Banca Etruria, alta tensione sull’audizione di Ghizzoni in commissione Banche. Sullo sfondo, resta il caso Boschi

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

NB: E’ notizia arrivata solo stamane, con un post del capogruppo del Pd, Orfini, che i membri democrat in commissione Banche “non si opporranno” all’audizione dell’ex ad di Unicredit, Ghizzoni in merito al caso Banca Etruria che coinvolge Pierluigi Boschi. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L’ ufficio di presidenza (Casini, presidente, Mauro Marino, Pd, e Renato Brunetta, FI) della commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche ieri ha fatto ‘muro’ per oltre due ore nel negare, almeno per ora, ai 5Stelle l’audizione dell’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni. La decisione finale verrà presa stasera, in una nuova seduta, ma dovrebbe restar tale. Casini potrebbe però mettere la questione ai voti, ma con solo M5S a chiederlo, il ‘no’ degli altri farà la differenza. Certo, il Nazareno prova a far sapere che “noi non faremo muro contro la richiesta di ascoltare Ghizzoni”, ma il muro lo fanno eccome. Secondo un esponente renziano della Commissione, “a me di Ghizzoni non mi frega nulla. Io voglio sapere cosa è successo nel fallito salvataggio di tante banche e di tanti risparmiatori, non solo di Banca Etruria”. Inoltre, sempre dai senatori dem, filtra la posizione ancora più dura: “Saremmo stupiti, preoccupati e imbarazzati se Casini accettasse la richiesta di audire l’ex ad di Unicredit”. Insomma, un niet bello e buono, anche se il capogruppo dem in commissione, Matteo Orfini, fa filtrare un sibillino “noi non abbiamo nulla in contrario, deciderà Casini…”. Del resto è stato lo stesso Renzi a ‘ispirare’ e ‘incitare’ la Boschi a difendersi pubblicamente, l’altro giorno, con ben due post su Facebook e in soccorso della ex ministra sono subito accorsi diversi renziani d’ordinanza e di prima fascia: Bonifazi, Marcucci, etc.

Certo è che la battaglia, già ieri sera, in ufficio di presidenza è stata sfinente. I grillini ci hanno provato in tutti i modi di mettere il Pd sulla graticola. Di Maio è andato in tv a parlare delle “enormi responsabilità di Boschi e Renzi”. Di Battista ha dato a Casini del “venduto” (al Pd) per un seggio, poi taccia di “spirito nazarenico” Forza Italia. Il capogruppo azzurro Renato Brunetta replica a ‘Dibba’ per le rime, offrendosi anche di dargli “lezioni di opposizione”. Si è visto pure il consueto teatro: fuori la sede della commissione, una rappresentanza di trenta parlamentari 5Stelle improvvisa un ‘simpatico’ e ‘colorito’ sit-in di protesta ad uso e consumo delle telecamere.

La commissione, intanto, prova a lavorare comunque. Casini oggi, nel nuovo ufficio di presidenza convocato per le 18 a palazzo Madama, proporrà due “pacchetti” di audizioni ai commissari. Il primo comprende richieste di audizioni già decise in un calendario molto fitto e che si chiuderà con i fuochi di artificio: Barbagallo (BankItalia), Apponi (Consob), Vegas (Consob) il 14 dicembre, il ministro Padoan il 19 – che ieri ha confermato che verrà ascoltato – e il 15 il governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Poi, il secondo ‘pacchetto’ con le proposte di tutti i gruppi: qui i 5Stelle (e SI) chiederanno di ascoltare Ghizzoni, ma anche Consoli, Zonin e altri esponenti e ad delle banche. Ma se si considera – fa notare il senatore dem renziano Del Barba – che “appena Mattarella scioglierà le Camere non potremo più fare audizioni, ma solo la relazione finale” si capisce che i dem hanno eretto un muro: niente Ghizzoni. Sempre i 5Stelle (richiesta appoggiata dal deputato di SI Paglia) chiedono pure l’audizione del presidente della Bce, Mario Draghi, e di Jean-Claude Trichet, ex capo del board della Bce. In questo caso, però nessuno ha dubbi: richieste tutte respinte.

Ma è su Ghizzoni che si gioca il braccio di ferro. Secondo Ferruccio de Bortoli, gli avrebbe raccontato delle “indebite pressioni” ricevute dalla Boschi per ‘salvare’ Banca Etruria. La Boschi ha querelato, ma solo l’altro ieri, de Bortoli, e in sede civile, non penale. E proprio la ormai certa ‘chiamata’ di Ghizzoni in sede processuale sarebbe la via di fuga del Pd. “Io chiesi di sentire Mussari (a capo di Mps, ndr.) – spiega Giovanni Paglia (SI) – ma mi fu negato perché un indagato o imputato non può venire a testimoniare da noi in commissione”. Ma Ghizzoni, nel processo Boschi-de Bortoli è ‘solo’, almeno per ora, un testimone. Casini prenderà la decisione finale.

NB: l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale del 6 dicembre 2017 a pagina 8

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Le fatiche di Piero (Fassino) l’esploratore: Pisapia c’è, Prodi farà da “garante”, ma dalla Sinistra radicale il ‘niet’ è assoluto

  1. Patto Pisapia-Pd, Prodi garante. Il Prof chiama Renzi e spinge i contraenti all’intesa. 
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IL CENTRO della sostanziale unità ritrovata tra il Pd di Matteo Renzi (con ‘l’esploratore’ Piero Fassino) e il resto del centrosinistra (con il ‘leader riluttante’ Giuliano Pisapia) si chiama Romano Prodi. Ieri Prodi si è sentito direttamente anche con Renzi in un «lungo e cordiale colloquio», recita la nota del suo ufficio stampa (suo nel senso del Prof). Il leader dem preferiva “tenerla bassa” e non far sapere nulla, per ora. Poi, in serata, nella Enews, esulta: «La coalizione di centrosinistra cui stiamo lavorando dovrà garantire eguale dignità a tutti i componenti. Penso che avremo una coalizione di qualità e competitiva».
La nota di Prodi, invece, specifica che «non vi sarà alcuna lista intestata a lui o all’Ulivo» e che il Prof vuole «tenere unito e allargare un campo largo di centrosinistra». Ma è stato Prodi a telefonare a Pisapia («Giuliano, fidati») e a incitare Fassino («Piero, insisti»). E sarà lui il garante della coalizione: un centrosinistra formato bonsai, ma «unito», come voleva lui, e in grado di richiamare l’Ulivo. Ieri mattina l’incontro decisivo.

