Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Renzi sfida Grillo: “Non credete ai sondaggi”. Legge elettorale: Mattarella pronto a intervenire

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo – ROMA

SUL TAVOLO del Nazareno arrivano sondaggi contraddittori. In parte sono assai poco lusinghieri, come quello di Ipsos: vede il Pd tracollare al 26,8% contro il 30,1% di un mese fa e il M5S schizzare al 32,3% contro il 30,9% di febbraio. In parte, invece, sono molto più positivi. Un sondaggio Swg vede il Pd al 28,1% e l’area di governo al 31,9% (con dentro Ncd e altri) mentre M5S è assai indietro (26,9%).

I COLONNELLI dei due contendenti di Renzi alla segreteria tuonano che «urge un cambio di passo» (cioè, via Renzi), ma l’ex leader spiega ai suoi che i sondaggi, post scissione e post caso Consip, registrano travasi quasi automatici: «Quello che perdiamo noi lo prendono loro». Lo fa per dire che il Pd rappresenta «l’unica alternativa» a Grillo. E Renzi, nella sua Enews, attacca sul caso Genova: «Noi facciamo congressi aperti, lì se il candidato votato piace a Grillo bene, se no viene espulso».

Renzi, inoltre, prova a rinfrancarsi con i primi dati reali che arrivano dallo scrutinio dei circoli in cui si è già votato. Il trend generale lo vede sopra il 60%, anche se nell’Emilia rossa, dove gli iscritti sono ben 47.200, i dati – sia pure parzialissimi (si è votato in soli 9 circoli su 600) – parlano di Renzi sì in vantaggio, ma solo col 52,3%, Orlando subito dietro con il 44,6 ed Emiliano al lumicino (2,9).

IL VICE presidente della Camera, Roberto Giachetti, renziano di ferro, si sfoga con un collega in Transatlantico: «Il clima che vogliono creare certi mondi e salotti ben precisi pompa il M5S perché prepara, in antitesi, il terreno alla Grande coalizione e al ritorno alla Prima Repubblica attraverso il ritorno al proporzionale e ai partitini. Ecco perché penso che dobbiamo insistere col Mattarellum: meglio una legge elettorale maggioritaria, una proposta di governo chiara, a costo di finire anche all’opposizione, piuttosto che consegnarci alla palude come vogliono molti fuori (D’Alema, ndr) e dentro il Pd (Franceschini, ndr)».

Luca D’Alessandro, deputato di Ala molto vicino a Verdini, fa ragionamenti simili e allarga il discorso a Berlusconi: «Al Cavaliere, che pure dice di non volere il Mattarellum, proprio quel sistema potrebbe, invece, convenire. E al Pd come al centrodestra servirebbe per contenere l’avanzata dei grillini che, con candidati poco riconoscibili e modesti, perderebbero molti confronti, nei collegi. Io credo che se Renzi e Berlusconi si parlassero troverebbero la quadra, ma so che, fino alle primarie del Pd, non si muoverà foglia».
Allo stato è così. Ieri la prima commissione Affari costituzionali della Camera ha deciso l’ennesimo rinvio della discussione sulla legge elettorale, comunicando alla presidente Boldrini l’incapacità di rispettarne il calendario (lunedì prossimo in Aula).

L’IMPASSE preoccupa molto il Quirinale. Sergio Mattarella starebbe pensando non a gesti eclatanti (un messaggio alle Camere stile Napolitano), ma a intervenire ‘a modo suo’. Una moral suasion, la sua, un atteggiamento ‘classico’, cioè, che potrebbe, e presto, prendere la forma di richiesta di colloqui privati, ma non per questo meno istituzionali, con i leader dei principali partiti (Renzi, Berlusconi, Grillo). Obiettivo: chiedere loro chiarezza e tempi ragionevoli su una legge elettorale che, per il Colle, deve essere «compiuta, pienamente e perfettamente operativa» e «capace di dare forma alla democrazia», esercitando quel «ruolo maieutico» che, per l’attuale Capo dello Stato, spetta e spetterà al Parlamento.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 22 marzo 2017 a pagina 10

