“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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Due pezzi (o commenti) acidi. L’ira funesta di D’Alema e i flop di Sel-Sinistra italiana….

d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

1) D’Alema non vuole sconfiggere Renzi, ma Belzebù…

SOLO a voler scorrere le agenzie di ieri (12 luglio 2016, ndr.), il botta&risposta Renzi-D’Alema ha riempito di «take» l’intera giornata politica. Il tema erano le banche (Renzi ha rimproverato a D’Alema Telecom, D’Alema a Renzi Banca Etruria…), ma l’altro ieri erano le riforme, domani chissà: forse il Meteo. Renzi ama trovarsi dei nemici né D’Alema è mai stato da meno ma, fino a neppure un mese fa, era Renzi che ‘personalizzava’ lo scontro e D’Alema che la prendeva larga: insomma, a Renzi ‘conviene’ avere in D’Alema il nemico pubblico numero 1 da combattere e battere in nome del ‘nuovo’, della ‘rottamazione’ e del ‘cambiamento’. A D’Alema assai meno. Non a caso, fino a un po’ di tempo fa, D’Alema ha cercato di evitare lo scontro aperto. Di solito, scendeva dall’aereo  e diceva: «Sono reduce da un viaggio a Bruxelles (o altrove, non importava, contava solo il piglio e il cipiglio sprezzante, ndr), non mi occupo di politica italiana, ma di politica estera. Io sono presidente della Feps» (Feps sta per «Foundation for european progressive studies», è il centro studi del Pse, conta pochissimo, ma per Lui è pari, mutatis mutandis, all’Istituto Gramsci del caro Pci: come a dire, conta tantissimo). E invece, appunto, tempo un mese dalla sonora batosta presa da Renzi alle amministrative, D’Alema ha sentito «l’odore del sangue». Ha capito che il (suo) Nemico si può battere. Ma non serve dargli i «colpetti» come vogliono fare «quelli» della minoranza, tipo Bersani e Cuperlo – due tipi che Lui, in verità, disprezza e che, Lui lo sa bene, non avranno mai «il coraggio» di abbandonare e/o tradire la (loro) ex «Ditta».  No, Renzi il Maligno, il Diavolo, Belzebù-Renzi bisogna colpirlo con tutta la forza che si ha, scatenando l’Armageddon.

E COSÌ, a partire dalla famosa dichiarazione estorta, mai rilasciata, ma di fatto confessata (“A Roma voterei pure il Diavolo pur di battere Renzi, compresa la Raggi, Giachetti non ha chanches”), da un mesetto, D’Alema, è tornato tonico, garrulo, sferzante, pugnace e salace. Solo, ieri, per dire, ha parlato, nell’ordine, al Tg5, al Fatto, alla Gazzetta del Mezzogiorno, altre agenzie e tg locali, etc. E così vuole e andrà avanti fin quando si terrà il referendum costituzionale di ottobre: non è solo per Renzi, la «partita della vita», quel referendum, ma pure per Lui. I temi su cui D’Alema punta sono, invece, sempre gli stessi: «La riforma è pasticciata, confusa, non si capisce nulla»; «L’Italicum è una legge pericolosa e incostituzionale»; «Se Renzi cade, nessun diluvio, si fa un altro governo». E qui arriva il colpo basso: «In Italia c’è un cospicuo numero di persone in grado
di fare il premier» (Sottotesto: «Io in testa, ‘disciamo’…»). Ora, al di là del fatto che, in effetti, se cade il governo Renzi, Mattarella, o chi per lui, i partiti presenti in Parlamento, Pd compreso, o chi per loro, e le forze ‘sane’ (?) della Nazione, cercheranno di fare un governo istituzionale o di scopo, come possa (al di là che, ovviamente, ‘voglia’…) rientrare in gioco un politico fuori dal Parlamento, che in teoria si occupa ‘solo’ di politica internazionale e che, dopo averne provate tante, di battaglie per la premiership e la leadership, le ha perse tutte, resta – ai nostri modesti occhi – un Mistero…
Ps. Ieri D’Alema ha parlato anche della «tragedia che ha colpito la nostra terra» e chiesto al presidente Emiliano di «trasmettere tutto il mio cordoglio, affetto, solidarietà». Stile Putin, che ha scritto a Renzi: «Da lontano, ma vi siamo vicini». Ma non era lui il deputato semplice di Gallipoli?

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 di Quotidiano Nazionale del 13 luglio 2016

2) La nuova ‘Cosa Rossa’ neanche è nata e già perde pezzi: se ne vanno Zedda e Cofferati

«NON SI fanno le tessere, non si discute, la democrazia interna è sospesa». Così l’ex sindaco di Bologna ed ex europarlamentare del Pd Sergio Cofferati, appena tre giorni fa, sul Manifesto.
«Dividere la sinistra è stato un errore strategico, le elezioni amministrative sono state un disastro, non c’è stata nessuna autocritica, Sinistra italiana è un’operazione autoreferenziale, fatta in Parlamento, ma mai nata sui territori». Così, invece, Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, sostenuto da 300 sardi guidati dal senatore Luciano Uras: entrambi, a lungo, hanno militato in Sel.
In meno di tre giorni, entrambi – Zedda e Cofferati – hanno preso il cappello e sbattuto la porta: il primo (Zedda) perché vuole tornare con il Pd, il secondo perché giudica i suoi compagni di strada, in pratica, sia incapaci che autoreferenziali.

