto: la soglia di sbarramento, sempre nazionale, fissata al 5%. Sotto tale soglia non si ha diritto a seggi. Anche se formalmente il riparto è fatto a livello circoscrizionale alla Camera e a livello regionale al Senato, vale il computo nazionale. Dunque, in Italia, una lista potrebbe arrivare a prendere da un minimo di 1 milione 700 mila a un massimo di 1 900 mila elettori senza entrare in Parlamento. I voti dispersi, però, non vengono persi del tutto: vengono ripartiti, in seggi, alle liste e/o partiti che superano la soglia di sbarramento (5%). In pratica, un partito che prende il 40% dei voti può arrivare a sfiorare il 50% dei seggi se il numero di voti validi non attribuibili a nessuna lista che rimane sotto il 5% superasse, in totale, il 20% dei suffragi perché sarebbe come calcolare il proprio 40% sull’80% dei votanti e non sul 100% (-20%).

  1. Il calcolo dei seggi.

Il calcolo dei seggi avviene, come si diceva, a livello nazionale come pure il superamento della soglia di accesso (5%). Il quoziente scelto è quello dei “quozienti interi e dei più alti resti” (metodo Hare): in sostanza, una volta superata la soglia di sbarramento (5%), il metodo non penalizza le forze piccole, ma anzi le agevola. Se invece fosse stato fatto con il metodo d’Hondt, che agisce sulle circoscrizioni, avrebbe favorito i partiti più grandi.

2. Collegi e circoscrizioni elettorali.

L’Italia viene divisa in 27 circoscrizioni pluri-provinciali alla Camera (26 più un collegio uninominale, la Val d’Aosta) e 20 circoscrizioni regionali al Senato (19 più la Val d’Aosta). La Camera assegna 606 seggi (e non 630 perché vanno sottratti i 12 collegi della circoscrizioni Estero, 11 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno di Val d’Aosta) che vengono così ripartiti: 303 collegi uninominali e 303 su liste bloccate corte composte da due a un massimo di sei nomi. Il Senato assegna 301 seggi (e non 315 perché vanno sottratti i sei seggi delle circoscrizioni Estero, sette collegi uninominali del Trentino e uno della Val d’Aosta) così ripartiti: 150 eletti nei collegi, 151 nelle liste bloccate corte. Nei 18 collegi delle circoscrizioni Estero (12 Camera e 6 Senato) i seggi vengono attribuiti con metodo proporzionale senza soglia di sbarramento. Negli 11 collegi uninominali del Trentino (8 collegi uninominali all’inglese e tre di recupero proporzionale) Camera e nei 7 collegi uninominali del Trentino Senato (5 collegi uninominali all’inglese e 2 di recupero proporzionale), come pure nei due seggi uninominali (uno Camera e uno Senato) della Val d’Aosta rimangono valide le regole introdotte con il Mattarellum nel 1994: si tratta di collegi uninominali secchi all’inglese con recupero proporzionale per il 25% e una soglia di sbarramento che, di fatto, è intorno al 20%.

3. La scheda elettorale.

La scheda elettorale è unica, il voto disgiunto (la possibilità per un elettore di votare un candidato uninominale e un simbolo di lista diverso nei collegi plurinominali) è vietato, ma la norma potrebbe essere modificata. Il voto a un candidato del collegio ‘trascina’ il voto alla lista (e viceversa). Si vota tracciando un segno nel rettangolo che li comprende. Il doppio segno (collegio e lista) è valido. Ci si può candidare fino a un massimo di un collegio uninominale e tre collegi circoscrizionali (cioè del listino bloccato). Questa norma, come vedremo, potrebbe cadere nella discussione parlamentare su richiesta avanzata dai 5 Stelle. 

Ad ogni simbolo di partito è dunque associato il nome del candidato in quel collegio e i nomi del listino bloccato (da due a 6 candidati) di quella circoscrizione elettorale.
È previsto espressamente che in caso di doppio segno su un candidato e sulla lista corrispondente il voto rimanga valido. Questa norma difficilmente verrà modificata.

4. Il metodo di scelta degli eletti.

Come dicevamo, i voti per i partiti (liste) vengono conteggiati in un unica sede, nazionale, e vengono ammesse al riparto dei seggi solo le liste che hanno superato la soglia del 5% dei voti, con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche (Trentino e Valle d’Aosta) per le quali la soglia è al 20% nella regione di riferimento. La soglia di sbarramento, fissata al 5%; è la stessa sia alla Camera che al Senato.

Solo a  questo punto vengono calcolati i seggi spettanti ai singoli partiti, calcolo che viene fatto a livello nazionale per la Camera e a livello regionale/circoscrizionale al Senato. Questa differenza è necessaria perché secondo la Costituzione il Senato deve essere eletto su base regionale.

La differenza di calcolo può causare leggere differenze nella rappresentazione dei partiti tra Camera e Senato, ma non distorcendo la rappresentatività come avveniva con il premio di maggioranza su base regionale che assegnava, ad esempio, il Porcellum.

Una volta scesi nelle singole regioni/circoscrizioni verranno scelti gli eletti, fondendo il sistema proporzionale con quello uninominale.

E’ qui che, appunto, le cose si complicano e differiscono di molto dal sistema elettorale tedesco dove, come vedremo, il numero dei seggi del Bundestag, la Camera elettiva, è variabile (vengono detti seggi ‘sovranumerari’) perché bisogna garantire,, per primo, a tutti gli eletti nei collegi la possibilità di entrare nella Camera bassa. In Italia ciò non è possibile: il numero di seggi (630 alla Camera, 315 al Senato, esclusi i senatori a vita) è fisso, quindi qualcuno ‘deve’ restare fuori dai seggi, a seconda dei voti presi, tra listini bloccati e collegi uninominali pur avendo – mettiamo il caso – vinto nel proprio collegio uninominale.

Il primo eletto è il candidato che, nel suo collegio, ottiene il 50,1% dei voti validi (ma si tratterà di casi rarissimi); scattano poi i capolista bloccati di ogni listino della quota proporzionale; seguono i candidati dei collegi uninominali fino ad esaurimento dei collegi vinti da quella lista, cioè in ordine ai voti ricevuti nella circoscrizione; se restano ancora seggi si torna nel listino circoscrizionale e scattano i candidati successivi al capolista; se ne restano ancora da attribuire si torna ancora nei collegi e si pesca tra i “migliori perdenti” (o i “peggiori vincenti”) dei collegi. Ma attenzione: un partito potrebbe aver diritto a un numero  di seggi minore al numero dei collegi vinti, quindi potrebbe vedere non scattare seggi, dopo il capolista, i primi vincitori dei collegi e i nomi del listino, ai vincitori di altre gare nei collegi che verrebbero esclusi dal computo dei seggi pur avendo vinto nei loro rispettivi collegi.