Renzi, patto di ferro con 5 Stelle e Lega: Italicum anche al Senato, poi il voto

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Ettore Maria Colombo
ROMA
COLLOQUI – Riservati, riservatissimi, tenuti segreti per settimane – con il leader della Lega, Matteo Salvini. Chiacchierate in Transatlantico tra gli emissari più fidati dell’ex premier, a partire da Ettore Rosato, e gli  omologhi grillini (Toninelli, Di Maio, Di Battista).
Matteo Renzi, mentre tutti guardavano il dito (il congresso, da anticipare o tenere a scadenza naturale, la scissione di D’Alema e, forse, di Emiliano e, forse, di Bersani, il freno tirato di forzisti e centristi sulla strada delle urne), puntava alla Luna. E così, con una mossa assai spregiudicata e che farà discutere a lungo, ha fatto quella che un grande vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, definì «la mossa del cavallo»: muovere in avanti, sulla scacchiera, per ‘mangiare’ a destra o ‘a sinistra’, a seconda dei punti di vista.
Accordarsi con i suoi nemici di sempre, anzi: i più accaniti (Grillo, Salvini, Meloni), per ottenere le urne al massimo entro il mese di giugno con scioglimento delle Camere entro fine marzo. Ieri – complice un articolo del quirinalista del Corsera, Marzio Breda, che intimava il prevedibile alt del Quirinale alla fretta renziana di correre alle urne senza armonizzare le due, diverse, leggi elettorali uscite da due, diverse, sentenze della Consulta sui diversi sistemi elettorali di Camera e Senato (l’Italicum rimaneggiato dalla Consulta il 14 gennaio scorso e il Consultellum, desunto dal Porcellum, nel 2014) – ha deciso che il dado era tratto. Si è chiuso coi suoi più stretti colonnelli, per tutto il giorno, al Nazareno (Guerini, Rosato, Zanda e pochi altri) e ha dato ‘luce verde’ finale all’accordo impossibile.

STA per nascere, infatti, il ‘Legalicum’, come lo chiamano, da mesi, i pentastellati. Ovvero, come dicono invece i renziani, l’estensione al Senato delle norme elettorali in vigore per la Camera: un Italicum senza ballottaggio, fatto di liste (o ‘listoni’) senza coalizioni e un’unica soglia di sbarramento, valida per tutti i partiti, alla Camera come al Senato.
Il dibattito parlamentare per scrivere una nuova legge elettorale inizierà, nell’Aula della Camera, il 27 febbraio. La data, in realtà, è ancora sub judice: manca ancora l’esame della commissione Affari costituzionali, ma anche quello potrebbe saltare, a maggioranza, e andare dritti per dritti in Aula. Non a caso, è stato stabilito anche il contingentamento dei tempi di discussione in Aula. Un elemento decisivo che poteva essere approvato solo nella giornata di ieri e, cioè, prima di stabilire il calendario d’Aula di febbraio, unica sede utile per stabilire il ‘contingentamento’ dei tempi di discussione, obbligatorio per fare in fretta. Non è neppure escluso un decreto legge e neppure una fiducia ‘tecnica’ messa dal governo “ma solo se tutti i partiti, o meglio la loro larga maggioranza, saranno d’accordo” si premura di mettere le mani avanti un renziano che ha seguito da vicino l’intero dossier.

La svolta di pura, ma necessaria, tecnica parlamentare  che sancisce l’accordo politico raggiunto tra tre partiti lontanissimi tra loro, arriva a tarda sera con un voto deciso a maggioranza (Pd-M5S-Lega a favore; FI, Sel-SI e Misto contrari) alla fine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio e dietro esplicita richiesta dei grillini. Durante la riunione dire che sono volati gli stracci è dire poco, ma è solo un antipasto di quello che succederà, a breve, in Aula. Lo testimoniano le parole dei capogruppi contrari e pure del tutto ignari del complotto ordito alle loro spalle. Per Arturo Scotto (Sel) «è nato l’asse dell’avventura», Renato Brunetta (FI) parla di «comportamento inaccettabile del Pd», solo maurizio Lupi (Ncd) si limita a parlare di «forzature». La verità è che sta per nascere una legge che colpirà al cuore soprattutto FI, la quale sarà costretta presentare liste uniche con Lega e Fd’I, annacquandosi in esse. Il capogruppo dem, Ettore Rosato, parla come chi ha il pesce già in bocca: «Ho rassicurato i miei colleghi che tentavano di diluire i tempi. Per noi non è che il giorno che si approva la legge, poi bisogna andare a votare, ma da quel giorno sarà possibile. Servono solo piccoli aggiustamenti». Luigi Di Maio (M5S) esce dallo studio della Boldrini e dice trionfante: «Entro la metà di marzo la Camera può approvare la legge elettorale e, a quel punto, il Senato in pochi giorni non dovrà far altro che ratificarla».

