NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

Annunci

Renzi ottiene la firma di Cuperlo, non di Bersani. L’Italicum in teoria è già morto, ma non è chiaro cosa nasce al suo posto

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

L’ACCORDO raggiunto all’interno della commissione del Pd per modificare l’attuale legge elettorale (l’Italicum: è in vigore dal I luglio 2016 e batterebbe ogni primato: si tratterebbe della prima legge elettorale della storia repubblicana abbandonata prima ancora di entrare in vigore, persino la legge truffa del 1953 entrò in vigore, pur se poi venne abbandonata) presenta due risultati intrecciati e, di fatto, discordanti. Il primo risultato è politico: Gianni Cuperlo, leader di una piccola parte della minoranza Pd (Sinistra dem), è stato “ricondotto all’ovile”, da Renzi: voterà Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre. La vittoria del premier è, da questo punto di vista, indubitabile e il ritorno del ‘figliuol prodigo’ a casa (Cuperlo si candidò contro Renzi all’ultimo congresso, poi ruppe con Renzi, rinunciando al ruolo di presidente del Pd, poi oscillò a lungo, tormentato, tra fronte pro-Renzi e contro-Renzi) serve a dimostrare che l’altra minoranza, quella dei duri e puri di Sinistra riformista (Bersani-Speranza), «vuole solo farmi perdere», come è sbottato Renzi l’altra sera alla Leopolda: «quelli preferirebbero veder governare Di Maio e il M5S piuttosto che me».

IN EFFETTI, il fuoco di fila dei bersaniani contro l’accordo raggiunto dalla commissione interna del Pd ieri ha raggiunto lo zenit, pur senza coinvolgere mai, almeno ufficialmente, Cuperlo: «accordo inutile», «pura propaganda», «testo generico», «aria fritta» le parole dei colonnelli (Zoggia, Stumpo, Gotor, etc.) fino al «documento fumoso» con cui lo ha affondato Roberto Speranza. I bersaniani, al referendum, voteranno No e stanno facendo campagna attiva per questo e non solo per questo, ma anche per scalzare Renzi dalla guida del Pd se il No dovesse vincere.
Dall’altra parte i renziani, protagonisti della lunga e faticosa trattativa con Cuperlo, ieri ovviamente brindavano al lieto evento (Guerini: «Abbiamo fatto un buon lavoro», Rosato: «Ora nessuno ha più alibi») mentre lo stesso Renzi diceva soddisfatto ai suoi: «Ho dimostrato che so fare passi avanti, l’accusa del combinato disposto tra riforma istituzionale e Italicum non esiste più». Cuperlo, invece, attende ancora che il documento si sostanzi, come chiede in modo insistente, «in un impegno solenne di Renzi e del Pd».
Traduzione: Cuperlo vuole un voto ufficiale negli organi preposti del partito, cioè Assemblea nazionale, Direzione (soprattutto) e gruppi parlamentari. Anche perché l’altra richiesta, che era pure di Speranza, un ddl formalmente depositato alle Camere dal Pd, non c’è e non ci sarà fino al referendum. Recita il documento: «la totalità delle opposizioni è indisponibile a una verifica parlamentare» prima di allora. Cuperlo, però, si accontenterà – pare – anche di un semplice inserimento nel documento stesso della presa d’atto ufficiale che questo documento, e non l’Italicum votato dal Parlamento e legge dello Stato, è e sarà, per il futuro, il testo base di ogni intesa e proposta del Pd sulla legge elettorale.

E QUI si entra nel merito del documento e spunta il secondo risultato. La vittoria, qui, è tutta di Cuperlo: l’Italicum, di fatto, da oggi in poi non esisterebbe più. Vengono eliminati capilista bloccati, multicandidature e preferenze sostituite dai collegi (anche se non viene specificato se solo collegi maggioritari uninominali o collegi proporzionali stile Provincellum). Viene abolito il ballottaggio mentre il premio di lista resta ‘e/o’ diventa premio alla coalizione: due punti cardine dell’Italicum spazzati via in una paginetta. Infine, il premio di governabilità (di lista o di coalizione, non si sa) dovrà essere consistente ma moderato (quanto, però, pure non si sa) e viene sposata definitivamente la proposta Chiti-Fornaro per eleggere, con voto contestuale ai consigli regionali, i futuri senatori. La capitolazione di Renzi parrebbe definitiva: ballottaggio via, premio di governabilità contenuto, collegi invece di preferenze, coalizione invece che lista singola.
Fatta la legge, però, ecco trovato l’inganno. Lo spiega, con una nota, il bersaniano Federico Fornaro: «I collegi non si capisce se siano uninominali maggioritari o uninominali proporzionali. Il premio di maggioranza non è chiarito se va alla lista o alla coalizione e non è quantificato il numero di seggi che spetteranno a chi vince il premio (50/100/150?)».
La verità è che il documento dei saggi del Pd ha ottenuto il successo politico di riconquistare Cuperlo e di mettere nell’angolo, schiacciandolo su D’Alema, il duo Bersani-Speranza, in vista del referendum, ma dopo il 4 dicembre tutto può succedere. Se vince il No quel documento sarà carta straccia, se vince il Sì potrà essere modificato e piegato in tutti i modi a seconda di cosa vorrà fare Renzi sia della legge elettorale che della legislatura senza dire del fatto che, sull’Italicum, dovrà sempre e comunque pronunciarsi la Consulta.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 6 novembre 2016

Il documento del Pd sul nuovo Italicum c’è, ma la minoranza di Bersani dice No. Cuperlo, invece, sta pensando se dire Sì (nel testo il ballottaggio torna in forse)

Pier Luigi Bersani mentre fuma(va) il sigaro

Pier Luigi Bersani quando ancora poteva fumare il suo inseparabile sigaro Toscano…

