Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.

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Renzi difende Gentiloni e gode in silenzio delle disgrazie altrui. Ancora ipotesi sulla legge elettorale

 

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA 

C’è chi sostiene – e ce ne sono – che anche il leader del Pd sarebbe tentato dall’idea di mettere la fiducia sul testo della nuova legge elettorale, come ieri è trapelato nei corridoi di Montecitorio, anche perché Forza Italia avrebbe esplicitamente chiesto ‘un aiutino’ al Pd e al governo per uscire dalle secche dei 90 voti segreti quando il Rosatellum arriverà in Aula. Matteo Renzi stoppa ogni illazione: “Di legge elettorale si occupa il compagno Rosato”, taglia corto. Che poi, Ettore Rosato, altri non è che il padre di quel Rosatellum che per ora cammina lento: procede, dentro la commissione Affari costituzionali, al ritmo di quattro emendamenti votati al giorno.

Rosato è anche il capogruppo alla Camera del Pd e ieri sera ha illustrato al suo gruppo, i trecento deputati democrat che rischiano assai in fatto di rielezione (al Nazareno contano come ‘sicuri’ soltanto 175 seggi, sulla parte proporzionale, al netto delle gare nei 231 collegi uninominali) e che, per questo, mugugnano assai. Rosato, ieri, si è limitato a dire un secco ‘no’ al voto disgiunto, richiesta che era stata avanzata da Gianni Cuperlo, e poco altro. Nulla, per dire, sulla fiducia, ma l’idea continua ad aleggiare. Il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, ne nega l’ipotesi (“Non ne so niente e se non ne so niente io…), ma alcuni democrat che la sanno lunga spiegano che “la vita è stretta ma c’è: far saltare tutti i 90 voti segreti con un voto solo, la fiducia, e giocarci tutto sul voto finale, dove i voti di FI e Lega ci saranno”. Anche se, per paradosso, sul provvedimento finale (e non sulla fiducia, dove il voto è palese) si può chiedere il voto segreto: i rischi ci sarebbero.

Si dice anche che un voto di fiducia sulla legge elettorale, per quanto sia poco ortodosso (ma Renzi, sull’Italicum, la mise), non dispiacerebbe al Colle. Ieri Luigi Di Maio è salito al Quirinale per presentarsi come candidato dell’M5S e parlare dell’argoment legge elettorale protestando per quella che è in discussione (il Rosatellum, appunto), ma senza che il Colle abbia voluto esprimersi in materia, ma dove non si vede l’ora che una nuova legge elettorale venga varata. Una decisione del genere, in ogni caso, spetta a Gentiloni e, se mai la fiducia verrà messa, si saprà solo quando la legge arriverà in Aula, cioè a partire da martedi prossimo 10 ottobre.

Renzi, per ora, si occupa d’altro: sostenere lealmente il governo Gentiloni e lisciarsi i baffi per le disgrazie in casa altrui, cioè quelle di casa Mdp (“«Il loro vero obiettivo – dice ai suoi – è quello di farci del male. Ma alla fine si sono divisi tra di loro”). A temperarlo nelle uscite c’è Matteo Richetti, portavoce della segreteria del Pd che coordina tutti gli interventi comunicativi del Nazareno e che ieri ha inviato un consiglio spassionato al leader dem, come racconta un deputato che ha saputo del dialogo tra ‘i due Mattei’: “Calma, e gesso Matteo, sei in fase zen. Se parli, ignorali. Tanto, quelli si fanno male da soli e a noi può venire solo del bene a dividere il loro fronte. Con alcuni di loro possiamo interloquire e non penso solo a Pisapia, ma anche a Civati o personalità di area Sel come Giulio Marcon, sindaci, associazioni…”. E, infatti, ieri sera, quando Matteo Renzi decide di intervenire pubblicamente si limita a enucleare pochi, chiari, concetti. Uno, “il governo e la maggioranza sono solidi e ampli, i voti di Mdp hanno dimostrato che i loro voti erano del tutto irrilevanti”. Due, “Io divisivo? – risponde a Pisapia – Dovrei fare passi di lato? Io sono stato scelto da due milioni di italiani che sono andati a votare alle primarie”.

