Pd, addio streaming. Direzione a porte chiuse. Tregua Renzi-Franceschini

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

«AVANTI!», come s’intitola il libro firmato in prima persona, che sta per uscire, e «concentrati a costruire una proposta per il Paese». Il leader del Pd, Matteo Renzi, prepara la Direzione di oggi – la prima, da tempo immemore, non trasmessa in streaming: si torna alle care, vecchie, «porte chiuse» – forte di queste due parole d’ordine. Il libro (Avanti, appunto) uscirà il 12 luglio per Feltrinelli. Renzi parla – recita la quarta di copertina – «della difficoltà di cambiare le cose in Italia, ma anche dell’orgoglio di averci provato» e rilancia «l’azione politica del Pd su Europa, sociale, immigrazione, periferie».
E questa è la linea che l’ex premier vuole imporre alla discussione di oggi in Direzione: basta polemiche, caminetti, messaggi cifrati dei capicorrente, polemiche sterili su coalizioni e leggi elettorali. «Bisogna guardare al futuro, ai problemi degli italiani» fa dire ai suoi. E proprio per uscire dal chiacchiericcio, per non dare l’impressione di un Pd ridotto a un comitato rissoso di correnti, ecco la scelta del non più streaming, la diretta live dei lavori, che da oggi sarà permanente. «Evitiamo – spiega Renzi ai suoi – la solita scena del Pd che litiga. Dobbiamo parlare di cose di lavoro, ma se c’è la diretta tv molti si alzano solo per distinguersi..».

MA OLTRE la forma ci sono i contenuti. Renzi vuole far girare il dibattito intorno a due poli. Uno riguarda il partito e la sua organizzazione: l’avvio dei congressi provinciali, che si terranno entro ottobre, la festa nazionale dell’Unità di Imola, i nuovi strumenti di diffusione del messaggio del Pd (la rivista on-line Democratica, l’app Bob). Obiettivo: il «rinnovamento interno» del partito (ci lavorano Andrea Rossi, Lorenzo Guerini etc).
Il secondo riguarda l’attività di governo. Renzi vuole che si parli solo di temi concreti (la legge sullo ius soli, il dl banche) e non di vertenze «politiciste». Il governo Gentiloni e, in prima fila, il ministro Minniti sui migranti per Renzi stanno affrontando «problemi reali», ma il Pd «non è più disponibile a sobbarcarsi da solo il peso dei provvedimenti in Parlamento».
Difficile che le intenzioni di Renzi vengano rispettate in pieno. Orlando, che sarà presente e interverrà, ha cercato Franceschini per stabilire un «fronte comune» contro Renzi su legge elettorale (pro premio alla coalizione) e alleanze (pro accordo con Pisapia).
Franceschini, per ora, attende: vuole sentire la relazione di Renzi prima di decidere se intervenire o meno (Guerini ha lavorato molto per mediare tra i due) e fa sapere che «se Matteo non mi attacca, non ho motivo di farlo nemmeno io». Anche Renzi sembra voler abbassare i toni: «In Direzione non voglio fare la guerra a nessuno, nemmeno a Dario» – spiega – ma ora deve essere lui a ricucire, d’altra parte i numeri sono dalla mia». Ed ha ragione: su 120 membri eletti, tra gli 84 di maggioranza (al netto dei 24 orlandiani e dei 12 ‘emiliani’), anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi e con le minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio con l’appoggio di Orfini e Martina.
Renzi è convinto che, senza più elezioni anticipate alle porte, «dobbiamo prendere il passo della maratona. Io girerò l’Italia con il mio libro e poi, per sei mesi, in treno». «Hanno cercato di ammazzarmi in tutti i modi ma non ci sono riusciti, anche la cosa di Pisapia è diventata un mezzo flop, ora portiamo avanti la nostra idea di partito maggioritario e poi vediamo quello che succede. Alle elezioni – aggiunge – ognuno si presenterà per conto proprio. Male che vada avremo 200 deputati e cento senatori. Se il problema sono le liste, chi si vuole candidare lo dovrà dire apertamente e con chiarezza, senza giochetti». L’avvertimento vale per tutti i big, non solo Franceschini.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio a pagina 8 di Quotidiano Nazionale