IL PLENIPOTENZIARIO di Renzi, Piero Fassino, va a Milano a incontrare Pisapia, che si presenta accompagnato o, meglio, «guardato a vista» dai compagni di cordata Bruno Tabacci («è il solo, tra noi, che capisce di collegi per i posti in lista che ci spettano», dicono i pisapiani) mentre a dar man forte a Fassina c’è il vicesegretario Pd, Martina.
Tutto bene dunque? Abbastanza. Pisapia – che rivelerà, poi, regolarmente autorizzato dal Prof, la telefonata di Prodi («avanti così, Giuliano!») e che, alla convention che incorona Giorgio Gori candidato governatore del centrosinistra in Lombardia, annuncia il lieto evento – pone due condizioni. Una, appunto, è politica. «Prodi deve essere il garante della coalizione», chiede Pisapia: «Vuol dire che deve stare «un passo davanti noi tutti, Renzi compreso». Martina e Fassino si guardano negli occhi e deglutiscono: far accettare a Renzi una condizione non di Imperatore, ma di ‘semplice’ generale dell’Armata del centrosinistra, non sarà facile, ma tant’è: la ‘cosa’, cioè la pretesa, non è trattabile. E solo così può tornare, tra gli elettori che ancora coltivano la nostalgia canaglia dei tempi dei governi dell’Ulivo (furono due: il primo, 1996-’98, cadde per colpa di Bertinotti; il secondo, dell’Unione, 2006-2008, cadde per colpa di Mastella, morale: 4 anni in tutto).

La seconda condizione, sgomberato dal campo l’equivoco primarie di coalizione pure avanzato («non c’è tempo: si vota il 4 marzo e le liste vanno consegnate il 3 febbraio», riconoscono i suoi di fronte ad alcune “fughe in avanti” di pisapiani troppo ‘ortodossi’), è invece trattabile. Lo Ius soli e il biotestamento scompaiono, come per magia, dal tavolo. Restano, però, per Pisapia, alcuni interventi di natura economica da fare “subito” e da mette dentro la Legge di Stabilità in corso di esame al Senato. Si tratta di tre punti: abolire il superticket (Padoan dirà che non ci sono i soldi, ma tant’è), di sgravi per chi assume contratti a tempo indeterminato e di far pagare di più il tempo determinato. Il Pd l’impegno lo prende, ma «prima di dare moneta, vogliamo vedere cammello», dicono gli uomini del leader Cp, che parlano di «pre-accordo tra gentiluomini ma da verificare».

INSOMMA, è fatta. Resta solo da capire se la presidente della Camera, Laura Boldrini, se ne andrà con Mdp e Sinistra italiana con un manipolo di ‘pisapiani’ più radical che chic. Certo, sarà il Pd a dover garantire i famosi “collegi sicuri” a Pisapia (Tabacci ne vuole dieci solo per i suoi) come al resto dei partiti che formeranno la coalizione. La quale avrà, “come in una squadra di calcio forte e competitiva che può ambire a vincere il Campionato” – sostengono, senza un filo di ironia, al Nazareno – «un attacco a tre punte». Quello cui hanno lavorato, con successo, Fassino sul fronte sinistro e Guerini sul lato centrista. Al centro, ne ruolo di ‘tornante’ ci sarà una lista di moderati formata dalla triade Lorenzin-Casini-Dellai con la Lorenzin frontwoman («è giovane, bella e non sciupata dagli scandali», pare, o almeno così dicono al Nazareno) mentre Alfano, pur presente in lista, resterà ben più «defilato». In pratica, non dovrebbe candidarsi.
Poi, sull’ala sinistra ci sarà una lista di sinistra, di ispirazione «ulivista» che vedrà nella coppia Pisapia-Bonino i frontrunner e, dentro, i vari «nanetti» (Psi, Verdi, Idv), che servono solo a fare numero. E, ovviamente, al centro, come attaccante di sfondamento, la lista del Pd. Quella che, appunto, dovrà far goal. Sperando non finisca come Italia-Svezia.


2. Le fatiche di Piero: l’accordo con Pisapia è a un passo, Prodi lo incita, il resto della Sinistra gli sbatte la porta in faccia ed è pronta a schierare Grasso e Boldrini.

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Piero Fassino, l’esploratore che Matteo Renzi ha spedito in terra incognita, la Sinistra, per cercare gli alleati del Pd alle Politiche, sta per riportare a casa un mezzo successo. Oggi, a Milano, vedrà l’ex sindaco della città, Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista da cui fonti ben informate dicono: “Se il Pd apre su due, tre punti di programma, l’accordo è fatto”. Insomma, come Romano Prodi non si stanca di ripetere – e ieri lo ha detto e ridetto anche a Fassino – “Mai arrendersi. La strada dell’unità è quella che stai facendo tu, Piero. Bisogna provarci”. E la ‘mossa di Prodi’, ieri sera a Bologna con Orlando per un convegno sulle ‘migrazioni’ dove non  s’è parlato di Politica, è stata decisiva. Del resto, si sa: il Professore muove i cuori e li scalda, a sinistra. Non a caso, Pisapia domenica andrà a Bologna per un incontro di ‘superprodiani’ (Monaco, Santagata, Zampa) che vogliono stare con il Pd e vi parteciperà insieme alla Bonino.
Ma quali i punti del possibile accordo Pd-Cp? “Giuliano – spiega chi lo conosce – è come San Tommaso: vuole chiarezza e impegni sulle cose da fare oggi, non su quelle di domani”. Il catalogo è questo: il superticket, presente nella Legge di Stabilità, da abolire; qualche altra mossa da approvare in tema lavoro, ius soli e biotestamento, da fare.
Fosse facile. Il superticket si può abolire (ma convincere Padoan a farlo non sarà semplice). Lo ius soli può avere chanche di passare solo se il governo mettesse la fiducia, ma una tale mossa farebbe andare su tutte le furie Ap. Un osso duro cui invece si sta dedicando, sempre nell’ambito delle trattative per un’alleanza ‘larga’ di centrosinistra, Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem che, a differenza di Fassino, coltiva la sapienzale e cristiana virtù della pazienza oltre ogni limite. Guerini ci tiene molto a tenerli dentro, gli alfaniani, perché “loro c’hanno i voti” mentre gli altri centristi (Dellai, D’Alia, Casini, Olivero) “ne hanno assai pochi” dicono, preoccupati, i renziani del Nazareno (“Le liste alleate al Pd? Ad oggi valgono l’1% e vogliamo essere ottimisti…”).
Inoltre, spiegano da palazzo Chigi, “dopo la manovra, mezza Ala e Ap non ci voterà più nulla, fiducia o meno, perché scatterà il loro tana libera tutti verso… Berlusconi”.
Infine, nel pomeriggio, esce, da Campo progressista, una nota di Alessandro Capelli, che mette tanti, troppi, paletti: dice no ad alleanze con Alfano e sì a primarie di coalizione. Ma, alla fine, Pisapia oggi vedrà Fassino e poi si presenterà alla convention del centrosinistra regionale (orbo, allo stato, di Mdp) per lanciare la candidatura di Giorgio Gori a governatore della Lombardia e al teatro Verdi di Milano l’ex sindaco darà il lieto annuncio: l’accordo col Pd c’è.
Tutto bene, dunque? Mica tanto. Innanzitutto, Cp è spaccata tra Tabacci e ‘tabaccini’ (Centro democratico), favorevoli all’accordo con il Pd, e un pezzo dei ‘pisapiani’ contrari: gravitano già nell’orbita della presidente della Camera, Laura Boldrini che ha rotto con il Pd e ha deciso di voler fare ‘la numero 2’ di Mdp. Accetterà una posizione di rincalzo, cioè, dopo il presidente del Senato, Pietro Grasso, che della Trimurti della Sinistra sarà il vero front runner. I demoprogressisti hanno, ormai, verso Grasso, un atteggiamento di venerazione fideistica: dicono che “è più amato di Renzi e ci porta il 5% dei voti”. Sarà. In ogni caso, la Sinistra a sinistra del Pd – che a Fassino rifiuta, da giorni, anche uno straccio d’incontro – aspetta solo di dirgli ‘no’. Ieri, per poter partecipare allo sciopero proclamato dalla Cgil sulle pensioni, sta decidendo di spostare la data della mega assemblea che incoronerà Grasso dal 2 al 3 dicembre. Chiude la partita, con toni da Torquemada laico, Nicola Fratoianni: “Un accordo con il Pd è una cosa nemmeno pronunciabile”. Almeno per loro, con Fassino è un adieu.
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NB: I due articoli sono stati pubblicati il 18 e il 19 novembre 2017 rispettivamente a pagina 8 e 10 del Quotidiano Nazionale
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Fassino vede tutti, incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. Dalla sinistra radicale, invece, solo porte in faccia. Intanto, D’Alema ‘cambia verso’…