Ma ai piani alti del Nazareno in molti brindano per le divisioni in casa altrui. “Che goduria guardarli mentre si menano tra di loro!” oppure “D’Alema se non esistesse dovremmo inventarcelo noi!” come si gonfia di gioia il petto Rosato mentre Giachetti twitta che “Mdp ha dimostrato tutta la sua irrilevanza politica”. Invece, per dirla in modo diplomatico, alla Lorenzo Guerini, coordinatore nazionale della segreteria, “torna a galla sempre lo stesso nodo, il rapporto con il Pd ed è un nodo ineludibile”. E non è certo un caso che, ieri, in Transatlantico, Bruno Tabacci, uomo di Pisapia, spiegava a un interessato ministro Franceschini, uno di quelli che il centrosinistra lo vuole largo, che “ormai abbiamo davanti a noi una sola strada, l’alleanza col Pd”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 5 ottobre 2017

 

Il Rosatellum, per ora, va (in commissione), ma i rischi in vista dell’Aula restano. Tira aria di fiducia ‘tecnica’ sulla legge elettorale

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Chi ama il parlamentarismo e lo vuole difendere”, s’inalbera il deputato di Mdp Alfredo d’Attorre quando gli chiedono di tagliare corto il suo intervento (e non è il primo) che va avanti da oltre mezz’ora, “capisce che questo non è il momento della sintesi!”. Paradosso vuole, però, che sia solo il prode soldato D’Attorre (ieri lasciato, in diretta radio e social, dalla bella fidanzata, Sara Manfuso, ahi lui, che pare aspiri a un seggio ma nel Pd, ari-hai lui) a fare un tosto e plateale ostruzionismo alla nuova legge elettorale, il Rosatellum bis, che si va materializzando a colpi di (pochi, per ora) voti nella commissione Affari costituzionali della Camera. Infatti, i 5Stelle, che urlano ogni giorno contro l’Anti5Stellum, o Imbrogliellum, non lo fanno (contrari pure Fd’I e SI): si limitano a farsi bocciare il sistema tedesco che morì a giugno e a proporre alcuni emendamenti “qualificanti”. Mdp, invece, ha dichiarato guerra ad alzo zero, e non solo al Pd. Infatti, sempre D’Attorre tuona: “Si è formata una maggioranza alternativa che spacca quella di governo per colpire e isolare Mdp”. I demoprogressisti hanno perciò adottato la tattica del vietcong nelle paludi del Mekong: rallenta l’avanzata dell’esercito nemico se non si riesci a sconfiggerlo. Ergo, su 300 emendamenti presentati in commissione, ieri ne sono stati votati soltanto tre.

Si tratta delle preferenze e della riproposizione di modelli discussi in passato (Mattarellum e sistema tedesco): tutti, ovviamente, bocciati, anche perché in commissione si vota a scrutinio palese. Poi ci sono gli emendamenti ‘accantonati’ dal relatore (Emanuele Fiano, Pd) che sono molti e assai qualificanti: il voto disgiunto tra collegi uninominali e parte proporzionale, il numero delle pluri-candidature, la proporzione delle norme di genere, la raccolta delle firme, il numero dei collegi, le soglie di sbarramento. Su quest’ultimo punto è ancora aperta la trattativa: “Nel testo base – spiega Fiano – i voti ai partiti sotto l’1% vanno persi, sono cioè inutilizzabili anche dagli altri partiti con cui si è in coalizione per evitare la proliferazione delle liste civetta. Le liste più grandi si ripartiscono invece i voti dei partiti che prendono tra l’1% e il 3%, soglia di sbarramento nazionale valida per tutti i partiti alla Camera come al Senato, ma solo se la coalizione di cui fanno parte ha superato il 10%. In questo caso, però, non si tratta di liste civetta ma di signor partiti, quelli sopra l’1%”. Ma Forza Italia chiede di conteggiare anche i partiti sotto l’1% per ingrossare la sua coalizione con liste un po’ farlocche e un po’ no di sostegno come il partito degli animalisti della Brambilla, la Dc di Rotondi, il partito della Bellezza di Sgarbi, i liberali, i repubblicani, Scelta civica di Zanetti, etc. mentre Ap chiede di abbassare la soglia del 3%, anche se solo al Senato, e di conteggiarla solo lì su base regionale.

