“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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Grasso, “determinatissimo”, tesse la sua tela, ma la Sinistra è incerta sui nuovi nome e simbolo. Il Pd corre al riparo e stringe il patto coi ‘nanetti’

  1. Grasso tesse la sua tela dal suo ufficio, quello di presidente del Senato. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ieri Pietro Grasso, nella sua veste ‘politica’ di nuovo leader della Sinistra (secondo D’Alema “è uno abituato a comandare”), si è dato molto da fare. Mentre l’esame della Legge di Stabilità ancora arrancava dentro la commissione Bilancio, Grasso ha ricevuto i vertici di Mdp-SI-Possibile, noti come i Tre Tenori (Speranza, Fratoianni, Civati), nel suo ufficio. I quali lo hanno trovato “determinatissimo” a impegnarsi. Altro che “non ha ancora sciolto la riserva”, come insistono i suoi. E se sul simbolo regna l’incertezza (garofano rosso?) comunque il cognome di Grasso, sotto il nuovo nome, ci sarà. In realtà, sul nuovo nome della Sinistra, regna ancora molta confusione. ‘Liberi ed Eguali’ piaceva tanto a molti, specie a Grasso (e pure a Civati) perché privo di riferimenti ideologici ‘comunisti’, ma è in mano all’area liberal del Pd. Si chiama, infatti, Libertà Eguale, un’area di ex veltroniani, Morando e Tonini: hanno già diffidato Mdp&co. di usarlo. Almeno il nuovo nome, se non il simbolo, sarà presentato, comunque, il 3 dicembre al Pala Atlantico di Roma. L’altra cosa certa è che in quel catino di bandiere rosse Grasso sarà acclamato come “leader” dai 1500 delegati eletti dalle 158 assemblee di base di Mdp, SI e Possibile (42 mila i votanti).

Le assemblee hanno determinato un altro punto chiave: le ‘quote’ che avrà ognuno dei tre partiti (Mdp, SI e Possibile) in vista delle prossime candidature alle Politiche. Quote che saranno così rigidamente ripartite: 50% a Mdp, 35% a SI e 15% a Possibile: la somma dei due partiti più ‘di sinistra’ eguaglia cioè la quota di Mdp, che si aspettava molto di più. Ma se in molte realtà Mdp ha stravinto, in molte altre gli uomini di Fratoianni e di Civati si sono uniti per ‘arginarla’. Ora, però, i posti in lista, sono stati fissati sulle quote citate (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile). E così Mdp dovrà sacrificare alcuni dei suoi – molti – parlamentari (43 deputati e 16 senatori) per far largo ai tanti big fuori dal Parlamento (D’Alema, Errani, Bassolino, Panzeri, etc.).

Tornando a Grasso: ieri ha spedito molti inviti e fatto altrettante telefonate. Certo, non sulla carta intestata del Senato o consegnati dai motociclisti, cui pure ha diritto, ma pur sempre dal suo ufficio, quello di presidente. Inviti diretti ai molti ‘mondi’ che conosce a correre con lui per non far apparire la nuova ‘Cosa Rossa’ troppo ‘rossa’. Ma proprio ieri, Grasso ha ricevuto un ‘no’ che brucia. Sandra Bonsanti, a nome dei circoli di ‘Libertà e Giustizia’, animatori dei Comitati del No al referendum anti-Renzi, di cui è presidente, gli ha risposto dura “Pietro, noi si fa altro”. Infatti, Libertà e Giustizia organizza, proprio il 3 dicembre, un’iniziativa a Firenze cui partecipano il direttore del Fatto, Travaglio, l’ormai ex leader delle assemblee del Brancaccio (Tomaso Montanari) e tutti i ‘professori’ del No anti-Renzi (Zagrebelsky in testa) che si sentono ‘più a sinistra’ di tutti. Non ha accettato l’invito di Grasso neppure la presidente della Camera, Laura Boldrini, su cui Grasso invece contava. Potrebbe capeggiare, dato che Pisapia non si candiderà ma sta per chiudere l’accordo col Pd, una lista di ‘Progressisti’ che porterebbe la dicitura “con Boldrini”, sempre con il Pd.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 29 novembre 2017 a pag. 6. 

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2. Il Pd ci prova, a cercare l’accordo con i ‘nanetti’, ma quanto valgono davvero?

