“Saldi invernali” in Archivio. Tre articoli recenti: retroscena su Renzi e le candidature nel Pd, Gentiloni e il governo, le Camere sciolte e Mattarella

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti su Quotidiano Nazionale tra il 27 e il 30 dicembre 2017. Parlano dello scioglimento delle Camere, delle scelte di Renzi, Gentiloni, Mattarella Li leggerete in ordine inverso alla data di pubblicazione, cioè dal più recente al meno recente. 
1. Parte il toto-candidature nel Pd. Renzi epura le correnti e lascia alle aree interne solo le briciole, con Gentiloni aumentano gli attriti: premier restio ad andare in tv. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Il Pd ha, come si sa, molti problemi da affrontare nella corsa verso il voto che si è aperta ufficialmente con lo scioglimento delle Camere decretato da Mattarella il 27 dicembre scorso. Ci sono i sondaggi, in calo vertiginoso: oggi il Pd è quotato al 23% (-7 punti in 7 mesi), anche se Renzi è convinto: «arriveremo almeno al 25%, saremo il primo partito e la seconda coalizione». Anzi, secondo il leader dem, che lo spiega ai suoi, “prenderemo almeno il 25% dei voti, il che vuol dire ottenere almeno 250 parlamentari: 150 eletti nei listini proporzionali e 100 nei collegi uninominali”.
Poi c’è il problema degli alleati minori che vengono chiamati, con dispetto, «nanetti», al Nazareno. Hanno zero peso politico, raccatteranno pochi voti, ma reclamano collegi sicuri (5 cadauno per ognuno delle tre liste alleate: centristi ‘per l’Europa’, Insieme, cioè la pattuglia di ulivisti, socialisti e verdi, e i Radicali di Bonino-Magi-Della Vedova).
Poi, ancora, c’è il problema della corrosione della leadership di Renzi: sarà costretto, volente o nolente, a giocare «di squadra» con ministri che, in parte, non ama  proprio (tipo quello all’Interno, Marco Minniti, che sta facendo fuoco e fiamme perché non vuole subire l’ignominia di essere candidato nella sua Reggio Calabria e perdere il suo collegio) e ministri che a stento tollera dentro il partito, figurarsi al governo (Franceschini, Finocchiaro, Orlando, etc.), Ma, soprattutto, con Gentiloni nell’oramai noto «schema a due punte». Gli screzi, gli attriti e le incomprensioni, tra premier ed ex premier, sono  in crescita esponenziale. In ogni caso, Renzi dovrà, giocoforza, farsi «un vanto» dell’azione di un governo che non ha mai amato né voluto. Invece, Gentiloni dovrà «farsi vedere» in campagna elettorale: sarà candidato nel collegio di Roma 1 e in più listini proporzionali (Puglia e Piemonte, pare). Il premier, però, vorrebbe solo fare «il governo che governa», come recita una delle sue ormai note tautologie, con imparzialità  e seguendo alla lettera i dettami di Mattarella che non vuole esporlo per conservarlo, «freddo», per il dopo voto.

 