QUESTO è un po’ meno vero: tra i ‘piccoli’ aggiustamenti, oltre quelli ovvi (doppia preferenza di genere, via l’assurdo sistema del sorteggio stabilito dalla Consulta, dimensione diversa dei collegi senatoriali, capolista bloccati da estendere anche al Senato) non è ancora chiaro se sono previsti due punti cruciali per la sopravvivenza di molti partiti, specie i più piccoli: la possibilità di creare liste e/o coalizioni e le soglie di sbarramento. Il sistema oggi in vigore per il Senato prevede la possibilità di dare vita a coalizioni, ma l’asse Pd-Lega-M5s punta a consentire solo la presentazione di listoni come accade alla Camera. Le soglie di sbarramento al Senato sono assai diverse (20% le coalizioni, 8%, le liste singole) ben più alte dell’unica della Camera (3%): potrebbe essercene una sola, la più bassa, di soglia di sbarramento per permettere a tutti i partiti, anche i piccoli, di correre. Una cosa è certa, un dato di fatto è blindato, come una regola aurea: ci saranno i capolista bloccati perché quelli li vogliono tutti, dal Pd di Renzi a FI, da Lega a M5S, da Ncd agli altri.
E Renzi? «Basta alibi» ripete come un mantra, soddisfatto, quasi euforico, «ora dobbiamo occuparci di Trump e della Ue, non di collegi». Infatti, come dice in un sms inviato alla trasmissione di Floris su La7, Di Martedì, «per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso, ma sarebbe grave, ingiusto e assurdo far scattare i vitalizi a settembre. Sarà fondamentale, invece, farsi sentire con molta forza dall’Europa, specie sui vincoli di bilancio e austerity», aggiunge, con toni che ricordano quelli grillini o dei ‘sovranisti’. Populismi di destra, grillini e di sinistra: si giocherà intorno a questi tre poli la prossima campagna elettorale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il I febbraio 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 

Il patto segreto Renzi-Berlusconi: un Italicum ‘mascherato’ ed elezioni il prima possibile

berlusconi

Silvio Berlusconi quando sedeva al Senato

STA per nascere l’«Italicum mascherato»? Un sistema elettorale mezzo Italicum, mezzo proporzionale? Se ne parla da giorni al Nazareno, dove lo chiamano «il patto del Diavolo». Un ‘Nazareno 2.0’ stipulato, a breve, tra gli stessi contraenti del ‘Nazareno 1.0’, Renzi e Berlusconi, ma con obiettivi assai diversi dall’originale: per Renzi sarebbe l’assicurazione che la legislatura verrà interrotta assai prima della scadenza naturale (febbraio 2018) e che si voterà a giugno; per il Cav la polizza è già più impalpabile.
Vaghe rassicurazioni (e pressioni) sul governo Gentiloni affinché non si costituisca contro il ricorso dei legali del leader di FI che ne chiedono la riabilitazione presso la Corte europea di Strasburgo e, in rapida successione, il voto favorevole del Pd quando, prima o poi, il Parlamento si ritroverà a votare sulla legge Severino sempre ai fini dell’applicazione della sentenza di Strasburgo, altrimenti essa non avrebbe effetti giuridici e Berlusconi resterebbe incandidabile. Poi, certo, il sostegno del governo Gentiloni nel braccio di ferro Mediaset-Vivendi. Stop alle sanzioni con la Russia, nomine di enti pubblici da concordare. Ma la merce di scambio sa farsi anche concreta, se Renzi vuole e come il Cavaliere sa bene.

ED ECCO che un Renzi ringalluzzito, che a Roma si sta cercando pure casa (palazzo Chigi non c’è più, la soluzione di scendere in albergo, di solito quello vicino alla stazione Termini, è stata scartata), ieri pomeriggio è andato a trovare Gentiloni al Gemelli («tra i due la sintonia è perfetta», dicono fonti di governo e ribadiscono fonti del Nazareno) e lì è rimasto per un’ora, poi ha avuto raffiche di incontri al Nazareno: Zanda (per i numeri al Senato), Cuperlo (per ‘aprire’ a sinistra), il ‘solito’ Guerini, sempre più calato nel suo ruolo di «numero due» del Pd. L’ex segretario dei Ds ed ex sindaco di Torino, Piero Fassino, e il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina avranno un ruolo, nella nuova segreteria, dove entreranno lo scrittore Carofiglio e vari sindaci (Bonajuto, Palazzi, Falcomatà, Ricci, etc.), ma non l’Organizzazione, che resterà in capo a Guerini. Infine, Renzi si è preparato per un’intervista sulle «Ragioni della Sinistra» che darà oggi a Ezio Mauro per Repubblica. A Guerini e Zanda, però, resta il compito più arduo. Far arrivare, via Paolo Romani e Gianni Letta, un sms al Cavaliere, che di Renzi non si fida più e da tempo: «Preferisci l’uovo oggi (una legge elettorale concordata e seria, ndr) o l’incerta gallina (una legge elettorale ‘minacciosa’, nei tuoi confronti, ndr) domani?». La cosa curiosa è che Berlusconi ci sta pensando, stavolta, e sul serio. Specie dopo che, spiega l’autorevole fonte del Nazareno, «gli abbiamo recapitato due messaggi: con il proporzionale puro non governa nessuno, neanche tu, e neppure con la grosse koalition, dopo le elezioni; se vuoi avere la certezza di poterti scegliere i parlamentari, solo noi, che abbiamo uguali ‘problemi’ in casa nostra (leggi: la minoranza del Pd, ndr), siamo la tua unica garanzia di avere le liste bloccate».

