Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

Come e perché Renzi sceglierà Teresa Bellanova al posto della Guidi e chi è lei, la poco vispa Teresa…

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

IL ‘RISIKO’ IN CORSO, DA MESI, AL MISE…

Quasi sicuramente la nuova ‘ministra’ allo Sviluppo Economico sarà l’attuale viceministro al Mise, il ministero di via Veneto, Teresa Bellanova che, fino all’ultimo rimpasto di governo, quello di fine gennaio 2015, ha visto nominare, da parte del premier, tre vice ministri e otto sottosegretari, che hanno giurato il 29 gennaio, tra cui peraltro, l’ex sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto, proprio allo Sviluppo economico al posto di quel Carlo Calenda che è volato a Bruxelles. Nomina che, però, è diventata operativa solo il 18 marzo, quando il neo-rappresentante italiano a Bruxelles è entrato effettivamente in carica nel suo nuovo ruolo ‘europeo’. Senza dire del fatto che, sempre al Mise, regna quello che l’ex ministro del dicastero durante il governo Monti, Corrado Passera (ex banchiere oggi diventato fondatore e leader del movimento politico ‘Italia Unica’: si presenta, da solo, alle comunali di Milano) ha giustamente definito “un preoccupante vuoto” a causa della dipartita non solo di Calenda ma anche di Claudio De Vicenti, ex sottosegretario del Mise che, quando si dimise il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi (Ncd-Ap), venne sostituito dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, e – al posto, strategico e cruciale, di Delrio – arrivò lui, De Vincenti. Morale: non solo Renzi dovrà nominare un nuovo ministro al Mise (la Bellanova, quasi sicuramente, appunto), ma anche un ‘nuovo’ viceministro al posto della medesima Bellanova, senza dire del fatto che il ministero ha perso due nomi competenti e di peso come erano, appunto, sia Calenda per le imprese che De Vincenti. Ma perché Renzi sceglierebbe, dopo un breve, molto probabilmente, interim presso la Presidenza del Consiglio, proprio la Bellanova, che viene dalla Cgil ed è lontanissima – per storia personale e politica, formazione sociale, politica e sindacale – dal premier? Per una lunga serie di motivi, politici, tattici ed umani.

I MOTIVI, NOBILI E MENO NOBILI, DI UNA SCELTA…

Certo, il primo problema che Renzi ha davanti risponde al quesito cherchez la femme. Infatti, come si sa, il premier ci tiene molto al cosiddetto “equilibrio di genere” all’interno del suo governo. Un governo che era nato con una perfetta parità tra uomini e donne. Erano, infatti, otto le donne e otto gli uomini del governo Renzi, all’atto del suo insediamento, il secondo governo (dopo quello Letta) della XVII legislatura, nonché il 63esimo governo della Repubblica (giurò, nelle mani di Napolitano, il 25 febbraio 2015).

Solo che, nel frattempo, il premier ha ‘perso’ ben due donne: l’ex ministro degli Esteri, Federica Mogherini, diventata ‘Lady Pesc’, cioè promossa a capo di tutta la diplomazia della commissione Ue a partire dal I novembre 2014 (rimase ministro fino al 30 ottobre, nonostante Renzi avesse formalizzato la richiesta alla Ue a luglio), che è stata sostituita, dopo un lungo cercare, sempre tra le ‘donne’. Si parlò, a lungo, per dire, della deputata dem Lia Quartapelle, ma retroscena e gossip dell’epoca dicono che, solo a sentirne il nome, l’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si fece una furia, giudicandola “una ragazzina priva di esperienza internazionale”. Anche per questo, ma non solo per tale motivo, la scelta, alla fine, cadde su un antico sodale di Renzi, il deputato Pd Paolo Gentiloni che, prima nella Margherita di Rutelli e poi nel Pd di Veltroni-Franceschini-Epifani-Bersani, favorì l’ascesa del giovane Matteo.

L’altra donna al governo, Maria Grazia Lanzetta, mollò ben prima, anzi quasi subito, il 30 gennaio 2015, il suo incarico di ministro (senza portafoglio) agli Affari regionali. Teoricamente, la Lanzetta lasciò l’incarico per andare a fare l’assessore a Cultura, Istruzione, Pa e molto altro nella neonata giunta calabrese guidata da quel Mario Oliverio (Pd) che aveva da poco vinto le elezioni da governatore della Calabria, ma dopo pochissimi giorni mollò anche tale incarico a causa di quello che ritenne un “insuperabile contrasto” con Oliviero che aveva nominato, nella sua giunta, un assessore indagato a giudizio. E così, l’ex sindaco di Monasterace, si è di fatto ritirata a “vita privata”, finendo in un cono d’ombra.