 

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Con Pisapia l’accordo “non è ancora chiuso, ma speriamo in un accordo con Campo progressista, Radicali e forze di centro per dare vita a una coalizione di centrosinistra”. E’ verso sera e negli studi di Otto e mezzo il luogo e l’ora in cui Matteo Renzi delinea ufficialmente le alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni politiche. Il leader del Pd ha parlato, e molto, di politica anche alla presentazione del nuovo libro di Gianni Cuperlo (Sinistra, e poi?Titolo enigmatico, ma forse profetico) al Tempio di Adriano, ma trattandosi di Cuperlo in quel caso tutti hanno volato alto. Renzi dice anche, ma qui trattasi più di aspirazione che di certezza, che “il Pd sarà il primo gruppo parlamentare” (vuol dire prendere un voto in più non solo di Forza Italia, ma anche dei 5Stelle e l’impresa, allo stato dei sondaggi attuali, non sarà facile) e che “la nostra coalizione andrà sopra il 30% e vicina al 40%”. Ecco, il problema, però, per il Pd, sono proprio le liste collegate. Il Pd, nei sondaggi interni e riservati, segna ‘profondo rosso’: oscilla, come partito, tra il 22 e il 24%, cioè molto sotto persino il modesto 25,4% preso dal Pd di Bersani nel 2013. Renzi non si può permettere di non agguantare tale soglia, pena la sua fine politica. Il guaio è che le liste collegate – che saranno tre: centristi, Radicali europeisti e progressisti (Pisapia più qualche sindaco) – sono al momento stimate in modo ancora più catastrofico. I centristi (Casini-Galletti-Dellai-Olivero più Ap di Alfano, se ci sta: decidono oggi), le cui orme sono seguite passo passo da Lorenzo Guerini, sono quotati intorno all’1-2%. I Radicali devono pure raccogliere le firme (traguardo ambizioso) e non valgono più dell’1%. Li guiderà una personalità forte, Emma Bonino, avranno un logo oggi impolverato, ‘Forza Europa’ e pongono ‘problemi’, al Pd, di posti e programmi.

Infine, c’è la lista ispirata a Pisapia, tra mille contraddizioni esplose anche ieri. Prima esce la notizia che andrà in piazza con la Cgil, poi esce la smentita, Tabacci si arrabbia molto (“Cp non aderisce”)ma una parte dei suoi in piazza ci sarà. Quanto può valere, dato che ‘il leader riluttante’ non si candida e la Boldrini, che ne sarebbe la vice, lo ha mollato per andarsene, anche lei, con Mdp-SI al seguito di Grasso? Il 2-3%, se va bene. Ieri mattina, Cp ha visto Piero Fassino, ma alla Camera, per conto di Cp, non c’era Pisapia, ma tre colonnelli. Tutti fidatissimi, si capisce, ma diversissimi: Ciccio Ferrara viene dal Prc, Luigi Manconi sta ancora nel Pd e Bruno Tabacci viene dalla… Dc. Smentito con vigore che “Cp abbia chiesto una manciata di collegi sicuri al Pd”, l’incontro è stato, ancora una volta, assi interlocutorio. Il Pd ha offerto un po’ di tutto, ma i colonnelli di Pisapia hanno ripiantato tutti i loro paletti: rapida approvazione di ius soli e bio-testamento al Senato, abolizione del super-ticket in Stabilità, far slittare l’innalzamento dell’età pensionabile. Il più ostico, però, è la richiesta del ‘garante’ della coalizione, che avrebbe dovuto essere Prodi. Renzi lo straloda, in tv, ma non ne vuole neppur sentir parlare, i suoi ancor meno: “A noi non ci serve il preside per decidere chi comanda”. Oggi, infine, si apre la Leopolda 2017 con 8 mila giovani di cui Renzi è molto orgoglioso, molti ministri ma nessun Vip.


NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 24 novembre 2017. 

Nasce La Sinistra: odiano Renzi, rifiutano la mediazione di Prodi, sfottono Pisapia. E, intanto, si dividono su liste e alleanze…

Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale del 20 novembre 2017 a pag. 8 ma è stato modificato e ampliato per il mio blog nella parte in corsivo.

Ettore Maria Colombo  – ROMA

STA PER nascere «La Sinistra». Nome alternativo «Libertà e uguaglianza», che piace di più al presidente del Senato, Pietro Grasso, che ne sarà il front runner. In realtà, i suoi continuano a ripetere che «a chiunque lo chiami il presidente risponde che lui non parla a titolo di nessuno. Dicembre è ancora lontano…». Non che Grasso – come anche Laura Boldrini, che pure lì dentro finirà – stia per tornare sui loro passi. Ma, forse, entrambi iniziano a riflettere sul rischio, con Prodi e lo spirito «ulivista» nel campo del Pd, di finire in una «ridotta» di reduci del Pci-Pds-Ds-Pd (più quelli di Prc-Sel-SI, peraltro, si capisce). E non sarà certo l’appello che lancia Speranza al “mondo cattolico” a riuscire a far breccia negli ulivisti. O un altro rischio, ben più temibile: fare da pura foglia di fico ai desiderata altrui. Inoltre, il «soggetto unitario» della Sinistra («Più di una lista elettorale e meno di un partito»: così lo definiscono i suoi spin doctor) si limiterà, fino al voto, a dar vita solo a una lista elettorale «unitaria» di tre sigle esistenti (Mdp, SI, Possibile). Insomma, per ora siamo all’accrocchio elettorale. E già si iniziano a percepire le tensioni interne.