ECCOLO, dunque, il «patto del diavolo». Premessa metodologica: non si possono «fare i conti senza l’oste». Bisogna aspettare, cioè, che la Consulta (udienza il 24 gennaio, sentenza non prima del 10 febbraio) si pronunzi. Poi, serve che la Consulta ritagli, dall’Italicum, la legge elettorale in vigore solo per la Camera dal I luglio 2016, un sistema di base proporzionale, senza il ballottaggio (e, forse, senza le multi-candidature, di certo senza i capolista bloccati), ma tenga intatto il premio di maggioranza al 40%, da assegnare però al primo turno, o meglio turno unico. Ne risulterebbe un sistema proporzionale sì (anche l’Italicum lo è, persino il Porcellum lo era…), ma con soglie di sbarramento alte e da limare in Parlamento («in un mese e mezzo ce la si fa», assicurano al Nazareno mentre altri sono assai più scettici). La proposta del ‘patto del Diavolo’ fatta a FI, e scritta pure già nero su bianco, da parte dei democrat, sulle soglie di sbarramento è questa: l’8% al Senato, ma il 5% alla Camera per i partiti che corrono da soli, mentre le soglie scenderebbero al 4% al Senato e al 2,5% alla Camera per i partiti «coalizzati», che corrono in una coalizione.
E, soprattutto, nel Patto, c’è un premio di maggioranza «variabile»: non più «fisso» come nell’Italicum (55% di seggi, pari a 340 deputati), ma 55% dei seggi con il 40% dei voti, meno del 55% se prendi meno e via a scalare con un premio che ‘scende’ dal 15% al 5%. Infine, niente preferenze, ma liste ‘corte’, come nel sistema spagnolo, o collegi maggioritari «grandi», non come nel Mattarellum, ma come nel Senato della Prima Repubblica. L’obiettivo è identico: poter sapere chi verrà eletto, riuscendo a controllare le proprie truppe parlamentari. Desiderio e volontà care a Forza Italia come al Pd di Renzi.
I possibili intoppi, sulla strada del «patto del Diavolo», però, sono tanti. Uno per tutti: Renzi non è più premier, Berlusconi non controlla più la coalizione di centrodestra.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 14 gennaio 2017. 

Il documento del Pd sul nuovo Italicum c’è, ma la minoranza di Bersani dice No. Cuperlo, invece, sta pensando se dire Sì (nel testo il ballottaggio torna in forse)

Pier Luigi Bersani mentre fuma(va) il sigaro

Pier Luigi Bersani quando ancora poteva fumare il suo inseparabile sigaro Toscano…

LA BOZZA del nuovo Italicum, tenuta sotto chiave per tutto il giorno neanche fosse il Terzo segreto di Fatima, c’è, ma la minoranza del Pd si è già spaccata al suo interno nel valutarla. Bersani e Speranza bocciano il lavoro della commissione, Cuperlo ci crede e spera ancora. Ma vediamo cosa dice il documento. Per migliorare il «rapporto tra eletto ed elettore», la prima richiesta avanzata dall’unico membro della minoranza presente nella commissione istituita per cambiare l’Italicum, Gianni Cuperlo, indica due strade: abolizione totale o parziale delle candidature plurime (oggi fino a dieci) e dei capolista bloccati (dal partito). Come sostituirle? O con tutte preferenze (l’Italicum divide l’Italia in 20 circoscrizioni, a loro volta divise in 100 collegi in ognuno dei quali vengono eletti dai 3 ai 9 deputati, il primo bloccato, il capolista, gli altri con le preferenze) oppure con collegi uninominali (il Provincellum studiato dal renziano Parrini: 618 collegi uninominali che eleggono ognuno il primo piazzato con più voti tra le diverse liste).
Il documento lascia poi aperte due vie per garantire al tempo stesso la rappresentanza e la governabilità, la seconda richiesta di Cuperlo, che chiedeva di non schiacciare la prima a scapito della seconda. La prima via è l’apparentamento di liste o coalizioni tra il primo e il secondo turno (possibilità oggi vietata dall’Italicum), via che ha il pregio di mantenere il ballottaggio. La seconda è l’eliminazione del ballottaggio (ipotesi ammessa per la prima volta, e questa è la novità) «purché si trovi una soluzione che favorisca la governabilità». Traduzione: un premio di maggioranza di una qualche consistenza (15% o più sul modello caro ai Giovani Turchi, l’Italikos alla greca) alla prima lista (o coalizione) vincente.