Largo ai fedelissimi. Renzi rafforza il controllo sul partito: Assemblea, Direzione e Segreteria. Un’intervista a Ettore Rosato: il rapporto tra Pd e governo

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi prepara il suo discorso di investitura in vista dell’Assemblea nazionale di domenica prossima, il luogo che lo proclamerà, formalmente, nuovo segretario del Pd. Il Pd, per ora, non ha più una proposta ufficiale, sulla legge elettorale, anche se Renzi la promette “presto”, parlando ai suoi: vuol dire che domenica, in Assemblea, la specificherà. Intanto, mentre alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, il presidente, Andrea Mazziotti di Celso, ha chiesto una settimana in più per approntare il testo base che, entro il 29 maggio, deve arrivare in aula a causa della Babele di proposte dei vari partiti, informalmente il Pd prima ha parlato ai 5Stelle proponendo loro di accordarsi su un premio alla lista per chi arriva al 37% dei voti ma, da due giorni, anche a FI e Lega (ieri il ministro Lotti ne ha parlato fitto fitto col leghista Giorgetti). In questo caso la proposta è un sistema tedesco basato sul 50% di collegi e il 50% di liste corte bloccate, con una soglia di sbarramento unica al 5% che fa già imbufalire Ap.

Sui nuovi assetti del partito, invece, i giochi sono già fatti. Innanzitutto va detto che – grazie al lavoro certosino di Lorenzo Guerini, vicesegretario uscente con Deborah Serracchiani (al loro posto ci sarà un vicesegretario unico, carica che verrà affidata al ministro Maurizio Martina) – Renzi avrà un controllo ferreo in Assemblea e in Direzione. Sui mille delegati congressuali eletti contestualmente alle tre mozioni, Renzi ne ha, in totale, 707, Orlano 212, Emiliano 88 (più tre parlamentari). Sui 700 eletti della mozione Renzi-Martina, però, ben 489 sono renziani di stretta osservanza, 92 di Area dem (la corrente del ministro Franceschini), 65 fanno capo all’area di Martina e 70 sono Giovani Turchi. Per superare la soglia magica di 501 (50,1%) serve aggiungere il gruzzolo della stragrande maggioranza che i renziani doc godono tra i cento parlamentari che, insieme ai 20 segretari regionali (tutti renziani), ai ministri, altre personalità varie, vanno a integrare i membri dell’Assemblea (totale: 1100). E così, con 510/520 delegati Renzi, al netto di Franceschini, potrà contare su una maggioranza ‘bulgara’ e assai granitica.

In ogni caso, le due mozioni alternative, quella di Orlando e di Emiliano, rifiuteranno la gestione unitaria, mentre sono più possibiliste sull’offerta – se, però, mai vi sarà – di una gestione comune degli organi di garanzia (presidente e vicepresidenti d’assemblea, presidenti organi di garanzia). Per la carica di presidente, “Matteo ci sta pensando”, dicono i suoi. Probabilmente resterà Orfini, alleato di Renzi, un’ipotesi potrebbe essere di investire Guerini, ritenuto anche dagli avversari super partes, o la Pollastrini (Orlando) oppure una personalità come Nicola Zingaretti, governatore del Lazio che si è schierato con Orlando per il congresso, ma che va predicando il ritorno all’unità del partito. La nuova segreteria, che verrà formalizzata solo dopo la Direzione di settimana prossima, sarà la sagra del renzismo. Matteo Richetti farà le veci del coordinatore e portavoce, Ricci, Carbone, Ermini e Morani resteranno al loro posto, come pure, ovviamente, il tesoriere, Francesco Bonifazi mentre Michele Anzaldi sarà responsabile Comunicazione. Figure di esperienza (Nannicini e il viceministro Bellanova) affiancheranno giovani in ascesa come Ascani (ex lettiana), Gribaudo (area Orfini) e un ex Sel area Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia in grande ascesa nell’Olimpo renziano. Ci saranno dei giovani sindaci ‘pescati’ da Renzi nei territori (Ciro Bonajuto di Ercolano, Davide Galimberti di Varese, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria) mentre al delicato e cruciale settore dell’Organizzazione andrà il giovane (classe 1976) Andrea Rossi, emiliano e uomo di fiducia del governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini, oltre che ex sindaco di Casalgrande (vicino Reggio-Emilia).