Infine, dramma nel dramma, c’è il busillis Maria Elena Boschi. In  realtà, la pratica è già stata risolta: «Non l’ho sentita, in questi giorni», dice Renzi ai suoi, «ma so che si vuole ricandidare e io non abbandono gli amici in difficoltà. L’ho fatto persino con Lupi…». Morale, ‘Meb’ sarà candidata: o nel suo collegio naturale, quello di Arezzo, in una sorta di ordalìa personale contro tutto e tutti («ma ad Arezzo la serie storica dice che vinciamo sempre», ricorda Renzi), o solo nel listino proporzionale in Toscana oppure in entrambi.
Il solo problema che, paradossalmente, il Pd non ha è come ripartire le quote interne in vista delle candidature alle Politiche. Al Nazareno  si dice, senza troppe diplomazie, che verrà messa in atto una vera «pulizia etnica» delle tante (troppe, per Renzi) «anime» interne che scarseggiano in lealtà. Il segretario, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1 («Attendo Salvini», la sfida da lui lanciata al leader leghista), vuole avere, in Parlamento, una pattuglia di “fedelissimi” pronti a tutto: appoggiare un governo di «larghe intese», ovviamente, ma anche, forse, a dare il via libera a un governo tutto targato centrodestra. «Le federazioni toscane ed emiliane faranno fuoco e fiamme», preconizzano i renziani, «perciò ci servono parlamentari fedelissimi, solidi e saldi». Alle altre aree interne  ‘a-renziane’ andranno le briciole. «Area dem» di Dario Franceschini, che si candiderà a Ferrara, contava 90 parlamentari. Quanti ne torneranno? Al Nazareno la questione brutalizzano così: «Area dem non esiste più perché al congresso stavano tutti con noi, nella mozione a sostegno di Matteo». Ergo, a loro non andrà nulla o quasi. Ma anche se a Franceschini venisse riconosciuta una piccola quota, dentro «ci vanno pure Fiano, Rosato, Giacomelli», è la furbata renziana, visto che sono già tutti renziani.
In compenso, all’area Orlando, «Dems», andrà molto peggio. Oggi gli orlandiani sono una quadrata legione romana: ben 120 parlamentari. «Orlando ha preso il 18% al congresso e quello avrà, ma dentro dovrà fare posto pure ai cuperliani e agli ulivisti, a Rete dem, etc», sibilano al Nazareno. Morale, se Orlando, che si candiderà nella sua Liguria, avrà 15 parlamentari o poco meno, potrà dire di aver portato a casa la pelle. Michele Emiliano, infine, di posti ne avrà solo cinque, ma non farà storie: saranno tutti suoi pugliesi doc.
Infine, la famosa «società civile». Tra i nomi che Renzi vuole in lista c’è l’immunologo Burioni, l’ex ct di volley Berruto e «AstroSamanta» Cristoforetti, oltre al fratello del giornalista Siani e alla giornalista, leader del movimento ‘Fino a prova contraria’, la Chirico. Voleva pure l’olimpica Bebe Vivo. La quale, però, per sua fortuna, “non ha l’età”.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 30/12/2017.
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2. Gentiloni farà campagna elettorale per il Pd ma ‘cum juicio’ e si smarca da Renzi 
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA
Nun ce se crede…”. E’ proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di “Paolo il Freddo”. Uno che, di solito, parla per tautologie (“il governo governa”, “apriremo il dossier quando il dossier sarà aperto”…), ma che, proprio ieri, nella conferenza di fine anno, che per incidens è coincisa con quella di fine legislatura, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe. Il premier attuale – e che resterà in carica con pieni poteri, altro che “disbrigo degli affari correnti”: del resto ‘vuolsi così colà dove si puote’, cioè al Quirinale –  rivendica di “aver preso delle decisioni, non fatto annunci” (stoccata a Renzi n. 1). Poi sospira che “non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche” (stoccata a Renzi n. 2, lo scontro tra Gentiloni e Renzi è stato quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati “miei e dei miei predecessori”. E qui cita non solo l’ex premier, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai, stoccata n. 3). Gentiloni si produce, invece, in un difesa a spada tratta della Boschi (“L’ho voluta io” rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che “la sinistra non può che essere di governo”. Con tanto di citazione mitterandiana del Pd che dovrebbe porsi come “la forza tranquilla” (ieri Renzi ha fatto identica citazione).
C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo faticoso anno di lavoro (“Per il Pd più che farmi venire l’infarto non potevo fare…” rivendicò mesi fa) in cui, appunto, “non abbiamo tirato a campare”, ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto ammette: il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento approvati) ma anche mezzo vuoto (ius soli saltato). Certo, tutti questi impegni il premier li ha potuti onorare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma “la Sfinge” – così lo chiamano i suoi colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma anche a imporre uno stile, il suo, quello dell’understatement, che da Renzi, come si sa, è lontano anni luce. Inoltre, il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Il premier ha fatto (Polizia, Aise, Consob, BankItalia) e farà nomine assai importanti (Guardia di Finanza, Carabinieri, Esercito), affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier aperti di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro “illazioni spettacolari” su una missione che per Gentiloni come per Mattarella, oltre che per la Pinotti, “è strategica” per mantenere l’Italia coi piedi saldi in Africa) e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato, senza dire che, nei prossimi sei mesi, l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Ocse.
Renzi, però, ovviamente, fa e farà di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che “Per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi”. Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi starà sui social “a bombardare Berlusconi e Grillo” mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv (della qual cosa ha zero voglia e pare non farà) e i ministri, poveretti, andranno “sui territori”, a cercar voti.
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale “con le modalità che il Pd sceglierà”. E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però si chiama Mattarella: ha fatto di tutto, pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che “Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale”. Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 dicembre 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale
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3. Mattarella. Gentiloni, fino alle nuove Camere, ha “pieni poteri” ma intanto il Capo dello Stato già pensa a mettere in pista un Gentiloni bis, dimissionario o no. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Oggi, 27 dicembre, al termine della conferenza di fine anno di Paolo Gentiloni, il premier salirà al Colle e dopo terrà un consiglio dei ministri. Il Colle firmerà l’atto di scioglimento delle Camere (un Dpr, Decreto del Presidente della Repubblica), ma sarà il cdm, con un Dpcm, a stabilirà la data del voto: entrambi gli atti saranno controfirmati dai due Presidenti. Il governo si prenderà un tempo mediano tra la data minima stabilita dalla legge (45 giorni, in base al TU del 1957) e la data massima fissata per Costituzione (70 giorni) per fissare elezioni e tutti gli indizi dicono che il Paese andrà al voto il 4 marzo. Il 31 dicembre, nel discorso di Capodanno, il Capo dello Stato spiegherà le ragioni dello scioglimento delle Camere, inviterà gli italiani al diritto di voto e i partiti a una campagna elettorale civile.

Fin qua, si può dire, l’ufficialità. Dietro, però, c’è molto altro. “Il corretto funzionamento delle Istituzioni, non ammette vuoti”. Tagliano corto così, al Qurinale, in merito alle petizioni on-line di cittadini e parlamentari di sinistra (Manconi, Cuperlo, etc.) che si stanno appellando a Sergio Mattarella affinché differisca “di qualche settimana” lo scioglimento delle Camere per approvare, al Senato, lo ius soli. Il presidente della Repubblica non ha nulla, naturalmente, contro lo ius soli (anzi, ritiene la “nuova cittadinanza” un tema cruciale e da affrontare), ma il suo primo obiettivo è assicurare la chiusura “ordinata” della legislatura in corso e l’altrettanto ordinata apertura della prossima, di legislatura. Il tempo per approvare lo ius soli è, dunque, del tutto scaduto. Con il voto che verrà fissato al 4 marzo, la prima seduta delle nuove Camere (XVIII legislatura) si terrà il 24 marzo quando i nuovi parlamentari dovranno eleggere, come loro primo atto, i nuovi presidenti di Camera e Senato e costituire i gruppi parlamentari.