IERI, quando si è aperta l’assemblea programmatica di Sel-SI a Roma, al centro congressi Frentani (storico catino di interminabili, faticosi e litigiosi Comitati politici di Rifondazione Comunista, partito da cui molti di loro provengono per auto-scissione di Vendola dal Prc di Ferrero), molti osservatori, oltre a Zedda, Cofferati (e compresi esponenti di Sel romana di peso come Massimigliano Smeriglio, pure lui assai critico verso l’attuale dirigenza di Sel) si aspettavano qualche cenno, sia pur minimo, di autocritica da parte degli (ex) colonnelli di Vendola (Fratoianni in testa) e degli ex deputati del Pd confluiti in Sel (D’Attorre) che hanno condotto l’esperimento di Sel-SI fino a ora con assai modesti risultati. Invece, zero, niente, nisba. Fratoianni attacca «politicismi e snobismi» (tradotto: Zedda e i suoi si vogliono ‘vendere’ al Pd, Cofferati ha la puzza sotto il naso), D’Attorre, con linguaggio degno del Pci staliniano degli anni ’30, «l’avventurismo renziano». Persino Arturo Scotto, capogruppo di Sel alla Camera, uno bravo, serio, tosto, chiama alla «mobilitazione totale contro Renzi per il No al referendum di ottobre: se Renzi se ne va, abbiamo vinto». Peccato che Sel (o SI: starebbe per Sinistra Italiana, forse farà il suo congresso a dicembre, forse si vedrà, il percorso congressuale non è ancora iniziato, non si sa quanti e quali sono gli iscritti, è tutto molto vago, compreso, appunto, quello straccio di democrazia interna che si rimprovera mancare al Pd) abbia perso, e male, le elezioni amministrative e sia presente in Parlamento solo grazie a un patto stipulato nel 2013 con il Pd (anche se allora c’era Bersani).
Avanti così, a mettere la testa sotto la sabbia, e la sinistra che fu radicale resterà molto confusa e assai poco felice., rischiando di replicare la fine ingloriosa della Sinistra Arcobaleno di Bertinotti, Vendola e una manciata di ex Ds, ex Verdi ed ex Psi che, nel giro di due soli anni (2008-2009), riusci a farsi buttare fuori, per assenza di quorum, dal Parlamento italiano e da quello europeo. 

NB: l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 17 luglio 2016 a pagina 14.

Come e perché Renzi sceglierà Teresa Bellanova al posto della Guidi e chi è lei, la poco vispa Teresa…

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

IL ‘RISIKO’ IN CORSO, DA MESI, AL MISE…

Quasi sicuramente la nuova ‘ministra’ allo Sviluppo Economico sarà l’attuale viceministro al Mise, il ministero di via Veneto, Teresa Bellanova che, fino all’ultimo rimpasto di governo, quello di fine gennaio 2015, ha visto nominare, da parte del premier, tre vice ministri e otto sottosegretari, che hanno giurato il 29 gennaio, tra cui peraltro, l’ex sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto, proprio allo Sviluppo economico al posto di quel Carlo Calenda che è volato a Bruxelles. Nomina che, però, è diventata operativa solo il 18 marzo, quando il neo-rappresentante italiano a Bruxelles è entrato effettivamente in carica nel suo nuovo ruolo ‘europeo’. Senza dire del fatto che, sempre al Mise, regna quello che l’ex ministro del dicastero durante il governo Monti, Corrado Passera (ex banchiere oggi diventato fondatore e leader del movimento politico ‘Italia Unica’: si presenta, da solo, alle comunali di Milano) ha giustamente definito “un preoccupante vuoto” a causa della dipartita non solo di Calenda ma anche di Claudio De Vicenti, ex sottosegretario del Mise che, quando si dimise il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi (Ncd-Ap), venne sostituito dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, e – al posto, strategico e cruciale, di Delrio – arrivò lui, De Vincenti. Morale: non solo Renzi dovrà nominare un nuovo ministro al Mise (la Bellanova, quasi sicuramente, appunto), ma anche un ‘nuovo’ viceministro al posto della medesima Bellanova, senza dire del fatto che il ministero ha perso due nomi competenti e di peso come erano, appunto, sia Calenda per le imprese che De Vincenti. Ma perché Renzi sceglierebbe, dopo un breve, molto probabilmente, interim presso la Presidenza del Consiglio, proprio la Bellanova, che viene dalla Cgil ed è lontanissima – per storia personale e politica, formazione sociale, politica e sindacale – dal premier? Per una lunga serie di motivi, politici, tattici ed umani.

I MOTIVI, NOBILI E MENO NOBILI, DI UNA SCELTA…

Certo, il primo problema che Renzi ha davanti risponde al quesito cherchez la femme. Infatti, come si sa, il premier ci tiene molto al cosiddetto “equilibrio di genere” all’interno del suo governo. Un governo che era nato con una perfetta parità tra uomini e donne. Erano, infatti, otto le donne e otto gli uomini del governo Renzi, all’atto del suo insediamento, il secondo governo (dopo quello Letta) della XVII legislatura, nonché il 63esimo governo della Repubblica (giurò, nelle mani di Napolitano, il 25 febbraio 2015).

Solo che, nel frattempo, il premier ha ‘perso’ ben due donne: l’ex ministro degli Esteri, Federica Mogherini, diventata ‘Lady Pesc’, cioè promossa a capo di tutta la diplomazia della commissione Ue a partire dal I novembre 2014 (rimase ministro fino al 30 ottobre, nonostante Renzi avesse formalizzato la richiesta alla Ue a luglio), che è stata sostituita, dopo un lungo cercare, sempre tra le ‘donne’. Si parlò, a lungo, per dire, della deputata dem Lia Quartapelle, ma retroscena e gossip dell’epoca dicono che, solo a sentirne il nome, l’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si fece una furia, giudicandola “una ragazzina priva di esperienza internazionale”. Anche per questo, ma non solo per tale motivo, la scelta, alla fine, cadde su un antico sodale di Renzi, il deputato Pd Paolo Gentiloni che, prima nella Margherita di Rutelli e poi nel Pd di Veltroni-Franceschini-Epifani-Bersani, favorì l’ascesa del giovane Matteo.

L’altra donna al governo, Maria Grazia Lanzetta, mollò ben prima, anzi quasi subito, il 30 gennaio 2015, il suo incarico di ministro (senza portafoglio) agli Affari regionali. Teoricamente, la Lanzetta lasciò l’incarico per andare a fare l’assessore a Cultura, Istruzione, Pa e molto altro nella neonata giunta calabrese guidata da quel Mario Oliverio (Pd) che aveva da poco vinto le elezioni da governatore della Calabria, ma dopo pochissimi giorni mollò anche tale incarico a causa di quello che ritenne un “insuperabile contrasto” con Oliviero che aveva nominato, nella sua giunta, un assessore indagato a giudizio. E così, l’ex sindaco di Monasterace, si è di fatto ritirata a “vita privata”, finendo in un cono d’ombra.

