“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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Parla Giuliano Pisapia: “Nessun listone con il Pd. Il I luglio nasce una Cosa nuova”

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo  – ROMA

GIULIANO Pisapia, il I luglio a piazza Santi Apostoli c’è la manifestazione di lancio del suo Campo progressista. Da dove venite e dove volete andare?

«L’obiettivo è la costruzione di un nuovo soggetto politico che trovi il suo spirito e le sue idee dai territori che, per un anno, si sono impegnate nella costruzione di un campo aperto, progressista, che non si limiti a criticare, ma dia risposte concrete ai bisogni del Paese: le diseguaglianze, le differenze Nord-Sud, i temi del lavoro. La manifestazione si chiamerà “Insieme. Nessuno escluso”. Partiamo dal lavoro delle Officine delle Idee: sono oltre 300, sparse in tutto il territorio e anche all’estero (Londra, Bruxelles, Svizzera). Specie queste ultime hanno lavorato su come cambiare marcia a questa Europa e alla Ue».

Ed è lei il candidato naturale di quest’area?
«Dal punto di vista politico, raccogliamo sensibilità diverse che vengono dai mondi dell’ambientalismo, del civismo, del cattolicesimo democratico, della laicità, dell’ulivismo come stanno facendo tanti amministratori locali come per esempio Leoluca Orlando che a Palermo ha vinto al primo turno. Per quanto riguarda me, sono un punto di riferimento, ma i leader li scelgono i cittadini alle elezioni».

Il ministro Orlando annuncia che il primo luglio sarà in piazza con voi. Se pezzi della minoranza dem entrassero nel vostro campo come li accogliereste?
«Sono molto lieto di sapere che sarà in piazza con noi il primo luglio. Il nostro è un campo aperto a tutti gli esponenti del centrosinistra, ma non voglio entrare nelle dinamiche interne del Pd».

Mdp, uno dei soggetti fondatori, è gelosa della sua autonomia. Si dovrà sciogliere?
«Sarà un percorso graduale. Alle porte non ci sono elezioni anticipate. Lavoreremo per diluire le singole soggettività in un progetto più ampio e aperto. Mettersi insieme sui territori e creare gruppi parlamentari unici ci aiuterà a trovare la sintesi».

Bersani sostiene il suo progetto. D’Alema è molto più freddo. Una loro candidatura alle prossime Politiche sarebbe un problema?
«Il mio progetto è quello di costruire un campo innovativo e inclusivo. E la sfida è proprio quella di dare voce a nuovi protagonismi, ai giovani che già lavorano sul territori in associazioni e realtà locali, energie che rischiamo di disperdere perché delusi dalla politica degli ultimi anni. Ritengo comunque utili dei garanti che valuteranno le singole candidature e questo varrà per tutti, anche per me».

Montanari e Falcone hanno lanciato l’Alleanza per il cambiamento in totale rottura e distanza dal Pd, considerato di destra. Con loro dialogherà?
«Io dialogo con tutti, ma bisogna uscire dai personalismi e da logiche di pura testimonianza. Fare opposizione è facile, governare è difficile. Un centrosinistra (o una sinistra-centro) radicalmente innovativo possono restituire fiducia a chi non ce l’ha più, ma io dico: niente populismi e niente demagogia. Non basta dire cose di sinistra, bisogna farle. Credo in una sinistra che sappia assumersi la responsabilità di governare. L’avversario non può essere chi è più vicino a te, ma la demagogia, il populismo e le destre».