Non ci si può presentare in più di un collegio uninominale e in tre listini (quota proporzionale) di diverse circoscrizioni. Questa norma potrebbe cadere nel dibattito parlamentare per essere sostituita da una che prevede la possibilità di presentarsi in un solo collegio e in un solo listino circoscrizione. La norma è criticata perché limita, in parte, l’effetto ‘blindatura’ dei seggi per i big cui restano in mano dei buoni paracadute per garantirsi l’elezione nel mix candidatura collegi/listini. In totale, però, il numero dei capolista bloccati (non – si badi bene – del totale dei candidati nelle liste bloccate corte della quota proporzionale: 303 seggi Camera, 151 Senato, quindi la metà di entrambi, 454 eletti) non è alto: 26 eletti alla Camera e 19 al Senato per ogni partito, in totale sono 45 parlamentari.

5. Le norme di genere.

I listini bloccati avranno una rigida alternanza di genere (donna-uomo/uomo-donna), nei collegi nessun genere può superare l’altro per il 60%, quindi almeno il 40% di donne.

6. Un esempio. La Toscana.

Un esempio. La Toscana. Prendiamo la circoscrizione Toscana. Elegge 38 deputati (19 nei collegi e 19 nei listini) e 18 senatori (9 nei collegi, 9 nei listini). Mettiamo che il Pd prenda il 46% dei voti che, per effetto dello sbarramento, diventano il 51% dei seggi. Alla Camera elegge 19 deputati: il primo del collegio con oltre il 40% dei voti, il capolista bloccato, 17 nei collegi. Al Senato il Pd elegge invece 9 senatori: il capolista bloccato e otto collegi. Mdp, alla Camera, prende un deputato perché supera il 5%: non vince nessun collegio, passa il capolista, e il Pd perde un vincente nei collegi per colpa di Mdp oltre il 5%. L’M5S elegge, con il 30%, 10 deputati e 6 senatori, tutti dai listini. FI, col 15%, elegge 5 deputati e 1 senatore (listini). La Lega, con l’8%, elegge 3 deputati e 1 senatore (listini). Se il Pd fa il boom (60%) e vince tutti i collegi (19 Camera e 9 Senato), i posti in più li prende dal suo listino, ma se i posti da assegnare al Pd si assottigliano perché altre liste guadagnano seggi saltano i “peggiori vincenti” dei collegi. Potrebbe accadere, cioè, che – causa il riparto nazionale dei voti e la soglia al 5% – il Pd debba ‘cedere’ uno o più degli eletti nei collegi a un’altra lista: perderebbe un vincente nei collegi mentre i candidati del listino bloccato in quella circoscrizione passerebbero tutti. Si chiama ‘effetto flipper’: non garantisce cioè la vittoria matematica di un candidato che pure ha vinto il collegio, specie se in quella circoscrizione il partito che lo sostiene è forte ma non può superare il tot di seggi che, su base nazionale, quella circoscrizione gli assegna.

7. Il problema dei collegi da disegnare. 

Con una legge così fatta, ci sarà bisogno ovviamente di disegnare non tanto le 26 circoscrizioni regionali della Camera che già esistono del Porcellum (una per ogni regione, due per Lazio, Piemonte, Veneto, Campania e Sicilia, tre per la Lombardia) e le 20 circoscrizioni (equivalenti alle 20 regioni) del Senato quanto i 303 collegi uninominali della Camera e i 150 collegi uninominali del Senato. Solitamente la legge prevede una delega al governo – e, di fatto – al ministero dell’Interno, che si prende 45 giorni di media per il disegno dei collegi – ma i partiti corrono veloci verso le elezioni anticipate in autunno. Per evitare attese, un secondo emendamento Fiano indicano una ‘misura transitoria’ per la quale “in caso di scioglimento delle Camere prima della data di entrata in vigore del decreto” si andrà al voto con i collegi del Mattarellum. Che però sono 475 (e non 303) e non è chiaro come le due cose si possano conciliare. Fiano dovrebbe disegnarli sulla base di un prospetto dell’ufficio studi della Camera che però sta già incontrando riserve e critiche da molti deputati dei vari territori perché accorpa, spesso in modo arbitrario e incoerente, collegi vicini tra loro.

8. Le questioni ancora aperte.

E’ una vera e propria maratona, quella che si sta svolgendo in sede della commissione Affari Costituzionali della Camera sulla legge elettorale: sono sottoposti al voto 780 emendamenti per trasformare il Rosatellum nel tedesco.
La nuova, possibile, intesa tra Pd, Fi, Lega e M5S si basa su tre modifiche: 

  • La riduzione dei collegi della Camera che andranno a coincidere quelli previsti per il Senato dal Mattarellum: 232 alla Camera, compresi Trentino-Alto Adige e Val d’Aosta, e 112 al Senato, disegnati sempre sulla base del vecchio Mattarellum;
  • L’aumento  da 27 a 29 delle circoscrizioni proporzionali per la Camera e dunque la dimunizione delle liste dei candidati nei listini bloccati non più da 2 a 6 ma da 1 a 6;
  • La cancellazione della possibilità di candidature plurime in 3 diverse liste bloccate proporzionali oggi previste: ciascun candidato potrà candidarsi al massimo in un collegio e in una lista.

Non è passata invece la linea proposta in numerosi emendamenti di introdurre le preferenze, di doppia scheda e di voto disgiunto, di superamento della priorità di elezioni prevista per il capolista bloccato rispetto ai più votati nei collegi della stessa lista. Ma la riduzione notevole dei collegi operata dal “Tedeschellum” – se passeranno i nuovi emendamenti – realizza di fatto una riduzione assai consistente della possibilità che chi vince la gara uninominale poi non entri in Parlamento perché superato dal capolista del suo partito in quella circoscrizione.

NB: Il testo su cui era stato trovato l’accordo iniziale prevedeva 303 collegi uninominali alla Camera w 151 al Senato, ma essi non sono maggioritari, bensì hanno un riparto proporzionale: un po’ come la vecchia legge del Senato in vigore tra il 1948 e il 1992. Nelle Regioni “monocolore”, dove i candidati di un grande partito vincono in molti collegi, qualcuno di essi potrebbe non risultare eletto: infatti tra i vincitori si fa una graduatoria in base alle percentuale di voto ottenuta. E’ il caso, per esempio, delle Regioni Rosse per il Pd o di alcune Regioni del Sud (Sicilia) per M5s. L’emendamento presentato da Ferrari (Pd)  diminuisce il numero dei collegi della Camera a 232 (225 più 8 di Trentino e Val d’Aosta), quelli del Senato del Mattarellum, e a 112 al Senato, compresi i 6 di Trentino e Val d’Aosta. In tal modo i collegi sarebbero già definiti, e diminuirebbe la possibilità di collegi sopranumerari. Naturalmente questo porterebbe un simmetrico aumento degli eletti con i listini proporzionali Camera, che salirebbero da 303 a 374, e Senato (da 150 a 188) . I partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Pd, M5s, Fi, Lega e Si) stanno trattando una intesa su questo punto.

