“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Colle in campo. Il Pd rilancia il Mattarellum, ma cerca l’intesa con FI. Polemiche interne e con Bersani (Mdp)

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale (Torrino) dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Ettore Maria Colombo – ROMA

Oggi il Capo dello Stato, padre del cosiddetto Mattarellum, sistema elettorale a base maggioritaria (75%) con recupero proporzionale (al 25%) e basato sui collegi uninominali,  farà filtrare, attraverso alcuni giornali, l’“insoddisfazione” per un dibattito, quello sulla nuova legge elettorale, che “non muove un passo in avanti”. E se pure è vero che Mattarella, ama esercitare le sue prerogative non con parole dirompenti, ma con l’arte della moral suasion, il messaggio quello resta. “Non si muove una  foglia”, è il concetto, “e questo non va bene”. Prova ne sia, infatti, che proprio ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Montecitorio ha deciso che la discussione sulla legge elettorale slitta agli inizi di maggio (doveva essere aprile), anche se con l’impegno di tutti i gruppi “a chiudere entro l’estate”. Ove mai la Camera partorisse una nuova legge, la palla passerebbe al Senato – dove i numeri sono ballerini, si sa, per la maggioranza di governo – e il rischio che non si faccia nessuna nuova legge elettorale è altissimo. Restando l’attuale sistema (Italicum, sia pure dimezzato dal ballottaggio, con sbarramento al 3% e premio di maggioranza alla lista fissato al 40%, ergo irraggiungibile, alla Camera dei Deputati, mentre al Senato ‘vale’ il Consultellum così come modificato dalla Consulta che bocciò il Porcellum nel 2014 e cioè una legge semi-proporzionale con sbarramenti al 20%, al 8% e al 4%) il Capo dello Stato è “molto preoccupato” – e oggi lo farà sapere – che “il giorno dopo le elezioni si creino due diverse maggioranze nei due rami del Parlamento e nessuno riesca a governare”. Senza dire del problema costituzionale che si porrebbe: a chi Mattarella affiderebbe l’incarico? Al partito vincitore alla Camera (competizione su liste) o al Senato (competizione su liste e/o coalizioni, qui ammesse)? Senza dire, infine, di altre differenze macroscopiche dei due sistemi.

Guarda caso, ma il Pd di marca renziana non intende restare ‘insensibile’ al ‘grido di dolore’ che arriverà dall’alto del Colle. “Noi vogliamo il Mattarellum, è la nostra proposta – spiega una fonte molto in alto del Nazareno renziano – e crediamo anche che abbia i numeri per essere approvato. Alla Camera di sicuro, ma anche al Senato. Fossi in voi (giornalisti, ndr) andrei da Paolo Romani (il capogruppo di FI al Senato, ndr) a chiedere cosa pensa del Mattarellum”. Renzi vuole uscire dall’impasse sulla legge elettorale e, insieme, mantenere e difendere saldo il principio e l’ancoraggio al maggioritario. Falsa, invece, la notizia di un ‘abboccamento’ tra Pd – Rosato in testa – e i pentastellati, nella persona del nuovo capogruppo, Roberto Fico, per ‘adottare’ il Legalicum dei 5Stelle o ‘vestire’ il Senato con la legge della Camera (l’Italicum): “Di loro non ci fidiamo – dicono i democrat renziani – preferiamo parlare con la Lega e gli azzurri”.

E così, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato prima dice “Noi siamo per il Mattarellum, ma prendiamo atto che molti altri sono contrari”, poi ribadisce: “Un sistema di impianto maggioritario e che garantisca la governabilità, per il Pd, è imprescindibile”. Parole, quelle di Rosato, che hanno avuto il ‘visto, si stampi’ di Matteo Renzi in persona. Poi c’è l’ennesima pdl (siamo ormai alla 30 esima) di riforma elettorale: la firma un Carneade del Pd, tale Fragomeli, ma è sottoscritta dalle renzianissime Rotta e Malpezzi, assai digiune di sistemi elettorali: ricalca l’Italicum con le correzioni richieste dalla Consulta e, soprattutto, rilancia il doppio turno con tanto di soglia di accesso. Il messaggio è che il Pd a un sistema di base maggioritario non rinunzia. L’obiettivo non è quello di votare a settembre, ma di far passare un sistema elettorale che, in un colpo solo, eviti il proporzionale puro e il potere di ricatto dei partitini.

Poi, certo, c’è, rimane e fa male il fuoco di fila delle opposizioni che accusano i democrat di “aver bloccato i lavori in attesa del congresso del Pd”, ma c’è pure il fuoco amico dentro il Pd. Il ministro Andrea Orlando, competitor di Renzi con Emiliano, dice che “sul Mattarellum non c’è accordo” e che “bisogna invece proporre delle correzioni all’Italicum”. Stabilito che gli ‘orlandiani’ devono fare pace tra loro stessi (i senatori Pd di fede orlandiana hanno chiesto proprio il Mattarellum!), la legge elettorale crea scompiglio e divisioni pure dentro Mdp, oò movimento nato per scissione dal Pd e già diviso al suo interno. L’altro ieri diversi esponenti di Mdp, da D’Attorre a Scotto, bocciavano il Mattarellum, ma ieri Pier Luigi Bersani ne invocava l’immediato ritorno: “Se si vuol fare il Mattarellum noi siamo pronti a votarlo, a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Guarda caso, quasi le stesse parole di Salvini (“Il Mattarellum siamo pronti a votarlo anche domani mattina”). Solo l’M5S resta contrario (“Il Mattarellum è vecchio e invotabile”), ma almeno qui si capisce il perché: i pentastellati avrebbero solo da perderci.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2017. 