Morale: le donne, nel governo Renzi, sono ‘tracollate’ da otto a sei mentre gli uomini son saliti da otto a dieci, colle nomine, appunto, di Gentiloni agli Esteri e di Enrico Costa (Ncd-Ap) alla Famiglia. Ma non c’è solo questo motivo di ‘riequilibrio’ di genere nella possibile scelta della donna Bellanova al posto della donna Guidi.

C’è anche un motivo tutto ‘politico’. Infatti, la Bellanova, che pure viene da una storia tutta iscritta dentro la ‘sinistra’ social-sindacale, oltre che politica, dopo la rottura interna alla sinistra dem dell’asse Cuperlo-Speranza, si iscrive nell’area dei più riformisti e meno oltranzisti dell’area della (ex) sinistra bersaniana e post-dalemiana. I quali, capitanati dal ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina, si staccano, in seguito al voto negativo della sinistra sull’Italicum, per formare l’area di ‘Sinistra E’ Cambiamento’, ancora oggi attiva. Bellanova entra, dunque, in un’area sostanzialmente ‘filo-renziana’ come è, per un altro verso, ormai anche quella dei ‘Giovani Turchi’ guidati dal presidente Orfini, dal ministro Orlando e da Raciti: tutte ‘aree’ nella maggioranza del Pd, poco critiche e bendisposte, più che al ‘dialogo’, ad accettare tutti i principi del renzismo.

Infine, terzo motivo che non pesa poco nella scelta che farà Renzi, c’è una questione tutta locale o meglio, per la precisione, ‘pugliese’ dato che la Bellanova è nativa del Tavoliere e che, in Puglia, regna ormai di fatto, non solo come governatore, ma pure come ‘reuccio’ del Pd locale e fa, in Puglia e limitrofi, il bello e il cattivo tempo.

Morale: la Bellanova, acquistando peso e prestigio, potrà di certo creare un contraltare di potere – locale e non solo – ad Emiliano. Infine, passando da una ‘confindustriale’ come la Guidi a una ‘cigiellina’ come la Bellanova, Renzi vuole anche dare una sterzata più sociale e più collaborativa – con i sindacati che ‘collaborativi’ sono, ovviamente, e cioè Cisl e Uil, non certo la Cgil e la Fiom… – al suo governo, in vista delle elezioni amministrative di giugno e, ancora più in là, del referendum costituzionale di ottobre 2016 e, infine, in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare presto, di certo non alla fine naturale della legislatura, e cioè marzo 2018.

 

CHI E’ LA ‘SCONOSCIUTA’ E POCO VISPA TERESA…

A questo punto, però, serve il whos’who. Chi è Teresa Bellanova? Del fatto che, da sottosegretario al Lavoro, nominata il 28 febbraio 2014, nel governo Renzi è stata promossa, il 29 gennaio 2015, viceministro allo Sviluppo economico, s’è detto. Ma cosa ha fatto, la Bellanova, ‘prima’ di andare al governo? La sindacalista, appunto, e per tutta una vita. Teresa Bellanova è nata a Ceglie Messapica, provincia di Brindisi, nel 1958. Ha iniziato a lavorare giovanissima, ancora adolescente, e si è iscritta da subito alla Cgil, partecipando alle lotte contro il caporalato particolarmente forti, nel Tavoliere pugliese, e sempre fatte sotto l’egida del grande leader della ricostruzione e della Cgil del dopoguerra, Di Vittorio.

La Bellanova inizia a lavorare in un settore durissimo, per gli uomini come per le donne, quello dei braccianti e diventa subito coordinatrice regionale delle donne della sua categoria, la Federbracccianti. Poi si sposta nel Sud-Est barese e, ancora dopo, in provincia di Lecce, a Casarano, per contrastare la piaga del caporalato. Il suo percorso, o cursus honorum, dentro la Cgil, la porta, piano piano, a ricoprire diverse e sempre più importanti funzioni. Fino a quando, nel 1988, viene nominata segretaria generale provinciale della Flai (Federazione Lavoratori AgroIndustria) nella provincia di Lecce. Nel 1996, poi, lo scatto vero: Bellanova viene nominata, durante la segreteria Cofferati, del cui gruppo dirigente post-Trentin e di ‘sinistra’, è, di fatto, espressione, segretaria generale della Filtea (Federazione italiana Tessile Abbigliamento Calzaturiero), incarico che ricopre fino al 2000, quando entra a far parte della segreteria nazionale Filtea con delega alle politiche per il Mezzogiorno, politiche industriali, mercato del lavoro, conto-terziarismo e formazione professionale mentre segretaria generale diventa la ben più ‘riformista’ e di fatto assai più moderata, Valeria Fedeli che ricoprirà tale incarico fino all’inizio degli anni Duemila spostando la Filtea su posizioni molto meno massimaliste e ben più moderata, su spinta dell’allora segretario generale della Cgil, l’ex socialista riformista Epifani. Anche per questo motivo, la Bellanova decide di lasciare, per sempre, il sindacato (dove, volendo, si può rimanere ‘a vita’…) e di tentare la strada della politica, come pure hanno fatto e faranno molti sindacalisti di peso prima e dopo di lei: Sergio Cofferati, ex sindaco di Bologna, ex europarlamentare dem e, oggi, uscito dal Pd ‘a sinistra’: Guglielmo Epifani, ex segretario del Pd per un breve periodo, deputato dem e presidente della commissione Industria della Camera; Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, Achille Passoni, ex senatore e oggi numero due di Marco Minniti, nel Comitato sui Servizi; Paolo Nerozzi, ex senatore della sinistra; Giorgio Airaudo, deputato di Sel e candidato sindaco a Torino, etc.