INSOMMA, il documento redatto dal Pd non prefigura nessun modello precostituito e lascia due strade diverse aperte: il puro maquillage all’Italicum o la sua sostanziale abiura.
Il documento sulle modifiche all’Italicum è stato elaborato – si diceva – dalla commissione interna al Pd (cinque i membri che ne fanno parte: Guerini, Orfini, Zanda, Rosato, Cuperlo) che si è riunita ieri pomeriggio, ma che poi si è riaggiornata a un nuovo incontro (oggi? domani?) perché Cuperlo ha chiesto «qualche ora» per «valutare al meglio il testo».
DETTO del merito del documento, c’è da dire di chi, politicamente, lo ha già bocciato, ritenendolo «un puro esercizio di stile, un contributo al dibattito di cui, magari, parleremo dal 5 dicembre in poi»: la minoranza Pd di Area riformista che fa capo a Bersani-Speranza.
Ieri mattina, appoggiati a una colonna del Transatlantico, Bersani cercava di impedire a Cuperlo l’abbraccio mortale con Renzi («A Cuperlo ho detto che è molto difficile dire, come fa Renzi, che l’Italicum è ottimo e poi prendere l’iniziativa di cambiarlo»), mentre Cuperlo cercava di convincerlo che «bisogna cercare fino all’ultimo l’intesa». Nulla di fatto. La frattura interna alla sinistra dem rischia di non essere più ricomponibile. «Se la commissione ha prodotto un documento – dicono fonti vicine a Speranza – vuol dire che ha fallito il suo obiettivo. Serviva un ddl da incardinare subito in Parlamento, Cuperlo era andato lì, anche a nome nostro, solo per questo». «Se non c’è un ddl formale, e non c’è», dice Davide Zoggia, «avevamo ragione noi: è stato un lavoro inutile sin dall’inizio».
In campo renziano, il premier continua a difendere l’Italicum in pubblico («Una buona legge, ma sono disposto a cambiarla. Il ballottaggio dava garanzia di vittoria,,, Però a me va bene qualsiasi legge che non sia quella schifezza del Porcellum» ha detto anche ieri sera ) anche se – dicono i suoi – non pare disposto a rinunciare definitivamente al ballottaggio, i renziani difendono la genericità del documento prodotto («Non potevamo andare nel dettaglio perché era solo una prima stesura e perché poi prima c’è il referendum, poi c’è la Consulta che deve decidere la legittimità dell’Italicum…»), mentre Guerini, il Talleyrand di Renzi, ieri ha provato a sondare il terreno anche dei bersaniani. I quali, alla Camera, si erano tutti riuniti attorno Bersani (Speranza, Stumpo, Epifani, cui poi si è aggiunto Cuperlo) e poi hanno avuto un abbocamento con i ‘cugini’ separati di Sel che, con Scotto e D’Attorre, chiedevano lumi alla minoranza dem proprio sulla legge elettorale. E poi c’è la posizione di Cuperlo cui i renziani sono pronti, purché rompa con Bersani, a fare ponti d’oro: «Mi riservo un giudizio politico e di merito sul documento che poi sottoporrò a tutta la minoranza». Cuperlo, cioè, chiederà, entro pochi giorni, non solo una posizione ufficiale all’asse Bersani-Speranza (ma la risposta già si sa: sarà un secco «no»), ma anche «un impegno solenne del premier-segretario per fare le modifiche all’Italicum» e per far sì che quel documento diventi «la posizione ufficiale di tutto il Pd». Morale: Bersani e i suoi hanno già detto No alle modifiche all’Italicum e al referendum. Cuperlo vorrebbe dire Sì ad entrambe, ma si lascia una porta aperta: se Renzi non prende un impegno solenne il suo «Sì» potrebbe diventare «No». Il cerino in mano resta il suo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 novembre 2016 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Legge elettorale, il cantiere resta aperto. Italicum, Provincellum, Mattarellum 2.0: le diverse proposte e leggi a confronto

Il 'logo' dell'Italicum

Di nuovo si discute, tra le forze politiche italiane, di cambiare il sistema elettorale con cui si vota. Persino il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha imposto l’approvazione dell’Italicum con un doppio voto di fiducia in entrambi i rami del Parlamento (la legge elettorale è una legge ordinaria ma di solito, in quanto assai delicata, non vi si pone sopra la questione di fiducia) si dichiara disponibile ad ampi e consistenti cambiamenti. Tra le correnti, di minoranza e non, del Pd, come degli altri partiti presenti in Parlamento, fioccano diverse e complesse proposte di modifica. Eppure, dal I luglio scorso una nuova legge elettorale è in vigore: si chiama, appunto, Italicum. Nonostante questo, molti partiti o correnti interne ai partiti – Pd in testa – lo vogliono già cambiare. Decisiva, da questo punto di vista, la sentenza che la Corte costituzionale emetterà sul nuovo sistema elettorale il prossimo 4 ottobre, sulla base di alcuni ricorsi presentati da diversi oppositori all’Italicum nei tribunali di Messina e Torino. La Consulta potrebbe cassarlo in parte o in toto, l’Italicum, che a quel punto avrebbe la sua sorte segnata: per forza di cose dovrebbe iniziare, al più presto, l’esame di una sua revisione in Parlamento. Da sfatare, invece, il mito che al referendum costituzionale di fine novembre (o inizi dicembre) si voti ‘anche’ sulla legge elettorale. Non c’è alcun, concreto, ‘combinato disposto’ tra referendum e legge elettorale ma solo un ‘combinato supposto’. Gli oppositori di entrambi i sistemi (referendum e Italicum) sostengono che, approvandole entrambi, si crea una sorta di ‘dittatura della maggioranza’, cioè del partito vincente alle elezioni, anche rispetto all’elezione dei principali organi di garanzia costituzionale (presidente della Repubblica, giudici della Corte costituzionale e di altre alte Corti). Invece, i sostenitori di entrambi i sistemi ritengono, con qualche argomento, che anche la vittoria di un partito con l’Italicum, non pregiudicherebbe l’elezione dei giudici di garanzia e del Capo dello Stato perché, nella riforma che andrà al voto, i quorum sono stati tutti rivisti e tutti verso l’alto.

