Un colpo al cerchio, uno alla botte: Renzi e Berlusconi dialogano sulla legge elettorale, Mdp non dialoga con il Pd

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

  1. Berlusconi apre a Renzi su legge elettorale e data del  voto. Il governo balla. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Voucher nella manovrina, con Mdp pronta a dire no e a negare la fiducia al governo se resteranno, anche se limitati nell’uso, i voucher, che dice a Gentiloni “cambia o muori”. Legge elettorale in alto mare, è vero, ma che spaventa e molto Silvio Berlusconi. Al punto da fargli prendere in considerazione l’ipotesi, che Renzi coltiva ancora, di andare a urne anticipate a settembre – o, al massimo, in ottobre – pur di votare “con quello che c’è” (un proporzionale puro) o un “proporzionale alla tedesca” ma ‘vero’ e non con “un sistema che ci ammazza, il Rosatellum”, come lamentano i suoi e come ha capito anche lui stesso. L’Ncd di Alfano che perde pezzi di potere (le dimissioni della sottosegretaria  Vicari) e uomini, che tornano lesti nelle braccia di FI al Senato.  Un quadro politico tornato in grande movimento, aria di elezioni. Gentiloni molto preoccupato e Mattarella pure.

Tira una brutta aria per il governo Gentiloni. Gli scricchiolii sono diversi e, a metterli insieme, lasciano qualche dubbio che la legislatura finirà in modo naturale, a maggio 2018 (le legislature si contano da insediamento a scioglimento e questa in corso è iniziata a marzo 2013). A palazzo Chigi si segue, con particolare apprensione, la dura presa di posizione di Mdp-Articolo 1 (da Speranza in giù) sul tema dei voucher che stanno dentro la manovrina e che il governo vorrebbe confermare, pur limitandone  l’uso mentre la Cgil ne chiede l’integrale abrogazione. L’esame inizierà, alla Camera, il 29 maggio per concludersi entro il 3 giugno. Roberto Speranza (Mdp) è stato netto, duro: “Di continuità su politiche sbagliate si muore. Gentiloni si svegli. Se i voucher restano votiamo contro la manovrina”. Il problema di numeri, alla Camera, non c’è, ovviamente, ma una volta al Senato cosa succederebbe? Affossare la manovrina sarebbe un atto politicamente dirompente e porterebbe dritti dritti alla crisi di governo. Ma anche se arrivasse  a sostegno del governo il supporto di altri gruppi (Verdini) le opposizioni chiederebbero che, in ogni caso, Gentiloni salga al Colle perché la maggioranza è cambiata.

In sovrannumero, ci sono ben due ddl che i renziani vogliono affossare. Quello sulla concorrenza, targato Calenda, ministro assai inviso a Rennzi, è fermo al Senato e i pasdaran del leader dem lì vogliono tenerlo. Quello che riforma il processo penale (con dentro la riforma della prescrizione e la delega sulle intercettazioni) aspetta l’ultimo passaggio alla Camera, ma Renzi nega, al ministro Orlando, l’uso della questione di fiducia. Potrebbe (basta un emendamento) tornare al Senato e mai vedere la luce.

Infine, c’è il ragionamento politico che sta maturando nella mente del Cavaliere. Diversi ambasciatori – tra cui, pare, lo stesso Verdini – gli hanno dimostrato, tabelle alla mano, che l’adozione del Rosatellum sarebbe un bagno di sangue, per FI: gli azzurri scomparirebbero nel CentroSud e al Nord dovrebbero andare a rimorchio della Lega. Ecco perché Berlusconi – consapevole che la sentenza di Strasburgo che gli dovrebbe restituire l’onore perduto prevede tempi lunghi e che, in ogni caso, servirebbe una legge che la recepisca – potrebbe concedere a Renzi ciò che vuole, il voto anticipato ad ottobre. “Meglio votare con la legge che c’è”, gli dicono i suoi, “un proporzionale puro ma che ci consente di andare da soli, che con un sistema che ci penalizza troppo, il Rosatellum”. Meglio ancora, per il Cavaliere, andare a votare con un “sistema tedesco vero” che proporzionalizzerebbe l’intero sistema. Il vicesegretario Martina coglie subito la palla al balzo e il capogruppo dem alla Camera Rosato parla apertamente di elezioni ad ottobre. Per Renzi sarebbe la quadratura del cerchio: dimostrata, a Mattarella, l’impossibilità di proseguire la legislatura per responsabilità dei principali partiti in campo (Pd e FI) e magari in cambio di una legge elettorale nuova e scritta “con il massimo consenso possibile”, si andrebbe al voto in una data compresa tra le elezioni tedesche (24 settembre) e quelle austriache (ottobre), “in linea con i grandi paesi Ue”, come il leader del Pd ripete, ormai da mesi, ai suoi. E la prossima manovra economica d’autunno? “Meglio farla fare da un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza che da un Parlamento ormai prossimo alla sua fine politica e un governo ormai in scadenza”, dicono impietosi i renziani nei confronti dell’esecutivo guidato dall’amico Gentiloni.


d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Mdp chiude ogni porta a Renzi, Pisapia la tiene socchiusa. D’Alema prepara le liste.  

Ettore Maria Colombo – ROMA

A testa bassa contro il Pd di Renzi e il suo cerchio magico (“Dobbiamo impedirgli di tornare a palazzo Chigi”, tuona Alfredo D’Attorre) e – se ci sta, accetta e scioglie le riserve – dietro e/o insieme a Pisapia per ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Non si può dire che a quelli di Mdp – Articolo 1 – Movimento democratico e progressista (il nome è lungo come una Quaresima, il simbolo ancora non c’è, i padri fondatori sono tanti, forse troppi: D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, tutti ex dem, Scotto e altri, tutti ex Sel, i due capogruppo Laforgia e Guerra, etc.) manchi il pregio della chiarezza.

La tre giorni di ‘Fondamenta’, l’appuntamento fondativo del ‘movimento’ – forse ‘partito’ di Mdp si è tenuto in un posto iper-chic della Milano post-industriale: tanta gente che va e viene (duemila alla fine), anche se gli anziani sono molti e i giovani pochi, come le donne, lo nota il manifesto, peraltro il giornale più venduto tra i presenti, tanti discorsi, molta ars oratoria da nobiltà post-comunista, pochi dubbi ideologici ancora da sciogliere.

Quello più controverso riguarda il ruolo da dare all’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha fondato e sta portando in giro per l’Italia il suo Campo progressista (ottimi rapporti con il sindaco di Bologna, Merola, il governatore del Lazio, Zingaretti, l’area del ministro Orlando nel Pd e con Gianni Cuperlo). Atteso come Gesù tra i primi cristiani perché dovrebbe essere lui il Federatore di un ‘Nuovo centrosinistra’ senza il Pd di Renzi (o, almeno, senza Renzi…), i demoprogressisti volevano, da Pisapia, parole chiare e definitive sui confini del nuovo soggetto della Sinistra. C’era chi ne dubitava (D’Alema, per dire, ha forti dubbi sulle sue reali intenzioni) al punto da minacciare “pochi applausi” e “freddezza” se Pisapia non avesse detto parole chiare sulle alleanze.

Lui, Pisapia, conscio del momento, un po’ si emoziona, perde i fogli, incespica, prova a fare sorridere, e un po’ si mantiene una porta aperta (e di fuga) verso il Pd di Renzi: propone, dopo le amministrative, “un appuntamento nazionale programmatico e fondativo di un nuovo centrosinistra che sappia unire chi vuole una coalizione”, specificando che, nella ‘nuova casa ‘ ci vuole la sinistra, certo,’ma anche’ il centro. Tanto basta per far scattare la standing ovation della platea, gli abbracci dei leader di Mdp (specie di Bersani), anche se – tra i militanti – dubbi e freddezza verso di lui restano. Pisapia, infatti, sostiene che la ‘casa comune’ cui pensa è aperta a tutti, Renzi compreso, mentre Mdp vuole chiudere le porte, e poi promuove la proposta di legge elettorale avanzata dal Pd mentre Mdp promette battaglia a 360 gradi. Secondo Speranza, infatti, “c’è una battaglia da fare nel Paese: da domenica prossima raccoglieremo le firme per una petizione popolare contro un Parlamento di nominati”. Speranza e Mdp non hanno dubbi: la legge che avanza il Pd è invotabile, D’Attorre rilancia un “sistema tedesco puro”. Speranza aggiunge che i loro voti non ci saranno neppure sulla manovrina, ove mai dovessero ricomparire i voucher, al grido di “non c’è voto di fiducia che tenga”.