IL TASTO dolente è, come in ogni partito, la composizione delle liste, ma per La Sinistra c’è un problema in più: definire gli eletti «sicuri». Vuol dire distribuire posti blindati nei listini bloccati, unico canale dove La Sinistra eleggerà perché, pur presentando propri candidati in ogni collegio uninominale, a nessuno di essi arriderà la vittoria: non riusciranno, cioè, a strappare alcun seggio e i futuri deputati e senatori de La Sinistra arriveranno, dunque, solo dal secondo canale, quello dei listini bloccati. Per capirsi: è lì che vanno candidati, oltre che nei collegi uninominali ma in questo caso come ‘bandiera’, i big dei tre movimenti: D’Alema, Bersani, Errani, Epifani, Speranza e giù giù pe’ li rami per quanto riguarda i ‘colonnelli’ (Scotto, Zoggia, Leva, Gotor, Fornaro, Simoni, D’Attorre, etc. etc. etc.), ma il ragionamento è identico per SI (Fratoianni, Vendola se mai volesse tornare, la De Petris, ma anche i vari Palazzolo, Farina e altri pronti a scendere in pista come Luca Casarini, indimenticato leader delle ‘tute bianche’ al G8 di Genova del 2001) e Possibile, dove oltre Civati e Pastorino diventeranno ‘eleggibili’ personalità di area come il professor Pertici. Poi c’è pure il ‘problema’ di alcuni ‘spin doctor delle tre sigle (Di Traglia e Geloni per Mdp, Fedeli per SI, l’ex franceschiniano Piero Martino) che potrebbero voler aspirare, anche loro, a un seggio. Inoltre, c’è il problema dei frontrunner: Grasso e Boldrini vanno candidati in listini bloccati molto ‘sicuri’: non possono certo correre il rischio di venire trombati.  Infine, c’è la ‘quota’ da garantire alla famigerata ‘società civile’, quella che – secondo un D’Alema d’antan – “Semplicemente non esiste”: un paio di posti ai leader del cd. ‘Brancaccio’ alias Alleanza Popolare e Progressista, Tomaso Montanari e Anna Falcone, se ci ripenseranno (avevano detto che non si  candidavano perché il percorso non era “largo e partecipato”, ora pare che stiano cambiando idea…) più chi che la società civile la rappresenta davvero. Per non parlare di quel manipolo di deputati e senatori di Campo progressista che non ne vogliono sapere di andar dietro a Pisapia e allearsi col Pd, vogliosi di restare a sinistra. A far di conto, si tratta – a spanne – di almeno 70/80 deputati (oggi sono 43 quelli di Mdp e 17 quelli di SI, compresi i civatiani) e di 30/40 senatori (oggi sono 16 quelli di Mdp e 7 di SI). Decisamente troppi per le ambizioni, pur alte, di un accrocchio elettorale che, se dovesse prendere la ragguardevole cifra del 4-5%, potrebbe ambire a 20/30 deputati e 15 senatori.   Poi, certo, la Divina Provvidenza ci può mettere una mano e Grasso candidato premier far sì che la Sinistra veleggi a cifra doppia, diciamo intorno all’8-10%, ma oggi chi può dirlo? In ogni caso, le quote che spettano a ognuna delle tre sigle dovrebbero essere ripartite così: 40% a Mdp, 40% a SI e 20% a Civati più «società civile». Solo che Mdp vuole più spazio, «la società civile» e SI non mollano, volendo tenere i propri, e la trattativa è appena iniziata… (segnalo di aver ricevuto un cortese SMS di Roberto Speranza che nega in toto il fatto che i tre soggetti decideranno i posti in lista in base a quote prestabilite, ma che lo faranno “seguendo un percorso democratico e partecipato”: prendo atto). 

Ieri, in ogni caso, i tre soggetti hanno tenuto le loro assemblee «di partito» cui seguirà quella nazionale. Il percorso, come nella migliore tradizione bolscevica, è rovesciato: prima l’assemblea nazionale, poi le assemblee provinciali, da queste vengono tratti 1500 delegati che, in totale, comporranno la platea dell’Assemblea del 3 dicembre, fatti salvi un duecento circa di posti già assegnati a parlamentari uscenti e dirigenti di primo piano che ne saranno membri ‘di diritto’. Le tre assemblee si sono tenute in modo rigidamente separato. Mdp si è radunata al centro congresso Alibert, in pieno centro; SI, più proletaria di natura, in periferia. E Civati, che è il nanetto dei tre, ha fatto tutto on-line. I tre segretari, noti come «I tre tenori» – Speranza (Mdp), Fratoianni (SI) e Civati – hanno tenuto le loro relazioni con piglio deciso e toni aulici, ma contano fino a un certo punto.
Dietro le quinte ci sono – e restano anche per il futuro – due ex big del Pd, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, e un ex big di Prc e Sel, Nichi Vendola. Bersani finge di rimandare a «dopo il voto» una possibile alleanza con il Pd, ma in realtà vorrebbe aprire ai 5Stelle, se vinceranno, una sorta di replica del suo sfortunato tentativo del 2013. D’Alema, oltre a «uccidere» – politcamente, si capisce e si spera – Renzi, si vuol tenere le «mani libere» per contare in un futuro governissimo, magari a guida mario Draghi. Vendola, come Nicola Fratoianni e Civati, vuole invece fare l’opposizione dura e pura.