Fino ad allora chi governerà? “Il governo Gentiloni” – è la risposta, netta e priva di dubbi, che arriva dal Colle, “governo che è nel pieno dei suoi poteri”. Nessun governo “dimissionario”, dunque, né in carica soltanto per “il disbrigo degli affari correnti”, come si legge in questi giorni, riguardo al futuro prossimo dell’esecutivo guidato da Gentiloni. Perché? Per una precisa scelta del Capo dello Stato: Mattarella vuole evitare di trovarsi con un governo “dimissionario” e ‘dimezzato’ e non vuole correre il rischio che venga sfiduciato come sarebbe potuto accadere, appunto, se la maggioranza, ormai evaporata, avesse dovuto affrontare, nell’Aula del Senato, un voto ad alto rischio, quello sullo ius soli. Il governo Gentiloni resterà, perciò, fino a insediamento delle nuove Camere. Allora sì che, da quel giorno (il 23 marzo), diventerà un governo “dimissionario” e in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma, pur se da ‘dimissionario’, Gentiloni potrà fare decreti, anche se in quel caso saranno le nuove Camere a decidere se convertirli o meno. Stefano Ceccanti, professore di Diritto costituzionale, spiega così la scelta del Colle: “Con la Ue abbiamo ceduto sovranità. L’Italia dovrà prendere decisioni importanti nei vertici Ue, Nato, etc. Non possiamo accettare vuoti di potere. Ecco perché resta Gentiloni”.

Tra gli impegni europei e internazionali cui Mattarella tiene molto c’è il decreto con cui il governo porterà truppe italiane in Niger (questo andrà convertito, anche a Camere sciolte), ma soprattutto l’Italia è attesa a importanti vertici Ue e Nato. A marzo un vertice del Consiglio europeo discuterà la proposta Merkel-Macron di modifica della zona Euro, tra febbraio e marzo si discuterà del tema migranti, per non parlare del capitolo Brexit.

Serve, in buona sostanza, “un governo che governi” e Mattarella ha individuato in Gentiloni l’ecce homo. Con buona pace di Renzi e dei possibili mal di pancia del Pd. Il leader del Pd potrebbe anche trovarsi nella (imbarazzante?) situazione di dover rivotare il suo Gentiloni se, Dio non voglia, le consultazioni andranno troppo per le lunghe. Mattarella è già pronto a rimandare lo stesso Gentiloni davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia da quelli che ha già individuato come i partiti più ‘responsabili’ (Pd, FI, etc). In attesa che la matassa si sbrogli o di convocare nuove-nuove elezioni. In ogni caso, potrebbe non essere troppo un caso ‘di scuola’ pensare che sarà un Gentiloni bis, dimissionario o meno, a preparare e presentare il Def del 2018 alle Camere e in Europa.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 28 dicembre 2017
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Renzi difende Gentiloni e gode in silenzio delle disgrazie altrui. Ancora ipotesi sulla legge elettorale

 

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA 

C’è chi sostiene – e ce ne sono – che anche il leader del Pd sarebbe tentato dall’idea di mettere la fiducia sul testo della nuova legge elettorale, come ieri è trapelato nei corridoi di Montecitorio, anche perché Forza Italia avrebbe esplicitamente chiesto ‘un aiutino’ al Pd e al governo per uscire dalle secche dei 90 voti segreti quando il Rosatellum arriverà in Aula. Matteo Renzi stoppa ogni illazione: “Di legge elettorale si occupa il compagno Rosato”, taglia corto. Che poi, Ettore Rosato, altri non è che il padre di quel Rosatellum che per ora cammina lento: procede, dentro la commissione Affari costituzionali, al ritmo di quattro emendamenti votati al giorno.

Rosato è anche il capogruppo alla Camera del Pd e ieri sera ha illustrato al suo gruppo, i trecento deputati democrat che rischiano assai in fatto di rielezione (al Nazareno contano come ‘sicuri’ soltanto 175 seggi, sulla parte proporzionale, al netto delle gare nei 231 collegi uninominali) e che, per questo, mugugnano assai. Rosato, ieri, si è limitato a dire un secco ‘no’ al voto disgiunto, richiesta che era stata avanzata da Gianni Cuperlo, e poco altro. Nulla, per dire, sulla fiducia, ma l’idea continua ad aleggiare. Il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, ne nega l’ipotesi (“Non ne so niente e se non ne so niente io…), ma alcuni democrat che la sanno lunga spiegano che “la vita è stretta ma c’è: far saltare tutti i 90 voti segreti con un voto solo, la fiducia, e giocarci tutto sul voto finale, dove i voti di FI e Lega ci saranno”. Anche se, per paradosso, sul provvedimento finale (e non sulla fiducia, dove il voto è palese) si può chiedere il voto segreto: i rischi ci sarebbero.

Si dice anche che un voto di fiducia sulla legge elettorale, per quanto sia poco ortodosso (ma Renzi, sull’Italicum, la mise), non dispiacerebbe al Colle. Ieri Luigi Di Maio è salito al Quirinale per presentarsi come candidato dell’M5S e parlare dell’argoment legge elettorale protestando per quella che è in discussione (il Rosatellum, appunto), ma senza che il Colle abbia voluto esprimersi in materia, ma dove non si vede l’ora che una nuova legge elettorale venga varata. Una decisione del genere, in ogni caso, spetta a Gentiloni e, se mai la fiducia verrà messa, si saprà solo quando la legge arriverà in Aula, cioè a partire da martedi prossimo 10 ottobre.

