“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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Nasce La Sinistra: odiano Renzi, rifiutano la mediazione di Prodi, sfottono Pisapia. E, intanto, si dividono su liste e alleanze…

Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale del 20 novembre 2017 a pag. 8 ma è stato modificato e ampliato per il mio blog nella parte in corsivo.

Ettore Maria Colombo  – ROMA

STA PER nascere «La Sinistra». Nome alternativo «Libertà e uguaglianza», che piace di più al presidente del Senato, Pietro Grasso, che ne sarà il front runner. In realtà, i suoi continuano a ripetere che «a chiunque lo chiami il presidente risponde che lui non parla a titolo di nessuno. Dicembre è ancora lontano…». Non che Grasso – come anche Laura Boldrini, che pure lì dentro finirà – stia per tornare sui loro passi. Ma, forse, entrambi iniziano a riflettere sul rischio, con Prodi e lo spirito «ulivista» nel campo del Pd, di finire in una «ridotta» di reduci del Pci-Pds-Ds-Pd (più quelli di Prc-Sel-SI, peraltro, si capisce). E non sarà certo l’appello che lancia Speranza al “mondo cattolico” a riuscire a far breccia negli ulivisti. O un altro rischio, ben più temibile: fare da pura foglia di fico ai desiderata altrui. Inoltre, il «soggetto unitario» della Sinistra («Più di una lista elettorale e meno di un partito»: così lo definiscono i suoi spin doctor) si limiterà, fino al voto, a dar vita solo a una lista elettorale «unitaria» di tre sigle esistenti (Mdp, SI, Possibile). Insomma, per ora siamo all’accrocchio elettorale. E già si iniziano a percepire le tensioni interne.

IL TASTO dolente è, come in ogni partito, la composizione delle liste, ma per La Sinistra c’è un problema in più: definire gli eletti «sicuri». Vuol dire distribuire posti blindati nei listini bloccati, unico canale dove La Sinistra eleggerà perché, pur presentando propri candidati in ogni collegio uninominale, a nessuno di essi arriderà la vittoria: non riusciranno, cioè, a strappare alcun seggio e i futuri deputati e senatori de La Sinistra arriveranno, dunque, solo dal secondo canale, quello dei listini bloccati. Per capirsi: è lì che vanno candidati, oltre che nei collegi uninominali ma in questo caso come ‘bandiera’, i big dei tre movimenti: D’Alema, Bersani, Errani, Epifani, Speranza e giù giù pe’ li rami per quanto riguarda i ‘colonnelli’ (Scotto, Zoggia, Leva, Gotor, Fornaro, Simoni, D’Attorre, etc. etc. etc.), ma il ragionamento è identico per SI (Fratoianni, Vendola se mai volesse tornare, la De Petris, ma anche i vari Palazzolo, Farina e altri pronti a scendere in pista come Luca Casarini, indimenticato leader delle ‘tute bianche’ al G8 di Genova del 2001) e Possibile, dove oltre Civati e Pastorino diventeranno ‘eleggibili’ personalità di area come il professor Pertici. Poi c’è pure il ‘problema’ di alcuni ‘spin doctor delle tre sigle (Di Traglia e Geloni per Mdp, Fedeli per SI, l’ex franceschiniano Piero Martino) che potrebbero voler aspirare, anche loro, a un seggio. Inoltre, c’è il problema dei frontrunner: Grasso e Boldrini vanno candidati in listini bloccati molto ‘sicuri’: non possono certo correre il rischio di venire trombati.  Infine, c’è la ‘quota’ da garantire alla famigerata ‘società civile’, quella che – secondo un D’Alema d’antan – “Semplicemente non esiste”: un paio di posti ai leader del cd. ‘Brancaccio’ alias Alleanza Popolare e Progressista, Tomaso Montanari e Anna Falcone, se ci ripenseranno (avevano detto che non si  candidavano perché il percorso non era “largo e partecipato”, ora pare che stiano cambiando idea…) più chi che la società civile la rappresenta davvero. Per non parlare di quel manipolo di deputati e senatori di Campo progressista che non ne vogliono sapere di andar dietro a Pisapia e allearsi col Pd, vogliosi di restare a sinistra. A far di conto, si tratta – a spanne – di almeno 70/80 deputati (oggi sono 43 quelli di Mdp e 17 quelli di SI, compresi i civatiani) e di 30/40 senatori (oggi sono 16 quelli di Mdp e 7 di SI). Decisamente troppi per le ambizioni, pur alte, di un accrocchio elettorale che, se dovesse prendere la ragguardevole cifra del 4-5%, potrebbe ambire a 20/30 deputati e 15 senatori.   Poi, certo, la Divina Provvidenza ci può mettere una mano e Grasso candidato premier far sì che la Sinistra veleggi a cifra doppia, diciamo intorno all’8-10%, ma oggi chi può dirlo? In ogni caso, le quote che spettano a ognuna delle tre sigle dovrebbero essere ripartite così: 40% a Mdp, 40% a SI e 20% a Civati più «società civile». Solo che Mdp vuole più spazio, «la società civile» e SI non mollano, volendo tenere i propri, e la trattativa è appena iniziata… (segnalo di aver ricevuto un cortese SMS di Roberto Speranza che nega in toto il fatto che i tre soggetti decideranno i posti in lista in base a quote prestabilite, ma che lo faranno “seguendo un percorso democratico e partecipato”: prendo atto). 

