Renzi compone le liste del Pd: promuove i suoi e annichilisce le minoranze. I sommersi e i salvati di una lunga notte

Necessaria premessa “metodologica”. 

Pubblico qui di seguito gli articoli sulla difficilissima composizione delle liste del Pd al Nazareno usciti tra il 25 e il 28 gennaio 2018 mettendoli, nella lettura, in ordine cronologico inverso a quello di pubblicazione (dall’ultimo, il più recente, al più vecchio). 

Segnalo che, in un caso, quello degli articoli del 27 gennaio, sono pubblicate entrambe le versioni dei pezzi usciti sullo stesso tema, ma in edizioni differenti (normale e notturna). 

Nb: per chi volesse consultare l’elenco di tutti i candidati del Pd+centrosinistra alle prossime elezioni Politiche del 4 marzo 2018 può farlo facilmente leggendo l’elenco completo ed esaustivo di tutti i nomi (collegi uninominali e listini proporzionali) uscito e pubblicato sulla rivista on-line del Pd, Democratica ( Rivista Democratica on-line ). 

Buona lettura a tutti/e !

 

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

 

  1. Renzi presenta le liste elettorali del Pd: “Esperienza devastante”. Ecco perché. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Quando ieri sera, alle 20.30 circa, Matteo Renzi scende al secondo piano del Nazareno, per presentare le liste del Pd – quelle faticosamente e drammaticamente chiuse l’altra notte con la Direzione che slittava di ora in ora fino alle 4.30 – si presenta in maniche di camicia (bianca) e sfodera anche un (finto) buonumore. Il ricordo della “più brutta e devastante esperienza che abbia mai vissuto” come aveva definito la notte trascorsa, in un impeto di sincerità, se lo è, cioè già buttato alle spalle e, durante la conferenza stampa, prova a suonare la carica. “Siamo convinti di aver messo in campo la miglior squadra per andare a vincere le elezioni”, esordisce il segretario del Pd, “i più preparati, i più competenti, i più capaci di portare avanti la fiaccola della speranza” (sic). Renzi, in effetti, può vantare alcune candidature che, specie al Sud, bilanciano quelle dei soliti potenti e ras locali come Franco Alfieri, capo-staff di De Luca e re delle “fritture di pesce”, nel Cilento, lo stesso figlio di De Luca a Salerno, Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Totò, a Caltanissetta, etc. A metterci una pezza servono, allora, le figure del medico Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra Giancarlo, e il maestro di strada dei bassi di Napoli, Marco Rossi Doria (entrambi in Campania), ma pochi altri. Renzi cita pure la giornalista Francesca Barra, che corre a Matera, e un altro giornalista, Tommaso Cerno, candidato a Milano.
Ma in questo caso siamo, come per Annalisa Chirico, leader del movimento iper-garantista “Fino a prova contraria”, in un campo di gioco un po’ diverso. Quello che sta metà tra la testimonianza civile, colta, impegnata e il new kurs del democrat neo-renziano: una sorta di stato d’animo che mischia l’ex posa da radical chic con personaggi glamour, forti sui social,onnipresenti nei talk-show e nello show-biz. Insomma, dei nomi che fanno pensare più al sito Dagospia che agli indipendenti di sinistra che furono (chissà come si troverà, con loro, quell’arzillo gramsciano di Beppe Vacca).
E qui, dagli ‘inclusi’, il discorso cade facile sugli ‘esclusi’. Infatti, già dal mattino presto, con un tweet assai acido, il ministro Carlo Calenda – che, peraltro, non si ricandida e annuncia il suo voto per la lista Bonino – attacca Renzi: “Che senso ha non candidare gente seria e preparata come De Vincenti, Rughetti, Nesi, Tinagli, Manconi”. Il leader dem, pur punto sul vivo, attende fino a sera per replicare, ma parla solo di De Vincenti. L’esclusione dalle liste del ministro (ex dalemiano, poi lettiano, poi renziano tiepido) ha del clamoroso, Renzi sostiene che “ha detto un secco no” (De Vincenti, non lui), ma ora spera “in un recupero”: pare che potrebbe essere nominato all’Authority dell’Energia. Solo in piena nottata si scoprirà che a De Vincenti è stato affibbiato, sia pure in extremis, il collegio rifiutato da Cuperlo: Sassuolo, in Emilia, rielezione assicurata per il ministro.
Sul resto, Renzi filosofeggia con frasi tipo “il ricambio è fisiologico, l’amarezza comprensibile”, ma difende le liste, gli dispiace un po’, forse, solo l’autoesclusione di Cuperlo. Poi incita Padoan (a Siena) e la Boschi (a Bolzano) ed è sicuro che “il collegio di D’Alema” diventerà “quello della Bellanova”, la viceministra che gli ha schierato a Lecce, nel collegio senatoriale del Salento (Lecce-Otranto-Nardò). La verità è che il segretario si è costruito, con queste liste, un Pd a sua immagine e somiglianza. Persino quando, nel cuore della notte, anche il premier, Paolo Gentiloni, è salito da lui per convincerlo a tenere dentro qualche nome escluso (tipo Luigi Manconi, paladino delle battaglie sui diritti civili) Renzi non ha voluto sentire ragioni. Fine. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 
 
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2. Mutazione genetica del Pd: da partito delle “mille correnti” a “Partito di Renzi”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, l’altra notte, compilando le liste elettorali del Pd, ha compiuto, più che un repulisti interno, una novella strage di San Bartolomeo. Nella parte degli ugonotti, sterminati in una notte dai cattolici del re di Francia, però, non sono finite solo le due minoranze interne, l’area di Orlando e l’area di Emiliano, ma anche molte altre aree. E così, almeno nei gruppi parlamentari (ma nel partito, dat i risultati congressuali che recitano 73% a Renzi, 19% a Orlando, 9% a Emiliano, le cose non sono poi mai andate troppo diversamente), d’ora in poi esiste ed esisterà soltanto il partito di Renzi, renziani, affini&co.
Vediamo come, area per area. Le minoranze congressuali sono state, come è emerso chiaro dalla notte, annichilite. Quella che fa capo al ministro Andrea Orlando contava ben 113 (centotredici) parlamentari uscenti che tifavano per lui, al recente congresso (20% il modesto risultato preso allora). Orlando aveva chiesto a Renzi 40 posti, ma dopo la notte dei lunghi coltelli e dopo tanto strepitare, ne ha avuti 17, non uno in più. Due hanno già rinunciato e siamo già a 15. Uno è sconosciuto (Peppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, doveva correre nella sua Sicilia, a Caltanissetta, ma indignato per la presenza, come capolista, della figlia dell’ex ministro Totò Cardinale, Daniela, ha rinunciato), l’altro, molto più famoso: è Gianni Cuperlo. Alle tre di notte ha scoperto di essere essere stato paracadutato (lui, raffinato intellettuale triestino) nella ‘popular’ cittadina di Sassuolo e ha risposto niet. Certo, nella sporca dozzina di ‘salvati’, tra gli orlandiani, c’è Cesare Damiano (in Umbria, a Terni, dopo trattativa ‘personale’ condotta con Fassino, suo vecchio amico), ma mancano pezzi grossi: il coordinatore della mozione, Andrea Martella, veneziano, il portavoce Marco Sarracino, napoletano, e anche Marco Di Lello, ex del Psi. Orlando ha denunciato l’epurazione, ma alla fine ha chinato la testa e firmato il foglio che Renzi gli ha messo davanti. Comprensivo della sua candidatura, da lui scoperta di notte, nel listino bloccato dell’Emilia-Romagna e di un collegio a Parma, ovviamente blindati. Il governatore pugliese, Michele Emiliano, per sua fortuna, doveva proteggere solo dieci uscenti (9% al congresso), ma è riuscito a garantirne solo tre (Boccia, Capone e una donna), non uno solo in più, e ha dovuto sacrificare alcuni dei suoi pezzi migliori (Dario Ginefra).
Ma alle altre aree interne, in teoria alleate di Renzi, le cose non sono andate molto meglio. Area dem, fondata da Dario Franceschini, all’inizio della legislatura contava la bellezza di 90 parlamentari: bene, semplicemente non esiste più. Sono rimasti Losacco e Giacomelli, in lista e in quota Lotti, mentre Rosato e Fiano sono, ormai, renziani a 36 denti. L’area che fa capo al ministro Martina è stata ridotta a dieci unità (erano 40), i Giovani Turchi sono dimagriti da 30 fino a 12, più altri sei forse. Insomma, se il Pd, col 24%, eleggerà 250 parlamentari, ben più della metà (150) saranno renziani doc o affini alla stirpe.
Tra le correnti che esistevano dalla nascita del Pd (2007) e, di fatto, non esistono più, vanno contati i bindiani, i lettiani (ne era rimasto uno, Marco Meloni, non ricandidato), i popolari (tranne il povero Fioroni, che si butta in una corsa solitaria nel collegio di Viterbo) e, soprattutto, i liberal di Libertà Eguale (Morando e Tonini) mentre il professor Stefano Ceccanti, che pure ne fa parte, è stato candidato, a Pisa, ma ormai è considerato un renziano di complemento. Defunti anche gli ex miglioristi, vicini all’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Andato via, per sua scelta, Ugo Sposetti, che comunque aveva superato il tetto dei tre mandati, è stato tolto dalle liste il toscano Manciulli e messo in Campania 3, in posizione di fatto perdente, il campano Enzo Amendola, sottosegretario agli Esteri, mentre la giovane Lia Quartapelle ha rinunciato al seggio (insicuro) in Lombardia e Nicola Latorre è stato escluso senza un perché in un amen. Minniti anche l’ha presa male. La ridotta ex-Pci non esiste più.
NB: L’articolo è uscito  il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale
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3 a. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  
(versione dell’articolo nell’edizione notturna e straordinaria chiusa alle 24.00 del 27/01)
Ettore Maria Colombo – ROMA
 
MATTEO RENZI ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo il successo dell’epoca e con un Pd ridotto a un campo di Agramante.
Vuole tutti volti “nuovi”, “giovani”, “freschi”, “aperti”, “diversi”. Già la Direzione dem che deve convalidare le scelte del segretario è stata, da sola, una commedia degli equivoci, a partire dall’orario: convocata alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, dopo alle 22.30, infine alle 23.30, non inizia che dopo la mezzanotte, quando i suoi stanchi e provati membri, al bivacco, non ne possono più. Come dice Gianni Cuperlo, entrando in un Nazareno buio, “la trattativa sulle liste? Peggio della scissione del Pci nel 1921”.
 
