Sinistra, ‘AAA cercasi leader’. Se sfiorisce il ruolo di Pisapia Amleto, ecco pronto a scendere in campo il paladino Grasso

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il piano P (Pisapia) doveva essere il piano A, ma perde colpi. E così ecco che, dentro Mdp, si fa largo il piano G (Grasso): in pochi giorni ha preso così tanta quota che non solo entusiasma la platea (“Sono e resto un ragazzo di sinistra” ha detto tra gli applausi il presidente del Senato) ma anche i possibili compagni di strada di Mdp (Fratoianni di Sinistra italiana, i civici, Giustizia e Libertà). Poi, ci sarebbe sempre il piano B nel senso di Laura Boldrini: oggi la presidente della Camera era a Rimini, alla convention dell’area di Orlando, ma non suscita in Mdp gli stessi entusiasmi e simpatie di Grasso, anche perché la Boldrini è sempre stata vista come troppo vicina al Pd la ‘numero 2’ di Pisapia, dentro Mdp, e pronta a candidarsi per suo conto se lui non dovesse farlo, alle Politiche. E se Pisapia assicura di sentire spesso e volentieri sia Prodi che Enrico Letta, facendo capire che mira a costruire qualcosa di ben diverso da una lista di sinistra-sinistra, e cioè un ‘Ulivo 2’ o ‘Ulivo bonsai’ in attesa che il Pd, magari dopo il probabile tonfo alle prossime elezioni regionali siciliane del 4 novembre, imploda e altri (Orlando? Emiliano? Francheschini persino?) lascino al suo destino Renzi e il partito per costruire il ‘nuovo Ulivo’, è anche vero che ormai Mdp, teorico alleato numero 1 di Pisapia, morde il freno.

Sono giorni di festa nazionale di Mdp a Napoli. L’atmosfera è tesa, elettrica: il tempo non aiuta, i dibattiti chissà. Mdp ora ha anche un movimento giovanile, si sta radicando bene sui territori. Il tesseramento funziona, i soldi iniziano ad arrivare, le feste locali sono andate discretamente: nettare per il gusto di Nico Stumpo, responsabile organizzazione. Un partito nascente cui manca solo il leader o meglio il federatore. I big di Mdp hanno a lungo pensato che potesse essere Giuliano Pisapia, che ha fondato, a sua volta, Campo progressista, ma le cose tra loro non vanno bene. I deputati delle due aree stanno nello stesso gruppo ma si guardano in cagnesco, i rispettivi colonnelli se ne dicono di tutti i colori, le prospettive non sono mai in sincrono (allearsi con il Pd o con l’altra sinistra?) e le iniziative neppure: Campo Progressista si è dato appuntamento il 17 ottobre a Roma, al Brancaccio, D’Alema ha annunciato “una grande assemblea nazionale” di Mdp per il 19 novembre, assemblea che dovrà eleggere gli organismi dirigenti nazionali. Ma di Mdp sola o pure di Campo progressista? E con che metodo? Primarie? Tesserati? Quote?.

D’Alema  chiama Pisapia “l’ineffabile avvocato” e lo detesta, ma ieri, nel respingere le suadenti offerte di alleanza del Pd pervenute alla Festa di Mdp, anche se avanzate solo dai ministri Orlando, Franceschini e Delrio, e non da Renzi, ha assicurato che “il leader è lui”, derubricando Grasso a “sgrammaticatura istituzionale”. Poi l’annuncio: “Faremo liste di Mdp in tutti i collegi, non c’è più tempo, la sinistra va unita tutta”. Il che non è però un buon viatico per la strada indicata da Pisapia, che vuole ‘fare il centrosinistra’ ed essere ‘sfidante’ sì, ma non ‘radiclamente alternativo’ al Pd. Anche Speranza, che pure ci dialoga ore, mostra segni d’insofferenza, verso Pisapia. Se pure Bersani mollasse l’avvocato, l’avventura di Insieme sarebbe nata morta. Si vedrà. Intanto si dice che Pisapia, domenica a Napoli per chiudere la Festa con Speranza, da Mdp sarà fischiato.

Ma se salta il piano A (Pisapia) Bersani, ha pronto il piano B: Pietro Grasso. Il presidente del Senato ha girato, negli ultimi mesi, molte feste di partito: Pd, Sinistra Italiana, Mdp. “Ovunque – spiega chi c’era – è stato applaudito quando ha detto che ‘valori e principi di sinistra sono inconciliabili con destra e centrodestra’”. Nettare per le orecchie di Mdp e altri possibili alleati della Nuova Sinistra, non per il Pd, nel cui gruppo al Senato Grasso però siede. “Orfini lo ha attaccato a testa bassa – spiegano i suoi – e nessuno del Pd lo ha difeso. Il presidente non si è mai mosso dall’idea di un partito di sinistra, ma le porte del Pd ormai sembrano aperte solo per chi se ne va”. Grasso, ovviamente, continuerà a fare il presidente del Senato, specie nei prossimi difficili mesi, fino a che Mattarella deciderà di sciogliere le Camere. Quel giorno, però, potrebbe succedere che accetti una semplice candidatura o diventi leader di una forza di sinistra che – spiega chi lo conosce – “sia in competizione con il Pd oggi ma per collaborare con il Pd domani”. Insomma, se son rose, quelle di Grasso, fioriranno, ma solo se appassirà definitivamente il fiore di Pisapia.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2017 a pagina 12 del Quotidiano nazionale

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I dubbi dell’Amleto di sinistra. Pisapia capeggerà il listone di tutta la sinistra, andrà con Renzi o farà un Ulivo bonsai?

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Percorso e lista unitaria con Mdp-Articolo 1, il che vuol dire, però, imbarcare anche Sinistra Italiana (Fratoianni), Rifondazione comunista, Possibile (Civati) e tutto ciò che si muove nella sinistra della sinistra, compresi i ‘civici’ di Montanari e Falcone, oltre a dover subire, ogni giorno di più, i diktat di Massimo D’Alema? Alleanza organica con il Pd, specie se vedrà la luce il Rosatellum, con una lista autonoma di Campo progressista che superi il 3% e una manciata di candidati in collegi sicuri, il che però vuol dire diventare un ‘vassallo’ di Renzi e fare col suo Pd il centrosinistra? Dare vita a un ‘mini-Ulivo’ o un ‘Ulivo bonsai’ che attragga personalità del calibro di Romano Prodi, Enrico Letta, Popolari di centrosinistra come Dellai, ambientalisti e civici, rompa con Mdp ma, dall’altra parte, non si accodi a Renzi, anzi ne provochi il disarcionamento, specie se dovesse perdere le elezioni siciliane, o addirittura ottenere che l’area Orlando, se non anche Franceschini, se ne vadano per dar vita a un ‘nuovo’ e autonomo centrosinistra?