Insomma, Mdp ha un piede già fuori dalla maggioranza di governo. D’Alema – sapienza antica di chi fiuta l’aria – chiude i giochi: “Leggo di un accordo per andare a votare a ottobre. Bisogna riunirsi con chi c’è e fare le liste perché senza le liste non si prendono i voti”. Traduzione: se Pisapia ci vuole stare bene, sennò andiamo avanti senza di lui.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale il 21 e 22 maggio 2017. 

Renzi mette il governo sotto tutela e fa melina sulla legge elettorale. Gelo con il Colle. Cronaca di un’ordinaria Assemblea

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Renzi vuole il Pd ‘regista’ del governo. Bagarre sui nome per la Direzione.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giovedì 11 maggio, a ora di pranzo, si terrà la prima riunione tra la nuova segreteria del Pd, nominata da Renzi, il suo vice Martina, i capigruppo parlamentare dem e i due ministri che seguono, di solito, tutti i provvedimenti del governo, la Finocchiaro (Riforme) e la Boschi (presidenza del Consiglio). Saranno riunioni assai frequenti (“settimanali” ha detto ieri Renzi), si partirà probabilmente dalla legge elettorale, e danno l’idea di un governo cui Renzi non vuole togliere la fiducia, ma di fatto appare ‘sotto tutela’, la sua. Renzi ha chiesto e ottenuto un “coordinamento”, si spiega anche da palazzo Chigi, per raffinare qualità e scelte dell’esecutivo, ma suona commissariamento.

Il neo segretario, a cinque mesi esatti dalle sue dimissioni, è tornato rinvigorito e non lo nasconde: “lavoreremo insieme fino al 2021” è la promessa che suona un po’ da minaccia, davanti alla platea dei delegati, che infatti ridono nervosi. Del resto, archiviati i mesi di “polemiche, litigi, scissioni”– spiega Renzi dal palco del lunare (sta a Fiumicino) Marriot Hotel, dove si tiene l’Assemblea nazionale dem – “ha vinto il Pd”, quello che “non litiga” e “sceglie Macron”. “Basta sparare sul quartier generale” è il perentorio invito.

“Nessuno metterà in discussione il governo Gentiloni”, scandisce Renzi davanti al premier, seduto in prima fila, poi ributta la palla nel campo avversario sulla legge elettorale, infine delinea il nuovo Pd. Dovrà lavorare con mezzi antichi (i circoli) come nuovi (la app ‘Bob’ e i social media) e su tre parole d’ordine: “lavoro, casa e mamma” (sic) che suscitano facili ironie, specie sul web, ma quelle sono e quelle saranno.

Renzi ha ormai il pieno controllo del partito e lo dimostra. ‘Nuovo’ presidente viene riconfermato Matteo Orfini, nonostante le rimostranze di Orlando che non lo voleva (e che dal palco ammonisce: “non tutti i nodi sono stati sciolti, tra Bersani e Berlusconi continuo a preferire Bersani”), ma la sua area si spacca (solo 16 contrari e 60 astenuti contro Orfini sui 212 delegati di area), i due vicepresidenti vengono concessi alle due minoranze (Pollastrini, Orlando, e De Sanctis, Emiliano), Bonifazi viene confermato tesoriere e Martina impalmato vicesegretario. Morale: il controllo di Renzi sull’Assemblea (700 delegati, 212 di Orlando, 88 di Emiliano) è e rimane ferreo. Orlando  e i suoi si mettono in una posizione di minoranza e mani libere, non vogliono incarichi, tantomeno in segreteria, mentre Emiliano – che saluta Renzi dal palco inneggiando a Che Guevara (“Hasta la victoria, segretario!”) è in una posizione molto più trattativista.

Ma se per gli incarichi della nuova Segreteria bisognerà ancora aspettare qualche giorno (sicuri di entrare sono solo Nannicini al Programma, Bellanova al Welfare, Richetti come coordinatore e Anzaldi alla Comunicazione), è sulle future nomine in Direzione che scoppia il caos al punto da prorogare artificiosamente i lavori dell’Assemblea per tutto il pomeriggio con interventi fiume e non previsti che nascondono le febbrili trattative nel retro palco tra le varie aree. La quota degli eletti figli dell’Assemblea è già ripartito (84 a Renzi, di cui 50 renziani doc più una trentina tra area Franceschini, Martina, Orfini, 24 Orlando, 12 a Emiliano), ma Renzi ha a disposizione – oltre ai membri di diritto (20 segretari regionali, sindaci delle grandi città e membri della segreteria, tutti suoi, più ex premier, ex segretari, ministri) – 20 nomi ad personam. L’altra volta volle tutti sindaci, ora punta su 20 giovani, generazione ‘Millenials’, figli di Classe dem. “La tipica renzata”, sospirano i suoi, che getta il partito nel caos. Beppe Fioroni, leader dei Popdem, non trova posto (la cosa non accadeva da decenni) perché arriva Arianna Furi (19 anni, romana), Gianni Cuperlo neppure, Fassino si sente sotto-rappresentato ma c’è, il panico dilaga, Renzi è irremovibile. Il caso Cuperlo, in particolare, sembra un ‘caso’ politico, ma è figlio del restringimento dei posti della mozione Orlando causato dall’arrivo dei Millenials. Cuperlo aveva promesso ad alcuni dei suoi l’ingresso in Direzione tra i 25 di Orlando ed ha preferito escludersi lui con un atto d’imperio, spiegano gli orlandiani, per fare largo ad altri. Eppure, la Pollastrini tuona (“decisione incomprensibile”), Anzaldi semina dubbi nel campo avverso (“Spiace che Orlando abbia escluso Cuperlo”…) ed è un fatto che Cuperlo si senta sempre più distante dal Pd di Renzi. Anche Lorenzo Guerini non entra in organismi di comando, ma Renzi lo valorizzerà presto o mandandolo al governo (delega ai Servizi o viceministro economico) o facendogli seguire il capitolo più delicato di tutti, la legge elettorale.

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. Legge elettorale, Renzi gela il Colle: “Non spetta a noi la prima mossa”

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Diciamo una parola di verità sulla legge elettorale – scandisce Matteo Renzi dal palco dell’Assemblea nazionale (Hotel Marriot, posto super kitsch, bar stile Guerre stellari) – e la diciamo rivolgendoci con deferenza e rispetto a Mattarella, a cui va la nostra riconoscenza filiale, la nostra amicizia e devozione: il Pd non farà il capro espiatorio”.

Ecco, già non inizia bene, l’approccio di Renzi al tema, non per la citazione letteraria di Pennac e del suo Malaussène, ma perché a diversi osservatori, compresi molti dei suoi, quel parlare di “riconoscenza filiale, amicizia e devozione”, nei confronti di Mattarella, suona più da provocazione, all’indirizzo del Colle, che da atto di deferente sudditanza. Insomma, il messaggio cifrato è: tu te la prendi con noi, ti lamenti del Pd, ma non guardare di qua, non chiedere a noi perché il Pd ha proposto di tutto (e giù l’elenco: il Mattarellum, estensione dell’Italicum al Senato, il tedesco). “La responsabilità dello stallo – e qui Renzi torna in chiaro – è di chi oggi è maggioranza al Senato e si elegge a colpi di mano il presidente in commissione Affari costituzionali. Il Pd – scandisce le parole il leader – è pronto a fa un accordo con chicchessia purché si faccia una legge decente. Ma non saremo noi a farci inchiodare alle responsabilità di una classe dirigente che resuscita la prima Repubblica”. Renzi, con i suoi, è ancora più netto: “Sulla legge elettorale questa è la nostra posizione definitiva, non ce ne saranno altre”. Per capirsi, quando giovedì prossimo Mazziotti di Celso, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, scriverà il testo base da mandare in Aula, entro il 29 maggio, sulla legge elettorale (la richiesta esplicita e pressante di Mattarella era proprio ‘fare presto’), il Pd non presenterà un suo articolato né ne appoggerà altri. “La riforma elettorale – spiega Renzi ai suoi – dipende dagli altri. Vedete, Di Maio si è già mosso e ci chiede di fare insieme la legge? Ma prima voglio che ci dica – continua l’ex premier – che tipo di proposta è la sua e se parla a nome di tutti i grillini. Altrimenti, non ci muoviamo. Berlusconi invece non dice niente, sembra gli vada bene la legge che c’è, se vuole cambiarla ci faccia una proposta”.