Ma vediamo, nel dettaglio, le diverse proposte di legge elettorale in campo, vigenti e supposte.

ITALICUM

E’ la legge elettorale in vigore in Italia dal I luglio 2016: vale solo per la Camera dei Deputati, così è espressamente formulata, in quanto chi l’ha proposta (il Pd di Renzi) l’ha legata in modo diretto alla riforma costituzionale la quale prevede che il Senato venga eletto in un’elezione di secondo grado e divenga una Camera delle Regioni, con i consiglieri regionali e i sindaci eletti come senatori. L’Italicum è, di base, un sistema proporzionale con sbarramento nazionale al 3%, premio di maggioranza che attribuisce 340 seggi su 630 (24 in più dei 316 necessari per avere la maggioranza alla Canera) alla lista che supera il 40% al primo turno e, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla vista vincente un ballottaggio tra le prime due liste da tenersi 15 giorni dopo il primo turno. Il punto dolente dell’Italicum è che non è prevista alcuna soglia di ingresso per accedere al secondo turno: una soglia di fatto troppo bassa per il ballottaggio più multicandidature e capolista bloccati sono i tre punti nel possibile mirino della sentenza della Corte costituzionale. Nei 100 collegi in cui si vota il capolista è bloccato, cioè vengono eletti automaticamente in caso di conquista di seggi, mentre gli altri candidati a seguire di ogni lista vengono eletti con le preferenze. Ammesse le multicandidature: un candidato può presentarsi fino a 10 collegi in contemporanea. Non sono consentiti apparentamenti e il premio di maggioranza è dato alla lista, non alla coalizione.

PROVINCELLUM

Per i renziani che l’hanno rispolverato, come il segretario toscano Dario Parrini, il sistema in vigore per l’elezione delle Province garantisce i vantaggi dell’Italicum e ne cancella le parti meno riuscite. E’ un sistema elettorale di base proporzionale che mantiene il premio di maggioranza e il doppio turno ma elimina capolista bloccati, multicandidature e preferenze. L’Italia verrebbe divisa in 630 collegi di base provinciale, simili ai collegi uninominali. I singoli eletti per vincere gareggiano non solo con gli altri partiti ma anche dentro ogni partito: viene eletto solo il più votato in ogni collegio. Dato che ogni partito ha un solo candidato in ogni collegio, il ballottaggio viene effettuato qui: se nessuno candidato raggiunge la soglia indicata al primo turno (40% o 50% a seconda delle proposte) il vincitore di ogni collegio si decide al ballottaggio tra i primi due candidati. Ma l’assegnazione dei seggi avviene a livello nazionale: la lista più votata, i cui risultati vengono ottenuti sommando collegio per collegio i candidati vincenti, otterrebbe 345 seggi, il 55% del totale.

MATTARELLUM 2.0

E’ la proposta avanzata pubblicamente, ma non ancora formalizzata in una proposta di legge, dalla minoranza bersaniana del Pd. In parte è una riedizione del Mattarellum (il sistema maggioritario a turno unico con recupero proporzionale con cui si è votato in Italia dal 1994 al 2001 compreso), in parte è un sistema del tutto nuovo e alquanto arzigogolato. Prevede l’elezione di 475 deputati (su 630) in collegi uninominali a turno unico (vince il seggio chi prende un voto in più degli altri). Gli altri 143 seggi, al netto dei 12 seggi da eleggere nelle circoscrizioni Estero, verrebbero così ripartiti: 90 seggi assegnati come premio di governabilità alla prima lista, ma con un limite di 350 deputati, 30 seggi alla seconda lista o coalizione, 23 seggi verrebbero divisi tra le liste che superano il 2% dei voti e hanno meno di 20 eletti.

SISTEMA GRECO

L’area dei Giovani Turchi del Pd, guidata da Matteo Orfini, ha proposto un sistema proporzionale sul modello greco: turno unico e premio di maggioranza al primo partito. Il premio è fissato al 15% (50 deputati su 350). Se nessuno lo raggiunge, i seggi vengono ripartiti tutti proporzionalmente.