Ieri, in ogni caso, i tre soggetti hanno tenuto le loro assemblee «di partito» cui seguirà quella nazionale. Il percorso, come nella migliore tradizione bolscevica, è rovesciato: prima l’assemblea nazionale, poi le assemblee provinciali, da queste vengono tratti 1500 delegati che, in totale, comporranno la platea dell’Assemblea del 3 dicembre, fatti salvi un duecento circa di posti già assegnati a parlamentari uscenti e dirigenti di primo piano che ne saranno membri ‘di diritto’. Le tre assemblee si sono tenute in modo rigidamente separato. Mdp si è radunata al centro congresso Alibert, in pieno centro; SI, più proletaria di natura, in periferia. E Civati, che è il nanetto dei tre, ha fatto tutto on-line. I tre segretari, noti come «I tre tenori» – Speranza (Mdp), Fratoianni (SI) e Civati – hanno tenuto le loro relazioni con piglio deciso e toni aulici, ma contano fino a un certo punto.
Dietro le quinte ci sono – e restano anche per il futuro – due ex big del Pd, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, e un ex big di Prc e Sel, Nichi Vendola. Bersani finge di rimandare a «dopo il voto» una possibile alleanza con il Pd, ma in realtà vorrebbe aprire ai 5Stelle, se vinceranno, una sorta di replica del suo sfortunato tentativo del 2013. D’Alema, oltre a «uccidere» – politcamente, si capisce e si spera – Renzi, si vuol tenere le «mani libere» per contare in un futuro governissimo, magari a guida mario Draghi. Vendola, come Nicola Fratoianni e Civati, vuole invece fare l’opposizione dura e pura.

Certo, l’odio verso Renzi li unisce tutti, ma questo ora si è aggiunto il fiele verso Romano Prodi che ha osato provare a ricucire i rapporti tra Pisapia e Pd. «La sirena di Prodi non incanta più nessuno» dicono, sprezzanti, dentro Mdp. E Nichi Vendola, su Twitter, scrive acido che «Prodi torna come in una seduta spiritica ma quel mondo è finito», allusione di cattivo gusto a una seduta spiritica avvenuta durante il rapimento Moro dove Prodi era presente. Poi c’è il disprezzo e lo sfottò a Pisapia: «È lui che ha cambiato idea, non noi» dice Speranza. Oggi è un «venduto», ma fino al giorno prima, però, Mdp lo corteggiava come una principessa bizzosa presso cui il corteggiatore .non trova ‘speranza’ ma porta doni. In ogni caso, il «tutti contro Renzi» sembra una vera ossessione. Si va da «Renzi è il passato» di Roberto Speranza allo «Sbattiamogli la porta in faccia!» di Nicola Fratoianni fino al puro manifesto dadaista di Arturo Scotto: «Renzi è come Tavecchio».
I problemi, in vista della «Grande Assemblea Popolare» del 3 dicembre, sono due. Il primo è che, al netto di qualche sparuto dissidente, il «vogliamo parlare al mondo cattolico» di Speranza è un’utopia: Mdp si è già schiacciata su SI e Civati, Prodi e gli ulivisti stanno col Pd. Il secondo è che, a sinistra, c’è concorrenza: il Prc del combattivo Maurizio Acerbo, la ‘Mossa del Cavallo’ di Ingroia e Giulietto Chiesa il Pc di Marco Rizzo. Qualcosina, pure loro, presentando ognuno la sua lista, a La Sinistra rosicchieranno.

Triste, solitario y final. Si prepara l’ennesima scissione a sinistra, stavolta in Sel-SI, ma figlia di tante altre passate.

Nichi Vendola

Il presidente di SEL, Nichi Vendola.