ALLA FINE, dopo trattative e colloqui tra Renzi e Orlando che, negati da entrambi, sono andati avanti ore e ore, la faticosissima ‘quadra’ interna “non’ viene trovata. Fonti di entrambe le parti, all’ora dei corvi e dei gufi, le 24.00, dicono “Sì, abbiamo un accordo”, ma gli orlandiani sono sul piede di guerra, traditi persino dal loro Capo. Alla minoranza di Andrea Orlando viene concesso qualche posto in più, ma sono davvero pochi: 17/18 (forse 20, ma si tratta ancora a notte fonda), ma non tutti in posizione eleggibile rispetto ai 15 offerti da Renzi. Ma quella di Orlando è una vittoria di Pirro: di parlamentari ne aveva 111, aveva chiesto 38/40 posti per i suoi e ne avrà 17/20, di cui molti incerti. E anche se resterà, forse, tra i ‘salvati’ qualcuno dei ‘reietti’ (Cesare Damiano è di sicuro dentro le liste, Andrea Martella, invece, è sicuramente fuori, etc.) di cui il leader dem voleva imporre la cancellazione, la realtà è che non solo la minoranza dem (Area Dems di Orlando, Fronte dem di Michele Emiliano, cui vanno 5 posti massimo), ma anche le altre aree interne ‘non’ renziane o ‘a’ renziane sono state normalizzate, se non del tutto cancellate per sempre.
 
Area Dem, l’area storicamente forte di ex-Ppi ed ex-Margherita, guidata da Dario Franceschini – che però, a differenza di Orlando, ha preferito usare con Renzi non i toni dello scontro ma del sorriso – non esiste più, tranne pochi fedelissimi. Il viceministro al Mef Pier Paolo Baretta, per dire, resterà a casa. Gianclaudio Bressa si salva solo perché si fa eleggere in Trentino, terra dove, da ieri, anche la ex ministra Boschi, che lì doveva aprire la campagna, fa fatica a trovare consensi e amicizie (l’ex leader della Svp, Brugger, l’ha attaccata), nonostante i molti favori fatti dal governo Renzi agli ‘amici’ della Svp (Boschi costretta a rinviare a lunedì il suo arrivo ufficiale a Bolzano).
E anche le aree del ministro, filo-renzianissimo, Martina Martina, si deve asciugare (da trenta a non più di cinque), i Giovani Turchi pure (da quaranta a dieci). Tutte le aree composte da non renziani doc non possono superare, per il leader Pd, le 50 unità al massimo. Il calcolo, però, è furbescamente fatto sul 23% (totale: 150) e non sui duecento e rotti parlamentari che, già solo risalendo al 24%, il Pd otterrà di certo. Renzi, del resto, vuole così avere il totale controllo dei suoi parlamentari, con una maggioranza di 150 fedelissimi sul totale.     
A proposito di new entry, oltre a molti acchiappa-voti dai territori (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo), alcuni anche assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno), a notte i bei nomi della società civile devono restringersi un po’ per fare posto a qualche “orlandiano” in più. Inoltre, ogni nome di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, torna a casa, l’economista Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli avranno seggi sicuri. Un seggio anche a Filippo Sensi, lo storico e noto (su Twitter come Nomfup) portavoce di Renzi e Gentiloni a palazzo Chigi. Alla fine, per i ‘nanetti’ alleati, restano le briciole: alla Lorenzin vanno 5 collegi sicuri (Casini, Toccafondi, Pizzolante e Dellai), ai super-nani di Insieme tre (Nencini, Bonelli e Santagata), 5 a ‘+Europa’ (Bonino, Magi, Della Vedova, Tabacci). 
NB: Questo è il testo dell’articolo pubblicato in II edizione notturna (chiusura h 24.30) per Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2018 a pagina 8.
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4 b. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  

 (versione dell’articolo nell’edizione normale, non straordinaria, chiusa alle 23.30 del 27/01)
Ettore Maria Colombo  – ROMA
ANTICHI, anche se non scritti patti interni, tutti saltati. Minoranze azzerate nei numeri e insolentite persino nell’onore. Società civile dall’elezione garantita ma con sacrifici (tanti) per altri. Ricambio ben più che fisiologico della classe parlamentare. Robusto innesto di volti locali, i famosi «notabili», alcuni portentosi «acchiappa-preferenze» (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo) e altri, però, assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno). Ministri e big tutti in campo nelle sfide nei collegi, pure quelli che non avrebbero voluto rischiare l’onta della sconfitta, nell’uninominale, neppure sotto tortura. Ed ex-ministri come la Boschi che, dovendo soggiacere a tale calvario, devono subire l’onta, come le è successo ieri, di dover rinviare la sua prima visita in Alto Adige (il collegio prescelto è Bolzano) perché non è tanto gradita neppure lì, nonostante i tanti favori fatti alla Svp.
Matteo Renzi ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo e con un Pd ridotto a un campo di battaglia.
La Direzione dem che doveva convalidare le scelte del segretario e della sua piccola équipe di Angeli Sterminatori (Lotti, Guerini, Rosato, Martina, Fassino) ieri ha rappresentato una commedia degli equivoci anche solo nell’orario di convocazione. Doveva iniziare alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, infine alle 22.30, poi più tardi.
Renzi e i suoi – Lorenzo Guerini su tutti, ormai specializzato in «faccia di bronzo» con cui fingere davanti ai giornalisti – negano tutto, anche l’evidenza. Prima di aver visto, in un faccia a faccia teso e drammatico, il ministro Orlando e per circa tre ore. Orlando è furibondo e spossato, ma i suoi di più: ieri molti orlandiani parlavano apertamente di boicottare le liste elettorali, di non fare campagna elettorale e incitavano Orlando stesso a non candidarsi, il preludio di una nuova scissione.
Poi Guerini nega che Renzi e i suoi vogliano «mettere il becco» nei nomi proposti dalle minoranze». Invece, Renzi lo fa eccome: oltre a dire a Orlando, che chiedeva 38 posti sicuri, «te ne devi far bastare 15, prendere o lasciare» (a Emiliano è andata peggio: otto), quando il ministro gli allunga la lista dei nomi, Renzi ne depenna, con cattiveria, ben quattro: Martella (portavoce della mozione Orlando, Renzi lo detesta), Damiano (troppe imboscate tese al suo governo), Sarracino e Di Lello.  Infine, i renziani hanno negato che il loro leader volesse aprire e chiudere la discussione in Direzione dicendo: «Datemi il mandato a chiudere le liste, poi ci penso io» (questa si è limitata solo a pensarla, pare).
E così, in questa lunga giornata, Renzi riesce a litigare con tutti.  Di Orlando ed Emiliano si è detto, ma pure con Franceschini volano parole grosse, persino Martina e Orfini si vedono asciugare le truppe, habitué del Parlamento (Fioroni, Pollastrini) vengono sbattuti fuori dalle liste, Cuperlo si salva, ma per un pelo. Infine, ogni new entry di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto solo nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, viene rispedito a casa, l’economista di Harvard, Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli hanno seggi sicuri.
Resterebbe da dire dei poveri tre «nanetti» alleati che protestano: la Lorenzin («Civica e Popolare») minaccia di rompere l’alleanza (volevano otto collegi, ne hanno avuti quattro), i super-nani di «Insieme» pure, ma nessuno li ascolta. Solo i Radicali di +Europa, che di posti ne avranno cinque, sanno, come dice Emma Bonino, esperta del ramo, che «fino a lunedì è tutto aperto, faremo le notti».
NB: Questo articolo è stato pubblicato in prima edizione (chiusura h 22.30) sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 27 gennaio 2018. 
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5. I nanetti del Pd strappano qualche posto al sole, le minoranze dem ancora no. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Le due minoranze presenti nel Pd – quella che fa capo al ministro Orlando (111 parlamentari uscenti, una quadrata legione, 20% al congresso) e quella che fa capo al governatore pugliese Emiliano (solo otto gli uscenti, 9% al congresso) – sono scese sul piede di guerra. Minacciano, gli orlandiani – come ha detto, furibondo e scuro in volto, lo stesso Orlando a un collega di corrente – di «disertare la campagna elettorale. Se Renzi continua a comportarsi così, le liste se le fa con chi vuole ma non con noi. Noi non ci candidiamo e non facciamo campagna elettorale. Voteremo per il Pd, certo, ma faremo da spettatori», ecco il warning di Orlando a Renzi. La sua area, del resto, è in rivolta, chiede almeno 60 parlamentari, di cui 38 in collegi sicuri: 30 nei listini e otto nei collegi. Le truppe di Emiliano, non meno agguerrite, fanno sapere che «noi, sotto i 20 posti, non scenderemo mai».
Al Nazareno derubricano la pratica “minoranze” al «solito tentativo di alzare la posta all’ultimo minuto come fanno in tanti» e replicano con l’offerta di 15/20 posti. Orlando ha già perso le staffe e i suoi oggi minacciano di disertare la Direzione o di votare contro.
In ogni caso, in base alle cifre prese dalle due minoranze al congresso, una fonte altolocata del Nazareno spiega, in tono gelido: «Possono dire e fare quello che vogliono, ma avranno 15/20 posti sicuri Orlando e 5/6 Emiliano. Stop».
In ogni caso, oggi Renzi avrà prima con Orlando e poi con Emiliano due incontri «chiarificatori».  E così, anche ieri è stata una giornata di passione, al Nazareno, dove Renzi è asserragliato da giorni con i suoi «Angeli Sterminatori» che hanno potere di vita e di morte sui nomi da inserire in lista, anche se l’ultima e definitiva parola spetta, ovviamente, al Segretario.  Si tratta del ministro Lotti, del «Forlani» di Renzi Guerini, del capogruppo dem Rosato, di Piero Fassino e del ministro Martina.
La giornata passa tra riunioni fiume, telefoni bollenti, Renzi che intima ai suoi di «non parlare con i giornalisti» e scene tragicomiche.  Tipo quando i tre leader della minuscola lista «Insieme» (Nencini, Bonelli e Santagata) si presentano al Nazareno per una riunione che credevano decisiva, ma vengono fermati sull’uscio: «Abbiamo altro da fare. Ripassate domani».  Del resto, nel Pd ogni giorno ha la sua pena. Le voraci pretese dei «nanetti» alleati sono state, appunto, rimbalzate a oggi. Hanno chiesto, tutti e tre, un numero siderale di collegi blindati, ma finirà con 6/8 seggi a «+Europa» (Bonino), 6/8 ai centristi di «Civica e Popolare» (Lorenzin) e tre seggi, non di più, ai piccolissimi di «Insieme».
Da giorni, inoltre, vanno avanti le «vivaci»proteste dei territori, Emilia-Romagna e Toscana su tutte, contro i «paracadutati». Ministri anche del Pd, come Fedeli a Piombino, o la Lorenzin a Prato, i dem locali non li vogliono. I radicali Magi e Della Vedova “ballano” da giorni, Nencini e Bonelli pure. Renzi ci ha messo una pezza solo su Casini, confermato a Bologna. Le Marche, gestite in modo prussiano da Matteo Ricci, dopo aver preso in carico Minniti a Pesaro, si «accolleranno» pure Lorenzin. Ma è la Toscana – dove, sostengono il senatore Marcucci e il segretario Parrini, negando anche l’evidenza, «non c’è nessuna rivolta» – che dovrà portare il cilicio più stretto di tutti, tra renziani del «giglio magico» e «nanetti» alleati. L’Emilia-Romagna, almeno, è stata ricompensata con due candidature ex-Ds doc: Fassino capolista nel proporzionale Camera contro Bersani, e Carla Cantone, ex segretaria dello Spi-Cgil, capolista nel listino proporzionale del Senato.
Ma anche al Sud sono dolori. Il segretario siciliano, Fausto Raciti, ha scritto a Renzi dicendogli che «qui la situazione è esplosiva». E in regioni come Sardegna, Campania e Calabria, liste e candidature sono ancora tutte in alto mare.
NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 gennaio 2018.
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Largo ai fedelissimi. Renzi rafforza il controllo sul partito: Assemblea, Direzione e Segreteria. Un’intervista a Ettore Rosato: il rapporto tra Pd e governo