Morale non si farà alcuna legge nuova, Renzi ne è convinto. E allora? Nel Pd renziano esistono due scuole di pensiero: entrambe riguardano lo stesso atto – il decreto legge in materia elettorale – che proprio il Capo dello Stato potrebbe ritenere un grave errore, ma divergono di molto sui tempi. Per gli ultrà renziani il governo dovrebbe approntare, “entro l’estate”, il decreto in modo tale che andare a votare entro ottobre (poco dopo le elezioni tedesche del 24 settembre) sia ancora possibile, facendo la legge di Stabilità in breve tempo, prima o dopo le urne. Per i renziani ‘di governo’, invece, il decreto andrebbe fatto a novembre per votare a scadenza naturale della legislatura. In ogni caso, il contenuto del decreto è sempre lo stesso: l’armonizzazione dei due sistemi elettorali, a partire dai capolista bloccati (da estendere dalla Camera al Senato, dove vige la preferenza unica) più pochi altri aggiustamenti. Certo è che, una volta approvato un decreto legge siffatto, non resterebbe, per Mattarella, che mandare tutti alle urne.

NB: Articoli pubblicati a pp. 8 e 9 del Quotidiano nazionale l’8 maggio 2017.

 

Speciale primarie. Quando sono nate, la loro storia travagliate, regole e numeri. Più tre scenari possibili sui tre sfidanti

  1. La storia delle primarie dalla nascita (2005) con Prodi a tutte quelle del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Oggi si terranno, per la quarta volta, le primarie del Pd mentre per due volte le primarie furono di coalizione. La polemica più forte, data per scontata la rielezione di Renzi, riguarda l’affluenza. Per Renzi “un milione è già una festa” mentre per i suoi avversari, Orlando ed Emiliano, “sotto i due milioni di votanti” le primarie saranno un flop.

Ma come si faceva quando le primarie non esistevano? I partiti avevano dei segretari forti e il partito più forte, il Pci-Pds-Ds, decideva chi doveva fare il candidato premier. Dopo la fallimentare esperienza del Polo Progressista del 1994 che non prevedeva l’indicazione di un vero capo coalizione (Occhetto, segretario del Pds, non lo era), D’Alema, allora segretario del Pds, disse a Romano Prodi, quando nacque il primo Ulivo (1995), poi al governo (1996-’98) , “il nostro partito ti conferisce la sua forza”. Insomma, il re investiva l’imperatore, ma a comandare restavano i vari ‘re’ e l’imperatore era solo un primum inter pares. La scelta di voler introdurre le primarie ricade, perciò, tutta su Romano Prodi. Il Professore, richiamato in Italia per guidare di nuovo il centro-sinistra, dopo l’esperienza del primo Ulivo (1996-’98), voleva una piena consacrazione popolare che lo liberasse dal giogo dei partiti. Il Professore in seconda, Arturo Parisi, ideologo dell’Ulivo, studiò forma e struttura delle primarie, sulla base dell’esperienza Usa.

Si tennero il 16 ottobre 2005, le prime primarie, e furono primarie di coalizione. Furono 4 milioni i votanti (4.311.000 per la precisione) e Prodi vinse a mani basse con 3.182.000 voti (74,1%), secondo Bertinotti (Prc), terzo Mastella (Udeur). Ma la coalizione dell’Unione che si era coagulata proprio attorno a Prodi, dopo aver vinto, di poco, le Politiche del 2006, nel 2008 era già caduta e Prodi con essa. Nel frattempo, era nato il Pd, fusione di Ds e Margherita. Walter Veltroni volle legittimarsi a sua volta con il bagno di popolo. Il 14 ottobre 2007 ecco le prime primarie di partito. Votarono i 3 554 169 elettori, ma non ci fu partita: Veltroni trionfò con 2.694.000 voti (75%) seguito, a larga distanza, da Rosy Bindi ed Enrico Letta. Solo che Veltroni, dopo aver perso le elezioni politiche del 2008, contro il sempieterno Berlusconi, si dimise nel 2009 (per aver perso le elezioni in… Sardegna) e nel Pd iniziò un lungo periodo di ‘torbidi’. Dopo una breve reggenza affidata al vicesegretario Dario Franceschini, il 25 ottobre 2009 si tennero nuove primarie sempre di partito. Sempre tanti gli elettori (3.102.709), sempre tre i candidati: Pier Luigi Bersani, alfiere della ex-Ditta, che però D’Alema non voleva si candidasse, vinse con 1.623.239 voti (53%), seguito da Franceschini (34%) e Ignazio Marino (12%).

La presa di Bersani sul partito sembrava di ferro, ma nel frattempo il governo Berlusconi era caduto (2011), il governo Monti ‘lacrime e sangue’, nato per volontà di Napolitano, era appoggiato dal Pd che si logorò con esso. Nel frattempo, era nata la stella di Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, che lanciò a Bersani il guanto di sfida. Bersani, con un atto non dovuto (per Statuto la carica di segretario e candidato premier coincidono), accettò di svolgere nuove primarie, stavolta di coalizione, in vista delle Politiche del 2013. I turni, per la prima volta, furono due. Il primo si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Seguivano Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), Laura Puppato (Pd, 2,6%) e Bruno Tabacci (Centro democratico, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono ben 2.802.382 elettori. Dopo settimane di polemiche al calor bianco, Vinse Bersani con 1.706.457 voti (69,1%) contro i 1.095.925 voti (39%) di Renzi, che riconobbe la sconfitta e appoggiò Bersani che formò, in vista delle Politiche del 2013, la coalizione ‘Italia Bene Comune’ (Pd-Sel-Cd).

Ma quella di Bersani fu una vittoria ‘di Pirro’ cui seguì, a febbraio 2013, la ‘non vittoria’ alle Politiche, la mancata elezione Prodi (il ‘complotto dei 101’) a Capo dello Stato, la rielezione di Napolitano e la nascita di un nuovo governo di larghe intese, stavolta guidato da Enrico Letta. Le dimissioni di Bersani e la breve reggenza affidata a Guglielmo Epifani furono il preludio alle nuove primarie dell’8 dicembre 2013. Parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che stavolta stravinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti) contro Gianni Cuperlo (18%) e Pippo Civati (14,2%). Con Renzi nuovo segretario del Pd, l’esperienza del governo Letta finì subito, a febbraio 2014. Il governo Renzi durò due anni, fino a quando Renzi volle e perse (male) il referendum costituzionale del 4 dicembre. Il giorno dopo Renzi si dimise e nacque il governo Gentiloni. Il Pd – dopo una lunga discussione al suo interno – diede il via a nuove primarie, ma nel frattempo subì anche una dolorosa scissione, quella di Art. 1 – Mdp. Oggi si saprà chi sarà il nuovo leader del Pd nonché il candidato premier alle Politiche.
____________________________________________________________________________________________

2. Tante elezioni primarie e in diversi partiti, mai nessuna legge per regolarle. 

Le primarie, in Italia, non sono regolamentate per legge, ma in Toscana e in Calabria sono stati fatte due leggi regionali per indirle. Le primarie sono state di due tipi, di partito e di coalizione, e si sono sempre effettuate nel campo di Pd e centrosinistra, che le ha organizzate due volte (2005 e 2012) per scegliere il leader della sua coalizione, tre volte (2007, 2009, 2013) per scegliere il segretario del Pd e più volte per determinare il candidato a presidente di Regione, sindaco o altri ruoli (i casi più eclatanti, discussi e problematici sono state, per ben due volte, le primarie per scegliere il candidato sindaco a Napoli, con tanto di annullamento in un caso – 2011 – e forti polemiche nel 2016), ma anche le primarie a Genova e a Roma, sono state investite da polemiche, sospetti, accuse di brogli di ogni tipo). Forza Italia aveva elaborato un regolamento per le primarie (estensore Laura Ravetto), ma non lo ha mai messo in atto. La Lega – che ha tenuto primarie riservate solo ai propri iscritti nel 2013 per scegliere il proprio segretario federale – e Fd’It chiedono da tempo di fare le primarie per scegliere il candidato del centrodestra, ma Forza Italia si oppone. L’M5S tiene le sue elezioni (quirinarie, parlamentarie, etc.) via web filtrando gli iscritti e aderenti con pre-registrazioni.