“Perché mi pungi – chiese la rana allo scorpione – ? Perché questa è la mia natura”.  (Esopo)

Alcuni antefatti (storici e microstorici). 

Scissioni. Liti. Incomprensioni. Divisioni. Tavoli che si spaccano e vesti che si stracciano. La sinistra cosiddetta ‘radicale’ – e già sarebbe meglio aggiungere ‘che tale fu’ – ha un’antica coazione a ripetere dalla quale non riesce proprio a discostarsi, neppur volendo. Una’storia’ e una ‘tradizione’ così radicata che ne ha causato una prima volta la morte – diciamo intorno al 2007/2008, quando Rifondazione comunista, fondata nel 1991/1992 per contrapporsi, da sinistra, allo scioglimento del Pci e alla sua trasformazione in Pds-Ds-Pd, si ruppe e diede vita a Sel di Vendola e Prc di Ferrero dall’altro (neppure insieme, nella fantomatica Sinistra Arcobaleno superarono il quorum a Politiche 2008 ed Europee 2009)  – e che sta per causarne, una seconda volta, la ‘ri-morte’ di quel che rimane di entrambe. Insomma, il rischio concreto è che, a sinistra del Pd, resti poco o nulla delle vestigia di un passato che fu, a metà degli anni Novanta, persino semi-glorioso. La Rifondazione di Garavini-Cossutta nel 1993/’94 prima e quella di Bertinotti-Cossutta nel 1996-’98 poi arrivarono a cifre elettorali ragguardevoli e condizionarono, per almeno tre volte, la nascita e poi la morte di governi di centrosinistra, cambiando di fatto la storia d’Italia: nel 1995-’96 dando, i Comunisti Unitari di Crucianelli, e negando, il Prc di Cossutta, la fiducia al governo Dini; nel 1996-’98 dando e poi negando, il Prc di Bertinotti e il Pdci di Cossutta, la fiducia al I governo Prodi e, il secondo, al I e al II governo D’Alema; nel 2007-2008 dando e poi negando, sempre il Prc di Bertinotti, la fiducia al II governo Prodi, che cadde ‘anche’ per colpa del Prc, pur se formalmente la crisi la aprì l’Udeur di Clemente Mastella.

Poi, appunto, un lungo silenzio, quasi assordante, con Ferrero e Vendola che si litigarono le spoglie di una Rifondazione comunista ridotta in briciole (vinse Ferrero, congresso 2009 a Chianciano, Vendola, che di quella sconfitta ancora non si capacita, fondò Sinistra ecologia libertà con Verdi e Psi prima, poi da solo), il Pdci che si inabissava nel nulla, i Verdi pure. Infine, alle Politiche del 2013 – quelle ‘non perse’ ma neppure ‘vinte’ dal Pd di Bersani – la (finta, ingannevole, illusoria) rinascita: Sel, grazie alla coalizione Italia Bene comune, fatta con Pd e i centristi, rientrò in Parlamento dalla porta principale: gruppone alla Camera, Boldrini presidente, nuova attenzione dei media. Durò assai poco. Prima la scissione dei ‘miglioristi’ (nel senso di seguaci dell’ex enfant prodige di Bertinotti nel secondo Prc, Gennaro Migliore) che fondarono una piccola costola di area Pd e poi, nel Pd, entrarono, non pareggiati dai ‘nuovi innesti’ di fuoriusciti dal Pd (Fassina, D’Attorre, Galli, Mineo); poi la stagione dei sindaci ‘arancioni’ (Pisapia a Milano, Zedda a Cagliari, Doria a Genova) che presto dilapidarono la ‘Nuova Speranza’ che si era accesa nel popolo della Sinistra. Ed eccoci, dunque, al semi-triste Epilogo. Una nuova, ennesima, scissione, a occhio l’ultima. Infatti – si legge sul il manifesto (http://www.ilmanifesto.it) a firma di Daniela Preziosi (@danielapreziosi su Twitter), penna attenta, accurata e sapida di tanti e tali mal di pancia – proprio oggi, 16 gennaio 2016, sta per prodursi l’ennesima scissione, stavolta dentro Sel.

L’ennesimo fatto (cioè l’ennesima scissione). 