 

Matteo Renzi prepara il suo discorso di investitura in vista dell’Assemblea nazionale di domenica prossima, il luogo che lo proclamerà, formalmente, nuovo segretario del Pd. Il Pd, per ora, non ha più una proposta ufficiale, sulla legge elettorale, anche se Renzi la promette “presto”, parlando ai suoi: vuol dire che domenica, in Assemblea, la specificherà. Intanto, mentre alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, il presidente, Andrea Mazziotti di Celso, ha chiesto una settimana in più per approntare il testo base che, entro il 29 maggio, deve arrivare in aula a causa della Babele di proposte dei vari partiti, informalmente il Pd prima ha parlato ai 5Stelle proponendo loro di accordarsi su un premio alla lista per chi arriva al 37% dei voti ma, da due giorni, anche a FI e Lega (ieri il ministro Lotti ne ha parlato fitto fitto col leghista Giorgetti). In questo caso la proposta è un sistema tedesco basato sul 50% di collegi e il 50% di liste corte bloccate, con una soglia di sbarramento unica al 5% che fa già imbufalire Ap.

Sui nuovi assetti del partito, invece, i giochi sono già fatti. Innanzitutto va detto che – grazie al lavoro certosino di Lorenzo Guerini, vicesegretario uscente con Deborah Serracchiani (al loro posto ci sarà un vicesegretario unico, carica che verrà affidata al ministro Maurizio Martina) – Renzi avrà un controllo ferreo in Assemblea e in Direzione. Sui mille delegati congressuali eletti contestualmente alle tre mozioni, Renzi ne ha, in totale, 707, Orlano 212, Emiliano 88 (più tre parlamentari). Sui 700 eletti della mozione Renzi-Martina, però, ben 489 sono renziani di stretta osservanza, 92 di Area dem (la corrente del ministro Franceschini), 65 fanno capo all’area di Martina e 70 sono Giovani Turchi. Per superare la soglia magica di 501 (50,1%) serve aggiungere il gruzzolo della stragrande maggioranza che i renziani doc godono tra i cento parlamentari che, insieme ai 20 segretari regionali (tutti renziani), ai ministri, altre personalità varie, vanno a integrare i membri dell’Assemblea (totale: 1100). E così, con 510/520 delegati Renzi, al netto di Franceschini, potrà contare su una maggioranza ‘bulgara’ e assai granitica.

In ogni caso, le due mozioni alternative, quella di Orlando e di Emiliano, rifiuteranno la gestione unitaria, mentre sono più possibiliste sull’offerta – se, però, mai vi sarà – di una gestione comune degli organi di garanzia (presidente e vicepresidenti d’assemblea, presidenti organi di garanzia). Per la carica di presidente, “Matteo ci sta pensando”, dicono i suoi. Probabilmente resterà Orfini, alleato di Renzi, un’ipotesi potrebbe essere di investire Guerini, ritenuto anche dagli avversari super partes, o la Pollastrini (Orlando) oppure una personalità come Nicola Zingaretti, governatore del Lazio che si è schierato con Orlando per il congresso, ma che va predicando il ritorno all’unità del partito. La nuova segreteria, che verrà formalizzata solo dopo la Direzione di settimana prossima, sarà la sagra del renzismo. Matteo Richetti farà le veci del coordinatore e portavoce, Ricci, Carbone, Ermini e Morani resteranno al loro posto, come pure, ovviamente, il tesoriere, Francesco Bonifazi mentre Michele Anzaldi sarà responsabile Comunicazione. Figure di esperienza (Nannicini e il viceministro Bellanova) affiancheranno giovani in ascesa come Ascani (ex lettiana), Gribaudo (area Orfini) e un ex Sel area Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia in grande ascesa nell’Olimpo renziano. Ci saranno dei giovani sindaci ‘pescati’ da Renzi nei territori (Ciro Bonajuto di Ercolano, Davide Galimberti di Varese, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria) mentre al delicato e cruciale settore dell’Organizzazione andrà il giovane (classe 1976) Andrea Rossi, emiliano e uomo di fiducia del governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini, oltre che ex sindaco di Casalgrande (vicino Reggio-Emilia).

NB: L’articolo è stato pubblicato a p 8-9 del Quotidiano Nazionale del 4 maggio 2017


ettore rosato

2. Intervista al capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato sul governo Gentiloni. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gentiloni è un dirigente del Pd, e questo è il governo del Pd”, dice il capogruppo alla Camera dem, Ettore Rosato, “ma il Pd deve essere di supporto, stimolo e confronto continuo rispetto all’azione del governo”. Infatti, i ‘paletti’ che Rosato pone non sono pochi e nessuno di poco conto.

Cosa chiedete al governo Gentiloni? Un cambio di passo?

“Serve continuità con quanto fatto negli anni del governo Renzi: bisogna andare avanti sul calo della pressione fiscale e sugli investimenti per creare nuova occupazione e aiutare il sociale. Politiche che hanno portato a risultati tutti positivi per il sostegno dell’occupazione e la crescita economica. Dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Confindustria dice: ‘Nella manovrina ci sono troppe tasse’.

“La manovrina farà il suo percorso parlamentare e la esamineremo con attenzione. Ritoccare le tasse su tabacchi e giochi non è un aumento della pressione fiscale, ma solo la rimodulazione della tassazione su due settori specifici”.