Nel 2006 Bellanova si candida, per la prima volta, alle elezioni della Camera su richiesta del partito di cui è attiva militante, i Democratici di Sinistra (Ds), su richiesta del segretario di allora, Piero Fassino. Dopo aver partecipato alla fase costituente del Pd, la Bellanova viene eletta alla Camera dei Deputati per la seconda volta nel 2008, messa in lista dall’allora segretario Veltroni. Dal 21 maggio 2008 è componente della XI Commissione (lavoro pubblico e privato). Infine, è riconfermata deputato nel 2013 – messa in lista dal segretario di allora, Bersani, di cui era seguace – e diventa segretario del gruppo Pd alla Camera. In sostanza, la Bellanova è stata eletta nelle liste del Pd tre volte: XV, XVI e XVII legislatura fino a quando, il 28 febbraio 2014, viene nominata sottosegretario di Stato al Lavoro nel Governo Renzi, il 29 gennaio 2015 viceministro allo Sviluppo economico e, ora, forse, tra poco, direttamente ministro dello stesso dicastero. Per una donna partita dalle lotte bracciantili in Puglia un bel salto. Discreta, schietta, silenziosa, gran lavoratrice, tessitrice di rapporti e molto esperta di relazioni sociali e sindacali con le parti sociali (imprenditori come sindacati) come con quelle politiche, teresa è forse poco ‘vispa’ di carattere, un po’ scontroso e un po’ ombroso, ma di certo ‘roccioso’ e ‘impegnato’. Un carattere forte, dunque, che in un ministero delicato e importante come il Mise le sarà sicuramente di aiuto nel risolvere le tante ‘grane’ del ministero.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 aprile 2016 sul sito Internet Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net

Rottamare le primarie? Se si rompe il mezzo, si perde il fine. Casi specifici e storia di uno strumento oggi logoro

Il segretario-premier parl davanti l'Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno a Roma, hotel Ergife.

Matteo Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno 2014 a Roma, hotel Ergife.

Le primarie non funzionano più. Si è logorato il mezzo (la consultazione popolare attraverso i gazebo e le sue regole) e, di conseguenza, si è dimenticato il fine (la selezione della classe dirigente a livello nazionale e locale da parte del Pd, principale partito del centrosinistra, o della sua coalizione). L’attualità ci parla del ‘caso Campania’. Ma il problema non è l’affluenza (alta: 160 mila persone), che in regioni come l’Emilia, recentemente, è invece drasticamente crollata (appena 58 mila elettori contro i 400 mila precedenti!), dato che pure dovrebbe far riflettere: le primarie non ‘tirano’ più tra gli elettori. Sempre meno gente va ai seggi: sempre domenica scorsa, ma nelle Marche, solo 50 mila i votanti. E neppure, paradossalmente, il problema sta nei possibili ‘brogli’ e condizionamenti del voto che pure ci sono stati (se non i primi, certo i secondi), in Campania, non nelle Marche.

Il ‘pasticciaccio’ brutto delle primarie in Campania (e che il Pd non voleva fare)

A sollevare il tema, pur senza la richiesta di invalidare le primarie, è stato lo sfidante perdente, contro Vincenzo De Luca (52%), l’eurodeputato Andrea Cozzolino (44%): chiede il ‘rinconteggio’ dei voti (stile Al Gore contro Bush in Florida…) e, ancora a tutt’oggi, non riconosce il vincitore. Dubbi, sui molti votanti di Salerno e dintorni, assai legittimi. Ma proprio Cozzolino era finito sul banco degli imputati, per le primarie a sindaco di Napoli che, nel 2011, furono addirittura invalidate, causa presunti brogli di ‘colonne’ di cinesi e rom portati in massa a votare. Il vero problema, però, non sta neppure qui, ma sta appunto nel ‘metodo’. A cosa servono le primarie? A selezionare, nel modo più democratico possibile, una classe dirigente di partito e/o di coalizione stante che questa dovrà poi, in ogni caso, presentarsi al giudizio degli elettori per il responso finale, quello delle urne. Precisazione lapalissiana, ma obbligata. Prima contraddizione. Il Pd nazionale, in Campania, le primarie non voleva farle. Ci ha provato in tutti i modi, a evitarle, al punto che ne ha ottenuto il rinvio per ben quattro volt: la data di convocazione è slittata, di mese in mese, da ottobre 2014 a marzo 2015! E tanto il Pd non era convinto dei soli due candidati sicuri ai nastri di partenza (Cozzolino e De Luca) che ha cercato in tutti i modi un candidato ‘altro’ e ‘unitario’, sia ‘interno’ (Nicolais, Migliore) che ‘esterno’ (Cantone). Alla fine, l’incapacità di trovare un buon candidato, la riottosità e la chiusura a ogni cambiamento del Pd campano, la disattenzione e supponenza con cui il Pd nazionale tende a non occuparsi, o occuparsi poco e male, del ‘suo’ Mezzogiorno, la debolezza della presunta carta alternativa (Migliore) tirata fuori male e all’ultimo, hanno portato il Pd verso il baratro: la celebrazione, obtorto collo, di primarie che il Pd non voleva affatto, limitandosi a subirle.

L’ineleggibilità (senza scampo) di De Luca e la Barracciu: due pesi, due misure.

