Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

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Grasso, Serafin, Toniato. La “Trimurti” che governa il Senato e che a palazzo Chigi temono per le loro ‘manine’ sulla strada delle riforme

Schermata 2015-05-25 alle 18.19.34MATTEO Renzi, più che alla minoranza dem – che, per carità, ogni giorno porta la sua croce, ogni giorno richiede la sua pena… – e ai 28 senatori vietcong pronti a impallinarlo, nel Vietnam di palazzo Madama, con i loro 17 emendamenti killer, deve stare attento, da qui all’8 settembre, quando si riapriranno i giochi sulla riforma del Senato, a tre persone. Tre che governano e comandano per davvero, tra gli austeri stucchi e i raffinati saloni del Senato della Repubblica.
Il primo dei tre è il presidente Pietro Grasso: lì assurto, dalla notte per la mattina, da Pier Luigi Bersani, detesta Renzi, cordialmente ricambiato, e coltiva il sogno di scalzarlo e, prima o poi, di sostituirlo al governo. Un governo di emergenza istituzionale, si capisce. Seconda e terzo sono assai meno noti. La prima si chiama Elisabetta Serafin e ricopre, da tre anni, il ruolo di segretario generale del Senato (la prima volta, per un donna). Reddito annuo 427 mila euro, la sua retribuzione, a inizio incarico (2012), era di 419 mila euro, ma Palazzo Madama prevede incrementi automatici del 2% a biennio: ergo, il suo stipendio è aumentato di 10 mila euro e corrisponde a quasi il doppio di quanto guadagna il Capo dello Stato. E anche se il vero record del privilegio resta(va, fino a mesi fa) al segretario generale di Montecitorio, Ugo Zampetti, che ne prende(va) 478 mila, fin a quando Zampetti è diventato segretario generale del Quirinale, al posto di Donato Marra, a titolo gratuito, cioè senza percepire alcun compenso, stipendio né indennità o cumulo, è a stipendi come i suoi che Renzi si riferiva quando tuonò, un anno fa, contro gli stipendi dei grand commis.

IL TERZO si chiama Federico Toniato: dopo essere stato, a 36 anni, il più giovane vicesegretario generale della presidenza del Consiglio, sotto Mario Monti, Toniato, a soli 39 anni, è diventato, un anno fa, il più giovane vicesegretario generale della storia del Parlamento. A Toniato è affidata la delega alla cruciale «prima area» (settori legislativi, Assemblea, commissioni, etc.): è considerato lui la vera eminenza grigia, ancorché giovane, del Senato, il vero gran suggeritore di Grasso e la vera bestia nera di Renzi. A livello di stipendi, Toniato, pur non percependo indennità aggiuntive, nel passaggio Senato-palazzo Chigi-Senato, guadagna quanto un consigliere parlamentare (sono ben 97, al Senato): può arrivare, dunque, a percepire fino 300 mila euro (per i consiglieri parlamentari, si va dai 271 mila euro con 23 anni di servizio ai 358 mila con 35 anni).
Ora, la voce che gira nei Palazzi è che queste tre figure apicali, coadiuvati dal cospicuo stuolo di funzionari di palazzo Madama (97 consiglieri, 34 stenografi, 130 segretari, 263 coadiutori, 171 assistenti: un totale di 696 unità in organico, stipendi da 1.668 mila euro ai 3.268 mila euro mensili, sempre netti), abbiano qualche perplessità, proprio come i senatori, a fare la parte dei tacchini che festeggiano il Natale. Non amerebbero, cioè, né poco né punto che il ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V) passi così com’è, specie nella parte che riguarda l’abolizione dei senatori eletti, del Senato elettivo e dei suoi poteri di cui tali funzionari sono i solerti, silenziosi e, invero, preparatissimi civil servant.