3. Numeri, cifre e date delle primarie dal 2005 a oggi. 

La prima volta le primarie si fecero per scegliere la guida dell’Unione alle Politiche del 2006. Si votò il 16 ottobre 2005: 4.311.000 furono gli elettori in 9.816 seggi. Sette i candidati: Romano Prodi (Ulivo), Fausto Bertinotti (Prc), Antonio Di Pietro (Idv), Clemente Mastella (Udeur), Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) e due indipendenti (Simona Panzino, area no-global, e Ivan Scalfarotto). Prodi vinse con 3.182.000 voti (74,1%), seguito a larga distanza da Bertinotti (14,7%), Mastella (4,6%), Di Pietro (3,3%).

Nel 2007, il 14 ottobre, le prime primarie del Pd videro votare 3 554 169 elettori in 11.204 seggi. Quattro i candidati: Walter Veltroni, Rosy Bindi, Enrico Letta e Pier Giorgio Gawronski. Veltroni con 2.694.721 voti (75,8%), seguito da Bindi (12,9%) e Letta (11,1%), divenne segretario del Pd.

Nel 2009, il 25 ottobre, dopo le dimissioni di Veltroni e la segreteria Franceschini, nuove primarie per il Pd: 3.102.709 gli elettori e solo tre i candidati. Pier Luigi Bersani le vinse con 1.623.239 voti (53,23%), seguito da Franceschini (1.045.123 voti pari al 34,27%) e Ignazio Marino (12,5%).

Nel 2012 nuove primarie di coalizione. Si trattava di votare il candidato premier della coalizione “Italia Bene Comune” in vista delle Politiche del 2013. Il primo turno si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani, allora segretario del Pd, arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, sindaco di Firenze, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Poi, a seguire, Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), e Laura Puppato (2,6%) e Bruno Tabacci (Centristi, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono 2.802.382 elettori. Bersani vinse con 1.706.457 voti (69,1%) contro Renzi che prese 1.095.925 voti (39%).

Nel 2013 nuove primarie per eleggere il segretario del Pd dopo le dimissioni di Bersani e la breve segreteria Epifani. Si votò il’8 dicembre 2013: parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che le vinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti), seguito da Gianni Cuperlo (18,21%, 510.970 voti) e Pippo Civati (14,24% pari a 399.473 voti).


4. Il complicato e farraginoso regolamento del Pd che regola le elezioni primarie. 

Alle primarie del Pd possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 16 anni e gli extracomunitari residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno. Basta registrarsi, pagare due euro, sottoscrivere una ‘Carta degli Intenti’ e presentarsi ai seggi con un documento d’identità e la tessera elettorale. Lo Statuto del Pd – scritto da due costituzionalisti di area, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti – prevede due passaggi. Nel primo votano solo gli iscritti al partito entro una certa data prestabilita (stavolta bisognava essere tra gli iscritti 2016 prorogati fino al 28 febbraio 2017). Il voto tra gli iscritti è solo indicativo ed esclude solo l’eventuale candidato che resta sotto il 5% dei voti a livello nazionale. Nelle primarie ‘aperte’ votano, appunti, iscritti ed elettori. Ma se nessuno dei candidati ammessi alle primarie ‘aperte’ raggiunge il 50,1% dei voti, sovrana diventa l’Assemblea nazionale. Si tratta del massimo organo elettivo del Pd. Composta da mille membri, che vengono eletti in liste bloccate con metodo proporzionale collegate ai candidati, sono loro, i delegati dell’Assemblea, a proclamare eletto il segretario che ha preso il 50,1% dei voti alle primarie, o a scegliere, con un ballottaggio dove vince chi ha più voti, uno dei due candidati meglio piazzati alle primarie aperte.


5. La Storia non si fa con i ‘se’ ma… Tre scenari un po’ fantascientifici e un po’ no.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se Napoleone avesse vinto a Waterloo” è il titolo di un famoso libro dell’Ottocento. E’ diventata una disciplina, la storia ‘contro-fattuale’: serve a immaginare cosa sarebbe successo ‘se’ la Storia non fosse andata come è andata. Sconfina, persino e ovviamente, nella fantascienza. E dunque, cosa succederebbe, da qui al 2018, se alle primarie vincesse Renzi o Orlando o Emiliano? Ecco tre scenari possibili, forse plausibili, forse inventati….

“Se” vince Emiliano. Una marea di persone, quasi 4 milioni, va a votare. Come già successo al referendum del 4 dicembre, la voglia di mandare a casa Renzi rovescia ogni previsione. Emiliano vince e apre immediatamente un tavolo con i 5 Stelle per cambiare la legge elettorale, poi toglie l’appoggio al governo Gentiloni che cade. Si va a elezioni anticipate. Renzi lascia il Pd e fonda un nuovo movimento, “In cammino”, sulla scia del vittorioso Macron in Francia. Il Pd, che ha perso Renzi e i renziani, dà vita a un ‘listone’ che abbraccia tutta la sinistra, da D’Alema a De Magistris. I 5Stelle vincono le elezioni, il Pd arriva secondo. Emiliano apre la trattativa per un governo di ‘salvezza nazionale’. Di Maio fa il premier, Emiliano il vicepremier, il governo indice due referendum: uno per uscire dall’Europa e dall’Euro (Italexit) e uno per uscire dalla Nato. Vincono i Sì. Scontri, proteste e incidenti. L’instabilità regna sovrana.

“Se” vince Orlando. Orlando, inaspettatamente, prende il 35% dei consensi, Emiliano il 15%, Renzi solo il 48%, restando sotto il 50%. E’ necessario un voto di ballottaggio in seno all’Assemblea nazionale, il 7 maggio. Dopo notti di febbrili trattative, Emiliano riversa i suoi voti su Orlando e Franceschini rompe con Renzi. Orlando diventa segretario. Renzi resta all’opposizione. Orlando garantisce il sostegno al governo Gentiloni fino a fine legislatura. Intanto, il Pd scrive una nuova legge elettorale con FI e i centristi che introduce il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse. Orlando crea una coalizione con Mdp (Bersani e D’Alema), Pisapia, i centristi e gli ulivisti democratici, ma cede lo scettro del capo coalizione a Romano Prodi, che decide di ricandidarsi alla guida del ‘Nuovo Ulivo’. Alle elezioni (maggio 2018) si presenta anche Renzi, uscito dal Pd. Il centrosinistra unito supera i 5Stelle, ma le elezioni le vince il centrodestra. Berlusconi, riabilitato dalla sentenza di Strasburgo, viene incaricato di fare il presidente del Consiglio, Salvini va agli Esteri, Meloni alla Sanità. Il centrodestra propone un referendum per uscire dall’Euro. Si torna alla lira. Al Pd tocca una lunga fase di opposizione.