I fatti stanno così. Sedici parlamentari (tra loro nomi che, nei cascami del ‘socialismo reale’ anche se ‘all’amatriciana’ del Prc che fu dicono ancora qualcosa: Franco Giordano, penultimo segretario del Prc, Ciccio Ferrara, ex responsabile Organizzazione di quel Prc, Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo Fava, barbaramente ucciso dalla mafia e oggi vicepresidente della commissione Antimafia, Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio gestione Zingaretti, ‘rastrellatore’ di tessere e iscritti a Roma e nel Lazio, ma pure Dario Stéfano, presidente della Giunta autorizzazioni del Senato, pugliese, che pare voglia candidarsi a sindaco di Taranto, deputati e senatori come Sannicandro, Bordo, Folino, Melilla, Piras, discretamente forti nelle loro realtà locali, e ultimo ma primo per peso politico specifico, il capogruppo di Sel alla Camera, il napoletano sveglio e arguto Scotto) – hanno scritto una lettera – a dir la verità trattasi di vera e propria ‘letteraccia’ – indirizzata al comitato promotore di Sel. Il quale ha dichiarato, in pochi giorni, chiusa per sempre l’esperienza di Sel per dare vita (congresso a Rimini, dal 16 al 19 febbraio) a un ‘nuovo’ soggetto politico, Sinistra Italiana. Soggetto che, però, non si capisce ancora bene ‘chi’ altri dovrebbe unire visto che il Prc di Ferrero (incredibilmente, ancora esiste!) resta a vegetare per conto suo, il Pdci non esiste più, i Verdi sopravvivono per conto loro, la minoranza del Pd non intende uscire dal Pd medesimo, D’Alema si fonderà la sua ‘Cosa’. Eppure, si sa già ‘chi’ guiderà Sinistra italiana: non certo Nichi Vendola, ormai ritiratosi a una (felice) vita privata con il suo compagno Eddy e il loro bel figliolo in quel del Canadà (a proposito: Auguri!), ma il ‘delfino’ storico di Vendola stesso, il bel rude Nicola Fratoianni, affiancato dalla ‘testa d’uovo’ ex Pci-Pds-Ds-Pd, l’economista di sinistra Stefano Fassina.

Ora, gli estensori della lettera, cioè i 16 parlamentari di Sel attuale (31 in tutto sono i deputati, quindi la metà del gruppo attuale, ma vanno contati pure i 7 senatori nel Misto), non è che dicano che stanno per produrre l’ennesima scissione dell’ennesimo partitino, a sinistra, ma poco ci manca. Infatti, rimproverano al gruppo dirigente di Sel-Si “una cultura dell’intolleranza incompatibile con il progetto politico che stiamo animando”. L’oggetto del contendere è, tanto per cambiare, il rapporto con il Pd di oggi (Renzi), come lo fu, in passato, il rapporto tra il Prc di Cossutta e Garavini (che li divise fino alla rottura) con il Pds di allora (Occhetto); il rapporto tra il Prc di Bertinotti e sempre di Cossutta (ma stavolta a ruoli invertiti) con i Ds di allora (Fassino e D’Alema), che li portò addirittura a fondare due partiti ‘diversi’, anche se semi-cugini (che si odiavano però), il Prc e il Pdci; e il rapporto tra Ferrero e Vendola con il Pd di allora (Veltroni-Franceschini e poi Bersani), che pure portò alla nascita di due tronconi (il Prc di Ferrero e la Sel di Vendola, appunto). Tronconi, con il passare degli anni, sempre più piccoli, sempre più sfiatati e più rachitici.

Stavolta, il punctum dolens è il rapporto con il Pd di Renzi (oggi, ma domani di chi? Orlando? Franceschini? altri? chi può dirlo, il Pd terrà il suo congresso alla fine del 2017). Quelli della lettera, “i 16” Nuovi Apostoli, vogliono dialogarci, con il Pd, e Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e animatore del ‘Campo progressista’ creato con il sindaco di Bologna Merola, il sindaco di Cagliari Zedda e, forse, il sindaco di Genova Doria, ma anche qualche territorio, vuole allearsi con il Pd, partecipando anche a evenutali primarie (candidata ‘naturale’, Laura Boldrini), mentre tutti gli altri (25 parlamentari), quelli di Fratoianni e Fassina, no. Anzi, si ritengono ‘alternativi’ in modo irriducibile al Pd e al suo progetto politico, che ci sia Renzi, alla guida, o financo Carbon Dimonio. Fassina, poi, letta la lettera sul manifesto, si è arrabbiato moltissimo e ha scritto, oggi, più o meno, così: ‘come vi siete permessi?! Dovevate prima portare l’istanza nel Comitato Federale, discuterla nei circoli, etc. etc.’.

