Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale 

Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Orlando sfida Renzi: “Mi candido”. Lo scontro sulla data finale delle primarie: 9 o 23 aprile?

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri (Ansa)

Ettore Maria Colombo
ROMA
QUANDO si terranno le primarie aperte del Pd, cioè la fine del percorso congressuale che inizierà con i congressi nei circoli, passerà per la Convenzione nazionale e si chiuderà con la classica ‘gazebata’, quella in cui votano iscritti ed elettori? Il 9 aprile, come vuole Matteo Renzi? Il 7 maggio, come chiede con forza Emiliano che, altrimenti, minaccia di ritirare la propria candidatura? O passerà la mediazione degli uomini di Orlando («si voti il 23 aprile perché serve tempo»)? «Sennò – dice Orlando – non è più un voto, diventa un televoto».

ORLANDO, appunto, è ‘sceso in campo’. «Vi stupite – dice con un sorriso il ministro a un grappolo di giornalisti che lo circondano dentro una ex storica sezione del Pci, quella di Porto Fluviale (“Ce la semo ricomprata pe’ tre volte pecché pe’ tre volte se l’erano venduta, sti’ magnaccia“, dicono – arrabbiatissimi – i militanti del circolo Marconi) – perché presento la mia candidatura in un circolo? E dove avrei dovuto farla, in un posto esotico tipo Bali o l’Himalaya?!». L’ultimo campione di una lunga storia, quella del Pci-Pds-Ds, annuncia la sua discesa in campo prima a Ostia, luogo pasoliniano, poi nel circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia della Capitale ma abbastanza cool, ormai. Il posto è molto piccolo, la gente straripa fuori, ma per fortuna c’è pure una piccola terrazza. L’atmosfera è da ritrovo di ex compagni che tornano, finalmente, a dirsi tali. Orlando, però, non è uno sprovveduto. E così, tra la folla di militanti de core, spiccano tanti parlamentari dem usi all’antica fatica di prendere voti nei (loro) territori. Ecco dunque, spuntare gli uomini di Zingaretti (ieri il governatore del Lazio ha detto che lo appoggerà), quelli dell’ex re del Pd di Roma, Bettini (altro endorsement), come Michele Meta, deputati e senatori piemontesi, lombardi, toscani, ma anche pugliesi, sardi e campani. Intanto ‘il compagno Sposetti’ si gode, da lontano, le gesta di un pupillo, il suo, che gode pure del favore del leader degli ex miglioristi (Napolitano) e dell’ex presidente della Camera Luciano Violante. Morale: il ‘paladino Orlando’, nato peso piuma, è salito sul ring «contro la politica della prepotenza», come ha scandito ieri in mattinata, e non vuole fare da sparring partner.

LO DIMOSTRA anche il braccio di ferro andato in scena ieri in seno alla commissione congresso che ha fatto perdere le staffe al suo presidente, il vicesegretario Lorenzo Guerini, che parla di «ricostruzioni prive di fondamento, lasciateci lavorare in pace».
Infatti, a metà pomeriggio, si diffonde la notizia che «tutto è stato già deciso, le primarie aperte si terranno il 9 aprile». Notizia che fa sobbalzare sulla sedia sia gli uomini di Emiliano in Parlamento – i due dioscuri pugliesi Boccia e Ginefra – che quelli di Orlando. I colonnelli, nonostante le frecciate che si tirano i loro campioni nelle interviste televisive, rinfacciandosi antichi appoggi verso ‘il Nemico’ comune (Renzi, appunto: “Tu non ti sei mai distinto da lui, ed eri un suo ministro”, gli rinfaccia Emiliano: “E tu lo hai appoggiato alle primarie del 2013, quando io stavo con Cuperlo”, gli ribatte Orlando), decidono perciò una Santa Alleanza contro Renzi, almeno sul campo che deve definire il terreno di gioco, le regole. In ballo c’è la fine dei lavori della commissione e la Direzione che, oggi, li validerà. I seguaci di Emiliano sono i più scatenati, ovviamente. Dice Boccia: «Se insistono sulla data del 9 aprile, salta tutto, ma ho fiducia che i renziani ‘timidi’ (l’appello è a Franceschini, ndr) sapranno ragionare con la loro testa e non impiccarsi a Renzi». Gli orlandiani sono appena più soft, ma il concetto è identico. Dice l’orlandiano Bordo: «Il 9 aprile è una data incompatibile con le regole, se vanno andare avanti gli votiamo contro e vediamo».