NB: L’articolo è stato pubblicato a p 8-9 del Quotidiano Nazionale del 4 maggio 2017


ettore rosato

2. Intervista al capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato sul governo Gentiloni. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gentiloni è un dirigente del Pd, e questo è il governo del Pd”, dice il capogruppo alla Camera dem, Ettore Rosato, “ma il Pd deve essere di supporto, stimolo e confronto continuo rispetto all’azione del governo”. Infatti, i ‘paletti’ che Rosato pone non sono pochi e nessuno di poco conto.

Cosa chiedete al governo Gentiloni? Un cambio di passo?

“Serve continuità con quanto fatto negli anni del governo Renzi: bisogna andare avanti sul calo della pressione fiscale e sugli investimenti per creare nuova occupazione e aiutare il sociale. Politiche che hanno portato a risultati tutti positivi per il sostegno dell’occupazione e la crescita economica. Dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Confindustria dice: ‘Nella manovrina ci sono troppe tasse’.

“La manovrina farà il suo percorso parlamentare e la esamineremo con attenzione. Ritoccare le tasse su tabacchi e giochi non è un aumento della pressione fiscale, ma solo la rimodulazione della tassazione su due settori specifici”.

Il Pd promette che nella manovra d’autunno non ci saranno nuove tasse. Ma come farete a impedire l’aumento dell’Iva?

“Sono quattro anni che non aumentiamo la pressione fiscale. Possiamo e dobbiamo continuare su questa linea. Aumentare la pressione fiscale produce più danni dei benefici che porta. Padoan sa fare il suo mestiere bene. Troveremo con lui il giusto equilibrio anche questa volta”.

E’ pensabile fare una manovra economica senza sfondare i parametri UE?

“La UE non è il nostro maestro e anche noi come Italia ne facciamo parte. Interesse comune è definire misure che applichino le regole europee con l’elasticità consentita. Questo per sostenere la ripresa economica, creare investimenti, aumentare i posti di lavoro. In ogni caso, abbiamo scritto tutto nel Def e ci atterremo a quello”.

Cosa fare su Alitalia?

“Noi siamo convinti che vada salvata dal fallimento in tutti i modi senza risorse pubbliche a fondo perduto, ma investendo tutta la forza del governo in una trattativa che consenta all’Italia di non perdere un asset industriale importante e un pezzo di economia reale del Paese”.

Dopo le primarie, le elezioni sono più lontane o più vicine?

“Non farei più calendari delle elezioni. Occupiamoci delle tante questioni di merito, a partire dalla legge elettorale”.

A proposito, si farà mai una nuova legge elettorale?

“Noi abbiamo fatto una proposta chiara, il Mattarellum. Gli altri ne hanno fatte dieci diverse. Bisogna trovare una sintesi nella consapevolezza come giustamente ha chiesto il Presidente. Ma il Pd non è autosufficiente per approvarla. Serve trovare un accordo ampio alla Camera su un testo che poi regga anche alla prova del Senato”.

I 5Stelle hanno fatto la loro proposta. Come rispondete?

“I 5Stelle sono un interlocutore poco affidabile. Ogni loro dichiarazione sul punto viene smentita sei ore dopo. In ogni caso la valuteremo, come ogni altra proposta. E faccio notare che il modo migliore per far fallire una trattativa sulla legge elettorale è quella di annunciarla sui giornali…”.