LA BOZZA del nuovo Italicum, tenuta sotto chiave per tutto il giorno neanche fosse il Terzo segreto di Fatima, c’è, ma la minoranza del Pd si è già spaccata al suo interno nel valutarla. Bersani e Speranza bocciano il lavoro della commissione, Cuperlo ci crede e spera ancora. Ma vediamo cosa dice il documento. Per migliorare il «rapporto tra eletto ed elettore», la prima richiesta avanzata dall’unico membro della minoranza presente nella commissione istituita per cambiare l’Italicum, Gianni Cuperlo, indica due strade: abolizione totale o parziale delle candidature plurime (oggi fino a dieci) e dei capolista bloccati (dal partito). Come sostituirle? O con tutte preferenze (l’Italicum divide l’Italia in 20 circoscrizioni, a loro volta divise in 100 collegi in ognuno dei quali vengono eletti dai 3 ai 9 deputati, il primo bloccato, il capolista, gli altri con le preferenze) oppure con collegi uninominali (il Provincellum studiato dal renziano Parrini: 618 collegi uninominali che eleggono ognuno il primo piazzato con più voti tra le diverse liste).
Il documento lascia poi aperte due vie per garantire al tempo stesso la rappresentanza e la governabilità, la seconda richiesta di Cuperlo, che chiedeva di non schiacciare la prima a scapito della seconda. La prima via è l’apparentamento di liste o coalizioni tra il primo e il secondo turno (possibilità oggi vietata dall’Italicum), via che ha il pregio di mantenere il ballottaggio. La seconda è l’eliminazione del ballottaggio (ipotesi ammessa per la prima volta, e questa è la novità) «purché si trovi una soluzione che favorisca la governabilità». Traduzione: un premio di maggioranza di una qualche consistenza (15% o più sul modello caro ai Giovani Turchi, l’Italikos alla greca) alla prima lista (o coalizione) vincente.

INSOMMA, il documento redatto dal Pd non prefigura nessun modello precostituito e lascia due strade diverse aperte: il puro maquillage all’Italicum o la sua sostanziale abiura.
Il documento sulle modifiche all’Italicum è stato elaborato – si diceva – dalla commissione interna al Pd (cinque i membri che ne fanno parte: Guerini, Orfini, Zanda, Rosato, Cuperlo) che si è riunita ieri pomeriggio, ma che poi si è riaggiornata a un nuovo incontro (oggi? domani?) perché Cuperlo ha chiesto «qualche ora» per «valutare al meglio il testo».
DETTO del merito del documento, c’è da dire di chi, politicamente, lo ha già bocciato, ritenendolo «un puro esercizio di stile, un contributo al dibattito di cui, magari, parleremo dal 5 dicembre in poi»: la minoranza Pd di Area riformista che fa capo a Bersani-Speranza.
Ieri mattina, appoggiati a una colonna del Transatlantico, Bersani cercava di impedire a Cuperlo l’abbraccio mortale con Renzi («A Cuperlo ho detto che è molto difficile dire, come fa Renzi, che l’Italicum è ottimo e poi prendere l’iniziativa di cambiarlo»), mentre Cuperlo cercava di convincerlo che «bisogna cercare fino all’ultimo l’intesa». Nulla di fatto. La frattura interna alla sinistra dem rischia di non essere più ricomponibile. «Se la commissione ha prodotto un documento – dicono fonti vicine a Speranza – vuol dire che ha fallito il suo obiettivo. Serviva un ddl da incardinare subito in Parlamento, Cuperlo era andato lì, anche a nome nostro, solo per questo». «Se non c’è un ddl formale, e non c’è», dice Davide Zoggia, «avevamo ragione noi: è stato un lavoro inutile sin dall’inizio».
In campo renziano, il premier continua a difendere l’Italicum in pubblico («Una buona legge, ma sono disposto a cambiarla. Il ballottaggio dava garanzia di vittoria,,, Però a me va bene qualsiasi legge che non sia quella schifezza del Porcellum» ha detto anche ieri sera ) anche se – dicono i suoi – non pare disposto a rinunciare definitivamente al ballottaggio, i renziani difendono la genericità del documento prodotto («Non potevamo andare nel dettaglio perché era solo una prima stesura e perché poi prima c’è il referendum, poi c’è la Consulta che deve decidere la legittimità dell’Italicum…»), mentre Guerini, il Talleyrand di Renzi, ieri ha provato a sondare il terreno anche dei bersaniani. I quali, alla Camera, si erano tutti riuniti attorno Bersani (Speranza, Stumpo, Epifani, cui poi si è aggiunto Cuperlo) e poi hanno avuto un abbocamento con i ‘cugini’ separati di Sel che, con Scotto e D’Attorre, chiedevano lumi alla minoranza dem proprio sulla legge elettorale. E poi c’è la posizione di Cuperlo cui i renziani sono pronti, purché rompa con Bersani, a fare ponti d’oro: «Mi riservo un giudizio politico e di merito sul documento che poi sottoporrò a tutta la minoranza». Cuperlo, cioè, chiederà, entro pochi giorni, non solo una posizione ufficiale all’asse Bersani-Speranza (ma la risposta già si sa: sarà un secco «no»), ma anche «un impegno solenne del premier-segretario per fare le modifiche all’Italicum» e per far sì che quel documento diventi «la posizione ufficiale di tutto il Pd». Morale: Bersani e i suoi hanno già detto No alle modifiche all’Italicum e al referendum. Cuperlo vorrebbe dire Sì ad entrambe, ma si lascia una porta aperta: se Renzi non prende un impegno solenne il suo «Sì» potrebbe diventare «No». Il cerino in mano resta il suo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 novembre 2016 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Legge elettorale, il cantiere resta aperto. Italicum, Provincellum, Mattarellum 2.0: le diverse proposte e leggi a confronto