Certo, l’odio verso Renzi li unisce tutti, ma questo ora si è aggiunto il fiele verso Romano Prodi che ha osato provare a ricucire i rapporti tra Pisapia e Pd. «La sirena di Prodi non incanta più nessuno» dicono, sprezzanti, dentro Mdp. E Nichi Vendola, su Twitter, scrive acido che «Prodi torna come in una seduta spiritica ma quel mondo è finito», allusione di cattivo gusto a una seduta spiritica avvenuta durante il rapimento Moro dove Prodi era presente. Poi c’è il disprezzo e lo sfottò a Pisapia: «È lui che ha cambiato idea, non noi» dice Speranza. Oggi è un «venduto», ma fino al giorno prima, però, Mdp lo corteggiava come una principessa bizzosa presso cui il corteggiatore .non trova ‘speranza’ ma porta doni. In ogni caso, il «tutti contro Renzi» sembra una vera ossessione. Si va da «Renzi è il passato» di Roberto Speranza allo «Sbattiamogli la porta in faccia!» di Nicola Fratoianni fino al puro manifesto dadaista di Arturo Scotto: «Renzi è come Tavecchio».
I problemi, in vista della «Grande Assemblea Popolare» del 3 dicembre, sono due. Il primo è che, al netto di qualche sparuto dissidente, il «vogliamo parlare al mondo cattolico» di Speranza è un’utopia: Mdp si è già schiacciata su SI e Civati, Prodi e gli ulivisti stanno col Pd. Il secondo è che, a sinistra, c’è concorrenza: il Prc del combattivo Maurizio Acerbo, la ‘Mossa del Cavallo’ di Ingroia e Giulietto Chiesa il Pc di Marco Rizzo. Qualcosina, pure loro, presentando ognuno la sua lista, a La Sinistra rosicchieranno.

Le fatiche di Piero (Fassino) l’esploratore: Pisapia c’è, Prodi farà da “garante”, ma dalla Sinistra radicale il ‘niet’ è assoluto

  1. Patto Pisapia-Pd, Prodi garante. Il Prof chiama Renzi e spinge i contraenti all’intesa. 
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IL CENTRO della sostanziale unità ritrovata tra il Pd di Matteo Renzi (con ‘l’esploratore’ Piero Fassino) e il resto del centrosinistra (con il ‘leader riluttante’ Giuliano Pisapia) si chiama Romano Prodi. Ieri Prodi si è sentito direttamente anche con Renzi in un «lungo e cordiale colloquio», recita la nota del suo ufficio stampa (suo nel senso del Prof). Il leader dem preferiva “tenerla bassa” e non far sapere nulla, per ora. Poi, in serata, nella Enews, esulta: «La coalizione di centrosinistra cui stiamo lavorando dovrà garantire eguale dignità a tutti i componenti. Penso che avremo una coalizione di qualità e competitiva».
La nota di Prodi, invece, specifica che «non vi sarà alcuna lista intestata a lui o all’Ulivo» e che il Prof vuole «tenere unito e allargare un campo largo di centrosinistra». Ma è stato Prodi a telefonare a Pisapia («Giuliano, fidati») e a incitare Fassino («Piero, insisti»). E sarà lui il garante della coalizione: un centrosinistra formato bonsai, ma «unito», come voleva lui, e in grado di richiamare l’Ulivo. Ieri mattina l’incontro decisivo.

IL PLENIPOTENZIARIO di Renzi, Piero Fassino, va a Milano a incontrare Pisapia, che si presenta accompagnato o, meglio, «guardato a vista» dai compagni di cordata Bruno Tabacci («è il solo, tra noi, che capisce di collegi per i posti in lista che ci spettano», dicono i pisapiani) mentre a dar man forte a Fassina c’è il vicesegretario Pd, Martina.
Tutto bene dunque? Abbastanza. Pisapia – che rivelerà, poi, regolarmente autorizzato dal Prof, la telefonata di Prodi («avanti così, Giuliano!») e che, alla convention che incorona Giorgio Gori candidato governatore del centrosinistra in Lombardia, annuncia il lieto evento – pone due condizioni. Una, appunto, è politica. «Prodi deve essere il garante della coalizione», chiede Pisapia: «Vuol dire che deve stare «un passo davanti noi tutti, Renzi compreso». Martina e Fassino si guardano negli occhi e deglutiscono: far accettare a Renzi una condizione non di Imperatore, ma di ‘semplice’ generale dell’Armata del centrosinistra, non sarà facile, ma tant’è: la ‘cosa’, cioè la pretesa, non è trattabile. E solo così può tornare, tra gli elettori che ancora coltivano la nostalgia canaglia dei tempi dei governi dell’Ulivo (furono due: il primo, 1996-’98, cadde per colpa di Bertinotti; il secondo, dell’Unione, 2006-2008, cadde per colpa di Mastella, morale: 4 anni in tutto).