Renzi, per ora, si occupa d’altro: sostenere lealmente il governo Gentiloni e lisciarsi i baffi per le disgrazie in casa altrui, cioè quelle di casa Mdp (“«Il loro vero obiettivo – dice ai suoi – è quello di farci del male. Ma alla fine si sono divisi tra di loro”). A temperarlo nelle uscite c’è Matteo Richetti, portavoce della segreteria del Pd che coordina tutti gli interventi comunicativi del Nazareno e che ieri ha inviato un consiglio spassionato al leader dem, come racconta un deputato che ha saputo del dialogo tra ‘i due Mattei’: “Calma, e gesso Matteo, sei in fase zen. Se parli, ignorali. Tanto, quelli si fanno male da soli e a noi può venire solo del bene a dividere il loro fronte. Con alcuni di loro possiamo interloquire e non penso solo a Pisapia, ma anche a Civati o personalità di area Sel come Giulio Marcon, sindaci, associazioni…”. E, infatti, ieri sera, quando Matteo Renzi decide di intervenire pubblicamente si limita a enucleare pochi, chiari, concetti. Uno, “il governo e la maggioranza sono solidi e ampli, i voti di Mdp hanno dimostrato che i loro voti erano del tutto irrilevanti”. Due, “Io divisivo? – risponde a Pisapia – Dovrei fare passi di lato? Io sono stato scelto da due milioni di italiani che sono andati a votare alle primarie”.

Ma ai piani alti del Nazareno in molti brindano per le divisioni in casa altrui. “Che goduria guardarli mentre si menano tra di loro!” oppure “D’Alema se non esistesse dovremmo inventarcelo noi!” come si gonfia di gioia il petto Rosato mentre Giachetti twitta che “Mdp ha dimostrato tutta la sua irrilevanza politica”. Invece, per dirla in modo diplomatico, alla Lorenzo Guerini, coordinatore nazionale della segreteria, “torna a galla sempre lo stesso nodo, il rapporto con il Pd ed è un nodo ineludibile”. E non è certo un caso che, ieri, in Transatlantico, Bruno Tabacci, uomo di Pisapia, spiegava a un interessato ministro Franceschini, uno di quelli che il centrosinistra lo vuole largo, che “ormai abbiamo davanti a noi una sola strada, l’alleanza col Pd”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 5 ottobre 2017

 

NEW! Def, deficit e legge di Stabilità: i 161 voti al Senato e “i saldi” che mancano al governo. Mdp minaccia e la maggioranza balla

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

 

  1. Un bell’inghippo per la legge di Stabilità in sé e per la stabilità del governo. I 161 voti che, per ora, non ci sono sulla richiesta di scostamento dal deficit e i saldi che mancano nella Nota di variazione al Def. La nota del senatore Tonini. 

Oggi, quasi nell’indifferenza generale, una nota stampa del presidente della commissione Bilancio del Senato, Giorgio Tonini (Pd), sta creando non pochi malumori e grattacapi al governo Gentiloni, al ministro Padoan e allo stesso Pd. Prima di leggere (e commentare) la nota stampa, però, vanno chiarite un paio di cose non facili per i non addetti ai lavori.

La prima. Ogni anno, per quanto riguarda la politica economica, il governo presenta quattro documenti e non tre, come siamo abituati a leggere (e scrivere). I tre documenti noti sono: il primo è il Def, a giugno, che delinea le linee di politica economica per il triennio a venire, il secondo è la Nota di variazione (o aggiornamento) al Def, che si presenta a settembre e che prevede i saldi della manovra economica e gli aggiornamenti tendenziali aggiornati rispetto al Def di giugno (il rapporto deficit/Pil, previsto all’1.6%, è stato rivisto in meglio, all’1,2%, il che vuol dire più margini in termini di spesa dello 0,4%), e il terzo è la Legge di Stabilità (detta, volgarmente, manovra economica, la ex Finanziaria), che, varata dal cdm, va presentata alla commissione europea di Bruxelles entro il 15 ottobre e, contestualmente, anche alle Camere. Ed è solo quella, in verità, la Stabilità che inaugura formalmente la sessione di bilancio di entrambe le Camere e che si chiude, tra voti, navette parlamentari ed eventuali modifiche, solitamente prima delle festività natalizie. Anche perché se si sforasse la data ultima del 31 dicembre il governo dovrebbe dichiarare l’esercizio provvisorio dei conti dello Stato, iattura tremenda per ogni governo di ogni colore, che ci esporrebbe a una procedura di infrazione (proprio come lo sforamento del rapporto deficit/Pil) da parte della Ue, alle tempeste dei mercati finanziari e alla speculazione. Per tutti e tre questi documenti programmatici e di bilancio NON serve la maggioranza assoluta dei voti in entrambe le Camere (161 voti al Senato, 316 alla Camera), basta cioè la maggioranza semplice dei presenti, come succede, peraltro, per ogni legge dello Stato –  venga o meno messa la questione di fiducia da parte del governo non importa – che non riguarda una modifica del dettato costituzionale.

Ma appunto vi è quarto atto, di solito assai poco noto, o ignoto, ai più rispetto al quale serve la maggioranza assoluta dei componenti di ognuna delle due Camere (cioè la maggioranza degli aventi diritto, altra cosa ancora sarebbe la maggioranza qualificata): si tratta della Relazione programmatica con cui il governo chiede al Parlamento l’autorizzazione allo scostamento di bilancio dei saldi della bilancia pubblica. In pratica, il Parlamento, con questo atto, autorizza il governo a ‘derogare’ agli impegni presi (e scritti in Costituzione, all’articolo 81, modifica votata da tutto il Parlamento nel 2013 e che, da allora, obbliga il nostro Paese a rispettare il vincolo del pareggio di bilancio) in sede europea e che sono contenuti nel Fiscal Compact. In pratica, il governo ottiene più flessibilità, negoziandola in sede di commissione Ue, per sforare il rapporto deficit/Pil (stabilito al 3%), ma per farlo ha bisogno di un’autorizzazione formale del Parlamento. Ecco perché, in questo caso, la maggioranza assoluta dei voti di entrambe le Camere è necessaria e obbligata: i 161 voti al Senato e 316 alla Camera servono per ‘violare’ (si dice ‘derogare’ si fa ogni anno) un vincolo che, piaccia o no, è stato inserito in Costituzione.