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pubblico qui di seguito gli ultimi due articoli usciti sul Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni e un articolo uscito settimane fa su D’Alema e la rivista Italiani-Europei
1. Fassino, il commesso viaggiatore della sinistra alla ricerca della perduta unità, segna due goal importanti: incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. 
Fassino  sta per trasformarsi in un ‘commesso viaggiatore’. Infatti, mentre sul lato sinistro della possibile coalizione di centrosinistra, ieri ha ricevuto solo porte in faccia, nel prossimo fine settimana avrà due incontri clou  e vincenti. Venerdì Fassino andrà Bologna e incontrerà Romano Prodi. Ieri, non a caso, Prodi si è fatto fotografare ‘attovagliato’ in un ristorante bolognese col ministro all’Agricoltura Martina e quello alla Cultura Franceschini con la scusa che Oscar Farinetti presentava loro il progetto Fico Eataly Word. Prodi ha rifiutato commenti, ma il clima era disteso, sereno, e la photo opportunity finale diceva più di mille parole. E così a tenda del Prof – che oggi vedrà Fassino e nei prossimi giorni anche lo stesso Renzi – sta per uscire dallo zaino per riaprirsi in casa del Pd o nelle sue immediate vicinanze. Del resto, la sua storica ex portavoce, Sandra Zampa, spiega che “noi prodiani ci siamo collocati chi nel Pd (io e Sandro Gozi) e chi nell’area di Pisapia (Santagata e Monaco), ora serve che ci rimettiamo tutti insieme per rilanciare l’Ulivo”. Progetto cui tiene molto anche Walter Veltroni, che ormai lancia solo molti appelli all’unità e a “evitare le divisioni” della sinistra, tutti in chiave ‘anti-Mdp’ e filo-Pd, e persino Enrico Letta che, da Parigi, ha fatto sapere che la svolta di Renzi in Direzione e la sua apertura alle alleanze lo ha convinto. 
E, appunto, parlando di Pisapia, il ‘leader riluttante’ di un Campo progressista ormai allo sbando e già in rotta verso Mdp, avrebbe deciso di dire “sì” all’alleanza con il Pd. In the name of Ulivo, appunto. Fassino sabato si allungherà fino a Milano per vedere l’ ex sindaco che prenderà parte –all’incoronazione di Giorgio Gori a candidato governatore della Lombardia per conto di un centrosinistra orbo di Mdp.
Il guaio è che mentre Matteo Renzi continua a sperare nelle capacità taumaturgiche del buon Fassino (“noi abbiamo messo Fassino, è una garanzia, se non ci riesce lui…”), al Pd sanno già che, se va bene, riusciranno a mettere insieme solo una mini-coalizione di centrosinistra. Sarà composta da tre ali. La prima sono i tre ‘nanetti’: il Psi di Nencini, i Verdi di Bonelli e l’Idv del Carneade Messina. Poi c’è l’area radicale di Bonino-Della Vedova (Forza Europa). Infine, la ‘terza gamba’: una serie di frattaglie centriste di partiti che furono. A questi ci pensa Lorenzo Guerini, ma pure lui ha il suo bel daffare e le sue fatiche: ieri ha telefonato a Casini (tutto bene), ha visto il ministro Galletti e D’Alia, ex Udc (idem), e ha incontrato Italia Solidale di Dellai e Olivero (tutto ok). Ma il pezzo teoricamente pregiato del mazzo, Alfano, ancora cincischia, indeciso come Amleto, e Guerini, che ieri ha telefonato a lui e a Lupi, con Ap non trova la quadra. Una Direzione di Ap, o quel che ne resta, è stata convocata per il 24 novembre. Si trasformerà in una drammatica ‘resa dei conti’ tra chi, come Lorenzin e Cicchitto (voti: zero), vuole stare col Pd e tutti gli altri (voti: tanti) che cercano FI.
 