E questo ragionamento lo farebbero, sostanzialmente, per tre motivi: potrebbero perdere posti (la sola Camera dei Deputati, che oggi consta di dipendenti, tutto compreso, peraltro ben più lautamente pagati,,arriverebbe all’astronomica cifra di 2190 unità con quelli del Senato); potrebbero perdere, tra le altre cose, indennità e funzioni; e, infine, perderebbero potere. E il Potere, come recita un antico adagio siciliano, ha note virtù afrodisiache.
Non a caso, si dice sempre tra i senatori renziani – abituati (lo si sa), a pensar male – sarebbero stati loro tre – Grasso, Serafin e, pare, in pole position proprio il giovane Toniato, già ribattezzati «la Trimurti di Palazzo Madama» – a “ispirare” i senatori della minoranza dem e di altre opposizioni (M5S, Sel, Misto, FI), spesso zoppicanti o digiune di tecnica parlamentare e diritto costituzionale, nella stesura degli emendamenti.
Quelli «killer». Quelli che, appunto, puntano a far tornare il Senato com’era e (ancora) è: elettivo. Infine, il terzo indizio che, diceva Sherlock Holmes, fa una prova. Persino il dossier che gli uffici del Senato ha preparato, sul ddl Boschi, sarebbe pieno di «capziosità e tendenziosità che, travestite dal gergo tecnico degli addetti ai lavori, gettano solo cattiva luce sulla riforma del governo» dicono professori-deputati ferrati in materia costituzionale.

LA DOMANDA dei renziani, dunque, è – da alcune settimane – sempre la stessa: per chi lavora il vertice di palazzo Madama e i loro (bravi, non c’è che dire) funzionari, quella «tecnostruttura» che persino dentro palazzo Chigi temono perché potrebbe mettersi di traverso al buon esito della «madre di tutte le riforme», il ddl Boschi? Per il «re di Prussia», e cioè per il fronte colorito delle opposizioni: vietcong dem, grillini, leghisti e senatori di ogni colore, ordine e grado che vogliono continuare a contare da eletti nel Senato del futuro.
Come ha detto il castigamatti del premier, come di ogni senatore e/o funzionario, il leghista Roberto Calderoli – presentatore, da solo, di quei 510.293 emendamenti (su 513.449) al ddl Boschi che hanno costretto proprio la Serafin a richiamare dalle ferie 150 dei suoi solerti funzionari per farvi fronte, stampandoli, raggruppandoli e rendendoli pronti all’uso – «conviene anche a loro, ai funzionari del Senato, lavorare d’estate ché tanto stanno per diventare, anche loro, tutti dei precari…».

Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2015 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale 

ilRetroscena/1. @lorenzoguerini ha un futuro da capogruppo del Pd alla Camera?

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche 'il Forlani' di Renzi.

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

E se fosse Lorenzo Guerini – l’Arnaldo’ (nel senso del vecchio leader della Dc, Arnaldo Forlani) di Renzi, l’abile tessitore, o meglio il ‘Sono Wolf, risolvo problemi’ del premier e segretario del Pd, oggi vicesegretario nazionale di un partito nelle peste tanto che è’ proprio al povero Guerini che tocca di sbrogliare i casi più scottanti e dolenti (vedi alla voce: Regionali e, in particolare, Campania, Puglia, etc.) – a diventare capogruppo del gruppone (309 deputati, un’uscita di recente, quella di Pippo Civati, molti nuovi ingressi in arrivo) del Pd alla Camera dei Deputati?

La voce è presa a circolare ieri, all’interno di un Transatlantico di Montecitorio assolato e deserto (si discuteva del rifinanziamento delle missioni militari all’Estero e della cosa non fregava nulla a nessuno) in previsione dell’assemblea del gruppo che si terrà mercoledì 13, dalle ore 14, presente lo stesso Renzi. Sarà lì che il gruppo – finora retto dal vicario, Ettore Rosato, formidabile bulldog d’aula per i colleghi renitenti al voto o assenti – si ritroverà per eleggere il successore del giovane Roberto Speranza. Speranza si è dimesso in occasione del voto di fiducia sull’Italicum, decidendo di rompere con Renzi e la maggioranza e con l’obiettivo di guidare quel che resta di Area riformista (i bersaniniani vecchi e nuovi) fino al congresso del 2017 per contendere la leadership a Matteo Renzi (“non sono ammesse stupide battute di spirito su quanto poco prendera’ Roberto al congresso”, reagisce stizzito uno dei suoi).