Il punto è il rapporto con il Pd. Renzi propone un listone unico alla Camera, da Calenda a Pisapia, e una coalizione al Senato. È fattibile?
«Il nostro progetto è autonomo da quello del Pd e in netta discontinuità con gli anomali accordi e alleanze con destra e centrodestra che il Pd ha portato avanti. Il Pd di Renzi ha l’idea della sua autosufficienza e ha ribadito più volte che il segretario eletto è il candidato premier. Non condivido la scelta, né si costruisce una coalizione con tali presupposti. Noi stiamo dando vita a un nuovo e diverso soggetto politico dal Pd. Con una legge elettorale proporzionale ci saranno almeno due o tre soggetti politici diversi nel centrosinistra in una competizione leale e aperta. Noi cercheremo di attirare il maggior numeri dei consensi sul nostro progetto che è alternativo a quello del Pd».

Speranza (Mdp) minaccia di non votare la Finanziaria del governo Gentiloni. Lei che farebbe al suo posto?
«E’ fondamentale dare priorità alle misure che generano sviluppo nei settori dell’ambiente, della cultura e della formazione, ridurre la povertà e la diseguaglianza, puntare a più giustizia e coesione sociale. Non ho mai pensato che arroccarsi o alzare la bandiera bianca prima ancora di avere iniziato una battaglia sia positivo».

NB: L’intervista è stata pubblicata il 23 giugno 2017 a pag. 7 del Quotidiano Nazionale

Elezioni presidenziali/7. Pertini o del ‘partito della fermezza’ (1978)

Continuiamo la serie di ritratti del clima e delle trattative all’atto delle elezioni presidenziali della storia repubblicana più che dei presidenti stessi. Dopo De Nicola (1946), Einaudi (1948), Gronchi (1955), Segni (1962), Saragat (1964) e Leone (1971), tocca al socialista antifascista Sandro Pertini (1978). Sarà lui a far sentire, per la prima volta, il Quirinale come ‘la casa’ di tutti gli italiani. 

Il quadro politico. L’avanzata del Pci e la tenuta della Dc bloccano il sistema. Il compromesso storico (1973-1976).

L’Italia del 1978 sembra molto simile a quella del 1971 e invece è cambiato tutto. E non solo perché sono intercorse ben due elezioni politiche anticipate, quelle del 1972 e quelle del 1976. Nelle seconde, peraltro, giunte a ruota della straordinaria avanzata del Pci e delle sinistre alle elezioni amministrative del 1975, il tema è quello del ‘sorpasso’ del Pci sulla Dc, tema inimmaginabile solo fino a qualche anno prima. Il Pci ferma la sua potente avanzata al 34,4% (aveva preso il 27,2% nel 1972). Risultato clamoroso ma che non basta ad arrivare davanti al 38,7% della Dc che, in nome del baluardo anticomunista, asciuga i partiti di destra (Pli al minimo storico, 1,9%, Msi al 6,1%, dopo il boom del 1972: 8,7%) e si conferma primo partito (aveva il 38,8% nel 1972). Le sinistre, però, per la prima volta nella storia repubblicana superano, complessivamente, il potenziale del 50,1% dei voti: al 34,4% del Pci va sommato al 9,6% al Psi, fermo al palo, il 3,4% al Psdi, in caduta libera, l’1,5% del cartello delle sinistre radicali raccolte sotto la sigla Dp (era l’1,9%, ma come Pdup, nel 1972). Eppure, il segretario del Pci, che dal 1972 è Enrico Berlinguer, va predicando tutt’altra linea: non un fronte unico, democratico e alternativo, delle sinistre che porti alla sostituzione della Dc al governo ma un compromesso con essa in nome dell’antifascismo delle comuni origini e della comune struttura di partiti che rappresentano le ‘masse popolari’. E’ la teoria del ‘compromesso storico’ lanciata alla fine del 1973 con una serie di articoli comparsi sul settimanale Rinascita e scaturiti dall’enorme impressione dei fatti del Cile (golpe del generale Pinochet contro il governo, democraticamente eletto, delle sinistre presieduto da Salvador Allende) come di quelli di Grecia (golpe dei colonnelli militari contro la democrazia nel 1974). Del resto, l’Italia è attraversata da una profonda crisi economica e sociale (schock petrolifero del 1973, alta inflazione, alto debito pubblico, scioperi a catena) e dal pericolo degli ‘oppositi estremismi’ che non si presentano, però, come temeva la Dc, sotto forma di partiti politici, ma di organizzazioni armate. Lo stragismo neofascista (piazza Fontana, 1982, piazza della Loggia, 1974) e il nascente terrorismo delle Brigate rosse (sequestro Sossi, prime gambizzazioni e uccisioni) fanno temere per la tenuta dello Stato e per la garanzia delle stesse libertà democratiche. Infine, arriva il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro (marzo-maggio 1978). Lo Stato vive il suo momento più drammatico e pericoloso. I governi, che dopo la legislatura 1972-’76 (governi di centrosinistra), erano già i governi di ‘non sfiducia’ o delle astensioni verso monocolori Dc (astensione del Pci, ed è la prima volta, ma anche di tutti gli altri partiti laici) diventano governi di ‘solidarietà nazionale’.