Il Pd promette che nella manovra d’autunno non ci saranno nuove tasse. Ma come farete a impedire l’aumento dell’Iva?

“Sono quattro anni che non aumentiamo la pressione fiscale. Possiamo e dobbiamo continuare su questa linea. Aumentare la pressione fiscale produce più danni dei benefici che porta. Padoan sa fare il suo mestiere bene. Troveremo con lui il giusto equilibrio anche questa volta”.

E’ pensabile fare una manovra economica senza sfondare i parametri UE?

“La UE non è il nostro maestro e anche noi come Italia ne facciamo parte. Interesse comune è definire misure che applichino le regole europee con l’elasticità consentita. Questo per sostenere la ripresa economica, creare investimenti, aumentare i posti di lavoro. In ogni caso, abbiamo scritto tutto nel Def e ci atterremo a quello”.

Cosa fare su Alitalia?

“Noi siamo convinti che vada salvata dal fallimento in tutti i modi senza risorse pubbliche a fondo perduto, ma investendo tutta la forza del governo in una trattativa che consenta all’Italia di non perdere un asset industriale importante e un pezzo di economia reale del Paese”.

Dopo le primarie, le elezioni sono più lontane o più vicine?

“Non farei più calendari delle elezioni. Occupiamoci delle tante questioni di merito, a partire dalla legge elettorale”.

A proposito, si farà mai una nuova legge elettorale?

“Noi abbiamo fatto una proposta chiara, il Mattarellum. Gli altri ne hanno fatte dieci diverse. Bisogna trovare una sintesi nella consapevolezza come giustamente ha chiesto il Presidente. Ma il Pd non è autosufficiente per approvarla. Serve trovare un accordo ampio alla Camera su un testo che poi regga anche alla prova del Senato”.

I 5Stelle hanno fatto la loro proposta. Come rispondete?

“I 5Stelle sono un interlocutore poco affidabile. Ogni loro dichiarazione sul punto viene smentita sei ore dopo. In ogni caso la valuteremo, come ogni altra proposta. E faccio notare che il modo migliore per far fallire una trattativa sulla legge elettorale è quella di annunciarla sui giornali…”.

Offrirete la gestione unitaria del Pd a Orlando e Emiliano?

“Il Pd è di tutti, Renzi lo ha detto più volte. Noi vogliamo far sentire tutti a casa loro e l’offerta vale per tutti”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata su Quotidiano Nazionale il 3 maggio 2017.

Due pezzi (difficili) sull’Assemblea del Pd e i nuovi equilibri interni ai democrat. Le mosse di Renzi e quelle degli altri big

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico qui, anche se a scoppio ritardato, due articoli sull’Assemblea Nazionale del Pd che si è tenuta domenica scorsa, 18 dicembre. Domani, mercoledì 21 dicembre, Matteo Renzi riunirà i segretari provinciali e regionali al Nazareno e varerà la nuova Segreteria nazionale del Pd. Probabili diversi nuovi innesti: si parla dell’ex sindaco di Torino (Piero Fassino), del sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, di altri dirigenti locali (il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, e il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini) e, probabilmente, di un forte avvicendamento con nomi che non hanno ben figurato o che sono rimasti del tutto inerti (Capozzolo, Covello, Paris, Braga) mentre alcuni super-renziani (Carbone, Ermini) potrebbero essere sostituiti per fare posto a esponenti di altre aree del partito, dai Giovani Turchi all’area Martina fino all’area di Cuperlo, mentre di certo la minoranza bersaniana non entrerà nel nuovo organismo diretto da Renzi. Qualche incertezza anche sul ruolo dei due attuali vicesegretari nazionali: Deborah Serracchiani, attuale governatore del Friuli, contestata molto anche a casa sua, e Lorenzo Guerini (inamovibile, nonostante qualche voce malevola si sia levata anche contro di lui, perché vero ‘numero 2’ del Pd). 

  1. Il congresso del Pd slitta a fine anno. Renzi: “Al voto subito, anche senza primarie”. La strategia del leader: Avete voluto così, ma le liste le faccio io… 

MATTEO Renzi ha una strada sola, davanti a sé: votare subito, nel più breve tempo possibile. Ecco il perché di quattro mosse, da parte sua, e studiate in quattro tempi. Prima mossa, dai tempi lunghi. Niente congresso anticipato, che si farà a scadenza naturale (ottobre-novembre 2017). «A quel punto – dice con un ghigno uno dei suoi  uomini– si può candidare chi vuole, anche Andrea (Orlando, ndr.) se vuole, vedremo chi ha più filo da tessere, ma la sinistra interna si sarà già messa fuori gioco. Perché le liste, se si va al voto anticipato, le farà Matteo. Se Bersani&co. avessero accettato il congresso subito – spiega il pasdaran – avrebbero avuto diritto ai loro posti, parecchi, così chi può dirlo: quien sabe?».

SECONDA mossa, tempi medi. Primarie di coalizione per scegliere il candidato premier del centrosinistra, magari in competizione (leale) con il ‘campo progressista’ che hanno lanciato ieri, da Bologna, Giuliano Pisapia e altri sindaci di centrosinistra? Forse, si vedrà. Il bagno di popolo che Renzi pure sognava dalla caduta del suo governo (“Voglio almeno due milioni di voti, alle primarie”, Prodi nel 2005 ne prese quattro) è tornato sub judice. Non è più sicuro, il segretario dem, di volerle, le primarie: «Dipende, vedremo, non voglio impiccarmi a nessuna formula» – dice ora. «Dipende quale sarà la legge elettorale», taglia corto: «Se c’è il maggioritario è un conto, se c’è il proporzionale un altro». Sottotesto: se c’è il proporzionale, non serve nemmeno farle, le primarie, per candidarsi.
Terza mossa, tempi brevi: la nuova legge elettorale. È dirimente, e Renzi lo sa, sia per il suo personale destino sia per la durata stessa della legislatura: si scioglierà presto o no? Gentiloni dura o no? Gli altri big del Pd seguiranno davvero Renzi nel suo tentativo di portare il Paese a elezioni immediate prima che la legislatura vada a compimento, a febbraio 2018, come previsto? Sono questi i veri interrogativi che si pone l’ex premier, anche perché Renzi vorrebbe andare  al voto “entro aprile, al massimo ai primi di giugno”.

«Noi proponiamo il Mattarellum, ha la firma del Capo dello Stato – scandisce Renzi, con voce ferma, dal palco durante la sua relazione introduttiva. Dopo, con i suoi aggiunge: «Vedremo chi ci sta. Io voglio stanarli tutti, da Forza Italia alla Lega ai Cinque Stelle, così sarà chiaro chi non vuole cambiare il sistema elettorale, chi è affezionato alla palude del proporzionale». E qui parla chiaramente dei Cinque Stelle. Insomma, o passa il Mattarellum – naturalmente, ragionano i suoi, «non nella versione originaria, quella 75% di maggioritario e 25% di proporzionale, perché qualcosa a Berlusconi andrà concessa»: la mediazione sarebbe il Verdinellum, 50% collegi, 50% di proporzionale, ma a liste bloccate – oppure, in ogni caso, si va a elezioni anticipate, il prima possibile. «Con la legge che uscirà dalla sentenza della Consulta – spiega Renzi – li voglio vedere, soprattutto i partiti più piccoli, dover votare con il Consultellum e le soglie di sbarramento alte che impone quella legge, specie al Senato, sarà un piacere». Perché il vero obiettivo di Renzi sempre quello resta: «urne tra fine aprile o, al massimo, a metà giugno», ragiona. Anche perché, se Renzi perde quella finestra elettorale, si porrebbero di mezzo due ostacoli troppo grossi da affrontare anche per lui: il referendum sul Jobs Act della Cgil (a giugno), che slitterebbe solo se ci fosse il voto anticipato, e una legge di Stabilità (a ottobre) che sarà ‘lacrime e sangue’ perché, spiega l’ex premier, «chi oggi governa la Ue non ci concederà più nulla».

QUARTA mossa, tempi rapidissimi. Riorganizzazione del partito, il Pd. Il 21 dicembre riunione dei segretari provinciali e regionali, il 28 dicembre nuova segreteria (entreranno dei sindaci ed esponenti dei territori, un ruolo potrebbe averlo Martina, un altro Nannicini, uno Bonaccini), il 28 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio, il 28 gennaio la tanto richiesta (dai big) ‘conferenza programmatica’. Strumento, il Pd, che Renzi – il quale non farà tour in solitaria, ma una «campagna di ascolto del Paese», a gennaio –vuole rivitalizzare e perciò resterà nelle mani sapienti dell’attuale vicesegretario, Lorenzo Guerini, per affrontare una breve ma dura campagna elettorale. Il vero obiettivo di Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

2. I colonnelli si smarcano da leader. Nasce il tridente Orlando-Franceschini-Martina. Dubbi sul ritorno al Mattarellum e toni soft con la sinistra. Ticket Speranza-Emiliano. 