Offrirete la gestione unitaria del Pd a Orlando e Emiliano?

“Il Pd è di tutti, Renzi lo ha detto più volte. Noi vogliamo far sentire tutti a casa loro e l’offerta vale per tutti”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata su Quotidiano Nazionale il 3 maggio 2017.

Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale 

Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

Renzi chiude il Lingotto: “il Pd fa da solo” e torna la vocazione maggioritaria. Caso Lotti: “il garantismo vale per tutti”

di ETTORE MARIA COLOMBO – TORINO
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini alla Direzione del Pd

1. Renzi chiude il Lingotto: “Gli scissionisti non ci distruggeranno, altri neppure”. 
«OGGETTIVAMENTE c’è stato, nelle scorse settimane, il tentativo di distruggere il Pd, approfittando della debolezza di una leadership, la mia. Ma questa comunità non si rompe». Matteo Renzi inizia così il discorso di chiusura della tre giorni del Lingotto. Parole che riecheggiano quelle, dette giorni fa, dal presidente del Pd Matteo Orfini. Certo, Renzi assicurerà poi, nel backstage, che «ce l’avevo con gli scissionisti, non fatevi venire strani pensieri», ma molti pensano, appunto, all’azione della magistratura, ai Poteri forti già messi all’indice da Orfini, ai ‘giornaloni’ come li chiamava, con disprezzo, Bettino Craxi, ai circoli della ‘buona’ (o ‘cattiva’?) finanza e ai loro salotti. Per non dire dei gufi di Bruxelles.MA LA DENUNCIA del ‘compluttuni’ e pure la polemica sulla giustizia è solo un attimo del discorso finale di Renzi. Il «Maradona del Pd», come lo chiama il suo antico mentore Delrio, è assai soddisfatto. Evoca l’unità del partito, «una comunità solida» e, soprattutto, non si aspettava così tanta gente, almeno cinquemila persone, il calore dei militanti per un leader ‘ammaccato’ persino negli affetti più cari. E gli endorsement – di cui oggi, ha bisogno come il pane – anche ingombranti, di personalità come Fassino e Chiamparino, dei filosofi ex Pci Vacca e De Giovanni, dei molti ministri che ne hanno sposato la linea dal palco. Si va da Minniti alla Madia, dalla Fedeli alla Pinotti fino al sempiterno poco convinto Franceschini. Lo dimostra, ovviamente, la presenza – in teoria silente, in pratica eloquente – di Paolo Gentiloni. Arriva al Lingotto e subito twitta, ascolta Renzi e applaude convinto, alla fine sale pure sul palco, sorride e l’ex inquilino di casa sua (palazzo Chigi) gli dice «Benvenuto a casa tua, Paolo», intendendo per ‘casa’ il Pd.
Insomma, alla fine della tre giorni di un Lingotto ereditato da un Walter Veltroni a lungo bistrattato ma che ora tutti rimpiangono, Renzi riesce a far passare il risultato, nient’affatto scontato che la narrazione del Pd sta per passare dall’Io (il suo, ipertrofico) al Noi (il partito, la comunità, il popolo, etc). Ed è riuscito pure a far vedere che esiste una nuova generazione di dirigenti democrat che s’è messa al suo fianco (Martina, certo, il numero due, poi gli emiliani, i piemontesi, etc.), nella battaglia congressuale all’ultimo sangue che sta per aprirsi. Nel suo discorso Renzi non offre mai spunti eclatanti: attacca, senza mai nominarli, Massimo D’Alema («la Xylella dell’Ulivo che lo ha distrutto») e «l’amarcord da macchietta» degli scissionisti, quelli “pugno chiuso e bandiera rossa” (Bersani), fa la lezione sul che cosa vuol dire essere di sinistra (elogio in simultanea a Marchionne e al prete del Cottolengo, don Andrea) e definisce il Pd «una forza tranquilla» che mira al bene del Paese. La definizione, ripresa da Leon Blum, è di Mitterrand, colui che distrusse la sinistra comunista in Francia facendo vincere il Psf e rendendolo egemone.