Eppure, anche se lento pede, il Rosatellum bis avanza, per ora, sostenuto dalla sua maggioranza ‘quadripartita’ (Pd-Fi-Lega-Ap): entro venerdì la commissione dovrebbe licenziare il testo base, anche se a tappe forzate (giovedì l’Aula sospenderà i lavori per permettere alla commissione di lavorare tutto il giorno) e dare mandato al relatore Fiano per mandarlo in Aula il 10 ottobre (tempi previsti di chiusura il 14 ottobre, dopo passerà al Senato) mentre venerdì 6 è convocata la Direzione dem per discuterne. Il deputato dem Parrini ritiene che “il consenso che si è formato è più largo nel Pd e negli altri partiti di quello che c’era, a giugno, sul sistema tedesco”. Sarà, si vedrà. Stasera, alla riunione del gruppo dem ci sarà maretta: la minoranza interna di Orlando e Cuperlo cercherà di piantare alcune bandierine (il voto disgiunto) e altri malumori non mancheranno, causa i fan delle preferenze. Infine, che ci saranno, in Aula, dove il voto segreto è ammesso, molti franchi tiratori lo sanno tutti. Nel Pd, su 90 voti segreti, ne contano già “almeno un centinaio”: potrebbero affossare la legge. Marco Meloni, deputato vicino a Enrico Letta, lo annuncia chiaro: “In Aula voterò, a scrutinio segreto o palese, tutti gli emendamenti che rimettono le preferenze”. Quanti altri lo faranno senza dirlo? Forse anche per questo aleggia, nel Pd, una tentazione: chiedere al governo di mettere la fiducia, sulla nuova legge elettorale, e blindare il provvedimento mettendolo al riparo dai voti segreti. Ma anche questo strumento ha diverse controindicazioni: comunque darebbe adito a molte polemiche politiche; coinvolgerebbe in prima persona il premier Gentiloni che non sarebbe più un osservatore né un attore ‘terzo’ davanti alla questione legge elettorale da cui si è, invece, non a caso tenuto sempre alla larga (Mdp, ostile alla riforma, è in maggioranza e così gruppi minori); sul voto finale, anche con la fiducia, ci sarebbe comunque il voto segreto e così rischierebbe non solo il Pd, ma anche il governo. Infine, FI e Lega dovrebbero dare una fiducia ‘tecnica’ a un provvedimento che diventerebbe altamente politico, subendo critiche al loro interno. Ma del resto, se non lo facessero il patto a quattro stipulato da questi due partiti di opposizione con Pd e Ap salterebbe del tutto e la legge elettorale non sarebbe più condivisa da un arco di forze politiche che supera i confini della maggioranza, il che di certo non piacerebbe al Capo dello Stato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale  

C’è il patto sulla legge elettorale, ma ci sono anche i franchi tiratori già pronti

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Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se son rose fioriranno – spiega Matteo Renzi ai suoi – altrimenti pazienza, vuol dire che andremo al voto con i due Consultellum”. Che succede? Che fatta (o, meglio, presentata) la nuova legge elettorale, ecco trovato (o, meglio, pronto) il franco tiratore per affossarla. Nel Pd non lo dicono apertamente, ma hanno già paura dell’ultima proposta di legge elettorale partorita in casa propria, il Rosatellum bis. La legge presentata da Fiano in Prima commissione prevede poco più di un terzo (36%) dei deputati e senatori eletti in collegi uninominali maggioritari (231 alla Camera, 102 al Senato) dove sono ammesse le coalizioni, ma solo nazionali, e due terzi (64%) di eletti in collegi plurinominali (386 alla Camera e 206 al Senato). Qui si presentano i partiti che eleggono, con metodo proporzionale, i loro candidati in liste corte bloccate (da due a quattro i nomi). Due le soglie di sbarramento: il 3% per le liste singole, il 10% per le coalizioni di partiti.