Gli emendamenti presentati. Ai 417 emendamenti presentati, di cui il più importante è naturalmente proprio l’emendamento Fiano, si sono aggiunti 363 subemendamenti al testo del relatore. I numeri li ha annunciati il presidente della Commissione, Andrea Mazziotti. Grossa parte dei subemendamenti,127, riguardano il nodo cruciale dei collegi uninominali.

Nella formulazione del tedesco proposta da Fiano c’è una clausola che prevede che – se la legislatura dovesse finire prima che il governo abbia ridisegnato i collegi – resterebbero validi quelli del Mattarellum. Una previsione in chiave voto anticipato, ma che sta facendo storcere il naso a molti possibili candidati. Da segnalare l’aumento delle circoscrizioni da 27 a 29 con una circoscrizione in più per la Lombardia e una per il Veneto (a quota 3) mentre Lazio, Sicilia, Campania ne avrebbero due. 

Altro punto molto criticato è quella delle candidature bloccate dei capilista e la possibilità di presentarsi in più collegi. Lo scontro è soprattutto nel Pd, con gli orlandiani pronti a dare battaglia.
Invece, Danilo Toninelli (M5S) dice che “stiamo lavorando per inserire modifiche ben fatte che garantiscano, come in Germania, il seggio al candidato più votato nel collegio, anche senza modificare il numero complessivo dei parlamentari”.

B) Il sistema elettorale tedesco, quello vero della Germania…

  1. Una Camera e non due, seggi variabili e non fissi.

Il sistema elettorale tedesco è un sistema “misto”: vuol dire che mette insieme collegi uninominali maggioritari e un riparto rigidamente proporzionale dei voti a livello nazionale una volta superata la soglia di sbarramento (5%). Tale voto determina gli equilibri del Bundestag, la sola Camera direttamente elettiva del Parlamento tedesco, composta da “almeno” 598 membri, ma ‘aumentabili’. La seconda Camera, il Bundesrat, o Camera delle Regioni, rappresenta i Land : i suoi 69 senatori (a numero fisso) sono eletti, con metodo proporzionale, regione per regione ma in tempi differenti (come gli Stati che formano il Senato Usa). La differenza costituzionale sostanziale è che il Bundestrat non concede o nega la fiducia al governo. Ecco, la prima differenza fondamentale: una sola Camera in Germania, due in Italia (Camera e Senato) che danno la fiducia. Infine, non va dimenticato che in Germania esiste l’istituto della ‘sfiducia costruttiva’ e in Italia no.

2. Due voti, in Germania, invece di uno solo…

In Germania, ogni elettore deve esprimere due voti, chiamati – senza molta fantasia – “primo voto” (erststimme) e “secondo voto” (zweitstimme). L’erststimme (primo voto) è il voto maggioritario e uninominale. In ognuno dei 299 collegi in cui è diviso il territorio nazionale viene eletto solo il candidato più votato, anche solo con la maggioranza relativa. E’ il sistema maggioritario classico, first past the post, che viene usato anche negli Usa o in Gran Bretagna. In soldoni, chi ha più voti, viene eletto. Con il zweitstimme (secondo voto) l’elettore sceglie invece un partito. La percentuale di voti ottenuta nel zweitstimme determina il numero di seggi nel Bundestag a cui quel partito ha diritto. Sono esclusi dal riparto dei voti i partiti che hanno ottenuto meno del 5% di ‘secondi voti’ oppure meno di tre candidati eletti nei collegi uninominali con il ‘primo voto’. In Italia, invece, non vi saranno due schede elettorali, ma una sola: si potrà votare il candidato nel collegio e, in una lista a fianco, i candidati dei partiti nelle rispettive liste circoscrizionali. Due altre significative differenze: in Germania è possibile il voto disgiunto – come avviene per le liste e i candidati sindaci nei comuni sopra i 15 mila abitanti in Italia – cioè si può votare per un partito di una lista del proporzionale e il candidato nel collegio uninominale di un’altra (o viceversa). In Italia non sarà possibile il voto disgiunto: il voto alla lista trascina quello al candidato di collegio (e vale il viceversa).

3. I seggi ‘variabili’ e l’assegnazione dei seggi

Nel riparto della quota proporzionale – che in Germania vengono scelti sulla base di listini bloccati, uno per Land – c’è una complicazione di calcolo: al numero totale di seggi a cui un partito ha diritto vanno sottratti gli eletti con il ‘primo voto’. Proviamo a spiegarci meglio. Il candidato che vince il suo collegio uninominale è automaticamente eletto, ma una lista può ottenere più seggi uninominali di quanti gliene assegna la quota proporzionale: è tale quota che in Germania determina il numero degli eletti. Se, dunque, i vincitori nei collegi uninominali (primo voto) sono di più di quelli che spetterebbero alle liste collegate (secondo voto), ma anche se i vincitori nei collegi hanno corrispondenti seggi nella parte proporzionale (cioè non ‘pescano’ nei listini, aumentando la loro quota di seggi); o se, in base a un riparto proporzionale che deve tener conto dello sbarramento nazionale al 5% (ci torneremo subito), le liste della quota proporzionale hanno diritto a un numero maggiore di seggi. Ecco perché il numero dei deputati del Bundestag è ‘aumentabile’: può passare da quello ‘minimo’ di 598 seggi (299 sono collegi uninominali e 299 su liste bloccate proporzionali) ai 630 dell’attuale legislatura. Il numero dei deputati del Bundestag è ‘variabile’, quello del Parlamento italiano è, per Costituzione, ‘fisso’ (915 totali).

4. Qualche esempio.

Qualche esempio può aiutare a capire meglio la questione. Nel 2013 la Cdu ha ottenuto il 41,5% dei voti, così divisi: 236 seggi nella parte dei collegi maggioritari (primo voto) e 75 seggi nella quota proporzionale. Il totale è 311 seggi, ma con il 41,5% dei voti la Cdu ha ottenuto il 49,3% dei seggi. I verdi, invece, hanno ottenuto il 7,3% dei voti (superando la soglia di sbarramento), ma hanno vinto in un solo collegio uninominale: hanno quindi ottenuto, nella parte proporzionale, 62 seggi, per arrivare ai 63 totali fissati e, di fatto, è come se avessero ottenuto oltre il 10% dei voti.

