Pd, separati anche in casa. Duello anche in casa. Scontro tra idee opposte di partito in una Direzione senza streaming

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, l’unica nota paradossalmente stonata è quel voto finale: relazione del segretario approvata all’unanimità da tutte le componenti di maggioranza, area Franceschini (e ministro stesso) in testa. Minoranze (una facente capo al ministro Orlando e una al governatore Emiliano) che escono dalla sala. Per il resto, nonostante i toni non siano pesanti o sgradevoli (ma puntuti sì), alla prima riunione senza streaming della Direzione dem sono andate in scena due o forse più idee dello stesso partito. Quello di Matteo Renzi e dei suoi da un lato, quello di Franceschini (e Orlando) dall’altro. Due visioni che stanno diventando sempre più distanti e inconciliabili tra di loro. Renzi, che appare tonico, vorrebbe parlare di tutto tranne che di problemi interni ai dem. Se fosse premier, o se lo tornasse, due idee che mette sul piatto sarebbero succose: veto sul Fiscal compact nei Trattati Ue e chiudere il rubinetto dei soldi nel bilancio 2018 ai Paesi che chiudono i porti ai migranti.

Ma sa che i suoi oppositori interni ed esterni al partito lo trascineranno per i capelli in discussioni ‘politiciste’ e allora prova a prevenirli: «Si vota nel 2018, la campagna elettorale durerà dieci mesi e il Pd dovrà farla sui contenuti. Io girerò il Paese, non vedo l’ora di iniziare, ma voi dovete essere classe dirigenti, dovete fare gioco di squadra e imparare a passare la palla». Poi inizia a lanciare stoccate ai critici interni (Franceschini e Orlando): «Non passerò i prossimi mesi a parlare di alleanze o di coalizioni, ma di programmi concreti. Non sono interessato né alla mia né alla vostra carriera, ma a portare il Pd in alto. Utilizziamo il Pd come una finestra, non come uno specchio per riflettere noi stessi. Io rispondo ai due milioni di elettori che hanno votato alle primarie, non agli accordi tra capicorrente». Dopo, ai suoi, dirà: “Dove vuole andare Franceschini che ha già cercato di pugnalarmi? Quale il suo vero scopo? Io voglio fare il Pd, con la sua vocazione maggioritaria, se altri pensano che non ne valga la pena, che è meglio andare dietro a Pisapia, affari loro. Ma anche se gli stessi vogliono essere rieletti affari loro…”.

Parole che non sono certo destinate a mettere pace. Franceschini prende la parola quasi subito dopo, riceve per di più molti applausi, tiene il punto in modo insolito.Il suo è un vero controcanto: «Non metto in discussione il segretario, ma c’è una comunità che ti ha scelto e che non ha rinunciato al pensiero e alla parola. Il tema delle alleanze c’è e va posto, io sono tra i 350 residuati bellici che ne vogliono parlare. Da soli si perde. Non vuol dire premio di coalizione nella legge elettorale, ma la Dc – ammonisce – aiutava gli alleati a entrare in Parlamento perché servivano per formare un governo». Poi, la contro-stoccata: «Il segretario ascolti chi la pensa in modo diverso senza pensare a complotti». E ai suoi il ministro dice: “Abbiamo idee diverse, ma io non mi fermo, vado avanti”. Anche se, per ora, almeno nel voto finale, l’asse tra Franceschini e Orlando ancora non si forma.

PARLA il ministro Orlando, con toni ovviamente critici, ma paradossalmente meno duri e più ovvi: «Riconosciamo il risultato del congresso e il principio di maggioranza, ma vorrei discussioni vere. Il Pd deve tenere unito il campo del centrosinistra e aiutare Pisapia. Nessuno vuol tornare all’Unione, ma Pisapia non è Ferrero».

Gli altri interventi scivolano via veloci, Orfini punzecchia a sua volta il ministro alla Cultura, arriva la replica di Renzi. Sembra che parli a Orlando, ma vuol picchiare su Franceschini: «Non potete chiedere a chi ha vinto di rinunciare alle sue idee. L’attacco al Pd è in corso perché è la diga contro i populismi. Orlando vuole aiutare Pisapia, io voglio aiutare il Pd. Chi parla di coalizioni fa un regalo al centrodestra». Poi altre sciabolate contro Franceschini. La prima è aperta («Dario vuole discutere nelle sedi di partito, ma Repubblica non lo è…»), la seconda lascia presagire nuove tempeste all’orizzonte. Consiste in una citazione di una canzone di Guccini («Ognuno vada dove vuole andare, ma non venite a dire a me cos’è la libertà») che s’intitola Quattro stracci e sembra dire: la porta è quella. Esistono due Pd, ormai, e vivono da separati in casa. Il primo, per ora, ha un leader e i numeri (nel partito) per prevalere. Il secondo, però, non è da sottovalutare: per ora si limita a scalpitare, ma al prossimo rovescio elettorale (dopo le prossime elezioni regionali in Sicilia a novembre?) cercherà la prova di forza per disarcionare Renzi.