“Se” vince Renzi. L’ex premier ottiene il 67% dei consensi e, appena torna segretario, inizia a terremotare il governo. A settembre Gentiloni, sfibrato, lascia e si va alle urne. M5S arriva primo, FI corre da sola, rompendo con Lega e Fd’It che danno vita a un polo ‘sovranista’. Il Pd arriva secondo, ma indebolito da un ‘listone’ di centrosinistra che comprende Bersani, D’Alema, Pisapia, Prodi, Letta e altri. Nasce un governo di unità nazionale Pd-FI presieduto da Dario Franceschini, Berlusconi piazza i suoi uomini forti al governo, Renzi si deve accontentare: ministro degli Esteri.

NB: Tutti gli articoli sono stati pubblicati nelle due pagine di Speciale Primarie uscite su Quotidiano Nazionale il 20 aprile 2017. 

Renzi ha stravinto, ma teme l’incubo flop alle primarie aperte. Orlando ed Emiliano non si rassegnano ai risultati

Andrea Orlando

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Chi vince vince, chi perde riconosca il risultato. Punto”. Matteo Renzi – letti e riletti i dati assoluti che lo hanno visto trionfare nel primo turno della campagna congressuale – è tornato in forma smagliante. Sforna una Enews già di mattina, dove definisce il suo risultato “impressionante”, manda sms di complimenti a Guerini, che del suo 68% è stato l’artefice principale, rincuora e ringrazia gli iscritti per “la grande prova di affetto dopo quattro mesi complicati”. A sera si fa intervistare da ben due radio (Rtl 105 e Zapping su Radio 1): parla di terrorismo, governo, poi dice “basta a polemiche inutili” e sul congresso ribadisce: “la matematica non è un’opinione”. Morale, ho vinto, rassegnatevi. La verità è che, dopo aver dovuto accettare di fare il candidato ‘abscondito’, ora l’ex premier scalpita. Vuole tornare in pista e programma una serie di uscite sui media (lunedì prossimo sarà da Vespa, ospite di Porta a Porta, ma farà anche altri talk show). Senza dire del suo libro in uscita per Feltrinelli (titolo top secret pubblicazione dopo le primarie) e di quando il 9 maggio incontrerà Obama, in Italia per il salone del Cibo a Milano. Insomma, Renzi non vuole aspettare il solo striminzito confronto televisivo tra i tre candidati che si terrà su Sky il 26 aprile. I suoi sfidanti provano a provocarlo sul suo terreno, quello delle primarie aperte. Emiliano dice “tutto può succedere, il risultato è aperto”, Orlando fa un paragone ardito: “Ora stiamo facendo ancora le prove libere di Formula 1, la gara deve ancora iniziare, il primo uscirà dalle urne il 30 aprile”.

Ed è su quel giorno, sulle primarie aperte, che si addensano le nubi. Il 30 aprile, infatti, capita a metà di un mega-ponte e, ad oggi, le primarie non paiono appassionare gli italiani. Sondaggi ancora non ci sono, ma al Nazareno, un mese fa, avevano messo l’asticella a 2.200 mila-2.500 mila votanti, ora l’abbassano assai: si tengono sui 1.500 mila-2 milioni. Sotto il milione e mezzo il flop sarebbe assicurato e Renzi ne otterrebbe una vittoria di Pirro, sopra i due milioni “non sappiamo neppure noi chi, in questa fase politica caotica, andrebbe a votare”, dicono ai piani alti del Pd. Per non dire di Cuperlo che invita i bersaniani alle urne per sostenere Orlando (cosa, peraltro, vietata dallo Statuto) provocando l’ira funesta dei renziani contro “Gianni, l’agente provocatore”.

Nell’attesa Renzi e i suoi si godono i dati di una vittoria a valanga. Su 266.726 mila votanti (affluenza al 59,29%, nel 2013 votarono 295 mila iscritti, fa -30 mila), Renzi prende il 68,2% (181 mila, nel 2013 furono 133 mila), Orlando il 25,4% (68 mila, Cuperlo ne prese ben 116 mila), Emiliano il 6,3% (17 mila). I dati sono di parte renziana e ancora ieri sono stati oggetto di contestazione da parte di Orlando e anche di Emiliano. In ogni caso, la commissione congressuale li certificherà oggi per poi proclamarli il 9 aprile alla Convenzione nazionale, quando verranno anche selezionati i candidati nei collegi che sosterranno i candidati (per Renzi ci sarà un ‘listone’) alle primarie e soprattutto dopo, all’interno dell’Assemblea nazionale, che dovrà scegliere tra i due candidati arrivati primi se nessuno dovesse raggiungere la soglia del 50,1%, provocando una bolgia dantesca.

La verità è che i rapporti tra renziani e orlandiani si stanno pericolosamente guastando e ricordano sempre più da vicino i ferri corti tra renziani e bersaniani pre-scissione. Uno di solito british, l’ex veltroniano Andrea Martella, coordinatore della mozione Orlando, va giù secco: “Al Sud i capi-bastone stanno tutti con Renzi. Vincerà lui? Vedremo, ma è unfit. Perderà le amministrative, le regionali e poi le politiche. Non sarà mai più premier, che lo si sappia”. Il sottosegretario agli Esteri Amendola e il toscano Manciulli, che gli sono amici e lo ascoltano in un Transatlantico deserto, gli chiedono scherzando se “ti stai preparando anche tu a passare con Bersani…”. Poi arriva Guerini e Martella lo affronta duro, anche se Guerini, come sempre, smussa, minimizza, cheta. Ma la verità è che se Renzi vincerà largamente pure le primarie ci potrebbero essere nuovi strappi nel Pd. 

NB: L’articolo è stato pubblicato il 4 aprile 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.

Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Che barba, che noia. Una prima analisi del congresso del Pd tra mancate risposte, scontro tra i candidanti, calo di partecipazione e calo di attenzione

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gratta gratta, sotto ogni russo c’è un tartaro” – (dal libro “Il grande Gioco”)

  1. Il congresso del Pd. ‘Che barba, che noia’…

Il congresso del Pd ha preso una piega assai noiosa. Sì, certo: Matteo Renzi tuona contro l’austerity dell’Unione Europea e i vincoli di bilancio che la Ue impone all’Italia. Sì, certo: Andrea Orlando chiede la distinzione tra i ruoli di segretario del Pd e candidato premier (oggi coincidenti, per Statuto: lo sono da quando nacque il Pd, nel lontano 2007).  Sì, certo: Michele Emiliano si strappa le vesti perché i suoi pugliesi devono accettare il gasdotto Tap nel loro Salento e tuona contro il partito “in mano ai banchieri e ai petrolieri”.

La verità, tuttavia, è che nessuno dei tre contendenti in gara ha una compiuta idea di Paese o nella migliore delle ipotesi non riesce a comunicarla agli iscritti e agli elettori del Pd. Poi, per carità, Renzi ha messo in campo il Lingotto e lì qualche idea di programma si è vista e si è ascoltata, tra una canzone di Claudio Baglioni (sic), una di Ermal Meta (sic) e un palco verde con il trolley del presunto giro per l’Italia che Renzi dovrebbe fare, ma che – tranne qualche tappa – ad oggi neppure è iniziato. Poi, per carità, Orlando terrà la sua conferenza programmatica l’8 aprile in quel di Napoli e lì, si spera, qualche scelta e investimento programmatico sarà fatto, vagliato, proposto, raccontato e, ovvio, lanciato. Poi, per carità, Emiliano schizza da una parte all’altra della Penisola, causa i suoi scarsi – scarsissimi – voti racimolati finora tra gli iscritti e parla, parla, e tuona, tuona, su tutto.