Giuliano Pisapia,  il “leader riluttante” come lo ha definito uno dei suoi consiglieri, Gad Lerner, è in preda a questi tre amletici dubbi. Il guaio è che non solo i suoi uomini più vicini, ma proprio lui-lui, non ha ancora deciso, davvero, che cosa vuole fare ‘da grande’. Ieri sera, l’ex sindaco di Milano e avvocato di chiara fama, per dire, ha partecipato, alla Fondazione Feltrinelli di Milano, a un incontro con il teorico della ‘quarta via’ (oltre, cioè, quella delle ormai bolse socialdemocrazie), Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze della Grecia di Tsipras e ben più a sinistra di questi. “Parlo solo di Europa”, ha detto un laconico Pisapia davanti una folla strabocchevole. L’equazione  sarebbe facile: se gli piace Varoufakis, è fatta, Pisapia capeggerà una lista di sinistra-sinistra dove la linea economica la fa Fassina. E invece niente, non si sa. Ieri, infatti, per dire, Bruno Tabacci, ex dc di lungo corso, ma che sta con Pisapia, tuonava, in pieno Transatlantico, contro le parole di D’Alema che sul Corriere aveva detto “Mai col Pd, Pisapia sia più coraggioso”: “Ma chi si crede di essere? Mdp ha stancato me e Pisapia. Vogliono fare l’assemblea nazionale con i delegati? E chi lo ha deciso? Vogliono fare la Linke italiana o Melanchon, con Fratoianni e altri? Se lo scordano, se la fanno da soli quella lista”. Anche altri deputati (Ragosta, Capelli) vicini al Campo di Pisapia esondano stile fiumi in piena: “Siamo in crisi di rigetto con Mdp”. E infine: se i ‘pisapiani’ fanno una loro iniziativa il 14 ottobre al teatro Brancaccio di Roma (lo stesso dove si sono ritrovati i ‘civici’ di Montanari e Falcone, e già qui si rischia la confusione: due Brancacci agli antipodi) parteciperanno anche all’iniziativa cui lavora Mdp per il 19 novembre e che D’Alema, sempre nell’intervista al Corriere, ha indicato come l’assemblea programmatica e l’inizio della fase costituente del nuovo soggetto politico della sinistra? E questo soggetto sarà unitario tra Mdp e Campo progressista e basta o sarà allargato a terzi (SI, Civati, etc.)? E l’organismo nazionale che ne nascerà, sulla base delle iniziative costituenti precedenti, stabilirà le quote del nuovo soggetto in re ipsa? E come? Primarie? Elezione indiretta? Quote stabilite a priori per aree e partiti-non partiti che lo o li formano? E chi deciderà le candidature alle prossime elezioni? L’organismo nazionale? Quelli locali? E chi avrà l’ultima parola in merito? Pisapia da solo? Pisapia, Bersani, D’Alema e Speranza insieme? Non si sa. Ma allora, se non va così, Pisapia farà una lista autonoma in coalizione col Pd. No, macché. L’ultima tentazione è, appunto, il ‘Nuovo Ulivo’ con Prodi, Letta, ulivisti storici e doc, forze civiche e molti pezzi di Pd che, in odio a Renzi, non appena perderà le elezioni in Sicilia, diranno ‘banco’ mettendolo in minoranza o facendo la scissione. Questo farà Pisapia? No, non si sa, ci sta ancora pensando su. “E’ più nobile soffrir dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e por loro fine?” si tormentava il principe Amleto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 28 settembre 2017 a pagina 11 del Quotidiano Nazionale

Pisapia fa saltare il tavolo con Mdp: “Basta, mi avete rotto”. Insieme o divisi? La sinistra a sinistra del Pd già in pezzi

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Unità o rottura? “Insieme” o divisi? La sinistra a sinistra del Pd è a un passo dalla spaccatura. Sono le nove del mattino e il governatore della Toscana, Enrico Rossi (Mdp), è a Omnibus: “l’incontro tra Pisapia e Speranza non si farà”, sospira. Il leader di Campo progressista e il coordinatore di Mdp dovevano ricomporre i cocci. Ma dopo l’abbraccio, alla Festa dell’Unità di Milano, tra Pisapia e la Boschi e l’intervista in cui Pisapia riapre al dialogo con il Pd, Mdp ora vuole forzare la mano. Il partito di Bersani e Speranza (e, dietro, di D’Alema) vuole provare ad accelerare sul processo unitario: Carta dei valori, coordinamento provvisorio, assemblea fondativa, nome, simbolo e, ovvio, liste elettorali più un manifesto politico-programmatico che è tutto “un’agenda alternativa a Renzi”. Seguono varie critiche alla ‘comunicazione’ dell’ex sindaco: sul banco degli imputati c’è Gad Lerner. Un tavolo sui contenuti, diretto da Lerner, viene disertato da Mdp. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Pisapia sconvoca l’incontro, convoca i suoi e se ne torna a Milano. “Avete la testa rivolta all’indietro” dice il suo comunicato. “Guardare al futuro per noi significa partecipazione popolare al processo costituente” replica Speranza. Tradotto dal sinistrese vuol dire, appunto, tessere e voti per pesarsi.
Le parole che Pisapia pronuncia con i suoi prima di andarsene sono tranchant: “Basta, mi sono rotto, non ne posso più di loro. Non accetto di dover dimostrare ogni giorno il mio antirenzismo. Mi sono stancato dei veti di Mdp su di me”. I punti di disaccordo li mettono in fila fonti qualificate di Mdp: “Noi non vogliamo paletti a sinistra, per noi Sinistra italiana e i civici del Brancaccio devono entrare nel nuovo soggetto, e l’alternativa al Pd per noi è identitaria, ma soprattutto noi ci vogliamo contare, in modo democratico”. In sostanza, Mdp vuole una vera campagna di adesione. Insomma, il tesseramento. In più, parlamentarie con albo degli iscritti registrato. Si chiama ‘contarsi per contare’: sarebbero gli eletti dal basso o l’assemblea costituente del nuovo soggetto a decidere le candidature alle prossime elezioni. La critica di Mdp a Pisapia è sottile ma netta: “Vogliono mantenere la golden share su tutto il processo senza mai contarsi”.
La replica dei pisapiani milanesi altrettanto dura: “Noi vogliamo essere alternativi al Pd, ma non antagonisti, con l’ambizione di concorrere a vincere e governare il Paese, non di stare all’opposizione. E vogliamo ricostruire il centrosinistra, non fare l’unità delle sinistre”. Un altro sbotta: “Giuliano non ci sta a fare la bella figurina di Renzi né di D’Alema. Non si fa manovrare da nessuno”. E lui, a sera, dice: “Si va avanti con chi ci sta”. Si parla già di 20 deputati (sui 42 di Mdp) più i centristi di Tabacci e altri con lui.
Riassumendo: Pisapia e i suoi pretendono lo scioglimento di tutti i vari soggetti, non vogliono tessere, ma “diritti pari grado” tra le forze promotrici (solo così centristi, civici e ambientalisti avrebbero spazio), chiedono paletti rigidi a sinistra (sì a Civati, no a SI) e coltivano l’ambizione di un “Nuovo Ulivo” votabile da personalità come Prodi e Letta. Infine, pensano di sedersi al tavolo delle trattative per formare un nuovo governo se Renzi vincesse o pareggiasse le elezioni. Mdp vuole, in sostanza, l’esatto contrario. Trovare una quadra non pare facile: Bersani (che a sera parla di “frattura non insanabile”) ed Errani cercano una mediazione, Pisapia per ora nicchia e il suo amico centrista Tabacci confida: “Ormai è finita”. Renzi è soddisfatto se a sinistra si litiga, ma scettico su reali divisioni definitive e anche sulla possibilità che Pisapia rientri nell’orbita del Pd. Però il renziano Marcucci chiede di “spalancare le porte a Pisapia” e Lorenzo Guerini spiega a un amico: “Al Senato una mini-coalizione Pd-Pisapia è cosa fattibile”.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Le mosse di Pisapia e quelle di Alfano. La legge elettorale rimescola i campi del centrosinistra e del centrodestra. Due articoli