RENZI, di alleanze, a sinistra o destra, per ora non si cura, punta a un partito ‘pigliatutto’ e dice che «la nostra prima alleanza è con i cittadini che credono in noi». E così è al vicesegretario, Lorenzo Guerini, comparso al Lingotto solo l’ultimo giorno, che tocca una frase assai tranchant che riporta i piedi di tutti per terra: «Non sappiamo con quale legge elettorale andremo a votare, ci vorrà tempo per farla, parlare di alleanze è prematuro. Noi ci vogliamo alleare con i 13 milioni di italiani che hanno votato sì al referendum». Frase che è una pietra tombale, almeno per ora, sul tema delle alleanze, quelle a sinistra.

2. GARANTISMO PER TUTTI. MA LUCA LOTTI RESTA NEL BACKSTAGE IN DISPARTE

e. m. c. – TORINO
«UN GRANDE abbraccio di solidarietà a…». Matteo Renzi, da attore consumato, sospende la frase a mezz’aria mentre sta infiammando la platea del Lingotto su un tema ormai vitale, per il Pd, la ‘giustizia giusta’ come la definirono i Radicali. Tutti si aspettavano che l’ex premier citasse due drammi interni al Pd vissuti da due campani presenti ieri al Lingotto: il giovane militante dem Tommaso Nugnes, figlio di un ex assessore della giunta Iervolino che si uccise in seguito all’eco mediatica di un’inchiesta che coinvolgeva Alfredo Romeo (poi assolto), e il deputato e dirigente dem Stefano Graziano, uscito pulito da accuse gravissime, di collusione con la camorra. Invece Renzi, tra lo stupore della sala, cita solo il sindaco di Roma, Virginia Raggi: è stata indagata – dice – e noi siamo al suo fianco, il garantismo vale per tutti». Boato. La frase a sorpresa sottende una battaglia campale.
«Il Pd – prosegue Renzi – fa alleanze su legalità e giustizia, ma la giustizia giusta c’è chi la confonde col giustizialismo. Ogni cittadino è innocente fino al terzo grado di giudizio!». Renzi quasi urla, la platea si spella le mani, il leader ripete come un mantra la parola abbraccio e il pensiero di tutti corre al caso che aleggia da settimane, sul capo del leader e di tutto il Pd. Quel caso Consip che ha visto babbo Renzi finire triturato in una bolla più mediatica che giudiziaria e l’amico fraterno, il ministro Luca Lotti, che mercoledì si dovrà difendere nell’Aula del Senato dove i pentastellati ne chiederanno le dimissioni.‘LAMPADINA’ (il soprannome di Lotti, ndr) sul palco del Lingotto non è salito per la foto opportunity finale (a onor del vero, neppure alle Leopolde lo faceva: lui è fatto così, schivo), ma alla fine del discorso di Renzi è nel retropalco, cercato da tutti. La processione di solidarietà sa di ‘bacio della pantofola’ e coinvolge parlamentari (le deputate e senatrici Ascani, Morani, De Giorgis, etc.), big di peso (il ministro Franceschini), amici di una vita, prima ancora che compagni di partito (il tesoriere dem Bonifazi).
ABBIGLIAMENTO casual, il ministro dello Sport si schernisce. Il Lingotto? «Bellissimo». Perché è venuto qui solo oggi? «Seri problemi familiari». Il discorso di autodifesa al Senato? «Lo sto preparando, certo!», frasi secche, tirate. Poi, via Twitter, ringrazia «il popolo del Lingotto» ed esce. In attesa di mercoledì.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 13 marzo 2017 a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale.