Morale: le donne, nel governo Renzi, sono ‘tracollate’ da otto a sei mentre gli uomini son saliti da otto a dieci, colle nomine, appunto, di Gentiloni agli Esteri e di Enrico Costa (Ncd-Ap) alla Famiglia. Ma non c’è solo questo motivo di ‘riequilibrio’ di genere nella possibile scelta della donna Bellanova al posto della donna Guidi.

C’è anche un motivo tutto ‘politico’. Infatti, la Bellanova, che pure viene da una storia tutta iscritta dentro la ‘sinistra’ social-sindacale, oltre che politica, dopo la rottura interna alla sinistra dem dell’asse Cuperlo-Speranza, si iscrive nell’area dei più riformisti e meno oltranzisti dell’area della (ex) sinistra bersaniana e post-dalemiana. I quali, capitanati dal ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina, si staccano, in seguito al voto negativo della sinistra sull’Italicum, per formare l’area di ‘Sinistra E’ Cambiamento’, ancora oggi attiva. Bellanova entra, dunque, in un’area sostanzialmente ‘filo-renziana’ come è, per un altro verso, ormai anche quella dei ‘Giovani Turchi’ guidati dal presidente Orfini, dal ministro Orlando e da Raciti: tutte ‘aree’ nella maggioranza del Pd, poco critiche e bendisposte, più che al ‘dialogo’, ad accettare tutti i principi del renzismo.

Infine, terzo motivo che non pesa poco nella scelta che farà Renzi, c’è una questione tutta locale o meglio, per la precisione, ‘pugliese’ dato che la Bellanova è nativa del Tavoliere e che, in Puglia, regna ormai di fatto, non solo come governatore, ma pure come ‘reuccio’ del Pd locale e fa, in Puglia e limitrofi, il bello e il cattivo tempo.

Morale: la Bellanova, acquistando peso e prestigio, potrà di certo creare un contraltare di potere – locale e non solo – ad Emiliano. Infine, passando da una ‘confindustriale’ come la Guidi a una ‘cigiellina’ come la Bellanova, Renzi vuole anche dare una sterzata più sociale e più collaborativa – con i sindacati che ‘collaborativi’ sono, ovviamente, e cioè Cisl e Uil, non certo la Cgil e la Fiom… – al suo governo, in vista delle elezioni amministrative di giugno e, ancora più in là, del referendum costituzionale di ottobre 2016 e, infine, in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare presto, di certo non alla fine naturale della legislatura, e cioè marzo 2018.

 

CHI E’ LA ‘SCONOSCIUTA’ E POCO VISPA TERESA…

A questo punto, però, serve il whos’who. Chi è Teresa Bellanova? Del fatto che, da sottosegretario al Lavoro, nominata il 28 febbraio 2014, nel governo Renzi è stata promossa, il 29 gennaio 2015, viceministro allo Sviluppo economico, s’è detto. Ma cosa ha fatto, la Bellanova, ‘prima’ di andare al governo? La sindacalista, appunto, e per tutta una vita. Teresa Bellanova è nata a Ceglie Messapica, provincia di Brindisi, nel 1958. Ha iniziato a lavorare giovanissima, ancora adolescente, e si è iscritta da subito alla Cgil, partecipando alle lotte contro il caporalato particolarmente forti, nel Tavoliere pugliese, e sempre fatte sotto l’egida del grande leader della ricostruzione e della Cgil del dopoguerra, Di Vittorio.

La Bellanova inizia a lavorare in un settore durissimo, per gli uomini come per le donne, quello dei braccianti e diventa subito coordinatrice regionale delle donne della sua categoria, la Federbracccianti. Poi si sposta nel Sud-Est barese e, ancora dopo, in provincia di Lecce, a Casarano, per contrastare la piaga del caporalato. Il suo percorso, o cursus honorum, dentro la Cgil, la porta, piano piano, a ricoprire diverse e sempre più importanti funzioni. Fino a quando, nel 1988, viene nominata segretaria generale provinciale della Flai (Federazione Lavoratori AgroIndustria) nella provincia di Lecce. Nel 1996, poi, lo scatto vero: Bellanova viene nominata, durante la segreteria Cofferati, del cui gruppo dirigente post-Trentin e di ‘sinistra’, è, di fatto, espressione, segretaria generale della Filtea (Federazione italiana Tessile Abbigliamento Calzaturiero), incarico che ricopre fino al 2000, quando entra a far parte della segreteria nazionale Filtea con delega alle politiche per il Mezzogiorno, politiche industriali, mercato del lavoro, conto-terziarismo e formazione professionale mentre segretaria generale diventa la ben più ‘riformista’ e di fatto assai più moderata, Valeria Fedeli che ricoprirà tale incarico fino all’inizio degli anni Duemila spostando la Filtea su posizioni molto meno massimaliste e ben più moderata, su spinta dell’allora segretario generale della Cgil, l’ex socialista riformista Epifani. Anche per questo motivo, la Bellanova decide di lasciare, per sempre, il sindacato (dove, volendo, si può rimanere ‘a vita’…) e di tentare la strada della politica, come pure hanno fatto e faranno molti sindacalisti di peso prima e dopo di lei: Sergio Cofferati, ex sindaco di Bologna, ex europarlamentare dem e, oggi, uscito dal Pd ‘a sinistra’: Guglielmo Epifani, ex segretario del Pd per un breve periodo, deputato dem e presidente della commissione Industria della Camera; Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, Achille Passoni, ex senatore e oggi numero due di Marco Minniti, nel Comitato sui Servizi; Paolo Nerozzi, ex senatore della sinistra; Giorgio Airaudo, deputato di Sel e candidato sindaco a Torino, etc.