  1. Risposte e proposte sui programmi? Non pervenute.

Però, insomma, l’impressione rimane. Cosa pensano i tre candidati al congresso del principale partito del Paese (al netto dei sondaggi, che vedono in testa i Cinque Stelle, e al netto della possibilità che il centrodestra si unisca davvero, tale è il Pd sia per voti assoluti presi alle Politiche del 2013 – guida Bersani – sia per i voti presi alle Europee 2014 – guida Renzi) dell’immigrazione e dei decreti sulla sicurezza di Minniti? Come pensano di rivitalizzare l’economia? Cosa credono che serva per avere altri – e nuovi e forti – margini di flessibilità nella trattativa con Bruxelles? Come vedono il reddito di cittadinanza avanzato dai grillini e, in parte, rilanciato persino da Silvio Berlusconi? Come – loro – imposterebbero il rapporto con gli Usa di Trump, con la Russia di Putin, con il Medio Oriente o la Libia o l’Africa, se diventassero candidati premier? Cosa intendono fare, visto che molto se ne discute, in merito alla nuova legge elettorale che il Parlamento non affronta, rinviandone la discussione di mese in mese, ma che la Corte costituzionale ci ha chiesto di affrontare e il Capo dello Stato chiede – pur se nel suo, ormai abitudinario, silenzio operoso – di varare?

  1. Le ‘baruffe chiozzotte’ sul calo dei votanti e gli iscritti.

Non si sa. Per ora, le discussioni tra i tre contendenti e i colonnelli dei tre campioni si limitano a baruffe chiozziotte – come direbbe Goldoni – sulla partecipazione al voto, il calo degli iscritti, i voti presi. Renzi e i renziani sono molti contenti dell’affluenza degli iscritti al voto e, ovviamente, dei risultati chi gli arridono. Eppure, anche se la mozione Renzi viaggia sul 70% circa dei voti tra gli iscritti e la partecipazione è quasi al 60%, va tenuto conto del fatto che, alle primarie del 2013, quelle in cui Renzi sconfisse Cuperlo e Civati (poi uscito dal Pd), votarono circa 290 mila iscritti e poi, alle primarie nei gazebo, andarono circa 2 milioni e 800 mila persone. Ora, dato che i circoli del Pd sono 6300 e gli iscritti 420 mila (405 mila in realtà cui però vanno aggiunti 15 mila GD, i Giovani democratici), al ritmo attuale dovrebbero votare – proiettando i dati della prima settimana di votazioni, sempre e solo nei circoli – circa 186 mila iscritti su 420 mila, il che vuol dire almeno 100 mila elettori in meno rispetto al 2013.

Certo, la caduta degli iscritti al Pd è stata fermata, arginata: erano 379 mila nel 2014, 396 mila nel 2015, sono 405 mila oggi (merito del gran lavoro fatto dal vicesegretario dem, Lorenzo Guerini), ma il calo della partecipazione c’è e si sente. In circoli dem di Genova hanno votato in 7 (sette), nei circoli ‘operai’ di Piombino, Itachi e Mitsubishi della Toscana ha vinto Renzi, ma gli operai erano davvero pochi. E, in Emilia-Romagna, la (ex) mitica ‘Emilia rossa’ del Pci – scrive il 28 marzo Huffington Post – “gli iscritti nel 2013 erano più di 80mila e l’affluenza al congresso fu del 34%, che corrisponde in termini assoluti a 27mila votanti. Ora gli iscritti sono 47mila. Il 50% di partecipazione equivale all’80% dei votanti dell’altra volta”, un calo assai drastico. Il comitato emiliano di Orlando dichiara all’Ansa: “Nei 170 circoli scrutinati hanno partecipato al voto 1.852 iscritti in meno rispetto al 2013 e negli stessi 170 circoli dove si è votato gli iscritti sono passati da 20.252 a 12.856”. Ora, va fatto notare, en passant, che a Orlando e ai suoi la polemica sul calo degli iscritti non conviene affatto. Difficile, infatti, che Orlando riesca a prendere, alle primarie aperte, più del 30-33% che sta prendendo ora nei circoli, Diverso il caso di Emiliano, che sta andando malissimo, inchiodato a un 4-6% su base nazionale che rischia di fargli saltare la fase finale della competizione: infatti, per accedere alle primarie aperte serve aver preso, nei congressi di circolo, il 5% su base nazionale oppure il 15% in 5 regione, che è ‘tanta roba’. A lui sì che converrebbe fare la polemica sul calo dei votanti. Ma la vera polemica cui si apprestano a soffiare sul fuoco sia Emiliano sia – temiamo – anche Orlando, il più posato, misurato e, forse, responsabile, dei tre contendenti in palio, è un’altra e riguarda la partecipazione alle primarie aperte.

4 L’assurdo Statuto del Pd e i suoi tre ‘turni’ elettorali.

Infatti, il 30 aprile, quando si svolgerà il secondo round, appunto, tutto o molto si giocherà sulla partecipazione. Prima però va spiegato che lo Statuto del Pd è tanto complesso e arzigogolato quanto assurdo. Di fatto, è un missile a tre stadi, una sorta di sistema elettorale a tre turni. Il ‘primo turno’ è quello del voto tra gli iscritti ora in corso. Votano, appunto, solo gli iscritti al Pd (fa fede la tessera del 2016 o l’iscrizione entro il 28 febbraio 2017, nel 2013 però ci si poteva iscrivere e votare il giorno stesso a ogni circolo) ma il voto, in pratica, ‘non’ vale nulla. Infatti, è il ‘secondo turno’, le primarie aperte, quelle in cui possono votare tutti i cittadini italiani, gli immigrati residenti e pure i 16enni, purché firmino la ‘Carta dei valori’ del Pd e versino 2 euro, quello che conta. Chi vince, vince, a prescindere dai voti presi tra gli iscritti, voti che, appunto, non valgon più nulla. Ma c’è un ma. Infatti, ove nessuno dei contendenti (tre, allo stato, forse due, se Emiliano venisse escluso dopo il primo giro tra gli iscritti) raccolga più del 50,1% dei votanti, diventa sovrana, per decidere chi farà il segretario del Pd, l’Assemblea nazionale del Pd. La quale viene composta da mille membri eletti nelle liste collegate – con un sistema maggioritario a turno unico – ai vari contendenti in lista. Qui, in Assemblea – che si terrà il 7 maggio, mentre le primarie aperte si terranno il 30 aprile ed entro il I aprile finiranno le votazioni nei circoli – può accadere di tutto. Poniamo che Renzi raccolga il 48,1% dei consensi. I delegati eletti con le mozioni Orlando (40,0%) ed Emiliano (10,9%) potrebbero convergere su uno dei due candidati che si sono opposti al vincitore con maggioranza relativa e battere Renzi. Senza dire della possibilità che dei delegati eletti con la mozione Renzi si ‘stacchino’ da essa e votino per un altro candidato. Ipotesi di scuola, certo, ma possibili. La vera partita, in ogni caso, è e resta un’altra. Ed è appunto la partecipazione al voto, ovvero l’affluenza alle primarie.

5. La posta in gioco: l’affluenza alle primarie aperte.

Certo, il giorno scelto – il 30 aprile – che capita in un mega ‘ponte’ di festività, a cavallo tra 25 Aprile e Primo maggio, non aiuterà l’affluenza e lo scarso e poco produttivo dibattito sui temi più caldi, come si è detto prima, neppure. A lungo, al Nazareno, si è sperato in un’affluenza al voto di almeno 2 milioni e 200 mila/ 2 milioni e 500 mila persone, ora ci si accontenterebbe anche di sfiorare quota 2 milioni.  Il guaio è che la quota, o come si dice in gergo, l’asticella è assai bassa e, di certo, non farà fare bella figura al vincitore, chiunque esso sia (Renzi presumibilmente, ai dati di oggi).

Basta qualche raffronto con il passato per rendersene conto. Nel 2013 votarono, come si ricorderà, 2 milioni e 800 mila elettori (Renzi vinse con il 67% dei voti contro Cuperlo), ma in passato i risultati furono anche più brillanti: nel 2009, quando Bersani trionfò su Franceschini (e pure su Marino), votarono 3 milioni e 100 mila persone; nel 2007, alle ‘prime’ primarie, Veltroni vinse su Rosy Bindi ed Enrico Letta con il 75% su numeri monstre (3 milioni e 500 mila). Inoltre, alle primarie del 2004 – di coalizione, le prime primarie, ma in quel caso dell’Ulivo – Prodi stravinse la competizione portando a votare oltre 4 milioni di persone. Infine, nel 2012, quando Bersani – accettando la sfida di Renzi e coinvolgendo anche Vendola e Tabacci – indisse le primarie di coalizione in vista delle elezioni politiche 2013, l’allora segretario dem vinse sull’allora sindaco di Firenze con il 60% su una platea di partecipanti di 3 milioni e 100 mila persone al I turno e di 2 milioni e 800 mila al secondo.