Il 'logo' dell'Italicum

Di nuovo si discute, tra le forze politiche italiane, di cambiare il sistema elettorale con cui si vota. Persino il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha imposto l’approvazione dell’Italicum con un doppio voto di fiducia in entrambi i rami del Parlamento (la legge elettorale è una legge ordinaria ma di solito, in quanto assai delicata, non vi si pone sopra la questione di fiducia) si dichiara disponibile ad ampi e consistenti cambiamenti. Tra le correnti, di minoranza e non, del Pd, come degli altri partiti presenti in Parlamento, fioccano diverse e complesse proposte di modifica. Eppure, dal I luglio scorso una nuova legge elettorale è in vigore: si chiama, appunto, Italicum. Nonostante questo, molti partiti o correnti interne ai partiti – Pd in testa – lo vogliono già cambiare. Decisiva, da questo punto di vista, la sentenza che la Corte costituzionale emetterà sul nuovo sistema elettorale il prossimo 4 ottobre, sulla base di alcuni ricorsi presentati da diversi oppositori all’Italicum nei tribunali di Messina e Torino. La Consulta potrebbe cassarlo in parte o in toto, l’Italicum, che a quel punto avrebbe la sua sorte segnata: per forza di cose dovrebbe iniziare, al più presto, l’esame di una sua revisione in Parlamento. Da sfatare, invece, il mito che al referendum costituzionale di fine novembre (o inizi dicembre) si voti ‘anche’ sulla legge elettorale. Non c’è alcun, concreto, ‘combinato disposto’ tra referendum e legge elettorale ma solo un ‘combinato supposto’. Gli oppositori di entrambi i sistemi (referendum e Italicum) sostengono che, approvandole entrambi, si crea una sorta di ‘dittatura della maggioranza’, cioè del partito vincente alle elezioni, anche rispetto all’elezione dei principali organi di garanzia costituzionale (presidente della Repubblica, giudici della Corte costituzionale e di altre alte Corti). Invece, i sostenitori di entrambi i sistemi ritengono, con qualche argomento, che anche la vittoria di un partito con l’Italicum, non pregiudicherebbe l’elezione dei giudici di garanzia e del Capo dello Stato perché, nella riforma che andrà al voto, i quorum sono stati tutti rivisti e tutti verso l’alto.

Ma vediamo, nel dettaglio, le diverse proposte di legge elettorale in campo, vigenti e supposte.

ITALICUM

E’ la legge elettorale in vigore in Italia dal I luglio 2016: vale solo per la Camera dei Deputati, così è espressamente formulata, in quanto chi l’ha proposta (il Pd di Renzi) l’ha legata in modo diretto alla riforma costituzionale la quale prevede che il Senato venga eletto in un’elezione di secondo grado e divenga una Camera delle Regioni, con i consiglieri regionali e i sindaci eletti come senatori. L’Italicum è, di base, un sistema proporzionale con sbarramento nazionale al 3%, premio di maggioranza che attribuisce 340 seggi su 630 (24 in più dei 316 necessari per avere la maggioranza alla Canera) alla lista che supera il 40% al primo turno e, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla vista vincente un ballottaggio tra le prime due liste da tenersi 15 giorni dopo il primo turno. Il punto dolente dell’Italicum è che non è prevista alcuna soglia di ingresso per accedere al secondo turno: una soglia di fatto troppo bassa per il ballottaggio più multicandidature e capolista bloccati sono i tre punti nel possibile mirino della sentenza della Corte costituzionale. Nei 100 collegi in cui si vota il capolista è bloccato, cioè vengono eletti automaticamente in caso di conquista di seggi, mentre gli altri candidati a seguire di ogni lista vengono eletti con le preferenze. Ammesse le multicandidature: un candidato può presentarsi fino a 10 collegi in contemporanea. Non sono consentiti apparentamenti e il premio di maggioranza è dato alla lista, non alla coalizione.

PROVINCELLUM

Per i renziani che l’hanno rispolverato, come il segretario toscano Dario Parrini, il sistema in vigore per l’elezione delle Province garantisce i vantaggi dell’Italicum e ne cancella le parti meno riuscite. E’ un sistema elettorale di base proporzionale che mantiene il premio di maggioranza e il doppio turno ma elimina capolista bloccati, multicandidature e preferenze. L’Italia verrebbe divisa in 630 collegi di base provinciale, simili ai collegi uninominali. I singoli eletti per vincere gareggiano non solo con gli altri partiti ma anche dentro ogni partito: viene eletto solo il più votato in ogni collegio. Dato che ogni partito ha un solo candidato in ogni collegio, il ballottaggio viene effettuato qui: se nessuno candidato raggiunge la soglia indicata al primo turno (40% o 50% a seconda delle proposte) il vincitore di ogni collegio si decide al ballottaggio tra i primi due candidati. Ma l’assegnazione dei seggi avviene a livello nazionale: la lista più votata, i cui risultati vengono ottenuti sommando collegio per collegio i candidati vincenti, otterrebbe 345 seggi, il 55% del totale.

MATTARELLUM 2.0

E’ la proposta avanzata pubblicamente, ma non ancora formalizzata in una proposta di legge, dalla minoranza bersaniana del Pd. In parte è una riedizione del Mattarellum (il sistema maggioritario a turno unico con recupero proporzionale con cui si è votato in Italia dal 1994 al 2001 compreso), in parte è un sistema del tutto nuovo e alquanto arzigogolato. Prevede l’elezione di 475 deputati (su 630) in collegi uninominali a turno unico (vince il seggio chi prende un voto in più degli altri). Gli altri 143 seggi, al netto dei 12 seggi da eleggere nelle circoscrizioni Estero, verrebbero così ripartiti: 90 seggi assegnati come premio di governabilità alla prima lista, ma con un limite di 350 deputati, 30 seggi alla seconda lista o coalizione, 23 seggi verrebbero divisi tra le liste che superano il 2% dei voti e hanno meno di 20 eletti.

SISTEMA GRECO

L’area dei Giovani Turchi del Pd, guidata da Matteo Orfini, ha proposto un sistema proporzionale sul modello greco: turno unico e premio di maggioranza al primo partito. Il premio è fissato al 15% (50 deputati su 350). Se nessuno lo raggiunge, i seggi vengono ripartiti tutti proporzionalmente.