ALTRE PROPOSTE

I piccoli partiti, Ncd su tutti, ma anche l’area Franceschini nel Pd, propone di tenere fermi i principi fondanti dell’Italicum (premio di maggioranza, ballottaggio, preferenze, capolista bloccati, ndr.) con una sola, ma sostanziale, modifica: assegnare il premio di maggioranza dell’Italicum non alla prima lista meglio piazzata, ma a una coalizione di più partiti, incentivando il potere coalizione delle liste principali. L’M5S, propone un sistema proporzionale puro senza soglie di sbarramento, con collegi intermedi tra piccoli e grandi, soglie di sbarramento diversificate preferenze, positive e ‘negative’. La verità è che ai Cinque Stelle va benissimo la legge attuale che c’è, l’Italicum. Tra i renziani del Pd c’è chi vorrebbe il ritorno sic et simpliciter al Mattarellum, con qualche minima correzione (assegnazione del 75% dei seggi con maggioritario a turno unico, proporzionale per il restante 25%) come ad esempio Giachetti mentre altri deputati del Pd o di altri partiti hanno depositato diverse proposte di legge: il deputato dem Lauricella vuole cancellare il ballottaggio dall’Italicum in modo che solo se un partito supera da solo il 40% dei voti otterrebbe il premio di maggioranza, altrimenti resta un proporzionale pure; il presidente del gruppo Misto Pisicchio propone di assegnare il premio di maggioranza solo alla coalizione e il ballottaggio valido solo se va a votare il 50% degli elettori.

NB. Questa scheda tecnica è stata pubblicata, in estrema sintesi, in un grafico apparso su Quotidiano Nazionale del 12 settembre 2016. 

Il Pd cambia pelle: da partito ‘leggero’ ai ‘piedi piantati sul territorio’. Scure e tagli su tutti gli organismi, a partire dai segretari provinciali, i circoli si finanzino da soli

Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi

UN DOCUMENTO di sette cartelle sulla «forma partito» è stato scritto da un gruppo di lavoro composto da tutte le “anime” del Pd: i vicesegretari Guerini e Serracchiani, il presidente Orfini e un esponente dem per ogni corrente, minoranze comprese (il bersaniano Nico Stumpo, il cuperliano Andrea De Maria, la bindiana Margherita Miotto, la prodiana Sandra Zampa). Tenuto riservato per mesi, tranne che per alcune, imprecise, anticipazioni giornalistiche, il documento riservato del Pd – che QN ha potuto leggere – sta per rivoluzionare il partito guidato da Renzi per come è stato fino concepito fino a ora.

Il lavoro, in realtà, non è finito: il documento, con la dicitura di «contributo aperto» (traduzione: il Nazareno non impone nessun diktat…), è stato spedito a tutti i diversi livelli e unità territoriali per ricevere «osservazioni» ed essere, da queste, rispedito indietro. Dopo le elezioni amministrative, e cioè dopo giugno, ma entro luglio, l’Assemblea Nazionale dem approverà la necessaria modifica allo Statuto e così nascerà il ‘nuovo’ Pd.
Il documento si muove su tre direttrici: organismi interni, ruolo dei militanti, risorse. Le parole d’ordine sono «sburocratizzare» e, insieme, «radicarsi». Di certo scatterà un notevole, pur se non drammatico, assicura il Nazareno, «dimagrimento» degli organi decisionali. I principali, tra questi, almeno sul piano nazionale, sono tre. Il primo è l’Assemblea Nazionale: oggi conta 1000 membri eletti, cui si aggiungono, di diritto, i 400 parlamentari e tutti gli eletti (diverse centinaia) negli enti locali: saranno ridotti a meno di 800. Il motivo è che i rimborsi spettanti ai “Mille” democrat, ogni volta che vengono a Roma, sono diventati assai esosi. Poi c’è la Direzione nazionale: conta 120 membri, più 30 di diritto e 50 scelti fior da fiore nei gruppi parlamentari, 200 in totale: sarà «limata». Infine, c’è la Segreteria Nazionale: composta da 12 membri verrà, finalmente (è ormai dall’estate scorsa che se ne parla visto che ne sono usciti in diversi, come Enzo Amendola, promosso viceministro agli Esteri), “rimpastata”, ma il numero resterà quello.

INFINE, si agirà sui livelli intermedi del partito. Un partito che è diviso in tre cerchi: Unioni comunali, Unioni provinciali e Unioni regionali. Molti circoli (le vecchie ‘sezioni’), come è successo a Roma, causa inchiesta ‘Mafia Capitale’, verranno fusi tra loro perché sono rimasti, troppo a lungo, inattivi, quando non sono stati direttamente ‘inquinati’.