Aldo Moro in carcere in mano alle Brigate rosse.

Aldo Moro in carcere in mano alle Brigate rosse.

Il partito della fermezza e quello della trattativa. Il caso Moro (1978).

Quando Leone si dimette “lo Stato – scrive con la consueta verve iperbolica Giampaolo Pansa – era un baraccone fradicio, corroso dai vermi della P e devastato dagli squadroni della morte del terrorismo e della mafia”. La questione che ancora dilania e fa discutere tutti i partiti politici è quella della ‘fermezza’ o della ‘trattativa’ con i terroristi (Br in questo caso). Per salvare Moro bisognava ‘trattare’, come chiedevano non solo amici e familiari, ma anche il Vaticano (Paolo VI), intellettuali di vario genere e partiti come il Psi (soprattutto), già guidato dal giovane Bettino Craxi, ma anche il Pr di Marco Pannella e la sinistra extraparlamentare (Dp), accusata di ‘fiancheggiare’ i terroristi? Oppure bisognava dimostrare la mano ferma dello Stato ed evitare ogni cedimento, come proponevano il Pci di Berlinguer, tutti i sindacati, la Dc tutta (tranne pochissimi dirigenti), il Pri di La Malfa e importanti giornali e aree culturali come quella che nasceva intorno a Repubblica? Peraltro, fino a poche ore prima del suo sequestro (16 marzo 1978) il Moro che si stava recando alle Camere per presentare il suo nuovo governo era anche uno dei candidati più accreditati al Colle. I comunisti lo volevano lì come garante del patto di governo, i diccì anche per toglierselo di mezzo. E invece, mentre Moro viene rapito, nasce il IV governo Andreotti: ottiene la fiducia anche dal Pci,in quel drammatico pomeriggio del 16 marzo. Poi gli eventi si succedono rapidi e drammatici: il ritrovamento del corpo di Moro, ucciso dalle Br (9 maggio), le dimissioni di Leone (15 giugno), favorevole a una trattativa con le Br ma che si dimette con sei mesi di anticipato sulla scadenza naturale (dicembre) a causa della campagne giornalistiche contro di lui e della pressione delle sinistre che ne invocano da mesi le dimissioni, il referendum sulla legge Reale e il finanziamento pubblico dei partiti promosso dai radicali (voto l’11-12 giugno). Ed ecco che istituzioni già scosse e in agonia si trovano alle prese anche con le votazioni per il nuovo Capo dello Stato. Montecitorio, per la prima volta, è circodanta da carabinieri in assetto di guerra che imbracciano mitra e pistole come un fortino assediato o una fortezza inespugnabile. La paura del terrorismo si respira ancora.

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

Si comincia. La Malfa ci spera, ma Craxi tesse la sua tela.