IN SERATA si diffonde una voce preoccupante: se la commissione, a maggioranza (renziana, ovviamente: su 20 componenti, 15 li teleguida Guerini), insisterà sul 9 aprile, Emiliano – che ieri sera, ospite da Mentana su La 7, ha detto che «Renzi vuol far saltare i referendum sui voucher e andare a elezioni anticipate» – potrebbe compiere l’ennesimo giro di valzer e ritirarsi dalla corsa per ‘impraticabilità di campo’. Resterebbe una sfida a due: quella tra il campione del partito della Nazione (Renzi, stile Macron) e il paladino del ‘partito che fu’ (Orlando, stile Hamon). Si vedrà. La mediazione, dice Guerini a un amico, «è una data intermedia per tutti, il 23 aprile». Due giorni dopo e ricorre il 25 aprile, Festa della Liberazione. Anche dal Pd di Renzi? Chi può dirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 24 febbraio 2017.

Lo Statuto-garbuglio del Pd, le primarie il 9 aprile e le Politiche all’orizzonte. Intanto, scende in campo Orlando

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo
ROMA
LE PRIMARIE aperte a iscritti ed elettori del Pd, la ‘gazebata’, si terranno domenica 9 aprile. Lorenzo Guerini, presidente della commissione congressuale – vi siede un delegato per ogni corrente e presto sarà integrata dai rappresentanti di Orlando, che scenderà in campo oggi, e di Emiliano – ha spiegato agli altri suoi colleghi che «è meglio far presto». E dato che Guerini, sempre più centrale nel Pd renziano, parla per bocca dell’ex segretario – assente per il viaggio in Usa – la commissione ha detto subito ‘visto, si stampi’, pur se tra le rimostranze di Gianni Cuperlo (che voleva posticipare il congresso a luglio) e dei supporter di Emiliano (ieri notte, a Linea Notte, Tg3, Boccia ha detto che “se le primarie finale vengono indette il 9 aprile salta l’accordo”, cioè Emiliano si ri-ritira? Chissà). In ogni caso, il percorso di guerra studiato dai renziani è il seguente:venerdì fine dei lavori della commissione congressuale (una cosa da Speedy Gonzales: neppure tre giorni…), nuova Direzione nazionale venerdì pomeriggio per validarli, poi parte il missile a tre stadi : Convenzioni nei circoli, in cui votano solo gli iscritti; Convenzione nazionale, in cui si presentano i primi tre candidati che illustrano i loro programmi (con appendice di Convenzione programmatica); primarie aperte in cui possono votare pure gli elettori.
Ma c’è un ma. La commissione studia un caso di scuola che potrebbe diventare (per Renzi) amara realtà: se i contendenti saranno solo tre (Renzi, Emiliano e Orlando), la Convenzione nazionale verrebbe eliminata perché era stata studiata per selezionare proprio e solo le prime tre candidature che superavano il 5% dei voti nel primo giro tra gli iscritti (esempio: Pittella prese il 3%, al congresso del 2013, e si dovette ritirare dalla corsa). Senza la Convenzione, le primarie dovrebbero diventare, di fatto e subito, aperte ai primi tre candidati, dopo la scrematura da parte degli iscritti. Ma, per Statuto, se nessuno raggiunge il 50,1% alle primarie aperte, diventa obbligatorio un ballottaggio in Assemblea nazionale dove votano solo i delegati. L’esito potrebbe essere clamoroso: i delegati di due candidati (Emiliano+Orlando o Renzi+Orlando, dipende dai casi e dalle alleanza) si possono unire contro il terzo e farlo perdere in Assemblea anche se avesse vinto le primarie aperte! (esempio: Renzi 46%, Emiliano 35%, Orlando 25%: Emiliano e Orlando avrebbero il 51%).