ALTRE PROPOSTE

I piccoli partiti, Ncd su tutti, ma anche l’area Franceschini nel Pd, propone di tenere fermi i principi fondanti dell’Italicum (premio di maggioranza, ballottaggio, preferenze, capolista bloccati, ndr.) con una sola, ma sostanziale, modifica: assegnare il premio di maggioranza dell’Italicum non alla prima lista meglio piazzata, ma a una coalizione di più partiti, incentivando il potere coalizione delle liste principali. L’M5S, propone un sistema proporzionale puro senza soglie di sbarramento, con collegi intermedi tra piccoli e grandi, soglie di sbarramento diversificate preferenze, positive e ‘negative’. La verità è che ai Cinque Stelle va benissimo la legge attuale che c’è, l’Italicum. Tra i renziani del Pd c’è chi vorrebbe il ritorno sic et simpliciter al Mattarellum, con qualche minima correzione (assegnazione del 75% dei seggi con maggioritario a turno unico, proporzionale per il restante 25%) come ad esempio Giachetti mentre altri deputati del Pd o di altri partiti hanno depositato diverse proposte di legge: il deputato dem Lauricella vuole cancellare il ballottaggio dall’Italicum in modo che solo se un partito supera da solo il 40% dei voti otterrebbe il premio di maggioranza, altrimenti resta un proporzionale pure; il presidente del gruppo Misto Pisicchio propone di assegnare il premio di maggioranza solo alla coalizione e il ballottaggio valido solo se va a votare il 50% degli elettori.

NB. Questa scheda tecnica è stata pubblicata, in estrema sintesi, in un grafico apparso su Quotidiano Nazionale del 12 settembre 2016. 

#ildiavolovesteItalicum/10. Sistemi elettorali (4d) tra storia, tecnica e modelli. Ecce Italicum!

Dopo aver esaminato, in un primo articolo, il sistema proporzionale puro o semi- puro della Prima Repubblica (1948) e il tentativo di introdurre la legge truffa (1953) e dopo aver analizzato i sistemi elettorali della II Repubblica (Mattarellum, 1993, Porcellum, 2005, e Consultellum, 2014) completiamo l’analisi dei sistemi elettorali italiani con un approfondito esame dell’Italicum (NB. Tutti gli articoli precedenti sono rintracciabili su questo e altri miei blog).

Il 'logo' dell'ItalicumL’Italicum e’ un sistema proporzionale (di base), con premio di maggioranza (55% dei seggi), soglia di sbarramento unica (al 3%), circoscrizioni provinciali, capolista bloccati e, dopo, elezione in base all’ordine delle preferenze, doppio turno tra le prime due liste meglio piazzate se nessuna di esse raggiunge il 40% al primo turno. Sono questi gli elementi portanti dei 4 articoli  dell’Italicum, il sistema elettorale che sta per sostituire, a breve, il Porcellum. L’obiettivo è quello di garantire, attraverso un nuovo sistema elettorale, rappresentatività e governabilità all’Italia. Il ddl è un punto di incontro tra idee, proposte e sensibilità diverse che ha avuto diverse versioni e aggiustamenti in corso d’opera. Infatti, si parla di un Italicum 1.0, quello concordato all’inizio tra Renzi e Berlusconi, e di un Italicum 2.0, quello che, dopo una prima doppia lettura (non in copia conforme, tranne per l’art. 3) tra Camera e Senato, e’ stato discusso e votato dalla Camera dei Deputati a partire dal 28 aprile con approvazione finale entro il 4 maggio. Naturalmente, una volta approvato, l’Italicum diventerà ufficialmente legge dello Stato solo dopo la firma del Capo dello Stato Mattarella e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Resta da dire, in merito alle particolarità’ generali dell’Italicum, che esso entrerà in vigore solo a partire dal I luglio 2016 (cosi’ e’ scritto nel ddl) e che esso vale solo per regolare l’elezione della Camera dei Deputati in quanto il Senato della Repubblica, in base alla riforma costituzionale in itinere (due le letture gia’ completate, altre due quelle ancora da fare, secondo il ddl Boschi) verrà eletto con elezione di II grado all’interno dei 20 consigli regionali (non è ancora chiaro se in un listino a parte o solo tra i diversi consiglieri più’ votati). Resta inteso che, ove si procedesse a elezioni politiche anticipate e prima del completamento della riforma costituzionale, solo la Camera voterebbe con l’Italicum mentre il Senato voterebbe con il Consultellum (e cioè’ quanto rimane del Porcellum dopo la sentenza della Consulta del 2014) a meno di una ‘leggina’ che imponga anche al Senato il voto con l’Italicum, leggina che sarebbe, tuttavia, di dubbia è discutibile legittimità costituzionale.

Come e quando è nato, politicamente, l’Italicum (2014).
La base dell’Italicum sta, ancora oggi, nell’accordo Renzi-Berlusconi  meglio noto e detto come ‘Patto del Nazareno’. Un accordo, però, modificato più volte, nel corso del tempo e con il passare dei mesi. Prima in un incontro Berlusconi-Renzi del 29 gennaio 2014, poi con un accordo tra i partiti della maggioranza di governo (Pd-Sc-Popolari per l’Italia-Cd-Psi) – accordo a cui Berlusconi ha dato un sostanziale via libera prima il 12 novembre e dopo il 25 novembre 2014 per poi sconfessarlo, definitivamente, solo a inizio del 2015.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Uno ‘spagnolo’ modificato. Il nome Italicum arriva direttamente da Renzi, che lo ha definito così nella sua prima presentazione pubblica alla stampa. La base è quella del sistema elettorale spagnolo, ma modificato per adattarlo alle richieste dei partiti italiani, fino quasi a stravolgerlo. Infatti, dalla prima versione, studiata dal professore e politologo, Roberto D’Alimonte, e poi ‘sistemata’ politicamente dal ‘mago dei numeri’ di Forza Italia, Denis Verdini (oggi caduto in disgrazia, agli occhi del Cavaliere, anche e proprio a causa dell’Italicum…) nonche’ dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, i due plenipotenziari di Renzi e Berlusconi quando l’Italicum, a inizio del 2014, prese la sua prima forma, il nuovo sistema elettorale è molto cambiato.