Tornando a Fassino, ieri mattina in verità ha spiazzato tutti: prima va a trovare Pietro Grasso, al Senato, e poi Laura Boldrini alla Camera. I due presidenti, però, gli hanno detto niet. Grasso, gli ha spiegato ‘caro Piero, sbagli indirizzo, io non rappresento una parte’ (ma ne è già il leader designato) e la seconda, Boldrini, “mah, vediamo, non farti illusioni’. Altri niet, ma stavolta informali, arrivano dai ‘Tre Tenori’ (Speranza per Mdp, Fratoianni per SI e Civati per Possibile) della Sinistra Unita. I quali gli hanno fatto sapere, nell’ordine: al massimo ti mandiamo lo sherpa Guglielmo Epifani o, se proprio insisti ti vediamo, “ma la settimana prossima” oppure nemmeno quello e, comunque, “prima abbiamo la nostra assemblea del 2 dicembre (quella in cui verrà incoronato Grasso leader, ndr) e quindi vedere te è  una cosa di cui faremmo assai a meno”. Finirà che, da Fassino, andranno i capigruppo di Mdp e SI, ma la fine è nota. Esiziale, al solito, Massimo D’Alema: “A Fassino che mi ha cercato, ho detto di chiamare Speranza”. Che è come dire: scusi ho da fare, lasci detto in portineria.
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Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. “Ciao, sono Piero. Mi chiami? Ti devo parlare”. Fassino prova ad agganciare i leader della sinistra radicale ma, per ora, riceve solo porte in faccia. 
Come un esploratore yankee o ‘tuta blu’ che si avventura nelle ostili terre di Apache, Comanche e Cherokee, tra oggi e domani Piero Fassino incontrerà Giuliano Pisapia (Cp). Fassino, oggi, sentirà al telefono anche Romano Prodi per chiedergli un “estremo aiuto” per rifare il centrosinistra. “Nei prossimi giorni”, ma ancora non si sa dove e quando, Fassino vedrà pure la ‘Trimurti’ della Nuova Sinistra, cioè Roberto Speranza (Mdp), Nicola Fratoianni (SI) e Pippo Civati (Possibile). Ma qui le speranze di ‘trovare la quadra’ sono prossime ai zero gradi Fahrenheit. I tre fanno sapere, dopo averlo negato per ore, che “sì, Fassino ci ha chiamati”, ma non hanno nessuna voglia di incontrarlo e pensano pure all’affronto di spedirgli solo lo sherpa Guglielmo Epifani. Perché – come dicono sibilando – “Renzi vede la Bonino di persona e invece a noi ci manda Fassino, un ex tutto…”. Pippo Civati lo sbertuccia persino e, davanti ai giornalisti, legge a tutti il suo Sms: “Ciao, sono Piero, ho bisogno di parlarti, mi chiami?”. Insomma, gli incontri di Fassino partono malissimo e il loro esito è segnato. Le parole di Bersani (“Basta chiacchiere”) dicono tutto ed Enrico Rossi offende Renzi: “Fatti da parte tu. Allora, forse, se ne parla”.
Fassino, dunque, riceverà solo dei niet, tranne che da Pisapia che sarà accompagnato dai suoi due colonnelli, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, e, forse, da Bruno Tabacci, il solo rimasto, in Cp, a volere un accordo col Pd. Molti dem sperano ancora in esiti “positivi”, almeno con Pisapia, ma dentro Cp e, ovvio, dentro Mdp, scuotono la testa offesi: “”Ma tu incontreresti uno che sai per certo che ti vuole vendere una patacca?”. Inoltre, la maggior parte dei dirigenti di Cp ha armi e bagagli pronti per rientrare in Mdp chiedendo una manciata di posti che, però, Mdp, che sulla composizione delle liste farà la parte del leone (60% Mdp, 30% SI, 10% gli altri l’ultimofixing), è poco propensa a concedere. La presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha di fatto preso le redini di Cp, invece, non andrà perché “lei fa il presidente della Camera” scoprono ora i suoi. In realtà, la Boldrini ha già deciso: vuole fare la ‘seconda in comando’ della Nuova Sinistra che verrà lanciata, il 2 dicembre, da Mdp, SI e Possibile in una Grande Assemblea. ‘Seconda’ perché il leader già investito del ruolo è Grasso. In Mdp sono sicuri che “lui da solo ci porta il 5% come valore aggiunto. Noi sommati partiamo dal 5% e con lui possiamo ambire al 10%”. Speranze, ma poi quien sabe? 
A Lorenzo Guerini, invece, che sta sondando Casini, Alfano (Ap), Dellai (Democrazia solidale) e altri centristi vari, è toccato un compito più ‘facile’ politicamente, ma cui Renzi tiene molto di più: dar vita a quella gamba centrista del centrosinistra che, coi Radicali, sarà fedele alleato del Pd. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

3. D’Alema ha fatto della rivista e della Fondazione Italiani/Europei il tempio della Nuova Sinistra, sì ma quella ‘radicale’...

“Il governo riconosca unilateralmente la Palestina”. Parola di ex ministro degli Esteri e di ex premier che, quando andò in Libano, fece scoppiare un incidente diplomatico perché andò a passeggio e a braccetto coi leader di Hamas. Beh, D’Alema è sempre lui, si dirà. Filo-palestinese era e tale è rimasto. Eh, no. Tranne che su questo e su una certa attitudine a ‘bombardare’ gli avversari (il Kosovo ieri, fisicamente, Renzi oggi, ma almeno solo metaforicamente…), D’Alema è davvero cambiato che non ci si crede. E, con D’Alema – ieri amico di Berlusconi (il ‘Dalemoni’) oggi suo avversario, ieri anti-ulivista, oggi ‘prodiano’, è cambiata la sua rivista, il bimestrale Italiani/Europei.

Il numero ora in edicola contiene saggi assai interessanti: “Gli orizzonti della sinistra” (e fin qua…). ‘New Labour’ ‘Third Way’? Interviste a Tony Blair e/o a Bill Clinton che, a metà degli anni Novanta, erano i punti di riferimenti culturali, politici e ideali del D’Alema pensiero? Macché. “Socialism, do you rimember?” è il titolo di una serie di poderosi e pensosi saggi che non hanno nulla di ironico. La faccia barbuta e ispida di Karl Marx è lì a esplicitarlo. I saggi di autori che di solito scrivono su giornali di sinistra radicale pure.

Basta così? No, macché. Il neo direttore, Peppino Caldarola, oggi con D’Alema in Mdp (Caldarola è anche lo spin doctor del governatore della Toscana, Enrico Rossi), ieri guida dell’Unità  quando l’Unità intervistava tutti i lib-lab del mondo, ha fatto fare una conversione a ‘U’ alla rivista. Con il placet di D’Alema, si capisce. Oggi, I/E ricorda da vicino, Alternative per il socialismo, la rivista che Alfonso Gianni, ideologo di Fausto Bertinotti, produceva per l’allora leader del Prc. Partito e area politica, l’Estrema Sinistra, che, per una vita, D’Alema ha combattuto e osteggiato. Almeno quanto lo ha fatto con l’Ulivo di Romano Prodi, si capisce. O coi girotondi, la ‘società civile’ e gli ‘intellettuali’, tutti rappresentanti nella formidabile battuta di Nanni Moretti: “D’Alema dì qualcosa di sinistra! D’Alema dì qualcosa!”.

Basta? No, non basta. Sempre Italiani/Europei contiene un’intervista che racchiude in sé una vera e propria notizia. L’articolo s’intitola “La mia Cgil”: parla Maurizio Landini, storico leader della Fiom, storico nemico di D’Alema e dalemismo, alfiere della sinistra più radicale. Ora, va bene che Mdp – il partito, ‘a criatura’ di D’Alema (e, sub iudice, di Bersani) deve prendere voti dappertutto, se vuole sfangarla, alle prossime elezioni – ma D’Alema è sempre stato noto per essere un fiero, tenace, durissimo, oppositore della Cgil e di quello che il sindacato rosso ha rappresentato in termini di conservazione, di vetero-sinistra. Tutto passato, tutto finito. Un mesetto fa D’Alema è andato a via Po, sede della Cgil, per un seminario a porte chiuse: ha recitato il mea culpa, buttato tutte le colpe delle (sue) analisi sbagliate sulle spalle, larghe, della “globalizzazione” e proposto – per Mdp e la nascente formazione ‘La Sinistra – un programma così ‘massimalista’ che pure i duri e puri della Cgil si sono un po’ spaventati. Perché filo palestinese ok, radicale e anti-sistema passi, ma D’Alema ‘no global’, beh, ecco, questo film, a sinistra, lo devono ancora vedere.

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NB: I tre articoli qui presenti sono usciti il 15 e il 16 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale. Invece, quello su D’Alema, risale alla settimana precedente. 