IL MOTIVO politico dell’accelerazione sulla data delle primarie finale (9 aprile), però, è un altro. Il governo, in Parlamento, inizia a dare  preoccupanti segnali di cedimento. Ieri, la fiducia sul Mille-proroghe è passata, alla Camera, con appena 337 sì (quorum 315), al Senato i numeri ballano, dato che Ala è passata all’opposizione, e i renziani ormai super doc come Orfini rilanciano temi urticanti come lo jus soli e il fine vita, oltre ad aver posto l’aut aut «sull’eccesso delle privatizzazioni e dei voucher» nel nuovo programma di governo. Parole e intenzioni che hanno fatto venire uno sbotto d’ira ai moderati di Ncd. Morale: i renziani sono tornati a cannoneggiare il governo ‘amico’ e dicono apertamente che «la finestra elettorale di giugno è aperta, apertissima, se le primarie sono il 9 aprile». Certo, si tratterebbe di andare al voto sul filo del calendario: per sciogliere le Camere servono dai 45 ai 70 giorni, la data ultima per indire i comizi elettorali è tra il 18 e il 25 aprile, e il governo dovrebbe dimettersi una settimana prima, almeno, ma la mossa, pur con un cantiere – quello della legge elettorale – ancora in alto mare, c’è. I renziani pasdaran ne parlano apertamente nei corridoi, oltre a godersi lo spettacolo di una scissione che – indicano felici – «perde pezzi ogni giorno» (Lattuca, giovane deputato di Cesena, che si arrovella tra dubbi amletici, il raffinato costituzionalista De Giorgis e altri ancora, alla Camera, mentre al Senato teste d’uovo come Manconi, Tronti e Tocci non vanno via).

E non è un caso che molti parlamentari della ex sinistra dem (40 ex Giovani Turchi, 20 di Damiano, 15 di Cuperlo) stiano cercando riparo e protezione sotto l’ombrello di Orlando. Il ministro lancerà la sua candidatura oggi, al battagliero circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia ma di moda. L’obiettivo è chiaro: unire la sinistra e non solo quella.
E Renzi? L’ex premier è volato negli Usa, in California, con l’amico di sempre, Marco Carrai, e non rientrerà prima di domenica, dando buca ai lavori della nuova Direzione. Da lì, però, si gode lo spettacolo. Tra una visita a Tesla e al resto della Silicon Valley e un giro da turista, scrive che «mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, noi proviamo a imparare da chi sta costruendo il domani prima degli altri». Un futuro e un domani che, almeno ai suoi occhi, assumono sempre più sapore delle elezioni anticipate.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2017 a pagina 8 di Quotidiano Nazionale 