Ora, in compenso, siamo al ‘comma 22’ di Heller. De Luca, già decaduto da sindaco di Salerno perché mantenne il doppio incarico (cumulo vietato) di viceministro del governo Letta senza mai dimettersi e per questo condannato dalla Corte d’Appello di Napoli, è candidabile ma non eleggibile a presidente della Campania e persino a semplice consigliere. Lo prescrive la legge Severino che, pur in disparità (assurda) di trattamento tra parlamentare, che viene dichiarato decaduto solo dopo tre gradi di giudizio (caso Berlusconi), prescrive, per l’amministratore locale, la immediata decadenza dall’ufficio (non l’incandidabilità!) anche solo per una sentenza in primo grado in caso di reati d’ufficio. E De Luca ha subito una condanna in primo grado proprio per abuso d’ufficio nell’esercizio delle sue funzioni. Se eletto, dovrebbe dimettersi, anche se potrebbe far ricorso al Tar, come ha già fatto il sindaco di Napoli, De Magistris, vincendolo e venendo reintegrato nell’ufficio, ma per una condanna e una candidatura antecedenti all’entrata in vigore della legge anticorruzione o dl Severino (2013). De Luca, invece, è stato condannato a legge Severino operante. Ergo, una sua vittoria al Tar è alquanto dubbio, oltre al fatto che la sola sospensiva creerebbe paralisi e imbarazzo nel cuore dell’amministrazione della sua regione. Altrimenti, sempre che il Pd non voglia cambiare in fretta e furia la legge Severino in Parlamento, il che è impensabile, a De Luca non resta che il ricorso alla Consulta, già esperito da alcuni Tar in casi simili. Ma quando anche la Consulta gli desse ragione, sempre il Parlamento dovrebbe colmare il vuoto normativo. E si tornerebbe, dunque, alla Severino, alla sua presunta modifica. Nel frattempo, chi governerebbe i campani e la Campania? Il ‘guazzabuglio’ è per ora infinito. L’altro guaio è che, per il regolamento delle primarie del Pd, un condannato in Appello non si può presentare e correre, un condannato in primo grado (come nel caso di De Luca) sì. Ma, pure in questo caso, fatta la legge, trovato l’inganno. Francesca Barracciu, regolare vincitrice delle primarie sarde del 2013 con un buon 44,3% rispetto a ben 51 mila votanti, fu costretta al ritiro proprio dopo le fortissime pressioni del Pd nazionale in quanto si scoprì che aveva ricevuto un (semplice) avviso di garanzia per mancata rendicontazione dei rimborsi dei consiglieri regionali, di cui era esponente fino al 2012, in un processo che ancora oggi non è iniziato! Siamo al solito ‘due pesi, due misure’: Barracciu costretta al ritiro per una semplice indagine, De Luca che corre e vince da condannato e che annuncia, con toni perentori: “Io faro ricorso, ma il Pd cambi la Severino”. Traduzione: io non applicherò una legge dello Stato, e da Governatore, il Pd cambi, per me, la legge. Una modifica ad personam (sic). Per un partito che ha così tanto a cuore la ‘legalità’, un bella contraddizione. Infine, la terza questione.

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

La storia delle primarie: da quelle di Prodi (2005) a quelle di Veltroni (2007)

E qui entriamo nel campo della politica e della storia delle primarie. A cosa servite, storicamente, le primarie? Al loro esordio, sono servite a dare forza a un candidato premier, Romano Prodi, privo di un partito alle spalle (l’allora Ds di D’Alema non lo amava affatto) e che, dopo la fallita prima stagione dell’Ulivo, somma di partiti, del 1996-’98, voleva a tutti i costi una forte legittimazione popolare per accettare il ritorno in campo. Infatti, su 4 milioni (teorici) di votanti, il 74,1% di voti a Prodi venne vissuto da tutti come la consacrazione che fino a ieri gli era mancata. Poi le cose non andarono comunque così, e anche il II Ulivo (l’Unione) cadde per le beghe interne tra partiti, ma anche per questo motivo il ‘tradimento’ dell’incoronazione popolare fu percepibile a tutti gli elettori. Nel 2007 le primarie fatte per il solo Pd, allora nascente, furono invece primarie ‘fondative’. Veltroni le volle per legittimare proprio la nascita di un nuovo partito e per dimostrare che non si trattava solo della somma di Ds e Margherita più pezzetti minori, ma di un vero partito ‘nuovo’. Le vinse Veltroni, anche qui in modo plebiscitario (75,2% di voti su 3,5 milioni di votanti), con gli sfidanti nel puro ruolo di valvassori (la Bindi arrivò seconda con appena il 12,9%).

Primarie Bersani-Franceschini (2009) e Bersani-Renzi (2012): partito e/o coalizione

Poi, il primo passaggio, a nostro avviso, ‘vero’ e coerente, ma anche l’unico: le primarie che videro Pier Luigi Bersani prevalere, con nettezza ma senza stravincere, su Dario Franceschini nel 2009 (tre milioni i votanti, 53,2% a Bersani, 34,3% per Franceschini). Due concezioni diverse del partito (quello della ‘Ditta’ contro quello ‘veltroniano’), diverse affiliazioni culturali e politiche (sinistra diessina e dalemiani con Bersani, destra post-Ds, miglioristi, liberal e veltroniani con Franceschini), due visioni del mondo, della politica, delle alleanze (idea della coalizione da ‘foto di Vasto’ contro l’ex Pd ‘maggioritario’) si fronteggiarono, e giustamente. Una vinse, l’altra perse, ma senza rotture interne insanabili. Bersani, in realtà, negli anni seguenti aveva promesso, tra le tante cose, una maggior cura e attenzione non solo alla ‘macchina’ del partito ma pure allo strumento delle primarie. Quando però si tratto di regolamentarle (il famoso ‘regolamento’ con doppio albo degli elettori: registrati una prima volta, preregistrazione anche on line, e poi voto vero, con possibilità di registrazione tra primo e secondo turno, ma dietro ‘giustificazione’, adesione all’Albo degli elettori) messo nero su bianco dal responsabile Organizzazione del Pd bersaniano, Nico Stumpo, è già tardi. Renzi è ad portas. Il sindaco di Firenze bussava alle porte e premeva per rompere da mesi. Nel 2012 scende in campo e si candida contro Bersani a guidare la coalizione del centrosinistra. E qui sta il paradosso e il ruolo da non-sense delle primarie. Renzi dovrebbe (e potrebbe) scalare il partito, invece punta alla figura di candidato premier. Bersani, che lo è per statuto (voluto da Veltroni), dove il candidato premier è il segretario che ha vinto le (precedenti) primarie, compie un gesto di liberalità e, a fine 2012, fa cambiare lo Statuto, permettendo anche a Renzi (o altri) di correre. Ma la cosa non ha senso. Nell’idea originaria del Pd il partito esprime un candidato-segretario già a disposizione della coalizione, forte dell’investitura ottenuta via primarie, disponibile, al più, a correre con ‘altri’ leader di altri partiti per la leadership di coalizione, non a ridiscutere se stesso. Le primarie del novembre 2012 (cui partecipano anche Nichi Vendola per SeL e Bruno Tabacci per Cd) sono finte primarie di coalizione. Nascondono, in realtà, uno scontro fratricida dentro il Pd, quello arci-noto ‘rottamazione’ versus ‘vecchia guardia’, ‘Leopolda’ versus ‘Ditta’, liberal-blairiani contro sinistra socialdemocratica (e un po’ post-comunista), che finisce per oscurare e mettere in secondo piano le primarie di coalizione e anche le ragioni stesse di questa. Insomma, dovrebbero essere – legittimamente – primarie di partito, invece sono travestite da primarie di coalizione. Vince Bersani (di misura al primo turno, 44,5% contro il 39% su 3 milioni di votanti ma nettamente al ballottaggio: 60,9% contro 39,1% e meno votanti: 2 milioni e ottocento mila) ma perderà (o ‘non vincerà’) le successive elezioni politiche con Renzi che ormai si pone come una pesante spina nel fianco. Nel partito, prima di tutto, più che rispetto al governo che Bersani non riesce a formare, alle sue successive dimissioni e poi al governo Letta contro cui l’ostilità di Renzi è palese.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Quando vince Renzi (2013) le primarie non gli servono più…