Insomma, numeri che – paragonati con le stime attuali – suonano impietosi, in negativo. ‘Che fare’, dunque? Il Pd potrebbe cercare di animare la gara tra i tre contendenti – oltre a cercare di renderla il più corretta e onesta possibile – parlando, appunto, di programmi, idee, scelte, interessi – anche legittimi – dei vari campioni rispetto al popolo del centrosinistra e al Paese. Lo farà? Ne dubitiamo assai. In un bel libro – Il Grande Gioco (Adelphi) – che tratta della secolare rivalità anglo-russa sui remoti confini dell’Est, tra l’India, la Persia, l’Afghanistan, il Kasmir, il Tibet, la Cina, è scritto che, “gratta gratta, sotto ogni russo c’è un tartaro”, per spiegare l’indomabile e fiero animo russo, assetato di spazi e conquiste quanto di battaglie. Ecco, gratta gratta, sotto lo spirito di ogni dirigente dem c’è un ‘tartaro’: una coazione a ripetere che porta alla disintegrazione continua, al conflitto perenne, a una lotta interna sorda e fratricida. Un serio danno e un grande peccato agli occhi di chi, come chi scrive, ritiene – nonostante tutti i suoi difetti, errori, miserie – il Pd l’unico solo partito ‘democratico’ del Paese.

NB: Questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 26 marzo 2017

Archivi. Un’intervista a Martina, un pezzo su Renzi, aggiornamenti di QN sui voti ai candidati per il congresso del Pd

  1. L’intervista al ministro Martina, in ticket con Renzi: “Mai alleanze con Mdp”. Legge elettorale: “Portare l’Italicum al Senato potrebbe essere una soluzione”. 

 

maurizio martina

Il ministro Maurizio Martina (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
PARLA Maurizio Martina (nella foto, classe 1978, bergamasco, una rapida carriera dentro il Pds-Ds-Pd lombardo, dal 2013 ministro all’Agricoltura), uomo mite quanto di sinistra. Forse è per questo che Renzi lo ha scelto per fare il ticket in vista delle primarie.

La legge elettorale è ferma. Finiremo nella palude come teme Prodi o addirittura a Weimar, come dice Veltroni?
«Siamo in una condizione di fragilità politica determinata, purtroppo, anche dall’esito negativo del referendum. Questo lento scivolamento verso il proporzionalismo è da bloccare e fermare. Bisogna prendere un’iniziativa in Parlamento. Agli altri partiti dico: non basta dire no al Mattarellum. Lavoriamo subito, già dalle prossime settimane, per una soluzione, senza tergiversare, anche prima delle primarie. Sarebbe prezioso riprendere i collegi uninominali, base del Mattarellum. Poi c’è anche l’ipotesi di portare l’Italicum al Senato. In via generale dobbiamo garantire la governabilità e fare di tutto per garantire una democrazia dell’alternanza in grado di offrire un rapporto forte tra cittadini ed eletti».

Capitolo alleanze: con i centristi di Alfano o i Progressisti di Pisapia?
«Noi partiamo dal centrosinistra. Sono interessato a sviluppare un dialogo, prima di tutto, con Pisapia. Penso anche che sia importante la nascita di Alternativa popolare in un’area centrista con un giudizio molto severo verso Salvini e il centrodestra. La premessa fondamentale è allearsi con chi vuole unire e allargare il campo del centrosinistra, come è successo a Milano, e non dividere».

Lei è entrato in ticket con Renzi per il congresso: una spruzzatina di sinistra e basta?
«No, affatto. È l’idea di una squadra plurale che neppure le nostre due esperienze bastano a rappresentare, una proposta di cambiamento e rilancio del Pd che deve tornare a sentirsi protagonista di una fase nuova. Per noi il segretario è anche il candidato premier, ma chi legge il nostro ticket nell’ottica del trattino è fermo a dieci anni fa. Gli altri candidati hanno scelto un solo uomo per rappresentarsi. Noi abbiamo scelto una via corale».

Come sta andando il confronto a tre: teme che volino gli stracci?
«Noi siamo costruttivi, non facciamo polemiche interne».

Se il 30 aprile nessuno supera il 50% c’è il ballottaggio in Assemblea. Teme ribaltoni?
«Sono convinto che le primarie avranno un vincitore netto, Renzi, e che, da maggio, un Pd plurale e forte, dopo una sfida che avrà coinvolto migliaia di persone, saprà parlare meglio al Paese».

Bersani vuole dialogare con i 5 Stelle. Voi volete dialogare con Mdp?
«Io penso che il Pd deve dialogare con gli italiani, tutti, anche quelli che votano i 5 Stelle, ma penso agli elettori, non ai dirigenti. Il confronto tra gruppi dirigenti a Roma non coglie affatto il punto anche perché i loro comportamenti sono inaccettabili. Con Mdp non vedo dialogo possibile. Nelle città decideranno i Pd dei territori».

Il rapporto tra il Pd e il governo è sempre più faticoso…
«No, stiamo facendo un lavoro comune, sapendo che abbiamo le stesse responsabilità. Spetta a noi fare bene e al Pd arricchire di contenuti la proposta del governo. Obiettivo di tutti è sostenere una ripresa ancora faticosa, ma che c’è e che va irrobustita sostenendo la crescita e l’occupazione».

Avete tolto i voucher per paura della Cgil?
«Abbiamo fatto una scelta forte e chiara, eliminando uno strumento che si prestava a storture di ogni tipo per sviluppare strumenti alternativi che tutelino meglio i lavori accessori e intermittenti».

La Ue celebra i suoi primi 60 anni. Quale e come sarà l’Europa di domani?
«Dobbiamo passare dal Fiscal Compact all’Europa sociale e fare un salto di qualità su due fronti: più Europa politica, eleggendo anche il presidente della Commissione in via diretta, e più strumenti a tutela dei cittadini sui fronti del lavoro e dell’occupazione. Il compito del Pd dentro il Pse è anche questo».

NB: L’intervista è stata pubblicata a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il 24 marzo 2017


Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

2. Renzi in testa nei voti nei circoli del Pd. Pronta la guerra al governo, Padoan in testa.

Ettore Maria Colombo – ROMA
«MATTEO è tornato tonico e combattivo», dicono i suoi. L’altro giorno, in segreto, Renzi ha riunito a pranzo «mezzo governo»: c’erano i ministri Delrio, Martina, Boschi, fedelissimi, e Franceschini (presenza, questa, che è una notizia da sola). Location ‘Rinaldi’, ristorante romano dietro il Quirinale, dove circolano politici e vip. Renzi si fa selfie con il ristoratore, altri commensali, e tutti a dire che, insomma, sì, «Matteo è tornato Lui…».

IERI, invece, è andato al circolo di Firenze, Vie Nuove, dove è iscritto, per votarsi. Ha scherzato e si è intrattenuto con i militanti e il segretario metropolitano, Fabio Incatasciato, accompagnato dal suo fido e barbuto tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi. Anche lì aveva voglia di fare battute. Su Orlando, bloccato da giorni da una labirintite, ha detto: «Ohi, non me lo ammazzate!», poi ha ironizzato sul ministro Minniti, le cui politiche securitarie Renzi non ama, dicendo ai compagni «via, la prossima volta si vota lui!». I motivi di giubilo? Il caso Consip, spentosi. I primi voti reali dei circoli: in quattro giorni – sforna i dati, con il sorriso tra i denti, Lorenzo Guerini – «Renzi è al 68% (2.523 voti), Orlando al 30,3% (1.126), Emiliano all’1,9% (61)». L’affluenza è bassa, ma Renzi stravince ovunque: dall’Emilia alla Toscana con percentuali bulgare, circoli operai compresi.