Orlando in campo: lancia la sua sfida. Renzi: la base non seguirà la scissione

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio
NB: Questa mattina, alla Camera dei Deputati, il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, ha presentato il suo blog di riflessione politica, ‘Lo stato presente’, alla presenza di un folto gruppo di deputati e senatori della sinistra Pd che non prenderanno parte alla scissione di Bersani-Speranza-Rossi. Di fronte alla domanda su una sua eventuale candidatura al congresso del Pd, Orlando ha detto che non è ancora il momento di annunciarla, ma i suoi spiegano che, “a prescindere da quello che farà Emiliano, la sua candidatura è in campo”.
Ettore Maria Colombo
ROMA
«EMILIANO? Rossi? Non so cosa faranno – ragiona Renzi, che oggi non parteciperà ai lavori della Direzione del Pd – ma il congresso si può fare celermente, in modo spedito. Quella che si sta consumando sotto gli occhi dei militanti del Pd non è una scissione, ma la fuga di alcuni ex leader. La grande maggioranza della nostra base non li seguirà». Insomma, dire che l’ex premier sia addolorato per la separazione dei vari D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, sarebbe una bugia. Renzi, poi, si sta godendo lo spettacolo della pochade che ha messo in onda il governatore pugliese, sapendo che – a prescindere se Emiliano resterà o meno nel Pd – gli italiani, e non solo i social, «non perdonano». Infine, l’ex segretario si gira tra le mani gli ultimi sondaggi: Masia su La7 lo dà vincente con il 75% contro gli altri possibili contendenti, ridotti a briciole, mentre per Tecné (Ra1) il 70% degli elettori dem non vuole alcuna scissione. Non che siano né saranno rose e viole, per Renzi e i suoi, a partire da oggi, quando la Direzione lancerà il congresso. Enrico Letta, ha lanciato il suo appello anti-scissione, ma parlando di «cupio dissolvi» e «cumuli di macerie»: parole urticanti.

POI c’è il ministro Orlando, che proprio oggi, prima di andare in Direzione, inaugurerà il suo nuovo blog (Lo stato presente), ha messo intorno a un tavolo i suoi (45 ex Giovani Turchi che hanno rotto con il loro capo Orfini), venti deputati che sostengono Cesare Damiano, il quale ha, a sua volta, spaccato l’area che fa capo al ministro Martina, sfilandogli 20 parlamentari su 40, e i 15 di Gianni Cuperlo. «La tua candidatura può unire un’area vasta e personalità come Zingaretti, Chiamparino e altre», lo hanno incitato. Orlando annuncerà la sua candidatura a segretario non per conto di una correntina – spiegano i suoi – ma di una sinistra che chiede al Pd di tornare a un profilo di sinistra.
Per quanto riguarda le date del congresso, Renzi, che in Direzione gode di numeri bulgari, vuole che il giorno delle primarie aperte, torni a essere il 7 aprile, e non più il 7 maggio, come chiedevano e chiedono ancora, gli altri big. Una data lascia ancora aperta la finestra elettorale di giugno anche se con le amministrative (primo turno l’11 giugno) di mezzo, le Camere andrebbero sciolte entro fine aprile. Nessun renziano, neppure sotto tortura, ammetterebbe oggi di voler precipitare il Paese alle urne, ma la voglia rimane.
Del resto, che «la scissione indebolirà il quadro politico» come dice, in guerinese, il vicesegretario Guerini (ieri Renzi l’ha spedito a Porta a Porta), lo sanno pure i sassi. Gentiloni aspetterà che Mattarella rientri dal suo viaggio in Cina, poi salirà al Colle per riferire sulla «nuova situazione politica che si è creata in Parlamento».

INFATTI, per quanto i bersaniani assicurino che, pur dando vita alla scissione e a nuovi gruppi ‘Eguaglianza e Diritti’, voteranno la fiducia al governo
perinde ac cadaver già si profilano grosse nubi: il decreto Milleproroghe la parte ex-Sel non vuole votarlo. Infine, gira voce – tra i renziani di governo – di prossime modifiche alla legge elettorale non certo amichevole verso gli scissionisti che avrebbero già ricevuto il placet di Forza Italia: la soglia di sbarramento, che al Senato è all’8%, scenderebbe al 5%, ma salirebbe dal 3% al 5% alla Camera «per armonizzare i due sistemi come chiede Mattarella». Un’asticella non insuperabile, certo, ma neppure così facile.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 21 febbraio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale. 