Quando, finalmente, si svolgono le primarie ‘vere’, corrette, le uniche che dovrebbero avere senso, dentro il Pd, e cioè quelle per la leadership del partito, la partita è senza storia. Renzi ha ormai conquistato a sé quasi tutto il partito, dopo le dimissioni di Bersani, e pensa già ad altro (il governo): vince le primarie del dicembre 2013 contro Gianni Cuperlo in surplace, senza sforzo (67,5% contro 18,1% mentre il 14,2% va a Pippo Civati, su un totale di 2 milioni 800 mila votanti in un II turno che in realtà è un turno unico perché il primo, quello tra gli iscritti, ha visto 300 mila partecipanti). Ma al governo ci va perché fa cadere Letta, non per l’esito delle primarie, pur se queste gli danno il Pd chiavi in mano. Renzi, ciò, non ha avuto bisogno delle primarie per conquistare il Pd, che gli è caduto come pera matura in mano, e non usa le primarie (di coalizione) per scalare il governo, ma una congiura di palazzo (per quanto legittima, dal punto di vista del formarsi di nuove maggioranze alle Camere, maggioranza che peraltro è la stessa di Letta…). Né userà le primarie in futuro, quando si candiderà alle prossime politiche: la nuova legge elettorale, l’Italicum, prevede il premio al partito, non alla coalizione, lui è il leader del Pd, non ha e non avrà bisogno di tenere delle primarie per ricandidarsi premier, gli basterà farlo da leader uscente (senza dire del fatto che lo Statuto del Pd ha solo fatto una deroga temporanea, quella voluta da Bersani per Renzi, ma è in vigore: il segretario è in automatico candidato premier).

I fallimenti  (2012 e 2013) delle primarie locali: o il Pd le perde o, dopo, si spacca.

Nel frattempo, nel mare magno di questi anni di coalizione di centrosinistra, si sono svolte primarie di tutti i tipi e gradi: le più clamorose sono quelle per la carica di sindaco che, nel 2012, segnano quasi ovunque la sconfitta del candidato Pd: a Milano, Cagliari e Genova le primarie vincono (anzi: stravincono) i candidati di SeL Giuliano Pisapia, Massimo Zedda e Marco Doria, che stracciano i candidati ufficiali del Pd (rispettivamente Boeri, Cabras, Vincenzi). A Napoli e Palermo saltano. A Napoli, come si è già ricordato, vengono annullate dopo le accuse al fulmicotone tra i candidati (Cozzolino e Ranieri) e contro il nome scelto dal Pd, Morcone, trionfa (ma alle elezioni vere) il candidato dell’Idv, De Magistris. A Palermo le vince, in teoria, tale Ferrandelli (Idv sostenuto da pezzi di Pd) contro il renziano Faraone, ma l’ex sindaco Leoluca Orlando non ci sta, denuncia brogli (che pure ci sono stati) si presenta alle elezioni e rivince lui. Insomma, il Pd promuove le primarie ovunque, ci mette i soldi e la ‘macchina’, mostra tutte le divisioni interne che ha, sbaglia (spesso) gli uomini su cui puntare, si divide e lacera. Ultimo caso, le primarie in Liguria, stavolta per le Regionali. Le vince, a fine 2014, Raffaella Paita contro Sergio Cofferati (28 mila voti contro 24 mila su un totale di 55 mila elettori), che addirittura esce dal Pd denunciando brogli e irregolarità, a partire dall’appoggio di noti esponenti della destra locale. infine, le primarie dell’Emilia-Romagna, che designano Stefano Bonaccini vincente assoluto ma con percentuale di votanti bassissima e poi replicata alle elezioni. E, appunto, le ultime primarie, quelle in Campania, con il loro carico di odi, rivalità, sgambetti, che segnalano una vittoria di Pirro, quella di De Luca, e la disfatta pubblica del Pd locale.

Bilancio: primarie da abolire a livello locale, da regolamentare a livello nazionale.

Morale: le primarie (lo dimostra il caso campano e altri) non funzionano a livello locale: impediscono una seria selezione della classe dirigente, che ogni partito dovrebbe fare; sono ogni volta avvelenate da brogli e inquinamenti del voto; trasmettono, ormai, un’immagine di un Pd dilaniato e diviso, oltre che quella della sostanziale disaffezione dell’elettorato, come è evidente dai sempre meno votanti che vi partecipano. Un partito degno di questo nome dovrebbe sapere scegliere, nei propri legittimi organismi dirigenti, votati e legittimati dagli iscritti, ultima e prima catena dell’anello (forte o debole) del partito, la sola legittimata da sempre a esprimersi, i candidati migliori da selezionare e presentare alle elezioni dei vari gradi amministrativi. come, peraltro, si è sempre fatto nella storia. Potrebbero, invece, restare valide e interessanti, le primarie, sul piano nazionale, per scegliere il candidato premier della coalizione di centrosinistra e, a maggior ragione, il leader-segretario del Pd, ma con due avvertenze. Le primarie andrebbero regolamentate in modo preciso e serio, per legge, valide cioè erga omnes (per tutti i partiti e/o movimenti) e con un grado di legittimazione democratica che passi ‘prima’ per le aule parlamentari. Secondo, le due competizioni (primarie per la carica di segretario-leader del partito e primarie per la leadership-premiership di una coalizione di partito) andrebbero tenute separate e non impropriamente confuse, come è avvenuto con lo scontro Renzi-Bersani. Anzi, anche i regolamenti dovrebbero essere diversi: uno più stringente e meno aperto per eleggere il segretario di quello che resta, pur sempre, un partito. Un altro, più largo e flessibile, per il leader di coalizione non fosse altro perché a un partito ci si iscrive e/o tessera con un atto politico forte e volontario (tesseramento) mentre per una coalizione e il suo leader si vota più in base alle idealità e opinioni politiche del momento (voto fluido). Quello che non può più reggere, a mio modesto avviso, è l’uso delle primarie ‘sempre e comunque’, per ogni ordine e grado di elezione, dal piccolo comune alla guida del Paese. Perché quando il mezzo è logoro finisce per uccidere il fine.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo su Quotidiano.net (http//: http://www.quotidiano.net.)