La seconda condizione, sgomberato dal campo l’equivoco primarie di coalizione pure avanzato («non c’è tempo: si vota il 4 marzo e le liste vanno consegnate il 3 febbraio», riconoscono i suoi di fronte ad alcune “fughe in avanti” di pisapiani troppo ‘ortodossi’), è invece trattabile. Lo Ius soli e il biotestamento scompaiono, come per magia, dal tavolo. Restano, però, per Pisapia, alcuni interventi di natura economica da fare “subito” e da mette dentro la Legge di Stabilità in corso di esame al Senato. Si tratta di tre punti: abolire il superticket (Padoan dirà che non ci sono i soldi, ma tant’è), di sgravi per chi assume contratti a tempo indeterminato e di far pagare di più il tempo determinato. Il Pd l’impegno lo prende, ma «prima di dare moneta, vogliamo vedere cammello», dicono gli uomini del leader Cp, che parlano di «pre-accordo tra gentiluomini ma da verificare».

INSOMMA, è fatta. Resta solo da capire se la presidente della Camera, Laura Boldrini, se ne andrà con Mdp e Sinistra italiana con un manipolo di ‘pisapiani’ più radical che chic. Certo, sarà il Pd a dover garantire i famosi “collegi sicuri” a Pisapia (Tabacci ne vuole dieci solo per i suoi) come al resto dei partiti che formeranno la coalizione. La quale avrà, “come in una squadra di calcio forte e competitiva che può ambire a vincere il Campionato” – sostengono, senza un filo di ironia, al Nazareno – «un attacco a tre punte». Quello cui hanno lavorato, con successo, Fassino sul fronte sinistro e Guerini sul lato centrista. Al centro, ne ruolo di ‘tornante’ ci sarà una lista di moderati formata dalla triade Lorenzin-Casini-Dellai con la Lorenzin frontwoman («è giovane, bella e non sciupata dagli scandali», pare, o almeno così dicono al Nazareno) mentre Alfano, pur presente in lista, resterà ben più «defilato». In pratica, non dovrebbe candidarsi.
Poi, sull’ala sinistra ci sarà una lista di sinistra, di ispirazione «ulivista» che vedrà nella coppia Pisapia-Bonino i frontrunner e, dentro, i vari «nanetti» (Psi, Verdi, Idv), che servono solo a fare numero. E, ovviamente, al centro, come attaccante di sfondamento, la lista del Pd. Quella che, appunto, dovrà far goal. Sperando non finisca come Italia-Svezia.


2. Le fatiche di Piero: l’accordo con Pisapia è a un passo, Prodi lo incita, il resto della Sinistra gli sbatte la porta in faccia ed è pronta a schierare Grasso e Boldrini.

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Piero Fassino, l’esploratore che Matteo Renzi ha spedito in terra incognita, la Sinistra, per cercare gli alleati del Pd alle Politiche, sta per riportare a casa un mezzo successo. Oggi, a Milano, vedrà l’ex sindaco della città, Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista da cui fonti ben informate dicono: “Se il Pd apre su due, tre punti di programma, l’accordo è fatto”. Insomma, come Romano Prodi non si stanca di ripetere – e ieri lo ha detto e ridetto anche a Fassino – “Mai arrendersi. La strada dell’unità è quella che stai facendo tu, Piero. Bisogna provarci”. E la ‘mossa di Prodi’, ieri sera a Bologna con Orlando per un convegno sulle ‘migrazioni’ dove non  s’è parlato di Politica, è stata decisiva. Del resto, si sa: il Professore muove i cuori e li scalda, a sinistra. Non a caso, Pisapia domenica andrà a Bologna per un incontro di ‘superprodiani’ (Monaco, Santagata, Zampa) che vogliono stare con il Pd e vi parteciperà insieme alla Bonino.
Ma quali i punti del possibile accordo Pd-Cp? “Giuliano – spiega chi lo conosce – è come San Tommaso: vuole chiarezza e impegni sulle cose da fare oggi, non su quelle di domani”. Il catalogo è questo: il superticket, presente nella Legge di Stabilità, da abolire; qualche altra mossa da approvare in tema lavoro, ius soli e biotestamento, da fare.
Fosse facile. Il superticket si può abolire (ma convincere Padoan a farlo non sarà semplice). Lo ius soli può avere chanche di passare solo se il governo mettesse la fiducia, ma una tale mossa farebbe andare su tutte le furie Ap. Un osso duro cui invece si sta dedicando, sempre nell’ambito delle trattative per un’alleanza ‘larga’ di centrosinistra, Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem che, a differenza di Fassino, coltiva la sapienzale e cristiana virtù della pazienza oltre ogni limite. Guerini ci tiene molto a tenerli dentro, gli alfaniani, perché “loro c’hanno i voti” mentre gli altri centristi (Dellai, D’Alia, Casini, Olivero) “ne hanno assai pochi” dicono, preoccupati, i renziani del Nazareno (“Le liste alleate al Pd? Ad oggi valgono l’1% e vogliamo essere ottimisti…”).
Inoltre, spiegano da palazzo Chigi, “dopo la manovra, mezza Ala e Ap non ci voterà più nulla, fiducia o meno, perché scatterà il loro tana libera tutti verso… Berlusconi”.
Infine, nel pomeriggio, esce, da Campo progressista, una nota di Alessandro Capelli, che mette tanti, troppi, paletti: dice no ad alleanze con Alfano e sì a primarie di coalizione. Ma, alla fine, Pisapia oggi vedrà Fassino e poi si presenterà alla convention del centrosinistra regionale (orbo, allo stato, di Mdp) per lanciare la candidatura di Giorgio Gori a governatore della Lombardia e al teatro Verdi di Milano l’ex sindaco darà il lieto annuncio: l’accordo col Pd c’è.
Tutto bene, dunque? Mica tanto. Innanzitutto, Cp è spaccata tra Tabacci e ‘tabaccini’ (Centro democratico), favorevoli all’accordo con il Pd, e un pezzo dei ‘pisapiani’ contrari: gravitano già nell’orbita della presidente della Camera, Laura Boldrini che ha rotto con il Pd e ha deciso di voler fare ‘la numero 2’ di Mdp. Accetterà una posizione di rincalzo, cioè, dopo il presidente del Senato, Pietro Grasso, che della Trimurti della Sinistra sarà il vero front runner. I demoprogressisti hanno, ormai, verso Grasso, un atteggiamento di venerazione fideistica: dicono che “è più amato di Renzi e ci porta il 5% dei voti”. Sarà. In ogni caso, la Sinistra a sinistra del Pd – che a Fassino rifiuta, da giorni, anche uno straccio d’incontro – aspetta solo di dirgli ‘no’. Ieri, per poter partecipare allo sciopero proclamato dalla Cgil sulle pensioni, sta decidendo di spostare la data della mega assemblea che incoronerà Grasso dal 2 al 3 dicembre. Chiude la partita, con toni da Torquemada laico, Nicola Fratoianni: “Un accordo con il Pd è una cosa nemmeno pronunciabile”. Almeno per loro, con Fassino è un adieu.
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NB: I due articoli sono stati pubblicati il 18 e il 19 novembre 2017 rispettivamente a pagina 8 e 10 del Quotidiano Nazionale
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Fassino vede tutti, incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. Dalla sinistra radicale, invece, solo porte in faccia. Intanto, D’Alema ‘cambia verso’…