<<MA IO posso votare anche senza la delega, Matteo?». «Certo, Matteo, sei il segretario…». Il dialogo, bisbigliato, si svolge alla fine dei lavori dell’Assemblea nazionale. Si sta per votare sulla relazione del segretario e Matteo (Renzi) chiede, quasi intimidito, a Matteo (Orfini), che i lavori li presiede, se, appunto, può votare sulla (sua) relazione. Sta tutto in questa piccola scenetta la trasformazione del Pd di Renzi. Dal Renzi «1.0», quello del ‘ghe pensi mi’, del ‘ghe fasi mi’, sul partito, oltre che sul governo, al Renzi «2.0». Quello che, dopo quattro anni di guida in solitaria, deve condurre il Pd in terra incognita. Quella della co-reggenza con gli altri capi-corrente del partito, i big.

IL RISULTATO del voto in Assemblea nazionale parla, paradossalmente, assai chiaro: 481 voti a favore sulla relazione del segretario, solo due voti contrari, 10 astenuti e la minoranza – i bersaniani per non dover votare contro il Mattarellum e i cuperliani perché volevano il congresso – che non partecipa al voto. A occhio paiono tanti, ma non lo sono. In Assemblea nazionale, organismo elefantiaco (mille membri, poi ce ne sono altri 150-180 membri ‘di diritto’ tra parlamentari, dirigenti locali, personalità fondative del Pd, la cosa un po’ ridicola e un po’ assurda è che nessuno sa mai darti il numero esatto: il Pd avrebbe dovuto modificare, dimezzandoli radicalmente, la composizione dei suoi organi dirigenti, dall’Assemblea nazionale alla Direzione, una commissione interna ci ha lavorato un anno, ma non se n’è mai fatto più nulla, vorrà dire che il lavoro tornerà buono per la prossima volta), serve il 50,1% dei voti (500 delegati, nel senso di persone fisiche presenti, e più) se si vuole cambiare lo Statuto. E la maggioranza Renzi la può ottenere solo se regge il ‘patto di sindacato’ con le tre aree maggiori della maggioranza interna: Area dem (Franceschini), Giovani Turchi (retti da una diarchia, Orfini e Orlando) e Sinistra è cambiamento (Martina). Senza dire del fatto che la minoranza ha già fatto di calcolo, calcolatrice alla mano: “Le percentuali di membri dell’Assemblea nazionale sono state fatte sui voti all’ultimo congresso (2012: Renzi batté Cuperlo con il 68% contro il 18%, 14% andò a Civati, ndr) . Come minoranza avevamo 300 delegati, un terzo dell’assemblea, poi se ne sono andati i Giovani Turchi e l’area di Martina, quindi siamo rimasti con 200-230 delegati al massimo, ma Renzi non ne ha presi nemmeno la metà di mille avendone sulla carta oltre 950…”. I conti della minoranza si traducono così: Renzi, da solo, non può cambiare alcuno Statuto.

NON a caso, ieri, tutti e tre i capi-corrente, oltre a molti altri big (Fassino, Epifani) hanno fatto a gara per andare sul palco. Franceschini ha preso la parola subito: si è detto, certo, «d’accordo con Renzi», ma se c’è stato uno che lo ha fatto desistere dal proposito di fare il congresso anticipato è stato lui. Inoltre, ha detto chiaro che «non dobbiamo regalare Forza Italia a Salvini» e che se la legge elettorale è proporzionale, «con FI bisognerà dialogare».

SOLO il ministro Delrio e altri renzianissimi (Ascani, ecc.) hanno chiesto a gran voce il voto anticipato, gli altri hanno lodato il governo (ma quello seduto in prima fila in platea, Gentiloni…) e hanno detto che, insomma, ‘c’è tanto da fare, nei prossimi mesi’…. Martina ha fatto un lungo ragionamento sul partito, da ‘vice’ in pectore, criticando, sia pur se con toni soft, la sinistra interna: «Non vedo Golia dentro il Pd, li vedo fuori. Qui siamo tutti Davide», replica a Speranza che aveva detto «io mi candido a Davide contro Golia».
La minoranza bersaniana era, ovviamente, inviperita contro l’intemerata di Giachetti (quell’avete la «faccia come il culoooo» di Speranza che ha indispettito il segretario perché l’uscita del suo fedelissimo rovina la pax nel partito e la presunta nuova fase zen): si è limitata a dichiarare, a margine dei lavori, che il congresso va fatto «nei tempi stabiliti», «il governo deve fare tante cose», ecc. Speranza lavora a un ticket, per il congresso, con il governatore pugliese Emiliano, e rifiuta ogni scenario di voto anticipato, mentre da fuori – ormai – dal Pd D’Alema vorrebbe solo Emiliano, ma candidato premier.
Cuperlo ha chiesto il congresso subito, ma la sua è un’opposizione che i bersaniani già chiamano, con disprezzo, ‘di sua Maestà’: in caso di primarie, lui appoggerà Pisapia.

L’INTERVENTO più atteso era, però, quello del ministro Orlando (sponsorizzato da Giorgio Napolitano) che molti – nella minoranza e non solo – già vedono (o sperano di ritrovarsi), come candidato anti-Renzi, anche se il prossimo congresso si farà a scadenza naturale. Il ministro ha fatto un intervento calibrato, accorto, tutto incentrato sul partito e le ragioni della ‘Sinistra’, ma, in cauda venenum, ha espresso «seri dubbi>>, guarda caso, sul Mattarellum, come Franceschini. I guai interni, per Renzi, se ci saranno, verranno da lì.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre 2016 a pag. 5 di Quotidiano Nazionale. 

NEW!!! Pd, il ‘mistero’ del congresso anticipato. Braccio di ferro tra renziani e minoranza a colpi di regolamento sullo Statuto. I dubbi amletici di Renzi in attesa dell’Assemblea nazionale del 18

ANSA ULTIMA ORA: “ANALISI SITUAZIONE POLITICA E DETERMINAZIONI CONSEGUENTI”. È QUESTO, A QUANTO SI APPRENDE DALLE AGENZIE DI STAMPA, L’ORDINE DEL GIORNO IN CALCE ALLA CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL PARTITO DEMOCRATICO CHE SI TERRA’ DOMENICA 18 DICEMBRE A ROMA. LA FORMULA DELLA CONVOCAZIONE, SPIEGANO FONTI DEM, LASCIA APERTA LA POSSIBILITÀ CHE L’ASSEMBLEA DECIDA DI CONVOCARE IL CONGRESSO DEL PARTITO. L’ASSEMBLEA INIZIERÀ ALLE 10.00 ALL’HOTEL ERGIFE DI ROMA.

 

1) Pd appeso all’indecisione di Renzi. Primarie aperte o congresso normale il dilemma. L’obiettivo del segretario dem resta comunque il voto anticipato tra maggio e giugno. 

MATTEO RENZI dice ai suoi di volersi tenere in queste ore «mille miglia lontano dalle beghe romane», rintanato com’è nella sua Pontassieve, dove porta i bimbi a scuola e a calcetto. E a chi gli chiede se ha  in mente – e quale – “un blitz romano” risponde ironico che “per ora mi milito a fare un blitz alla Coop…”. Certo è che «non ha ancora deciso». In realtà, ha davanti ha sé un orizzonte politico ben chiaro: legge elettorale entro febbraio ed elezioni tra maggio giugno, con due data cerchiate in rosso sul calendario, il 20 maggio e il 4 giugno, il che però non è indifferente perché vuol votare prima o dopo il G7 a Taormina. Ma è sul partito che non ha ancora deciso. Se, cioè, domenica prossima, 18 dicembre, a Roma, chiederà all’Assemblea nazionale del Pd di aprire o meno la stagione congressuale, portando il Pd a congresso anticipato oppure se si limiterà a chiedere ‘primarie aperte’. «La decisione dipende da lui solo» – assicurano i suoi – e i problemi «non dipendono dallo Statuto».

LA MINORANZA dem è pronta a impugnare lo Statuto, a costo «di finire davanti al Tar». La questione, in realtà, è controversa. Secondo Nico Stumpo, responsabile Organizzazione sotto Bersani, non si può fare il congresso a marzo: «E come si fa? Quale sarebbe il percorso? Assemblea il 18, Direzione il 20 gennaio e presentazione delle liste collegate per il congresso a fine gennaio? E il regolamento congressuale quando si fa, a Natale?!» sbotta. Inoltre, per Stumpo, «Renzi si dovrebbe dimettere da segretario, se vuole presentarsi al congresso, e aprire la normale trafila congressuale di un congresso ordinario, altrimenti si va a scadenza naturale e il congresso si convoca 6 mesi prima».
Dall’altra parte c’è Salvatore Vassallo, estensore dello Statuto dem, che ieri sull’Unità ha scritto un – arzigogolato – articolo per spiegare, in buona sostanza, che segretario e Assemblea «sono sovrani» e che le dimissioni di Renzi sarebbero solo «dimissioni tecniche». Come spiega anche un altro costituzionalista dem, che pure ha contribuito a scrivere lo Statuto del Pd, Stefano Ceccanti, “il rapporto fiduciario segretario-assemblea è come quello presidente del Consiglio-Camere: puoi presentarti dimissionario, e riottenere la fiducia, oppure ti può essere negata, oppure ancora puoi dimetterti e andare al voto….”. Dalle parti di Matteo Orfini, invece, la pensano diversamente: «sarebbe Matteo (Orfini), in qualità di presidente, ad assumere i pieni poteri, in caso di dimissioni del segretario».