Emiliano fa l’ultima giravolta «Resto nel partito e sfido Renzi». Orlando pronto a rompere gli indugi. Matteo, intanto, è volato in California…

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo
ROMA
IL CONGRESSO del Pd sta per aprirsi e chiudersi in un arco di tempo assai ristretto. Fonti renziane altolocate fissano al 9 aprile, la prima domenica del mese, la celebrazione delle primarie aperte: «Non un giorno oltre, così la finestra elettorale di giugno resta aperta», sibilano. Renzi avrà un contendente certo, il governatore pugliese Michele Emiliano, forte al Sud, debole al Nord, e uno incerto, il ministro alla Giustizia Andrea Orlando, forte nel Nord Ovest e – se lo appoggeranno Zingaretti e Marini – al Centro del Paese.
Orlando ha un’agenda fitta: al mattino presenta il suo nuovo blog Lo Stato presente («Non una rivista – spiega – perché non ho soldi per creare think-thank né Fondazioni», stoccata a D’Alema…). La sala è stracolma di parlamentari, anime perse della sinistra dem (ex Giovani Turchi, bersaniani, cuperliani, persino i veltroniani). Poi va in Direzione, non parla, ma presto scioglierà la ‘riserva’. Ieri sera, poi, ha riunito la sua area con Cuperlo e Martina. Insomma, dicono i suoi e i renziani, Orlando (ieri sera in tv da Vespa) si candiderà a segretario e dalla televisione si capisce che il ‘grande passo’ è assai vicino, cosa di giorni. L’idea è quella di una convention ‘aperta’, senza dare un nome alla sua neo-corrente neonata nel Pd, ma radicando la nuova area politica – composta, per ora, da 45 Giovani Turchi, 15 cuperliani e 20 vicini a Damiano – nei territori. Sarà, quindi, una sfida a tre, come quella che, nel 2013, vide Renzi trionfare (67%) su Cuperlo (18%) e Civati (15%).
Naturalmente, trattandosi di Pd, il colpo di scena è arrivato pure ieri con la candidatura – prima negata, poi sospesa – di Emiliano. Il quale, preceduto da un intervento in Direzione del suo comandante in seconda, Francesco Boccia (l’altro è Dario Ginefra: ambedue pugliesi, hanno sposato ambedue due parlamentari dell’ex Pdl-FI, Di Girolamo e Ravetto, una bionda e una mora, unica differenza, il primo era lettiano, l’altro era dalemiano), arriva a sorpresa al Nazareno e interviene, lasciando tutti a bocca aperta. I renziani per la gioia e i bersaniani per l’ira funesta. Emiliano dice che «le regole del gioco sono truccate, Renzi ci gode per la scissione, non offre garanzie sulla durata della legislatura, Rossi e Speranza sono stati offesi con toni arroganti». La conclusione logica doveva essere ‘quindi mi scindo pure io’ e, invece, è stata «mi candido alla segreteria» perché «non si può tradire la speranza di un popolo», «chi non lotta ha già perso» e «dal Pd non mi caccia nessuno». Poi, in tv, dagli studi di Porta a Porta, rilancia: «Posso vincere le primarie». E allontana le accuse: «Io ho tradito? Non faccio parte della corrente di Bersani. Sono un militante single, la mia forza è di non far parte di queste conventicole».
L’EX SEGRETARIO, volato negli Usa per visitare luoghi di eccellenza in California (terrà un diario di viaggio sul suo sito, ma appena torna annuncia che andrà in tv e che ripartirà il ‘Matteo risponde’) si gode lo spettacolo. Nella ENews ribadisce che «gli addii addolorano, ma è tempo di rimettersi in cammino. Ora parliamo dell’Italia, il congresso è stato convocato nei tempi previsti, vinca il migliore». In realtà, Renzi si sta divertendo un mondo: la scissione è «solo di Palazzo», dice ai suoi, «Michele li ha fregati tutti, ora che cosa diranno alla nostra gente? Il Pd è contendibile, tanto che lui si candida!».
A sprizzare gioia da tutti i pori sono anche i renziani: rifiutano sdegnati l’accusa di Bersani&co. di aver ‘provocato’ loro la rottura di Emiliano, ma fanno i calcoli della scissione: «Vedrete, alla fine gli ex-Sel saranno persino di più degli ex-dem». E così la Direzione – mentre fuori dal Nazareno c’è il finimondo – fila via come l’olio. Al netto di alcune schermaglie procedurali tra Boccia e Giachetti sui membri della commissione per il congresso: sono entrati rappresentanti di tutte le correnti (Franceschini, Orlando, Martina, Fioroni, Veltroni, etc), ma il presidente sarà il vicesegretario Lorenzo Guerini, una garanzia per Renzi. Cuperlo fa un ultimo appello: chiede le primarie finali a luglio, ma nessuno gli dà retta. Orfini apre i lavori, li chiude, si vota (1 contrario, 8 astenuti), poi si va tutti a casa.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 febbraio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale 

La minoranza rompe, ma non spacca. Bersani dice no alla scissione, Cuperlo va in commissione, ma intanto i colonnelli organizzano i comitati per il No…

Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

1) Bersani e Speranza dicono no alla scissione, ma i loro colonnelli danno vita ai Comitati per il No. 