La novità di quest’anno è che il voto, di solito dato in modi, forme e tempi diversi, sulla scostamento di bilancio e quello sulla variazione al Def è stato, con fallace mossa tattica, unito dal governo Gentiloni: entrambi i due voti sono previsti, al Senato, per il 4 ottobre. Anzi, è stato fatto di peggio: il Mef (cioè il ministero di Padoan) ha ‘fascicolato’ insieme i due documenti (scostamento di bilancio e Nota di variazione al Def di giugno) come se si trattasse di un voto solo, un pacchetto prendere o lasciare. Il che però in una situazione di maggioranza ‘ballerina’ come quella che si registra, ormai da anni, al Senato, dà luogo al tiro alla fune che Mdp (e, invero, anche altre forze politiche) stanno dando vita in questi giorni e ore. In sostanza il ragionamento è: “Se non mi dai questo o quel provvedimento, non ti voto né la Nota di variazione al Def né l’autorizzazione allo scostamento del deficit”. Il guaio è che sul primo voto, poco male, basta la maggioranza semplice dei senatori, ma sul secondo serve la maggioranza assoluta e il governo attuale, senza i 16 senatori di Mdp, quella maggioranza banalmente non ce l’ha, come si è visto, per altro verso (cioè causa lo sfilarsi dei 32 senatori di Ap) su un altra legge, lo ius soli. Certo, il governo è intenzionato ad aprire una trattativa con Mdp, che presto si terrà, ma i giorni scorrono veloci, Mdp alza le sue richieste e pretese, la quadra per ora non c’è. Morale: il governo rischia di andare ‘sotto’, la maggioranza finire a scatafascio e aprirsi una crisi di governo di non facile soluzione, anche perché avverebbe a pochi mesi dalla fine naturale della legislatura. Certo, la trattativa è in corso e tutto può finire bene, ma qiuen sabe?

Infine, e qui arriviamo alla nota di Tonini, c’è un altro problema. Sempre il governo NON ha presentato, nella Nota di variazione del Def, i saldi di finanza pubblica che pure, invece, è tenuto a indicare per legge. Il motivo politico è presto detto: indicare i saldi, scritti nel Def, non si può ancora perché, appunto, la trattativa politica è ancora in corso. Ma quei saldi vanno indicati e, se il governo non lo farà, le commissioni Bilancio riunite non potranno fare altro che rispedire al mittente la Nota di variazione al Def, bloccando l’intero iter di nascita e percorso della Legge di Stabilità che, senza, non può procedere. Un doppio problema, dunque, politico e procedurale, da non sottovalutare affatto e che, se non verrà risolto da Padoan e Gentiloni nei prossimi giorni, farà nascere grossi guai. Di inceppamento del percorso della manovra economica come di stabilità del governo. Vedremo. Per ora, ecco di seguito la nota stampa del senatore Tonini:

“La nota di aggiornamento del Def, nel testo approvato dal Consiglio dei ministri, appare priva di un importante elemento previsto, in modo tassativo, dalle legge di contabilità e finanza pubblica, come da ultimo modificata nel 2016, ai fini dell’attuazione della riforma dell’articolo 81 della Costituzione”. Lo afferma Giorgio Tonini, presidente della commissione Bilancio del Senato. “In particolare – continua Tonini – il vigente articolo 10-bis della legge di contabilità prevede che la nota di aggiornamento del Def debba contenere, tra l’altro, l’indicazione dei principali ambiti di intervento della manovra di finanza pubblica per il triennio successivo, con una sintetica illustrazione degli effetti finanziari attesi dalla manovra stessa in termini di entrata e di spesa, ai fini del raggiungimento degli obiettivi programmatici”. “E’ necessario quindi – conclude – che il governo colmi questa lacuna del testo della nota di aggiornamento del Def, presentando una nota aggiuntiva. Tale richiesta è stata trasmessa al governo per il tramite del viceministro dell’Economia, Enrico Morando, presente durante la seduta di quinta commissione appena conclusasi, anche in vista dell’audizione del ministro, prevista nella mattinata di martedì prossimo”.

NB: Queste considerazioni sono state scritte in forma originale per questo blog. 


2. I voti contrari di Mdp mettono a rischio la tenuta della maggioranza al Senato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La maggioranza di governo va sotto al Senato, in commissione Difesa, per colpa di Mdp, che vota insieme ai Cinque Stelle e Lega e i sudori freddi iniziano a sentirli anche a palazzo Chigi. Perché presto si terrà, al Senato, un doppio voto cruciale per le sorti del governo e della manovra economica con il rischio che il primo cada e che la seconda vada verso l’infausto esercizio provvisorio. Il 4 ottobre, infatti, il Senato si pronuncerà – prima ancora che sulla Legge di Stabilità, il cui iter partirà solo dal 15 ottobre – su due atti: la Nota di variazione al Def e, prima, sulla richiesta del governo al Parlamento di autorizzare lo scostamento del deficit che serve a cambiare i saldi della finanza pubblica di 8 miliardi. Per paradosso, mentre sul primo, il Def, preludio alla Finanziaria, basta la maggioranza semplice, sul secondo serve il plenum dell’Aula, la maggioranza assoluta del Senato (161 voti su 320), quorum che, senza i voti dei 16 senatori di Mdp, non c’è. Ma prima di arrivare al possibile Giorno del Giudizio del 4 ottobre, è già arrivato, ieri, l’incidente: va in scena in commissione Difesa.

Si vota su un caposaldo del Libro Bianco della Difesa (targato ministro Pinotti): le deleghe al governo per la revisione del modello professionale delle Forze Armate e del suo personale. Mdp, tramite il senatore Federico Fornaro, vero regista di tutta l’operazione, non ritira l’emendamento soppressivo dell’art. 9: riguarda la trasformazione di una parte dei contratti collettivi della Difesa da tempo indeterminato a tempo indeterminato. Figurarsi se Mdp può dirsi favorevole. Fornaro tiene botta, M5S e Lega si accodano, felici di mandare sotto il governo, e il patatrac è fatto.