La questione, però, come sempre, è politica. Ieri, nel Transatlantico di palazzo Madama, il ministro al Welfare, Giulaino Poletti, ha fatto una gaffe, facendo arrabbiare assai i renziani («Quello è matto!») che però ha rivelato, i piani dell’ex premier: «Il referendum sul Jobs Act (3 milioni di firme raccolte dalla Cgil per reintrodurre l’art. 18, abolire i voucher e i contratti a termine, la Consulta esaminerà i quesiti l’11 gennaio, ndr) non si farà (a giugno, nel caso, sempre che i referendum passano il vaglio della Consulta) perché prima si vota».
Se domenica, in Assemblea, Renzi si presentasse dimissionario, si andrebbe dunque al voto anticipato, con in mezzo il congresso del Pd, sempre che la maggioranza dei membri dell’Assemblea (serve il 50,1% dei componenti: oltre 500 sugli oltre mille aventi diritto) deliberi che si va a congresso subito, con Renzi in sella o meno che sia, in questo caso.
Altrimenti Renzi potrebbe scegliere, come è tentato di fare, di promuovere solo primarie di coalizione «aperte», modello Prodi 2005 o, anche, modello Veltroni 2007. Primarie, dunque, solo ‘confermative’ per prendere – come ha detto altre volte – “2 milioni di voti”.
In questo caso, l’unica candidatura realmente alternativa a quella di Renzi sarebbe quella dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, appoggiato da Gianni Cuperlo e da altri pezzi della sinistra che, ormai, ha di fatto rotto con Sel e non parteciperà al percorso di nascita di Sinistra italiana (congresso fondativo a febbraio 2017): i senatori Stefano e Uras, che hanno già votato a favore del governo Gentiloni, rompendo con il gruppo di Sel al Senato, i sindaci di Cagliari, Massimo Zedda, e forse di Genova, Marco Doria, ma soprattutto, appunto, Pisapia. Ad andare in affanno sarebbe la sinistra interna dem che ha fin troppi candidati a segretario: il governatore toscano Rossi, il governatore pugliese Emiliano – sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema e il ticket Speranza-Letta, a ora mai nato.
Ieri sera, a Porta a Porta, il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ha detto che «Renzi sarà il candidato del Pd al prossimo congresso» e che, appunto, «giugno è una data realistica per tornare alle urne», ma anche negato che Renzi voglia fondare un “Partito di Renzi” che, pure, nei sondaggi, viene già accreditato di almeno un buon 20% di voti.

IL ‘COMBINATO disposto’ delle parole di Guerini – che ieri confidava a un amico: «Abbiamo il 78% dei consensi in Assemblea e l’82% in Direzione…» – indica che le due strade davanti a Renzi (dimissioni per accelerare il percorso del congresso anticipato o restare in sella per andare al voto con primarie «aperte») sarebbero ancora, e pienamente, nella sua disponibilità. Solo che Renzi «ci sta pensando, non ha deciso» e, riconosce uno dei suoi, «ogni giorno ha la sua pena, ieri, per dire, ha cambiato idea tre volte…». A scompaginare i giochi di Renzi, però e per davvero, potrebbe essere il malumore che cova crescente dentro Area dem (Franceschini), tra i Giovani Turchi (Orlando) e tra i Popolari di Fioroni. Ecco, se domenica fossero loro a far mancare i voti, alla «mozione» Renzi (dimissioni e congresso anticipato), allora sì che sarebbero guai.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 15 dicembre 2016 pag 9


Il punto della situazione sul congresso del Pd ieri, 14 dicembre 2016, metà pomeriggio. 

Le notizie riportate sui giornali di oggi indicano che non solo la minoranza dem – pronta a impugnare lo Statuto del partito e, persino, pare a ricorrere al Tar (sic) in caso di ricorsi – ma anche lo stesso Renzi nutrirebbe forti dubbi sulla possibilità o legittimità di convocare il congresso del Pd già nel corso dell’Assemblea nazionale di domenica 18 dicembre. Lo scontro  verte su una diversa interpretazione dello Statuto. Per la minoranza è semplice: “o Renzi si dimette – spiega Nico Stumpo – si presenta dimissionario al congresso nazionale e questo si può svolgere in via anticipato, oppure, se non si vuole dimettere, il congresso non si può convocare prima del 6 giugno, quando scatta la convocazione ordinaria” (il congresso dem va convocato sei mesi prima della sua scadenza naturale, dicembre 2017). Sempre Stumpo mette tutti sull’attenti: “Sento parlare di Assemblea nazionale il 18, Direzione il 20 dicembre per eleggere la commissione congressuale e presentazione delle liste per il 20  gennaio! E il regolamento congressuale quando lo facciamo, sotto Natale?!”. Insomma, l’atteggiamento della minoranza è: “Se è così, se lo votano a maggioranza, il congresso, come hanno fatto con le riforme, così poi vediamo che fine fanno…”. Peraltro, la minoranza ha anche un altra arma: presentare una candidatura ‘di bandiera’ all’interno dell’Assemblea nazionale (Speranza?) per dilatare a dismisura il percorso congressuale (servirebbe, infatti, la convocazione di una nuova Assemblea per vagliare le candidature).

Dall’altra parte, i renziani – che comunque possono garantirsi il 50,1% dei membri dell’Assemblea nazionale (501 membri su 1000) solo con l’appoggio di altre aree interne (Area dem di Franceschini, Giovani Turchi di Orlando e Orfini, Sinistra nuova di Martina) – vorrebbero forzare le tappe e il percorso congressuale andando al congresso anticipato, senza che Renzi si debba presentare dimissionario. Salvatore Vassallo, che lo Statuto Pd lo ha scritto di suo pugno, ha spiegato ieri – sia pure in modo arzigogolato e barocco – sul giornale del partito, l’Unità – che “i gruppi dirigenti si possono rinnovare in due modi. 1) scioglimento ‘conflittuale’: dimissioni del segretario in caso di contrasto con la maggioranza dell’assemblea o di sfiducia dell’assemblea stessa verso il segretario. In questo caso, se il segretario si dimette, servono i 2/3 (maggioranza qualificata dei membri) per sostituirlo, se sfiduciato, è obbligatorio il ricorso a una nuova elezione del segretario; 2) scioglimento ‘non conflittuale’. Per proporre lo svolgimento di elezioni interne anticipate della sua carica il segretario può presentare le sue dimissioni ‘tecniche’ rendendo in questo modo l’Assemblea sovrana e libera di scegliere tra due alternative: accettare le dimissioni del segretario e decretare il suo stesso scioglimento, chiedendo al segretario di gestire il partito nella fase transitoria (fino, cioè, a nuove elezioni della carica di segretario), oppure eleggere un successore per il termine residuo del suo mandato”. Insomma, a norma di Statuto, parrebbe avere ragione Vassallo, ma il ragionamento è molto da Azzeccagarbugli e lo stesso Renzi parrebbe indeciso o dubbioso sul da farsi.  “Renzi sta riflettendo, in queste ore, sul da farsi, ma non ha ancora deciso”, dicono i suoi.

Nell’attesa ecco due articoli da me scritti, nei giorni scorsi, sul tema del congresso del Pd.

2) Primo pezzo pubblicato il 13 dicembre 2016, pag. 8.

“Resto segretario per il congresso”. Renzi accelera su tempi e regole. Primarie aperte per il leader. Sinistra dem in rivolta contesta, ma potrebbe lanciare Zingaretti.

AVERE, domenica prossima, il via libera, da parte dell’Assemblea nazionale del Pd – il massimo organo statutario del partito democratico, detto anche “l’Assemblea dei Mille” perché conta mille e più delegati e che, volendo, può eleggere il segretario (Guglielmo Epifani, per dire, fu eletto lì) – per la convocazione anticipata del congresso nazionale. In modo da eleggere, entro marzo, il segretario e, quindi, il candidato premier con un «bagno di popolo» da tenere domenica 26 febbraio o 5 marzo, le due date individuate da Renzi per la giornata campale, quella delle primarie aperte a tutti, iscritti al Pd e semplici elettori, sbaragliando gli avversari, ancora molto incerti sul da farsi, ma che, se non vogliono finire male come Cuperlo contro Renzi potrebbero cercare di convergere su un nome «terzo».
Non Roberto Speranza, dunque, il candidato ‘naturale’ della minoranza, che però non gradirebbe affatto verdi mettere da parte e neppure il governatore della Puglia, Emiliano, che è il ‘cavallo di razza’ su cui punta D’Alema, ma l’attuale governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che non a caso ieri ha fatto sentire la sua voce – molto critica – sul Pd. Obiettivo finale di Renzi – e non certo della minoranza – «elezioni politiche il prima possibile», a giugno. Eppure, stabilito che il congresso sarà vero e seguirà la trafila classica (congressi di circolo-congressi di federazione, cioè provinciali, entrambi riservati ai soli iscritti; selezione delle candidature, tre, per le primarie aperte a tutti) e che, dunque, non ci sarà alcun ‘congresso volante’, come volevano i renziani ortodossi (via la trafila dei congressi di circolo e federazione, solo liste collegate ai candidati e poi primarie aperte), la «gabola» c’è, anche se non si vede. Infatti, i congressi di circolo e federazione non eleggeranno i segretari dei medesimi organi, elezioni che saranno rinviate dopo le primarie, come pure l’elezione dei segretari regionali e dei congressi regionali che per Statuto si eleggono dopo.