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Renzi va e torna dagli Usa, ma i guai rimangono in casa: la Sicilia e il rapporto tra il Pd e il governo Gentiloni

renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Pubblico qui di seguito – con colpevole ritardo – i tre articoli scritti per QN e usciti tra il I e il 2 novembre 2017 su Renzi negli Usa da Obama e i guai del segretario e del Pd rimasti in Italia.
Ettore Maria Colombo – ROMA
1. Prove anti-Gentiloni. Renzi dagli Usa dà il via libera ai cattodem sul bonus bebé.
(L’articolo è uscito il 2 novembre 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)
Bonus famiglia. Innalzamento dell’età pensionabile. Più risorse per il contratto degli statali, degli insegnanti, etc. E’ partito il consueto “assalto alla diligenza” alla manovra che, a partire dal 7 novembre sarà all’esame della commissione Bilancio del Senato presieduta dal dem ‘rigorista’ Tonini. La cosa curiosa è che gli ‘assaltatori’ hanno avuto luce verde direttamente dal Nazareno. E, cioè, dal Pd di Renzi. Succede, infatti, che ieri, con una nota, un manipolo di senatori dem, tutti renziani convinti (Di Giorgi, Cociancich, Collina, Cucca, Fattorini, Lanzillotta, Marino, Santini, etc.), si uniscono come un sol uomo alle vibranti proteste di Ap. Il partito di Alfano, il giorno prima, aveva tuonato, con i due capogruppo alla Camera e al Senato, Lupi e Bianconi: “Senza bonus famiglia diremo no alla manovra”. Sembrava la classica tempesta in un bicchiere d’acqua (“quelli di Ap fanno la voce grossa due giorni, poi gli passa”, il commento tra i dem), ma ecco scendere in campo i ‘cattodem’ del Pd. Protestano ad alta voce, pure loro, contro la cancellazione del bonus bebé dalla manovra varata dal governo Gentiloni. Renzi è negli Usa: può esserne vittima e non regista? No. Infatti, prima in un’intervista ad Avvenire e poi a Portici, il leader del Pd ha puntato i fari, oltre che sul ddl Richetti sui vitalizi, sui temi sociali. Il leader dem ha già individuato nel maggiore sostegno ai figli a carico delle famiglie “una priorità assoluta insieme alla riduzione delle tasse sul lavoro” e ha già coniato lo slogan “mille euro a ogni figlio”. E chi pensava che quello di Renzi fosse solo un programma “elettorale” si è dovuto ricredere, dopo la nota dei senatori.
E così, con Renzi assente, ma ‘informalmente’ informato, si dice al Nazareno che, dietro la nota dei senatori ‘cattodem’, si stagli la figura di Lorenzo Guerini. Sarebbe stato lui, il coordinatore della segreteria Pd, detto ‘il Forlani’ di Renzi, a ‘ispirare’ l’uscita dei ‘catto dem’. La cui nota recita così: “La scelta del governo di non rifinanziare il bonus bebé è incomprensibile e non condivisibile”. Un uppercut al volto. Fa il paio, peraltro, con l’intemerata del ministro Martina che, pur se dal versante sinistro del partito, tuona contro il previsto aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Richiesta che, dentro le Camere, ha due fan siamesi e scatenati: il supersinistro Cesare Damiano (Pd) e il superdestro Maurizio Sacconi (Ap). Infine, i senatori dem Ichino e Lepri chiedono di “utilizzare parte dei risparmi per costituire un fondo ad hoc perl’assistenza dei caregivers, le persone impegnate nell’assistenza a parenti gravemente disabili, proposta su cui Qn ha condotto una importante campagna stampa e su cui anche Ap ha presentato proposte.
Il premier è all’estero (un viaggio in India, molto importante, e poi in Arabia Saudita ed Emirati Arabi che si concluderà oggi quando tornerà a Roma per incontrare i sindacati al tavolo verde di palazzo Chigi sulle pensioni, altro tema su cui il Pd ha alzato il fuoco di sbarramento chiedendo di rinviare l’innalzamento dell’età pensionabile) e non ha presa bene tutte queste notizie mentre il ministro Padoan è già andato su tutte le furie e promette battaglia.
Infine, il Colle. Naturalmente, è “preoccupato”. Ieri, non a caso, è filtrato dal Quirinale, sul cui tavolo c’è la legge elettorale ancora da firmare, che Mattarella intende “vigilare” sulla manovra: nonostante lo “sfilacciamento” della maggioranza e le sue “geometrie variabili”, si tratta di un “passaggio fondamentale” per il Paese davanti alla Ue. Mattarella ha un arma segreta e atomica: sarà lui a decidere la data di scioglimento delle Camere e, dunque, le elezioni. Renzi punta tutte le sue fiches sul 4 marzo 2018, ma il Colle può rimandare lo scioglimento delle Camere fino al… 15 marzo 2018, il che vorrebbe dire, però, tenere le elezioni a maggio e dunque far slittare – a causa di tutte le procedure che servono per formare le nuove Camere – le consultazioni per la formazione del nuovo governo almeno a giugno. 
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2. Matteo e Barack si abbracciano, ma in Italia il Pd continua a perdere pezzi. 
(NB: L’articolo è uscito il 2 novembre a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)

Nemo propheta in patria, si potrebbe dire. Matteo Renzi viene esaltato all’estero, direttamente da Barack Obama, ma in Italia lo aspettano a solo guai. In più, crolla nei sondaggi. “La politica deve diventare più attraente per coinvolgere più persone come è avvenuto nelle campagne elettorali mie e di Matteo”. Parola di Barack Obama. Bisogna rafforzare l’idea – aggiunge l’ex presidente Usa – che la politica può fare la differenza, battere il cinismo dei giovani e riportarli a votare”. Un endorsement in piena regola quello di Barack Obama che interviene a sorpresa a un panel dei lavori della sua Fondazione cui partecipava proprio Matteo Renzi coordinato da Caroline Kennedy, ex ambasciatrice e figlia dell’ex presidente JFK. Il segretario dem si trova, ormai da due giorni, a Chicago. Idem sentire di Barack e Matteo anche sui media che “non devono rafforzare l’idea di una politica che non offre risposte”, dice Obama. Renzi, che mal tollera i giornalisti e i talk show, non può che annuire. Il leader dem, nel suo intervento, ha parlato di “stagione di incredibili cambiamenti strutturali in Italia e in Europa e nessuno può fermare il cambiamento, che piaccia o no”, citando a  esempio “la rivoluzione, 10 anni fa, dell’IPhone”.