(per un analsisi dettagliata della proposta di legge si rimanda agli articoli precedenti pubblicati su questo blog NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere )

Il nuovo sistema elettorale ha, sulla carta, tanti voti, alla Camera: 458, sommando la consistenza dei partiti principali che l’appoggiano (Pd, FI, Lega, Ap) e dei gruppi parlamentari minori (Ala-Sc, Popolari, Civici-Innovatori, Fitto, Psi, Svp, Misto) contro gli appena 160 voti dei gruppi che lo osteggiano (M5S, Mdp, SI, Fd’I) e lo hanno già bollato come ‘Imbrogliellum’ o ‘Inciucellum’. La discussione in commissione Affari costituzionali si aprirà e chiuderà in pochi giorni, tra il 27 e il 29 settembre e, dal 4 ottobre, sarà possibile l’approdo in Aula con l’obiettivo di chiudere il voto finale per il 15 ottobre, naturalmente alla Camera perchè poi dovrà passare, in seconda lettura, al Senato.

Ma non a caso i l capogruppo dem Rosato chiede di “fare in fretta” e ai gruppi politici che sostengono la legge di non presentare emendamenti per blindarla. Infatti, ieri, in Transatlantico, hanno iniziato a girare strane voci. “Cinque Stelle e Mdp presenteranno uno o più emendamenti per abolire i listini bloccati – spiegava un alto dirigente democrat – e introdurre le preferenze che, a scrutinio segreto, possono passare (alla Camera è ammesso il voto segreto sulla legge elettorale mentre al Senato no). A quel punto Berlusconi, ma anche Renzi, che vogliono far vedere entrambi a Mattarella che ‘ci hanno provato’, a fare la legge, diranno game over”. Al centro dei possibili smottamenti c’è, come al solito, il Pd, ma servono almeno cento deputati dem (e diversi azzurri malpancisti) in funzione di franchi tiratori, grazie al voto segreto, per riuscirci.

Un democrat di estrazione popolare, sotto garanzia di anonimato, è pronto: “Saremo il 40% del gruppo, almeno cento deputati. Con le preferenze ce la possiamo ancora giocare, tra Camera e Senato, ma i collegi ci sfavoriscono perché non abbiamo una coalizione da presentare e nei listini bloccati, che tanto li decide tutti Renzi, passeranno solo i primi. Siamo pronti a morire, ma combattendo”. E se questi sono gli umori dei democrat del Centro-Sud, anche al Nord i mal di pancia sono tanti: “In Lombardia e Veneto per il Pd sarà un ecatombe. Non abbiamo la coalizione, ci batte pure M5S”. Ma senza un consistente aiuto degli azzurri, in sofferenza specie nel Centro-Sud, non ce la farebbero.

Invece, il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, ottimista, dice a un amico: “L’intesa è chiusa, è buona, noi faremo la coalizione con i centristi (un asse che va da Alfano a De Mita e Casini e potrebbe avere come front runner il ministro Calenda, ndr) e con sindaci, movimenti civici e di sinistra, sperando ci stia anche Pisapia. Possiamo arrivare a guadagnare, solo nei collegi, 40-50 deputati in più come coalizione. In ogni caso, ci giocheremo davvero la partita cercando di portare in porto questa legge”. Intanto, la sinistra interna di Orlando-Cuperlo è soddisfatta dell’apertura alle coalizioni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 22 settembre 2017

Pisapia frena lo strappo col governo e mantiene le distanze da D’Alema. Ieri girandola di incontri romani del leader

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo ROMA

UNA PRIMA vittoria, forse solo apparente. Giuliano Pisapia, ieri era a Roma per una girandola di incontri politici: di mattina Civati, poi Speranza, D’Alema, Bersani, nel pomeriggio Cuperlo e i parlamentari dell’area di Orlando. Il punto a suo favore è la nascita di un coordinamento politico (tra una settimana, formalmente) delle varie forze che a lui si rifanno e di cui sarà il presidente de facto. Ne faranno parte tutti i fondatori di Insieme, ma a pari grado: Campo Progressista con Furfaro, Mdp con Speranza, i centristi con Tabacci, i civici e ambientalisti con Bonelli. Mdp, che si sente ‘l’infrastruttura portante’ dell’operazione e smentisce i nomi che girano, varrà solo per uno. Poi ci sarà un Comitato dei garanti, il cui presidente sarà il costituzionalista Onida, che dovrà scrivere le regole e, ovviamente, una Carta programmatica che scriverà Pisapia.