Insomma, Fassina crede ancora che esista un ‘partito’ (si chiami Sel o SI o X non importa) come ai tempi del (grande) Pci (tradizione, peraltro, da cui ben pochi di loro provengono). Invece, Sel (o SI o X) è un partito morente, allo stato liquido, se non gassoso, e SI (o X) non sarà da meno. D’altra parte, i 16 ‘contestatori’ – che oggi assicurano di voler dar vita a nessuna ‘scissione’, per carità, ci mancherebbe – da Sel o SI o X lì se ne andranno presto (al congresso, magari: nei piccoli partiti comunisti si amano le uscite plateali, ai congressi, con tanto di sventolio di bandiere, canti liberatori e, possibilmente, pugni alzati al cielo…) e – tanti cari saluti – finiranno per dare vita a una ‘sinistra-centro’ alleata con questo Pd. Ecco che, dunque, tempo un mese, e si compirà, a sinistra, l’ennesima, triste, scissione e la sinistra-sinistra, già ridotta ai minimi termini, se non al lumicino, sarà ancor più piccola modesta, minimale e residuale. Insomma, come accade nella vita, e anche in politica, se rompi un piccolo atomo e crei due piccoli neutroni, poi li dividi in tanti piccoli neutrini, alla fine fai davvero fatica a renderti conto di quello che è rimasto, se non col microscopio (e lasciamo perdere, per carità di patria, i discorsi sui ‘luoghi’ della Politica, il valore del Sociale, il radicamento nei Territori, la ripartenza dalla Base, la retorica della Militanza!).

Un triste (e scontato) epilogo. 

Una storia minima, per carità, anzi minimale, questa che abbiamo provato qui a raccontare ma la cui ‘fine’ “è nota”, come diceva il titolo di un bel romanzo giallo di Geoffrey Hall.  Una storia che, ci rendiamo conto, appassiona pochi, interessa il giusto qualche giornale (il manifesto, appunto, l’unico che sa ancora raccontarle, con pazienza e lena, tali storie) e qualche sito Internet o social network dove gli ultimi reduci del post-comunismo che fu ancora oggi se le danno di santa ragione. E allora – si chiederà uno dei miei 25 lettori – perché la racconti ancora, questa ‘piccola’, e triste, storia? Perché è stata ‘anche’ la mia. Per troppo tempo, infatti, dal 1991 al 1998 (circa) vi ho preso parte, con qualche rilievo. Poi, per mia fortuna, ho iniziato a fare il giornalista e di quella storia mi restano alcuni cimeli (bandiere, belle, tessere, stropicciate, feticci, ancora in bella evidenza nella mia libreria) e tanti, troppi, ricordi. ‘Ti conosco, mascherina’, si diceva in un’Italia che non esiste più. Ecco, li conosco quasi tutti, quelli e questi protagonisti, ergo non mi ‘fregano’ più, ormai. Però, ai tempi, c’ho creduto, in loro e con loro, in un Avvenire migliore, e tinto di Rosso, e oggi, invece, ‘un fiore in petto m’è sfiorito’. Ecco, tutto qua. E tanti auguri e saluti a tutti, s’intende.  Ps. alla fine, mi fa più simpatia il tentativo di Pippo Civati e del suo ‘Possibile’. Liquidi per liquidi, gassosi per gassosi, tanto vale essere adeguati alla (banale) ‘Modernità’.

NB: L’articolo è stato scritto solo e soltanto per il mio blog personale il 15 gennaio 2017.

Elezioni presidenziali/4. Segni o del centrosinistra al ‘rumor di sciabole’ (1962)

Continua la serie sulle modalità di elezione dei diversi presidenti della Repubblica Italiana. Dopo De Nicola (1946), Einaudi (1948) e Gronchi (1955), è la volta di un democristiano conservatore, Antonio Segni (1962), che si dimetterà ben presto per un malore (1964).

Nasce il primo centrosinistra, ma è molto fragile (1962).

Il 1962 si apre con la nascita del primo ‘vero’ governo di centro-sinistra, il IV guidato da Amintore Fanfani, che pure aveva perduto la guida della DC nel 1958. Formalmente, è un governo Dc-Psdi-Pri, ma vede, per la prima volta,l’astensione del Psi: durerà un anno. Fanfani, nel discorso programmatico d’insediamento, presenta un vasto piano di riforme e il ministro Ugo La Malfa, leader del Pri, vara la famosa ‘Nota di varazione del bilancio’ che segna l’avvento della programmazione statale in economia. Il centrosinistra suscita una vasta eco e un vasto dibattito, nel Paese. Molte sono le forze che lo avversano: non solo i settori moderati interni alla DC che fanno di tutto per bloccarlo e svuotarne le riforme promesse, ma anche Confindustria, il Vaticano, la Nato. Solo dopo le elezioni politiche del 1963 nasceranno i primi veri governi organici di centrosinistra (con dentro il PSI), guidati da Aldo Moro. A ‘frenarli’ sarà, tra gli altri soggetti e forse non a caso, il generale De Lorenzo e il suo ‘rumor di sciabole’, e cioè un tentato golpe scoperto molti anni dopo.

il Ptesidente della Repubblica Segni (1962) riceve il presidente Usa Kennedy

il Ptesidente della Repubblica Segni (1962) riceve il presidente Usa Kennedy

Moro prepara per tempo la candidatura Segni e apre ai dorotei.