La minoranza dem ha deciso di seguire “la strategia dell’anguilla”. Da un lato arriva a dire persino di voler collaborare alla campagna del Sì (“Se cambia l’Italicum siamo pronti a dare una mano” dice Roberto Speranza a Porta a Porta), garantisce di non voler fare alcuna scissione (“Da casa mia, dal Pd, nessuno mi butterà fuori”, dice Pier Luigi Bersani, “tranne la Pinotti con l’esercito…”) e si dice pronta a entrare nella commissione del Pd che dovrebbe formulare la proposta unitaria del partito per cambiare l’Italicum. Commissione cui, però, l’altro leader della minoranza dem, Gianni Cuperlo, chiede di “produrre risultati entro 15 giorni al massimo sennò è inutile”. Dall’altro la minoranza dem sta lavorando alacremente a lanciare iniziative, se non veri e propri comitati, come quello già nato nel Lazio, per il No al referendum. Ne parlano, lontani dai taccuini, due colonnelli di peso dell’area bersaniana: il veneto Davide Zoggia e il molisano Danilo Leva. “Io il 27 ottobre organizzo un’iniziativa del comitato del No di D’Alema, ci saranno Guido Calvi e il senatore Casson. Non sarò sul palco, ma in prima fila”, dice Zoggia. “Io venerdì sono a Potenza, mi hanno invitato gli avvocati per il No, poi preparo altre iniziative nel mio Molise”, gli fa eco Leva. Insomma, l’agenda della minoranza dem è già fitta di appuntamenti, ma sono per il No, non certo per il Sì. E la manifestazione del 29 ottobre che Renzi ha lanciato sull’Europa? La minoranza ci andrà? “Dipende – replica Zoggia – se diventa un’iniziativa per il Sì, non ci saremo”. E Bersani scandisce: “Non esiste un vincolo di partito sulle riforme costituzionali”. Speranza ribadisce il punto aggiunge: l’iniziativa presa da Renzi è “insufficiente e tardiva”. Bersani – che fa sapere “intendiamo dire la nostra anche sulla manovra economica, vogliamo investimenti, non bonus…” – aggiunge che alla commissione per cambiare l’Italicum la sua area parteciperà “solo per rispetto di Guerini”.

Che è come dire: a te possiamo credere, a Renzi no. Ma per i colonnelli bersaniani, sempre lontano dai taccuini, “quel comitato è solo una pagliacciata e sì, certo, qualcuno manderemo, ma tanto sappiamo come va a finire…”. Persino Guerini, scrutandoli da lontano, perde la proverbiale pazienza e sbotta: “Vediamo chi ci mettono, dal nome capiremo, ma leggere di scissioni non aiuta”. Sulle intenzioni future della minoranza Pd si interrogano, nel Transatlantico, anche Pippo Civati, uscito dal Pd con ‘Possibile’, e il capogruppo di Sel, Arturo Scotto. Civati si augura “decisioni chiare e nette, se si muovessero al Sud sarebbe utile: c’è da recuperare molti voti per il No, io il congresso l’ho perso lì, spero che Speranza si muova”. Scotto si augura “un fatto politico per il dopo” e, cioè, la scissione: alla minoranza Pd propone, di fatto, la Federazione delle Sinistre. Speranza e Bersani, per ora, rassicurano: nessuna scissione, aggiungendo che la scelta di Cuperlo (dimettersi il giorno dopo aver votato no) “è nobile, ma non è una linea politica, bisogna restare nel Pd per il congresso”, anche perché alcuni esponenti della minoranza (Bossio, Lattuca, Chiti) hanno deciso di rompere con la minoranza stessa e di votare Sì al referendum . Ma poi lo stesso Bersani ammette: “Se vince il Sì, sarà considerato un sì anche all’Italicum, per questo va cambiato prima perché dal 5 dicembre tutti penseranno solo alle elezioni…”. E se Bersani non farà “il frontman del No”, come assicura, molti dei suoi saranno in prima fila contro Renzi. Intanto, nella mattina di oggi, la minoranza fa il nome del prescelto per partecipare alla commissione del Pd sulla revisione dell’Italicum: sarà Gianni Cuperlo. Un nome di peso, dunque, ma anche un limite temporale ben preciso. Proprio Cuperlo aveva detto, infatti, come riportato prima: “La commissione deve produrre risultati in tempi  brevi, 15 giorni al massimo, sennò è una perdita di tempo”.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 12 ottobre 2016, a pagina 3 (http://www.quotidiano.net). 

2) La minoranza rompe, ma non spacca. Il confronto in Direzione con Renzi.
Tanto tuonò che piovve. Alla fine della Direzione del Pd, il  presidente Orfini annuncia che “ci sono solo voti favorevoli, nessun contrario e nessun astenuto”. Insomma, la minoranza dem –nelle sue due anime, quella che fa capo a Roberto Speranza, Sinistra riformista, e quella, più piccola, legata a Gianni Cuperlo, Sinistra dem – ha deciso
di non dare battaglia. Almeno non ieri. La scelta è di ‘non partecipare al voto’. Un modo per non dividersi e per marcare il dissenso, certo, ma in un modo ben più sfumato. Le aperture di Renzi sono state minime, pur se ben impacchettate. Il premier propone una
‘commissione’, per di più ‘paritetica’, e cioè con dentro anche “uno o due, decidete voi, esponenti della minoranza”, oltre ai due capigruppo e al sempieterno vicesegretario Guerini, che “istruisca in Parlamento e metta all’ordine del giorno la revisione della legge elettorale”. Il guaio sta tutto nella tempistica: per Renzi, “dovremo iniziare a farlo
nelle settimane successive al referendum” mentre la minoranza vorrebbe che il ‘lavoro’ iniziasse subito, nelle prossime settimane. A fine serata, e nonostante la mancata partecipazione al voto, la reazione della minoranza è di chiusura: una relazione “totalmente insoddisfacente” viene giudicata dai bersaniani quella di Renzi, i quali confermano che “si resta sul No al referendum e se poi la commissione sulla legge elettorale fa il miracolo, valuteremo…”. Neppure la replica del premier (“Cerchiamo un punto di caduta”) smuove la minoranza dem. “Avevamo chiesto un impegno del Pd e del governo  sulla legge elettorale e la risposta è una commissioncina che sposta ogni  decisione concreta dopo il referendum.  Ma andiamo…”, sbotta il bersaniano Nico Stumpo.