Eppure, nota in quei giorni il giornalista liberale Enzo Bettiza, “la partitocrazia non s’è inceppata. C’erano due opzioni: far vincere un candidato socialista con i comunisti e contro la Dc oppure sorreggere Fanfani con la Dc e contro il Pci”. I candidati della Dc sono Andreotti, Gonella e Fanfani. Il Psi, in prima battuta, propone Giuliano Vassalli e Norberto Bobbio. Ma le previsioni sui candidati della vigilia si spengono subito. Il 29 giugno, quando vengono ‘spogliate’ le schede del I scrutinio, l’eterno candidato Fanfani non ottiene neppure un voto. I risultati dicono, invece, 392 voti per Guido Gonella (Dc, area destra), 339 per Giorgio Amendola (Pci), 88 per Nenni (Psi), 36 per il medico Luigi Condorelli (Msi), 20 per Parri (Pri), più un consistente gruzzolo di schede disperse (19), bianche (79) e nulle (19). Pertini si aggira in Transatlantico tirando gran colpi di pipa per dimostrare a tutti la sua vitalità mentre Ugo La Malfa, leader del piccolo Pri, crede che sia giunto il suo turno. Ma il problema è il Psi di Craxi: la nuova linea, autonomista rispetto al Pci, e liberale in economia, oltre che trattativista su Moro, è già stata premiata, in parte, dagli elettori e riscuote successo nell’opinione pubblica e sui giornali. Craxi vuole un socialista al Colle, solo che non ha ancora deciso quale e la sua antipatia per Pertini è nota. Ma non vuole cedere di un millimetro alla Dc e sa che, su un socialista, il Pci dovrà dire di sì. Come dirà in quei giorni: “Dopo Leone, la Dc deve passare la mano per i prossimi sette anni e noi poniamo la candidatura di un socialista al Quirinale”. I primi tre scrutini sono e restano di ‘riscaldamento’ e anche dal IV al XV scrutinio mentre Pci, Pli e Psdi continuano a votare i loro candidati di bandiera, i due partiti princiapli, Dc e Psi, si astengono o votano scheda bianca in attesa di un accordo da tessere dietro le quinte. accordo che, però, non matura.

Pertini finge disinteresse, ma non vede l’ora. Craxi finisce per subirlo.

I test da superare, per testare i vari candidati sono due: la politica di solidarietà nazionale e la lotta al terrorismo. Partiti, leader e correnti si modulano su due assi: il primo è fautore di entrambe (Pri di La Malfa, Pci di Berlinguer, segreteria Dc in mano a Benigno Zaccagnini), il secondo asse le contesta entrambe pur tra molti distinguo (Psi di Craxi e Signorile, Pli e Dc di Forlani). La Malfa e Zaccagnini sono i candidati naturali del primo schieramento, quello della fermezza e dell’accordo con il Pci, il socialista riformista Antonio Giolitti e il socialista autonomista Francesco De Martino, già segretario del Psi, quelle del secondo (trattativa e fine dei governi di solidarietà nazionale). Ma le candidature La Malfa e Giolitti si elidono subito x i veti incrociati e rispettivi di Pri e Psi. La Malfa, in particolare, trova il veto irriducibile di Psi e Psdi per il suo avallo all’accordo Dc-Pci. Craxi, fermamente ostile a La Malfa, dice non anche a Zaccagnini, che fa poco per autocandidarsi. Una cosa è certa: Craxi vuole il Colle. Come dirà a Zaccagnini: “O un socialista sale al Quirinale, o il Psi scende dal governo Andreotti” (quell’unità nazionale nato sulle ceneri del caso Moro). Il leader socialista prova a far convergere Dc e Pci su una rosa di candidati tutti dal nome illustre e tutti socialisti: si va da Giuliano Vassalli a Antonio Giolitti fino a Sandro Pertini, ma la Dc mette il veto su Giolitti e il Pci su Vassalli. Resta Pertini, ma è il nome più sgradito a Craxi: caratteraccio, su posizioni ‘autonomiste’ e ‘frontiste’ (con il Pci), coltiva rapporti personali con tutta la sinistra, compresa quella parlamentare, incita i giudici (allora i ‘pretori d’assalto’) ad “andare avanti”. Inoltre, è l’unico socialista che ha condannato con durezza la linea della trattativa sul caso Moro. Craxi prima lo tiene nella rosa dei suoi nomi e poi lo candida ufficialmente il 2 luglio pensando di bruciarlo. Lo presenta, infatti, come il candidato “di tutta la sinistra”. Ma Pertini non ci sta: “Non voglio essere il candidato solo di tutte le sinistre, fa sapere ai grandi elettori dc, ancora furibondo con Craxi, ma “di tutto l’arco costituzionale che rappresenta l’unità nazionale”. Una frase geniale. Infine, pesa su di lui la questione anagrafacia (ha 82 anni) e allora ecco che si fa vedere in Transatlantico vestito di chiaro ed entusiasta: ha una parola, un rimbrotto o un complimento, per tutti.