E’ in questo quadro che, nell’aprile 1962, appena tre mesi dopo la nascita del I governo di centrosinistra, il candidato ufficiale della dc diventa un democristiano conservatore e di destra, Antonio Segni. Esponente del primo PPI, attivissimo nella campagna anticomunista del 1948, più volte ministro, tra cui all’Agricoltura quando vara la prima riforma agraria della storia d’Italia, Segni (Sassari, 1891 – Roma, 1971) è un conservatore vero, appunto, ma temperato. Soprattutto, è espressione dei dorotei e garante dei moderati e della destra dc nella nuova fase politica in quanto fiero avversario del centrosinistra. Insomma, tenersi buona la destra per aprire a sinistra, è la tattica politica del nuovo stratega della Dc, Moro che, a differenza di Fanfani sette anni prima, non pensa ‘prima’ a rafforzare se stesso e la sua corrente, ma a raffreddare il quadro politico e a rassicurare i conservatori presenti fuori e dentro la Dc. A un centrosinistra ‘avanzato’ doveva corrispondere un presidente di centrodestra ‘moderato’: questa l’intuizione e la tattica di Moro. Moro presenta il nome di Segni in una votazione interna ai parlamentari dc il 28 aprile, lo fa votare in una specie di ‘prime primarie’ della storia repubblicana (alla fine, le schede dei grandi elettori dc verranno bruciate, come in un conclave…) e lo fa anche circolare negli ambienti della diplomazia internazionale per rassicurare gli Usa e gli alleati. Ma la candidatura di Segni, per quanto fosse stata costruita nel tempo e per quanto i dorotei la rivendicassero come conditio sine qua non per dare il loro via libera al centrosinistra, trova comunque molteplici ostacoli. La contrarietà della sinistra dc (che arriva a presentare ben tre soluzioni alternative: un Gronchi bis, il moderato Attilio Piccioni e/o il socialdemocratico Saragat) era scontata, ma è la più importante. Poi ci sono le ambizioni di Fanfani, eterno candidato al Colle, quelle di Saragat, candidato del suo Psdi, e la pressione dello stesso Gronchi, che per mesi fa di tutto per cercare di assicurarsi la rielezione. Né mancano le aspirazioni dei notabili di seconda fila della Dc (Leone, Merzagora, che ci riprova, Scelba) e anche del Pci (Terracini) e del Psi (Pertini).

Si comincia. Segni cresce piano, ma contro ha Saragat e, dietro, Fanfani. Montecitorio diventa un suk.

Quando, il 2 maggio 1962, si aprono le urne si capisce subito che si andrà per le lunghe. Segni raccoglie 333 voti, Terracini, candidato di bandiera del Pci, già presidente della Costituente, ben 200 voti, De Marsanich (sostenuto dall’Msi) 46, Saragat (candidato dal suo Psdi e su cui il Psi potrebbe convergere ma è spaccato tra destra e sinistra interne) 42, Gronchi 20, Piccioni ne prende ben 123 (pur esponente di ‘Concentrazione’, corrente della destra Dc, Piccioni viene votato, per dispetto a Moro, dalla sinistra interna come dai fanfaniani). La seconda votazione vede un nuovo stallo con Segni fermi a 340 voti, Terracini a 196 e Saragat 92, avendo ricompattato molti voti del Psi.
I tre scrutini successivi sono un caos, con Montecitorio trasformato in un suk. La Dc barcolla, con i fanfaniani che fanno mancare i loro voti a Segni e fingono di votare Piccioni, per far uscire poi il loro vero candidato, Fanfani, che si vuole vendicare delle imboscate e dei franchi tiratori del suo partito di sette anni prima che affondarono il ‘suo’ Merzagora, e il Pci che non vuole far crescere le quotazioni di Saragat a causa del suo storico filoatlantismo e anticomunismo. Pci che, alla lunga, non disdegnerebbe una candidatura, ove fosse esplicita, proprio di Fanfani.
Al quinto scrutinio, dove già vale la maggioranza semplice, Segni sale a 396 voti su 841 votanti, ma Saragat (che, da due scrutini, le sinistre hanno iniziato a votare compattamente: Pci, Psi, Psdi, Pri) balza a 321, Gronchi 43, Piccioni 28, Merzagora 14, 39 i voti persi. Nonostante Moro non demorda, lavorando ai fianchi tutte le correnti della Dc, al VI e VII scrutinio del 5 maggio, Segni ottiene 396 e 399 voti ma sempre tallonato da Saragat (321 al VI scrutinio e 314 al V). Intanto, tra voci di crisi di governo imminente, i Dorotei, per stanare i franchi tiratori, inventano uno stratagemma. Il Grande elettore dc ‘deve’ seguire questa procedura: entrare in aula, ritirare la scheda elettorale dai commessi, uscire e rientrare dalla seconda porta dell’emiciclo per ritirare una seconda scheda. La prima viene compilata con il nome del candidato ‘ufficiale’ e la seconda con quella del candidato ‘di disturbo’, poi entrambe vengono consegnate agli elettori che se le infilano nelle giacche. Ai malcapitati grandi elettori non resta, una volta giunti davanti all’urna, che ricordarsi di estrarre la scheda dalla tasca giusta e votare il nome giusto perché, all’uscita dall’aula, vengono sottoposti a un’amichevole (sic) ‘perquisizione’ da parte dei colleghi di partito incaricati di effettuare il controllo e che devono, per avere certezza e garanzia del loro voto, scovare e farsi consegnare dal malcapitato la scheda con il nome del candidato ‘di disturbo’.