«Stiamo rifacendo l’Ulivo», dice soddisfatto un fedelissimo dell’ex sindaco di Milano sicuro che il Professore bolognese benedirà, sia pure da lontano, e presto, l’operazione. E Pisapia, proprio come fu con l’Ulivo, vuole mettere paletti rigidi a sinistra e ‘aprire’ a destra: il no a Sinistra italiana di Fratoianni e ai ‘civici’ di sinistra Falcone e Montanari (solo Civati è ok) fa il paio, nei suoi progetti, con il dialogo con i centristi come con il Pd. Da un lato, una decina di deputati oggi nel gruppo Democrazia solidale (Capelli, Piepoli, l’ex ministro Catania) andrebbero a irrobustire l’ala centrista di Insieme, già presidiata da Tabacci, Sanza e altri ex dc, per gruppi parlamentari unici che nasceranno, però, più avanti. D’altro canto, Pisapia ieri ha visto sia Gianni Cuperlo che una trentina di parlamentari dell’area Orlando: l’idea è di un campo largo del centrosinistra, di taglio anti-renziano, ma senza stimolare alcuna altra scissione dal Pd, anzi utile a rafforzare il baricentro di centrosinistra e non estremista del progetto di Pisapia. Anche per questo motivo Guerini e Rosato non hanno fatto nulla per ostacolare quei colloqui. L’idea del ‘doppio tesseramento’, però, lanciato da Pisapia e dagli orlandiani (a Insieme e al Pd) non potrà certo essere accolta con favore al Nazareno.

Apertissimi, invece, due punti di frizione tra Pisapia e Mdp. Il rapporto con il governo è il principale: per Pisapia bisogna intavolare un dialogo serrato con l’esecutivo, ma «senza strappi o accelerazioni» sulla legge di bilancio. In Mdp, l’ala dura bersaniana e dalemiana vuole rompere su quella, lanciando un netto segnale di disimpegno e distanza. Al di là delle smentite ufficiali di Mdp, la differenza resta. Inoltre, come si sa, Mdp non ha alcuna intenzione di sciogliersi in un ‘contenitore unico’ e vorrebbe aprire il listone delle prossime elezioni a tutti i partiti della sinistra.

INFINE, c’è il tema delle candidature. Pisapia e D’Alema, che si sono visti per un breve saluto, definito da entrambi «ottimo», restano su posizioni opposte. D’Alema si vuole candidare, Pisapia – che anche ieri ha ribadito che lui non si candiderà alle prossime elezioni – crede nel criterio della ‘rotazione’. Il suo colonnello Massimiliano Smeriglio dice, diplomatico, che «il rinnovamento serve a favorire il ricambio di personalità importanti quanto ingombranti», ma Gad Lerner, consulente dell’ex sindaco e ieri alla Camera, ci va giù molto duro: «Ogni volta che D’Alema dice ‘Giuliano è il mio leader’ io e chi sta con lui ci tocchiamo i cosiddetti».

Nb: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 20 luglio 2017

Pd, separati anche in casa. Duello anche in casa. Scontro tra idee opposte di partito in una Direzione senza streaming

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, l’unica nota paradossalmente stonata è quel voto finale: relazione del segretario approvata all’unanimità da tutte le componenti di maggioranza, area Franceschini (e ministro stesso) in testa. Minoranze (una facente capo al ministro Orlando e una al governatore Emiliano) che escono dalla sala. Per il resto, nonostante i toni non siano pesanti o sgradevoli (ma puntuti sì), alla prima riunione senza streaming della Direzione dem sono andate in scena due o forse più idee dello stesso partito. Quello di Matteo Renzi e dei suoi da un lato, quello di Franceschini (e Orlando) dall’altro. Due visioni che stanno diventando sempre più distanti e inconciliabili tra di loro. Renzi, che appare tonico, vorrebbe parlare di tutto tranne che di problemi interni ai dem. Se fosse premier, o se lo tornasse, due idee che mette sul piatto sarebbero succose: veto sul Fiscal compact nei Trattati Ue e chiudere il rubinetto dei soldi nel bilancio 2018 ai Paesi che chiudono i porti ai migranti.