Fino all’altro ieri, i candidati a guidare il gruppo dem alla Camera (309 deputati, un gruppo enorme, di cui una cinquantina i renziani doc, tutti gli altri solo acquisiti in corso d’opera, una cinquantina scarsa la minoranza, poi gruppetti sparsi di ex-Sel, ex-Sc, e-M5S), ‘erano’ solo uno: Rosato, appunto. Le alternative, pure circolate, erano due, ma assai deboli: il quarantenne campano Enzo Amendola, esponente della minoranza, coté ‘responsabili’, cioè pro-Renzi, e il quarantenne veneto Andrea Martella, veltroniano e renziano, eterno candidato a tutto, un po’ come Rosato, che doveva fare il viceministro…

Renzi parla all'Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Morale: tutti pensavano che Rosato era (ed è ancora?) il candidato naturale alla successione di Speranza. Eppure, nominare Rosato – che potrebbe finire al governo nel mini-rimpasto che prima o poi Renzi farà, RI,pasto che potrebbe liberare molte caselle per i ‘meritevoli’ di promozione – aprirebbe più di qualche problema, dentro il gruppo dem. A tal punto che, diceva nei giorni scorsi più di qualcuno, “Rosato dovrebbe passare per acclamazione perché se si vota a scrutinio segreto finisce in un bagno di sangue per tutti, renziani e non”.

La nomina di Guerini, invece, ex diccì, ex-Ppi (e poi Margherita) di lungo corso, che sa farsi concavo e convesso a seconda delle necessità e delle circostanze, farebbe salire cori di giubilo tra gli ex diccì di ogni ordine e grado e verrebbe soprattutto vista come una apertura (o, quantomeno, non un pugno in faccia) verso quella minoranza Pd che Guerini ha sempre trattato con i guanti. Certo, mettere Guerini al posto di capogruppo aprirebbe problemi non da poco nel partito. Chi nominare al suo posto, stante che l’altro vice-segretario, la Deborah Serracchiani, di norma fa il governatore del Friuli?

Renzi in realtà ha in mente tutt’altro obiettivo: rinforzare e potenziare il settore Organizzazione, nominando un suo fedelissimo con pieni poteri di intervento sui territori. Anche per impedire casi imbarazzanti come quelli scoppiati in Campania. Casi rispetto cui persino un abile tessitore come Guerini si è dovuto arrendere, dicendo proprio ieri, in una intervista: “Basta liste fai-da-te. Non votate gli impresentabili”. Impresentabili che, però, pesano, nelle liste del Pd, soprattutto in vista del voto.

NB. Questo articolo è stato pubblicato in prima pagina del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 12 maggio 2015 come Retroscena.

Quirinale NEW/2. Numeri da sapere su Grandi elettori, gruppi, maggioranze, franchi tiratori

In breve, ecco alcuni numeri da sapere sulle prossime elezioni per il Quirinale. NB. Numeri di Grandi elettori, maggioranze possibili e franchi tiratori sono aggiornati a oggi, 7 gennaio 2015, grazie agli schemi dei giornali di questi giorni e ai siti ufficiali di Camera e Senato. che riportano la composizione dei gruppi. I delegati regionali vengono nominati dai consigli regionali sulla base delle elezioni regionali più recenti. 

Il 'tetto' del Quirinale.

Il ‘tetto’ del Quirinale.

I ‘Grandi elettori’. Il collegio elettorale che elegge il presidente della Repubblica è molto speciale sin dalla sua composizione. Consta, ad oggi, di ben 1009 ‘Grandi Elettori’. I parlamentari sono 951, così suddivisi: 630 deputati e 321 senatori. Di questi últimi 315 sono i senatori eletti e cinque senatori a vita già in carica (quattro nominati da Napolitano: Cattaneo, Piano, Rubbia, Monti e uno, Ciampi, in qualità di ex presidente della Repubblica) cui si aggiungerà’ un ‘nuovo’ senatore a vita, il sesto, Napolitano, dal giorno stesso in cui rassegnerà le sue dimissioni. Ai 951 parlamentari vanno aggiunti i 58 delegati eletti da ognuna delle 20 Regioni (tre per ogni regione, tranne la Valle d’Aosta che ne ha uno) in base ai risultati delle elezioni più recenti (l’elezione avviene dentro i rispettivi consigli regionali).

Quorum. E’ fissato dalla Costituzione all’art. 83: maggioranza di due terzi (degli aventi diritto, cioè’ dei 1009 Grandi elettori) nei primi tre scrutini (pari a 673 voti), maggioranza assoluta (505 voti) dal quarto scrutinio in poi.