Eppure, negli interventi in Direzione, i toni non si alzano, tranne che nell’intervento di Cuperlo. Il quale intravede “un percorso, un passaggio, per quanto stretto”, nella proposta di Renzi, il che equivale a una piccola apertura, ma poi drammatizza: “Se perdi e anche
se vinci il referendum camminerai sulle macerie del centrosinistra e andrai alla testa di un Paese diviso”. Le conseguenze sarebbero pesanti e drammatiche anche sul piano personale: “Senza accordo sulla legge elettorale prima del voto, mi spingerai a votare no al
referendum e il giorno dopo io presenterò le dimissioni da deputato”, chiude il suo intervento Cuperlo che evoca pure la scissione (“Dopo ci divideremo, se necessario…”). Speranza, invece, sgombra il campo da ogni ipotesi di scissione, invoca anzi l’unità del partito, ma parla di “proposta insufficiente” rispetto all’iniziativa avanzata da Renzi
sull’Italicum, chiede un gesto “altrettanto forte” rispetto allo strappo della fiducia messa da Renzi sulla legge elettorale, vuole “una vera iniziativa politica del Pd”, non vuol sentir parlare di “alibi per votare No al referendum” (un No che, per ora, non annuncia,
almeno non formalmente), ma assicura che “il giorno dopo il referendum, che ci sarà, voglio un Pd più unito”. Insomma, per paradosso, a stare a ieri, Cuperlo è a un passo dalla scissione, Speranza e Bersani no, però questi ultimi ribadiscono – nei fuorionda
– che “rebus sic stantibus al referendum votiamo No” mentre Cuperlo drammatizza la scelta fino al punto da dimettersi da deputato se costretto a votare No. La verità è che la minoranza dem è come il Pd: una babele di lingue.

 
NB. Questo articolo è stato pubblicato martedì 11 ottobre su Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net

Renzi contro la Ue del ‘Grande Complotto’, da Juncker alla Merkel. Due articoli diversi ma sullo stesso argomento

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Il premier grida al ‘grande complotto’ tedesco e continua ad attaccare la Ue: <rassegnatevi, l’italia=”” è=”” tornata=””> (20 gennaio 2016)

«A BRIGANTE, brigante e mezzo». Il vecchio adagio popolare ben si attaglia al clima che si vive a palazzo Chigi. Un clima da assediati, ma pronti a reagire colpo su colpo contro gli assedianti (Juncker, certo, ma soprattutto la Merkel) perché – direbbe un altro adagio – «molti nemici, molto onore». Specie se è in corso un «Grande Complotto» ai danni del nostro Paese. La miccia l’hanno accesa gli «euroburocrati» di Bruxelles ma «l’ordine è stato eseguito» su preciso ‘mandato’ tedesco.
«Matrice geografica degli attacchi» chiara, dunque: «Non ci sfugge – dicono i renziani – che tutto inizia con la richiesta di chiarimenti avanzati da Renzi su Northstream (il gasdotto russo, ndr)…».
Persino i «tonfi» delle borse italiche e le sofferenze delle nostre banche più esposte sui mercati (Mps, Carige) vengono ritenuti una parte del «diabolico piano» che le istituzioni europee avrebbero ordito «contro» il nostro Paese. Piano cui non sarebbero estranei, però, «manine» e «manone» italiche di poteri «non renziani» che puntano a disarcionare Renzi da palazzo Chigi e mandare al governo l’ennesimo premier «tecnico», oltre che benvoluto a Bruxelles.
Proprio come avvenne nel 2011 al governo Berlusconi con la lettera della Bce: corsi e ricorsi storici.EPPURE, come scrive il premier, «chi preferiva averci più deboli e marginali, come purtroppo è spesso accaduto in passato, se ne faccia una ragione: l’Italia è tornata, più solida e ambiziosa». E pensare che, quando Matteo Renzi scriveva queste parole su Facebook – orgoglioso e soddisfatto per aver appena chiuso l’accordo di investimenti con il gruppo Usa Cisco – la guerra campale è solo iniziata.
Dopo i ripetuti attacchi dei massimi vertici della Commissione, dal presidente Juncker in giù, ecco arrivare il durissimo attacco del leader del Ppe, Manfred Weber, allo stesso Renzi. Attacco fatto nel bel mezzo della sessione plenaria di Strasburgo e, guarda caso, subito dopo i (plateali) complimenti di Weber a Federica Mogherini per il suo ruolo di lady Pesc, con Renzi che che da mesi, ormai, l’accusa di ‘intendenza’ con il nemico.