Eppure, le polemiche non mancano. Emiliano attacca, duro, Orlando («un uomo buono per tutte le stagioni»), facendo infuriare gli orlandiani che gli danno dell’uomo «confuso». Poi c’è l’intervista di Martina a Qn che, nell’adombrare l’estensione dell’Italicum al Senato, solleva un vespaio. Marco Meloni, ex lettiano, dice, senza mezzi termini, che «Martina vuole solo spartirsi i capilista bloccati con Renzi» seguito da altri orlandiani e anche dai fedelissimi di Emiliano come Dario Ginefra.
Oggi l’ex segretario del Pd, sarà a Carpi (poi, in realtà, Renzi rinuncerà alla visita, ndr.) alla messa solenne per ricordare il terremoto del 2012 e la rapida ricostruzione. «Una presenza, quella di Matteo, in forma del tutto privata», spiegano i suoi, ma non pochi ci vedono la (forte e studiata) contro-programmazione al vertice dei 27 leader Ue a Roma. Tra gli «incartapecoriti leader Ue, distanti dalla gente», i pasdaran renziani mettono pure ‘l’amico’ Paolo Gentiloni. I renziani lo descrivono come «saggio e diplomatico», certo, ma anche «troppo cauto e poco energico». Renzi inciterà il governo a «fare in fretta» e «fare di più» in molti campi. Sostituire i voucher con i mini-jobs alla tedesca, per dire. Ma soprattutto, in vista del Def e della legge di Stabilità, Renzi non vuole finire infilzato come San Sebastiano e vedere il Pd schiacciato dalla propaganda di Grillo e Salvini sotto il peso delle tasse e dei tagli.
Nel mirino, per ora, sono finiti due ministri – Calenda (Sviluppo) e Padoan (Mef) –, ma le tensioni rischiano di acuirsi con Gentiloni. E il senatore Marcucci arriva a vaticinare «elezioni in autunno se Mdp continua a tirare troppo la corda e a non votare con il Pd», che poi è un modo come un altro per ottenerle, le elezioni.

RENZI, di suo, ha avvertito la Ue («ho sempre giudicato esose le loro richieste sui nostri conti, ma non è l’Europa il problema») e Padoan («sono certo che avrà la sensibilità di confrontarsi con il reggente del Pd, i capigruppo e i colleghi ministri per trovare soluzioni alla nostra portata senza alzare le tasse»): oggi a Modena e domani a Perugia – dove prenderà parte a un’iniziativa con il ministro Martina (cfr. intervista a Martina, ndr.) – tornerà a farlo in chiaro.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo a pagina 12 del Quotidiano Nazionale
_______________________________________________________________
Andrea Orlando

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd)

3. La battaglia per il congresso. Renzi davanti, gli ‘orlandiani’ polemici sull’affluenza. 
Rosalba Carbutti – BOLOGNA
MATTEO RENZI sta stravincendo il congresso. Al momento, stando ai dati del Pd, si avvicina al 70 per cento (300 circoli su 6mila). «Dati oltre le aspettative», gioiscono i renziani. Certo è che la mozione Renzi – come ha scritto il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini – ha raccolto «il 68,9% dei voti degli iscritti, segue Andrea Orlando con il 29,4% e chiude Michele Emiliano con l’1,7%». Una rivincita in grande stile per l’ex segretario? Non proprio. Negli ambienti vicini allo sfidante Andrea Orlando i dati vengono letti in tutt’altro modo. Elisa Simoni, parlamentare toscana e sostenitrice del Guardasigilli, all’Huffington Post, denuncia il calo degli iscritti e di come tra quelli rimasti «stia partecipando il 50 per cento».
CHI ha ragione? Prendendo i singoli circoli il dato dell’affluenza in valore assoluto sembra dare ragione agli orlandiani. Qualche esempio? Il circolo Andreoni, sud di Firenze, il più forte di tutta la città. Su 243 iscritti, in 104 hanno votato per Renzi, in 17 per Orlando e zero per Emiliano. Morale: ha partecipato poco più della metà degli aventi diritto al voto. Senza contare il numero degli iscritti che, nel 2013 erano oltre 400, quasi il doppio. Ed è qui il punto dolente. Un altro caso eclatante è quello dell’Emilia-Romagna. Renzi anche qui è in testa. Ma il partito è ai minimi storici, visto che ha perso un terzo delle tessere rispetto al 2013. Seguendo i dati del Pd Emilia-Romagna, sono 47mila gli iscritti del 2016 a fronte di 76mila nel 2013. Ma – fanno notare i renziani emiliani – il calo delle tessere non è un fenomeno imputabile a Renzi, visto che nel 2009 gli iscritti erano più di 100mila. Di sicuro, però, se si guardano gli ultimi dati dei circoli di Bologna e provincia, l’affluenza in valore assoluto non è confortante per i dem. A Casalecchio di Reno, circolo Tina Anselmi, dove gli iscritti sono 335, ha votato solo un terzo degli aventi diritto (115 votanti, 97 consensi per Renzi). Stessa situazione al circolo Enrico Giusti di Bologna: 34 votanti su 91; al circolo 2 Agosto (quartiere Porto) 27 su 50; al Reno 49 su su 93; in Valsamoggia, circolo di Bazzano, 35 su 57; a Minerbio hanno votato solo 31 su 190. In Piemonte il trend è lo stesso. A Carpignano Sesia su 43 iscritti hanno partecipato al congresso in 27; a Dronero la metà degli aventi diritto ha disertato, a Premosello sui 13 iscritti, hanno votato in 5. Insomma, stando a questi numeri, circolo per circolo, sembra un congresso per pochi intimi.
Ma secondo Guerini (e i renziani) l’affluenza va calcolata in valori percentuali. «Il congresso del Pd del 2013 – spiega Guerini su Facebook – a fronte di 535.959 iscritti al partito vide una partecipazione di 296.645 con un tasso finale di partecipazione pari al 55,35%. Questa sera (ieri, ndr), dopo cinque giorni di congresso 2017, ha partecipato alle convenzioni di circolo il 60,7% degli aventi diritto. Altro che flop!».
CERTO la consultazione non è finita, ma i renziani stimano che la partecipazione degli iscritti al congresso sarà, in termini percentuali, lievemente maggiore rispetto al 2013 (dove, fanno notare, si votò anche per i segretari dei circoli e i segretari provinciali). Ma al di là della guerra di cifre e di come si legga l’affluenza al congresso Pd 2017, resta un dato inequivocabile: il calo degli iscritti. Erano oltre 535mila nel 2013, a distanza di tre anni, sono 430mila. Centomila iscritti in meno in tre anni. Chiunque diventerà segretario del Pd dovrà tener conto di quest’esodo.
(Articolo di Rosalba Carbutti uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 13 del 26 marzo)
_________________________________________________________________
NB: Aggiornamento dati  fonte redazionale da Quotidiano Nazionale del 27 marzo 2017. 

A UNA settimana dall’avvio del voto tra gli iscritti, i risultati premiano Matteo Renzi. L’ex leader ha raccolto 12.367 voti (69.36%), Orlando 4.982 (27.94%) ed Emiliano 480 (2.69%). Numeri che nessuno dei tre partecipanti contesta mentre fa discutere la partecipazione: i sostenitori dell’ex leader parlano di affluenza al 61%, 5 punti sopra il 2013, mentre il portavoce della mozione Orlando, il napoletano Marco Sarracino, parla di una partecipazione inferiore al 50% e interroga il partito chiedendo i dati ufficiali.

Renzi vince con 45 voti il congresso della Bolognina, la storica sezione del partito dove Achille Occhetto avviò  la svolta del Pci. Nel 2017, invece, vinse Gianni Cuperlo. Altre vittorie renziane in alcuni luoghi-simbolo per la sinistra sono nei circoli ‘operai’ di
Pomigliano d’Arco, Mirafiori, Hitachi di Pistoia e polo siderurgico di Piombino. Infine, pesa anche la vittoria di Renzi a La Spezia, patria del Guardasigilli Orlando, mentre Emiliano, a oggi inchiodato a numeri bassissimi, vince solo i congressi nei circoli di Chieti e Cosenza.