Mattarella, a colpi di citazioni di Einaudi, mette molti paletti al prossimo governo gialloverde su nomina del premier, lista dei ministri, rispetto della Costituzione

mattarella parla

Il Capo dello Stato parla alla fine delle consultazioni

Ettore Maria Colombo – ROMA

Se mai nascerà il governo gialloverde avrà davanti a sé un contrappeso istituzionale saldo, inflessibile e duraturo. Si chiama Sergio Mattarella e, di professione, fa il presidente della Repubblica. Il presidente ‘mite’ e ‘schivo’, non vuole certo diventare il ‘Cossiga’ della situazione e aprire una stagione di conflittualità permanente tra lui e il presidente del Consiglio che verrà (nel caso di Cossiga era Andreotti). Ma ormai è chiaro che, di fronte a un possibile governo che presenta rischi e dubbi, Mattarella ha deciso di ergersi a ‘Lord Protettore’ di una Repubblica la cui Costituzione e il cui ordinamento nessun governo, neanche quello frutto dei “due vincitori” delle elezioni del 4 marzo, possono violare. Per far capire a Di Maio e Salvini cosa devono aspettarsi, il Capo dello Stato ha scelto una ricorrenza particolare, i 70 anni dal giuramento del primo presidente della Repubblica, il liberale, già ministro del Bilancio di De Gasperi, Luigi Einaudi, e una cerimonia pubblica nel suo paese natale, Dogliani. In un discorso di 13 cartelle, infarcito di citazioni testuali delle riflessioni di Einaudi, è come se Mattarella lanciasse, a ogni passo, un uppercut in volto a Lega e M5S. Il primo gancio è sulla ‘fase’: “Quella italiana era una democrazia in bilico, ma uscì vincente dalla prova” perché “la divaricazione” tra maggioranza e opposizione non si tradusse mai in una democrazia dissociativa”.

Traduzione: se pensate di andare al governo calpestando i diritti dell’opposizione parlamentare vi sbagliate di grosso. Passa a criticare i rischi dell’“assemblearismo” che Einaudi temeva (“Il governo dell’assemblea è la tirannia della maggioranza”): vi si legge una critica velata alla scelta di Casaleggio di far votare online il programma di governo.
Poi Mattarella delinea i compiti del presidente della Repubblica con piccolo ‘ripasso’ di diritto costituzionale: “il presidente non è un notaio, la lezione di Einaudi è quella di una penetrante moral suasion nei rapporti con il governo”. L’inquilino del Colle non è “un notaio”, ma un “tutore”. E “pedante” per i suoi continui “consigli, previsioni, esortazioni”, come disse di sé stesso Einaudi, snocciola gli articoli della Costituzione che lo indicano: il 92 (nomina del premier e dei ministri, particolare su cui si sofferma, portando a sostegno una nota scritta di Einaudi); l’87 (autorizzazione dei disegni di legge in Parlamento); l’81 (rispetto dei vincoli di bilancio). E proprio qui casca l’asino.

L’intervista con cui ieri l’ideologo della Lega, Armando Siri, ha sostenuto che la flat tax si può coprire, il primo anno e i seguenti, “con un bel condono”, ha fatto alzare più di un sopracciglio, al Colle. La risposta è glaciale: Einaudi rinviò due leggi approvate dal Parlamento “perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art.81 della Costituzione” e, per inciso, superò da vincitore il contrasto con l’Esecutivo.Basta? No. Mattarella cita quando, dopo le elezioni politiche del 1953, Einaudi “non ritenne di avvalersi delle indicazioni della Dc” e nominò un suo esponente, Giuseppe Pella, a capo di un governo che fu un vero “governo del Presidente” (la formula usata era “governo d’affari”). Il messaggio, neppure troppo cifrato, vuol dire una cosa sola: non fatemi perdere la pazienza, fate le cose per bene, altrimenti passate la mano che lo faccio io un bel governo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 maggio 2018 sul Quotidiano Nazionale. 

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No del Quirinale a M5S (“Niente elezioni in estate”) e a Salvini (“Niente governi di minoranza”). Restano in piedi un “governo di tregua” o le urne a ottobre

NB: Qui di seguito trovate due articoli sulle mosse del presidente della Repubblica rispetto alla difficile crisi di governo che si è aperta da due mesi. Le possibilità: governo di scopo (o istituzionale) oppure urne a ottobre, ma in ogni caso niente elezioni a giugno. Invece, per approfondimenti, spunti e analisi sulla crisi di governo rimando alla sezione del mio blog intitolata “Dizionario della crisi di governo” dove ogni particolare è spiegato voce per voce. 