“Per la prima volta nella storia va al Quirinale un socialista” s’inorgoglisce Craxi. 

Craxi conta sulle riserve della Dc, ma sarà proprio la Dc ad appropriarsi della candidatura Pertini. Le perplessità in casa democristiana restano alte, ma prima Andreotti e Piccoli, poi lo stesso Zaccagnini convincono i grandi elettori, che votano a scrutinio palese su Pertini, a superarle. D’altra parte, nel Pci, dove Berlinguer diffida di Craxi, si preferisce un socialista il più possibile lontano dal segretario. La scelta decisiva, alla fine, è quella della Dc: l’idea è di puntare su un socialista autonomo da Psi e Pci. Non bisogna dimenticare, infine, il consumato mestiere dello stesso Pertini, regista abile quanto ansioso della propria candidatura. Dalla sua bella casa di piazza Navona, osserva, scrive e parla con tutti i suoi vecchi amici: Natta, Amendola, La Malfa. Prepara persino le valigie per le vacanze a Nizza, con tanto di biglietto aeeo già comprato, dove si trova la moglie e dove sa che non andrà mai. E così, dopo altri nove scrutini passati dal giorno in cui Craxi ha lanciato ufficialmente la candidatura di Pertini (2 luglio), per poi ritornare sui a lui più graditi Vassalli e Giolitti (osteggiato da Dc e Pri), l’8 luglio 1978 Pertini viene eletto presidente della Repubblica da quasi  l’intero arco costituzionale (cui fa eccezione, ovviamente, l’Msi). Craxi rivendica così il suo capolavoro tattico: “Dicevano che giocavamo a perdere. Invece giocavamo a vincere. E con Pertini abbiamo vinto. Oggi, per la prima volta nella storia, va al Quirinale un socialista”. Il discorso di Pertini è un abile frullato di antifascismo e culto della Resistenza, ricordo di Moro e fermo appello alla lotta al terrorismo, inni al ‘partito degli onesti’ e onore delle armi al discusso Leone.

Modalità di elezione di Pertini (8 luglio 1978, XVI scrutinio, 832 voti).

L’8 luglio 1978 Sandro Pertini viene eletto con 832 voti su 996 votanti, praticamente tutto l’arco costituzionale. E’ la percentuale piu’ alta mai raggiunta prima da un presidente della Repubblica. I Grandi elettori erano 1010, il quorum era fissato a 506 voti, la percentuale di elezione dice 82,3%. Il mandato di Pertini inizia il 29 luglio 1978 e termina con le sue dimissioni il 29 giugno 1985.

Pertini in montagna nella classica posa con pipa in mano.

Pertini in montagna nella classica posa con pipa in mano.

Il ‘presidente degli italiani’: la pipa, i Mondiali, le ire e le esternazioni.