5. La soglia di sbarramento fissa al 5%

L’effetto distorcente della rappresentanza proporzionale è dato, appunto, dalla soglia di sbarramento nazionale al 5%: sotto tale soglia, un partito non ha diritto a rappresentanza, a meno che non vinca in almeno tre collegi uninominali, in qual caso ottiene, però, rappresentanza solo per tre collegi, senza alcuna aggiunta di seggi nella parte proporzionale.  In Italia la soglia di sbarramento è fissata al 5% e vale per tutti senza cioè alcuna soglia di vittoria nei collegi uninominali.

C) L’iter della legge e i tempi per le elezioni anticipate.

  1. La corsa alla Camera, lo step del Senato. Legge approvata entro metà luglio?

In I commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati era stato depositato come testo base dal Pd (primo firmatario Emanuele Fiano) un sistema elettorale originale, il cd. ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo del Pd, Ettore Rosato. Ne consegue che gli emendamenti che Pd e FI hanno presentato per ‘tedeschizzare’ ulteriormente il sistema non potevano che partire da questo testo base. Il nuovo sistema tedesco è stato presentato con un maxi emendamento del relatore Fiano. Il voto, in commissione, sugli emendamenti si dovrà chiudere entro il 3 giugno. A partire dal 5 giugno il testo andrà in Aula per la discussione generale e il voto finale. Una volta chiusa la riforma con il voto finale entro l’8 giugno (la conferenza dei capigruppo ha fissato tempi stringenti, 22 ore di dibattito, nessuna pausa per elezioni comunali, possibilità di seduta notturna), il testo passerà al Senato per la discussione in commissione e poi in Aula, seguendo le medesime modalità. Se la tabella di marcia verrà rispettata (Pd, FI, M5S hanno una solida maggioranza sia alla Camera che al Senato, su tale testo) la riforma elettorale – entro il 7 o il 15 luglio – sarà legge. Sempre che, ovviamente, non venga modificata (in quel caso dovrebbe tornare, dal Senato, alla Camera, facendo saltare tutti i tempi di approvazione previsti) o che, ma è difficile, il Senato non la bocci.

2. Nessuna delega al ministero dell’Interno. La corsa verso il voto. 

Non verrà affidata una delega al ministero degli Interni per ridisegnare i collegi uninominali: verranno adottati, con uno schema preparato dagli uffici studi della Camera, i collegi del vecchio Mattarellum direttamente nella legge elettorale. Un modo per risparmiare tempo rispetto alla delega al governo che, di solito, ci mette 45 giorni per scriverla. Così dalla data di pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, potranno essere sciolte le Camere e andare a urne anticipate in autunno. La data specifica (il Pd punta al 24 settembre, FI attenderebbe ottobre, scegliendo tra l’8, il 15 e il 22, M5S propone, addirittura, di votare il 10 settembre…) non è nella disponibilità dei partiti, ma del Capo dello Stato. Qualora il presidente del Consiglio si dimetta e Mattarella, una volta registrata l’impossibilità a proseguire la legislatura fino a scadenza naturale (marzo 2018), decidesse di sciogliere le Camere, scattano i vincoli previsti dall’art. 61 della Costituzione: “Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni”. Si tratta, in entrambi i casi, di vincoli massimi e, per la prima riunione delle Camere, non ci sono vincoli minimi. Invece per le elezioni il vincolo minimo è di 45 giorni ed è stabilito dall’art. 11 del Testo Unico Camera (D.P.R. 30 marzo 1957, n° 361):

“1. I comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri.

  1. Lo stesso decreto fissa il giorno della prima riunione della Camera nei limiti dell’art. 61 della Costituzione.
  2. Il decreto è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione.”

In genere le elezioni vengono indette a una scadenza di circa 55/60 giorni dallo scioglimento. L’ultima volta le Camere furono sciolte il 22 dicembre 2012 e le elezioni si svolsero il 24 e 25 febbraio 2013. Anche per la prima riunione in genere si utilizza quasi tutto il tempo massimo previsto: la prima seduta si svolse infatti il 15 marzo 2013.

Di conseguenza, qualora la legge fosse approvata entro metà luglio e il Governo si dimettesse, sarebbe possibile votare dalla fine di settembre ai primi di ottobre e riunire le nuove Camere da metà ottobre o da fine ottobre in poi.

NB: nella parte finale mi sono avvalso di una nota esplicativa del prof. Ceccanti

NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

aula-del-senato

L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

#ildiavolovesteItalicum/10. Sistemi elettorali (4d) tra storia, tecnica e modelli. Ecce Italicum!

Dopo aver esaminato, in un primo articolo, il sistema proporzionale puro o semi- puro della Prima Repubblica (1948) e il tentativo di introdurre la legge truffa (1953) e dopo aver analizzato i sistemi elettorali della II Repubblica (Mattarellum, 1993, Porcellum, 2005, e Consultellum, 2014) completiamo l’analisi dei sistemi elettorali italiani con un approfondito esame dell’Italicum (NB. Tutti gli articoli precedenti sono rintracciabili su questo e altri miei blog).

Il 'logo' dell'ItalicumL’Italicum e’ un sistema proporzionale (di base), con premio di maggioranza (55% dei seggi), soglia di sbarramento unica (al 3%), circoscrizioni provinciali, capolista bloccati e, dopo, elezione in base all’ordine delle preferenze, doppio turno tra le prime due liste meglio piazzate se nessuna di esse raggiunge il 40% al primo turno. Sono questi gli elementi portanti dei 4 articoli  dell’Italicum, il sistema elettorale che sta per sostituire, a breve, il Porcellum. L’obiettivo è quello di garantire, attraverso un nuovo sistema elettorale, rappresentatività e governabilità all’Italia. Il ddl è un punto di incontro tra idee, proposte e sensibilità diverse che ha avuto diverse versioni e aggiustamenti in corso d’opera. Infatti, si parla di un Italicum 1.0, quello concordato all’inizio tra Renzi e Berlusconi, e di un Italicum 2.0, quello che, dopo una prima doppia lettura (non in copia conforme, tranne per l’art. 3) tra Camera e Senato, e’ stato discusso e votato dalla Camera dei Deputati a partire dal 28 aprile con approvazione finale entro il 4 maggio. Naturalmente, una volta approvato, l’Italicum diventerà ufficialmente legge dello Stato solo dopo la firma del Capo dello Stato Mattarella e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Resta da dire, in merito alle particolarità’ generali dell’Italicum, che esso entrerà in vigore solo a partire dal I luglio 2016 (cosi’ e’ scritto nel ddl) e che esso vale solo per regolare l’elezione della Camera dei Deputati in quanto il Senato della Repubblica, in base alla riforma costituzionale in itinere (due le letture gia’ completate, altre due quelle ancora da fare, secondo il ddl Boschi) verrà eletto con elezione di II grado all’interno dei 20 consigli regionali (non è ancora chiaro se in un listino a parte o solo tra i diversi consiglieri più’ votati). Resta inteso che, ove si procedesse a elezioni politiche anticipate e prima del completamento della riforma costituzionale, solo la Camera voterebbe con l’Italicum mentre il Senato voterebbe con il Consultellum (e cioè’ quanto rimane del Porcellum dopo la sentenza della Consulta del 2014) a meno di una ‘leggina’ che imponga anche al Senato il voto con l’Italicum, leggina che sarebbe, tuttavia, di dubbia è discutibile legittimità costituzionale.