Il link al mio articolo di oggi, Primo Maggio 2018, x @quotidiano.net sul ruolo del Presidente Mattarella nella difficile crisi di governo del Paese.

https://www.quotidiano.net/politica/governo-ultime-notizie-1.3881939/amp?__twitter_impression=true

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

 

  1. Mattarella: no al voto anticipato a giugno. “Governo di scopo” o urne a ottobre. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Niente elezioni anticipate a giugno, il punto fermo, da cui non si prescinde e da cui il Capo dello Stato non defletterà. Per il resto, solo “riflessione e ascolto”, verso le posizioni delle forze politiche, non senza una punta di irritazione. Infatti, Mattarella, conferendo al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo per verificare, sul lato M5S- Pd, la possibilità di fare un governo, si attendeva e chiedeva “novità pubbliche, esplicite e significative”. Era già rimasto scottato dal mai nato (ma tanto a lungo ventilato e agitato) dialogo tra il centrodestra e i 5Stelle cui, tra due giri di consultazioni e un mandato esplorativo alla Casellati, presidente del Senato, il Capo dello Stato aveva concesso ben 20 giorni di tempo, spesi inutilmente. Ma le novità che sono arrivate dal Pd con l’intervento pubblico di Renzi sono state tutte negative: aspettare la Direzione del Pd è pleonastico, ma Mattarella la aspetterà in ogni caso per una forma di rispetto al Pd. Oggi, per la Festa del Lavoro, Primo Maggio, Mattarella terrà un discorso pubblico, sì, ma ristretto al dolente tema delle ‘morti bianche’, poi rifletterà ancora. Eppure, il Capo dello Stato, stanco di tanti, troppi, atteggiamenti e dichiarazioni “elettoralistiche”, credeva che, dopo le elezioni in Friuli e soprattutto dopo ben 40 giorni di crisi, i partiti formulassero proposte “chiare e responsabili”. Ma, proprio ieri, il leader dell’M5S, Di Maio, è arrivato a chiedere, pubblicamente, le urne anticipate a giugno. Una richiesta che, certamente, è ‘pesante’, ma che, per ora, non è sorretta da Matteo Salvini, il quale fa invece sapere di stare lavorando “a un governo senza il Pd, ma non per il voto anticipato”. Salvini, cioè, chiederebbe al Colle di avallare la nascita di un governo di centrodestra ma sotto forma di governo di minoranza. Ipotesi, già avanzata da Berlusconi per conto del centrodestra, che il Colle giudica però irrealistica e infattibile.

Quali le strade da percorrere, dunque, per Mattarella? La prima è: niente elezioni anticipate, né giugno né tantomeno a luglio. Per votare il 24 giugno la finestra elettorale si chiude il 9 maggio, ma in realtà è già chiusa. I tradizionali 45/70 giorni per indire i comizi elettorali, come prevede la Costituzione, vanno integrati con le norme applicative per il voto degli italiani all’estero cui servono 60 giorni pieni. Dunque, resterebbe luglio, ipotesi che, solo nel sentirla, al Quirinale allargano ironici le braccia: “semplicemente non esiste”.

La seconda strada è doppia. O un “governo di tregua”, più che “del Presidente”, sorretto da tutti i partiti e guidato da un giurista (il presidente della Consulta Lattanzi o Cassese) che traghetti il Paese oltre la necessaria approvazione della Legge Finanziaria (la sessione di bilancio inizia il 15 ottobre e, da quel giorno in poi, andare a votare “è follia”) e che riesca a scrivere una nuova legge elettorale o modifichi, quantomeno, quella attuale, il Rosatellum, introducendo il premio di maggioranza (alla lista o alla coalizione?). Un governo con un mandato che, di fatto, scavallerebbe il 2018 e permetterebbe all’Italia di non votare prima del 2019 inoltrato, forse con le elezioni europee che si terranno il 24 maggio 2019. Oppure un governo ‘elettorale’, di breve se non brevissima durata, per tornare al voto entro fine settembre (e non dopo, causa, appunto, l’arrivo della Legge di Stabilità in Parlamento) senza che, a meno di miracoli, sia stata cambiata neppure la legge elettorale. Una soluzione, quest’ultima, minimale quanto drammatica, ma che un Colle riluttante si potrebbe trovare a percorrere. In ogni caso, la strada di tenere in vita il governo Gentiloni, oggi in carica per il disbrigo degli affari correnti, non viene contemplata, al Colle: troppe le resistenze e le opposizioni dei partiti che hanno vinto le elezioni di fronte a un’ipotesi del genere, oltre alla riluttanza di Gentiloni di restare in sella. Quindi, se proprio le cose dovessero andare male, sarebbe un nuovo governo, di qualsiasi genere e comunque formato, a diventare l’esecutivo che porterebbe il Paese a urne anticipate e sarebbe questo il governo in carica per il disbrigo degli affari correnti, anche se probabilmente si tratterebbe di un governo di minoranza. 