Renzi: “Congresso subito e niente elezioni. Ora li freghiamo con le loro regole” Scena e retroscena del redde rationem nella Direzione del Pd

NB: I due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti a pagina 2 e 3 del Quotidiano nazionale di martedì 14 febbraio. Il segretario del Pd ha smentito, con una nota diffusa oggi alle agenzie, alcuni dei virgolettati che gli sono stati attribuiti in merito alla ‘resa dei conti’ con la minoranza interna. 
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO
1) Renzi mette all’angolo la sinistra: “Si fa il congresso e chi vince comanda”.
La resa dei conti è già arrivata, ma le dimissioni vengono rinviate all’Assemblea.
Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi si presenta alla Direzione ‘fine di mondo’ del Pd in maglioncino blu. “E’ ingrassato ma è rilassato, finalmente”, dicono i suoi. Sul palchetto – lo stesso dove Bersani presentò la sfortunata coalizione Italia Bene Comune e dove il Pd decise (fortunatamente) di votare Mattarella a Capo dello Stato – siede anche il premier, Paolo Gentiloni, oltre allo stato maggiore del Pd (Guerini, Serracchiani, Ricci, Zampa, Orfini che presiede i lavori).

 Renzi la prende larga: parla di Trump, della Le Pen, dell’Europa, sfiora Grillo e Salvini, cita Baumann e un sociologo dal nome vagamente russo che però nessuno conosce e la sua  teoria sulla “proboscide dell’elefante”, poi scende sull’Italia, rivendica i meriti del suo governo, ricorda in modo puntuale e puntuto tutt’e le volte che ha fatto a braccio di ferro con l’Europa, quella dell’austerity e dei vincoli di bilancio, rinfocola – pur scherzando – la polemica con Paodan sulla manovrina ma dice (“Mi rivolgo ai giornalisti, tanto sono le uniche cose che vi interessano”) che “la data del voto alle Politiche e il congresso del Pd sono due cose separate e distinti, anche perché la data del voto la decidono il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento e io non faccio parte di nessuno di questi organismi, non sono neppure parlamentare”.
Insomma, le elezioni ci saranno, prima o poi, e noi dobbiamo farci trovare pronti, in qualsiasi momento ci saranno” – sottolinea l’ex premier – “ma io non ne ho l’ossessione”, assicura. Poi da’ un altra notizia, sempre ai giornalisti (categoria che mal sopporta, questo si sa): “Io non cerco nessuna rivincita rispetto al referendum del 4 dicembre. Quello era un turno unico, non c’è il girone di ritorno”. E con le autocritiche, però, si ferma qui. Prima di andare al cuore del problema, e cioè il congresso del Pd che intende lanciare presto, prestissimo (così presto che l’Assemblea nazionale che lo indirà verrà convocata già sabato prossimo, 18 febbraio, e sarà lì, in quella sede, che verrà deciso l’iter di un percorso congressuale che sarà altrettanto rapido, se non rapidissimo, conclusione entro aprile), Renzi parla di tasse, di manovrina e di un rapporto con la UE in cui bisogna entrare “coi gomiti alti”. E così pure l’avvertimento ai ‘furbetti’ di Bruxelle (e a Padoan) è recapitato.
Ma la platea della Direzione dem – allargata per l’occasione ai parlamentari e ai segretari provinciali e regionali che però resteranno muti e silenti spettatori dello spettacolo – aspetta solo di sapere cosa dirà Renzi del congresso, di quando lo vuole fare e come. E qui l’ex premier fa il suo ennesimo colpo di teatro (anzi: da giocatore di poker): non annuncia le dimissioni da segretario, come molti si aspettavano e avevano pure scritto, ma delinea i confini generali, anche se molto indistinti, del prossimo confronto congressuale. Innanzitutto, dice in chiaro e poi ripete ai suoi come un mantra, che “io