Come e quando è nato, politicamente, l’Italicum (2014).
La base dell’Italicum sta, ancora oggi, nell’accordo Renzi-Berlusconi  meglio noto e detto come ‘Patto del Nazareno’. Un accordo, però, modificato più volte, nel corso del tempo e con il passare dei mesi. Prima in un incontro Berlusconi-Renzi del 29 gennaio 2014, poi con un accordo tra i partiti della maggioranza di governo (Pd-Sc-Popolari per l’Italia-Cd-Psi) – accordo a cui Berlusconi ha dato un sostanziale via libera prima il 12 novembre e dopo il 25 novembre 2014 per poi sconfessarlo, definitivamente, solo a inizio del 2015.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Uno ‘spagnolo’ modificato. Il nome Italicum arriva direttamente da Renzi, che lo ha definito così nella sua prima presentazione pubblica alla stampa. La base è quella del sistema elettorale spagnolo, ma modificato per adattarlo alle richieste dei partiti italiani, fino quasi a stravolgerlo. Infatti, dalla prima versione, studiata dal professore e politologo, Roberto D’Alimonte, e poi ‘sistemata’ politicamente dal ‘mago dei numeri’ di Forza Italia, Denis Verdini (oggi caduto in disgrazia, agli occhi del Cavaliere, anche e proprio a causa dell’Italicum…) nonche’ dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, i due plenipotenziari di Renzi e Berlusconi quando l’Italicum, a inizio del 2014, prese la sua prima forma, il nuovo sistema elettorale è molto cambiato.

Tanto per dire delle modifiche principali, si è passati dal premio alla coalizione al premio alla lista, dal turno secco al doppio turno, da una triplice soglia di sbarramento per scoraggiare i partiti minori (12% per chi correva con un insieme di liste in coalizione, 8% per una lista singola, 4,5% per una lista dentro una coalizione) a una soglia di sbarramento unica (3%), da una prevalenza di eletti con i listini bloccati, pur se sulla base di liste ‘corte’, riconoscibili, a un mix tra capolista bloccati e, a seguire, eletti con le preferenze. I cambiamenti sono stati dovuti sia alla rottura dell’accordo, che pure appariva di ferro, all’inizio, tra Renzi e Berlusconi nell’ormai celebre ‘patto del Nazareno’. Sia perche’ son ostate accolte, in parte, le richieste della minoranza del Pd, che spingeva per un diverso mix tra capolista bloccati e preferenze, anche se la contrarieta’ alla legge della minoranza e’ rimasta ancora in piedi nella versione: “ribaltiamo la proporzione”, e cioè nella richiesta di un rapporto ‘ribaltato’ (30% liste bloccate e 70% preferenze, richiesta rimasta inevasa). Sia perche’ i partiti ‘minori’ della coalizione di governo (Ncd in testa) hanno chiesto e ottenuto la soglia unica di sbarramento (3%). Diverse, dunque, le modifiche, in corso d’opera, al ddl.

Le tante modifiche apportate all’Italicum da Camera e Senato.

Tante, dunque, le modifiche che sono state discusse, registrate e introdotte nel secondo, e non definitivo, passaggio dell’Italicum, quello al Senato, dove – davanti all’ostruzionismo duro delle opposizioni e di parte della minoranza Pd (a partire dal ‘non voto’, o uscita dall’aula, visto che al Senato l’astensione vale come voto contrario, di 21 senatori Pd) – il governo e la maggioranza ha ‘cangurato’ (cioè superato con un maxi-emendamento, primo firmatario il senatore Pd Stefano Esposito) il testo che poi è confluito nel testo definitivo, votato e passato, di cui è stata relatrice Anna Finocchiaro, presidente della I commissione Affari Costituzionali, e che equivale, nei suoi quattro articoli fondamentali, al testo in discussione alla Camera Qui i lavori, iniziati il 28 aprile, sono andati avanti fino al 3 maggio, con la richiesta è il passaggio, da parte del governo, della questione di fiducia, fino alla sua approvazione finale.

Le infuocate polemiche politiche sull’Italicum: il voto di fiducia.

Non importa, qui, al fine di spiegare come è strutturato l’Italicum, seguire le vicende politiche che hanno causato prima la ‘sostituzione’ (ad rem,si dice in gergo tecnico, e cioè solo per la durata/discussione del provvedimento) di dieci (su 11) esponenti della minoranza Pd. Sostituzione che, sia pure avvenuta in mezzo a mille polemiche, non ha causato alcun cambiamento di forma né di sostanza del ddl. Infatti, la I commissione Affari costituzionali della Camera, presieduta da Francesco Paolo Sisto (FI, il quale e’ stato relatore anche in aula dell’Italicum, nonostante il suo partito si sia ‘dissociato’ dal testo e abbia annunciato voto contrario ad esso, insieme al relatore di maggioranza, Gennaro Migliore, Pd), di fronte alla volontà del governo di approvare l’Italicum nella versione licenziata dal Senato e senza alcuna possibilità di altre modifiche, si è dovuta limitare, la I commissione, a esaminare e bocciare tutti gli emendamenti che pure, da parte di partiti di maggioranza (Sc, Popolari, etc.) come di opposizione erano stati presentati, mentre le opposizioni stesse hanno boicottato i lavori della commissione, rifiutandosi di prenderne parte, dopo le sostituzioni inflitte ai membri della minoranza dem da parte della presidenza del gruppo, rifugiandosi in quello che, classicamente, si chiama ‘Aventino’. E neppure interessa, in questa sede, esaminare le polemiche politiche che hanno portato il governo a chiedere e ottenere – dopo il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità’ – il voto di fiducia sulla legge elettorale, voto di fiducia posto su tre dei quattro articoli del ddl (il III era stato approvato in copia conforme, come si è detto), con tre ‘chiame’ e tre votazioni nominali (per la cronaca: I fiducia passata con 352 sì’,207 no, 1 astenuto, 38 esponenti della minoranza dem usciti dall’aula; II fiducia passata con 350 si’, 193 no, 1 astenuto, Idem la minoranza dem; III fidúcia passata con 342 si’, 15 no, 1 astenuto, idem la minoranza dem). Importa solo sapere che, il 3 maggio 2015, l’Italicum e’ passato in via definitiva con il voto finale sul provvedimento da parte della Camera.