UN «NEMICO» tutto teutonico, appunto: Juncker attacca l’Italia mentre si trova in visita dalla Merkel, ieri parla il tedesco Weber. Infine, ciliegina sulla torta, ecco il commissario europeo alla concorrenza, Verstager, che apre l’indagine per gli aiuti di stato all’Ilva.
E se il diplomatico sottosegretario agli Affari Europei, Sandro Gozi sul caso Ilva si limita a parlare di «atto dovuto», al leader dei Popolari europei replica duro: «La sua è una visione fallimentare. La delusione e l’indifferenza crescenti verso l’Ue sono la conseguenza delle ricette economiche e politiche sostenute da Weber». Durissimo anche il capogruppo del Pse al Parlamento europeo, Gianni Pittella: «Weber? Ridicolo e irresponsabile. Noi lavoriamo per risolvere i problemi, ma non accettiamo anelli al naso». E a chi fa notare che nessun esponente del Pse, oltre quelli italiani, si sia speso in difese d’ufficio di Renzi e del nostro governo, Pittella assicura: «Io rappresento tutto il gruppo socialista al Parlamento Ue, e il gruppo condivide la mia linea».
Ma come si articolerà la replica del governo italiano all’offensiva tedesca ed europea? I colloqui con la Merkel del 29 gennaio e con Juncker a febbraio saranno di certo dei turning point, ma la nomina dell’attuale viceministro allo Sviluppo economico, il montiano Carlo Calenda, a nuovo rappresentante dell’Italia a Bruxelles al posto dell’ambasciatore Sannino, troppo filo-Ue, ha un sapore antico. «Volevate un interlocutore? Eccolo. È un europeista convinto, ma anche un mio uomo, fidatissimo», il ragionamento del premier, pronto alla guerra anti-tedesca. Perché – come dice ai suoi il premier – «il tempo dell’Italia che si lascia telecomandare è finito».

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 20 gennaio 2016 a pagina 3

Il premier: <Non mi faccio intimidire>. E accusa la Ue di stare con Berlino

(15 gennaio 2016)

NOI non ci facciamo intimidire da nessuno. L’Italia merita rispetto. La flessibilità è stata introdotta dalla Ue solo dopo le molte insistenze da parte dell’Italia». Ribatte così Matteo Renzi, via Twitter, poi intervistato dal Tg5, infine pure con una
e-news ad hoc, a Juncker. Renzi replica così: «La stagione in cui l’Italia poteva essere telecomandata da Bruxelles o in cui andava a Bruxelles col cappello in mano è finita. Non abbiamo attaccato Bruxelles o la Commissione ma non ci facciamo intimidire». Infine, la stoccata politica: «Juncker è stato eletto in base a un accordo politico che comprendeva flessibilità e investimenti». Tradotto (in questo caso da fonti del Pd) vuol dire: «Juncker ha scelto di allearsi con la Merkel e ha scelto di stare dalla parte di chi crede che sia il più forte, politicizzando il merito delle nostre richieste». Insomma, «Juncker ci attacca perché così vuole Berlino». La vera battaglia, per palazzo Chigi, è con la Germania, sia pure via Juncker, ma sia i renziani doc che lo stesso Renzi sono convinti che sarà l’Italia a vincere la partita perché «il fronte anti-rigore, nella Ue, si va rafforzando e sta accerchiando il partito del rigore». Sarebbe solo questione di tempo: la Francia stessa, per Renzi, starebbe per ricompattare il fronte socialista, abbracciare una linea anti-Merkel e «filo-obamiana».

EPPURE, ieri, a Palazzo Chigi, non c’è stato alcun vertice straordinario, solo un ordinario consiglio dei ministri durante il quale sono piombate le parole di Juncker. La prima reazione, soft, si è preferita affidarla al ministro dell’Economia, il mite Padoan, poi la tensione è tracimata mentre non sono piaciuto le parole troppo «diplomatica» di lady Pesc, Federica Mogherini. La cerchia governativa di Renzi parla di attacchi «inauditi, immotivati, abnormi e irricevibili». E, soprattuto, di un «falso storico colossale»: lo Juncker che dice «l’ho voluta io, maggiore flessibilità, l’ho voluta io!». Ecco, qui Renzi e i suoi sono saltati sulla sedia, assai imbufaliti.

LA RICOSTRUZIONE di Palazzo Chigi di come è andata la vicenda è puntuale, date e appunti alla mano: «dopo le elezioni di giugno 2014, si tenne, a Ypres, un vertice dei capi di governo della Ue che durò un’intera notte, una notte da lunghi coltelli. Ne uscimmo con un impegno solenne sulla flessibilità. Senza quella frase – si spiega da palazzo Chigi – fortemente voluta dall’Italia, la flessibilità non sarebbe entrata nel programma della Commissione e l’Italia, primo partito dentro il Pse, vincolò la fiducia al nuovo presidente, Juncker, sponsorizzato dal Ppe, solo con questo programma».

LO SPIEGA in chiaro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Sandro Gozi: «Il governo italiano non ha mai inteso offendere nessuno; abbiamo criticato, e continueremo a farlo, atteggiamenti, ritardi, rinvii, timidezze, miopie in contrasto con quel carattere politico che tale Commissione vuole avere in discontinuità con Barroso».
Tanto è vera, per l’Italia, la richiesta di distanza di politiche, tra l’era Barroso e quella Juncker, che, proprio ieri, il capo delegazione del Pse, che conta ben 192 deputati, l’italiano Gianni Pittella, è stato a palazzo Chigi da Renzi. All’uscita, Pittella – che pure specifica di parlare «a nome del Pse, non come italiano» – ammonisce: «fiducia né scontata né eterna, verso Juncker, se non vedremo una svolta sul fronte economico e sociale». Fino a una mozione di sfiducia? Difficile, ma «i tempi sono stretti», dice Pittella, e, non a caso, Renzi venerdì vedrà tutti gli eurodeputati del Pd, primo partito dentro il Pse, per serrare le fila. Poi, con la Ue, c’è il contenzioso sul fronte migranti. Pure qui, il premier non ci sta e i suoi la mettono così: «Su relocation, rimpatri, controlli esterni a Schengen e, soprattutto, superamento del trattato di Dublino, è la Ue a essere inadempiente, non l’Italia». Morale: tutte le accuse di Juncker rigettate al mittente. La guerra politico-diplomatica tra Italia e Ue è appena iniziata.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 16 gennaio 2016 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale

Riforma del Senato ‘for dummies’: Costituzione, bicameralismo, 138, etc. Più tre misteri gloriosi (doppia conforme, art. 2 e lodi vari).