IL DIAVOLO, come si sa, sta nei dettagli. Uno è quello citato, l’altro è che Renzi non si dimetterà da segretario, come invece chiede la minoranza, appellandosi allo Statuto: lo spiegano due costituzionalisti, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, che lo statuto del Pd l’hanno scritto. Vassallo scrive, via Twitter, che: «Non è necessario che Renzi lasci la segreteria per anticipare il congresso, se l’assemblea condivide il percorso indicato». Ceccanti ripete lo stesso concetto, richiamando anche un articolo dello Statuto (articolo 3).
È questa la road map che il premier ormai ex, ma ancora segretario dem in carica, illustra, ieri, in Direzione nazionale, dove non solo si è presentato, in maglioncino blu e camicia bianca senza giacca (si pensava non l’avrebbe fatto), ma ha anche parlato, a fine riunione.
La minoranza dem che fa capo all’area Speranza-Bersani (Sinistra riformista) preannuncia battaglia, ma le loro armi appaiono assai bagnate: non hanno candidati di grido e di peso, anzi sono divisi tra la candidatura del governatore toscano Rossi, quella possibile di Emiliano e quella che sembrava certa fino a ieri dello stesso Speranza, e, soprattutto, hanno poche armi in mano per impedire che si metta in moto la macchina congressuale.

Renzi, a fine dibattito, dunque parla – mentre Orfini, presidente dei lavori della Direzione, lo guarda esterrefatto perché gli aveva chiesto di non aprire, ora, il dibattito sul partito –: lo fa perché “si è molto indispettito”, dicono i suoi, proprio dopo l’intervento di Speranza. Il giovane delfino di Bersani – dopo aver presentato un documento sul governo Gentiloni che neppure viene votato, in Direzione, e che puntava a porre una “fiducia condizionata” – chiede di «cambiare rotta radicalmente o il Pd muore» e lancia la sfida a Renzi: «Dica con chiarezza se non c’è spazio nel Pd per chi ha votato No, senza nascondersi dietro agli insulti su Internet e alle manifestazioni davanti al Nazareno». Parole che suscitano un gran brusio e molti malumori in platea, da parte di renziani e non, e che, nonostante l’intervento ironico e pacato di Cuperlo («Non ho paura del voto, ho paura del risultato del voto…») che cerca di riportare i lavori a un clima più disteso, spingono Renzi a intervenire, appunto, in replica finale: «Io sono dell’idea – dice secco – che si dovrebbe rispettare lo Statuto e domenica l’Assemblea dovrebbe decidere se si fa il congresso».
Certo, se regge il “patto di sindacato” con le due macro-aree interne ‘a-renziane’ (Area dem di Franceschini e Giovani Turchi che però, ieri, sono rimasti seccati e silenti: giocano «a carte coperte, per ora», dicono preoccupati i renziani), problemi di numeri Renzi non li avrà. Un congresso, dice Renzi, che dovrà avere come obiettivo elezioni «imminenti» perché «nei prossimi mesi, lì andremo». Insomma, data la «piena fiducia» al governo Gentiloni, come ha sottolineato il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, nell’introduzione, «domenica prossima – spiega un big del Pd – l’Assemblea voterà un ordine del giorno in cui chiede alla Direzione di convocare il congresso (ma serve la maggioranza degli aventi diritto, per farlo, quindi 500 dirigenti del Pd su 1000, ndr), la Direzione nominerà la commissione per il regolamento e faremo congresso e primarie al massimo entro marzo».

UN PERCORSO che vede, appunto, la contrarietà netta della sinistra interna: non ha, ad oggi, i numeri per bloccare l’approvazione di un ordine del giorno in Assemblea, ma darà battaglia. «Il congresso si deve fare – dice Nico Stumpo – ma le regole devono essere rispettate. Renzi si dovrebbe dimettere. Altrimenti il congresso va convocato sei mesi prima della scadenza, il 6 giugno 2017…» (in teoria è previsto per dicembre 2017). La minoranza potrebbe – spiega Stumpo – presentare un proprio candidato anche in Assemblea per allungare i tempi. Primi tiri di fioretto, a colpi di regolamento, in attesa della battaglia vera e propria, quella congressuale, che si giocherà a colpi di mazza ferrata.


3) Secondo pezzo pubblicato lunedì 12 dicembre, pag. 9.

Congresso Pd, la sfida finale. “Matteo si gioca tutto alle primarie”. Due date (26 febbraio o 5 marzo), poi elezioni

MATTEO Renzi è tornato nella sua Pontassieve «a fare l’autista» a moglie e figli. Ha espresso dubbi persino sullla semplice sua partecipazione, oggi, alla Direzione nazionale del partito che, pur convocata in modo «permanente», mercoledì scorso ha visto solo la relazione del segretario, ma senza apertura di alcun vero dibattito, rimandato ad oggi. Renzi spiega ai suoi: «Non vorrei parlare in pubblico per un mese. Vorrei che si parlasse del governo di Gentiloni, dei problemi del Paese, non di me. Il confronto, anche duro, che ci dovrà essere, dentro il Pd, si trasformerà in una corrida, so che sarà così e mi sta bene, ma vorrei evitare che succeda oggi, almeno per rispetto a Paolo (Gentiloni, ndr.)». Alla fine, però, il segretario andrà alla Direzione e lo scontro vero si aprirà subito, prima ancora del fine settimana in cui si terrà l’Assemblea nazionale. Infatti, l’Assemblea del Pd, massimo organo del partito, è già stata convocata per il 18 dicembre e si terrà a Roma. Sarà lì che Renzi potrebbe annunciare le dimissioni anche dalla carica di segretario, come è pure tentato di fare. Anche perché, se non si dimettesse, come già eccepiscono in molti, il congresso andrebbe indetto non prima di sei mesi del suo svolgimento, cioè a… giugno 2017… I suoi lo frenano e stanno cercando un modo per indire lo stesso il congresso subito.
Renzi ha già individuato due date possibili, e molto ravvicinate tra loro: il 26 febbraio o il 5 marzo, per tenere il «giorno glorioso» che determina la fine del congresso, la celebrazione delle primarie, ovviamente «aperte» a iscritti e non del Pd purché firmino la «carta degli intenti» e versino un piccolo obolo (di solito si tratta di 2 o 5 euro e le primarie sono aperte anche al voto dei 16 enni, oltre che degli immigrati dotati di regolare permesso di soggiorno, fonte di infinite polemiche, nel recente passato, specie in primarie locali poi annullate o contestate come è successo, per ben due volte, a Napoli…). L’obiettivo del premier dimissionario resta sempre lo stesso, dal giorno (anzi, dalla notte), delle sue dimissioni: fare il congresso il prima possibile per andare a elezioni, una volta fatta la nuova legge elettorale dal Parlamento, il prima possibile (al massimo a giugno).

IN OGNI CASO – che vada oggi in Direzione, come sarà, e che si presenti, o meno, dimissionario all’Assemblea nazionale – resta il fatto che Renzi e i suoi stanno per lanciare l’ultima sfida, quella – davvero – della vita: congresso straordinario del Pd per ottenere, subito dopo, le elezioni. Per quanto riguarda il congresso, Renzi e i suoi hanno davanti a loro due strade, entrambe, però, assai difficili, se non perigliose. La prima, quella più hard, farebbe infuriare la minoranza al punto da dire «gioco falsato, regole farlocche, noi non giochiamo più», con conseguenze disastrose per il Pd: la scissione sarebbe più vicina.
La strada è quella del congresso «volante». Vuol dire saltare le istanze di base (congressi di circolo e federazione, riservati solo agli iscritti, e congressi regionali, che comunque, per Statuto, si devono tenere dopo il congresso nazionale) e fare solo le primarie nazionali per la candidatura a segretario e la premiership, due cariche coincidenti per Statuto. La selezione della classe dirigente starebbe solo nelle «liste» collegate al candidato segretario per comporre la nuova Assemblea nazionale la quale poi elegge la Direzione.
SAREBBE una forzatura che troverebbe non solo l’aperto dissenso della minoranza dem, l’area di Speranza e Bersani che, con Davide Zoggia, chiede apertamente a Renzi «di dimettersi, scindere le figure di segretario e candidato premier e fare un congresso vero». Anche Area dem (Franceschini) e i Giovani Turchi – ieri hanno parlato sia Matteo Orfini per assicurare che «nel momento in cui si apre il congresso, la gestione la fa un organismo terzo», sia Andrea Orlando che vuole «ripensare il Pd», ma non si candiderà contro Renzi – potrebbero nutrire dubbi e perplessità sull’iter accelerato che ha in mente il segretario, frenando l’impeto dei renziani che, sostanzialmente, puntano a primarie «confermative» (modello Prodi 2005 più che Bersani 2012, quando quest’ultimo vinse contro Renzi).