“Chi si illude che io duri poco, se lo levi dalla testa. Mia madre morì a 90 anni, e solo perché cadde da una sedia. Mio fratello ha felicemente raggiunto quota 94…”. Queste la profetiche parole del neoeletto presidente. Pertini sale al Colle 81 anni e sembra solo un simpatico vegliardo già carico di onori che durerà poco. La sua carriera, invece, è appena cominciata. “Sono sicuro che, dei miei 832 elettori, almeno la metà si sono già pentiti” dirà già pochi mesi dopo: ha sicuramente ragione.

Alessandro detto ‘Sandro’ Pertini (Stella, Savona, 1896 – Roma, 1990), di umili origini, educato dai salesiani, combattente eroico nella Grande Guerra, socialista e antifascista da giovanissimo, esule in Francia con Turati, arrestato nel 1929 e in carcere con Gramsci, liberato nel 1943, capo della Resistenza nel senso tecnico del termine (era a capo del Cnlai, il comando politico dei partigiani), Pertini era considerato, in pratica già dagli anni ’50, un monumento della Resistenza, una ‘vecchia gloria’, oltre che un politico ‘frontista’, propugnatore dell’unità organica tra Psi e Pci (paradosso: nel 1948 è tenacemente contrario al Fronte popolare con il Pci, voluto da Nenni, che perderà le elezioni), buono solo per ricoprire cariche istituzionali, come la presidenza della Camera, che presiede dal 1968 al 1976. La presidenza Pertini, invece, sarà un vero terremoto: riavvicinerà i cittadini al Quirinale, dopo anni di scandali e di gaffes, le ‘esternazioni’ di Pertini saranno continue e su tutto, avrà conseguenze anche sul quadro politico con la nomina dei primi due governi non a guida dc della storia repubblicana (Spadolini, Pri, nel 1981 e Craxi, Psi, nel 1983), sarà semplice e popolare.

Sempre in compagnia della moglie, Carla Voltolina, se possibile più semplice e più schietta di lui, senza figli, Pertini è rimasto una stella fissa nell’immaginario popolare: l’immancabile pipa (che, peraltro, fumava pochissimo), gli studenti che vanno a trovarlo al Quirinale e lo circondano di affetto e risate, i suoi discorsi e anche le sue gaffes, i suoi scoppi d’ira. I segni della vittoria al Barnabeu, alla finale dei Mondiali contro la Germania, la partita a scopa con Zoff, Causio e Bearzot sull’aereo che riporta i campioni (1982), ma anche le sue durissime parole sui soccorsi latitanti nel terremoto dell’Irpinia (1981), contribuiscono a fare di ‘nonno Sandro’ e del Quirinale, per sette anni, una ‘casa aperta’ e ‘di vetro’ per gli italiani. Aiutato dai media e da diversi giornalisti e intellettuali che lo beatificano oltre i suoi meriti e ne fanno un ‘santino’, lacrime comprese, come quelle per Enrico Berlinguer, di cui riporta a Roma la salma “come un fratello”.

Egocentrico, collerico, fin troppo estroverso, confusionario e pasticcione sui più delicati dossier, i suoi messaggi di Capodanno agli italiani diventano proverbiali per le scudisciate che tira a tutti, partiti in testa, come quello di fine 1981, quando parla della scoperchiata loggia massonica P2. Difensore strenuo delle libertà parlamentari, soggiace anche lui alle leggi della politica: subisce il primo scioglimento anticipato delle Camere della sua presidenza nel 1979, lo ripete nel 1982. Amato dai giornali, vessa giornalisti e addetti stampa: epico e burrascoso il licenziamento del suo portavoce, Antonio Ghirelli, nel 1980 o le sue sfuriate con i collaboratori che se ne devono sempre addossare le colpe e le plateali gaffes: “Parlo con chi voglio, di cosa voglia, quante volte voglio!”.
Pochi ricordano che Pertini non attese la fine del suo mandato e l’elezione del suo successore, ma si dimise di suo pugno, con breve anticipo, il 29 giugno 1985. Anche lui voleva essere rieletto.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ nella sezione blogger del Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net)