Nel Pd, a dirla tutta, renziani e non ritengono che “Mdp non si prenderà mai la responsabilità di mandare a gambe all’aria il governo portando il Paese all’esercizio provvisorio, non sono matti o almeno lo speriamo. In ogni caso – dice più di un senatore – finirà che sul voto clou, quello dei 161, voteranno con noi anche perché permette allo Stato di spendere meglio e di più i suoi soldi, poi magari sulla manovra di bilancio, o forse già sul Def, punteranno i piedi e giocheranno al ‘più uno’ ma in quel caso basterà la maggioranza semplice, i loro voti non ci serviranno”. Insomma, per il Pd Mdp è tutta ‘chiacchiere e distintivo’, per non dire delle “forti divisioni al suo interno, tra la linea dura di D’Alema e quella morbida di Pisapia, con Bersani nel mezzo” e il senatore Andrea Marcucci, renziano doc, per ora si limita ad accusarli di “incoerenza” per aver votato “con tutte le destre”.

Ma è proprio Fornaro a spiegare che  “o il governo ci riceve, e accoglie le nostre richieste, sulla manovra, oppure nulla è scontato, compreso un voto massicciamente contrario il 4 ottobre. Renzi ci insulta dal palco di Imola, il Pd prepara una legge elettorale contro noi e 5Stelle, Gentiloni non ci riceve. Batta un colpo, almeno lui, se Renzi glielo permette, o saremo coerenti”. E solo su una cosa sono concordi tutti, al Senato, tra Pd e Mdp: senza i 16 senatori di Mdp il governo 161 voti necessari non li ha.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 27 settembre 2017


3. I macigni sulla strada della nuova legge elettorale sono… Def e legge di Stabilità 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Gravano due sassi pesanti come macigni sulla strada del tentativo di scrivere la nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum bis. Non a caso, il Pd ha molta fretta di approvare la legge elettorale: la prossima settimana discussione in commissione, dal 4 ottobre in Aula per riuscire ad approvarla alla Camera entro il 15 ottobre. Il primo macigno sta, però, non nei numeri della Camera, causa possibili franchi tiratori, ma in quelli del Senato e su tutt’altro. Infatti, il 15 ottobre inizia, al Senato, la sessione di bilancio e il 4 ottobre – lo stesso giorno in cui inizierà la discussione sulla legge elettorale – si voterà la Nota di variazione al Def. Per farla passare servono 161 voti, la maggioranza assoluta, e il governo rischia. Mdp chiede “discontinuità” rispetto alle politiche economiche del governo su “giovani, Sud, donne e lavoro” (il capogruppo Guerra) e dice che il voto dei suoi decisivi 16 senatori “non è scontato” (Fornaro). Ma sotto c’è altro, e cioè la determinazione di Mdp a far saltare una legge elettorale che la penalizza fortemente. Infatti, con il Rosatellum bis, Mdp sarebbe costretto a fare la lista unica con tutti gli altri spezzoni della sinistra (SI, Prc, Verdi e Pisapia, se ci sta) perché fare una coalizione, dato lo sbarramento al 10%, sarebbe troppo rischioso. E perdendo le sfide in tutti i collegi, dovrebbe dividere tra tutti quei partiti i (pochi) eletti nei listini. D’Alema ha dichiarato guerra da giorni: “Se si pensa a fare una porcheria ai nostri danni siamo pronti a non votare la fiducia”.

A palazzo Chigi minimizzano (“troveremo la quadra con Mdp”) e un incontro si dovrebbe tenere presto, entro la settimana, ma se Mdp, come minaccia in queste ore, farà mancare i suoi voti sul Def salterebbe la sessione di bilancio e cadrebbe il governo. Si aprirebbe perciò lo spettro dell’esercizio provvisorio e di elezioni anticipate, forse a dicembre, ma di certo con il Consultellum. Non si farebbe cioè nessuna nuova legge elettorale anche perchè serve un governo nel pieno delle funzioni cui dare la delega di disegnare i collegi.

Il secondo macigno, si sa, sono i franchi tiratori: allignano non solo dentro il Pd, ma anche dentro Forza Italia in primis, specie al Sud. Infatti, alla Camera sulla legge elettorale sono ammessi i voti segreti (al Senato, invece, no): M5S e Mdp li presenteranno a raffica su temi sensibili a molti parlamentari come le preferenze, ma anche sulla reintroduzione, negata nel testo, del voto disgiunto. Sulla carta, i numeri dei partiti che appoggiano la riforma è alto (circa 440 voti, la maggioranza è fissata a 315), ma – spiegavano ieri diversi parlamentari dem del Sud e del Nord che temono di non essere ricandidati o di avere in dote solo collegi perdenti – “almeno un centinaio di noi sa che non ha nulla da perdere. Gli emendamenti sulle preferenze, se vengono presentati, li votiamo”. Al Nazareno si guarda con sospetto non tanto ai big (Orlando, Franceschini, Fioroni) ma alle loro truppe: chi mai li ricandiderà? “Tra candidati da mettere nei collegi sicuri – si sfoga un dem – e listini bloccati Renzi avrà in mano il 100% delle liste del partito”.

Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 23 settembre 2017.