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Come sara’ l’Italicum versione ‘2.0’ (2015).

Il nuovo sistema elettorale sarà proporzionale (ovvero il numero di seggi verrà assegnato in proporzione al numero di voti ricevuti) e non, come erroneamente molti pensano, maggioritario (dove il calcolo dei seggi si fa sui collegi come nel Mattarellum), il calcolo sarà fatto su base nazionale (e non provinciale, come nel sistema elettorale spagnolo), utilizzando la regola “dei più alti resti”. Questa prima norma dovrebbe già favorire, almeno parzialmente, i partiti più piccoli, che con il cd. ‘collegio unico nazionale’ vengono avvantaggiati mentre con quello provinciale sarebbero penalizzati. naturalmente, a favorire il partito vincente c’e’ il premio di maggioranza (40%) da attribuire al I o al II turno (dipende da chi e quando vince al primo turno o al ballottaggio) consistente in 340 seggi.

Soglie di sbarramento. Come detto, si è andati incontro ai partiti più piccoli prevedendo una distribuzione dei seggi su base nazionale, ma, al tempo stesso, per limitare il proliferare di gruppi parlamentari, al riparto dei seggi potranno accedere solo le liste che supereranno la soglia del 3%. Una soglia, assai bassa e abbordabile da parte di molti degli attuali piccoli partiti e gruppi presenti sulla scena nazionale e in Parlamento. Nuova concessione – e altrettanto importante almeno quanto il calcolo dei seggi su base nazionale – chiesta e ottenuta dai ‘piccoli’ partiti (Ncd, ma anche Sc, etc.) della maggioranza che potranno così ottenere una cospicua loro rappresentanza. La critica principale a questa clausola è che, dato che ‘tutte’ le forze che siederanno all’opposizione non godranno del premio di maggioranza (premio che consiste in un blocco di 340 seggi e che va solo alla lista o partito arrivato primo, al I turrno o al II turno) e dovranno dividersi i 277 seggi restanti. Tali seggi saranno, pero’, solo 290, in base alla sottrazione da 630 seggi attuali ai 340 del premio di maggioranza, cui vanno sottratti anche altri 13 seggi: il seggio unico della Valle d’Aosta e i 12 seggi delle varie circoscrizioni Estero. Ne consegue che saranno, paradossalmente, più penalizzate le ‘forze maggiori’ della futura opposizione a fronte del rafforzamento delle forze ‘minori’ con un effetto di (prevedibile) frazionamento delle opposizioni più grandi. È poi prevista una soglia per le minoranze linguistiche nelle regioni (Trentino Alto-Adige) che le prevedono per legge: lo sbarramento è del 20% dei voti validi nella circoscrizione dove ogni lista si presenta. È invece saltata, nella seconda lettura del Senato, l’accordo per la norma ‘salva Lega’: prevedeva che i partiti che avessero ottenuto almeno il 9% in almeno tre regioni avessero comunque diritto a prendere seggi.

Circoscrizioni più piccole. Invece delle 27 circoscrizioni attuali previste dal precedente sistema elettorale, il cd. Porcellum (o Calderolum), si passa a circoscrizioni di dimensione minore. Saranno 100 collegi (in media di circa 600 mila abitanti ciascuno) e in ognuno verranno presentate mini-liste di circa 6/7 candidati.

Scheda elettorale. Sulla scheda elettorale, ogni elettore troverà, a fianco del simbolo di ciascun partito o lista, il nome del capolista bloccato di ognuno di essi e uno spazio dove potrà scrivere da un minimo di due (alternanza di genere) a un massimo di preferenze.

Liste bloccate e preferenze. Nella prima stesura dell’Italicum, le liste erano bloccate, ovvero i candidati venivano eletti nell’ordine con cui erano in lista (e cioè: se un partito aveva diritto a tre seggi, venivano eletti i primi tre della lista). Il sistema delle liste bloccate è però stato bocciato dalla Corte Costituzionale con la sentenza con cui ha bocciato, il 3 dicembre 2014, l’abnorme premio di maggioranza (in quanto privo di soglia di accesso) del Porcellum. Ha ritagliato, peraltro, la Consulta, con la sua ormai famosa sentenza, un sistema elettorale, in teoria immediatamente funzionante e operativo nel caso (di scuola) che l’Italicum non passasse e, dovendo ricorrere a elezioni anticipate, si dovesse avere comunque un sistema elettorale funzionante. Si tratta del cd. Consultellum, e cioè di un Porcellum deprivato del premio di maggioranza, con una o più preferenze, ma che mantiene lo stesso, complesso, sistema di soglie di sbarramento vigenti nel Porcellum. Nell’accordo finale, e così approvato dal Senato in II lettura, dell’Italicum, è invece previsto che solo i capilista siano bloccati (risultando come i primi ad essere eletti), mentre dal secondo eletto in poi scattano le preferenze (ma ogni elettore ne può esprimere solo due). Questo sistema avrà come conseguenza che i partiti più piccoli, che difficilmente riescono ad eleggere più di un parlamentare in una circoscrizione, vedranno eletti soli i capilista cd. ‘bloccati’, mentre i partiti più grandi, specialmente il primo, grazie al premio, avranno anche una quota di parlamentari scelti con le preferenze.
Peraltro, è rimasta in piedi, invece, la possibilità di presentare candidature multiple. I capolista potranno essere, cioè, inseriti nelle liste di ogni partito in più di un collegio elettorale, come già succedeva nel Porcellum, ma fino a un massimo di dieci. Nella prima bozza questa possibilità era esclusa. La traduzione pratica del combinato disposto delle liste bloccate e delle multi-candidature è che i partiti tenderanno a presentare, specie quelli più piccoli, lo stesso candidato (in genere, il leader o segretario di partito) in più di un collegio (fino al massimo di 10), garantendo così l’elezione del capolista, che potrà optare per il collegio che riterrà più opportuno, vanificando però nel contempo la scelta dell’elettore di individuare altri eletti con le preferenze e favorendo questo o quel candidato a seconda del collegio optato.