  1. L’asse con Berlusconi spacca il Pd. Prodi e Bindi pronti a spostarsi ‘altrove’. Pisapia costruisce il suo Campo Progressista per rifondare un ‘Nuovo Ulivo’.
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Le doppie interviste rilasciate ieri da Romano Prodi (“La mia tenda è vicino al Pd ma se il Pd si allea con Berlusconi la tenda sposto altrove”) e di Rosy Bindi (“Il Pd si fermi su questa legge elettorale o non è più il mio partito”) hanno smosso le sinora già agitate acque del centrosinistra. Anche perché fanno il paio con le dichiarazioni di Giuliano Pisapia di domenica scorsa. L’avvocato milanese, leader di Campo progressista, ora mostra un piglio bellicoso (“Un patto di governo con il Pd è molto complicato, quasi impossibile”). Nel Pd lato coalizionale non si nasconde una certa preoccupazione. Prima è il vicesegretario, Maurizio Martina, a mostrarsi stupito (“Non capisco perché Pisapia chiude le porte al dialogo col Pd”). Ieri, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, si dice persino disponibile a dialogare con tutti (“Con Pisapia farei qualsiasi governo, con D’Alema pure, nell’interesse del Paese”) e assicura:“come vertici del Pd faremo di tutto” per evitare che qualcuno se ne vada perché “il Pd è la casa di tutti”. E, naturalmente, il ministro Andrea Orlando coglie la palla al balzo: “Ogni alleanza con Berlusconi è innaturale, Bisogna costruire il centrosinistra”. Nettare, per le orecchie di Pisapia. Ma in serata, Matteo Renzi, con la sua consueta E-news chiude i giochi: “Per evitare di fare le larghe intese il giorno dopo, bisogna prendere tanti voti. Ogni voto dato al Pd andrà in questa direzione – prosegue Renzi – ogni voto ai piccoli partitini aiuterà lo schema delle larghe intese. Il Pd farà liste molto larghe, pescherà al centro e a sinistra, nell’associazionismo e nella società civile, non si chiuderà nei propri confini stretti, ma parlerà agli italiani”. L’annuncio è di quello che, un tempo, si diceva ‘voto utile’ e indica quanto sarà dura la guerra a sinistra. Insomma, a Renzi interessa poco l’idea di coalizione (anche perché sa che Mdp e soci mai gli concederebbero i voti per far nascere un nuovo governo, dopo il voto, anche se i loro voti dovessero risultare indispensabili) e preferisce cercare di uccidere il neonato – la cosa ulivista di Pisapia – nella culla per evitare che rosicchi seggi alle elezioni visto che, superasse il 5%, sarebbe ai danni del Pd.

Intanto, però, il lavorìo di Pisapia procede spedito. Ieri a Roma, l’ex sindaco di Milano ha visto i suoi di ‘Campo progressista’ per organizzare al meglio l’appuntamento nazionale del primo luglio a Roma che dovrà gettare le basi del nuovo rassemblement di centrosinistra. Oggi vedrà i dirigenti di Mdp, dove i suoi colonnelli sono Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio in buoni rapporti con Zingaretti. Dentro Mdp, però, c’è maretta: Bersani tifa apertamente per Pisapia ed è pronto a ogni ‘cessione di sovranità’, altri (vedi alla voce: D’Alema) lo sono molto meno. Speranza è dato in bilico, il governatore toscano Rossi contrario, l’ex colonnello di Sel Scotto dubbioso. Il problema vero sono i confini del nuovo soggetto che, per ora, si chiama ‘Coalizione per il cambiamento’, ma potrebbe diventare “Insieme – Per un nuovo centrosinistra’. I confini a ‘a destra’ sono chiari. C’è il Centro democratico di Bruno Tabacci, ex assessore di Pisapia a Milano, che assicura buoni rapporti (ma li coltiva anche Pisapia) con i salotti buoni della finanza meneghina (i banchieri Guzzetti e Bazoli) e i Popolari-Demos del trentino Lorenzo Dellai. Esponenti ulivisti oggi dispersi come Franco Monaco e altri del ‘giro’ prodiano bolognese sono pronti, ma il colpo grosso, ovviamente, sarebbe Prodi. Pisapia fa sapere che “il Professore ha mandato segnali di apprezzamento al nostro progetto” e l’intervista di ieri, in cui Prodi boccia il sistema proporzionale voluto dal Pd (“non darà governi stabili”), si pronuncia contro elezioni anticipate (“una cosa ridicola”) e pronto l’alleanza “innaturale” con Berlusconi, pronto a spostare la sua “tenda”, ove si realizzasse, ha fatto il resto. Oltre a personalità come Rosy Bindi ed Enrico Letta e alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che sarà della partita, già a partire dal primo luglio, il ‘nuovo’ Ulivo deve blindarsi alla sua sinistra. E qui, invece, il magma è incandescente. C’è Sinistra italiana, guidata da Nicola Fratoianni, che vuole essere della partita, c’è Possibile di Pippo Civati, persino quel che resta del Prc, e c’è anche il movimento ‘Dema’ del sindaco De Magistris. Pisapia sa che, per superare l’asticella del 5%, servono i voti di tutti, ma porrà due precise condizioni: “il federatore sono io, tutti i partiti dovranno cedere sovranità e deve essere un Nuovo Ulivo, la Cosa Rossa non m’interessa”. Ma nel frattempo si sono mossi anche Tommaso Montanari e Anna Falcone, frontrunner del No da sinistra al referendum costituzionale e membri di Libertà e Giustizia: hanno pubblicato proprio oggi un appello molto netto e tranchant che rispolvera le ‘belle bandiere’ della sinistra comunista e post-comunista e hanno dato appuntamenti a tutti quelli ‘che ci stanno’ il 18 giugno a Roma. La data vuole bruciare i tempi, rispetto alla costruzione del percorso di Pisapia, ha già ricevuto il favore di Fratoianni (SI) e Civati (Possibile) e l’apertura di credito di Scotto (Mdp), di certo piacerà a D’Alema. Però una formazione politica radicaleggiante, alla Melanchon e alla Corby, dichiarati punti di riferimento di quest’area, è in rotta di collisione con le idee di Pisapia. Bisognerà vedere chi avrà più tela da tessere, ma se i due tronconi si dividessero sarebbero guai per entrambi: rischierebbero di non superare, nessuno dei due, il 5%.

NB: L’articolo è pubblicato il 6 giugno 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 


alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

2. Alfano invoca Mattarella: ferma Renzi ma il Colle vuole la nuova legge elettorale. 

“Non può esistere automatismo per cui l’approvazione della legge elettorale corrisponda allo scioglimento delle Camere. E la Costituzione?!”. Il deputato centrista che sbotta così al telefono indica che il partito guidato dal ministro Angelino Alfano – l’altro ieri si chiamava Ncd, fino a ieri Ap, domani chissà – ha deciso di giocare la “carta Mattarella”. Ovvero chiedere, tirandolo per la giacchetta, l’intervento del Capo dello Stato per capire se è costituzionale andare al voto anticipato, subito dopo l’approvazione della legge elettorale, come paventato da Pd, Forza Italia, Lega e 5 Stelle che stanno per chiudere l’accordo sul sistema ‘ital-tedesco’.

E così, mentre Alfano continua a prendere di petto Renzi via Twitter (“Consiglio lettura intervista Renzi. Un fiume di parole nasconde un solo con concetto: #paolostaisereno”), la ministra alla Salute, Beatrice Lorenzin twitta e rilancia: “No al voto anticipato. Irresponsabile far cadere il terzo governo in quattro anni, vanificando sforzi del Paese. Confidiamo nell’intervento del Colle”. Poi rincara la dose: “Sono convinta che le elezioni avverranno alla scadenza naturale, nel 2018. E Mattarella, persona saggia, saprà intervenire al momento giusto per evitare conseguenze serie al Paese causate da una corsa contro il tempo inspiegabile”.