il buio oltre la siepe. Perché il tentativo’ di Landini difficilmente aggregherà quel che resta della sinistra

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Nutro diverse perplessità sul successo della ‘discesa in campo’ di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil. Discesa in campo politica, si capisce, per quanto futura e futuribile possa essere. Lo stesso Landini ha cercato di precisare, con una lettera al Fatto, il suo pensiero espresso nell’intervista di domenica scorsa. Il concetto, tra intervista e precisazione, è sostanzialmente il seguente: “Il sindacato si deve porre il problema di una coalizione sociale più larga che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale e aprirsi a una rappresentanza anche politica. La sfida democratica a Renzi passa anche da qui”. Ora, la frase chiave succitata indica una serie di contraddizioni, non scioglie molti nodi sul tappeto e resta, volutamente, criptica, confusa, indefinita.

Landini – dice chi ne sa – non sopporta non solo Renzi e il suo Pd liberal, ma pure la litigiosità e frammentazione dei ‘partitini’ della sinistra radical. Come lui la pensano due intellettuali – a mio parere del tutto avulsi dalla realtà del loro tempo e chiusi da troppo nella loro torre eburnea radical – come Stefano Rodotà e Barbara Spinelli. La quale ultima, eurodeputata che di certo non brilla per presenze a Bruxelles, ha di fatto rotto i rapporti con la lista L’altra Europa con Tsipras che pure l’ha fatta votare ed eletta. Insomma, il concetto – espresso dal sindacalista e dai due intellettuali – sarebbe che i ‘partitini’ della sinistra che resta a sinistra del Pd (SeL, ma pure i rimasugli della sinistra comunista che fu, Prc e Pdci, ma anche l’accozzaglia di liste elettorali di scarso, L’Altra Europa alle Europee, o nessun successo, Rivoluzione civile di Ingroia, quando chiedono i voti) sono ‘cani morti’ e che bisogna, giustappunto, ‘ripartire dal sociale’.

Facile a dirsi, molto meno a farsi. Anche una giornalista di valore, Angela Mauro, cronista politica dell’Huffington Post, che conosce bene le vicende citate e pur mantenendo un occhio benevolo, verso Landini e la sua impresa, non mi pare riesca a venirne a capo. La Mauro spiega così il passo di Landini: costruire un “laboratorio sociale”, a meta’ strada tra un nuovo ruolo e protagonismo sindacale, i giovani e i loro network sociali dal basso in fieri nelle citta’ metropolitane e legarlo a una idea della politica ‘orizzontale’ ma non ‘alla centro sociale’, bensì alla Podemos. “C’è l’esempio greco di Tsipras, ovvio – scrive Mauro – che parla di un partito alla lotta con l’Europa dell’austerity e non di un laboratorio sociale, ma che dice che con la forza del consenso e delle urne anche chi sembra debole in partita può spuntarla. E c’è l’esempio di Podemos, il movimento spagnolo nato dalle acampandas contro l’austerity, candidato a vincere le elezioni del prossimo autunno a Madrid, almeno stando ai sondaggi. Ci può essere come punto di arrivo la lista e la candidatura, il partito e la rappresentanza democratica in Parlamento. Ma è un punto di arrivo”. Alla fine si arrende pure Mauro: “c’e’ un idea. Piu’ che un idea, un pensiero”.

Siamo, insomma, alle famose “poche idee ma confuse” di Ennio Flaiano. Soprattutto, Landini non ha dietro di sé ‘tutta’ la Cgil, ma solo la sua Fiom. E qui c’è un altro punto critico e di estrema debolezza del suo ragionamento. Quando Cofferati trascinò in battaglia la Cgil sempre contro il tentativo, ma all’epoca messo in campo dal governo Berlusconi, di svellere l’art. 18, aveva molte frecce al suo arco: un sindacato grande, ‘generale’ (e non, appunto, una semplice categoria, forte e tosta, ma sempre ‘parziale’), per quanto isolato da Cisl e Uil; una fitta rete di alleanze nel tessuto sociale (movimenti, associazioni, intellettuali, riviste: da Moretti a Flores d’Arcais); pezzi di partiti politici ancora strutturati (la sinistra Ds, tutta, Rifondazione, pur se tra mille ambiguità dovute a rivalità con Bertinotti); un vasto movimento di opinione pubblica insofferente e ribelle verso l’allora trionfante senso comune di un berlusconismo assai oppressivo; l’eco di movimenti sociali e politici che avevano infiammato il mondo, oltre che l’Italia (i no-global, le associazioni e i movimenti anti-G8, etc.). insomma, una vera ‘coalizione’ di forze politiche, sociali, sindacali, morali. Cofferati non seppe, nel 2000-2001, definito il nuovo ‘biennio rosso’ della politica italiana, sfruttare e usare tutti questi elementi a suo vantaggio e non volle buttarsi definitivamente in politica, ritirandosi nel suo ‘orto’ da piccolo Cincinnato da cui uscì tardi e male (Bologna, Bruxelles, etc.) tanto che oggi la sua azione e la sua influenza a stento interessa la … Liguria.