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ecco a disposizione dei ‘venticinque lettori’ di questo blog un piccolo prontuario di domande e risposte, si spera il più possibile chiare, sulla battaglia in corso al Senato. Si tratta di questioni tecniche, per lo più, anche se pieni di risvolti politici trattati il più possibile in modo asettico. 

Com’è la Costituzione? “Rigida”.

Le costituzioni possono essere ‘rigide’ o ‘flessibili’. Quelle ‘flessibibli’ possono essere modificate attraverso la normale attività legislativa. Tali costituzioni sono tipiche dell’800 e generalmente erano concesse (ottriate) dal sovrano assoluto (come lo Statuto albertino del 1848). Quelle ‘rigide’ sono modificabili solo attraverso un procedimento aggravato che richiede cioè una maggioranza più ampia rispetto a quello ordinario. Vi è, di solito, anche un organo chiamato a sindacare l’eventuale violazione della Costituzione stessa da parte del legislatore ordinario (come la nostra Corte costituzionale). Tali costituzioni sono tipiche del’ 900 e sono garantite da meccanismi che impediscono che siano adottate leggi contrarie al loro disposto. Sono anche costituzioni lunghe (quelle ‘flessibili’ erano brevi).

Come si modifica? Chiamando il ‘138’.

L’iter da seguire per poter effettuare ogni revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138. Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi. Attenzione: si tratta di due diverse votazioni effettuate in maniera ‘incrociata’ da Camera e Senato (Camera-Camera e Senato-Senato): vuol dire che finché il testo non è adottato in maniera perfettamente identica, NON si può parlare di passaggio dalla I alla II lettura del testo in esame. Esempio: il Senato ha esaminato e votato una prima volta il ddl Boschi, la Camera lo ha modificato una prima volta, al Senato siamo alla II lettura, ma finché la Camera non lo approva, a sua volta, in testo identico, non si passa alla II (e definitiva) lettura della Camera, ma si resta dentro la I…

Per il primo giro delle due votazioni (o ‘letture’) basta la maggioranza semplice (e non ‘qualificata’), nelle ultime due serve quella ‘assoluta’. Infine, nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Il referendum può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due Camere, da cinque consigli regionali o 500 mila elettori. In sostanza, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso.

In ogni caso, nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito” Accesissimi dibattiti sono ancora aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”: è sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti.

Com’è il bicameralismo? ‘Perfetto’ (o ‘paritario’). 

A) Com’è oggi.

Voluto così dai padri costituenti nella Costituzione del 1948, in particolare dalla Dc, che temeva il predominio dei comunisti in uno dei due rami del Parlamento, e dal Pci, che temeva i rischi di un ritorno ai rischi dell’autoritarismo di epoca fascista, vuol dire che entrambe le Camere (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) fanno le stesse cose. Principalmente, esaminano e votano le leggi (decreti legge, disegni di legge, etc.) che, per entrare in vigore, devono essere approvate con un testo identico. Quindi, se una legge viene approvata da una Camera, o l’altra Camera l’approva identica, o viene cambiata e torna indietro finché non è tale. E, se il procedimento legislativo non si completa, si avanti e indietro da una Camera all’altra (è il meccanismo della cd ‘navetta’).

In teoria, i due rami del Parlamento possono andare avanti all’infinito. In pratica, i casi di una legge rimpallata più di una volta tra una Camera e l’altra non si contano. Eppure, le due Camere erano state formate e pensate in modo difforme, nella Carta del 1948.

B) Come sarà.

Il primo articolo del ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, votato in I lettura dal Senato l’8 agosto 2014 e in I lettura dalla Camera il 10 marzo 2015)  modifica solo e soltanto la II parte della Carta costituzionale (il cui titolo è “Ordinamento della Repubblica”), lasciando invariata la prima parte, quella sui principi. Il ddl prevede che la funzione legislativa non venga esercitata più collettivamente dalle due Camere, ma da parte della sola Camera dei deputati, salvo alcune materie, come le leggi di revisione costituzionale, su cui dovrà intervenire anche il Senato. Rispetto a Palazzo Madama, l’aula di Montecitorio ha tolto al Senato anche le competenze su materie etiche, famiglia e sanità. Solo la Camera sarà chiamata a votare la fiducia all’esecutivo. Sulla legge di bilancio, la Camera potrà avere l’ultima parola decidendo, a maggioranza semplice, di non conformarsi ai rilievi del Senato. Da ricordare che già una prima volta (nel 2001) è stato modificato il Titolo V della II parte della Costituzione, mentre il tentativo di modifica (sempre TItolo V, II parte Costituzione) del 2006 è stato bocciato dal referendum.

Primo ‘mistero’ glorioso: cos’è la “doppia conforme”?

Come si diceva parlando dell’art. 138 della Costituzione, Camera e Senato devono approvare, per poter avanzare di lettura in lettura, il testo di revisione costituzionale in ‘doppia lettura conforme’. I testi, cioè, devono risultare perfettamente identici (per il principio del bicameralismo perfetto o paritario che vale in tale caso come per tutte le leggi dello Stato) altrimenti non si può procedere oltre. Ma c’è di più. Nel momento in cui delle parti del testo di revisione costituzionale sono stati già approvati in modo identico dalle due Camere, nel procedere dell’esame si possono cambiare (il Senato rispetto alla Camera, ad esempio, come in questa fase) solo le parti modificate NON quelle votate in modo identico.