Anche la senatrice Laura Bianconi, presidente dei senatori di Ap, cavalca il concetto: “Avvertimento al Pd: attenzione al controllo di costituzionalità del presidente Mattarella a legge ultimata. Rischia figuraccia del rinvio alle Camere”. Tutte dichiarazioni che indicano chiaramente la volontà del partito di Alfano di andare al voto il più tardi possibile così da poter creare e organizzare quel nuovo partito di centro che superi la soglia del 5% per rientrare in Parlamento. Magari dietro le insegne di Stefano Parisi, di certo con l’Udc di Cesa, ma senza Casini e neppure Verdini e Zanetti, i due co-leader di Ala e Scelta civica, che vogliono partecipare a una ‘Cosa’ di centro ma Alfano non li vuole, loro non vogliono lui, Stefano Parisi non vuole – dall’alto del suo zero virgola – nessuno, e via declinando lungo i numeri infinitesimali di partitini e gruppi di centro ormai disperati. “Se vogliono andare al voto, il Pd deve prendersi la responsabilità di far cadere il governo, noi non voteremo la sfiducia a Gentiloni” dice ancora un deputato di Alfano.

Il problema è che mentre i presidenti delle due Camere, Grasso e Boldrini, nutrono seri dubbi sulla necessità di correre verso le urne (“Le elezioni anticipate non sono un destino già scritto” ha detto ieri la Boldrini e Grasso la pensa in identico modo), Mattarella non ci pensa neppure a intromettersi. Sia perché – come ripete un noto adagio del Colle – “quando il Parlamento lavora, il Capo dello Stato tace” sia perché Mattarella non vede affatto di cattivo occhio una legge elettorale scritta insieme dai partiti grandi. Inoltre,c’è chi è sicuro che a Mattarella non dispiaccia affatto, anzi, la soglia di sbarramento al 5% che Ap tanto avversa, e la ritiene ‘in linea’ coi grandi Paesi della Ue.

Ben altro paio di maniche è la fretta che, soprattutto il Pd, ha di andare alle urne, una volta varata la legge elettorale. La potestà  di sciogliere le Camere  è prerogativa specifica del Colle,il quale, prima di mandare il Parlamento a casa, verificherà se Gentiloni vuole davvero dimettersi, se è il caso di rimandarlo davanti le Camere per verificare se ha ancora la fiducia del Parlamento o di esperire altri tentativi. Insomma, una partita ancora tutta da giocare, al Quirinale, quella su eventuali elezioni anticipate e per nulla scontata.

NB: Articolo pubblicato domenica 4 giugno a pagina 4 del Quotidiano Nazionale. 

Speciale primarie. Quando sono nate, la loro storia travagliate, regole e numeri. Più tre scenari possibili sui tre sfidanti

  1. La storia delle primarie dalla nascita (2005) con Prodi a tutte quelle del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Oggi si terranno, per la quarta volta, le primarie del Pd mentre per due volte le primarie furono di coalizione. La polemica più forte, data per scontata la rielezione di Renzi, riguarda l’affluenza. Per Renzi “un milione è già una festa” mentre per i suoi avversari, Orlando ed Emiliano, “sotto i due milioni di votanti” le primarie saranno un flop.

Ma come si faceva quando le primarie non esistevano? I partiti avevano dei segretari forti e il partito più forte, il Pci-Pds-Ds, decideva chi doveva fare il candidato premier. Dopo la fallimentare esperienza del Polo Progressista del 1994 che non prevedeva l’indicazione di un vero capo coalizione (Occhetto, segretario del Pds, non lo era), D’Alema, allora segretario del Pds, disse a Romano Prodi, quando nacque il primo Ulivo (1995), poi al governo (1996-’98) , “il nostro partito ti conferisce la sua forza”. Insomma, il re investiva l’imperatore, ma a comandare restavano i vari ‘re’ e l’imperatore era solo un primum inter pares. La scelta di voler introdurre le primarie ricade, perciò, tutta su Romano Prodi. Il Professore, richiamato in Italia per guidare di nuovo il centro-sinistra, dopo l’esperienza del primo Ulivo (1996-’98), voleva una piena consacrazione popolare che lo liberasse dal giogo dei partiti. Il Professore in seconda, Arturo Parisi, ideologo dell’Ulivo, studiò forma e struttura delle primarie, sulla base dell’esperienza Usa.

Si tennero il 16 ottobre 2005, le prime primarie, e furono primarie di coalizione. Furono 4 milioni i votanti (4.311.000 per la precisione) e Prodi vinse a mani basse con 3.182.000 voti (74,1%), secondo Bertinotti (Prc), terzo Mastella (Udeur). Ma la coalizione dell’Unione che si era coagulata proprio attorno a Prodi, dopo aver vinto, di poco, le Politiche del 2006, nel 2008 era già caduta e Prodi con essa. Nel frattempo, era nato il Pd, fusione di Ds e Margherita. Walter Veltroni volle legittimarsi a sua volta con il bagno di popolo. Il 14 ottobre 2007 ecco le prime primarie di partito. Votarono i 3 554 169 elettori, ma non ci fu partita: Veltroni trionfò con 2.694.000 voti (75%) seguito, a larga distanza, da Rosy Bindi ed Enrico Letta. Solo che Veltroni, dopo aver perso le elezioni politiche del 2008, contro il sempieterno Berlusconi, si dimise nel 2009 (per aver perso le elezioni in… Sardegna) e nel Pd iniziò un lungo periodo di ‘torbidi’. Dopo una breve reggenza affidata al vicesegretario Dario Franceschini, il 25 ottobre 2009 si tennero nuove primarie sempre di partito. Sempre tanti gli elettori (3.102.709), sempre tre i candidati: Pier Luigi Bersani, alfiere della ex-Ditta, che però D’Alema non voleva si candidasse, vinse con 1.623.239 voti (53%), seguito da Franceschini (34%) e Ignazio Marino (12%).

La presa di Bersani sul partito sembrava di ferro, ma nel frattempo il governo Berlusconi era caduto (2011), il governo Monti ‘lacrime e sangue’, nato per volontà di Napolitano, era appoggiato dal Pd che si logorò con esso. Nel frattempo, era nata la stella di Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, che lanciò a Bersani il guanto di sfida. Bersani, con un atto non dovuto (per Statuto la carica di segretario e candidato premier coincidono), accettò di svolgere nuove primarie, stavolta di coalizione, in vista delle Politiche del 2013. I turni, per la prima volta, furono due. Il primo si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Seguivano Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), Laura Puppato (Pd, 2,6%) e Bruno Tabacci (Centro democratico, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono ben 2.802.382 elettori. Dopo settimane di polemiche al calor bianco, Vinse Bersani con 1.706.457 voti (69,1%) contro i 1.095.925 voti (39%) di Renzi, che riconobbe la sconfitta e appoggiò Bersani che formò, in vista delle Politiche del 2013, la coalizione ‘Italia Bene Comune’ (Pd-Sel-Cd).

Ma quella di Bersani fu una vittoria ‘di Pirro’ cui seguì, a febbraio 2013, la ‘non vittoria’ alle Politiche, la mancata elezione Prodi (il ‘complotto dei 101’) a Capo dello Stato, la rielezione di Napolitano e la nascita di un nuovo governo di larghe intese, stavolta guidato da Enrico Letta. Le dimissioni di Bersani e la breve reggenza affidata a Guglielmo Epifani furono il preludio alle nuove primarie dell’8 dicembre 2013. Parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che stavolta stravinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti) contro Gianni Cuperlo (18%) e Pippo Civati (14,2%). Con Renzi nuovo segretario del Pd, l’esperienza del governo Letta finì subito, a febbraio 2014. Il governo Renzi durò due anni, fino a quando Renzi volle e perse (male) il referendum costituzionale del 4 dicembre. Il giorno dopo Renzi si dimise e nacque il governo Gentiloni. Il Pd – dopo una lunga discussione al suo interno – diede il via a nuove primarie, ma nel frattempo subì anche una dolorosa scissione, quella di Art. 1 – Mdp. Oggi si saprà chi sarà il nuovo leader del Pd nonché il candidato premier alle Politiche.
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2. Tante elezioni primarie e in diversi partiti, mai nessuna legge per regolarle. 