Tanto per dire delle modifiche principali, si è passati dal premio alla coalizione al premio alla lista, dal turno secco al doppio turno, da una triplice soglia di sbarramento per scoraggiare i partiti minori (12% per chi correva con un insieme di liste in coalizione, 8% per una lista singola, 4,5% per una lista dentro una coalizione) a una soglia di sbarramento unica (3%), da una prevalenza di eletti con i listini bloccati, pur se sulla base di liste ‘corte’, riconoscibili, a un mix tra capolista bloccati e, a seguire, eletti con le preferenze. I cambiamenti sono stati dovuti sia alla rottura dell’accordo, che pure appariva di ferro, all’inizio, tra Renzi e Berlusconi nell’ormai celebre ‘patto del Nazareno’. Sia perche’ son ostate accolte, in parte, le richieste della minoranza del Pd, che spingeva per un diverso mix tra capolista bloccati e preferenze, anche se la contrarieta’ alla legge della minoranza e’ rimasta ancora in piedi nella versione: “ribaltiamo la proporzione”, e cioè nella richiesta di un rapporto ‘ribaltato’ (30% liste bloccate e 70% preferenze, richiesta rimasta inevasa). Sia perche’ i partiti ‘minori’ della coalizione di governo (Ncd in testa) hanno chiesto e ottenuto la soglia unica di sbarramento (3%). Diverse, dunque, le modifiche, in corso d’opera, al ddl.

Le tante modifiche apportate all’Italicum da Camera e Senato.

Tante, dunque, le modifiche che sono state discusse, registrate e introdotte nel secondo, e non definitivo, passaggio dell’Italicum, quello al Senato, dove – davanti all’ostruzionismo duro delle opposizioni e di parte della minoranza Pd (a partire dal ‘non voto’, o uscita dall’aula, visto che al Senato l’astensione vale come voto contrario, di 21 senatori Pd) – il governo e la maggioranza ha ‘cangurato’ (cioè superato con un maxi-emendamento, primo firmatario il senatore Pd Stefano Esposito) il testo che poi è confluito nel testo definitivo, votato e passato, di cui è stata relatrice Anna Finocchiaro, presidente della I commissione Affari Costituzionali, e che equivale, nei suoi quattro articoli fondamentali, al testo in discussione alla Camera Qui i lavori, iniziati il 28 aprile, sono andati avanti fino al 3 maggio, con la richiesta è il passaggio, da parte del governo, della questione di fiducia, fino alla sua approvazione finale.

Le infuocate polemiche politiche sull’Italicum: il voto di fiducia.

Non importa, qui, al fine di spiegare come è strutturato l’Italicum, seguire le vicende politiche che hanno causato prima la ‘sostituzione’ (ad rem,si dice in gergo tecnico, e cioè solo per la durata/discussione del provvedimento) di dieci (su 11) esponenti della minoranza Pd. Sostituzione che, sia pure avvenuta in mezzo a mille polemiche, non ha causato alcun cambiamento di forma né di sostanza del ddl. Infatti, la I commissione Affari costituzionali della Camera, presieduta da Francesco Paolo Sisto (FI, il quale e’ stato relatore anche in aula dell’Italicum, nonostante il suo partito si sia ‘dissociato’ dal testo e abbia annunciato voto contrario ad esso, insieme al relatore di maggioranza, Gennaro Migliore, Pd), di fronte alla volontà del governo di approvare l’Italicum nella versione licenziata dal Senato e senza alcuna possibilità di altre modifiche, si è dovuta limitare, la I commissione, a esaminare e bocciare tutti gli emendamenti che pure, da parte di partiti di maggioranza (Sc, Popolari, etc.) come di opposizione erano stati presentati, mentre le opposizioni stesse hanno boicottato i lavori della commissione, rifiutandosi di prenderne parte, dopo le sostituzioni inflitte ai membri della minoranza dem da parte della presidenza del gruppo, rifugiandosi in quello che, classicamente, si chiama ‘Aventino’. E neppure interessa, in questa sede, esaminare le polemiche politiche che hanno portato il governo a chiedere e ottenere – dopo il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità’ – il voto di fiducia sulla legge elettorale, voto di fiducia posto su tre dei quattro articoli del ddl (il III era stato approvato in copia conforme, come si è detto), con tre ‘chiame’ e tre votazioni nominali (per la cronaca: I fiducia passata con 352 sì’,207 no, 1 astenuto, 38 esponenti della minoranza dem usciti dall’aula; II fiducia passata con 350 si’, 193 no, 1 astenuto, Idem la minoranza dem; III fidúcia passata con 342 si’, 15 no, 1 astenuto, idem la minoranza dem). Importa solo sapere che, il 3 maggio 2015, l’Italicum e’ passato in via definitiva con il voto finale sul provvedimento da parte della Camera.

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Come sara’ l’Italicum versione ‘2.0’ (2015).

Il nuovo sistema elettorale sarà proporzionale (ovvero il numero di seggi verrà assegnato in proporzione al numero di voti ricevuti) e non, come erroneamente molti pensano, maggioritario (dove il calcolo dei seggi si fa sui collegi come nel Mattarellum), il calcolo sarà fatto su base nazionale (e non provinciale, come nel sistema elettorale spagnolo), utilizzando la regola “dei più alti resti”. Questa prima norma dovrebbe già favorire, almeno parzialmente, i partiti più piccoli, che con il cd. ‘collegio unico nazionale’ vengono avvantaggiati mentre con quello provinciale sarebbero penalizzati. naturalmente, a favorire il partito vincente c’e’ il premio di maggioranza (40%) da attribuire al I o al II turno (dipende da chi e quando vince al primo turno o al ballottaggio) consistente in 340 seggi.