Peccato che, dall’Italia, arrivino solo brutte notizie, per il leader del Pd. La manovra economica rischia di finire a gambe all’aria, anche se proprio per colpa dei renziani che hanno aperto il fuoco sul bonus bebé e l’età pensionabile, facendo irritare, nell’ordine, Gentiloni, Padoan e il Colle. Le elezioni regionali in Sicilia che si terranno domenica rischiano di tramutarsi in un bagno di sangue, per il Pd. E, soprattutto, il percorso politico e le strategia del premier attuale, Paolo Gentiloni, si va sempre più divaricando da quello di Renzi. Gentiloni vuole imporre lo ius soli, subito dopo la manovra economica, al Senato, con la fiducia, e invece Renzi – che di ius soli non vuole sentir parlare – vorrebbe trovare lo spazio per il ddl Richetti sui vitalizi. Gentiloni, reduce da un importante viaggio di tessitura con molti Paesi chiave (India, Arabia Saudita, EAU), domani vedrà i sindacati sulle pensioni al famoso ‘tavolo verde’ di palazzo Chigi che Renzi aveva di fatto mandato in soffitta.

Infine, ci si mettono anche i sondaggi a incattivire i rapporti tra i due, anche se i rispettivi staff li definiscono “ottimi”. Secondo i dati dell’Istituto Ixé di Roberto Weber “Gentiloni gode di una fiducia superiore a quella di Renzi. E’ la rivincita dell’uomo tranquillo e batte Renzi 39 punti a 27”. Inoltre, Gentiloni “garantisce un maggiore valore aggiunto e farebbe un migliore risultato se fosse lui a guidare il Pd”. Ma anche altri dati del sondaggio Ixé sono interessanti: Luigi Di Maio, candidato M5S, è in crescita e si posiziona al secondo posto con il 32% mentre Matteo Salvini (Lega) gode di un gradimento molto alto (il doppio della Lega) e batte Silvio Berlusconi che si attesta solo al 21%. Per Ixé le prossime elezioni potrebbero essere” una sfida a due tra centrodestra e M5S col M55 che raccoglie i delusi del Pd”. Una prospettiva da far tremare le vene nei polsi a Renzi.

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3. Renzi vola a Chicago da Obama che se lo coccola. I guai sono rimasti tutti a Roma.
(NB: L’articolo è uscito a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il I novembre 2017). 
“Buongiorno da Chicago, amici! Sono qui per il primo summit mondiale della Fondazione Obama!”. Matteo Renzi parla così in un post su Instagram. Parole entusiastiche, certo, ma comprensibili. Il leader dem è volato negli Usa, a Chicago, perché l’ex presidente Obama – che già lo aveva ricevuto come ultimo leader mondiale prima delle elezioni Usa – gli ha “fatto un altro invito”. Obama ha voluto Renzi al primo summit mondiale della “Fondazione Obama” che segna anche la ‘ridiscesa in campo’ dell’ex presidente dopo dieci mesi di silenzio, dall’elezione di Trump in poi. La kermesse, cui partecipa un parterre d’eccezione (tra cui il principe Harry Windsor, erede al trono di Gran Bretagna), sarà, di fatto, il trampolino di lancio per l’ex first lady, Michelle Obama: potrebbe sfidare Trump nel 2020. 
E così, stamattina, il leader dem parlerà, a Chicago, davanti a una sessione dei 500 giovani leader coordinati da Obama. Il feeling tra i due è cosa nota. Renzi lo definisce “un grande presidente” per mille motivi, ma soprattutto perché “si è battuto per la crescita e contro l’austerity”. Chicago, per Renzi, accompagnato solo da Giuliano da Empoli, fondatore del think thank ‘Volta’, di area dme, è stata anche l’occasione anche per incontrare la comunità dei ricercatori scientifici italiani. Sono quelli del Fermilab, tra cui Francis Cordova, direttrice della National Science Foundation. Renzi è andato anche alla Northwestern University dove ha tenuto un intervento sul futuro dell’Europa. “Leggo di ironie sui social per la mia visita” – puntualizza poi, Renzi, sempre su Instagram – “ma stavolta è comprensibile la critica: noi siamo dalla parte di scienza e ricerca mentre i 5Stelle criticano i vaccini e inseguono le scie chimiche”.
Fin qui l’ufficialità. Ma Renzi non perde mai il contatto con la madrepatria. Ieri, per dire, di buon mattino, legge sul sito Dagospia lo splash di ripresa di un articolo di Lettera43.it. Lo scoop vede una fonte interna dei servizi rivelare due cose: il capitano Ultimo avrebbe tenuto in piedi, per anni, una struttura ‘parallela’ dei servizi; essa avrebbe inquinato le prove dell’inchiesta Cpl Concordia, intercettando illegalmente Napolitano, Renzi e Adinolfi, generale GdF, e del caso Consip. Renzi manda subito sms indignati ai suoi: “Ma avete letto?! Io non sono un complottista, credo nelle istituzioni, ma è inquietante sapere che servizi ‘deviati’ mi monitoravano!”. Michele Anzaldi, suo fedelissimo, dirama subito una nota, presto anche interrogazione parlamentare. “Il Pd – mette a verbale Anzaldi – vuole sapere se è vero che è esistita una centrale di ascolto, non si capisce quanto legale, coinvolta nei casi Cpl Concordia e Consip; se è vero che ora tale centrale è smantellata in tutta fretta; se questa centrale fosse alle dipendenze del Capitano Ultimo e della sua squadra, dato il suo coinvolgimento in quei casi. Non è accettabile che resti il sospetto di manovre di apparati dello Stato contro l’allora premier Renzi”. E c’è chi ricorda che Renzi avesse più volte detto, con fare sibillino, ai suoi: “L’inchiesta Consip in realtà è il caso Cpl Concordia”.
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NB: Tutti i 3 articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale a novembre 2017.
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Renzi-Biancaneve cambia strategia: niente nanetti. Nencini lancia l’idea di una lista con radicali, verdi e Pisapia

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo PORTICI – PIETRARSA dal nostro inviato

Renzi ‘Biancaneve’ ha cambiato strategia nei confronti dei piccoli ‘nanetti’ (Idv, Verdi, Psi, etc.) che dovrebbero accompagnare il Pd alle Politiche del 2018. Fino a ieri i vari ‘nanetti’ erano convinti che, grazie alla nuova legge elettorale, il Rosatellum, che incentiva a formare pseudo liste ‘civetta’ (ogni lista che prende tra l’1% e il 3% dei voti non conquista seggi ma li assicura alla coalizione), il Pd avrebbe scelto solo di ‘stimolare’ la presenza di tante piccole liste al suo fianco. E, appunto, di far fare loro la parte dei nanetti.

Ma se ancora non si sa come si muoveranno i centristi di Alfano (Ap) e altri pezzi di moderati (Dellai, etc.), il segretario del Psi, Riccardo Nencini, ha proposto ai big del Pd tutt’altra strada. Strada che, nel 2006, non portò fortuna all’unione di Radicali, socialisti e laici che diedero vita alla Rosa nel Pugno (2,6% e 18 parlamentari), nonostante il fatto che la Rosa nel Pugno si presentò non da sola ma in coalizione tra partiti.