Le primarie, in Italia, non sono regolamentate per legge, ma in Toscana e in Calabria sono stati fatte due leggi regionali per indirle. Le primarie sono state di due tipi, di partito e di coalizione, e si sono sempre effettuate nel campo di Pd e centrosinistra, che le ha organizzate due volte (2005 e 2012) per scegliere il leader della sua coalizione, tre volte (2007, 2009, 2013) per scegliere il segretario del Pd e più volte per determinare il candidato a presidente di Regione, sindaco o altri ruoli (i casi più eclatanti, discussi e problematici sono state, per ben due volte, le primarie per scegliere il candidato sindaco a Napoli, con tanto di annullamento in un caso – 2011 – e forti polemiche nel 2016), ma anche le primarie a Genova e a Roma, sono state investite da polemiche, sospetti, accuse di brogli di ogni tipo). Forza Italia aveva elaborato un regolamento per le primarie (estensore Laura Ravetto), ma non lo ha mai messo in atto. La Lega – che ha tenuto primarie riservate solo ai propri iscritti nel 2013 per scegliere il proprio segretario federale – e Fd’It chiedono da tempo di fare le primarie per scegliere il candidato del centrodestra, ma Forza Italia si oppone. L’M5S tiene le sue elezioni (quirinarie, parlamentarie, etc.) via web filtrando gli iscritti e aderenti con pre-registrazioni.


3. Numeri, cifre e date delle primarie dal 2005 a oggi. 

La prima volta le primarie si fecero per scegliere la guida dell’Unione alle Politiche del 2006. Si votò il 16 ottobre 2005: 4.311.000 furono gli elettori in 9.816 seggi. Sette i candidati: Romano Prodi (Ulivo), Fausto Bertinotti (Prc), Antonio Di Pietro (Idv), Clemente Mastella (Udeur), Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) e due indipendenti (Simona Panzino, area no-global, e Ivan Scalfarotto). Prodi vinse con 3.182.000 voti (74,1%), seguito a larga distanza da Bertinotti (14,7%), Mastella (4,6%), Di Pietro (3,3%).

Nel 2007, il 14 ottobre, le prime primarie del Pd videro votare 3 554 169 elettori in 11.204 seggi. Quattro i candidati: Walter Veltroni, Rosy Bindi, Enrico Letta e Pier Giorgio Gawronski. Veltroni con 2.694.721 voti (75,8%), seguito da Bindi (12,9%) e Letta (11,1%), divenne segretario del Pd.

Nel 2009, il 25 ottobre, dopo le dimissioni di Veltroni e la segreteria Franceschini, nuove primarie per il Pd: 3.102.709 gli elettori e solo tre i candidati. Pier Luigi Bersani le vinse con 1.623.239 voti (53,23%), seguito da Franceschini (1.045.123 voti pari al 34,27%) e Ignazio Marino (12,5%).

Nel 2012 nuove primarie di coalizione. Si trattava di votare il candidato premier della coalizione “Italia Bene Comune” in vista delle Politiche del 2013. Il primo turno si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani, allora segretario del Pd, arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, sindaco di Firenze, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Poi, a seguire, Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), e Laura Puppato (2,6%) e Bruno Tabacci (Centristi, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono 2.802.382 elettori. Bersani vinse con 1.706.457 voti (69,1%) contro Renzi che prese 1.095.925 voti (39%).

Nel 2013 nuove primarie per eleggere il segretario del Pd dopo le dimissioni di Bersani e la breve segreteria Epifani. Si votò il’8 dicembre 2013: parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che le vinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti), seguito da Gianni Cuperlo (18,21%, 510.970 voti) e Pippo Civati (14,24% pari a 399.473 voti).


4. Il complicato e farraginoso regolamento del Pd che regola le elezioni primarie. 

Alle primarie del Pd possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 16 anni e gli extracomunitari residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno. Basta registrarsi, pagare due euro, sottoscrivere una ‘Carta degli Intenti’ e presentarsi ai seggi con un documento d’identità e la tessera elettorale. Lo Statuto del Pd – scritto da due costituzionalisti di area, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti – prevede due passaggi. Nel primo votano solo gli iscritti al partito entro una certa data prestabilita (stavolta bisognava essere tra gli iscritti 2016 prorogati fino al 28 febbraio 2017). Il voto tra gli iscritti è solo indicativo ed esclude solo l’eventuale candidato che resta sotto il 5% dei voti a livello nazionale. Nelle primarie ‘aperte’ votano, appunti, iscritti ed elettori. Ma se nessuno dei candidati ammessi alle primarie ‘aperte’ raggiunge il 50,1% dei voti, sovrana diventa l’Assemblea nazionale. Si tratta del massimo organo elettivo del Pd. Composta da mille membri, che vengono eletti in liste bloccate con metodo proporzionale collegate ai candidati, sono loro, i delegati dell’Assemblea, a proclamare eletto il segretario che ha preso il 50,1% dei voti alle primarie, o a scegliere, con un ballottaggio dove vince chi ha più voti, uno dei due candidati meglio piazzati alle primarie aperte.


5. La Storia non si fa con i ‘se’ ma… Tre scenari un po’ fantascientifici e un po’ no.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se Napoleone avesse vinto a Waterloo” è il titolo di un famoso libro dell’Ottocento. E’ diventata una disciplina, la storia ‘contro-fattuale’: serve a immaginare cosa sarebbe successo ‘se’ la Storia non fosse andata come è andata. Sconfina, persino e ovviamente, nella fantascienza. E dunque, cosa succederebbe, da qui al 2018, se alle primarie vincesse Renzi o Orlando o Emiliano? Ecco tre scenari possibili, forse plausibili, forse inventati….

“Se” vince Emiliano. Una marea di persone, quasi 4 milioni, va a votare. Come già successo al referendum del 4 dicembre, la voglia di mandare a casa Renzi rovescia ogni previsione. Emiliano vince e apre immediatamente un tavolo con i 5 Stelle per cambiare la legge elettorale, poi toglie l’appoggio al governo Gentiloni che cade. Si va a elezioni anticipate. Renzi lascia il Pd e fonda un nuovo movimento, “In cammino”, sulla scia del vittorioso Macron in Francia. Il Pd, che ha perso Renzi e i renziani, dà vita a un ‘listone’ che abbraccia tutta la sinistra, da D’Alema a De Magistris. I 5Stelle vincono le elezioni, il Pd arriva secondo. Emiliano apre la trattativa per un governo di ‘salvezza nazionale’. Di Maio fa il premier, Emiliano il vicepremier, il governo indice due referendum: uno per uscire dall’Europa e dall’Euro (Italexit) e uno per uscire dalla Nato. Vincono i Sì. Scontri, proteste e incidenti. L’instabilità regna sovrana.

“Se” vince Orlando. Orlando, inaspettatamente, prende il 35% dei consensi, Emiliano il 15%, Renzi solo il 48%, restando sotto il 50%. E’ necessario un voto di ballottaggio in seno all’Assemblea nazionale, il 7 maggio. Dopo notti di febbrili trattative, Emiliano riversa i suoi voti su Orlando e Franceschini rompe con Renzi. Orlando diventa segretario. Renzi resta all’opposizione. Orlando garantisce il sostegno al governo Gentiloni fino a fine legislatura. Intanto, il Pd scrive una nuova legge elettorale con FI e i centristi che introduce il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse. Orlando crea una coalizione con Mdp (Bersani e D’Alema), Pisapia, i centristi e gli ulivisti democratici, ma cede lo scettro del capo coalizione a Romano Prodi, che decide di ricandidarsi alla guida del ‘Nuovo Ulivo’. Alle elezioni (maggio 2018) si presenta anche Renzi, uscito dal Pd. Il centrosinistra unito supera i 5Stelle, ma le elezioni le vince il centrodestra. Berlusconi, riabilitato dalla sentenza di Strasburgo, viene incaricato di fare il presidente del Consiglio, Salvini va agli Esteri, Meloni alla Sanità. Il centrodestra propone un referendum per uscire dall’Euro. Si torna alla lira. Al Pd tocca una lunga fase di opposizione.