Sta qui il punto avanzato dalla maggioranza di governo e dalla presidente della I commissione Affari costituzionali del Senato in merito all’articolo 2: le parti già votate in modo identico non possono essere rivotate, mentre la minoranza Pd, le opposizioni e alcuni costituzionalisti dicono che si può fare ed è possibile farlo anche dopo le prime due letture perché si tratterebbe di una procedura di revisione costituzionale rafforzata.

Ma l’articolo 104 del regolamento del Senato dice chiaramente che “se un disegno di legge approvato è emendato dalla Camera, il Senato discute e delibera solo sulle modifiche apportate, salva la votazione finale” e che “nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei Deputati”. In ogni caso, la decisione finale (cioè l’ammissibilità o meno degli emendamenti in aula alla riforma, a partire dall’articolo 2) spetterà comunque solo e soltanto al presidente del Senato, Pietro Grasso.

Secondo ‘mistero’ glorioso: cosa dice l’articolo 2?

Il punto più importante del dissenso sia dentro il Pd che tra maggioranza e opposizione riguarda l’elettività o la non elettività diretta dei senatori contenuto nell’articolo 2 del ddl Boschi, articolo che modifica l’art. 57 della Costituzione, ed è composto da 6 commi.

L’articolo 2 ha a che fare con la composizione del nuovo Senato, che sarà formato da «95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali» (74 consiglieri regionali e 21 sindaci), più 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.

Nei primi quattro commi dell’art. 2 si specifica come verranno scelti i nuovi senatori: il sistema è elettivo, ma di secondo grado (indiretto) perché avviene, con metodo proporzionale, all’interno delle assemblee regionali (vale anche per i 21 sindaci, NON vale per i cinque senatori a vita o delle assemblee provinciali per le Province Autonome di Trento e di Bolzano. Approvata dal Senato in prima lettura, tutti i primi quattro commi dell’art. 2 sono stati votati in modo identico dalla Camera in sede di prima lettura, quindi – per il principio della ‘doppia conforme’ – non sono (o non sarebbero) modificabili. La sola discrepanza tra due testi per il resto perfettamente identici riguarda il comma V dell’art. 2.

In questo caso, il testo, votato la prima volta dal Senato l’8 agosto 2014, al comma V recitava: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘nei’ quali sono stati eletti”. Alla Camera, invece, il 10 marzo 2015, il comma V è stato così modificato ed approvato: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘dai’ quali sono stati eletti”.

Cambia, dunque, una preposizione (da ‘nei’ a ‘dai’) ma, in parte, cambia anche il senso: nel primo caso (‘nei’) si può adombrare un principio di elettività diretta, nel secondo (‘dai’) è certificata la elettività indiretta. La domanda è: si può cambiare il comma V senza cambiare tutto l’art. 2 e senza dover ricominciare tutto da capo? Deciderà Grasso.

Terzo ‘mistero’ glorioso: ‘lodo’ Chiti-Tonini, ‘listini’ e lodo Tatarella.

Nel braccio di ferro tra la maggioranza del Pd contro la sua minoranza, spalleggiati dalle opposizioni, la questione verte sulla elettività o non elettività dei (futuri) senatori (indiretta per i primi, diretta per i secondi), ma non sono mancate le proposte di compromesso.

La prima proposta, avanzata dalla maggioranza più dialogante del Pd (Finocchiaro), è stata quella del cosiddetto ‘listino‘: l’elezione dei senatori resta indiretta, ma gli elettori possono scegliere, al momento del voto per i consigli regionali, i consiglieri da mandare al Senato da votare in un apposito listino ad hoc che l’elettore troverebbe sulla scheda elettorale, ma il cui ordine di presentazione resterebbe appannaggio dei diversi partiti.

La seconda proposta è stata avanzata da un senatore della minoranza, Vannino Chiti: il ‘lodo Chiti‘ prevede che l’elezione dei senatori sia contestuale all’elezione dei consigli regionali ma il principio andrebbe fatto scrivendolo in Costituzione, proprio all’art. 2 (comma V, passibile, in teoria, di modifiche). L’appello di Chiti è stato raccolto, in parte, dal senatore della maggioranza, Giorgio Tonini, che ha parlato di intervento ‘chirurgico’ sull’art. 2 (comma V), ma demandando le modalità di elezione dei senatori a una legge ordinaria.

L’ultima proposta in ordine temporale, e anche quella su cui si potrebbe, almeno dentro il Pd, trovare ‘la quadra’, l’ha fatta direttamente il premier, Matteo Renzi, e prende il nome da un ex ministro (oggi defunto) di An, Giuseppe Tatarella, che nel 1995 fu l’ideatore della nuova legge per le elezioni regionali, legge che, da allora in poi, si chiama ‘Tatarellum’. Introdotta nel 1995 per parificare le modalità di elezione delle Regioni a quella per i sindaci (che, dal 1993 in poi, venivano eletti direttamente dai cittadini) il Tatarellum voleva favorire il bipolarismo, ma mantenendo un impianto proporzionale. Infatti, la base del sistema era proporzionale, poi erano i previsti listini regionali che assegnavano il 20% dei seggi in modo maggioritario, garantendo una maggioranza al presidente vittorioso. Gli eletti attraverso i listini collegati al presidente, per risultare tali, dovevano, però, venire ‘ratificati’ nella loro nomina dai consigli regionali. Estendendo quel principio ai futuri senatori, questi si potrebbero ritrovare ‘eletti’ direttamente dai cittadini al momento dell’elezione dei consigli regionali, ma dovrebbero comunque venire ‘ratificati’, per entrare in carica, dai consigli. All’articolo 2, comma V, quindi verrebbe aggiunta la frase “sulla base della designazione del corpo elettorale disciplinata dalla legge di cui al comma successivo” (il comma VI).