Soglie di sbarramento. Come detto, si è andati incontro ai partiti più piccoli prevedendo una distribuzione dei seggi su base nazionale, ma, al tempo stesso, per limitare il proliferare di gruppi parlamentari, al riparto dei seggi potranno accedere solo le liste che supereranno la soglia del 3%. Una soglia, assai bassa e abbordabile da parte di molti degli attuali piccoli partiti e gruppi presenti sulla scena nazionale e in Parlamento. Nuova concessione – e altrettanto importante almeno quanto il calcolo dei seggi su base nazionale – chiesta e ottenuta dai ‘piccoli’ partiti (Ncd, ma anche Sc, etc.) della maggioranza che potranno così ottenere una cospicua loro rappresentanza. La critica principale a questa clausola è che, dato che ‘tutte’ le forze che siederanno all’opposizione non godranno del premio di maggioranza (premio che consiste in un blocco di 340 seggi e che va solo alla lista o partito arrivato primo, al I turrno o al II turno) e dovranno dividersi i 277 seggi restanti. Tali seggi saranno, pero’, solo 290, in base alla sottrazione da 630 seggi attuali ai 340 del premio di maggioranza, cui vanno sottratti anche altri 13 seggi: il seggio unico della Valle d’Aosta e i 12 seggi delle varie circoscrizioni Estero. Ne consegue che saranno, paradossalmente, più penalizzate le ‘forze maggiori’ della futura opposizione a fronte del rafforzamento delle forze ‘minori’ con un effetto di (prevedibile) frazionamento delle opposizioni più grandi. È poi prevista una soglia per le minoranze linguistiche nelle regioni (Trentino Alto-Adige) che le prevedono per legge: lo sbarramento è del 20% dei voti validi nella circoscrizione dove ogni lista si presenta. È invece saltata, nella seconda lettura del Senato, l’accordo per la norma ‘salva Lega’: prevedeva che i partiti che avessero ottenuto almeno il 9% in almeno tre regioni avessero comunque diritto a prendere seggi.

Circoscrizioni più piccole. Invece delle 27 circoscrizioni attuali previste dal precedente sistema elettorale, il cd. Porcellum (o Calderolum), si passa a circoscrizioni di dimensione minore. Saranno 100 collegi (in media di circa 600 mila abitanti ciascuno) e in ognuno verranno presentate mini-liste di circa 6/7 candidati.

Scheda elettorale. Sulla scheda elettorale, ogni elettore troverà, a fianco del simbolo di ciascun partito o lista, il nome del capolista bloccato di ognuno di essi e uno spazio dove potrà scrivere da un minimo di due (alternanza di genere) a un massimo di preferenze.

Liste bloccate e preferenze. Nella prima stesura dell’Italicum, le liste erano bloccate, ovvero i candidati venivano eletti nell’ordine con cui erano in lista (e cioè: se un partito aveva diritto a tre seggi, venivano eletti i primi tre della lista). Il sistema delle liste bloccate è però stato bocciato dalla Corte Costituzionale con la sentenza con cui ha bocciato, il 3 dicembre 2014, l’abnorme premio di maggioranza (in quanto privo di soglia di accesso) del Porcellum. Ha ritagliato, peraltro, la Consulta, con la sua ormai famosa sentenza, un sistema elettorale, in teoria immediatamente funzionante e operativo nel caso (di scuola) che l’Italicum non passasse e, dovendo ricorrere a elezioni anticipate, si dovesse avere comunque un sistema elettorale funzionante. Si tratta del cd. Consultellum, e cioè di un Porcellum deprivato del premio di maggioranza, con una o più preferenze, ma che mantiene lo stesso, complesso, sistema di soglie di sbarramento vigenti nel Porcellum. Nell’accordo finale, e così approvato dal Senato in II lettura, dell’Italicum, è invece previsto che solo i capilista siano bloccati (risultando come i primi ad essere eletti), mentre dal secondo eletto in poi scattano le preferenze (ma ogni elettore ne può esprimere solo due). Questo sistema avrà come conseguenza che i partiti più piccoli, che difficilmente riescono ad eleggere più di un parlamentare in una circoscrizione, vedranno eletti soli i capilista cd. ‘bloccati’, mentre i partiti più grandi, specialmente il primo, grazie al premio, avranno anche una quota di parlamentari scelti con le preferenze.
Peraltro, è rimasta in piedi, invece, la possibilità di presentare candidature multiple. I capolista potranno essere, cioè, inseriti nelle liste di ogni partito in più di un collegio elettorale, come già succedeva nel Porcellum, ma fino a un massimo di dieci. Nella prima bozza questa possibilità era esclusa. La traduzione pratica del combinato disposto delle liste bloccate e delle multi-candidature è che i partiti tenderanno a presentare, specie quelli più piccoli, lo stesso candidato (in genere, il leader o segretario di partito) in più di un collegio (fino al massimo di 10), garantendo così l’elezione del capolista, che potrà optare per il collegio che riterrà più opportuno, vanificando però nel contempo la scelta dell’elettore di individuare altri eletti con le preferenze e favorendo questo o quel candidato a seconda del collegio optato.

L’eccezione del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta. La legge prevede che la regione Val d’Aosta e le province di Trento e Bolzano siano escluse dal sistema proporzionale. Qui si voterà in nove collegi uninominali (8 per il T.A.A. e 1 per la Val d’Aosta), come già avveniva, peraltro, con i precedenti sistemi elettorali (Mattarellum e Porcellum) in base alla specificità di tali regioni e al principio costituzionale di tutela delle minoranze linguistiche. Se alla regione Trentino-Alto Adige sono assegnati più di 8 seggi, questi, inoltre, verranno assegnati con il sistema proporzionale mentre la Valle d’Aosta è costituita in collegio unico uninominale.