“Se” vince Renzi. L’ex premier ottiene il 67% dei consensi e, appena torna segretario, inizia a terremotare il governo. A settembre Gentiloni, sfibrato, lascia e si va alle urne. M5S arriva primo, FI corre da sola, rompendo con Lega e Fd’It che danno vita a un polo ‘sovranista’. Il Pd arriva secondo, ma indebolito da un ‘listone’ di centrosinistra che comprende Bersani, D’Alema, Pisapia, Prodi, Letta e altri. Nasce un governo di unità nazionale Pd-FI presieduto da Dario Franceschini, Berlusconi piazza i suoi uomini forti al governo, Renzi si deve accontentare: ministro degli Esteri.

NB: Tutti gli articoli sono stati pubblicati nelle due pagine di Speciale Primarie uscite su Quotidiano Nazionale il 20 aprile 2017. 

Mdp lancia in resta contro il Pd. Speranza è il nuovo leader, ma i malumori interni già affiorano

Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. La sfida degli ex: “Siamo qui per vincere”. Speranza incoronato leader. 

Da un lato, l’attacco, stile fabbri in fonderia, al Pd, non solo a quello di Renzi che “farà l’alleanza con Berlusconi”, ma a tutto il Pd, compreso Orlando (solo Emiliano, per carità di ex patria, non viene mai citato: doveva andare con loro, poi si sfilò). Dall’altro l’avvertimento, netto, duro, al governo Gentiloni: “Non siamo disponibili a sostenere misure che aumentino le diseguaglianze”. E ancora: “Il governo arriverà al 2018, ma ci ascolti” (altrimenti?). Parole che suscitano gli entusiasmi dei pasdaran renziani, i quali fanno segreti voti al Cielo che siano proprio i loro ex compagni di partito a creare “l’incidente” e a provocare, in Parlamento, la caduta del governo amico per avere finalmente la scusa di poter correre al voto anticipato. Mdp inizia il suo cammino, lo fa da Napoli, con la prima assemblea nazionale dei comitati promotori del movimento che, a livello organizzativo, è un successo (2200 persone). In platea, prima fila, siedono Bersani, D’Alema e Rossi, che pare depresso (continua a sentirsi messo un po’ in disparte). Speranza li ringrazia tutti per la “loro generosità”, ma la distanza tra ‘Pier Luigi’ e ‘Massimo’, è tornata siderale e si conta sul numero delle tante, troppe, sedie che li separano.

Sul palco introduce sempre lui, Speranza, e mette in chiaro: “Siamo qui per vincere e di certo non solo per partecipare”. Che Speranza non voglia solo partecipare è chiaro a tutti, non solo a lui. “E adesso la parola al nostro leader nazionale! Robertooo Speranza!”. La non più giovane annunciatrice dell’evento – la deputata Luisa Bossa – si lascia, forse, tradire dall’emozione, ma tant’è. La consacrazione del pupillo di Bersani è roboante e plastica. Certo, dentro Mdp, nessuno ha ancora eletto nessuno e tutte le cariche sono ‘provvisorie’ (il congresso, quello fondativo, se mai si farà, si farà in autunno), ma Bersani e bersaniani (il nucleo storico: Stumpo, Zoggia, Leva, più l’ideologo Gotor) hanno già vinto il primo round. Sono loro, ad oggi, il nucleo forte del ‘partito’ appena nato. Gli ex Sel vorrebbero, invece, non “un partitino”, come mette in guardia Ciccio Ferrara, ma un ‘movimento’ largo, non una ‘Cosina Rossa’, aperto e dialogante oggi con Pisapia e, domani, con il Pd, chiunque lo guidi, ma i bersaniani – avvinti nella spirale da delenda Carthago – dicono di voler “far male al Pd e in tutti i modi possibili”.

Speranza, non a caso, fa un discorso tutto all’attacco, contro i democrat, parole di chi i ponti vuole farli saltare, non certo costruirli. E poco importa che l’ex vendoliano Arturo Scotto – altro potenziale leader di Mdp che al neonato partito ha portato in dote 31 deputati su 40 e neppure è diventato capogruppo, carica diventata appannaggio dell’ex bersaniano Francesco Laforgia, che comanda su 40 deputati mentre  i senatori sono 15 e li guida Cecilia Guerra – dica “non chiamateci scissionisti, ma ricostruttori”. “Il Pd è diventato Pdr, partito personale e pigliatutto – scandisce Speranza – presto andrà con Berlusconi: noi diciamo no!”.

Oltre al saluto, rituale ma affettuoso, del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris – che in Campania ha la sua rete ‘Dema’ ma a livello nazionale guarda più a Sel e Civati che a Mdp, però ieri è venuto, è stato mezz’ora, poi è andato via, giusto il tempo per farsi guardare in cagnesco da un D’Alema che non lo hai mai amato – la mano tesa di Speranza è per Pisapia. “Questa casa è anche la tua, le nostre strade s’incontreranno presto”, dice Speranza, anche se Pisapia ha preferito tenersi alla larga da Napoli, limitandosi a un – assai tiepido – messaggio di saluto e buon lavoro. Molto dipenderà dalla legge elettorale con cui si vota. Speranza tuona contro “un Parlamento di servi e nominati”, ma dentro Mdp già fanno di conto: “Lo sbarramento all’8% al Senato è inarrivabile, passeremo solo alla Camera, dove è al 3%, i capolista bloccati servono pure a noi, poche storie, altrimenti sarà una guerra all’ultimo sangue e i bersaniani, che sono gli unici davvero organizzati, e che ci stritolano”, dicono gli ex Sel. Meglio non fidarsi troppo, tra compagni.


2. Legge elettorale, governo e forma partito. Gli scissionisti già ai ferri corti. 

Si aspettano mille persone, ne arriveranno almeno 1500, i posti a sedere saranno strapieni, le belle e rosse bandiere sventoleranno. Si tiene oggi, a Napoli, la prima manifestazione nazionale di “Articolo Uno Movimento democratico e progressista” (Mdp, in sigla) e, se il nome è lungo come una Quaresima, sarà una festa. I sondaggi sono discreti, confortevoli: il 4,3% di media non è il 10% cui puntavano, ma è sopra la soglia di sbarramento alla Camera (al Senato è un’altra storia, lì sarà dura). La gente dei mitici ‘territori’ risponde: “molti – assicura il bersaniano Nico Stumpo – aspettano solo la fine del congresso del Pd e la scontata vittoria di Renzi, poi ci sarà il bing bang finale”. In attesa del mitico bing bang, i gruppi parlamentari sono robusti (40 deputati e 15 senatori, più tre europarlamentari), le sezioni ancora non ci sono (“Vedetevi nelle case” ha detto Speranza, come un apostolo di Gesù ai primi cristiani), ma presto arriveranno anche quelle. Poi arriveranno manifestazioni che sono un must per ogni partito di sinistra che si rispetti (il 25 aprile, il Primo maggio, sul 25 ottobre, data della rivoluzione bolscevica di  cui quest’anno ricorre, peraltro, il 70 esimo anniversario, forse si aprirà  un bel dibattito) e, a fine anno, dovrebbe arrivare pure il primo congresso.