Far nascere una Lista Civica Nazionale che punti a conquistare il 3% dei voti e, dunque, a ottenere seggi, ma in alleanza con il Pd. Una lista “laica, socialista, ambientalista, verde e radicale”, è dunque la ‘pazza idea’di Nencini che ieri ne ha parlato con Renzi e che oggi la lancerà ufficialmente dal palco dell’hotel Ergife di Roma dove sono dati appuntamento per un convegno sui massimi sistemi (“Stati Uniti d’Europa”) tutti i pezzi della galassia laica, verde, socialista e radicale. C’è già pure la benedizione di Emma Bonino, che potrebbe essere la vera ‘madrina’ dell’ambizioso esperimento. Cinque saranno i petali di questa nuova Lista Civica Nazionale. I Radicali italiani di Magi. I laici-liberali di della Vedova. I Verdi, ancora in vita, grazie alla tigna del coriaceo Angelo Bonelli. E, ovviamente, il Psi (il simbolo di ognuno dei due, Verdi e Psi, vale l’1% dei voti) ma anche l’Idv di Ignazio Messina.

Più, forse, se ci sta, Campo progressista di Pisapia. Lui, all’Ergife, parlerà domenica: dovrebbe dare la benedizione all’esperimento non tanto per lui, che non si candiderà, ma perché i suoi scalpitano. Come sbotta uno di loro, “ci siamo esposti per mesi, correndo dietro ai tentennamenti di Giuliano, ma se lui può tornare a fare l’avvocato ricco, noi viviamo dei seggi da deputato”.

NB: Questo articolo, pubblicato in forma succinta su Quotidiano Nazionale del 29 ottobre, viene pubblicato qui in forma estesa e originale per i lettori del mio blog.

Gentiloni fa il controcanto a Renzi. Nel Pd i tamburi di guerra covano sotto la cenere

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

  1. Controcanto di Gentiloni a Renzi: un altro programma e un’altra coalizione?

Ettore Maria Colombo – PORTICI – NAPOLI  – Dal nostro inviato

In gergo politico si chiama ‘controcanto’. E’, di fatto, quando un leader nascente fa un discorso che, pur nei toni è il più possibile amichevole e friendly verso il leader calante, nei fatti ne risulta un contrappunto deciso e certosino. E’ quello che ha fatto, ieri, a Portici, parlando alla conferenza programmatica del Pd, il premier attuale, Paolo Gentiloni, nei confronti del leader del suo partito, Matteo Renzi. Il suo discorso, letto con voce ferma e autorevole (ma all’inizio gli erano persino caduti i fogli dal leggio) era in sette punti.

Uno. “Abbiamo, come Pd, sulle spalle la responsabilità del governo oggi e siamo il solo perno possibile del governo di domani”. Due. “Dobbiamo fare gioco di squadra e stare uniti e lo dico ai tanti ultrà delle divisioni del Pd”. Tre. “Dobbiamo darci l’assetto più largo e competitivo possibile, alle prossime elezioni: largo e aperto verso il centro come verso la sinistra per vincere e governare perché Decoubertin non è e non sarà mai nel nostro Pantheon”. Quattro. “Il nostro dovere è una conclusione ‘ordinata’ della legislatura” (e, se qualcuno non avesse capito, “il presidente Mattarella è il nostro faro e il nostro garante”).  Cinque. “Faremo di tutto per portare a casa lo ius soli” (seguono ben due citazioni, nello stesso discorso di neppure trenta minuti, del ministro Minniti e di quanto lavora bene). Sei. “Frequentiamo troppo i vincenti e non i perdenti della globalizzione, invece dobbiamo stare dalla loro parte, combattere la malattia della solitudine nella globalizzazione come dice Baumann” (e chi pensa che il Pd sia stato troppo dalla parte di Marchionne e poco con gli operai ci pensi su). Sette, colpo finale, con tocco da maestro e palla in buca: “Noi dobbiamo essere quelli che stanno dalla parte della Ue e dell’Europa, che ci scommettono sopra e lavorano dentro. La campagna contro l’Europa lasciamola fare agli altri”.

Paolo Gentiloni, premier “per caso”, come dice lui stesso, in sette punti demolisce, di fatto, l’intera strategia renziana. Almeno tutta quella delle ultime settimane, dal treno in poi. Così è, se vi pare, il pensiero politico di un leader politico che, se mai è stato “timido, introverso e riservato”, come lo hanno sempre descritto gli amici (i gentiloniani sono una specie rara: sono pochissimi, tipo Realacci, e sono per lo più muti), ha smesso di esserlo. Gentiloni ieri è venuto a Portici con, al seguito, solo la moglie e i suoi più fidati collaboratori (l’estroverso Sensi, l’introverso Funicello) e ovvio la scorta, ma ha dato diverse zampate al ‘Renzi-pensiero’ e alla sua visione del mondo. Senza mai citare l’affronto e l’affondo subito da Renzi sulle banche e contro la nomina di Visco e, tantomeno, la ‘diserzione’ organizzata dai renziani dal cdm. Una di quelle mosse che a Gentiloni fanno venire l’orticaria. Ma il suo silenzio sullo scontro più grave con Renzi – del resto se ne avesse parlato le conseguenze sarebbero state fragorose e drammatiche –  non gli ha impedito di tracciare un quadro assai diverso da quello di Renzi su alleanze, programmi, idealità, finalità dell’azione di governo e compiti del Pd.

Poi, certo, i suoi, come i renziani spergiurano che, tra loro, “l’intesa è perfetta, sono una squadra, lavoreranno insieme da qui alle elezioni”, ma l’impressione data ieri è diversa. In più, ci si è messo anche il ministro all’Interno Minniti. Non solo ha rivendicato (anche lui!) che bisogna approvare lo ius soli (Renzi non lo dirà mai, ma quella legge non la vuole perché, come dice spesso ai suoi, “fa perdere voti”), ma ha a sua volta ribadito, con un discorso da ex comunista a suo modo perfetto, che “è necessaria una grande alleanza riformista oltre i confini del Pd per vincere e governare”. Commento acido di Beppe Fioroni: “Minniti terremotò il governo Prodi e l’Unione”. Renzi, da ieri, non è più il solo leader che il Pd ha a disposizione. Volendo, c’è Gentiloni.


2. La guerra interna al Pd cova sotto la cenere. I renziani fingono: ‘tutto va bene’.

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – PORTICI – NAPOLI – Dal nostro inviato

Il discorso di Gentiloni? Bellissimo, forte, alto. Paolo e Matteo sono una squadra e lo dimostreranno in campagna elettorale. Alle elezioni ci presentiamo uniti per vincerle”. Così, all’unisono i deputati toscani David Ermini e Simona Bonafé, due renziani di ferro, a fine serata, quando a Portici ormai è quasi notte, nel commentare le parole del premier. Sono seduti tutti vicini tra loro i pretoriani del renzismo. Spicca il vicesegretario e ministro Martina che della conferenza di organizzazione del Pd è stato l’attento regista.  ‘Tutto va bene, madama la marchesa’ è il loro leit-motiv. Anche dallo staff si Gentiloni arrivano infinite dosi di miele: “Tra Paolo e Matteo la stima è intatta, sono una squadra. Chi pensa il contrario è fuori strada”. E c’è pure la photo opportunity sul treno Destinazione Italia, fermo nella stazione di Portici. Renzi e Gentiloni salgono attorniati – amichevolmente ? – dal presidente del partito Orfini (“Ora Orfini ci fa una relazione sulle banche”, scherza Renzi, ma Gentiloni non ride), più Martina, Bellanova, Rosato. La comparsata serve a dimostrare che ‘quel che è stato è stato’.