Boschi difende Lotti e si schiera con Renzi. Renzi prepara il Lingotto

1) Boschi a Porta a Porta: la mozione di sfiducia uno show grillino. Poi attacca i media.
 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
DIFENDE a spada tratta il governo e Luca Lotti – su cui pende una mozione di sfiducia che verrà discussa dal Senato il 15 marzo, ma rispetto alla quale già si sa che il ministro non rischia nulla – annunciando che Lotti si difenderà «a tono in Parlamento». Attacca i 5 Stelle e la loro mozione di sfiducia bollandola come «il solito show» e conferma la «ferma convinzione» a sostenere Renzi nel Pd.
CI VOLEVA Bruno Vespa e il suo salotto tv per restituire la favella a Maria Elena Boschi da Arezzo. L’ex ministra del governo Renzi, oggi potente sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con Gentiloni (stende lei l’ordine del giorno), ne aveva di cose da dire. Troppo lunghi i suoi silenzi: sia dentro il Pd, sia nei confronti di Renzi (mai difeso: neppure una parola, in tanti mesi, davanti a tanti e ripetuti attacchi).
BOSCHI era silente da troppo tempo e, proprio ieri, si erano diffuse voci di pesanti scontri tra lei e l’ex premier sulle scelte di Renzi, sull’atteggiamento da tenere verso il governo e, anche, sul da lui cercato voto anticipato. Oltre alle voci di altrettanti e pesanti scontri tra lei e Luca Lotti, oggi ministro allo Sport e, ieri, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Renzi. Uno scambio di ruoli che aveva dato adito a ipotesi di ogni tipo, comprese quelle di epici ‘scontri’ tra i cavalieri di una Tavola Rotonda, quella renziana, ormai semivuota.
LA BOSCHI preferisce togliersi tanti sassolini dalle scarpe, ma sono solo i suoi. Prima sulla vicenda del padre (il suo, non quello di Renzi): «Ricordo che mio padre è fuori da ogni inchiesta, assolto e prosciolto, ma sui media nulla». Sull’inchiesta Consip si limita all’estraneità dell’esecutivo: «Le indagini sul ministro Lotti per presunta rivelazione di segreto d’ufficio non sono fatti che abbiano coinvolto il governo. In qualche redazione si potrebbe verificare se è stato violato il segreto d’ufficio, ma non a Palazzo Chigi».
NON mancano, certo, le punture di spillo per gli scissionisti: «Sarebbe strano che i nostri ex compagni del Pd votassero la sfiducia a Lotti quando noi assieme a Renzi sostenemmo Errani che, da governatore, venne perfino condannato».
A Renzi, certo, conferma fiducia nella gara congressuale: «Lo sosterrò convintamente», dice, ma senza lasciarsi andare a una parola che sia una per gli altri due candidati in lizza. Né concede confidenze personali a Vespa: perde il sorriso, ma è un attimo, solo alla domanda se vuol essere mamma. «Non ho cambiato idea», è la replica di donna Boschi, che – in quanto titolare della delega alle Opportunità – ieri ha festeggiato in tv l’8 marzo.
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2) Renzi ritorna al futuro: al Lingotto la difficile ripartenza verso il congresso del Pd
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Matteo Renzi a Rimini, all’assemblea degli amministratori locali del Pd

“Matteo si è messo in ‘modalità Gentiloni’”, dicono i suoi. Il nuovo Renzi è tutto un “sopire, troncare, troncare, sopire”. Sarà il momento storico: non è dei migliori, tra inchiesta su babbo Tiziano – “che, per fortuna, si va sgonfiando”, assicurano – mozione di sfiducia all’amico-ministro-fratello Luca Lotti e una gara congressuale che è già senza esclusione di colpi. Sarà che, ieri sera, il premier in carica, Gentiloni, è stato accolto e coccolato, dall’assemblea del gruppo Pd alla Camera come Renzi, forse, non è mai stato.