L’eccezione del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta. La legge prevede che la regione Val d’Aosta e le province di Trento e Bolzano siano escluse dal sistema proporzionale. Qui si voterà in nove collegi uninominali (8 per il T.A.A. e 1 per la Val d’Aosta), come già avveniva, peraltro, con i precedenti sistemi elettorali (Mattarellum e Porcellum) in base alla specificità di tali regioni e al principio costituzionale di tutela delle minoranze linguistiche. Se alla regione Trentino-Alto Adige sono assegnati più di 8 seggi, questi, inoltre, verranno assegnati con il sistema proporzionale mentre la Valle d’Aosta è costituita in collegio unico uninominale.

Premio di maggioranza e doppio turno. Sono due i metodi ideati per garantire la governabilità all’interno dell’Italicum. Se la lista più votata dovesse ottenere almeno il 40% dei voti (soglia alzata dall’iniziale 35% al 37% e poi portata all’attuale 40%), otterrà un premio di maggioranza. Il premio assegnerà alla lista più votata 340 seggi su 617 (sono esclusi, come detto, dal calcolo il seggio della Valle d’Aosta e i 12 deputati eletti all’estero): si tratta, cioè, di un premio di maggioranza che trasforma il 40% del I turno o la vittoria in un eventuale ballottaggio nel 55% dei seggi. Se, invece, nessun partito o coalizione arrivasse al 40% scatterebbe un secondo turno (a distanza di due domeniche dal primo, 15 giorni) elettorale per assegnare ugualmente un premio di maggioranza del 40%. Accederebbero al secondo turno le due liste più votate al primo turno, dove la lista o il partito vincente otterrebbe un premio di maggioranza tale da arrivare al 55% dei seggi (340 deputati, appunto, contro i 290, in realtà 277, alle opposizioni).

Fra il primo e il secondo turno non sono possibili apparentamenti, a differenza del modello elettorale per i sindaci e per le regioni, possibilità che era invece prevista nella versione iniziale del ddl e che, a sua volta, ha dato adito a diverse polemiche. Infatti, la non più prevista possibilità di apparentamento tra il I e il II turno, impedisce a un partito che è meno forte di un altro ma che ha uguale, se non maggiore, capacità aggregativa ‘coalizionale’ (tanto per fare dei nomi: il centrodestra nei confronti del Pd…), di non poter sfruttare tale possibilità ma di dover correre da solo o, comunque, di dovers limitare a un ‘appello’ agli elettori delle altre forze di schieramento coalizionabili senza vincoli né vantaggi, per le forze minori cui si appella, di ottenerne guadagno.

Erasmus e Italiani all’Estero. E’ ammessa, per la prima volta nella storia elettorale italiana, la possibilità per gli studenti residenti all’estero da almeno tre mesi per motivi di lavoro o di studio (il cd. Erasmus) o di cure mediche, di votare per corrispondenza. Restano ferme le stesse modalità di voto previste dal Porcellum, e da esso introdotti per la prima volta nel 2005, di voto (diretto e per corrispondenza) per gli italiani all’Estero, cui sono riservati 12 seggi, scomputati dal conto generale dei seggi da attribuire alle varie forze politiche, nelle cinque attuali circoscrizioni Estero in cui è stato diviso il ‘resto del Mondo’.

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Le polemiche sulle quote rosa. Il tema delle cd. ‘quote rosa’ è stato a lungo dibattuto. Nell’ultima formulazione dell’Italicum, nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura superiore al 50% (con arrotondamento all’unità inferiore) e nella successione interna alle liste nessun genere potrà essere presente per più di due volte consecutive. Inoltre, ciascuno dei due sessi può essere rappresentato al massimo in una percentuale del 60% dei capilista (l’altro sesso, dunque, non può avere meno del 40%) e, se l’elettore esprimerà due preferenze, esse dovranno essere relative a due candidati di sesso diverso, pena la nullità della seconda preferenza (la cd. ‘alternanza di genere’). Nessuna di queste ipotesi, però, garantisce che a essere elette sarà un numero consistente di donne: tutto dipenderà da come saranno definite le liste da parte dei vari partiti e dalla quantità di preferenze che le donne presenti nelle diverse liste otterranno grazie a… loro stesse. In sostanza, le donne dovranno, ancora una volta, ‘fare da sé’…

Entrata in vigore. Una volta e se definitivamente approvato, l’Italicum entrerà in vigore solo l’1 luglio 2016. Si tratta, in questo caso, di una norma singolare e di cui non esistono precedenti nella storia delle leggi elettorali italiane (leggi normalmente attuabili e in vigore dalla data della loro approvazione o, meglio, dopo la obbligatoria firma del Capo dello Stato e della sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale), ma che ha una sua, sia pure ‘originale’, ratio nella contestuale riforma del Senato e del Titolo V Costituzione. Della riforma istituzionale, a sua volta in corso di discussione da parte delle Camere, finora ne sono state licenziate due letture, ma ne servono quattro in tutto (le ultime due in copia conforme, cioè perfettamente identiche), perché essa entri in vigore, oltre all’eventualità del referendum costituzionale confermativo, come prescrive la Costituzione. Dato che, tuttavia, il Senato, nell’ipotesi di riforma costituzionale, vedrà la sua trasformazione in Senato non più elettivo di primo grado (elezione diretta popolare a suffragio universale) ma di II grado (elezione indiretta, nello schema della riforma da parte dei consigli regionali, non è ancora chiaro se sulla base di listini precostituiti da parte di questi o con possibilità di opzione da parte degli elettori che, quando votano per i consigli regionali, si troverebbero di fronte la possibilità di indicare una preferenza per il consigliere che, eletto direttamente in consiglio, diventerebbe anche senatore), l’Italicum, nella previsione del legislatore e della maggioranza, dovrà ‘aspettare’ il completamento della riforma istituzionale per poter dare luogo alla sola elezione della Camera dei Deputati. Resta inteso, in ogni caso, e per tacita acquiescenza del governo, che, ove l’Italicum venisse approvato, ma la riforma del Senato non fosse stata completata e si addivenisse comunque alla necessità di svolgere elezioni politiche generali (elezioni che sarebbero anticipate, ovviamente, dato che la scadenza naturale della legislatura è fissata, in ogni caso, al febbraio del… 2018), l’elettore si troverebbe a votare con due sistemi del tutto diversi. L’Italicum per la Camera e il Consultellum per il Senato. Ancora a meno che – ma qui siamo davvero alle ‘ipotesi di scuola’ – con una ‘leggina’, che dovrebbe comunque essere votata dalle Camere, il governo non decida e scelga di chiedere di ‘estendere’ l’Italicum anche al Senato. Fatto che, peraltro, comporterebbe altri, infiniti, problemi e discussioni, ma di rilievo e attinenza tutte ‘politiche’ qui non esaminabili.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato sul sito dell Fondazione Europa Popolare (http://ww.eupop.it) e sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo per il Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net).