Consistenza dei vari gruppi. Il Parlamento è molto cambiato, dal 2013 a oggi. Vediamo come e perché. Il gruppo Pd, già forte di suo, è quello cresciuto più di tutti, salendo da 430 delegati a 446 delegati, grazie ai molti ingressi provenienti da Sel e Sc e alla conquista di ben 5 regioni (Abruzzo, Calabria, Piemonte, Sardegna, Friuli). Il gruppo di Forza Italia è crollato dai 211 delegati dell’allora Pdl ai 143 attuali. Un altro gruppo che è collassato è quello dell’M5S: dai 162 delegati del 2013, l’M5S è sceso a 137. Terremoti anche nei gruppi minori. Scelta civica, da 69 delegati, si è frantumata: sono solo 32 i ‘civici’ attuali. Si è semidissolto pure il gruppo Popolari per l’Italia, crollato da 28 a 13 unità. In area centrista infatti va registrata l’altra novità. Ncd, nato dalla scissione del Pdl, che da solo aveva 63 delegati, è salito a 77 delegati grazie alla fusione con l’Udc (Area Popolare). Questo per restare ai partiti maggiori. Tra i gruppi minori figurano: i 15 senatori di Gal, vicini a Forza Italia, i 31 delegati dell’area Autonomie-Estero-Psi-Pli, che votano sempre col governo, 11 non iscritti ad alcuna componente e, di solito iscritti al Misto di Camera e Senato, gli ormai già 23 ex grillini fuoriusciti dall’M5S. Infine, ci sono gli altri gruppi di opposizione. La Lega Nord ha 39 delegati, Fratelli d’Italia 9, SeL 34 (-12 dal 2104).

Maggioranze teoriche, ma possibili. La maggioranza di governo ha, sulla carta, i numeri per eleggersi il nuovo Presidente della Repubblica da sola. Infatti, sommando i delegati di Pd (446), Area popolare (77), Autonomie-Psi (30), Popolari (13) e Sc (32), il totale recita 598 grandi elettori. Un numero di voti ben superiori, dal IV scrutino, alla maggioranza semplice (505). La somma di maggioranza di governo (598 voti) e FI (143) fa addirittura 741 voti. Cifra astronomica che consentirebbe, con un accordo di ferro tra Pd-FI (patto del Nazareno) e alleati minori di governo, a partire da Area popolare, di eleggere il Capo dello Stato già nei primi tre scrutini (675 voti il quorum) a colpo sicuro. Basti pensare che Napolitano fu rieletto con ‘soli’ 738 voti. Il patto del Nazareno versione stretta (Pd+FI) ha invece 589 voti (446 del Pd e 143 di FI). Pochini se si introduce l’altro elemento in campo, quello dei ‘franchi tiratori’.

I ‘franchi tiratori’. Tutti questi calcoli scontano infatti la molto concreta fronda di quasi duecento (e oltre?) ‘franchi tiratori’ provenienti dalle fila di tutti tali partiti. E così divisi: se Renzi può’ contare, nel Pd, di uno zoccolo duro di 250 grandi elettori circa su 446, i dissidenti democrat godono di numeri variabili che vanno dai 150 ai 200, nelle previsioni più nere. Così’ suddivisi: 25-30 dalemiani, 60-80 bersaniani, 10 civatiani, 20 area Cgil, 10 di Fioroni, 10 malpancisti a vario titolo. Più’ una cinquantina di parlamentari che, a seconda del momento e della convenienza, potrebbe passare dalla maggioranza alla minoranza. Dentro FI ci sono i 40-50 parlamentari ribelli guidati da Fitto e sempre più’ numerosi. 20-30 i centristi inquieti presenti in Area popolare, dieci i centristi tra Sc e Popolari. Senza contare il pacchetto dei 20 grillini usciti gia’ dall’M5S è un’altra ventina di grillini dissidenti ma ancora oggi iscritti al partito di Grillo. Ma una maggioranza ‘alternativa’ M5S+Sel+dissidenti Pd (anche fossero 200!) non ha alcuna possibilità’ di eleggere un Capo dello Stato: arriverebbe, al massimo, a 380 voti. in ogni caso, nessuna maggioranza di governo, nella storia repubblicana, ha avuto così tanti grandi elettori, almeno sulla carta e almeno ai blocchi di partenza. Ribadiamo: 598 Grandi elettori solo considerando la maggoranza ‘stretta’ (quasi cento in più sul quorum necessario dal IV scrutinio), 741 se si allarga la maggioranza a FI (+240).

NB. I numeri principali contenuti in questo articolo sono stati pubblicati in un pezzo uscito il 30 dicembre 2014 per Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net)