Il guaio è che l’ex premier si guarda attorno e vede che qualcosa non va. Renzi, si sa, detesta Emiliano che contro di lui brandisce la spada, recluta truppe, specie al Sud e, soprattutto, deve ancora testimoniare sul caso Consip, ma teme Orlando, che invece sembra tirare di fioretto. Eppure, il ministro ieri era in una radio a cantare Zingaradi Iva Zanicchi: la strategia dello staff è di rendere “simpatico” un introverso. Si vedrà se funziona, certo è che Orlando miete consensi trasversali tra le truppe parlamentari dem: stanno con lui 80 deputati e 33 senatori contro i 58 senatori e 190 deputati di Renzi, che sono tanti, ma non tantissimi, e i sette deputati e due senatori di Emiliano, che invece sono pochi, ma fa scalpore l’arrivo del fioroniano pugliese Gero Grassi. Per Orlando c’è l’endorsment della senatrice Cirinnà, neo -eroina del movimento Lgbt per la legge delle unioni civili, sta per arrivare Sandra Zampa, vicepresidente del Pd e, soprattutto, storica portavoce di Romano Prodi (che, per ora, non dice né se né chi voterà alle primarie dem), oltre a quelli delle residue truppe lettiane e, forse, e pure presto, dello stesso Enrico Letta.

Ecco perché Renzi si è messo, testa bassa e pedalare, a organizzare al meglio la tre giorni del Lingotto, il lancio della sua candidatura a un congresso dove si gioca tutto. L’ex premier sostiene che “non sarà una Leopolda, non vi aspettate lo stesso stile scanzonato e gioioso”, assicurando che comunque la kermesse fiorentina tornerà “in autunno”. Eppure, ci rassomiglia molto. Ci si accredita, per dire, non sul sito ufficiale del Pd, ma sul sito www.matteorenzi.it , ci saranno gli ospiti eccellenti (Padoan, Bonino e altri). Ci saranno i tavoli tematici, spalmati su tre giorni: da venerdì, quando Renzi aprirà i lavori nel tardo pomeriggio, fino a domenica, quando sempre Renzi – che lancerà il ticket con il ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina – li chiuderà. “E’ un momento di riflessione, approfondimento, dialogo”, spiega, dove “ce le diremo tutte: cosa abbiamo fatto, cosa dovevamo fare meglio, cosa potremo fare. Non dico che vi annoieremo” – dice – “dal primo all’ultimo minuto, ma è giusto sottolinearne il carattere programmatico”. “Renzi che ‘minaccia’ di annoiare? Non è più lui”, dicono i suoi avversari, sempre più maligni.

NB: I due articoli sono usciti l’8 marzo 2017 a pagina 12 e 13 del Quotidiano nazionale.

Orlando sfida Renzi: “Mi candido”. Lo scontro sulla data finale delle primarie: 9 o 23 aprile?

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri (Ansa)

Ettore Maria Colombo
ROMA
QUANDO si terranno le primarie aperte del Pd, cioè la fine del percorso congressuale che inizierà con i congressi nei circoli, passerà per la Convenzione nazionale e si chiuderà con la classica ‘gazebata’, quella in cui votano iscritti ed elettori? Il 9 aprile, come vuole Matteo Renzi? Il 7 maggio, come chiede con forza Emiliano che, altrimenti, minaccia di ritirare la propria candidatura? O passerà la mediazione degli uomini di Orlando («si voti il 23 aprile perché serve tempo»)? «Sennò – dice Orlando – non è più un voto, diventa un televoto».