Cos’è e come funziona l’Italicum 2.0. Un piccolo vademecum per l’uso

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

ROMA – Se è vero, come è vero, che l’accordo Renzi-Berlusconi regge e il ‘patto del Nazareno’ pure, entro un paio di mesi l’Italia potrebbe avere una nuova legge elettorale. Si tratta del nuovo Italicum o un Italicum 2.0 che sta, finalmente, prendendo forma. Ecco come.

Che cos’è. La nuova legge elettorale viene, volgarmente, ma con un latinismo non nuovo al sistema politico (Mattarellum, Porcellum), detto Italicum. Sarebbe la terza legge elettorale della II Repubblica. Dopo, appunto, il Mattarellum (sistema maggioritario basato su collegi uninominali al 75% e, per un restante 25%, proporzionale, entrato in vigore nel 1993 e applicato alle elezioni del 1994, 1996, 2011) e il famigerato Porcellum (entrato in vigore nel 2005 e applicato alle elezioni del 2006, 2008, 2013). Il Porcellum è un sistema a base proporzionale, ma con premio di maggioranza e un complesso sistema di soglie per i partiti coalizzati e non coalizzati. E’ stato dichiarato incostituzionale in gran parte dalla Consulta (sentenza 1/2014), almeno per la Camera, che ha abolito il premio di maggioranza (55% dei seggi alla lista vincente senza soglia), chiedendo la reintroduzione delle preferenze contro le liste bloccate e vietando la possibilità delle multicandidature (ci torneremo).  L’Italicum è, invece, sempre un sistema a base proporzionale, ma con premio di maggioranza che si ottiene raggiungendo una soglia (40%) che, se non raggiunta, conduce a un ballottaggio tra i primi due. La soglia di ingresso per le forze politiche è unica (3%): esse hanno diritto alla ripartizione dei seggi su collegio unico nazionale.

Ma vediamo come è strutturato, nel dettaglio, l’Italicum e i maggiori punti ancora aperti e ancora in discussione tra le forze politiche.

Premio alla lista. Nel testo approvato in prima lettura alla Camera (marzo 2014) il premio di maggioranza corrispondeva al 15% dei seggi se nessuno gruppo di liste (coalizione) superava il 37% dei voti, ma la vittoria al ballottaggio garantiva solo il 52% dei seggi (Camera) e cioè 327. Due e significative le correzioni: il premio resta del 15% ma va alla lista, e non più alla coalizione, vincente; il premio di lista del 15% garantisce in ogni caso 340 seggi totali. Eventuale ballottaggio. Ove nessuna lista raggiunga il 40% dei voti, si procede al ballottaggio tra i primi due migliori piazzati. Si tratta, dunque, di un sistema elettorale a doppio turno ‘eventuale’.

Soglie di sbarramento. L’Italicum prima versione le prevedeva a ‘doppio regime’: 4,5% per ogni singola lista dentro una coalizione e 8% per le liste non coalizzate. Il premio alla lista spazza via il ‘doppio binario’: la soglia di sbarramento sarà unica per tutti e calcolata sulla base di un collegio unico nazionale e non nei collegi. Quale? Il vertice di maggioranza tenuto da Renzi con tutti i piccoli partiti della coalizione di governo ha scritto, nero su bianco, 3%, ma Forza Italia parte da una posizione negoziale molto alta (6%). Verosimilmente, all’interno del lavoro in commissione al Senato, la soglia di sbarramento potrebbe essere alzata e portata fino al 4%, ma difficilmente supererà tale cifra. Per i piccoli il 4% è sopravvivenza.

Collegi o circoscrizioni. Il diavolo, si sa, sta nei dettagli. In ogni  legge elettorale questi si chiamano collegi (o circoscrizioni). L’accordo di maggioranza ha scritto che saranno ’75-100’, ma l’ultima versione del ‘patto del Nazareno’ prevede che siano 100. Aumentare di numero (e, dunque, rimpicciolire di grandezza) i collegi fa aumentare i ‘nominati’ sicuri, e dentro tutti i partiti. Diminuire i collegi di numero (“almeno a 60”, come chiede la minoranza del Pd) e aumentarli di ampiezza, equivale ad aiutare chi corre colle preferenze anche in partiti non grandi, ma medi o piccoli.

Capolista bloccati/preferenze. Il primo eletto (“capolista”) di ogni collegio è bloccato, seguono le preferenze, in numero da stabilire, ma che non dovrebbe superare un numero che va da cinque a sette. Se i collegi saranno 100, solo il Pd eleggerà anche con le preferenze. Esempio: se il Pd vincesse il premio di maggioranza, al primo o al secondo turno, avrebbe 340 deputati: 100 eletti con le liste bloccate, 230 con le preferenze. FI, oggi al 15%, avrebbe circa 70 deputati, tutti eletti con le liste bloccate, l’M5S (20%) 90-100 deputati (idem).

Multicandidature. Nell’accordo sono ammesse fino a dieci. Ai piccoli servono come il pane per evitare l’effetto ‘flipper’ (sai che eleggi, ma non sai dove), ma – dicono dalla minoranza del Pd – “sono a rischio incostituzionalità. La Corte, con diverse sentenze, ultima quella del 1/2014 vieta apertamente candidature multiple”. Esempio: con le multicandidature, Alfano si candida in 10 collegi, viene eletto in uno, gli altri eletti NCD sono scelti con le preferenze.

Quote rosa. L’alternanza di genere è fissata in proporzione 60/40 per quanto riguarda i capolista. Per le preferenze, andrà rispettata la doppia preferenza di genere (uomo/donna) pena l’invalidità del voto.

Tempi. L’Italicum riprenderà il suo corso, dopo otto mesi di stop, martedì 18 novembre, in commissione Affari costituzionali Senato, relatrice la presidente Anna Finocchiaro. Il governo punta all’approvazione dell’aula del Senato entro fine dicembre affinché torni alla Camera per le modifiche e diventi legge a febbraio 2015.

Validità. L’Italicum varrà solo ed esclusivamente per la Camera. Per il Senato, bisognerà attendere la riforma del Senato e del Titolo V.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog personale che tengo sul sito Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net) e che s’intitola “I giardinetti di Montecitorio” il 13 novembre 2014.