non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti, se vogliono uno che sia prigioniero dei caminetti se ne scelgano un altro”. Ed è qui, sia nella relazione introduttiva che nella replica, che Renzi mena fendenti a destra e, soprattutto, a sinistra. “Se digitate su Google ‘resa dei conti’ nel Pd vengono fuori 337 mila visualizzazioni, direi che è ora di dire ma anche basta”, afferma. Attacca la minoranza e, senza fare i nomi, i vari D’Alema, Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza, che “un giorno mi chiedono di fare il congresso, un giorno le primarie, un giorno la legge elettorale, etcetera”. “NON potete più prendere in giro così la nostra gente”, e qui quasi urla, si scompone, ma è solo un attimo. “Faremo il congresso a norma di Statuto, con le regole del 2013 (quello con cui Renzi  vinse il congresso contro Cuperlo, ndr)”, il che vuol dire – specifica – che “ci si confronta, ci si scontra, ma poi chi vince comanda e chi perde rispetta e si adatta al vincitore, non fugge via col pallone come un bimbo dispettoso”. Poi rivendica non solo i tre anni a guida del governo, ma anche quelli a guida del suo partito, che “stava al 25% e io l’ho portato al 40% (vero, però sta parlando delle Europee 2014).
Dopo la sua relazione, intervengono tutti o quasi i big. Al netto della minoranza, Orfini e Martina parlano per difendere con l’aratro la linea che Renzi ha solcato, Franceschini resta muto e, pare, assai contrariato, ma poi si acconcerà a votare la relazione finale. Solo Orlando si distingue: chiede una conferenza programmatica, ma dice no a ogni ipotesi di scissione e, alla fine, non vota la relazione a sostegno della mozione del segretario insieme a pochissimi dei suoi (“Erano quattro gatti” li irridono i renziani) mentre il grosso dei Giovani Turchi (Raciti, Verducci, Marini) vota compatto la linea del segretario che è uguale a quella del presidente e leader della loro corrente, Orfini. I numeri finali del voto parlano da soli e in modo impietoso: 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti. Ora si vedrà nell’Assemblea nazionale di sabato se la linea di Renzi reggerà alla prova del fuoco.
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2) Il leader del Pd: “Ora ci divertiamo. Li freghiamo al Congresso con le loro regole”. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
La notizia è che Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. “È impossibile, non ce la si fa più, ormai”, ha detto ai suoi, ma rincuorandoli così: “Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme”. Elezioni a settembre, magari in coincidenza con quelle tedesche (il 24), o addirittura a ottobre? “Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre in Europa, Mattarella e la Ue non ci lasceranno mai votare allora. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, e avrò davanti a me quattro anni di tempo, deciderò io insieme a voi, naturalmente, Del resto, prima o poi, bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Renzi ai suoi alla fine di una Direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti (“Li abbiamo spianati”, il commento dei suoi sui numeri che hanno visto trionfare la mozione dei renziani con 107 voti contro 12 contrari e 5 astenuti) che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità della Ue, i lepenismi e i trumpismi europei e mondali, ma anche contro  il sovranismo di Salvini e il massimalgrillismo”. E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd. Non senza aver menato fendenti ai suoi oppositori, da Emiliano a Bersani a D’Alema cui ricorda la gestione fallimentare di banche del tempo che fu e insinuando: “facciamo la commissione sulle banche ci divertiamo”.