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pubblico qui di seguito gli ultimi due articoli usciti sul Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni e un articolo uscito settimane fa su D’Alema e la rivista Italiani-Europei
1. Fassino, il commesso viaggiatore della sinistra alla ricerca della perduta unità, segna due goal importanti: incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. 
Fassino  sta per trasformarsi in un ‘commesso viaggiatore’. Infatti, mentre sul lato sinistro della possibile coalizione di centrosinistra, ieri ha ricevuto solo porte in faccia, nel prossimo fine settimana avrà due incontri clou  e vincenti. Venerdì Fassino andrà Bologna e incontrerà Romano Prodi. Ieri, non a caso, Prodi si è fatto fotografare ‘attovagliato’ in un ristorante bolognese col ministro all’Agricoltura Martina e quello alla Cultura Franceschini con la scusa che Oscar Farinetti presentava loro il progetto Fico Eataly Word. Prodi ha rifiutato commenti, ma il clima era disteso, sereno, e la photo opportunity finale diceva più di mille parole. E così a tenda del Prof – che oggi vedrà Fassino e nei prossimi giorni anche lo stesso Renzi – sta per uscire dallo zaino per riaprirsi in casa del Pd o nelle sue immediate vicinanze. Del resto, la sua storica ex portavoce, Sandra Zampa, spiega che “noi prodiani ci siamo collocati chi nel Pd (io e Sandro Gozi) e chi nell’area di Pisapia (Santagata e Monaco), ora serve che ci rimettiamo tutti insieme per rilanciare l’Ulivo”. Progetto cui tiene molto anche Walter Veltroni, che ormai lancia solo molti appelli all’unità e a “evitare le divisioni” della sinistra, tutti in chiave ‘anti-Mdp’ e filo-Pd, e persino Enrico Letta che, da Parigi, ha fatto sapere che la svolta di Renzi in Direzione e la sua apertura alle alleanze lo ha convinto. 
E, appunto, parlando di Pisapia, il ‘leader riluttante’ di un Campo progressista ormai allo sbando e già in rotta verso Mdp, avrebbe deciso di dire “sì” all’alleanza con il Pd. In the name of Ulivo, appunto. Fassino sabato si allungherà fino a Milano per vedere l’ ex sindaco che prenderà parte –all’incoronazione di Giorgio Gori a candidato governatore della Lombardia per conto di un centrosinistra orbo di Mdp.
Il guaio è che mentre Matteo Renzi continua a sperare nelle capacità taumaturgiche del buon Fassino (“noi abbiamo messo Fassino, è una garanzia, se non ci riesce lui…”), al Pd sanno già che, se va bene, riusciranno a mettere insieme solo una mini-coalizione di centrosinistra. Sarà composta da tre ali. La prima sono i tre ‘nanetti’: il Psi di Nencini, i Verdi di Bonelli e l’Idv del Carneade Messina. Poi c’è l’area radicale di Bonino-Della Vedova (Forza Europa). Infine, la ‘terza gamba’: una serie di frattaglie centriste di partiti che furono. A questi ci pensa Lorenzo Guerini, ma pure lui ha il suo bel daffare e le sue fatiche: ieri ha telefonato a Casini (tutto bene), ha visto il ministro Galletti e D’Alia, ex Udc (idem), e ha incontrato Italia Solidale di Dellai e Olivero (tutto ok). Ma il pezzo teoricamente pregiato del mazzo, Alfano, ancora cincischia, indeciso come Amleto, e Guerini, che ieri ha telefonato a lui e a Lupi, con Ap non trova la quadra. Una Direzione di Ap, o quel che ne resta, è stata convocata per il 24 novembre. Si trasformerà in una drammatica ‘resa dei conti’ tra chi, come Lorenzin e Cicchitto (voti: zero), vuole stare col Pd e tutti gli altri (voti: tanti) che cercano FI.
 