Ma sa che i suoi oppositori interni ed esterni al partito lo trascineranno per i capelli in discussioni ‘politiciste’ e allora prova a prevenirli: «Si vota nel 2018, la campagna elettorale durerà dieci mesi e il Pd dovrà farla sui contenuti. Io girerò il Paese, non vedo l’ora di iniziare, ma voi dovete essere classe dirigenti, dovete fare gioco di squadra e imparare a passare la palla». Poi inizia a lanciare stoccate ai critici interni (Franceschini e Orlando): «Non passerò i prossimi mesi a parlare di alleanze o di coalizioni, ma di programmi concreti. Non sono interessato né alla mia né alla vostra carriera, ma a portare il Pd in alto. Utilizziamo il Pd come una finestra, non come uno specchio per riflettere noi stessi. Io rispondo ai due milioni di elettori che hanno votato alle primarie, non agli accordi tra capicorrente». Dopo, ai suoi, dirà: “Dove vuole andare Franceschini che ha già cercato di pugnalarmi? Quale il suo vero scopo? Io voglio fare il Pd, con la sua vocazione maggioritaria, se altri pensano che non ne valga la pena, che è meglio andare dietro a Pisapia, affari loro. Ma anche se gli stessi vogliono essere rieletti affari loro…”.

Parole che non sono certo destinate a mettere pace. Franceschini prende la parola quasi subito dopo, riceve per di più molti applausi, tiene il punto in modo insolito.Il suo è un vero controcanto: «Non metto in discussione il segretario, ma c’è una comunità che ti ha scelto e che non ha rinunciato al pensiero e alla parola. Il tema delle alleanze c’è e va posto, io sono tra i 350 residuati bellici che ne vogliono parlare. Da soli si perde. Non vuol dire premio di coalizione nella legge elettorale, ma la Dc – ammonisce – aiutava gli alleati a entrare in Parlamento perché servivano per formare un governo». Poi, la contro-stoccata: «Il segretario ascolti chi la pensa in modo diverso senza pensare a complotti». E ai suoi il ministro dice: “Abbiamo idee diverse, ma io non mi fermo, vado avanti”. Anche se, per ora, almeno nel voto finale, l’asse tra Franceschini e Orlando ancora non si forma.

PARLA il ministro Orlando, con toni ovviamente critici, ma paradossalmente meno duri e più ovvi: «Riconosciamo il risultato del congresso e il principio di maggioranza, ma vorrei discussioni vere. Il Pd deve tenere unito il campo del centrosinistra e aiutare Pisapia. Nessuno vuol tornare all’Unione, ma Pisapia non è Ferrero».

Gli altri interventi scivolano via veloci, Orfini punzecchia a sua volta il ministro alla Cultura, arriva la replica di Renzi. Sembra che parli a Orlando, ma vuol picchiare su Franceschini: «Non potete chiedere a chi ha vinto di rinunciare alle sue idee. L’attacco al Pd è in corso perché è la diga contro i populismi. Orlando vuole aiutare Pisapia, io voglio aiutare il Pd. Chi parla di coalizioni fa un regalo al centrodestra». Poi altre sciabolate contro Franceschini. La prima è aperta («Dario vuole discutere nelle sedi di partito, ma Repubblica non lo è…»), la seconda lascia presagire nuove tempeste all’orizzonte. Consiste in una citazione di una canzone di Guccini («Ognuno vada dove vuole andare, ma non venite a dire a me cos’è la libertà») che s’intitola Quattro stracci e sembra dire: la porta è quella. Esistono due Pd, ormai, e vivono da separati in casa. Il primo, per ora, ha un leader e i numeri (nel partito) per prevalere. Il secondo, però, non è da sottovalutare: per ora si limita a scalpitare, ma al prossimo rovescio elettorale (dopo le prossime elezioni regionali in Sicilia a novembre?) cercherà la prova di forza per disarcionare Renzi.

Nb: Questo articolo è stato pubblicato il 7 luglio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

Un colpo al cerchio, uno alla botte: Renzi e Berlusconi dialogano sulla legge elettorale, Mdp non dialoga con il Pd

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

  1. Berlusconi apre a Renzi su legge elettorale e data del  voto. Il governo balla. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Voucher nella manovrina, con Mdp pronta a dire no e a negare la fiducia al governo se resteranno, anche se limitati nell’uso, i voucher, che dice a Gentiloni “cambia o muori”. Legge elettorale in alto mare, è vero, ma che spaventa e molto Silvio Berlusconi. Al punto da fargli prendere in considerazione l’ipotesi, che Renzi coltiva ancora, di andare a urne anticipate a settembre – o, al massimo, in ottobre – pur di votare “con quello che c’è” (un proporzionale puro) o un “proporzionale alla tedesca” ma ‘vero’ e non con “un sistema che ci ammazza, il Rosatellum”, come lamentano i suoi e come ha capito anche lui stesso. L’Ncd di Alfano che perde pezzi di potere (le dimissioni della sottosegretaria  Vicari) e uomini, che tornano lesti nelle braccia di FI al Senato.  Un quadro politico tornato in grande movimento, aria di elezioni. Gentiloni molto preoccupato e Mattarella pure.