Solo i prossimi giorni di dibattito nell’aula del Senato diranno se sarà davvero così, stante che la decisione del presidente Grasso sull’emendabilità dell’art. 2 resterà dirimente.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

#Senato, è muro contro muro. Il piano di #Renzi punta a spaccare i ribelli e far perdere pezzi all’area di #Bersani

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

FESTA dell’Unità, esterno giorno. «Oggi dimostrerò a tutti, minoranza in testa, che il partito sta con me». Milano, domenica pomeriggio. Matteo Renzi si confida con un paio di colleghi di partito poco prima del comizio. «Io vado avanti, la gente è con noi, non ci fermiamo. Siamo disposti a mediare, a trattare, ma non sull’art. 2. Quello non si tocca, e non perché lo dice Maria Elena (la Boschi, ndr) ma perché sennò la riforma non si fa più. Se poi, trattando trattando, credono di logorarmi e di farmi andare sotto, magari anche di riprendersi il Pd, in futuro, ‘la Ditta’ come la chiamano loro, si sbagliano di grosso. Avremo i numeri al Senato e il partito me lo tengo stretto, anzi lo voglio più forte».
Insomma, è tornato il Renzi formato battaglia. Con tanto di cravatta rossa (e, peraltro, double face) e citazioni dell’immaginario della sinistra che fu, dalla Resistenza alla lotta al debito dei Paesi poveri, passando per la Rai e la cultura e, soprattutto, per un Pd più forte, più solido e strutturato che a fine 2016 dovrà avere «10 mila sezioni, quelle che solo Guerini (ex dc, ndr.) chiama circoli». Il Renzi che, alla sua minoranza, che lo contesta «con coerenza, cioè sempre», come li sfotte, sa dire una sola cosa: «niente veti».

DEL RESTO, da Frascati, dove si trovava ieri, gli fa eco Luca Lotti: «Non accettiamo il ricatto di un gruppo di 26/28 (senatori, ndr) che ci vuole bloccare». E il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, di solito silenzioso, se parla indica «la linea» (di Renzi). Il premier, ormai, ha un pacchetto di mischia collaudato cui vuole affidare sempre di più, in futuro, la cura del partito per evitare gli assalti della ex-Ditta che ritiene, più che pericolosi, «incessanti». Non a caso, ieri pomeriggio, a Milano, Renzi era circondato  solo da Boschi, Orfini, Guerini, Rosato e Bonaccini: perché solo di loro si fida. E del duo Finocchiaro-Zanda, che devono «sminare» il terreno del Senato prima che arrivi martedì.
Il guaio è che la «trattativa» con la minoranza dem non fa un passo in avanti. Persino la mediazione, corsa sul filo del rapporto (buono) tra Guerini e Bersani (che ieri ha smentito, via Facebook, di averla fatta) e tra Migliavacca e Zanda, non si smuove dal solito, eterno, punto. I renziani sono pronti a concedere l’elezione dei futuri senatori con apposito «listino» da scegliere in forma di elezione ‘diretta’ nei consigli regionali, ma senza toccare l’articolo 2 del ddl Boschi. I vietcong ribelli non ne vogliono sapere: parlano di «minestra riscaldata» (Gotor), «propaganda» (Mucchetti), «trattativa mai iniziata» (Corsini) e, per bocca di Fornaro, dicono: «l’elettività del Senato o si scrive nell’art. 2 o diciamo ‘no, grazie’».

«IL GUAIO – dice un renziano che ha ricevuto la confessione di un bersaniano di ferro come Nico Stumpo – è che né Bersani né Migliavacca li controllano più, ormai, a quelli. Tra smanie di protagonismo, il fatto che sanno che nessuno li ricandiderà da nessuna parte, gente come Mineo, Mucchetti, Corsini, Gotor, non ha niente da perdere. A partire dal seggio». Non a caso, anche dalle parti di Zanda e della Finocchiaro, e cioè negli austeri e ancora semivuoti saloni di palazzo Madama, gli incontri e trattative parallele con la minoranza fervono, ma solo con i «dialoganti» (Vannino Chiti, oltre che lo stesso Migliavacca), non certo con i vietcong irriducibili.
E se i portavoce della minoranza dei 25 (allargabili a 28) dicono che i senatori firmatari degli emendamenti pro-Senato elettivo «sono compatti come un sol uomo», i renziani sono convinti che sono «prosciugabili almeno fino a 15». Del resto, solo così, annettendosi un po’ di ribelli, più i verdiniani di Ala (10), qualche assenza tattica dentro FI (almeno sei/sette) e due/tre ex grillini oggi in Gal che daranno vita ai «Moderati», la quota di sicurezza, per il governo, risale sopra il numero magico di 161 (maggioranza assoluta), almeno fino a 163/165 voti. Tecnicamente non servono, per far passare la riforma, basta prendere un voto in più delle opposizioni, ma se domani, all’assemblea di gruppo, fallirà ogni, ulteriore tentativo di mediazione, Renzi vorrà vorà una prova di forza muscolare.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 7 settembre a pagina 11 del Quotidiano Nazionale.