ECCO perché la seconda strada, più soft, oltre che classica, dovrebbe prevalere. Congresso ordinario con tutta la trafila: congressi – che i renziani chiamano «convenzioni», cioè con ridotti poteri di elezione dei segretari delle istanze medesime – dei circoli e delle federazione provinciali, congressi riservati ai soli iscritti, selezione delle candidature per il congresso nazionale con liste connesse dove le aree interne (o ‘correnti’) e, infine, elezione del segretario-candidato premier tra i diversi candidati con primarie «aperte», dove cioè votano tutti gli elettori e simpatizzanti del Pd che, versando un piccolo obolo e sottoscrivendo la ‘Carta degli Intenti’, possono votare anche se non sono  iscritti. In ogni caso, i tempi resterebbero gli stessi. Dalla data di indizione (18 dicembre) al giorno delle primarie (26 febbraio o 5 marzo) Renzi vuole chiudere la pratica congressuale in due mesi.
Al segretario non interessa nulla della trafila burocratica dei ‘congressini’ – che verrà gestita, come al solito, dall’uomo d’ordine, e ordinato, Lorenzo Guerini – ma la sfida finale: punta a una piena legittimazione popolare («almeno due milioni di voti»). «Vincere il congresso, ma vincerlo dopo, con un congresso ordinario semi-estivo», spiegano i suoi, sarebbe troppo tardi per tutto, soprattutto per preparare una campagna elettorale a Politiche anticipate (da fare a giugno, non oltre) che sarà ben più sanguinosa.

NB: Questi due articoli sono stati pubblicati lunedì 12 e martedì 13 dicembre sul Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Tregua armata tra le anime del Pd e radiografia di truppe e leader. In campo i ‘frenatori’: Franceschini, Orlando e altri

NB: QUESTO PEZZO E’ STATO SCRITTO IERI, 6 dicembre 2017, SOLO STAMANE E’ ARRIVATA LA NOTIZIA CHE RENZI HA DECISO DI CONVOCARE LA DIREZIONE PER BREVI COMUNICAZIONI, SENZA ALCUN DIBATTITO SUCCESSIVO, RIMANDATO A UN ALTRA DIREZIONE DEL PD.

Franceschini

Il ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini

MATTEO Renzi ha cambiato idea e la Direzione di oggi pomeriggio da quella della «resa dei conti» diventerà quella della «tregua», sia pure «armata». Proporrà di appoggiare un governo istituzionale, anche se fissando dei «paletti»: «serve un governo con numeri larghi, con tutti dentro, a partire da Berlusconi – ha spiegato ai suoi – sennò ci sparano addosso e ci dissanguiamo come fu con Monti». La Direzione di oggi, dunque, potrebbe durare assai poco e poi riaggiornarsi a dopo le consultazioni per capire se, per davvero, nascerà un governissimo o meno. Perché «se le risposte degli altri saranno negative, il bivio si riproporrà e allora sì che Matteo forzerà tutti noi per andare al voto subito», spiega un esponente della maggioranza dem che ancora non ne ha capito le reali intenzioni.

MA SE domani – dopo la salita al Colle per le dimissioni formali che Reenzi farà stasera, dopo la Direzione di oggi pomeriggio, appena verrà sigillata dal Senato la legge di bilancio – “è un altro giorno” e, dunque, «si vedrà» quale governo fare (‘istituzionale’ a guida Grasso o ‘elettorale’ a guida Gentiloni o Delrio o Padoan), supportato da chi (l’attuale maggioranza che Renzi e Alfano dichiarano “esaurita” nei suoi compiti di legislatura, quella Pd+Ncd+centristi oppure un altra più larga, che arrivi almeno a Forza Italia per fare la legge elettorale e affrontare i problemi più urgenti, un governo tecnico dimissionario, guidato da un ministro di Renzi o da Renzi stesso dimissionario che si limiti a portare il Paese al voto) e con quali compiti e scadenze (elezioni a breve nel 2017, appena possibile, o governo istituzionale che traguardi la fine  legislatura, febbraio 2018) , per ora c’è «l’oggi» e ci sono quanti, nel Pd, hanno convinto Renzi a soprassedere alla voglia di gridare “muoia Sansone, con tutti i Filistei”, riportandolo a più miti consigli.
I ‘frenatori’ del voto anticipato, ovvio, allignano e prosperano, da sempre, ma oggi con molte più chanches di prima, all’interno del Pd. Si chiamano, nell’ordine Franceschini Dario (ex Dc-Ppi, ex vice di Veltroni, ministro, leader di Area dem, 80/90 parlamentari, di cui 50 deputati e 40 senatori, 20% dei voti in Direzione), Orfini Matteo (presidente del Pd, ex dalemiano, capofila dei Giovani Turchi, 6 parlamentari, quasi tutti deputati, 12% in Direzione) e Andrea Orlando (ministro, falso – pare – che abbia litigato con Orfini, ma più sensibile di lui agli umori della sinistra interna e possibile rivale di Renzi a un congresso), Martina Maurizio (ministro, leader della nuova corrente, nata dalla rottura con Bersani, ‘Sinistra&cambiamento’, 70 parlamentari: 50 deputati, 20 senatori), Beppe Fioroni (30 deputati, leader dei Popdem ex Dc), vecchio squalo del Transatlantico e della continuità.
Sono stati loro che, dopo aver rinnovato «fiducia» e garantito «lealtà» al premier nelle prime 48 ore, hanno sconfitto la strada che cercava a tutti i costi il premier, le elezioni.
Come dice a QN il vicepresidente del Senato, Francesco Verducci, «abbiamo ragionato insieme (tra noi e con Renzi, ndr): condividiamo l’esigenza del voto anticipato, ma bisogna attendere la sentenza della Consulta e fare la nuova legge elettorale. Serve un governo di scopo nel rispetto delle scelte di Mattarella, ma evitando governi tecnici alla Monti 2011».

Gli uomini di Franceschini lo dicono in modo meno diplomatico: «andare al voto subito sarebbe da irresponsabili, Renzi deve capirlo e la sentenza della Consulta (attesa il 24 gennaio, ndr) lo impone». Ecco perché Renzi e il suo «giglio magico» (Lotti, Boschi, Nardella, cui si è ricongiunto Richetti e che gode ancora dell’appoggio fedele dei «cattorenziani» del ministro Delrio, oltre che del vicesegretario Guerini: 40% di voti in Direzione, ma solo 40 parlamentari davvero convinti con loro a ogni costo) devono far buon viso a cattivo gioco. Da queste lunghe – e sfibranti – consultazioni dentro il partito ne è uscita, dopo il forcing di Mattarella («inconcepibili elezioni anticipate subito») e l’annuncio della sentenza della Corte, fissata al 24 gennaio, la nuova linea di Renzi: l’ok (formale) a un governo istituzionale, quasi certamente a guida Grasso, per fare la legge elettorale e «andare al voto», certo, ma non tanto presto: se tutto va bene, a fine aprile, con il rischio concreto di vedersele far slittare fino a a ottobre (la sentenza della Consulta, il 24 gennaio, avrebbe comunque bisogno, pur se fosse ‘autoapplicativa’, di 20 giorni di tempo per pubblicare le motivazioni, poi comunque il Parlamento e il governo dovrebbero fare una legge elettorale per applicare le nuove norme, il tempo continuerebbe a scorrere e da quando vengono sciolte le Camere servono 60 giorni per indire i comizi elettorali). Nel frattempo si potrà fare, volendo, un congresso del Pd «vero» e lì si riaprirebbero i giochi. I Giovani Turchi potrebbero lanciare il ministro Andrea Orlando, forse appoggiato dalla sinistra, la sinistra interna stessa rilanciare Roberto Speranza in tandem con Letta o, forse, convergere su Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, i franceschiniani sganciarsi da Renzi e cercare un nuovo candidato all’interno dell’area centrista e governativa del Pd.

Il frontman nel far scendere Renzi a più miti consigli, è stato proprio Franceschini, in contatto continuo con il Colle, mentre Orfini e Martina erano più affini alla linea dura. E potrebbe, a questo punto, tornare in gioco anche la sinistra dem. A lungo dissanguata da scissioni e perdite (erano 120 i parlamentari di Area riformista, ora sono solo 50: 30 alla Camera, 20 al Senato, 25% in Direzione, se ne sono andati prima Civati, che ha fondato ‘Possibile’, poi D’Attorre e Fassina, confluiti in Sel-SI poi Mineo, altri potrebbero farlo), ora ringalluzzita, grazie alla vittoria del No, spera di potersi appoggiare al «partito dei frenatori» per isolare Renzi oggi e, soprattutto, per poterlo sconfiggere, al congresso, domani. Poi, certo, resta sempre in piedi l’ipotesi che Renzi «tiri dritto». Lo dice, a un amico deputato, Delrio: «Vogliamo un governo solo per fare la legge elettorale, con tutti, ma per votare subito, non un governo che duri molti mesi per farci dettare la linea da Berlusconi e da Bersani e per farci sparare contro da tutti gli altri». A quel punto, Bersani, l’altra sera in televisione, tracciava l’ipotesi estrema: «Serve tempo per fare un governo, rifare la legge elettorale, affrontare le emergenze del Paese. Bisogna completare la legislatura e fare il congresso a scadenza naturale (ottobre 2017, ndr.). Se, invece, Renzi fa il PdA, il Partito dell’Avventura, allora non mi resterà che uscire dal Pd». Nel Pd, a quel punto, resterebbe solo Gianni Cuperlo (leader di Sinistra dem), a sinistra, forse manco lui.

NB: questo articolo è stato pubblicato il 7 dicembre 2016 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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Il Senato italiano

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Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi

UN DOCUMENTO di sette cartelle sulla «forma partito» è stato scritto da un gruppo di lavoro composto da tutte le “anime” del Pd: i vicesegretari Guerini e Serracchiani, il presidente Orfini e un esponente dem per ogni corrente, minoranze comprese (il bersaniano Nico Stumpo, il cuperliano Andrea De Maria, la bindiana…

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