Ma perché dove non riuscì Cofferati, che aveva tutte le condizioni migliori e i presupposti giusti per condurre una ‘buona battaglia’, dovrebbe oggi riuscire Landini? Il segretario della Fiom, sconfitta in quasi tutte le elezioni delle Rsu di fabbrica che si tengono da mesi, non ha l’appoggio della Cgil, che anzi gli è contro sia per motivi di rivalità interna della Camusso verso Landini sia per ragioni politiche (il rapporto con la sinistra Pd e Bersani) che per motivi squisitamente sindacali (il principio dell’autonomia dalla politica). Non esiste, nel Paese, un sentimento e moti di protesta forti e di massa, ma solo un malcontento diffuso, refrattario, politicamente vano e sterile. L’autunno è passato, non è stato affatto ‘caldo’ e la Cgil non ha inciso, per segno e qualità delle proteste, neppure su un tema caldo come l’art. 18. Partiti politici in grado di organizzare la protesta e incalanare la rabbia non ve ne sono, o sono debolissimi se non del tutto scomparsi (Prc, Pdci) o (vedi Sel) alternano ricerca d’intesa con il Pd a livello locale e parlamentare a momenti di contrapposizione dura al governo Renzi ma senza numeri né mezzi per poter reggere un alto e lungo il livello dello scontro con il Pd. La minoranza dem non si sogna di uscire dal partito, è divisa in mille rivoli, spezzata in correnti (bersaniani, cuperliani, etc.) di scarso peso e spessore o rappresentazione macchiettistica di una ‘scissione’ che, troppe volte evocate, quando ci sarà si rivelerà di scarso peso e consistenza (Civati). Tutti fattori che impediscono e impediranno a Landini, debole già di suo nella sua Cgil, di porsi da ‘federatore’ e organizzatore di una sinistra sociale e politica.

Il Pd di Renzi, d’altra parte, e il suo leader nonché premier del governo, macina risultati che, per quanto ‘di destra’ e ‘liberisti’ siano, ci sono, e non trova, a fermarlo, per esempio sulla strada delle riforme istituzionali ed elettorali iper-maggioritarie o da vera dittatura della maggioranza, altro che opposizioni ‘finte’ (FI) o solo populiste e demagogiche (Lega). Cosa contrapporre a tutto questo, e cioè una vera ‘rivoluzione culturale’ in seno alla sinistra storica che finirà per stravolgerne senso e direzione, quella di Renzi, secondo il Landini pensiero? “Un’idea, più che un idea, un pensiero”. Quello del “laboratorio sociale della rappresentanza politica”. Parole confuse, vaghe, velleitarie. C’e’ solo il buio, oltre la siepe.

Landini in campo per sfidare Renzi. Gelo Cgil: “Non siamo un partito”. Minoranza Pd critica. Poi il leader Fiom rettifica

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini o il moderno Amleto in tuta blu. Il leader della Fiom rilascia, ieri, un’intervista al Fatto quotidiano in cui parla del sindacato come di un soggetto che si deve porre il problema di una rappresentanza sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza ‘anche’ politica”. Il Fatto forza le sue parole e titola: “E’ ora di sfidare Renzi. Ora faccio politica”. Apriti cielo. Il premier lo attacca a brutto muso in diretta tv su Rai 3 e il suo stesso sindacato, la Cgil, prende subito le distanze. Un tweet del portavoce di Susanna Camusso, Massimo Gibelli, recita: “Tanti auguri a Landini, ma il sindacato Fiom è un’altra cosa”. L’accento è tutto sulla Fiom, soggetto sindacale da ‘preservare’ pure da Landini, per la Cgil.

La polemica divampa e a Landini tocca precisare, correggere, smussare. “La prima pagina del Fatto – scrive in una nota il leader della Fiom – mi attribuisce un’affermazione non pronunciata”. Poi torna sul concetto: “la ‘sfida a Renzi’ per il sindacato, oltre alla ‘normale azione contrattuale’, consiste nella creazione di una coalizione sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale”. Lana caprina? Mica tanto. Di un nuovo partito a sinistra del Pd si parla da mesi. Pippo Civati e i suoi pare che se ne andranno per sempre poco prima delle Regionali. Quando, in Liguria, una coalizione che si raccoglie intorno allo sconfitto alle primarie, Sergio Cofferati, lancerà un candidato anti-Pd ufficiale.

La sinistra Pd, divisa in molte anime (Sinistra dem di Cuperlo, la più critica, i bersaniani di Area riformista, il grosso, singoli come Fassina e Boccia) è sempre più insofferente verso Renzi e ha vissuto come uno schiaffo i decreti delegati sul Jobs Act, ma persino un iper-critico come Alfredo D’Attorre si limita a parlare di “battaglie comuni tra forze politiche e sociali sull’art. 18”. Infatti, la Cgil lancerà un referendum popolare per ripristinare l’art. 18 e Fassina già annuncia che sarà tra i promotori. Insomma, il grosso dei bersaniani sta con la Camusso, non con Landini.

Landini, che in realtà punta a prendersi la Cgil al congresso del 2018, se mai scendesse in politica sogna un modello organizzativo incentrato tutto sul sociale: una via di mezzo tra Syrizia con i suoi gruppi di aiuto popolari. e Podemos, di cui apprezza la rete ‘orizzontale’ e movimentista. Inoltre, Landini ‘disprezza’ i partitini della sinistra a sinistra del Pd e il loro perenne oscillare tra la ricerca di alleanza con il Pd stesso e modelli partitici che ritiene superati e obsoleti. Non a caso li chiama ‘i partitini’. Con Landini stanno personalità indipendenti come la Spinelli e Rodotà. I partitini stanno, appunto, da un altra parte. SeL ha organizzato mesi fa ‘Human Factor, network aperto alla sinistra Pd, ai giovani di Tilt, ad altre realtà politiche (la lista L’altra Europa con Tsipras, Prc, Pdci, etc.) proponendo la pratica della ‘doppia tessera’ (di Sel e di altre realtà), ma proprio Landini e Rodotà hanno storto il naso e in SeL si sono piccati.

Nella sinistra radical l’anima è divisa in due: sociale quella di Landini, che vuole rompere con ‘tutto’ il Pd, organizzativista quella di Sel che con la sinistra Pd si vorrebbe fondere in una riedizione in piccolo del Pci. Rivelatrici le parole di Civati: “quando Landini parla di sinistra sociale da contrapporre con quella politica non capisco e non sono d’accordo”. L’unico possibilista è il senatore dissidente del Pd Corradino Mineo: “Anche a Renzi capitò di perdere contro Bersani. Ora gli consiglio di rispettare Landini”. Duro il commento di un altro senatore, il giovane turco Stefano Esposito: “Landini sfidi Renzi così conteremo i voti, finalmente, e non gli articoli di giornale”.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2015 a pagina due del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)