NB: L’articolo è stato pubblicato il I maggio 2018 sul Quotidiano Nazionale a pag. 2. 


 

2. Il Colle è preoccupato. La strada delle elezioni anticipate si fa sempre più vicina. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Al Quirinale, oltre che la pazienza, stanno iniziando a perdere anche la speranza. La carta che il Capo dello Stato si era prefisso di non voler giocare mai, quella delle elezioni anticipate, torna prepotentemente sul tavolo. Naturalmente, le urne non si aprirebbero a metà giugno, quando voteranno centinaia di importanti comuni italiani. La finestra elettorale per votare a giugno sta per chiudersi, ora, tra il 2 e il 10 maggio (servono tra i 45 e i 70 giorni per convocare i comizi elettorali), ma ottobre o, meglio, fine settembre (per permettere al nuovo governo di approntare la manovra economica) è già un mese cerchiato in rosso. Certo, è l’extrema ratio, ma il Colle non può che registrare che progressi, allo stato, non ce ne sono, nelle trattative in corso tra i partiti. Vero è che quando, ieri pomeriggio, il presidente ‘esploratore’, Roberto Fico, ha riferito a Mattarella lo stato delle sue esplorazioni sul versante M5S-Pd si è detto ottimista: “Tra M5S e Pd il dialogo è avviato. In questi giorni – ha spiegato – ci sarà un dialogo in seno alle due forze politiche, aspettando la direzione del Pd della settimana prossima. Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto esito positivo ed è concluso” ha detto. Ma Mattarella conosce bene la ‘galassia’ dem, spifferi e correnti incluse: sa che, se Renzi si mette di traverso, ha i numeri dalla sua e che la Direzione del Pd, si concluda o meno con una spaccatura, il dialogo ha il destino segnato. Certo, Mattarella pazienterà almeno un’altra settimana. Alla Casellati e al tentativo di mettere insieme centrodestra e M5S ha dato 20 giorni di tempo, ne concederà altri sette al Pd.

In più, domenica ci sono le elezioni regionali in Friuli e il risultato potrebbe riaprire una riflessione nel centro-destra. Matteo Salvini – che ieri ha detto che “l’Italia è prigioniera dei litigi del Pd e delle ambizioni dei 5Stelle” – non ha mai chiuso la porta all’M5S e al Colle hanno registrato con attenzione questo passaggio. Invece Silvio Berlusconi è sicuro che “il dialogo Pd- M5S sarà del tutto infruttuoso”.

Con la Direzione dem fissata per mercoledì 3 maggio (e qui il Capo dello Stato avrebbe auspicato di certo una data più vicina), sarà giovedì 4 maggio il giorno in cui il Colle tirerà le somme di due tentativi, contrapposti, paralleli e infruttuosi. Se la Direzione dem dovesse, per miracolo, aprire al dialogo con i 5Stelle, Mattarella potrebbe dare un pre-incarico sempre al presidente della Camera, Fico, oppure potrebbe chiamare al Colle i leader dei due partiti per sentire dalla loro viva voce l’evolversi delle trattative.

Se, invece, come è probabile, l’ipotesi di accordo sarà negata dal Pd, Mattarella darà vita, quasi sicuramente, a un terzo giro di consultazioni, ma che sarebbe l’ultima campanella. Il Colle metterà i partiti davanti “alle loro responsabilità” e cercherà di formare un “governo del Presidente”, o un “governo di tregua”, ma ben consapevole che Lega e M5S potrebbero sottrarsi all’appello (solo Pd e FI no di certo) e che un governo del genere non avrebbe i numeri per ottenere la fiducia delle Camere. La possibilità che nasca, dunque, un esecutivo di minoranza, il cui unico compito sarebbe di portare il Paese al voto anticipato (e, forse, di cambiare la legge elettorale in tre mesi), resterebbe l’ultima strada. La scelta che mai Mattarella vorrebbe prendere potrebbe anche essere l’unica. 

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2018 sul Quotidiano Nazionale.

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