Tira una brutta aria per il governo Gentiloni. Gli scricchiolii sono diversi e, a metterli insieme, lasciano qualche dubbio che la legislatura finirà in modo naturale, a maggio 2018 (le legislature si contano da insediamento a scioglimento e questa in corso è iniziata a marzo 2013). A palazzo Chigi si segue, con particolare apprensione, la dura presa di posizione di Mdp-Articolo 1 (da Speranza in giù) sul tema dei voucher che stanno dentro la manovrina e che il governo vorrebbe confermare, pur limitandone  l’uso mentre la Cgil ne chiede l’integrale abrogazione. L’esame inizierà, alla Camera, il 29 maggio per concludersi entro il 3 giugno. Roberto Speranza (Mdp) è stato netto, duro: “Di continuità su politiche sbagliate si muore. Gentiloni si svegli. Se i voucher restano votiamo contro la manovrina”. Il problema di numeri, alla Camera, non c’è, ovviamente, ma una volta al Senato cosa succederebbe? Affossare la manovrina sarebbe un atto politicamente dirompente e porterebbe dritti dritti alla crisi di governo. Ma anche se arrivasse  a sostegno del governo il supporto di altri gruppi (Verdini) le opposizioni chiederebbero che, in ogni caso, Gentiloni salga al Colle perché la maggioranza è cambiata.

In sovrannumero, ci sono ben due ddl che i renziani vogliono affossare. Quello sulla concorrenza, targato Calenda, ministro assai inviso a Rennzi, è fermo al Senato e i pasdaran del leader dem lì vogliono tenerlo. Quello che riforma il processo penale (con dentro la riforma della prescrizione e la delega sulle intercettazioni) aspetta l’ultimo passaggio alla Camera, ma Renzi nega, al ministro Orlando, l’uso della questione di fiducia. Potrebbe (basta un emendamento) tornare al Senato e mai vedere la luce.

Infine, c’è il ragionamento politico che sta maturando nella mente del Cavaliere. Diversi ambasciatori – tra cui, pare, lo stesso Verdini – gli hanno dimostrato, tabelle alla mano, che l’adozione del Rosatellum sarebbe un bagno di sangue, per FI: gli azzurri scomparirebbero nel CentroSud e al Nord dovrebbero andare a rimorchio della Lega. Ecco perché Berlusconi – consapevole che la sentenza di Strasburgo che gli dovrebbe restituire l’onore perduto prevede tempi lunghi e che, in ogni caso, servirebbe una legge che la recepisca – potrebbe concedere a Renzi ciò che vuole, il voto anticipato ad ottobre. “Meglio votare con la legge che c’è”, gli dicono i suoi, “un proporzionale puro ma che ci consente di andare da soli, che con un sistema che ci penalizza troppo, il Rosatellum”. Meglio ancora, per il Cavaliere, andare a votare con un “sistema tedesco vero” che proporzionalizzerebbe l’intero sistema. Il vicesegretario Martina coglie subito la palla al balzo e il capogruppo dem alla Camera Rosato parla apertamente di elezioni ad ottobre. Per Renzi sarebbe la quadratura del cerchio: dimostrata, a Mattarella, l’impossibilità di proseguire la legislatura per responsabilità dei principali partiti in campo (Pd e FI) e magari in cambio di una legge elettorale nuova e scritta “con il massimo consenso possibile”, si andrebbe al voto in una data compresa tra le elezioni tedesche (24 settembre) e quelle austriache (ottobre), “in linea con i grandi paesi Ue”, come il leader del Pd ripete, ormai da mesi, ai suoi. E la prossima manovra economica d’autunno? “Meglio farla fare da un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza che da un Parlamento ormai prossimo alla sua fine politica e un governo ormai in scadenza”, dicono impietosi i renziani nei confronti dell’esecutivo guidato dall’amico Gentiloni.