Articolo 1 risente, tuttavia, a neppure un mese dalla nascita, di un difetto primigenio: la fusione a freddo di identità assai diverse. Un ex berlingueriano ‘socialista’, il governatore toscano Enrico Rossi, neanche arriva e già si lamenta del cono d’ombra in cui è finito. Un ex comunista come Massimo D’Alema si tiene volutamente in disparte perché è intelligente e dunque sa di essere ingombrante, ma non manca di dire la sua come ieri: “Non ho rimpianti ad aver lasciato il Pd, l’unico trauma della mia vita è stata la fine del Pci”. Un post-diessino emiliano come Pierluigi Bersani scopre, invece, la sua seconda giovinezza: interviste, comizi, discorsi in Aula. Giovani di belle speranze (l’ex capogruppo di Sel Scotto e l’ex capogruppo Pd Speranza), ma capaci, davvero dettano la linea, che però è già diventata una e bina: “Mai con il Pd di Renzi”, ‘ma però’ “sì a Gentiloni”. Poi spuntano personaggi fino a ieri laterali come Ciccio Ferrara (ex Pci, ex Prc, ex Sel): dice che non bisogna fare “un partitino” ma “un movimento largo” e poi allearsi con il Campo di Pisapia che, però, guarda a Renzi, e i bersaniani lo vedono di malocchio. Nel frattempo, pure se non c’è Pisapia, di certo arriva la Boldrini.

Il guaio è che Mdp nasce dalle ceneri di due scissioni. La prima, quella dei bersaniani dal Pd, si è forgiata, seppur da poco, nel ferro e nel fuoco, come in un romanzo di Jack London. L’eco delle polemiche di Gotor contro i renziani ancora echeggiano, al Senato, e gli stracci tra bersaniani e renziani ancora volano, alla Camera. Forse è per questo che i bersaniani (Stumpo, Leva, Zoggia, etc) “stanno sempre tra loro, è una setta”, li accusano gli ex vendoliani. La seconda scissione, quella degli ex Sel da Sel – dalle cui ceneri è sorta Sinistra italiana di Fratoianni, oggi in tandem con Civati – è stata invece una separazione consensuale, un gentlmen agreement che ha causato sì qualche dissapore e malumore ma insomma, è stata una cosa civile: gli ex vendoliani ancora si salutano, tra di loro, alla Camera, mentre gli ex democrat non prenderebbero, coi renziani, manco un caffé. Alquanto stucchevole, anche, dentro Mdp, la superfetazione delle cariche: Speranza viene detto ‘leader’ di un Movimento di cui Rossi è presidente, Scotto ‘vice-leader’, poi ci sono i due capigruppo Laforgia (Camera) e Guerra (Senato).

E se proprio Speranza dice “il Mattarellum è un bluff del Pd”, solo due giorni fa Bersani assicurava: “Pronti a votare il Mattarellum”. Ma proprio Bersani, quando ha aperto all’alleanza con i Cinque Stelle, è stato sommerso di critiche un po’ da tutti, Mdp compresa. Certo, mai quanto D’Attorre, che ha ripudiato il Mattarellum e, apriti cielo, assemblea di gruppo subito convocata, sconfessione. Ora c’è il decreto Minniti da votare e la manovrina da varare: gli ex-Pd sono ai ferri corti con gli ex di Sel, il rischio è che li votino in modo separato, si spera di ‘fare sintesi’, ma insomma: che fatica.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati il I e il 2 aprile su Quotidiano Nazionale 

Che barba, che noia. Una prima analisi del congresso del Pd tra mancate risposte, scontro tra i candidanti, calo di partecipazione e calo di attenzione

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gratta gratta, sotto ogni russo c’è un tartaro” – (dal libro “Il grande Gioco”)

  1. Il congresso del Pd. ‘Che barba, che noia’…

Il congresso del Pd ha preso una piega assai noiosa. Sì, certo: Matteo Renzi tuona contro l’austerity dell’Unione Europea e i vincoli di bilancio che la Ue impone all’Italia. Sì, certo: Andrea Orlando chiede la distinzione tra i ruoli di segretario del Pd e candidato premier (oggi coincidenti, per Statuto: lo sono da quando nacque il Pd, nel lontano 2007).  Sì, certo: Michele Emiliano si strappa le vesti perché i suoi pugliesi devono accettare il gasdotto Tap nel loro Salento e tuona contro il partito “in mano ai banchieri e ai petrolieri”.

La verità, tuttavia, è che nessuno dei tre contendenti in gara ha una compiuta idea di Paese o nella migliore delle ipotesi non riesce a comunicarla agli iscritti e agli elettori del Pd. Poi, per carità, Renzi ha messo in campo il Lingotto e lì qualche idea di programma si è vista e si è ascoltata, tra una canzone di Claudio Baglioni (sic), una di Ermal Meta (sic) e un palco verde con il trolley del presunto giro per l’Italia che Renzi dovrebbe fare, ma che – tranne qualche tappa – ad oggi neppure è iniziato. Poi, per carità, Orlando terrà la sua conferenza programmatica l’8 aprile in quel di Napoli e lì, si spera, qualche scelta e investimento programmatico sarà fatto, vagliato, proposto, raccontato e, ovvio, lanciato. Poi, per carità, Emiliano schizza da una parte all’altra della Penisola, causa i suoi scarsi – scarsissimi – voti racimolati finora tra gli iscritti e parla, parla, e tuona, tuona, su tutto.

  1. Risposte e proposte sui programmi? Non pervenute.

Però, insomma, l’impressione rimane. Cosa pensano i tre candidati al congresso del principale partito del Paese (al netto dei sondaggi, che vedono in testa i Cinque Stelle, e al netto della possibilità che il centrodestra si unisca davvero, tale è il Pd sia per voti assoluti presi alle Politiche del 2013 – guida Bersani – sia per i voti presi alle Europee 2014 – guida Renzi) dell’immigrazione e dei decreti sulla sicurezza di Minniti? Come pensano di rivitalizzare l’economia? Cosa credono che serva per avere altri – e nuovi e forti – margini di flessibilità nella trattativa con Bruxelles? Come vedono il reddito di cittadinanza avanzato dai grillini e, in parte, rilanciato persino da Silvio Berlusconi? Come – loro – imposterebbero il rapporto con gli Usa di Trump, con la Russia di Putin, con il Medio Oriente o la Libia o l’Africa, se diventassero candidati premier? Cosa intendono fare, visto che molto se ne discute, in merito alla nuova legge elettorale che il Parlamento non affronta, rinviandone la discussione di mese in mese, ma che la Corte costituzionale ci ha chiesto di affrontare e il Capo dello Stato chiede – pur se nel suo, ormai abitudinario, silenzio operoso – di varare?

  1. Le ‘baruffe chiozzotte’ sul calo dei votanti e gli iscritti.

Non si sa. Per ora, le discussioni tra i tre contendenti e i colonnelli dei tre campioni si limitano a baruffe chiozziotte – come direbbe Goldoni – sulla partecipazione al voto, il calo degli iscritti, i voti presi. Renzi e i renziani sono molti contenti dell’affluenza degli iscritti al voto e, ovviamente, dei risultati chi gli arridono. Eppure, anche se la mozione Renzi viaggia sul 70% circa dei voti tra gli iscritti e la partecipazione è quasi al 60%, va tenuto conto del fatto che, alle primarie del 2013, quelle in cui Renzi sconfisse Cuperlo e Civati (poi uscito dal Pd), votarono circa 290 mila iscritti e poi, alle primarie nei gazebo, andarono circa 2 milioni e 800 mila persone. Ora, dato che i circoli del Pd sono 6300 e gli iscritti 420 mila (405 mila in realtà cui però vanno aggiunti 15 mila GD, i Giovani democratici), al ritmo attuale dovrebbero votare – proiettando i dati della prima settimana di votazioni, sempre e solo nei circoli – circa 186 mila iscritti su 420 mila, il che vuol dire almeno 100 mila elettori in meno rispetto al 2013.