Renzi a Imola: “Il Pd unico argine ai populisti”. E perché non gli piace la legge elettorale del… Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

  1. Renzi sul palco di Imola attacca i populisti e cerca il “gioco di squadra”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dissesto idrogeologico. Depressione. Droga. Alzheimer. Vaccini (già più noti). E, ovviamente, le tre parole “lavoro, casa, mamma”. Se è vero che “è il Pd l’unico argine al pericolo dei populismi” (trattasi di Lega di Salvini e M5S di Grillo, mai citati per nome) “che sono stati sconfitti in Olanda, Francia e Germania”, Matteo Renzi ha deciso che “l’unico argine”, cioè il Pd medesimo, deve completamente cambiare le parole d’ordine e lo schema di gioco. E così nel discorso tradizionalmente più importante per un leader di sinistra, quello di chiusura della Festa nazionale dell’Unità (quest’anno è stata la volta di Imola), il segretario del Pd ha fatto una piccola rivoluzione nella scaletta del consueto comizio finale. Non solo, infatti, Renzi non ha detto una parola che fosse una su temi che giudica ‘politicisti’ e ‘respingenti’ come la legge elettorale (resti agli atti, però, che il Rosatellum bis non gli piace) o le alleanze, ma si è tenuto alla larga anche da temi sociali come i migranti e lo ius soli (mai citato e neppure i vitalizi), legge di cui pure era stato promotore, limitandosi a sottolineare “il gioco di squadra” al governo “tra Minniti che fa la destra e Delrio la sinistra, il che è tutto dire”.

Il segretario dem aveva due target di pubblico da coinvolgere e che sono il tallone d’Achille del Pd. I giovani (“i Millenials”) a cui ha chiesto di “mettersi alla stanga”, “uscendo dai social e andando in tutte le scuole” perché sono loro quelli che non votano il Pd. E gli anziani, cui ha chiesto “di lottare contro le fake news perché state molto su Facebook” e, insieme, di “fare vita sociale” perché sono la spina dorsale del Pd ma anche i più a rischio fuga dal Pd. Infatti, il solo nemico polemicamente citato in modo icastico (oltre ai populismi di Grillo e Salvini, presi in giro in più modi e riprese) sono gli scissionisti: “La nostra sinistra è quella di Obama, non quella di Bertinotti che fa vincere la destra” dice Renzi, alzando la voce, tra gli applausi, attaccando “chi ci ha lasciato per risentimento personale” (si tratta di D’Alema, Bersani&co.). Ecco, “con quelli” nessuna alleanza è e mai sarai possibile, anche se Renzi non lo dice, per tutti gli altri, invece, le porte sono aperte. Ma il discorso dell’ex premier ha ben altri obiettivi politici e, dunque, spunti polemici. Parte da Trump e dalla Corea, dai rischi che corre il mondo, vola sull’Europa che ha bisogno di una visione (e l’Italia può dare una mano) e plana sul governo Gentiloni, da difendere perinde ac cadaver fino a fine legislatura. Solo qui Renzi si fa straordinariamente preciso: “il 4 ottobre il governo deve prendere 161 voti al Senato sulla Nota di variazione al Def, passaggio che non può essere oggetto di ricatti o trattative”.

Per il resto, Renzi rilancia alcuni suoi abituali cavalli di battaglia: “dobbiamo uscire dalla modalità litigio”, il messaggio ai big dem – sul palco a farsi e a fare selfie erano in molti, da Franceschini a De Vincenti, dalla Boschi alla Fedeli, fino a Minniti, molto applaudito, ma mancavano Orlando, Delrio e, ovviamente per motivi di stile, il premier Gentiloni – la rivendicazione dei risultati del suo governo (Jobs Act, 80 euro) o la battaglia per la (futura) riduzione delle tasse, rimandata a quando “il prossimo governo deciderà di tornare a Maastricht”. Infine, due avvisi: il 4 ottobre parte il tour in treno del segretario per le province italiane e, a fine ottobre, si terrà la conferenza programmatica del Pd a Napoli. La campagna elettorale è vicina, Renzi vuole un partito unito, compatto e pronto a lavorare sodo: “Mettiamoci in cammino, ci sono delle elezioni da vincere e o vincono i populisti o vinciamo noi”: Per lui, che però non cita mai Berlusconi, tertium non datur.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 settembre 2017 a pagina 5


2. Al leader del Pd la nuova legge elettorale – escogitata dal Pd – non piace…

I motivi della freddezza di Renzi sul Rosatellum bis. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La nuova legge elettorale? “Speriamo che ci siano i numeri in Parlamento, ma quando stai in mezzo alla gente si parla di cose concrete”. Rispondeva cosi, ieri, in pubblico, Matteo Renzi, a chi gli chiedeva del Rosatellum. Dietro, ci sono le parole dei suoi: “Non gli piace un granché il testo ed è molto scettico sull’esito finale”. Morale: traspaiono palesi in Renzi freddezza, scetticismo. E, in più, una certa non condivisione di alcuni meccanismi tecnici della nuova legge elettorale, in particolare il fatto che il nuovo testo abbia cancellato le preferenze e che la quota di parte maggioritaria, rispetto alla parte proporzionale, sia molto ridotta. Renzi – se restasse in piedi il doppio Consultellum oggi in vigore – ha espresso più volte l’intenzione di candidarsi in Senato, nella sua Toscana, per correre con le preferenze e non alla Camera, nella facile posizione di capolista bloccato, come la legge gli permetterebbe. Certo, con il nuovo testo potrebbe correre in un collegio uninominale e, se passerà, lo farà senz’altro. Certo è che, da quando se ne parla, del Rosatellum bis, il leader del Pd non ha detto una parola di incoraggiamento o approvazione che sia una, limitandosi, come dalla Berlinguer, a generiche esortazioni.