Nb: Questo articolo è stato pubblicato il 7 luglio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

Manovrina, palude e avversari. Ora Renzi dubita di tutti e un po’ pure di Gentiloni

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo
ROMA
MATTEO Renzi, ieri, era nervoso, o almeno così raccontano i suoi che lo hanno sentito. In realtà, lo è da giorni, e cioè da quando gli hanno raccontato che «l’amico Paolo» (Gentiloni) non solo è tornato al lavoro assai tonico  – e naturalmente la cosa a Renzi ha fatto piacere, era andato subito a trovarlo in ospedale – ma ha detto, durante il Cdm di sabato, che «bisogna rafforzare la squadra di governo,nominando dei nuovi viceministri». «Ma l’amico Paolo vuole governare fino al 2018?!», è scappato detto, invece, a un renziano. Insomma, l’umore non è dei migliori. Poi ecco arrivare la doccia gelata. La Ue chiede all’Italia una ‘manovrina’ aggiuntiva da 3,4 miliardi. E Padoan, in sostanza, ammette che ci sarà, anche se sia lui che Delrio rispediscono al mittente le critiche. E di chi è la colpa? Dell’«uomo voragine», sfottono M5S e Brunetta: lui, appunto, mica Gentiloni.

Inoltre, a ottobre, Renzi e i suoi economisti sanno bene che «la ‘manovrona’, quella vera (la Legge di Stabilità, ndr), sarà di 20 miliardi o altrimenti scattano le clausole di salvaguardia», gli aumenti di Iva e accise. Un bagno di tasse da aggiungere alle tasche degli italiani, altro che diminuirle, come Renzi aveva promesso, o impostare nuove misure di sostegno al reddito e, financo, alla povertà. E quale partito dovrebbe «portare la croce e cantare la messa», da ottobre in poi? Il Pd, si capisce. «Se andiamo al voto in autunno, o a scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018, ndr), siamo fritti, ci massacrano», sospirano in coro i renziani.
È lo scenario Fine di Mondo. Il governo Gentiloni che prende le sembianze del governo tecnico, «alla Monti». E proprio «non possiamo finire come nel 2013», ha detto Renzi a Repubblica, cioè come Bersani che – dal governo tecnico – ne finì schiacciato e poi perse.

POI LE OPPOSIZIONI che urlano, assediando il Palazzo che non vuole sciogliersi per «rubarsi la pensione» (i vitalizi dei parlamentari che scattano a settembre 2017). Del resto, riconosce Ettore Rosato, capogruppo dem alla Camera, quasi alzando le braccia, «il partito del non voto esiste, è molto ampio e affollato di protagonisti che vogliono rimandare il voto,: tranne noi del Pd e la Lega di Salvini, nessun altro vuole votare».
Infine, dulcis in fundo, il congresso del Pd che arriva con gli avversari attuali (la minoranza dem, i governatori Rossi ed Emiliano, Bersani che parla di un “nuovo Prodi”, ma senza indicare un nome, da candidare) e quelli futuri (i ministri Franceschini e Orlando) di un leader ormai sfibrato che vengono fuori, uno a uno, allo scoperto, e gli fanno la guerra.
Gli stessi ‘amici’ che hanno lasciato parlare solo gli avversari interni dell’ex premier, sulla sua intervista di rilancio e di uscita dopo un mese di silenzio, senza proferire un solo verbo.
Ecco perché Renzi – mentre con la mano sinistra prepara la nuova Segreteria (sarà pronta per oggi e con dentro tutte le novità di cui si parla da giorni, scrittori affermati, sindaci giovani e amministratori capaci in testa) «innovativa» e si occupa di rilanciare il profilo del suo ‘nuovo’ Pd – continua a ripetere che «bisogna andare a votare al più presto, il prima possibile». Come? Cogliendo la palla al balzo di un accordo difficile, ma non impossibile con Forza Italia: via maestra, forse l’unica, per ottenere le urne.

Certo, bisognerà attendere la sentenza della Consulta, che non farà alcun sconto a Renzi né sui tempi (sentenza attesa per il 10 febbraio) né sulla sostanza (demolendo quanto più possibile potrà fare dell’Italicum), ma intanto ogni canale è buono. I colonnelli sono all’opera: Gianni Letta e Paolo Romani per parte azzurra, Guerini (e solo lui) per i dem.

IL MODELLO di legge elettorale – sempre che la Consulta non salvi il ballottaggio e cioè il cuore dell’Italicum, il che equivarrebbe a una mezza vittoria, per Renzi, o che non si trovino i voti sul Mattarellum, modello di sistema elettorale sposato dal Pd delle origini – è un proporzionale, sì, di base, ma con soglie di sbarramento alte (contro i piccoli partiti), liste bloccate e un premio (non grande e non piccolo) a scalare, cioè dis-proporzionale.
Ma, fin quando la Consulta non parlerà, non potrà neppure iniziare la ‘vera’ trattativa. Quella che ha, nel piatto, anche altro. Tipo il recepimento della sentenza di Strasburgo che dovrebbe far tornare candidabile il Cavaliere: se mai gli arriderà, però, la sentenza dovrà essere recepita dal Parlamento con un voto palese, ergo «con i voti del Pd».
Nell’attesa di iniziare il Grande Gioco sulla legge elettorale col Cav, però, il tempo passa. E il fattore Tempo – insieme alle parole e alle mosse di Ue, del Parlamento, di Mattarella e, chissà, ora forse pure di Gentiloni – è quello che gioca contro Renzi dall’inizio della partita.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale del 17 gennaio 2017.