Premio di maggioranza e doppio turno. Sono due i metodi ideati per garantire la governabilità all’interno dell’Italicum. Se la lista più votata dovesse ottenere almeno il 40% dei voti (soglia alzata dall’iniziale 35% al 37% e poi portata all’attuale 40%), otterrà un premio di maggioranza. Il premio assegnerà alla lista più votata 340 seggi su 617 (sono esclusi, come detto, dal calcolo il seggio della Valle d’Aosta e i 12 deputati eletti all’estero): si tratta, cioè, di un premio di maggioranza che trasforma il 40% del I turno o la vittoria in un eventuale ballottaggio nel 55% dei seggi. Se, invece, nessun partito o coalizione arrivasse al 40% scatterebbe un secondo turno (a distanza di due domeniche dal primo, 15 giorni) elettorale per assegnare ugualmente un premio di maggioranza del 40%. Accederebbero al secondo turno le due liste più votate al primo turno, dove la lista o il partito vincente otterrebbe un premio di maggioranza tale da arrivare al 55% dei seggi (340 deputati, appunto, contro i 290, in realtà 277, alle opposizioni).

Fra il primo e il secondo turno non sono possibili apparentamenti, a differenza del modello elettorale per i sindaci e per le regioni, possibilità che era invece prevista nella versione iniziale del ddl e che, a sua volta, ha dato adito a diverse polemiche. Infatti, la non più prevista possibilità di apparentamento tra il I e il II turno, impedisce a un partito che è meno forte di un altro ma che ha uguale, se non maggiore, capacità aggregativa ‘coalizionale’ (tanto per fare dei nomi: il centrodestra nei confronti del Pd…), di non poter sfruttare tale possibilità ma di dover correre da solo o, comunque, di dovers limitare a un ‘appello’ agli elettori delle altre forze di schieramento coalizionabili senza vincoli né vantaggi, per le forze minori cui si appella, di ottenerne guadagno.

Erasmus e Italiani all’Estero. E’ ammessa, per la prima volta nella storia elettorale italiana, la possibilità per gli studenti residenti all’estero da almeno tre mesi per motivi di lavoro o di studio (il cd. Erasmus) o di cure mediche, di votare per corrispondenza. Restano ferme le stesse modalità di voto previste dal Porcellum, e da esso introdotti per la prima volta nel 2005, di voto (diretto e per corrispondenza) per gli italiani all’Estero, cui sono riservati 12 seggi, scomputati dal conto generale dei seggi da attribuire alle varie forze politiche, nelle cinque attuali circoscrizioni Estero in cui è stato diviso il ‘resto del Mondo’.

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Le polemiche sulle quote rosa. Il tema delle cd. ‘quote rosa’ è stato a lungo dibattuto. Nell’ultima formulazione dell’Italicum, nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura superiore al 50% (con arrotondamento all’unità inferiore) e nella successione interna alle liste nessun genere potrà essere presente per più di due volte consecutive. Inoltre, ciascuno dei due sessi può essere rappresentato al massimo in una percentuale del 60% dei capilista (l’altro sesso, dunque, non può avere meno del 40%) e, se l’elettore esprimerà due preferenze, esse dovranno essere relative a due candidati di sesso diverso, pena la nullità della seconda preferenza (la cd. ‘alternanza di genere’). Nessuna di queste ipotesi, però, garantisce che a essere elette sarà un numero consistente di donne: tutto dipenderà da come saranno definite le liste da parte dei vari partiti e dalla quantità di preferenze che le donne presenti nelle diverse liste otterranno grazie a… loro stesse. In sostanza, le donne dovranno, ancora una volta, ‘fare da sé’…

Entrata in vigore. Una volta e se definitivamente approvato, l’Italicum entrerà in vigore solo l’1 luglio 2016. Si tratta, in questo caso, di una norma singolare e di cui non esistono precedenti nella storia delle leggi elettorali italiane (leggi normalmente attuabili e in vigore dalla data della loro approvazione o, meglio, dopo la obbligatoria firma del Capo dello Stato e della sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale), ma che ha una sua, sia pure ‘originale’, ratio nella contestuale riforma del Senato e del Titolo V Costituzione. Della riforma istituzionale, a sua volta in corso di discussione da parte delle Camere, finora ne sono state licenziate due letture, ma ne servono quattro in tutto (le ultime due in copia conforme, cioè perfettamente identiche), perché essa entri in vigore, oltre all’eventualità del referendum costituzionale confermativo, come prescrive la Costituzione. Dato che, tuttavia, il Senato, nell’ipotesi di riforma costituzionale, vedrà la sua trasformazione in Senato non più elettivo di primo grado (elezione diretta popolare a suffragio universale) ma di II grado (elezione indiretta, nello schema della riforma da parte dei consigli regionali, non è ancora chiaro se sulla base di listini precostituiti da parte di questi o con possibilità di opzione da parte degli elettori che, quando votano per i consigli regionali, si troverebbero di fronte la possibilità di indicare una preferenza per il consigliere che, eletto direttamente in consiglio, diventerebbe anche senatore), l’Italicum, nella previsione del legislatore e della maggioranza, dovrà ‘aspettare’ il completamento della riforma istituzionale per poter dare luogo alla sola elezione della Camera dei Deputati. Resta inteso, in ogni caso, e per tacita acquiescenza del governo, che, ove l’Italicum venisse approvato, ma la riforma del Senato non fosse stata completata e si addivenisse comunque alla necessità di svolgere elezioni politiche generali (elezioni che sarebbero anticipate, ovviamente, dato che la scadenza naturale della legislatura è fissata, in ogni caso, al febbraio del… 2018), l’elettore si troverebbe a votare con due sistemi del tutto diversi. L’Italicum per la Camera e il Consultellum per il Senato. Ancora a meno che – ma qui siamo davvero alle ‘ipotesi di scuola’ – con una ‘leggina’, che dovrebbe comunque essere votata dalle Camere, il governo non decida e scelga di chiedere di ‘estendere’ l’Italicum anche al Senato. Fatto che, peraltro, comporterebbe altri, infiniti, problemi e discussioni, ma di rilievo e attinenza tutte ‘politiche’ qui non esaminabili.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato sul sito dell Fondazione Europa Popolare (http://ww.eupop.it) e sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo per il Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net).