L’intervento dello Spirito Santo (Paolo VI), e quello della ‘brigata Sassari’. 

Il 6 maggio Saragat, per sbloccare la situazione, fa un beau geste: propone di congelare la propria candidatura e quella di Segni a vantaggio di un terzo candidato “di pacificazione”: il presidente della Camera Giovanni Leone. Moro ci starebbe pure, ma i dorotei e la destra del partito (Scelba e Andreotti) no: minacciano di boicottare il centrosinistra apertamente, a partire dall’appoggio al nuovo governo Fanfani. Il quale Fanfani capitola e ripiega su Segni, rinunciando non solo a correre in proprio, ma anche al suo cavallo, come sette anni prima, quando aveva dovuto abbandonare il suo Merzagora per Gronchi.
A premere su Fanfani c’è determinante pure l’azione dello … Spirito Santo. Impersonato, per l’occasione, dal segretario di Stato del Vaticano, mons. Giovanni Montini (futuro Paolo VI), grande amico di Moro: lo chiama a colloquio pregandolo di smetterla con azioni e pratiche dilatorie. E così, come per miracolo, ecco che Segni inizia a risalire, e molto, nei voti: all’VIII scrutinio, che si tiene di domenica 6 maggio, prende 424 voti contro i 337 di Saragat e gliene mancano solo quattro per tagliare il traguardo della maggioranza assoluta. E’ quasi fatta. Del resto, è entrata in azione la ‘brigata Sassari’, e cioè i sardi diccì guidati da Piccoli, Sarti e Cossiga che si adoperano con ogni mezzo per recuperare uno a uno i voti in libera uscita dei democristiani, andoseli a cercare ovunque: in Transaltantico, al bagno come al ristorante.

Le irregolarità della seduta nove-bis. I comunisti gridano ‘Camorra!’. 

All’atto della chiama del IX scrutinio, la sera di domenica 6 maggio, però, due deputati comunisti si accorgono che, durante la ‘chiama’, il dc Azzara, privo di scheda, ne sta ricevendo una dal collega di partito Cemmi, con su già bello che scritto il nome ‘Segni’, invece che da Leone, presidente della Camera, nonché presidente di turno nello svolgimento delle votazioni. Insomma, i comunisti hanno scoperto lo stratagemma usato dai Dorotei… I comunisti, rinforzati da un furibondo Sandro Pertini (Psi), iniziano ad urlare ‘Camorra! Camorra!”. Seguono insulti, tafferugli, infine le sinistre abbandonano l’aula.
La seduta viene sospesa e il leader del Pci, che è ancora Togliatti, coglie la palla al balzo: va a trovare, in privato, Leone e gli chiede di rinviare la sedutaal giorno dopo. Se lo farà, è pronto a offrirgli anche la candidatura al Quirinale come terzo incomodo tra Segni e Saragat. Leone gli risponde un ‘no’ secco: “Vi ringrazio, ma così userei i miei poteri per un interesse personale. Non posso”. A sera tarda, dopo le nove di sera, lo scrutino ‘nove-bis’, con relativa ‘chiama’, riprende come se nulla fosse successo e stavolta Segni ce la fa.