Quel che è stato, però, non è stata cosa da poco. Il cdm di venerdì sulla nomina di Visco disertato da tutti i renziani. Minniti furibondo. Gentiloni basito. Orlando inviperito. “Chiudiamo una settimana difficile – riconosce, con franchezza, parlandone con un amico, il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini – in cui abbiamo fatto bene a tenere il punto (leggi: la guerra su Visco e banche, ndr). Adesso, però, basta polemiche. Complotti contro di noi? Non scherziamo. I numeri li abbiamo noi, quindi calma e gesso. Guardiamo avanti”. Ma se è vero che, negli organismi di partito, i numeri li ha Renzi, che fine ha fatto il ‘cumpluttuni’ che Franceschini e Orlando dentro il partito e molti altri fuori starebbero ordendo ai danni di Renzi? Un twitt del ministro ai Beni culturali dice quello che il leader di Area dem pensa dei retroscena dei giornali (QN incluso): “Leggo di resa dei conti nel Pd dopo le elezioni siciliane. Sorry, lavoro per unire e allargare il campo,non certo per dividere ancora di più”. Insomma, non è successo niente.

Eppure, Orlando si aggira nervoso e perplesso in sala e i suoi, come Davide Marantelli, borbottano: “Così non si fa”. Michele Emiliano si presenta all’improvviso, non previsto, e si chiude per oltre un’ora  sul treno, con Renzi: pare sia stato riportato alla ragione con la promessa di molti seggi. Per non dire del ministro Marco Minniti che fa un discorso anche più duro di quello di Gentiloni sui temi (ius soli) e sulle strategie (“Serve un Pd largo e inclusivo”). Chissà, magari è stata la splendida giornata di sole e la splendida cornice della stazione di Portici a rasserenare gli animi. Renzi si prende sottobraccio Minniti per una passeggiata sul lungomare, scherza con i fan, si porta Minniti e Delrio sul treno per il Facebook live della consacrazione del nuovo status interno al Pd (‘noi viviamo in pace’). Insomma, tutto va bene. In attesa delle elezioni siciliane.

 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 29 ottobre 2017 su Quotidiano Nazionale. 

Altro retroscena. Renzi assediato dai complottardi. E scatta l’ira dei pretoriani: “Stavolta le liste le facciamo noi”

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

Ettore Maria Colombo – ROMA

I renziani, i fedelissimi, ormai, non ci vedono più per la rabbia. Solo Lorenzo Guerini sta cercando, da giorni, di placare gli animi: “tranquilli, ragazzi, vedrete che alla fine aggiustiamo tutto e recuperiamo tutti”. Ma la guardia pretoriana del renzismo è accecata dall’ira funesta. Il ‘giglio magico’ – diviso in due fazioni ostili tra loro: i ‘lottiani’, nel senso di Luca Lotti, e i ‘boschiani’, nel senso della Boschi – del resto, lo ha fiutato da tempo, il cumpluttuni. Detto alla siciliana perché l’asse Franceschini-Orlando dentro il Pd (con il sostegno, forse, di Veltroni, ma tra i suoi c’è chi dice che “Walter tornerà a fare asse con Renzi e molto presto: ci sono le elezioni da vincere”) e quello Prodi-Pisapia, fuori dal Pd, lo farà partire il 6 dicembre. Quel giorno, infatti, si sapranno i risultati delle regionali siciliane, ma il copione è già scritto: il paladino del Pd, Micari, perderà male e il Pd può crollare a minimi storici. Evocativi dell’abissale tonfo (16%) in cui, nel 1994, Pietro Folena trascinò il Pds in Sicilia. E, intanto, la frattura tra Renzi e Gentiloni, esplosa anche in sede di cdm che doveva nominare, ufficialmente, Ignazio Visco a capo di BankItalia, cdm disertato da tutti i renziani doc con mille, pluerili, scuse (malattie, impegni, etc.)

Certo, i ‘complottardi’ dovrebbero trovare quel cuor di leone che finora in loro ha scarseggiato per riuscire a destituire Renzi. Per capirsi: schierarsi contro Renzi in Direzione nazionale o in Assemblea nazionale, dove il leader controlla il 58% dei delegati, equivale a un suicidio. Però potrebbero imporgli un’alleanza “larga” di centrosinistra, “stile Unione” (il copyright è di Franceschini) alle politiche che vada – Franceschinidixit, ma anche Piero Fassino lo teorizza – “da Alfano a Civati”. Un modo gentile e ipocrita per far inghiottire al Pd l’alleanza con Bersani, Speranza e, manco a dirlo, D’Alema. Renzi, che già s’innervosisce a sentire evocare il nome ‘Ulivo’ (“Io ci sono nato, con l’Ulivo – dice spesso – ma oggi c’ il Pd”), alla parola ‘Unione’ mette mano alla pistola: “Vorrebbero farmi alleare con quella Mdp che ogni giorno mi insulta” la sua risposta. Ma il ‘piano’ dei complottardi, più passano i giorni, e più fa gola anche ad altri pezzi di Pd: gentiloniani, veltroniani, fioroniani. Per non dire dei parlamentari che, a caccia di un seggio, non vedono l’ora di farla pagare al leader attuale che “tanto non ci ricandida o ci mette solo in collegi già persi per piazzare tutti e solo i suoi fedelissimi”. Poi ci sono Gentiloni e Veltroni. Il premier e il Fondatore ancora si dolgono che “Matteo non ci ascolta, non sa ascoltare, fa solo tutto di testa sua”. Traduzione: non puoi fare tu il candidato premier, resta a fare il segretario di partito, sacrificati, troviamo un altro nome. Guarda caso, identica proposta la faranno Franceschini e Orlando mentre per ora si limitano a desiderarlo, il ribaltone con il cumpluttuni, Prodi, Pisapia e molti altri.

Come reagirà Renzi? Per paradosso, non con la guerra alla guerra. Certo, ha già rimosso la fase zen: è tornato aggressivo, puntuto, ma sa che deve ricucire a destra e a sinistra, dentro e fuori il Pd. Magari con una mossa spiazzante, tipo: “Volete fare le primarie per il premier del centrosinistra? Facciamole!”. Intanto, oggi, lui e Gentiloni saliranno – idelamente, si capisce – sullo stesso treno quello di Renzi, per scendere “insieme, da amici”. all’antica stazione ferroviaria di Pietrarsa-Portici, dove ieri si è aperta l  – a Conferenza organizzativa del Pd. Il guaio sono i renziani. L’hanno giurata a tutti gli altri: “Niente prigionieri” è il grido di battaglia, “le liste elettorali stavolta le facciamo noi”.

L’articolo è stato pubblicato il 28 ottobre 2017 a pagina 11 del Quotidiano Nazionale