ORLANDO, appunto, è ‘sceso in campo’. «Vi stupite – dice con un sorriso il ministro a un grappolo di giornalisti che lo circondano dentro una ex storica sezione del Pci, quella di Porto Fluviale (“Ce la semo ricomprata pe’ tre volte pecché pe’ tre volte se l’erano venduta, sti’ magnaccia“, dicono – arrabbiatissimi – i militanti del circolo Marconi) – perché presento la mia candidatura in un circolo? E dove avrei dovuto farla, in un posto esotico tipo Bali o l’Himalaya?!». L’ultimo campione di una lunga storia, quella del Pci-Pds-Ds, annuncia la sua discesa in campo prima a Ostia, luogo pasoliniano, poi nel circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia della Capitale ma abbastanza cool, ormai. Il posto è molto piccolo, la gente straripa fuori, ma per fortuna c’è pure una piccola terrazza. L’atmosfera è da ritrovo di ex compagni che tornano, finalmente, a dirsi tali. Orlando, però, non è uno sprovveduto. E così, tra la folla di militanti de core, spiccano tanti parlamentari dem usi all’antica fatica di prendere voti nei (loro) territori. Ecco dunque, spuntare gli uomini di Zingaretti (ieri il governatore del Lazio ha detto che lo appoggerà), quelli dell’ex re del Pd di Roma, Bettini (altro endorsement), come Michele Meta, deputati e senatori piemontesi, lombardi, toscani, ma anche pugliesi, sardi e campani. Intanto ‘il compagno Sposetti’ si gode, da lontano, le gesta di un pupillo, il suo, che gode pure del favore del leader degli ex miglioristi (Napolitano) e dell’ex presidente della Camera Luciano Violante. Morale: il ‘paladino Orlando’, nato peso piuma, è salito sul ring «contro la politica della prepotenza», come ha scandito ieri in mattinata, e non vuole fare da sparring partner.

LO DIMOSTRA anche il braccio di ferro andato in scena ieri in seno alla commissione congresso che ha fatto perdere le staffe al suo presidente, il vicesegretario Lorenzo Guerini, che parla di «ricostruzioni prive di fondamento, lasciateci lavorare in pace».
Infatti, a metà pomeriggio, si diffonde la notizia che «tutto è stato già deciso, le primarie aperte si terranno il 9 aprile». Notizia che fa sobbalzare sulla sedia sia gli uomini di Emiliano in Parlamento – i due dioscuri pugliesi Boccia e Ginefra – che quelli di Orlando. I colonnelli, nonostante le frecciate che si tirano i loro campioni nelle interviste televisive, rinfacciandosi antichi appoggi verso ‘il Nemico’ comune (Renzi, appunto: “Tu non ti sei mai distinto da lui, ed eri un suo ministro”, gli rinfaccia Emiliano: “E tu lo hai appoggiato alle primarie del 2013, quando io stavo con Cuperlo”, gli ribatte Orlando), decidono perciò una Santa Alleanza contro Renzi, almeno sul campo che deve definire il terreno di gioco, le regole. In ballo c’è la fine dei lavori della commissione e la Direzione che, oggi, li validerà. I seguaci di Emiliano sono i più scatenati, ovviamente. Dice Boccia: «Se insistono sulla data del 9 aprile, salta tutto, ma ho fiducia che i renziani ‘timidi’ (l’appello è a Franceschini, ndr) sapranno ragionare con la loro testa e non impiccarsi a Renzi». Gli orlandiani sono appena più soft, ma il concetto è identico. Dice l’orlandiano Bordo: «Il 9 aprile è una data incompatibile con le regole, se vanno andare avanti gli votiamo contro e vediamo».

IN SERATA si diffonde una voce preoccupante: se la commissione, a maggioranza (renziana, ovviamente: su 20 componenti, 15 li teleguida Guerini), insisterà sul 9 aprile, Emiliano – che ieri sera, ospite da Mentana su La 7, ha detto che «Renzi vuol far saltare i referendum sui voucher e andare a elezioni anticipate» – potrebbe compiere l’ennesimo giro di valzer e ritirarsi dalla corsa per ‘impraticabilità di campo’. Resterebbe una sfida a due: quella tra il campione del partito della Nazione (Renzi, stile Macron) e il paladino del ‘partito che fu’ (Orlando, stile Hamon). Si vedrà. La mediazione, dice Guerini a un amico, «è una data intermedia per tutti, il 23 aprile». Due giorni dopo e ricorre il 25 aprile, Festa della Liberazione. Anche dal Pd di Renzi? Chi può dirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 24 febbraio 2017.