Oggi il segretario dem chiuderà la Festa nazionale del Pd a Imola con il consueto comizio e potrebbe anche non affrontare per nulla il tema. I suoi dubbi sono anche altri: “E se il Parlamento ce la stravolge, a colpi di voti segreti, e non si riesce più a fermarla che facciamo?”. Basta introdurre un emendamento come quello sul voto disgiunto, per dire, che favorisce i piccoli partiti non alleati in coalizione (leggi: Mdp), per snaturare il testo o affossarlo con le preferenze. La scottatura di giugno, quando sul sistema tedesco Renzi ci mise la faccia e la legge elettorale cadde al primo voto segreto in Aula, brucia ancora. E poi Renzi non si fida né di Berlusconi, di cui legge gli strani movimenti (Gianni Letta ferocemente contrario, gli azzurri del Sud in rivolta), né dei peones del suo partito, pronti alla guerra contro un Rosatellum che li penalizza, al di là della volontà dei loro stessi capi (Franceschini, Orfini, Fioroni, etc.) e neppure dei big della minoranza (Cuperlo, Orlando) che già chiedono, sul testo, modifiche da apportare in Aula tali da far saltare la legge.

Morale, il Rosatellum bis rischia di restare senza padri né madri ancora prima di nascere. Non a caso, i capigruppo dei tre partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Rosato nel Pd, Brunetta per FI e Giorgetti per la Lega) hanno una fretta indiavolata, sui tempi. A partire dalla prossima settimana, ci sarà l’esame in commissione e, tra il 4 e il 9 ottobre, se la conferenza dei capigruppo darà l’ok, il Rosatellum verrà discusso e votato dall’aula di Montecitorio. Poi, però, dovrà essere trasmesso al Senato, impegnato con la sessione di bilancio, che quindi non potrà esaminarlo fino a novembre. E se palazzo Madama apporterà anche minime correzioni, il testo dovrà tornare di nuovo alla Camera per l’ok definitivo, però a dicembre. Tempi lunghi che, con i franchi tiratori, non fanno ben sperare. Ma Renzi, a quel punto, andrà davanti al Capo dello Stato a chiedere elezioni anticipate il prima possibile e un decreto che armonizzi le leggi esistenti potendo dire, soddisfatto, che “il Pd ci ha provato”.

Questo articolo è stato pubblicato il 24 settembre 2017 sul Quotidiano Nazionale

La manovra affossa lo ius soli. Il Pd si arrende: “Rischiamo troppo”

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo  – ROMA
“Non abbiamo i numeri per farlo passare al Senato e ci fa perdere circa due punti percentuali al mese, nei sondaggi”. Muore così, nei ragionamenti che si fanno al Nazareno, una legge che il Pd ha tenuto, per anni, come una bandiera: lo ius soli. Approvato dalla Camera nell’ormai lontano ottobre 2015 la legge che vuole dare la cittadinanza ai figli degli immigrati italiani residenti nel nostro Paese si è arenata al Senato. Forse per sempre, di certo in questa legislatura. Ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama ha certificato il rinvio sine die del ddl. E’ stata la stessa maggioranza, e dunque il Pd, a non riproporre la richiesta di calendarizzazione del provvedimento. Il capogruppo dem, Luigi Zanda, che pure ha cercato in tutti i modi di trovare la quadra in questi mesi, ha dovuto gettare la spugna: “Non ci sono i numeri”. E a poco serve l’auspicio di poter modificare la situazione “con il lavoro politico” o il ribadire che “per il Pd la legge è una priorità”. Anche le parole del ministro Finocchiaro suonano vane: “L’attenzione del governo resta massima e lavoreremo per calendarizzarlo alla prima occasione utile, ma si devono creare le condizioni politiche per la sua approvazione”. Il governo, Gentiloni in testa, ha in realtà altre priorità: si chiamano, nell’ordine, Nota di aggiornamento al Def, sulla quale servono, al Senato, 161 voti, e che va approvata entro settembre, e legge di Bilancio, su cui basta la maggioranza semplice, ma che occuperà i lavori delle Camere per l’intero autunno. Il premier deve, da un lato, assicurarsi i voti di Ap, da tempo scettica sul provvedimento, specie al Senato, e che non vuole che venga messa sopra la fiducia, e quelli delle Autonomie-Svp, che pure non amano la legge; dall’altro dovrà intavolare un lungo braccio di ferro con i senatori di Mdp per ottenere il loro via libera alla manovra. “Non indispettire Alfano e non creare tensioni con Bersani” è il mantra di palazzo Chigi, dove ci si limita al rimpallo: “Se ci saranno le condizioni politiche faremo lo ius soli”. Ma – è il sottinteso –senza mettere la fiducia neanche se, dopo l’esame della legge di Stabilità, si potrebbe riaprire l’ultima finestra temporale utile per approvare la legge, il che però vuol dire farlo con le vacanze di Natale alle porte.
 
Poi c’è il Pd. Renzi, che già a inizio agosto si era detto “molto scettico sulle possibilità di approvare lo ius soli”, l’altro giorno si è limitato a dire che “noi abbiamo lanciato il cuore oltre l’ostacolo sui diritti, e non solo dei migranti, ma sulla fiducia decide Gentiloni”. Insomma, come il Pd non porrà ultimatum e aut aut al governo sulla Finanziaria così farà sullo ius soli e su altre leggi (vedi il caso vitalizi) perché “la stabilità dell’esecutivo viene prima di tutto”. Naturalmente, le opposizioni esultano, Lega in testa (e proprio per superare i suoi 50 mila emendamenti la fiducia sarebbe obbligati), ma anche Fi e M5S, contrari dall’inizio. Dall’altro lato, Mdp e Sinistra italiana che hanno offerto i loro voti per una “fiducia di scopo” (non sarebbero bastati), ora attaccano duri sostenendo che “il Pd affossa la norma”. Ap parla, invece, di “realismo e pragmatismo che vincono”: del resto, se mai arriverà in Aula, sono pronti a cambiare lo Ius soli per rimandarlo alla Camera e farlo morire lo stesso. 
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 settembre 2017 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale

Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale 

Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13).