“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

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I ‘minorati’ (così i renziani chiamano, simpaticamente, la minoranza Pd, ndr.) vogliono rifare sulla scuola lo stesso giochetto fatto sull’Italicum?! Se lo scordano, questa volta li asfaltiamo”. I pochi renziani avvistati ieri alla Camera dei Deputati mettono in atto l’antico adagio borbonico del ‘facite ‘a facce feroce’. A Napoli, in realtà, vuol dire ‘facite ammuina’, cioè fate solo un po’ casino e poi si vede che succede. A Roma, invece, per i renziani, il significato è letterale: ‘fate i cattivi’.

Del resto, dal premier-segretario, è partito questo sms come ordine di scuderia: “Fate ‘i cattivi’!”. Altro che ‘tregua’, ‘armistizio’, ‘pace’ con la minoranza. I renziani vogliono andare ‘dritto per dritto’ su tutto, ddl scuola in testa.

Certo è che al Senato – dove il ddl presentato dal ministro Stefania Giannini, relatori di maggioranza, freschi di nomina, Francesca Puglisi (Pd, responsabile nazionale scuola dei dem, franceschiniana) e Franco Conte (Ap, un Carneade qualsiasi), è all’esame della commissione Cultura – si apra l’ennesimo Vietnam tra Yankees (renziani) e vietcong (la minoranza) non se lo aspettava nessuno, in questi ultimi giorni. Ma tant’è. Renzi sente il fiato sul collo di una minoranza che, dalle Regionali in poi, chiede, più che una “correzione di rotta”, una “svolta”. E Renzi, quando si sente pressato, reagisce da par suo: contropiede, e via, verso il goal.

Ieri, in particolare, mentre il premier era impegnato con i Grandi della Terra, una dichiarazione di Alfredo D’Attorre (bersaniano vicino alla scissione), rilasciata in diretta tv a Skytg24, lo ha mandato su tutte le furie: “Vedremo se, sulla riforma della scuola, Renzi cambia rotta, e allora vuol dire che ha compreso, o se insegue la destra come elettorato e come accordo politico”. Ecco, far parlare D’Attorre, per Renzi e i suoi (Giachetti, Lotti, etc.) è come sventolare un drappo rosso al toro: va in bestia, e anche subito.

Peraltro, proprio l’accusa di D’Attorre corrisponde alla ‘trama’ che i renziani, a palazzo Madama, stanno tessendo: agganciare gli azzurri – sia i verdiniani, a un passo dal formare un gruppo autonomo, al Senato, sia una trentina/quarantina di azzurri di vario titolo e genere che temono come le sette piaghe d’Egitto la sola idea che la legislatura possa essere sciolta – e concordare con loro, oltre che con i centristi, le modifiche al ddl scuola.

Non certo con i duri e puri della minoranza dem, pero’, che al Senato sono una ventina, molti dei quali del tutto irriducibili, e alcuni di loro, come Tocci e Mineo, proprio in commissione Cultura siedono.

In realtà’, si tratta di una finta apertura, da parte del premier. Per dire: il ‘potere’ del preside-manager non si tocca, i soldi alle scuole paritarie saranno confermati, i genitori non valuteranno anche loro i docenti e, soprattutto, di fare lo stralcio di (altre) assunzioni non se ne parla neppure. I propositi di Renzi e dei renziani sono troppo bellicosi? Si vedrà, e presto, anche.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato a pagina tre del Quotodiano Nazionale il 9 giugno 2015.

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