Cos’è e come funziona l’Italicum 2.0. Un piccolo vademecum per l’uso

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

ROMA – Se è vero, come è vero, che l’accordo Renzi-Berlusconi regge e il ‘patto del Nazareno’ pure, entro un paio di mesi l’Italia potrebbe avere una nuova legge elettorale. Si tratta del nuovo Italicum o un Italicum 2.0 che sta, finalmente, prendendo forma. Ecco come.

Che cos’è. La nuova legge elettorale viene, volgarmente, ma con un latinismo non nuovo al sistema politico (Mattarellum, Porcellum), detto Italicum. Sarebbe la terza legge elettorale della II Repubblica. Dopo, appunto, il Mattarellum (sistema maggioritario basato su collegi uninominali al 75% e, per un restante 25%, proporzionale, entrato in vigore nel 1993 e applicato alle elezioni del 1994, 1996, 2011) e il famigerato Porcellum (entrato in vigore nel 2005 e applicato alle elezioni del 2006, 2008, 2013). Il Porcellum è un sistema a base proporzionale, ma con premio di maggioranza e un complesso sistema di soglie per i partiti coalizzati e non coalizzati. E’ stato dichiarato incostituzionale in gran parte dalla Consulta (sentenza 1/2014), almeno per la Camera, che ha abolito il premio di maggioranza (55% dei seggi alla lista vincente senza soglia), chiedendo la reintroduzione delle preferenze contro le liste bloccate e vietando la possibilità delle multicandidature (ci torneremo).  L’Italicum è, invece, sempre un sistema a base proporzionale, ma con premio di maggioranza che si ottiene raggiungendo una soglia (40%) che, se non raggiunta, conduce a un ballottaggio tra i primi due. La soglia di ingresso per le forze politiche è unica (3%): esse hanno diritto alla ripartizione dei seggi su collegio unico nazionale.

Ma vediamo come è strutturato, nel dettaglio, l’Italicum e i maggiori punti ancora aperti e ancora in discussione tra le forze politiche.

Premio alla lista. Nel testo approvato in prima lettura alla Camera (marzo 2014) il premio di maggioranza corrispondeva al 15% dei seggi se nessuno gruppo di liste (coalizione) superava il 37% dei voti, ma la vittoria al ballottaggio garantiva solo il 52% dei seggi (Camera) e cioè 327. Due e significative le correzioni: il premio resta del 15% ma va alla lista, e non più alla coalizione, vincente; il premio di lista del 15% garantisce in ogni caso 340 seggi totali. Eventuale ballottaggio. Ove nessuna lista raggiunga il 40% dei voti, si procede al ballottaggio tra i primi due migliori piazzati. Si tratta, dunque, di un sistema elettorale a doppio turno ‘eventuale’.

Soglie di sbarramento. L’Italicum prima versione le prevedeva a ‘doppio regime’: 4,5% per ogni singola lista dentro una coalizione e 8% per le liste non coalizzate. Il premio alla lista spazza via il ‘doppio binario’: la soglia di sbarramento sarà unica per tutti e calcolata sulla base di un collegio unico nazionale e non nei collegi. Quale? Il vertice di maggioranza tenuto da Renzi con tutti i piccoli partiti della coalizione di governo ha scritto, nero su bianco, 3%, ma Forza Italia parte da una posizione negoziale molto alta (6%). Verosimilmente, all’interno del lavoro in commissione al Senato, la soglia di sbarramento potrebbe essere alzata e portata fino al 4%, ma difficilmente supererà tale cifra. Per i piccoli il 4% è sopravvivenza.

Collegi o circoscrizioni. Il diavolo, si sa, sta nei dettagli. In ogni  legge elettorale questi si chiamano collegi (o circoscrizioni). L’accordo di maggioranza ha scritto che saranno ’75-100’, ma l’ultima versione del ‘patto del Nazareno’ prevede che siano 100. Aumentare di numero (e, dunque, rimpicciolire di grandezza) i collegi fa aumentare i ‘nominati’ sicuri, e dentro tutti i partiti. Diminuire i collegi di numero (“almeno a 60”, come chiede la minoranza del Pd) e aumentarli di ampiezza, equivale ad aiutare chi corre colle preferenze anche in partiti non grandi, ma medi o piccoli.

Capolista bloccati/preferenze. Il primo eletto (“capolista”) di ogni collegio è bloccato, seguono le preferenze, in numero da stabilire, ma che non dovrebbe superare un numero che va da cinque a sette. Se i collegi saranno 100, solo il Pd eleggerà anche con le preferenze. Esempio: se il Pd vincesse il premio di maggioranza, al primo o al secondo turno, avrebbe 340 deputati: 100 eletti con le liste bloccate, 230 con le preferenze. FI, oggi al 15%, avrebbe circa 70 deputati, tutti eletti con le liste bloccate, l’M5S (20%) 90-100 deputati (idem).

Multicandidature. Nell’accordo sono ammesse fino a dieci. Ai piccoli servono come il pane per evitare l’effetto ‘flipper’ (sai che eleggi, ma non sai dove), ma – dicono dalla minoranza del Pd – “sono a rischio incostituzionalità. La Corte, con diverse sentenze, ultima quella del 1/2014 vieta apertamente candidature multiple”. Esempio: con le multicandidature, Alfano si candida in 10 collegi, viene eletto in uno, gli altri eletti NCD sono scelti con le preferenze.

Quote rosa. L’alternanza di genere è fissata in proporzione 60/40 per quanto riguarda i capolista. Per le preferenze, andrà rispettata la doppia preferenza di genere (uomo/donna) pena l’invalidità del voto.

Tempi. L’Italicum riprenderà il suo corso, dopo otto mesi di stop, martedì 18 novembre, in commissione Affari costituzionali Senato, relatrice la presidente Anna Finocchiaro. Il governo punta all’approvazione dell’aula del Senato entro fine dicembre affinché torni alla Camera per le modifiche e diventi legge a febbraio 2015.

Validità. L’Italicum varrà solo ed esclusivamente per la Camera. Per il Senato, bisognerà attendere la riforma del Senato e del Titolo V.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog personale che tengo sul sito Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net) e che s’intitola “I giardinetti di Montecitorio” il 13 novembre 2014.