Certo, la caduta degli iscritti al Pd è stata fermata, arginata: erano 379 mila nel 2014, 396 mila nel 2015, sono 405 mila oggi (merito del gran lavoro fatto dal vicesegretario dem, Lorenzo Guerini), ma il calo della partecipazione c’è e si sente. In circoli dem di Genova hanno votato in 7 (sette), nei circoli ‘operai’ di Piombino, Itachi e Mitsubishi della Toscana ha vinto Renzi, ma gli operai erano davvero pochi. E, in Emilia-Romagna, la (ex) mitica ‘Emilia rossa’ del Pci – scrive il 28 marzo Huffington Post – “gli iscritti nel 2013 erano più di 80mila e l’affluenza al congresso fu del 34%, che corrisponde in termini assoluti a 27mila votanti. Ora gli iscritti sono 47mila. Il 50% di partecipazione equivale all’80% dei votanti dell’altra volta”, un calo assai drastico. Il comitato emiliano di Orlando dichiara all’Ansa: “Nei 170 circoli scrutinati hanno partecipato al voto 1.852 iscritti in meno rispetto al 2013 e negli stessi 170 circoli dove si è votato gli iscritti sono passati da 20.252 a 12.856”. Ora, va fatto notare, en passant, che a Orlando e ai suoi la polemica sul calo degli iscritti non conviene affatto. Difficile, infatti, che Orlando riesca a prendere, alle primarie aperte, più del 30-33% che sta prendendo ora nei circoli, Diverso il caso di Emiliano, che sta andando malissimo, inchiodato a un 4-6% su base nazionale che rischia di fargli saltare la fase finale della competizione: infatti, per accedere alle primarie aperte serve aver preso, nei congressi di circolo, il 5% su base nazionale oppure il 15% in 5 regione, che è ‘tanta roba’. A lui sì che converrebbe fare la polemica sul calo dei votanti. Ma la vera polemica cui si apprestano a soffiare sul fuoco sia Emiliano sia – temiamo – anche Orlando, il più posato, misurato e, forse, responsabile, dei tre contendenti in palio, è un’altra e riguarda la partecipazione alle primarie aperte.

4 L’assurdo Statuto del Pd e i suoi tre ‘turni’ elettorali.

Infatti, il 30 aprile, quando si svolgerà il secondo round, appunto, tutto o molto si giocherà sulla partecipazione. Prima però va spiegato che lo Statuto del Pd è tanto complesso e arzigogolato quanto assurdo. Di fatto, è un missile a tre stadi, una sorta di sistema elettorale a tre turni. Il ‘primo turno’ è quello del voto tra gli iscritti ora in corso. Votano, appunto, solo gli iscritti al Pd (fa fede la tessera del 2016 o l’iscrizione entro il 28 febbraio 2017, nel 2013 però ci si poteva iscrivere e votare il giorno stesso a ogni circolo) ma il voto, in pratica, ‘non’ vale nulla. Infatti, è il ‘secondo turno’, le primarie aperte, quelle in cui possono votare tutti i cittadini italiani, gli immigrati residenti e pure i 16enni, purché firmino la ‘Carta dei valori’ del Pd e versino 2 euro, quello che conta. Chi vince, vince, a prescindere dai voti presi tra gli iscritti, voti che, appunto, non valgon più nulla. Ma c’è un ma. Infatti, ove nessuno dei contendenti (tre, allo stato, forse due, se Emiliano venisse escluso dopo il primo giro tra gli iscritti) raccolga più del 50,1% dei votanti, diventa sovrana, per decidere chi farà il segretario del Pd, l’Assemblea nazionale del Pd. La quale viene composta da mille membri eletti nelle liste collegate – con un sistema maggioritario a turno unico – ai vari contendenti in lista. Qui, in Assemblea – che si terrà il 7 maggio, mentre le primarie aperte si terranno il 30 aprile ed entro il I aprile finiranno le votazioni nei circoli – può accadere di tutto. Poniamo che Renzi raccolga il 48,1% dei consensi. I delegati eletti con le mozioni Orlando (40,0%) ed Emiliano (10,9%) potrebbero convergere su uno dei due candidati che si sono opposti al vincitore con maggioranza relativa e battere Renzi. Senza dire della possibilità che dei delegati eletti con la mozione Renzi si ‘stacchino’ da essa e votino per un altro candidato. Ipotesi di scuola, certo, ma possibili. La vera partita, in ogni caso, è e resta un’altra. Ed è appunto la partecipazione al voto, ovvero l’affluenza alle primarie.

5. La posta in gioco: l’affluenza alle primarie aperte.

Certo, il giorno scelto – il 30 aprile – che capita in un mega ‘ponte’ di festività, a cavallo tra 25 Aprile e Primo maggio, non aiuterà l’affluenza e lo scarso e poco produttivo dibattito sui temi più caldi, come si è detto prima, neppure. A lungo, al Nazareno, si è sperato in un’affluenza al voto di almeno 2 milioni e 200 mila/ 2 milioni e 500 mila persone, ora ci si accontenterebbe anche di sfiorare quota 2 milioni.  Il guaio è che la quota, o come si dice in gergo, l’asticella è assai bassa e, di certo, non farà fare bella figura al vincitore, chiunque esso sia (Renzi presumibilmente, ai dati di oggi).

Basta qualche raffronto con il passato per rendersene conto. Nel 2013 votarono, come si ricorderà, 2 milioni e 800 mila elettori (Renzi vinse con il 67% dei voti contro Cuperlo), ma in passato i risultati furono anche più brillanti: nel 2009, quando Bersani trionfò su Franceschini (e pure su Marino), votarono 3 milioni e 100 mila persone; nel 2007, alle ‘prime’ primarie, Veltroni vinse su Rosy Bindi ed Enrico Letta con il 75% su numeri monstre (3 milioni e 500 mila). Inoltre, alle primarie del 2004 – di coalizione, le prime primarie, ma in quel caso dell’Ulivo – Prodi stravinse la competizione portando a votare oltre 4 milioni di persone. Infine, nel 2012, quando Bersani – accettando la sfida di Renzi e coinvolgendo anche Vendola e Tabacci – indisse le primarie di coalizione in vista delle elezioni politiche 2013, l’allora segretario dem vinse sull’allora sindaco di Firenze con il 60% su una platea di partecipanti di 3 milioni e 100 mila persone al I turno e di 2 milioni e 800 mila al secondo.

Insomma, numeri che – paragonati con le stime attuali – suonano impietosi, in negativo. ‘Che fare’, dunque? Il Pd potrebbe cercare di animare la gara tra i tre contendenti – oltre a cercare di renderla il più corretta e onesta possibile – parlando, appunto, di programmi, idee, scelte, interessi – anche legittimi – dei vari campioni rispetto al popolo del centrosinistra e al Paese. Lo farà? Ne dubitiamo assai. In un bel libro – Il Grande Gioco (Adelphi) – che tratta della secolare rivalità anglo-russa sui remoti confini dell’Est, tra l’India, la Persia, l’Afghanistan, il Kasmir, il Tibet, la Cina, è scritto che, “gratta gratta, sotto ogni russo c’è un tartaro”, per spiegare l’indomabile e fiero animo russo, assetato di spazi e conquiste quanto di battaglie. Ecco, gratta gratta, sotto lo spirito di ogni dirigente dem c’è un ‘tartaro’: una coazione a ripetere che porta alla disintegrazione continua, al conflitto perenne, a una lotta interna sorda e fratricida. Un serio danno e un grande peccato agli occhi di chi, come chi scrive, ritiene – nonostante tutti i suoi difetti, errori, miserie – il Pd l’unico solo partito ‘democratico’ del Paese.

NB: Questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 26 marzo 2017