Per la minoranza e i suoi campioni (“Alla fine, vedrete, schiereranno Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma De Luca sta con noi”, nota il premier, quindi poco male) saranno dolori. “Pensano di fregarci con le regole? E noi li seppelliamo. E con le loro regole”. Renzi e i suoi si sono calati l’elmetto e hanno deciso di giocare duro sul terreno avverso, “quello che la minoranza adora: regole, Statuti, commissioni congressuali, pure l’Ave Maria”. Traduzione: se vogliono fare la scissione sulla data del congresso, che si accomodino pure.

In effetti, il percorso è di guerra. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale da segretario dimissionario, reggente del partito sarà il presidente Orfini. A quel punto la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso e che le scremerà in vista della Convenzione nazionale, cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti. Questi presenteranno le loro piattaforme programmatiche e si aprirà la fase finale, le famose primarie, aperte a iscritti ed elettori del Pd. Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza gira già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio.

La maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando, il quale però si limiterà a richiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area di Franceschini) ha preparato un pacchetto da ‘prendere o lasciare’. Del resto, “anche se la minoranza, più Orlando e qualcun altro (leggi Franceschini, ndr) volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di prima fascia – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Luca Lotti: abbiamo 750 voti” (qui si intendono i voti all’interno dell’Assemblea nazionale, che ha una platea di mille delegati).

In effetti, il tiro mancino potrebbe essere questo: proporre un documento contrapposto a quello di Renzi, chiedendogli persino di rimanere al suo posto, ma obbligando a un congresso ‘lungo’, come vuole la minoranza (inizio in giugno, pausa estiva, ripresa in autunno). In assemblea si vota a maggioranza semplice su mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Parola, dunque, all’Assemblea. Ci sarà da divertirsi.

NB: i due articoli sono usciti sul Quotidiano Nazionale del 14 febbraio 2014 a pagina 2-3.

Pd, Orlando e Franceschini preparano il golpe interno anti-Renzi: “Caro Matteo, non sarai più tu il nostro leader”

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Ettore Maria Colombo
ROMA

NB: Questa mattina, sia il segretario del Pd, Matteo Renzi, dicendo che “Renzi ieri non ha parlato con nessun giornalista e ogni virgolettato a lui attribuito è falso”, che il ministro Andrea Orlando hanno smentito, ognuno per la parte che lo riguarda – Orlando le bolla come vere “fandonie” – le ricostruzioni di QN contenute in questo articolo come di altri quotidiani usciti oggi sullo stesso argomento. Ne prendiamo atto e confermiamo il contenuto di quanto scritto, riferito da più fonti. Ps. Segnaliamo, peraltro, che il ministro Franceschini non ha smentito alcuna ricostruzione…

«Caro Matteo, se davvero vuoi correre a elezioni anticipate a giugno, magari proponendoci il ricatto, sotto forma di graziosa concessione, del premio alla coalizione per avere il voto subito, beh, sappi che non potrai essere tu il nostro candidato premier. Sia perché saremo in un sistema proporzionale sia perché non ti riconosceremo più la leadership del Pd. Il Pd deve diventare di nuovo contendibile in un congresso. Se ti vuoi candidare di nuovo fallo, ma sappi che non sarai più tu il nostro ‘campione’». Saranno queste – più o meno, non testuali, ovviamente – le parole e il ragionamento con cui il ministro Andrea Orlando – area Giovani Turchi, ma ormai del tutto autonomo, in rotta totale con il leader della corrente, il presidente del Pd Matteo Orfini, ultimo fedelissimo non renziano rimasto vicino a Renzi su tutta la linea – legge elettorale, alleanze, congresso – tranne i pasdaran del renzismo militante e Guerini) – e, insieme a lui, il ministro ai Beni culturali, Dario Franceschini, affronterà l’ex premier alla prossima Direzione del Pd il 13 febbraio.

Renzi torna a Roma oggi, ma si è dato la consegna di non parlare neppure «ai suoi» – come si usa dire, in questi casi, per indicare, con un giro di parole, le esternazioni filtrate dalla stampa ‘amica’ dei pensieri più reconditi del premier – fino alla Direzione di lunedì. «Parlerò allora», ha detto e fa dire l’ex premier ai suoi più stretti collaboratori, diffidando i giornalisti dal virgolettargli alcunché che non corrisponda al suo pensiero integrale. Ma è lì, in Direzione, che Renzi metterà il Pd davanti a un bivio esiziale: «O si vota a giugno, con primarie per la leadership a marzo, o elezioni a febbraio 2018 e congresso ordinario prima. Congresso che io vi chiedo di indire, in tal caso, al più presto. Se riusciamo a giugno, prima delle elezioni comunali (l’11 giugno, ndr), al massimo a settembre. E sono pronto a sfidare chiunque di voi voglia farlo». Renzi, infatti, è convinto di poter battere tutti i suoi possibili avversari: Speranza, Emiliano, Rossi e anche e proprio il ministro Orlando. L’azzardo del leader, in realtà, prevede una sola, vera, ‘clausola di salvaguardia’: «A ottobre dobbiamo chiedere una manovra espansiva, altro che recessiva, al governo Gentiloni, altrimenti non sarebbe più il nostro governo al punto che potremmo anche farlo cadere. Né io voglio fare la fine che fece Bersani: appoggiò il governo Monti e poi perse le elezioni». L’ultimo azzardo del segretario potrebbe essere di chiedere, a quel punto, saltata ogni possibilità di urne a giugno il voto a settembre, il 24 del mese in asse con le elezioni dell’alleato tedesco.