Tornando a Fassino, ieri mattina in verità ha spiazzato tutti: prima va a trovare Pietro Grasso, al Senato, e poi Laura Boldrini alla Camera. I due presidenti, però, gli hanno detto niet. Grasso, gli ha spiegato ‘caro Piero, sbagli indirizzo, io non rappresento una parte’ (ma ne è già il leader designato) e la seconda, Boldrini, “mah, vediamo, non farti illusioni’. Altri niet, ma stavolta informali, arrivano dai ‘Tre Tenori’ (Speranza per Mdp, Fratoianni per SI e Civati per Possibile) della Sinistra Unita. I quali gli hanno fatto sapere, nell’ordine: al massimo ti mandiamo lo sherpa Guglielmo Epifani o, se proprio insisti ti vediamo, “ma la settimana prossima” oppure nemmeno quello e, comunque, “prima abbiamo la nostra assemblea del 2 dicembre (quella in cui verrà incoronato Grasso leader, ndr) e quindi vedere te è  una cosa di cui faremmo assai a meno”. Finirà che, da Fassino, andranno i capigruppo di Mdp e SI, ma la fine è nota. Esiziale, al solito, Massimo D’Alema: “A Fassino che mi ha cercato, ho detto di chiamare Speranza”. Che è come dire: scusi ho da fare, lasci detto in portineria.
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Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. “Ciao, sono Piero. Mi chiami? Ti devo parlare”. Fassino prova ad agganciare i leader della sinistra radicale ma, per ora, riceve solo porte in faccia. 
Come un esploratore yankee o ‘tuta blu’ che si avventura nelle ostili terre di Apache, Comanche e Cherokee, tra oggi e domani Piero Fassino incontrerà Giuliano Pisapia (Cp). Fassino, oggi, sentirà al telefono anche Romano Prodi per chiedergli un “estremo aiuto” per rifare il centrosinistra. “Nei prossimi giorni”, ma ancora non si sa dove e quando, Fassino vedrà pure la ‘Trimurti’ della Nuova Sinistra, cioè Roberto Speranza (Mdp), Nicola Fratoianni (SI) e Pippo Civati (Possibile). Ma qui le speranze di ‘trovare la quadra’ sono prossime ai zero gradi Fahrenheit. I tre fanno sapere, dopo averlo negato per ore, che “sì, Fassino ci ha chiamati”, ma non hanno nessuna voglia di incontrarlo e pensano pure all’affronto di spedirgli solo lo sherpa Guglielmo Epifani. Perché – come dicono sibilando – “Renzi vede la Bonino di persona e invece a noi ci manda Fassino, un ex tutto…”. Pippo Civati lo sbertuccia persino e, davanti ai giornalisti, legge a tutti il suo Sms: “Ciao, sono Piero, ho bisogno di parlarti, mi chiami?”. Insomma, gli incontri di Fassino partono malissimo e il loro esito è segnato. Le parole di Bersani (“Basta chiacchiere”) dicono tutto ed Enrico Rossi offende Renzi: “Fatti da parte tu. Allora, forse, se ne parla”.
Fassino, dunque, riceverà solo dei niet, tranne che da Pisapia che sarà accompagnato dai suoi due colonnelli, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, e, forse, da Bruno Tabacci, il solo rimasto, in Cp, a volere un accordo col Pd. Molti dem sperano ancora in esiti “positivi”, almeno con Pisapia, ma dentro Cp e, ovvio, dentro Mdp, scuotono la testa offesi: “”Ma tu incontreresti uno che sai per certo che ti vuole vendere una patacca?”. Inoltre, la maggior parte dei dirigenti di Cp ha armi e bagagli pronti per rientrare in Mdp chiedendo una manciata di posti che, però, Mdp, che sulla composizione delle liste farà la parte del leone (60% Mdp, 30% SI, 10% gli altri l’ultimofixing), è poco propensa a concedere. La presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha di fatto preso le redini di Cp, invece, non andrà perché “lei fa il presidente della Camera” scoprono ora i suoi. In realtà, la Boldrini ha già deciso: vuole fare la ‘seconda in comando’ della Nuova Sinistra che verrà lanciata, il 2 dicembre, da Mdp, SI e Possibile in una Grande Assemblea. ‘Seconda’ perché il leader già investito del ruolo è Grasso. In Mdp sono sicuri che “lui da solo ci porta il 5% come valore aggiunto. Noi sommati partiamo dal 5% e con lui possiamo ambire al 10%”. Speranze, ma poi quien sabe? 
A Lorenzo Guerini, invece, che sta sondando Casini, Alfano (Ap), Dellai (Democrazia solidale) e altri centristi vari, è toccato un compito più ‘facile’ politicamente, ma cui Renzi tiene molto di più: dar vita a quella gamba centrista del centrosinistra che, coi Radicali, sarà fedele alleato del Pd. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