E così, i circa 6 mila, sulla carta, circoli che il Pd ha sull’intero territorio nazionale diminuiranno. La scure vera, però, si farà sentire sulle 120 unità di base provinciali: non scompariranno del tutto, seguendo il destino delle Province di riferimento, cancellate dalla legge che le ha abolite, ma verranno, in moltissimi casi, «accorpate». Un modo gentile per dire che molte di esse, appunto, scompariranno, anche se non tutte. Si cercherà, per le restanti, di farle combaciare con i 100 collegi con cui l’Italicum ridisegna la geografia politica italiana.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere: infatti, insieme a questo processo di «razionalizzazione», come lo chiamano al Nazareno, «i segretari di base, circoli in testa, avranno più poteri, saranno più coinvolti e caricati di forti responsabilità, a partire dal foundrising». Detta in volgare: i segretari dovranno trovarsi i soldi da sè e finanziarsi da soli diventando una sorta di “promotori finanziari” o di veri e propri “procacciatori” di denaro. Il finanziamento pubblico è agli sgoccioli e, nonostante il successo del 2xmille (550 mila i donatori privati che hanno scelto il Pd, dato che al Nazareno magnificano a ogni pié sospinto, con legittimo orgoglio), le casse del partito languono. I dipendenti nazionali sono stati già ridotti a 100 in totale, ma solo grazie ai ‘distacchi’ nei gruppi parlamentari e nei diversi ministeri a guida Pd, mentre la Segreteria si è autoridotta tutti i rimborsi spese, specie le auto a nolo, passati da +800 mila (gestioni precedenti a quella di Renzi) a -7 mila.

Il Pd, in compenso, ha ormai costruito, da diversi anni, un data-base che vale oro: si tratta del 1 milione e 300 mila gli iscritti alle primarie (di partito) che costituiranno, una volta per tutte, l’Albo degli elettori del Pd. Un albo che resterà per forze di cose in pancia al Pd e che resterà anche distinto dall’Albo delle primarie «di coalizione» , cui hanno partecipato e parteciperanno – si spera – in futuro altri partiti diversi dal Pd (Sel, Cd, Idv, Verdi, etc.).

Inoltre, sono arrivati a quota 386 mila gli iscritti del 2015 e, assicura il Nazareno, «arriveremo presto a quota 390 mila», il che vuol dire 30/40 in più del dato del 2014. L’altra novità è, però, un ritorno al passato. Infatti, come forse non tutti sanno, già dalla sua nascita, nel 2007-2009, il Pd faceva eleggere i segretari di circolo e provinciali solo dagli iscritti, mentre quelli regionali sono sempre stati eletti con le primarie, come avveniva – e avviene, ancora oggi, per il segretario nazionale. Dopo la riforma dello Statuto si tornerà a una modalità di elezione dei segretari regionali più ‘chiusa’ e molto meno ‘aperta’. Sarà, cioè, riservata ai soli iscritti o (ma sul punto è ancora aperto il dibattito), alla loro elezione in modo «contestuale» a quella del segretario nazionale. Come già avveniva sotto Veltroni e Bersani con un evidente effetto di ‘trascinamento’ dei segretari regionali. Una ‘comodità’ di cui, invece, Renzi non ha goduto:  infatti, i segretari regionali vennero eletti, nel 2014, solo  mesi dopo l’elezione con primarie del segretario nazionale.
Infine, altra novità, rinasceranno i circoli «tematici» e quelli di pura «iniziativa politica», i quali potranno attirare e far lavorare i militanti (della società civile, ma forse anche di altri partiti…), ma non votare gli organismi interni (segretari di circolo e regionali, segretario nazionale). Infine, c’è la novità dei circoli on-line: ci saranno, anzi già ci sono (a Bologna, l’Aquila, Napoli), ma per votare dovranno trovarsi una sede fisica.

Morale: il Pd va verso una forma di partito più ‘leggero’ o più ‘pesante’? Il vicesegretario Guerini la spiega così: «Il modello a cui ci rifacciamo è quello studiato da due politologi Usa, Richard Katz e Peter Mair, che hanno teorizzato – con un saggio pubblicato nel 1995 e rivolto soprattutto al partito dell’Asinello, e cioè i Democrat Usa – la necessità di creare una via di mezzo tra il Party on the ground, cioè un partito coi i piedi ben piantati sul territorio, e un Cartel Party”. Di che si tratta? Di una forma di organizzazione “leggera”, de-differenziata, con strutture reticolari, esternalizzazione, centralizzazione decisionale; ruolo nevralgico dei leader”, scrivono i due autori statunitensi nel loro saggio, che prevede anche una “competizione su tutto il mercato elettorale; formazione e manipolazione delle preferenze degli elettori; relazioni opportunistiche o neutrali con i gruppi; prevalenza delle funzioni di coordinamento istituzionale e procedurali; logica della competizione (e della collusione)”, ma soprattutto, spiegano, “a causa della crisi delle risorse interne, finanza pubblica e sponsorizzazione da parte dei gruppi di interesse, presenta canali di comunicazione mediali e virtuali; vede i partiti come campaign organizations; expertise e conoscenze specialistiche, ad esempio nel campo delle tecniche di comunicazione“.

Detta in italiano antico, una via di mezzo tra il «partito pigliatutto» com’era la Dc del Secondo dopoguerra, e il partito di «funzionari e quadri», oltre che, ovvio, «di massa», del Pci che fu. Detta in italiano moderno si tratta, appunto, del “Partito della Nazione”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’8 aprile 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale in forma meno estesa (http://www.quotidiano.net)