ORLANDO, questo è il guaio, ha però deciso di prendere Renzi in parola. Vuole candidarsi contro di lui al congresso. E lo farà, probabilmente, con l’appoggio, che a questo punto sarebbe determinante, di un altro ministro di peso, Dario Franceschini, leader di Area dem, che conta quasi cento parlamentari, ma anche poggiandosi su una serie di «renziani di complemento», come vengono chiamati in Transatlantico. Parlamentari che, fino a ieri, quando Renzi era il dominus del Pd, erano renziani ma ora stanno per cambiare bandiera e barricata. Ieri sera, dunque, in un ping-pong di riunioni febbrili e concitate dei fedelissimi di Franceschini e Orlando, tra Camera e Senato, si è deciso di rompere, di fatto, con Renzi. Riunioni cui avrebbe partecipato anche un altro ministro, quello all’Agricoltura, Maurizio Martina, fino a ieri ritenuto dai renziani un  fedelissimo, ma ora in preda a dubbi amletici, che si sono tenute a tarda sera a Montecitorio tra franceschiani e Giovani turchi ma anche al Senato dove il pasdaran renziano Marcucci è stato sottoposto a un fuoco di fila di tutti gli esponenti delle correnti dem (renziani compresi) che rimproverano a Renzi ‘la qualsiasi’.
Il tanto temuto, dai renziani, golpe interno contro il loro leader – una sorta di replica, ma a protagonisti rovesciati, della Direzione del Pd che detronizzò Enrico Letta e portò Renzi a palazzo Chigi – si è materializzato ieri sera in un deserto Transatlantico di Montecitorio.
A innescare la miccia è stata, per la verità, una decisione maturata in ambienti renziani, anche se per nulla, pare, decisa da Renzi. Quella del capogruppo dem, Ettore Rosato, di rinviare l’assemblea del gruppo del Pd della Camera, che doveva tenersi oggi, a mercoledì 15 febbraio, dopo la Direzione del 13. Una Direzione che ora assume sempre più il profilo dello show down finale, senza dire del fatto che, esattamente tre anni fa, il 13 febbraio 2013, la Direzione del Pd mandò a casa proprio Enrico Letta e intronò Matteo Renzi con l’aiuto e il sostegno degli stessi ‘volenterosi carnefici’ attuali: Franceschini, Orlando, etc. La decisione di spostare l’assemblea del gruppo era stata motivata con ragioni «tecnico-logistiche» (secondo il capogruppo Rosato bisogna aspettare le motivazioni della Consulta sull’Italicum e la Direzione stessa del Pd prima di potersi riunire e pronunciare), ma appena resa nota, la decisione del rinvio, ha scatenato il finimondo. Senza dire del fatto che già erano molti i deputati dem che, a prescindere dalla discussione sul partito,  volevano «chieder conto» a brutto muso, a Renzi, della sua uscita contro i vitalizi.  C’è da dire che il fuoco covava sotto la cenere: da settimane, Orlando – la cui candidatura è stata già ‘benedetta’ da Napolitano, da Ugo Sposetti (tesoriere del tesoro del fu Pci-Pds-Ds) e da molti altri maggiorenti del Pd – si sentiva pronto al grande passo. Ora sta per compierlo.

NB: L’articolo è stato pubblicato l’8 febbraio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale