Pd, si riapre la frattura tra aventiniani e dialoganti. Franceschini contro Renzi. Martina media. Due vicepresidenti, il resto zero sulle cariche istituzionali

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini

  1. Pd umiliato anche alla Camera. E l’ala governista spacca il partito. Franceschini-Orlando contro Renzi che fa muro: l’opposizione ci farà bene. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Camera dei deputati, uffici del gruppo dem, prima mattina. E’ convocata l’assemblea dei deputati del Pd, la prima guidata dal neo-capogruppo, Graziano Delrio, il quale si limita a ricordare, in apertura, che “I 5Stelle ci hanno escluso dal collegio dei questori, una cosa molto grave”. Si dovrebbe discutere, infatti, di come presentarsi alle votazioni sugli organi che dovranno completare l’ufficio di presidenza della Camera. Detto per inciso, il Pd otterrà di eleggere solo un vicepresidente, Ettore Rosato, ma nessun questore, una carica nevralgica per governare gli interna corporis del Senato, su tre , e nessun segretario d’aula, su otto. Bilancio magro, considerando che anche al Senato il Pd ha ottenuto poco: un vicepresidente e punto, zero questori, zero segretari d’aula. Insomma, una debacle. Ma i guai del Pd non sono solo questi, sono appena iniziati. Non preventivato, prende la parola Dario Franceschini e lascia tutti a bocca aperta. Si tratta non solo del ministro alla Cultura, ma di un ex segretario, di un sempiterno big del Pd e soprattutto del front runner della linea della ‘trattativa’ a oltranza, contro quella dell’opposizione a oltranza, impersonata da Renzi, rispetto al futuro governo. Due linee opposte non solo verso un governo di responsabilità nazionale, ma anche verso un governo con i 5Stelle, prateria a ieri inesplorata, tranne che dal pistolero Michele Emiliano e dai suoi. Dopo aver tentato, sottotraccia, diversi abboccamenti con i 5Stelle per cercare di portare a casa la presidenza della Camera (per sé? Non si sa), Franceschini era rimasto a lungo silente. 

Ora, invece, Franceschini parla, dice lui che è il Pd che “è restato silente troppo a lungo, mentre i fatti si susseguono”, che “non si può andare al Colle teorizzando l’Aventino” e chiede di tenere un’assemblea congiunta dei gruppi di Camera e Senato e di riunire anche la Direzione del partito, ma soprattutto di farlo ‘prima’ che inizino le consultazioni al Colle. Tradotto: bisogna ragionare, con tutti, sul governo.

Verini, Pollastrini e Piero Fassino, un big, lo appoggiano. Subito dopo parla Orlando, come in una staffetta: del resto proprio lui, con Franceschini, aveva stabilito la strategia, su un divanetto di Montecitorio. La prende da un altro lato, Orlando, ma il succo resta quello: “Se dobbiamo stare all’opposizione bisogna discutere che tipo di opposizione dobbiamo fare. Se è di sinistra è un conto, se non lo è no. L’hastag ‘tocca a loro’ va bene per un tweet ma non è una risposta politica, bisogna dire che fare”. I renziani mangiano la foglia e parte la contraerea. Lorenzo Guerini non ha conquistato i galloni di capogruppo, ma conta ancora molto, e replica secco, con fare poco diplomatico, lui che è sempre stato ‘il Forlani’ di Renzi: “Il Pd starà all’opposizione, come deciso in Direzione, non serve convocare i gruppi prima, casomai lo faremo dopo le consultazioni”. Il presidente dem, Matteo Orfini, va via subito dalla riunione ma poi, in Transatlantico, la mette giù anche più dura: “Se qualcuno pensa di fare una maggioranza con M5S lo dica chiaramente e ne discutiamo, io sono contrario”. A quel punto urge un intervento di Renzi per rincuorare le truppe, diversamente sbandate. In una Enews stilata all’uopo Renzi ribadisce che “La situazione politica è chiara, il Pd starà all’opposizione, che si può fare pure bene, come spiega splendidamente Pierluigi Castagnetti” (perfidia speciale di Renzi, questa: citare l’antico oppositore di Franceschini dentro il Ppi…).

I fronti sono schierati, manca solo la voce di Martina, il quale però cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte: in assemblea frena, contro Franceschini, assicurando che il Pd “convocherà gruppi e Direzione ‘dopo’ le consultazioni”, poi in serata afferma che “il Pd starà all’opposizione, ma non siamo nel freezer, siamo disponibili al confronto”. Insomma, prova a mediare, ma Renzi – che lo ha chiamato inviperito – tira da una parte, Franceschini, Orlando e Fassino dall’altra. La guerra interna al Pd è solo iniziata, le polveri hanno preso fuoco e riguarderà anche la corsa a chi farà il segretario (ieri si è candidato Matteo Richetti, non si sa se per conto di Renzi o in modo solitario: in ogni caso dà appuntamento ai suoi fans per il 7 aprile all’Aquario romano), non si sa ancora se con una votazione dentro l’Assemblea nazionale (la data che gira è quella del 22 aprile) o se con le primarie. Ma c’è un punto che Renzi sottolinea sempre con i suoi: “Non solo mi basterebbe avere pochi parlamentari, con me, per far saltare un governo coi 5Stelle, ma la maggior parte dei gruppi è sulle mie posizioni. Staremo all’opposizione”. Infine, sullo sfondo, ma attivo, c’è anche Paolo Gentiloni: i big dem vorrebbero tirarlo dalla loro parte e fargli prendere parte attiva allo scontro interno, facendolo schierare contro Renzi, ma lui è ancora premier e prima di rompere pubblicamente, e clamorosamente, con il suo ex dante causa ci deve pensare. Il guaio è che ci sta pensando. 

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2018. 

 


 

2. I democrat restano a bocca asciutta al Senato. Renzi: “I gruppi li controllo io”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
La democrat di fede orlandiana Anna Rossomando rischia di essere l’unica esponente a rappresentare il Pd nell’ufficio di presidenza di entrambe le Camere. Di Palazzo Madama, nel caso in questione, dove è stata eletta ieri sera vicepresidente, appunto. E in generale perché a palazzo Montecitorio – dove i quattro vicepresidenti, i tre questori e gli otto segretari d’aula che servono a comporre, l’ufficio di presidenza di ognuno dei rami del Parlamento verranno messi in votazione stamane – ogni accordo è saltato e il Pd ne è stato tagliato fuori. Si tratterebbe di un primato, anche se tutto in negativo: non accadeva dal 1948 che il secondo partito per numero di seggi non avesse cariche istituzionali. Lo scontro che ieri si è consumato nell’aula del Senato e oggi lo sarà alla Camera è anche foriero del futuro governo. La tenaglia stretta tra Lega e M5S – con FI nel ruolo del vaso di coccio tra i due vasi di ferro – si è stretta sul Pd. Soprattutto, ha pesato la pretesa grillina di avere per sé, al fine di poter cavalcare il tema del taglio dei vitalizi, un questore sia alla Camera che al Senato. O i 5Stelle ne concedevano uno al Pd, per ragioni di bon ton istituzionale, come pure avevano promesso, oppure – dato che il centrodestra aveva in Senato e avrà oggi alla Camera i numeri per eleggere due questori in ognuna Camera – se ne eleggevano uno da soli. E così è accaduto. Il Pd ha votato, pur sapendo di non avere speranza, dei candidati di bandiera, come sulle presidenze. Il centrodestra ha fatto orecchie da mercante e si è votato i suoi. Per il Pd si tratta di una “deriva antidemocratica”, tuona il senatore Gianni Pittella. Ettore Rosato, che poi è il vicepresidente indicato dal Pd alla Camera, sbotta: “Questi sarebbero quelli che vogliono parlare con noi di governo? Rifiuteremo ogni incarico, anche il segretario d’aula, che pure ci spetterebbe di diritto. Li voglio vedere al governo”. Non a caso, oggi – annuncia il segretario Martina, che dopo molti ammiccamenti con i 5Stelle, si è deciso a fare il duro – “il Pd non parteciperà a nessun incontro con altri partiti sui programmi o altro. Attendiamo le consultazioni vere”. Insomma, per paradosso, vince la linea di Renzi, che ieri, non a caso, ha rilanciato le parole del presidente Orfini (“Con i voti del Pd non farete alcun governo”), in pubblico, per poi incitare i suoi senatori, mentre si votava, così: “Avrebbero bisogno del 90% dei nostri voti per fare un governo, ma nessuno ha capito che non li avranno mai. Del resto, mi basterebbe controllare il 9% del gruppo. Volete che non abbia il 9% del gruppo con me? Mi avrebbe tradito anche Bonifazi…”.
Per quanto riguarda la composizione dell’ufficio di presidenza del Senato, sono stati eletti Calderoli (Lega, 164 voti), La Russa (FdI, 119 voti), Taverna (M5S, 105) e la Rossomando (Pd, 63) come vicepresidenti, i tre questori sono De Poli (Udc-FI, 165 voti), Arrigoni (Lega, 130) e Bottici (M5S, 115) mentre gli otto segretari d’aula sono andati 4 a Lega e FI, 4 all’M5S, con il Pd rimasto a bocca asciutta. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 29 marzo sul Quotidiano Nazionale. 
___________________________________________________________________________________________

Renzi compone le liste del Pd: promuove i suoi e annichilisce le minoranze. I sommersi e i salvati di una lunga notte

Necessaria premessa “metodologica”. 

Pubblico qui di seguito gli articoli sulla difficilissima composizione delle liste del Pd al Nazareno usciti tra il 25 e il 28 gennaio 2018 mettendoli, nella lettura, in ordine cronologico inverso a quello di pubblicazione (dall’ultimo, il più recente, al più vecchio). 

Segnalo che, in un caso, quello degli articoli del 27 gennaio, sono pubblicate entrambe le versioni dei pezzi usciti sullo stesso tema, ma in edizioni differenti (normale e notturna). 

Nb: per chi volesse consultare l’elenco di tutti i candidati del Pd+centrosinistra alle prossime elezioni Politiche del 4 marzo 2018 può farlo facilmente leggendo l’elenco completo ed esaustivo di tutti i nomi (collegi uninominali e listini proporzionali) uscito e pubblicato sulla rivista on-line del Pd, Democratica ( Rivista Democratica on-line ). 

Buona lettura a tutti/e !

 

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

 

  1. Renzi presenta le liste elettorali del Pd: “Esperienza devastante”. Ecco perché. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Quando ieri sera, alle 20.30 circa, Matteo Renzi scende al secondo piano del Nazareno, per presentare le liste del Pd – quelle faticosamente e drammaticamente chiuse l’altra notte con la Direzione che slittava di ora in ora fino alle 4.30 – si presenta in maniche di camicia (bianca) e sfodera anche un (finto) buonumore. Il ricordo della “più brutta e devastante esperienza che abbia mai vissuto” come aveva definito la notte trascorsa, in un impeto di sincerità, se lo è, cioè già buttato alle spalle e, durante la conferenza stampa, prova a suonare la carica. “Siamo convinti di aver messo in campo la miglior squadra per andare a vincere le elezioni”, esordisce il segretario del Pd, “i più preparati, i più competenti, i più capaci di portare avanti la fiaccola della speranza” (sic). Renzi, in effetti, può vantare alcune candidature che, specie al Sud, bilanciano quelle dei soliti potenti e ras locali come Franco Alfieri, capo-staff di De Luca e re delle “fritture di pesce”, nel Cilento, lo stesso figlio di De Luca a Salerno, Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Totò, a Caltanissetta, etc. A metterci una pezza servono, allora, le figure del medico Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra Giancarlo, e il maestro di strada dei bassi di Napoli, Marco Rossi Doria (entrambi in Campania), ma pochi altri. Renzi cita pure la giornalista Francesca Barra, che corre a Matera, e un altro giornalista, Tommaso Cerno, candidato a Milano.
Ma in questo caso siamo, come per Annalisa Chirico, leader del movimento iper-garantista “Fino a prova contraria”, in un campo di gioco un po’ diverso. Quello che sta metà tra la testimonianza civile, colta, impegnata e il new kurs del democrat neo-renziano: una sorta di stato d’animo che mischia l’ex posa da radical chic con personaggi glamour, forti sui social,onnipresenti nei talk-show e nello show-biz. Insomma, dei nomi che fanno pensare più al sito Dagospia che agli indipendenti di sinistra che furono (chissà come si troverà, con loro, quell’arzillo gramsciano di Beppe Vacca).
E qui, dagli ‘inclusi’, il discorso cade facile sugli ‘esclusi’. Infatti, già dal mattino presto, con un tweet assai acido, il ministro Carlo Calenda – che, peraltro, non si ricandida e annuncia il suo voto per la lista Bonino – attacca Renzi: “Che senso ha non candidare gente seria e preparata come De Vincenti, Rughetti, Nesi, Tinagli, Manconi”. Il leader dem, pur punto sul vivo, attende fino a sera per replicare, ma parla solo di De Vincenti. L’esclusione dalle liste del ministro (ex dalemiano, poi lettiano, poi renziano tiepido) ha del clamoroso, Renzi sostiene che “ha detto un secco no” (De Vincenti, non lui), ma ora spera “in un recupero”: pare che potrebbe essere nominato all’Authority dell’Energia. Solo in piena nottata si scoprirà che a De Vincenti è stato affibbiato, sia pure in extremis, il collegio rifiutato da Cuperlo: Sassuolo, in Emilia, rielezione assicurata per il ministro.
Sul resto, Renzi filosofeggia con frasi tipo “il ricambio è fisiologico, l’amarezza comprensibile”, ma difende le liste, gli dispiace un po’, forse, solo l’autoesclusione di Cuperlo. Poi incita Padoan (a Siena) e la Boschi (a Bolzano) ed è sicuro che “il collegio di D’Alema” diventerà “quello della Bellanova”, la viceministra che gli ha schierato a Lecce, nel collegio senatoriale del Salento (Lecce-Otranto-Nardò). La verità è che il segretario si è costruito, con queste liste, un Pd a sua immagine e somiglianza. Persino quando, nel cuore della notte, anche il premier, Paolo Gentiloni, è salito da lui per convincerlo a tenere dentro qualche nome escluso (tipo Luigi Manconi, paladino delle battaglie sui diritti civili) Renzi non ha voluto sentire ragioni. Fine. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 
 
____________________________________________________________________________________________
2. Mutazione genetica del Pd: da partito delle “mille correnti” a “Partito di Renzi”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, l’altra notte, compilando le liste elettorali del Pd, ha compiuto, più che un repulisti interno, una novella strage di San Bartolomeo. Nella parte degli ugonotti, sterminati in una notte dai cattolici del re di Francia, però, non sono finite solo le due minoranze interne, l’area di Orlando e l’area di Emiliano, ma anche molte altre aree. E così, almeno nei gruppi parlamentari (ma nel partito, dat i risultati congressuali che recitano 73% a Renzi, 19% a Orlando, 9% a Emiliano, le cose non sono poi mai andate troppo diversamente), d’ora in poi esiste ed esisterà soltanto il partito di Renzi, renziani, affini&co.
Vediamo come, area per area. Le minoranze congressuali sono state, come è emerso chiaro dalla notte, annichilite. Quella che fa capo al ministro Andrea Orlando contava ben 113 (centotredici) parlamentari uscenti che tifavano per lui, al recente congresso (20% il modesto risultato preso allora). Orlando aveva chiesto a Renzi 40 posti, ma dopo la notte dei lunghi coltelli e dopo tanto strepitare, ne ha avuti 17, non uno in più. Due hanno già rinunciato e siamo già a 15. Uno è sconosciuto (Peppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, doveva correre nella sua Sicilia, a Caltanissetta, ma indignato per la presenza, come capolista, della figlia dell’ex ministro Totò Cardinale, Daniela, ha rinunciato), l’altro, molto più famoso: è Gianni Cuperlo. Alle tre di notte ha scoperto di essere essere stato paracadutato (lui, raffinato intellettuale triestino) nella ‘popular’ cittadina di Sassuolo e ha risposto niet. Certo, nella sporca dozzina di ‘salvati’, tra gli orlandiani, c’è Cesare Damiano (in Umbria, a Terni, dopo trattativa ‘personale’ condotta con Fassino, suo vecchio amico), ma mancano pezzi grossi: il coordinatore della mozione, Andrea Martella, veneziano, il portavoce Marco Sarracino, napoletano, e anche Marco Di Lello, ex del Psi. Orlando ha denunciato l’epurazione, ma alla fine ha chinato la testa e firmato il foglio che Renzi gli ha messo davanti. Comprensivo della sua candidatura, da lui scoperta di notte, nel listino bloccato dell’Emilia-Romagna e di un collegio a Parma, ovviamente blindati. Il governatore pugliese, Michele Emiliano, per sua fortuna, doveva proteggere solo dieci uscenti (9% al congresso), ma è riuscito a garantirne solo tre (Boccia, Capone e una donna), non uno solo in più, e ha dovuto sacrificare alcuni dei suoi pezzi migliori (Dario Ginefra).
Ma alle altre aree interne, in teoria alleate di Renzi, le cose non sono andate molto meglio. Area dem, fondata da Dario Franceschini, all’inizio della legislatura contava la bellezza di 90 parlamentari: bene, semplicemente non esiste più. Sono rimasti Losacco e Giacomelli, in lista e in quota Lotti, mentre Rosato e Fiano sono, ormai, renziani a 36 denti. L’area che fa capo al ministro Martina è stata ridotta a dieci unità (erano 40), i Giovani Turchi sono dimagriti da 30 fino a 12, più altri sei forse. Insomma, se il Pd, col 24%, eleggerà 250 parlamentari, ben più della metà (150) saranno renziani doc o affini alla stirpe.
Tra le correnti che esistevano dalla nascita del Pd (2007) e, di fatto, non esistono più, vanno contati i bindiani, i lettiani (ne era rimasto uno, Marco Meloni, non ricandidato), i popolari (tranne il povero Fioroni, che si butta in una corsa solitaria nel collegio di Viterbo) e, soprattutto, i liberal di Libertà Eguale (Morando e Tonini) mentre il professor Stefano Ceccanti, che pure ne fa parte, è stato candidato, a Pisa, ma ormai è considerato un renziano di complemento. Defunti anche gli ex miglioristi, vicini all’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Andato via, per sua scelta, Ugo Sposetti, che comunque aveva superato il tetto dei tre mandati, è stato tolto dalle liste il toscano Manciulli e messo in Campania 3, in posizione di fatto perdente, il campano Enzo Amendola, sottosegretario agli Esteri, mentre la giovane Lia Quartapelle ha rinunciato al seggio (insicuro) in Lombardia e Nicola Latorre è stato escluso senza un perché in un amen. Minniti anche l’ha presa male. La ridotta ex-Pci non esiste più.
NB: L’articolo è uscito  il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale
__________________________________________________________________________________________
3 a. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  
(versione dell’articolo nell’edizione notturna e straordinaria chiusa alle 24.00 del 27/01)
Ettore Maria Colombo – ROMA
 
MATTEO RENZI ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo il successo dell’epoca e con un Pd ridotto a un campo di Agramante.
Vuole tutti volti “nuovi”, “giovani”, “freschi”, “aperti”, “diversi”. Già la Direzione dem che deve convalidare le scelte del segretario è stata, da sola, una commedia degli equivoci, a partire dall’orario: convocata alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, dopo alle 22.30, infine alle 23.30, non inizia che dopo la mezzanotte, quando i suoi stanchi e provati membri, al bivacco, non ne possono più. Come dice Gianni Cuperlo, entrando in un Nazareno buio, “la trattativa sulle liste? Peggio della scissione del Pci nel 1921”.
 
ALLA FINE, dopo trattative e colloqui tra Renzi e Orlando che, negati da entrambi, sono andati avanti ore e ore, la faticosissima ‘quadra’ interna “non’ viene trovata. Fonti di entrambe le parti, all’ora dei corvi e dei gufi, le 24.00, dicono “Sì, abbiamo un accordo”, ma gli orlandiani sono sul piede di guerra, traditi persino dal loro Capo. Alla minoranza di Andrea Orlando viene concesso qualche posto in più, ma sono davvero pochi: 17/18 (forse 20, ma si tratta ancora a notte fonda), ma non tutti in posizione eleggibile rispetto ai 15 offerti da Renzi. Ma quella di Orlando è una vittoria di Pirro: di parlamentari ne aveva 111, aveva chiesto 38/40 posti per i suoi e ne avrà 17/20, di cui molti incerti. E anche se resterà, forse, tra i ‘salvati’ qualcuno dei ‘reietti’ (Cesare Damiano è di sicuro dentro le liste, Andrea Martella, invece, è sicuramente fuori, etc.) di cui il leader dem voleva imporre la cancellazione, la realtà è che non solo la minoranza dem (Area Dems di Orlando, Fronte dem di Michele Emiliano, cui vanno 5 posti massimo), ma anche le altre aree interne ‘non’ renziane o ‘a’ renziane sono state normalizzate, se non del tutto cancellate per sempre.
 
Area Dem, l’area storicamente forte di ex-Ppi ed ex-Margherita, guidata da Dario Franceschini – che però, a differenza di Orlando, ha preferito usare con Renzi non i toni dello scontro ma del sorriso – non esiste più, tranne pochi fedelissimi. Il viceministro al Mef Pier Paolo Baretta, per dire, resterà a casa. Gianclaudio Bressa si salva solo perché si fa eleggere in Trentino, terra dove, da ieri, anche la ex ministra Boschi, che lì doveva aprire la campagna, fa fatica a trovare consensi e amicizie (l’ex leader della Svp, Brugger, l’ha attaccata), nonostante i molti favori fatti dal governo Renzi agli ‘amici’ della Svp (Boschi costretta a rinviare a lunedì il suo arrivo ufficiale a Bolzano).
E anche le aree del ministro, filo-renzianissimo, Martina Martina, si deve asciugare (da trenta a non più di cinque), i Giovani Turchi pure (da quaranta a dieci). Tutte le aree composte da non renziani doc non possono superare, per il leader Pd, le 50 unità al massimo. Il calcolo, però, è furbescamente fatto sul 23% (totale: 150) e non sui duecento e rotti parlamentari che, già solo risalendo al 24%, il Pd otterrà di certo. Renzi, del resto, vuole così avere il totale controllo dei suoi parlamentari, con una maggioranza di 150 fedelissimi sul totale.     
A proposito di new entry, oltre a molti acchiappa-voti dai territori (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo), alcuni anche assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno), a notte i bei nomi della società civile devono restringersi un po’ per fare posto a qualche “orlandiano” in più. Inoltre, ogni nome di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, torna a casa, l’economista Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli avranno seggi sicuri. Un seggio anche a Filippo Sensi, lo storico e noto (su Twitter come Nomfup) portavoce di Renzi e Gentiloni a palazzo Chigi. Alla fine, per i ‘nanetti’ alleati, restano le briciole: alla Lorenzin vanno 5 collegi sicuri (Casini, Toccafondi, Pizzolante e Dellai), ai super-nani di Insieme tre (Nencini, Bonelli e Santagata), 5 a ‘+Europa’ (Bonino, Magi, Della Vedova, Tabacci). 
NB: Questo è il testo dell’articolo pubblicato in II edizione notturna (chiusura h 24.30) per Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2018 a pagina 8.
________________________________________________________________________________________

4 b. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  

 (versione dell’articolo nell’edizione normale, non straordinaria, chiusa alle 23.30 del 27/01)
Ettore Maria Colombo  – ROMA
ANTICHI, anche se non scritti patti interni, tutti saltati. Minoranze azzerate nei numeri e insolentite persino nell’onore. Società civile dall’elezione garantita ma con sacrifici (tanti) per altri. Ricambio ben più che fisiologico della classe parlamentare. Robusto innesto di volti locali, i famosi «notabili», alcuni portentosi «acchiappa-preferenze» (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo) e altri, però, assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno). Ministri e big tutti in campo nelle sfide nei collegi, pure quelli che non avrebbero voluto rischiare l’onta della sconfitta, nell’uninominale, neppure sotto tortura. Ed ex-ministri come la Boschi che, dovendo soggiacere a tale calvario, devono subire l’onta, come le è successo ieri, di dover rinviare la sua prima visita in Alto Adige (il collegio prescelto è Bolzano) perché non è tanto gradita neppure lì, nonostante i tanti favori fatti alla Svp.
Matteo Renzi ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo e con un Pd ridotto a un campo di battaglia.
La Direzione dem che doveva convalidare le scelte del segretario e della sua piccola équipe di Angeli Sterminatori (Lotti, Guerini, Rosato, Martina, Fassino) ieri ha rappresentato una commedia degli equivoci anche solo nell’orario di convocazione. Doveva iniziare alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, infine alle 22.30, poi più tardi.
Renzi e i suoi – Lorenzo Guerini su tutti, ormai specializzato in «faccia di bronzo» con cui fingere davanti ai giornalisti – negano tutto, anche l’evidenza. Prima di aver visto, in un faccia a faccia teso e drammatico, il ministro Orlando e per circa tre ore. Orlando è furibondo e spossato, ma i suoi di più: ieri molti orlandiani parlavano apertamente di boicottare le liste elettorali, di non fare campagna elettorale e incitavano Orlando stesso a non candidarsi, il preludio di una nuova scissione.
Poi Guerini nega che Renzi e i suoi vogliano «mettere il becco» nei nomi proposti dalle minoranze». Invece, Renzi lo fa eccome: oltre a dire a Orlando, che chiedeva 38 posti sicuri, «te ne devi far bastare 15, prendere o lasciare» (a Emiliano è andata peggio: otto), quando il ministro gli allunga la lista dei nomi, Renzi ne depenna, con cattiveria, ben quattro: Martella (portavoce della mozione Orlando, Renzi lo detesta), Damiano (troppe imboscate tese al suo governo), Sarracino e Di Lello.  Infine, i renziani hanno negato che il loro leader volesse aprire e chiudere la discussione in Direzione dicendo: «Datemi il mandato a chiudere le liste, poi ci penso io» (questa si è limitata solo a pensarla, pare).
E così, in questa lunga giornata, Renzi riesce a litigare con tutti.  Di Orlando ed Emiliano si è detto, ma pure con Franceschini volano parole grosse, persino Martina e Orfini si vedono asciugare le truppe, habitué del Parlamento (Fioroni, Pollastrini) vengono sbattuti fuori dalle liste, Cuperlo si salva, ma per un pelo. Infine, ogni new entry di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto solo nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, viene rispedito a casa, l’economista di Harvard, Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli hanno seggi sicuri.
Resterebbe da dire dei poveri tre «nanetti» alleati che protestano: la Lorenzin («Civica e Popolare») minaccia di rompere l’alleanza (volevano otto collegi, ne hanno avuti quattro), i super-nani di «Insieme» pure, ma nessuno li ascolta. Solo i Radicali di +Europa, che di posti ne avranno cinque, sanno, come dice Emma Bonino, esperta del ramo, che «fino a lunedì è tutto aperto, faremo le notti».
NB: Questo articolo è stato pubblicato in prima edizione (chiusura h 22.30) sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 27 gennaio 2018. 
_________________________________________________________________________________________
5. I nanetti del Pd strappano qualche posto al sole, le minoranze dem ancora no. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Le due minoranze presenti nel Pd – quella che fa capo al ministro Orlando (111 parlamentari uscenti, una quadrata legione, 20% al congresso) e quella che fa capo al governatore pugliese Emiliano (solo otto gli uscenti, 9% al congresso) – sono scese sul piede di guerra. Minacciano, gli orlandiani – come ha detto, furibondo e scuro in volto, lo stesso Orlando a un collega di corrente – di «disertare la campagna elettorale. Se Renzi continua a comportarsi così, le liste se le fa con chi vuole ma non con noi. Noi non ci candidiamo e non facciamo campagna elettorale. Voteremo per il Pd, certo, ma faremo da spettatori», ecco il warning di Orlando a Renzi. La sua area, del resto, è in rivolta, chiede almeno 60 parlamentari, di cui 38 in collegi sicuri: 30 nei listini e otto nei collegi. Le truppe di Emiliano, non meno agguerrite, fanno sapere che «noi, sotto i 20 posti, non scenderemo mai».
Al Nazareno derubricano la pratica “minoranze” al «solito tentativo di alzare la posta all’ultimo minuto come fanno in tanti» e replicano con l’offerta di 15/20 posti. Orlando ha già perso le staffe e i suoi oggi minacciano di disertare la Direzione o di votare contro.
In ogni caso, in base alle cifre prese dalle due minoranze al congresso, una fonte altolocata del Nazareno spiega, in tono gelido: «Possono dire e fare quello che vogliono, ma avranno 15/20 posti sicuri Orlando e 5/6 Emiliano. Stop».
In ogni caso, oggi Renzi avrà prima con Orlando e poi con Emiliano due incontri «chiarificatori».  E così, anche ieri è stata una giornata di passione, al Nazareno, dove Renzi è asserragliato da giorni con i suoi «Angeli Sterminatori» che hanno potere di vita e di morte sui nomi da inserire in lista, anche se l’ultima e definitiva parola spetta, ovviamente, al Segretario.  Si tratta del ministro Lotti, del «Forlani» di Renzi Guerini, del capogruppo dem Rosato, di Piero Fassino e del ministro Martina.
La giornata passa tra riunioni fiume, telefoni bollenti, Renzi che intima ai suoi di «non parlare con i giornalisti» e scene tragicomiche.  Tipo quando i tre leader della minuscola lista «Insieme» (Nencini, Bonelli e Santagata) si presentano al Nazareno per una riunione che credevano decisiva, ma vengono fermati sull’uscio: «Abbiamo altro da fare. Ripassate domani».  Del resto, nel Pd ogni giorno ha la sua pena. Le voraci pretese dei «nanetti» alleati sono state, appunto, rimbalzate a oggi. Hanno chiesto, tutti e tre, un numero siderale di collegi blindati, ma finirà con 6/8 seggi a «+Europa» (Bonino), 6/8 ai centristi di «Civica e Popolare» (Lorenzin) e tre seggi, non di più, ai piccolissimi di «Insieme».
Da giorni, inoltre, vanno avanti le «vivaci»proteste dei territori, Emilia-Romagna e Toscana su tutte, contro i «paracadutati». Ministri anche del Pd, come Fedeli a Piombino, o la Lorenzin a Prato, i dem locali non li vogliono. I radicali Magi e Della Vedova “ballano” da giorni, Nencini e Bonelli pure. Renzi ci ha messo una pezza solo su Casini, confermato a Bologna. Le Marche, gestite in modo prussiano da Matteo Ricci, dopo aver preso in carico Minniti a Pesaro, si «accolleranno» pure Lorenzin. Ma è la Toscana – dove, sostengono il senatore Marcucci e il segretario Parrini, negando anche l’evidenza, «non c’è nessuna rivolta» – che dovrà portare il cilicio più stretto di tutti, tra renziani del «giglio magico» e «nanetti» alleati. L’Emilia-Romagna, almeno, è stata ricompensata con due candidature ex-Ds doc: Fassino capolista nel proporzionale Camera contro Bersani, e Carla Cantone, ex segretaria dello Spi-Cgil, capolista nel listino proporzionale del Senato.
Ma anche al Sud sono dolori. Il segretario siciliano, Fausto Raciti, ha scritto a Renzi dicendogli che «qui la situazione è esplosiva». E in regioni come Sardegna, Campania e Calabria, liste e candidature sono ancora tutte in alto mare.
NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 gennaio 2018.
___________________________________________________________________________________________

Il Pd annaspa tra sondaggi in calo, l’assalto dei questuanti sui seggi, la rivalità Renzi-Gentiloni, le deroghe. Tre articoli tre

 

NB; Pubblico qui di seguito tre articoli usciti negli ultimi tre giorni sul Quotidiano Nazionale che parlano di Pd, Renzi, Gentiloni, liste e candidature nel Pd e i suoi alleati. Gli articoli sono pubblicati in ordine decrescente, cioè in testa il più recente e dopo gli altri. 

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

1, Nel Pd è partita la caccia al seggio sicuro, il guaio è che i seggi ‘sicuri’ sono pochi. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri è andata in onda una scenetta singolare, nel ‘dietro le quinte’ dell’assemblea dei mille amministratori dem che si è chiusa a Torino. Uno spingi-spingi un po’ patetico che ha costretto il segretario a rinchiudersi, prima del suo intervento conclusivo, in uno stanzino del Lingotto e a fuggire via dal Lingotto subito dopo. La causa della operazione in semi-asfissia che Renzi ha dovuto subire è l’assalto all’arma bianca cui i tanti (troppi) aspiranti al seggio sicuro lo hanno sottoposto. Per sua fortuna, Renzi ha potuto dispiegare, dopo, un discorso roboante e tutto giocato all’offensiva su quasi tutti i temi pubblici. Ha affondato il coltello contro i 5Stelle che governano, “con il modello Spelacchio”, le giunte “fallimentari” di Roma e Torino (nel Pd sono convinti che entrambe le sindache, Raggi e Appendino, non reggeranno un altro anno di più e che presto si tornerà al voto con buone chanches di riprendersi quelle due amministrazioni), ma anche contro “il centrodestra modello Spread e modello Arcore di venti anni fa” (e qui ‘la favola dimostra che’ Renzi inizia ad attaccare Berlusconi, dopo anni di reciproco appeasement). Ma se la gara vera Renzi la vuole fare contro i 5Stelle perché il suo principale obiettivo è stabilire quale sarà non la prima coalizione (il centrodestra, ormai è fuori di dubbio), ma il primo partito italiano (e qui la lotta è tra Pd e M5S), perché, davanti a Mattarella, nelle consultazioni, la cosa vale più di qualcosa, l’unica notizia davvero ‘politica’ in un discorso infarcito di citazioni colte (don Benedetto Croce e alcuni economisti obamiani che solo Renzi e Obama conoscono…) è il tentativo di piazzare l’amico Gentiloni al centro del ‘suo’ Pd. Lo schema, ormai, lo hanno capito tutti, i retroscena non servono: l’“attacco a due punte”  e la “partita di squadra” (“Non è importante chi va a palazzo Chigi, conta sia il Pd”).
Eppure, il vero cruccio di Renzi coincideva, anche ieri, forse per l’eterogenesi dei fini, proprio con l’oggetto dell’assalto subito dai tanti, troppi, questuanti dem. Infatti, se è vero, come ricorda, che “i leader i sondaggi li cambiano, non li inseguono” (qui la citazione, assai cattiva, è per il risultato del Pd conseguito nel 2013 a guida Bersani che “dilapidò una vittoria che aveva già in tasca perdendo 11 punti in un mese”, ricorda Renzi, anche se va ricordato che il Pd, nel 2013, prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato), è anche vero che il leader dem batte e ribatte, ogni giorno, con i suoi, sempre sullo stesso punto: “Bisogna conquistare i voti collegio per collegio, voto per voto. E anche da chi non sarà candidato mi aspetto impegno, anzi il doppio”. (ecco, auguri…).
D’altronde, con sondaggi da “sprofondo rosso” (ormai il Pd è quotato al 23,4% e continua a scendere), gli aspiranti al seggio – che hanno tanti difetti, ma non sono stupidi – si sono fatti due conti, guarda caso gli stessi che si fanno pure al Nazareno. I collegi uninominali “sicuri”, quelli di fascia A, si contano sulle dita di una mano: sono 50 alla Camera e 25 al Senato. Certo, solo solo 1/3, i collegi uninominali. I restanti 2/3 i partiti li prendono sui listini proporzionali e qui il Pd dovrebbe, in teoria, farla da padrone, rispetto agli altri partiti, ma anche qui, invece, le più rosee previsioni dem parlano di 110/115 deputati e 55/60 senatori ‘sicuri’, non di più. La somma fa 160/170 deputati e 75/80 senatori, 240/250 parlamentari in tutto, tenendo come ‘base’ di partenza il 24% pieno di Bersani nel 2013 che peraltro al momento già pare un sogno (allora i parlamentari eletti furono, anche se solo grazie al premio di maggioranza abnorme del Porcellum, 400). Il destino di molti, se non di tutti, gli aspiranti al seggio si fa dunque assai incerto, anche se al Nazareno contano di recuperare, nella fascia B (i “contendibili”) 20/30 seggi Camera e altrettanti 20/30 al Senato, mentre per i seggi di fascia C (quelli “persi”) c’è appunto poco da fare.
E così, alla fine, Renzi – esasperato dai mille postribolatori – ha tagliato corto con tutti: “Il solo deputato dem che avrà un collegio sicuro si chiama Paolo Gentiloni”. La disperazione si è dipinta sul volto di molti, ma Renzi non scherzava. Non a caso, mercoledì prossimo, quando si terrà la prima, attesissima, Direzione del Pd sul tema liste, in realtà la discussione si fermerà ai prolegomeni. Renzi, peraltro, vorrebbe parlare solo di programmi (ha preparato, con Gentiloni, “I cento punti” di cose fatte dai due governi, pure il suo). Il punto dolente saranno, invece, le ‘deroghe’: nel Pd, per Statuto, non puoi essere ricandidato se hai completato tre legislature (intese come 15 anni in totale e, per la gioia dei derogandi, senza dover contare le varie interruzioni). Ma Renzi ha ribadito il concetto: “I soli che avranno le deroghe di default sono Gentiloni e tutti i ministri” (Franceschini, Orlando, etc.) mentre “tutti gli altri” (i vari Fioroni, Bressa, etc., ma non Luigi Zanda, che non ne ha bisogno) dovranno sudarsela, la deroga, chiedendola al loro Regionale di riferimento. Già si immaginano scene da suburra romana, tipo nel Lazio, con Fioroni che porta le sue truppe cammellate del Viterbese per farsi dare la tanto agognata deroga (Fioroni è in Parlamento dal ’92…) mentre le contro-truppe cammellate del Reatino e del Pontino si oppongono in nome dei loro relativi pupilli che aspirano a un seggio. Ci sarà da divertirsi.
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 14 gennaio 2018 
___________________________________________________________________________________________
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

2. Gentiloni si prende la scena a Roma e a Torino: il candidato premier del Pd è lui. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Scena prima di Paolo Gentiloni premier e, da ieri, anche e soprattutto candidato in campo del Pd in teoria per «fare squadra» con Renzi ma, in pratica, per continuare a fare il premier se il Pd dovesse «non vincere», ma almena «pareggiare» le prossime elezioni. La scena si svolge al teatro di Adriano, piazza di Pietra, cuore della Roma politica e pure della Roma ‘bene’ che beve, ama e riceva in quel ‘salottino’ chic che è piazza di Pietra. Il Pd capitolino, super-gentiloniano, ha preparato l’appuntamento con la massima cura. L’incontro si chiama «Una Costituente per Roma» e il regista dell’operazione è Roberto Giachetti. Ex sfidante (sconfitto, al ballottaggio) della Raggi, Giachetti, ormai, non è più renziano (anzi, ne è diventato un critico, ancorché leale, in qualche modo, con Renzi), ma è tornato a essere  il capo della «colonna romana» del «partito di Gentiloni». Partito che godrà di diversi posti, nel prossimo Parlamento: lui, la Bonaccorsi, Realacci, altri ancora.
Il parterre, anche senza la presenza di Gentiloni, sarebbe de roi. C’è il ministro Delrio, cattorenziano assai critico, il fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, che a Roma ‘vale’ quanto un partito, il presidente del Coni, Giovanni Malagò (idem) e il ministro Carlo Calenda. Il quale alle Politiche non si candida, ma si sta spendendo per aiutare il Pd a “chiudere” l’accordo con i Radicali di Bonino, Magi e Della Vedova, partito che peraltro voterà. Calenda è tornato in «luna di miele» con il Pd e persino con Renzi. Lui, e soprattutto Gentiloni, vogliano puntare su Calenda come sfidante della «fallimentare» esperienza di governo della Raggi, se verrà condannata e costretta alle dimissioni, come nel Pd romano sono, peraltro, assai convinti, nel giro di un anno. Obiettivo riconquistare la Città Eterna, ma il colpo alla Raggi lo sferra il «mite» Gentiloni.
«Roma – è la staffilata del premier che lo dice col suo solito mood piano e mite, ma con fermezza– non è una città che si possa governare semplicemente cercando di gestire la sequela di emergenze che si presentano. Non sempre ci si riesce, come è evidente. Sia perché sono tante e complicate, sia perché oggi non c’è efficienza…». Un affondo pesante che non dipende solo dal fatto che proprio Gentiloni dovrebbe candidarsi nel collegio uninominale di Roma 1, oltre che in due listini proporzionali (Lazio e Lombardia).
No, è proprio il nuovo ruolo, tutto «politico», di Gentiloni ad andare in scena. Un ruolo che, da premier «neutrale» è stato, da poco, interamente rivoluzionato, dai suoi due fidati spin doctor, due ex renziani (Sensi e Funiciello). Obiettivo, fargli acquisire lo status del «capo» politico a tutto tondo di quella che proprio Gentiloni definisce la «sinistra di governo». A capirlo aiuta la scena seconda in onda, in serata, a Torino, dove il Pd ha riunito i suoi mille amministratori locali. C’è anche Renzi, che concluderà i lavori oggi, ma la scena, intanto, se la prende tutta ‘Paolo’. Fa un lungo discorso che provoca l’entusiasmo delle folle (si fa per dire) della platea democrat: plaude alla Grosse Koalition appena rinata in Germania, dice che «Noi dobbiamo essere europeisti convinti e fare la campagna elettorale per più Europa», attacca, senza nominarla, la «sinistra che ha paura della sfida del governo», tira in mezzo quei poveri ‘nanetti’ (Radicali, Ulivisti e Popolari) che il Nazareno disprezza, incitando il Pd a quella logica «coalizionale» che piace tanto a Prodi e a Veltroni, ma che a Renzi fa schifo. Infine, sprona i democratici dicendo loro «i giochi non sono fatti, possiamo vincere». Traduzione: ‘Matteo, dì che sono io il candidato premier del Pd e, forse, questa tua barca che fa acqua da tutte le parti la raddrizziamo…’.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2018, pag 2 del Quotidiano Nazionale 
____________________________________________________________________________________________
3.  Sfilata dei segretari regionali al Nazareno: i ‘paracadutati’ non li vuole nessuno. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, presentandosi al Nazareno per discutere di candidature, liste e posti spettanti (collegi sicuri e non) a ogni regione ognuno di loro ha detto la sua e, per il Nazareno, sono stati dolori.
C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare tutti e solo seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum. Solo in Emilia, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin (a Modena), Casini (a Bologna) e Galletti (non si sa dove…) per la lista ‘Civica e Popolare’, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte). In Toscana c’è Nencini (Psi), nelle Marche Bonelli (Verdi), sempre a Bologna, per gli ulivisti, il prodiano Santagata. Per far posto a tutti loro, qualcuno nel Pd deve rinunciare al posto sicuro. E questo, ai segretari regionali, forti nei territori, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente perché da lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti. In più un posto spetta ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras a Salerno e in regione. De Luca, non pago, vuole mettere in lista i suoi consiglieri regionali tra cui Franco Alfieri, assurto alle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un vero ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc. etc. etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale (del resto lui è renzianissimo). E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini e sicuramente anche la Boschi) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Non a caso, ieri, al Nazareno, dove di solito sono assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutta la sua task force sui collegi: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Lotti e Martina, il portavoce della segreteria Richetti, il presidente dem Orfini e la vera longa manus di Renzi, il coordinatore Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco e avranno collegi per quanto valgono: il 19% e il 9%). Il braccio di ferro, appena iniziato, dentro il Pd, sulle liste elettorali si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 17 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 10 gennaio 2018.
___________________________________________________________________________________________

Pd, rebus liste. I segretari regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi sprona i ministri a ‘metterci la faccia’ nei collegi

1. Rebus liste, l’Emilia avverte Renzi: “Non vogliamo invasione di paracadutati”. Vertice con i segretari regionali. In Campania spunta il figlio di De Luca e il re delle “fritture di pesce”…
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, incontrando i vertici del partito al Nazareno, ieri ognuno di loro ha detto la sua. C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o anche dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi…”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum (senza l’1% non portano seggi né a loro, ovviamente, né alla coalizione, invece se prendono tra l’1% e il 3% non eleggono nessuno ma portano voti e seggi al Pd). Solo in Emilia-Romagna, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin, Casini e Galletti, nomi di punta della lista ‘Civica e Popolare’, la quale chiede almeno sei/otto seggi sicuri, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte) e Della Vedova ancora non si sa, sempre che si chiuda l’accordo tra Pd e ‘Forza Europa” (lista assai più esosa: il singolare duo di guida Bonino-Tabacci ne vuole 10). In Toscana, per la lista ‘Insieme’, c’è Nencini (Psi) da paracadutare, nelle Marche bisogna fare spazio a Bonelli (Verdi), in Emilia a Santagata (ulivisti), ai quali però – più parchi – bastano solo sei posti. Per far posto a tutti loro, certo è che qualcuno nel Pd dovrà rinunciare a seggi sicuri. Senza dire di un dato di fatto ulteriore, e cioè che Renzi vuole imporre tanti bei nomi della “società civile”. I quali saranno anche tutti nomi “eccellentissimi”, come spergiurano al Nazareno, ma che a oggi sono già più di dieci e pare che lieviteranno almeno a venti: anche per loro servono altrettanti seggi sicuri blindati nelle zone rosse.
E tutto questo, ai segretari regionali, forti nei territori di appartenenza, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, per dire, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente: lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti, tranne Salvatore Piccolo, ma solo perché quest’ultimo ha già detto che non si ricandida… In più un posto spetterà ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras nella sua Salerno come in tutta la sua regione. De Luca, non pago, vuole in lista anche molti consiglieri regionali a lui afferenti, tra cui Franco Alfieri, assurto agli onori delle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Maria Elena Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio delle polemiche anti-renziane, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale, ma lui è renzianissimo. E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini, ovviamente Lotti e sicuramente anche la Boschi, pur non essendo chiaro ancora dove: di certo non nella sua Arezzo, più probabile Lucca o Grosseto, di certo non a Firenze, dove già si candiderà Renzi, anche se al Senato, nel collegio di Firenze-Scandicci) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Certo è che, ieri, al Nazareno, dove di solito sono sempre assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutti loro: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Luca Lotti e Maurizio Martina, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, il presidente dem Matteo Orfini e la vera longa manus di Renzi sull’intero dossier candidature, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri, si capisce), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati anche da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco: il 19% l’area di Orlando, Dems, il 9% l’area di Emiliano). Il braccio di ferro dentro il Pd sulle liste si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 16 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale
______________________________________________________________________
2.  Renzi sprona i big e i ministri del Pd: dovete “metterci la faccia” e candidarvi anche nei collegi, non solo nei listini proporzionali. La Boschi correrà in Toscana. 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
Da giorni, al Nazareno, suona l’allarme rosso. Sulla soglia nazionale che toccherà al Pd, certo (Renzi, ieri sera, in tv, ha fissato l’asticella al 25% di Bersani alle Politiche 2013, risultato su cui, peraltro, andrebbe fatta chiarezza: il Pd prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato) e, soprattutto, sulle sfide one to one nei collegi uninominali. Perso in gran parte, se non tutto, il Nord, evaporato il Sud, inabissate le Isole, reggono solo le regioni rosse (Emilia e Toscana, ché già Umbria e Marche pencolano assai) e il Trentino (solo perché là vince la Svp, secolare alleata del Pd) più qualche collegio sparso nelle città più grandi (Milano, Torino,  Roma e, ovviamente, Bologna e Firenze). La war room ormai permanente insediatasi al Nazareno (ne fanno parte, oltre a Renzi, il presidente Orfini, il coordinatore Guerini, i ministri Lotti e Martina), ha deciso, perciò, di correre ai ripari in due modi. Il primo è di definire i collegi uninominali secondo le tre fasce classiche in cui definiscono i collegi tutte le forze politiche (la prima è “sicuri”, la seconda “perdenti”, la terza “incerti”), ma che saranno definite e riempite solo l’ultimo giorno con i relativi candidati. Renzi, infatti, vuole riservarsi di vedere chi, in quei collegi, indicheranno gli avversari per farvi meglio fronte.
La seconda è una decisione politica già gravida di nubi e di possibili scontri tra il partito di Renzi e quello dei vari big, detto anche partito dei ‘ministeriali’ perché comprende tutti i ministri targati Pd. Le regole d’ingaggio decise dal Nazareno e comunicate ai big sono chiare: “Carissimi, va bene la vostra candidatura in più listini proporzionali, il che vi assicura la rielezione, ma bisogna portare tutti la croce. Dovete andare nei collegi, metterci la faccia e rischiare”. L’esempio che viene portato dai renziani doc è quello del vero ascaro di Renzi, il vicesegretario e ministro Maurizio Martina: “Lui – spiegano al Nazareno – si candiderà in Lombardia, nel proporzionale, e pure nel collegio uninominale di Bergamo, sfida persa in partenza”.
Il discorso vale anche per il premier, Paolo Gentiloni. I suoi – ma anche il Capo dello Stato, Mattarella – vorrebbero preservarlo per il futuro – cioè per rimanere al suo posto, a capo di un governo, pur dimissionario o addirittura con un nuovo incarico – ed evitargli l’onta di una possibile sconfitta in un collegio: ecco perché vorrebbero che corresse solo in due (o tre) listini del proporzionale (Lazio, Piemonte). Ma Renzi – che ieri in tv, dalla Gruber, ha lodato Gentiloni ed ha ammesso che “la differenza tra vittoria e sconfitta la farà il nome del premier: se sarà del Pd, la vittoria sarà del Pd” – non vuol sentire ragioni: “Caro Paolo, devi metterci la faccia anche tu in un collegio”.
Il premier, dunque, dovrà correre anche nell’uninominale, e lo farà a Roma centro, Padoan andrà a Milano, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia e via così. Ma mancano ancora molte caselle, tipo quella di Minniti, che non vuole correre nella ‘sua’ città, Reggio Calabria, dove il seggio uninominale è considerato perso in partenza, per il Pd. In ‘sofferenza’ e sui carboni ardenti restano due ministri che non sono mai piaciuti a Renzi e ai renziani: la Fedeli, imputata di tutti i peggiori disastri in merito alla disastrosa riforma della ‘Buona Scuola’, che ha fatto arrabbiare tutti, docenti e discenti, e Poletti, titolare del welfare, ritenuto troppo ‘moscio’, poco combattivo. Solo di dove si candiderà il segretario, Matteo Renzi, si sa tutto: correrà nel collegio uninominale del Senato di Firenze-Scandicci (si chiama Firenze 1) e in due liste proporzionali (Lombardia e Campania) o forse anche in tre. Regna ancora un alone di mistero, infine, sul caso Boschi: ieri sera, in tv, Renzi ha detto che l’ex ministra sarà candidata anche lei con il doppio binario, cioè collegio e listino, ma è ancora in alto mare il ‘dove’. Di certo non a Firenze, dove appunto c’è già Renzi, mentre Luca Lotti batterà la provincia fiorentina, e quasi sicuramente non Arezzo, sua città natale, dove rischia la rivolta. Possibile che l’ex ministra finisca a Lucca o a Grosseto collegio, più in due listini ‘sicuri’ (Toscana e Campania).
 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 9 gennaio 2018. 
___________________________________________________________________

Banca Etruria, alta tensione sull’audizione di Ghizzoni in commissione Banche. Sullo sfondo, resta il caso Boschi

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

NB: E’ notizia arrivata solo stamane, con un post del capogruppo del Pd, Orfini, che i membri democrat in commissione Banche “non si opporranno” all’audizione dell’ex ad di Unicredit, Ghizzoni in merito al caso Banca Etruria che coinvolge Pierluigi Boschi. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L’ ufficio di presidenza (Casini, presidente, Mauro Marino, Pd, e Renato Brunetta, FI) della commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche ieri ha fatto ‘muro’ per oltre due ore nel negare, almeno per ora, ai 5Stelle l’audizione dell’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni. La decisione finale verrà presa stasera, in una nuova seduta, ma dovrebbe restar tale. Casini potrebbe però mettere la questione ai voti, ma con solo M5S a chiederlo, il ‘no’ degli altri farà la differenza. Certo, il Nazareno prova a far sapere che “noi non faremo muro contro la richiesta di ascoltare Ghizzoni”, ma il muro lo fanno eccome. Secondo un esponente renziano della Commissione, “a me di Ghizzoni non mi frega nulla. Io voglio sapere cosa è successo nel fallito salvataggio di tante banche e di tanti risparmiatori, non solo di Banca Etruria”. Inoltre, sempre dai senatori dem, filtra la posizione ancora più dura: “Saremmo stupiti, preoccupati e imbarazzati se Casini accettasse la richiesta di audire l’ex ad di Unicredit”. Insomma, un niet bello e buono, anche se il capogruppo dem in commissione, Matteo Orfini, fa filtrare un sibillino “noi non abbiamo nulla in contrario, deciderà Casini…”. Del resto è stato lo stesso Renzi a ‘ispirare’ e ‘incitare’ la Boschi a difendersi pubblicamente, l’altro giorno, con ben due post su Facebook e in soccorso della ex ministra sono subito accorsi diversi renziani d’ordinanza e di prima fascia: Bonifazi, Marcucci, etc.

Certo è che la battaglia, già ieri sera, in ufficio di presidenza è stata sfinente. I grillini ci hanno provato in tutti i modi di mettere il Pd sulla graticola. Di Maio è andato in tv a parlare delle “enormi responsabilità di Boschi e Renzi”. Di Battista ha dato a Casini del “venduto” (al Pd) per un seggio, poi taccia di “spirito nazarenico” Forza Italia. Il capogruppo azzurro Renato Brunetta replica a ‘Dibba’ per le rime, offrendosi anche di dargli “lezioni di opposizione”. Si è visto pure il consueto teatro: fuori la sede della commissione, una rappresentanza di trenta parlamentari 5Stelle improvvisa un ‘simpatico’ e ‘colorito’ sit-in di protesta ad uso e consumo delle telecamere.

La commissione, intanto, prova a lavorare comunque. Casini oggi, nel nuovo ufficio di presidenza convocato per le 18 a palazzo Madama, proporrà due “pacchetti” di audizioni ai commissari. Il primo comprende richieste di audizioni già decise in un calendario molto fitto e che si chiuderà con i fuochi di artificio: Barbagallo (BankItalia), Apponi (Consob), Vegas (Consob) il 14 dicembre, il ministro Padoan il 19 – che ieri ha confermato che verrà ascoltato – e il 15 il governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Poi, il secondo ‘pacchetto’ con le proposte di tutti i gruppi: qui i 5Stelle (e SI) chiederanno di ascoltare Ghizzoni, ma anche Consoli, Zonin e altri esponenti e ad delle banche. Ma se si considera – fa notare il senatore dem renziano Del Barba – che “appena Mattarella scioglierà le Camere non potremo più fare audizioni, ma solo la relazione finale” si capisce che i dem hanno eretto un muro: niente Ghizzoni. Sempre i 5Stelle (richiesta appoggiata dal deputato di SI Paglia) chiedono pure l’audizione del presidente della Bce, Mario Draghi, e di Jean-Claude Trichet, ex capo del board della Bce. In questo caso, però nessuno ha dubbi: richieste tutte respinte.

Ma è su Ghizzoni che si gioca il braccio di ferro. Secondo Ferruccio de Bortoli, gli avrebbe raccontato delle “indebite pressioni” ricevute dalla Boschi per ‘salvare’ Banca Etruria. La Boschi ha querelato, ma solo l’altro ieri, de Bortoli, e in sede civile, non penale. E proprio la ormai certa ‘chiamata’ di Ghizzoni in sede processuale sarebbe la via di fuga del Pd. “Io chiesi di sentire Mussari (a capo di Mps, ndr.) – spiega Giovanni Paglia (SI) – ma mi fu negato perché un indagato o imputato non può venire a testimoniare da noi in commissione”. Ma Ghizzoni, nel processo Boschi-de Bortoli è ‘solo’, almeno per ora, un testimone. Casini prenderà la decisione finale.

NB: l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale del 6 dicembre 2017 a pagina 8

Le fatiche di Piero (Fassino) l’esploratore: Pisapia c’è, Prodi farà da “garante”, ma dalla Sinistra radicale il ‘niet’ è assoluto

  1. Patto Pisapia-Pd, Prodi garante. Il Prof chiama Renzi e spinge i contraenti all’intesa. 
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IL CENTRO della sostanziale unità ritrovata tra il Pd di Matteo Renzi (con ‘l’esploratore’ Piero Fassino) e il resto del centrosinistra (con il ‘leader riluttante’ Giuliano Pisapia) si chiama Romano Prodi. Ieri Prodi si è sentito direttamente anche con Renzi in un «lungo e cordiale colloquio», recita la nota del suo ufficio stampa (suo nel senso del Prof). Il leader dem preferiva “tenerla bassa” e non far sapere nulla, per ora. Poi, in serata, nella Enews, esulta: «La coalizione di centrosinistra cui stiamo lavorando dovrà garantire eguale dignità a tutti i componenti. Penso che avremo una coalizione di qualità e competitiva».
La nota di Prodi, invece, specifica che «non vi sarà alcuna lista intestata a lui o all’Ulivo» e che il Prof vuole «tenere unito e allargare un campo largo di centrosinistra». Ma è stato Prodi a telefonare a Pisapia («Giuliano, fidati») e a incitare Fassino («Piero, insisti»). E sarà lui il garante della coalizione: un centrosinistra formato bonsai, ma «unito», come voleva lui, e in grado di richiamare l’Ulivo. Ieri mattina l’incontro decisivo.

IL PLENIPOTENZIARIO di Renzi, Piero Fassino, va a Milano a incontrare Pisapia, che si presenta accompagnato o, meglio, «guardato a vista» dai compagni di cordata Bruno Tabacci («è il solo, tra noi, che capisce di collegi per i posti in lista che ci spettano», dicono i pisapiani) mentre a dar man forte a Fassina c’è il vicesegretario Pd, Martina.
Tutto bene dunque? Abbastanza. Pisapia – che rivelerà, poi, regolarmente autorizzato dal Prof, la telefonata di Prodi («avanti così, Giuliano!») e che, alla convention che incorona Giorgio Gori candidato governatore del centrosinistra in Lombardia, annuncia il lieto evento – pone due condizioni. Una, appunto, è politica. «Prodi deve essere il garante della coalizione», chiede Pisapia: «Vuol dire che deve stare «un passo davanti noi tutti, Renzi compreso». Martina e Fassino si guardano negli occhi e deglutiscono: far accettare a Renzi una condizione non di Imperatore, ma di ‘semplice’ generale dell’Armata del centrosinistra, non sarà facile, ma tant’è: la ‘cosa’, cioè la pretesa, non è trattabile. E solo così può tornare, tra gli elettori che ancora coltivano la nostalgia canaglia dei tempi dei governi dell’Ulivo (furono due: il primo, 1996-’98, cadde per colpa di Bertinotti; il secondo, dell’Unione, 2006-2008, cadde per colpa di Mastella, morale: 4 anni in tutto).

La seconda condizione, sgomberato dal campo l’equivoco primarie di coalizione pure avanzato («non c’è tempo: si vota il 4 marzo e le liste vanno consegnate il 3 febbraio», riconoscono i suoi di fronte ad alcune “fughe in avanti” di pisapiani troppo ‘ortodossi’), è invece trattabile. Lo Ius soli e il biotestamento scompaiono, come per magia, dal tavolo. Restano, però, per Pisapia, alcuni interventi di natura economica da fare “subito” e da mette dentro la Legge di Stabilità in corso di esame al Senato. Si tratta di tre punti: abolire il superticket (Padoan dirà che non ci sono i soldi, ma tant’è), di sgravi per chi assume contratti a tempo indeterminato e di far pagare di più il tempo determinato. Il Pd l’impegno lo prende, ma «prima di dare moneta, vogliamo vedere cammello», dicono gli uomini del leader Cp, che parlano di «pre-accordo tra gentiluomini ma da verificare».

INSOMMA, è fatta. Resta solo da capire se la presidente della Camera, Laura Boldrini, se ne andrà con Mdp e Sinistra italiana con un manipolo di ‘pisapiani’ più radical che chic. Certo, sarà il Pd a dover garantire i famosi “collegi sicuri” a Pisapia (Tabacci ne vuole dieci solo per i suoi) come al resto dei partiti che formeranno la coalizione. La quale avrà, “come in una squadra di calcio forte e competitiva che può ambire a vincere il Campionato” – sostengono, senza un filo di ironia, al Nazareno – «un attacco a tre punte». Quello cui hanno lavorato, con successo, Fassino sul fronte sinistro e Guerini sul lato centrista. Al centro, ne ruolo di ‘tornante’ ci sarà una lista di moderati formata dalla triade Lorenzin-Casini-Dellai con la Lorenzin frontwoman («è giovane, bella e non sciupata dagli scandali», pare, o almeno così dicono al Nazareno) mentre Alfano, pur presente in lista, resterà ben più «defilato». In pratica, non dovrebbe candidarsi.
Poi, sull’ala sinistra ci sarà una lista di sinistra, di ispirazione «ulivista» che vedrà nella coppia Pisapia-Bonino i frontrunner e, dentro, i vari «nanetti» (Psi, Verdi, Idv), che servono solo a fare numero. E, ovviamente, al centro, come attaccante di sfondamento, la lista del Pd. Quella che, appunto, dovrà far goal. Sperando non finisca come Italia-Svezia.


2. Le fatiche di Piero: l’accordo con Pisapia è a un passo, Prodi lo incita, il resto della Sinistra gli sbatte la porta in faccia ed è pronta a schierare Grasso e Boldrini.

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Piero Fassino, l’esploratore che Matteo Renzi ha spedito in terra incognita, la Sinistra, per cercare gli alleati del Pd alle Politiche, sta per riportare a casa un mezzo successo. Oggi, a Milano, vedrà l’ex sindaco della città, Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista da cui fonti ben informate dicono: “Se il Pd apre su due, tre punti di programma, l’accordo è fatto”. Insomma, come Romano Prodi non si stanca di ripetere – e ieri lo ha detto e ridetto anche a Fassino – “Mai arrendersi. La strada dell’unità è quella che stai facendo tu, Piero. Bisogna provarci”. E la ‘mossa di Prodi’, ieri sera a Bologna con Orlando per un convegno sulle ‘migrazioni’ dove non  s’è parlato di Politica, è stata decisiva. Del resto, si sa: il Professore muove i cuori e li scalda, a sinistra. Non a caso, Pisapia domenica andrà a Bologna per un incontro di ‘superprodiani’ (Monaco, Santagata, Zampa) che vogliono stare con il Pd e vi parteciperà insieme alla Bonino.
Ma quali i punti del possibile accordo Pd-Cp? “Giuliano – spiega chi lo conosce – è come San Tommaso: vuole chiarezza e impegni sulle cose da fare oggi, non su quelle di domani”. Il catalogo è questo: il superticket, presente nella Legge di Stabilità, da abolire; qualche altra mossa da approvare in tema lavoro, ius soli e biotestamento, da fare.
Fosse facile. Il superticket si può abolire (ma convincere Padoan a farlo non sarà semplice). Lo ius soli può avere chanche di passare solo se il governo mettesse la fiducia, ma una tale mossa farebbe andare su tutte le furie Ap. Un osso duro cui invece si sta dedicando, sempre nell’ambito delle trattative per un’alleanza ‘larga’ di centrosinistra, Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem che, a differenza di Fassino, coltiva la sapienzale e cristiana virtù della pazienza oltre ogni limite. Guerini ci tiene molto a tenerli dentro, gli alfaniani, perché “loro c’hanno i voti” mentre gli altri centristi (Dellai, D’Alia, Casini, Olivero) “ne hanno assai pochi” dicono, preoccupati, i renziani del Nazareno (“Le liste alleate al Pd? Ad oggi valgono l’1% e vogliamo essere ottimisti…”).
Inoltre, spiegano da palazzo Chigi, “dopo la manovra, mezza Ala e Ap non ci voterà più nulla, fiducia o meno, perché scatterà il loro tana libera tutti verso… Berlusconi”.
Infine, nel pomeriggio, esce, da Campo progressista, una nota di Alessandro Capelli, che mette tanti, troppi, paletti: dice no ad alleanze con Alfano e sì a primarie di coalizione. Ma, alla fine, Pisapia oggi vedrà Fassino e poi si presenterà alla convention del centrosinistra regionale (orbo, allo stato, di Mdp) per lanciare la candidatura di Giorgio Gori a governatore della Lombardia e al teatro Verdi di Milano l’ex sindaco darà il lieto annuncio: l’accordo col Pd c’è.
Tutto bene, dunque? Mica tanto. Innanzitutto, Cp è spaccata tra Tabacci e ‘tabaccini’ (Centro democratico), favorevoli all’accordo con il Pd, e un pezzo dei ‘pisapiani’ contrari: gravitano già nell’orbita della presidente della Camera, Laura Boldrini che ha rotto con il Pd e ha deciso di voler fare ‘la numero 2’ di Mdp. Accetterà una posizione di rincalzo, cioè, dopo il presidente del Senato, Pietro Grasso, che della Trimurti della Sinistra sarà il vero front runner. I demoprogressisti hanno, ormai, verso Grasso, un atteggiamento di venerazione fideistica: dicono che “è più amato di Renzi e ci porta il 5% dei voti”. Sarà. In ogni caso, la Sinistra a sinistra del Pd – che a Fassino rifiuta, da giorni, anche uno straccio d’incontro – aspetta solo di dirgli ‘no’. Ieri, per poter partecipare allo sciopero proclamato dalla Cgil sulle pensioni, sta decidendo di spostare la data della mega assemblea che incoronerà Grasso dal 2 al 3 dicembre. Chiude la partita, con toni da Torquemada laico, Nicola Fratoianni: “Un accordo con il Pd è una cosa nemmeno pronunciabile”. Almeno per loro, con Fassino è un adieu.
________________________________________________________________________________________
NB: I due articoli sono stati pubblicati il 18 e il 19 novembre 2017 rispettivamente a pagina 8 e 10 del Quotidiano Nazionale
__________________________________________________________________________________________