3. D’Alema ha fatto della rivista e della Fondazione Italiani/Europei il tempio della Nuova Sinistra, sì ma quella ‘radicale’...

“Il governo riconosca unilateralmente la Palestina”. Parola di ex ministro degli Esteri e di ex premier che, quando andò in Libano, fece scoppiare un incidente diplomatico perché andò a passeggio e a braccetto coi leader di Hamas. Beh, D’Alema è sempre lui, si dirà. Filo-palestinese era e tale è rimasto. Eh, no. Tranne che su questo e su una certa attitudine a ‘bombardare’ gli avversari (il Kosovo ieri, fisicamente, Renzi oggi, ma almeno solo metaforicamente…), D’Alema è davvero cambiato che non ci si crede. E, con D’Alema – ieri amico di Berlusconi (il ‘Dalemoni’) oggi suo avversario, ieri anti-ulivista, oggi ‘prodiano’, è cambiata la sua rivista, il bimestrale Italiani/Europei.

Il numero ora in edicola contiene saggi assai interessanti: “Gli orizzonti della sinistra” (e fin qua…). ‘New Labour’ ‘Third Way’? Interviste a Tony Blair e/o a Bill Clinton che, a metà degli anni Novanta, erano i punti di riferimenti culturali, politici e ideali del D’Alema pensiero? Macché. “Socialism, do you rimember?” è il titolo di una serie di poderosi e pensosi saggi che non hanno nulla di ironico. La faccia barbuta e ispida di Karl Marx è lì a esplicitarlo. I saggi di autori che di solito scrivono su giornali di sinistra radicale pure.

Basta così? No, macché. Il neo direttore, Peppino Caldarola, oggi con D’Alema in Mdp (Caldarola è anche lo spin doctor del governatore della Toscana, Enrico Rossi), ieri guida dell’Unità  quando l’Unità intervistava tutti i lib-lab del mondo, ha fatto fare una conversione a ‘U’ alla rivista. Con il placet di D’Alema, si capisce. Oggi, I/E ricorda da vicino, Alternative per il socialismo, la rivista che Alfonso Gianni, ideologo di Fausto Bertinotti, produceva per l’allora leader del Prc. Partito e area politica, l’Estrema Sinistra, che, per una vita, D’Alema ha combattuto e osteggiato. Almeno quanto lo ha fatto con l’Ulivo di Romano Prodi, si capisce. O coi girotondi, la ‘società civile’ e gli ‘intellettuali’, tutti rappresentanti nella formidabile battuta di Nanni Moretti: “D’Alema dì qualcosa di sinistra! D’Alema dì qualcosa!”.

Basta? No, non basta. Sempre Italiani/Europei contiene un’intervista che racchiude in sé una vera e propria notizia. L’articolo s’intitola “La mia Cgil”: parla Maurizio Landini, storico leader della Fiom, storico nemico di D’Alema e dalemismo, alfiere della sinistra più radicale. Ora, va bene che Mdp – il partito, ‘a criatura’ di D’Alema (e, sub iudice, di Bersani) deve prendere voti dappertutto, se vuole sfangarla, alle prossime elezioni – ma D’Alema è sempre stato noto per essere un fiero, tenace, durissimo, oppositore della Cgil e di quello che il sindacato rosso ha rappresentato in termini di conservazione, di vetero-sinistra. Tutto passato, tutto finito. Un mesetto fa D’Alema è andato a via Po, sede della Cgil, per un seminario a porte chiuse: ha recitato il mea culpa, buttato tutte le colpe delle (sue) analisi sbagliate sulle spalle, larghe, della “globalizzazione” e proposto – per Mdp e la nascente formazione ‘La Sinistra – un programma così ‘massimalista’ che pure i duri e puri della Cgil si sono un po’ spaventati. Perché filo palestinese ok, radicale e anti-sistema passi, ma D’Alema ‘no global’, beh, ecco, questo film, a sinistra, lo devono ancora vedere.

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NB: I tre articoli qui presenti sono usciti il 15 e il 16 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale. Invece, quello su D’Alema, risale alla settimana precedente. 

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