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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Mdp chiude ogni porta a Renzi, Pisapia la tiene socchiusa. D’Alema prepara le liste.  

Ettore Maria Colombo – ROMA

A testa bassa contro il Pd di Renzi e il suo cerchio magico (“Dobbiamo impedirgli di tornare a palazzo Chigi”, tuona Alfredo D’Attorre) e – se ci sta, accetta e scioglie le riserve – dietro e/o insieme a Pisapia per ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Non si può dire che a quelli di Mdp – Articolo 1 – Movimento democratico e progressista (il nome è lungo come una Quaresima, il simbolo ancora non c’è, i padri fondatori sono tanti, forse troppi: D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, tutti ex dem, Scotto e altri, tutti ex Sel, i due capogruppo Laforgia e Guerra, etc.) manchi il pregio della chiarezza.

La tre giorni di ‘Fondamenta’, l’appuntamento fondativo del ‘movimento’ – forse ‘partito’ di Mdp si è tenuto in un posto iper-chic della Milano post-industriale: tanta gente che va e viene (duemila alla fine), anche se gli anziani sono molti e i giovani pochi, come le donne, lo nota il manifesto, peraltro il giornale più venduto tra i presenti, tanti discorsi, molta ars oratoria da nobiltà post-comunista, pochi dubbi ideologici ancora da sciogliere.

Quello più controverso riguarda il ruolo da dare all’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha fondato e sta portando in giro per l’Italia il suo Campo progressista (ottimi rapporti con il sindaco di Bologna, Merola, il governatore del Lazio, Zingaretti, l’area del ministro Orlando nel Pd e con Gianni Cuperlo). Atteso come Gesù tra i primi cristiani perché dovrebbe essere lui il Federatore di un ‘Nuovo centrosinistra’ senza il Pd di Renzi (o, almeno, senza Renzi…), i demoprogressisti volevano, da Pisapia, parole chiare e definitive sui confini del nuovo soggetto della Sinistra. C’era chi ne dubitava (D’Alema, per dire, ha forti dubbi sulle sue reali intenzioni) al punto da minacciare “pochi applausi” e “freddezza” se Pisapia non avesse detto parole chiare sulle alleanze.

Lui, Pisapia, conscio del momento, un po’ si emoziona, perde i fogli, incespica, prova a fare sorridere, e un po’ si mantiene una porta aperta (e di fuga) verso il Pd di Renzi: propone, dopo le amministrative, “un appuntamento nazionale programmatico e fondativo di un nuovo centrosinistra che sappia unire chi vuole una coalizione”, specificando che, nella ‘nuova casa ‘ ci vuole la sinistra, certo,’ma anche’ il centro. Tanto basta per far scattare la standing ovation della platea, gli abbracci dei leader di Mdp (specie di Bersani), anche se – tra i militanti – dubbi e freddezza verso di lui restano. Pisapia, infatti, sostiene che la ‘casa comune’ cui pensa è aperta a tutti, Renzi compreso, mentre Mdp vuole chiudere le porte, e poi promuove la proposta di legge elettorale avanzata dal Pd mentre Mdp promette battaglia a 360 gradi. Secondo Speranza, infatti, “c’è una battaglia da fare nel Paese: da domenica prossima raccoglieremo le firme per una petizione popolare contro un Parlamento di nominati”. Speranza e Mdp non hanno dubbi: la legge che avanza il Pd è invotabile, D’Attorre rilancia un “sistema tedesco puro”. Speranza aggiunge che i loro voti non ci saranno neppure sulla manovrina, ove mai dovessero ricomparire i voucher, al grido di “non c’è voto di fiducia che tenga”.

Insomma, Mdp ha un piede già fuori dalla maggioranza di governo. D’Alema – sapienza antica di chi fiuta l’aria – chiude i giochi: “Leggo di un accordo per andare a votare a ottobre. Bisogna riunirsi con chi c’è e fare le liste perché senza le liste non si prendono i voti”. Traduzione: se Pisapia ci vuole stare bene, sennò andiamo avanti senza di lui.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale il 21 e 22 maggio 2017.