Modalità di elezione di Segni (9 maggio 1962, IX scrutinio, 443 voti).

E’ il 9 maggio, dunque, quando, al IX scrutinio, su 842 presenti e votanti (i Grandi Elettori erano 854: 844 membri del Parlamento e dieci delegati regionali) e con un quorum fissato a 428 voti, Segni ne ottiene 443, venendo così eletto presidente della Repubblica, incarico che manterrà dal giorno del suo giuramento, l’11 maggio 1962, al giorno del suo ictus, il 7 agosto 1964, quando sarà sostituito fino al 28 dicembre, nelle sue funzioni. dal capo dello Stato ‘supplente’ più lungo (quattro mesi) nella storia repubblicana, il presidente del Senato Cesare Merzagora. Segni ce l’ha fatta, dunque, sia pure con una risicata maggioranza (dc, liberali, monarchici) tra cui spiccano i 32 voti interessati e determinanti dell’Msi e del Pdium, i due partiti di destra dell’armatore Lauro e del monarchico Covelli. Il candidato delle sinistre, che è rimasto Saragat, ne prende ben 334 mentre sono 65 i voti dispersi tra schede bianche (51, per lo più fanfaniani), nulle e i voti dispersi su candidati minori.

Le tante contraddizioni dell’elezione di Segni e la prima diretta tv. 

E’ la prima volta di tante cose: di un presidente della Repubblica eletto con una maggioranza molto stretta (51,9% contro il 78,9% di Gronchi e il 59,4% di Einaudi), di un capo dello Stato eletto con i voti decisivi di destre fino al giorno prima fuori dal gioco costituzionale e sin dalla fondazione della Repubblica (missini e monarchici), di un presidente voluto da una maggioranza chiara (di centrodestra) contro un opposizione chiara (di sinistra), ma anche in palese contraddizione con un governo che, invece, era e proponeva, come formula, il… centrosinistra. Infine, è la prima volta che gli italiani assistono, in diretta tv (Rai, ovviamente, canale unico) a un’elezione presidenziale. Nota di colore. In aula, al momento dell’elezione, l’attendente di Segni sviene per l’emozione: è un giovanissimo leone sassarese della Dc, Francesco Cossiga, futuro capo dello Stato. Segni resterà carica dall’11 maggio 1962 fino al 6 dicembre 1964.

La breve presidenza Segni, il golpe De Lorenzo e il lungo ictus (1964).

Contrario al centrosinistra in tutti i suoi due brevi anni di presidenza, Segni viene pesantemente coinvolto nel golpe De Lorenzo, generale dell’Arma dei Carabinieri ed ex capo dei servizi segreti (Sifar), nell’agosto del 1964. Del golpe si viene a sapere, pubblicamente, solo nel 1967 grazie all’inchiesta giornalistica di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi sull’Espresso con relativa, inutile, commissione parlamentare d’inchiesta, ma i politici che dovevano sapere, nel 1964, sapevano. (Nenni, allora al governo, dirà una frase diventata celebre come molte delle sue, e cioè di aver sentito, in quei giorni, ‘un tintinnar di sciabole’). Il golpe De Lorenzo mirava a sovvertire il I governo Moro di centrosinistra imponendo una svolta autoritaria al Paese, con tanto di arresti di prigionieri politici, specie nella fila dell’opposizione comunista (è il cd. ‘piano Solo’). La conseguenza immediata su Segni arriva il 7 agosto: viene colpito da un ictus durante un colloquio, dai tratti durissimi, con lo stesso Moro, tornato premier, e Saragat, ministro degli Esteri, recatisi da lui per discutere in teoria della lunga crisi di governo ma, in realtà, proprio del golpe. Segni viene dichiarato ‘temporaneamente’ impedito nelle sue funzioni dal 10 agosto 1964, funzioni che vengono assunte dal presidente del Senato, Cesare Merzagora, seconda carica dello Stato, ma è evidente da subito, ai medici come ai politici, che Segni non si sarebbe mai più ripreso. La pantomima (i medici inventarono lo stato del ‘sensorio vigile’) è voluta soprattutto da una Dc scossa dalle voci di golpe e dalla situazione economica e politica difficile e viene protratta fino al 6 dicembre, quando a un Segni del tutto incapace di parlare e di scrivere vengono fatte firmare le dimissioni. Merzagora, presidente del Senato, diventa così capo provvisorio dello Stato dal 6 dicembre fino all’elezione di Saragat (28 dicembre 1964).

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulla pagina dei blogger di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) nella sezione ‘I Giardinetti di Montecitorio’.