Nel 2006 Bellanova si candida, per la prima volta, alle elezioni della Camera su richiesta del partito di cui è attiva militante, i Democratici di Sinistra (Ds), su richiesta del segretario di allora, Piero Fassino. Dopo aver partecipato alla fase costituente del Pd, la Bellanova viene eletta alla Camera dei Deputati per la seconda volta nel 2008, messa in lista dall’allora segretario Veltroni. Dal 21 maggio 2008 è componente della XI Commissione (lavoro pubblico e privato). Infine, è riconfermata deputato nel 2013 – messa in lista dal segretario di allora, Bersani, di cui era seguace – e diventa segretario del gruppo Pd alla Camera. In sostanza, la Bellanova è stata eletta nelle liste del Pd tre volte: XV, XVI e XVII legislatura fino a quando, il 28 febbraio 2014, viene nominata sottosegretario di Stato al Lavoro nel Governo Renzi, il 29 gennaio 2015 viceministro allo Sviluppo economico e, ora, forse, tra poco, direttamente ministro dello stesso dicastero. Per una donna partita dalle lotte bracciantili in Puglia un bel salto. Discreta, schietta, silenziosa, gran lavoratrice, tessitrice di rapporti e molto esperta di relazioni sociali e sindacali con le parti sociali (imprenditori come sindacati) come con quelle politiche, teresa è forse poco ‘vispa’ di carattere, un po’ scontroso e un po’ ombroso, ma di certo ‘roccioso’ e ‘impegnato’. Un carattere forte, dunque, che in un ministero delicato e importante come il Mise le sarà sicuramente di aiuto nel risolvere le tante ‘grane’ del ministero.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 aprile 2016 sul sito Internet Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net

#VersoleRegionali/5. Renzi in Campania si schiera apertamente per De Luca che lo porta in giro per Salerno, ma i problemi del Pd campano restano tutti

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull'art. 18

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull’art. 18

Uno: “Sulla legalità, il nostro governo non prende lezioni da nes-su-no!”. Corollario: “Non basta un bell’articolo di giornale (qui ce l’ha con Roberto Saviano, ndr.) per combattere la camorra! La
camorra si combatte corpo a corpo, portando lavoro e legalità!”. Due: “Siamo l’unico partito che fa le primarie e ha la democrazia interna. Non vedo l’ora che anche l’altra parte (il centrodestra, ndr.) faccia
le primarie”, quelle che, appunto, hanno decretato la vittoria dell’attuale, e molto discusso, candidato del Pd, De Luca. Con tanto di corollario velenoso contro Letta (Enrico) che “alle primarie in cui sfidavo Bersani gli ha portato i voti di De Luca!”. E’ la frase tre, però, quella che conta: “Se nei prossimi cinque anni la Campania sarà amministrata come Salerno, il Pil del Paese crescerà dell’1% e con la Campania crescerà l’Italia. Il nostro impegno e del Pd perché vinca De Luca è totale: Forza Enzo!”.

Ecco, è quando il premier, Matteo Renzi, parlando nella città del sindaco ‘sceriffo’, Vincenzo De Luca, nella sua amata Salerno (città che lo ricambia con grande affetto), all’hotel Mediterraneo, pronunzia queste parole – in maniche di camicia e senza cravatta (format ormai standard, per Renzi, in questa
campagna elettorale) – che la sala esplode di gioia. E’anche il momento in cui De Luca, candidato governatore di un Pd diviso in mille pezzi, senza SeL, che candida l’ex operaio e dirigente comunista
Salvatore Vozza, e senza molto altro, a partire da pezzi di Pd che gli remano contro, ma con un sacco di ‘aiutini’ forniti dalle ormai famose liste ‘sporche’ o zeppe, che dir si voglia, di ‘impresentabili’, si lascia andare – lui sempre così composto, quasi identico, ormai, alla sublime imitazione che ne fa Maurizio Crozza – a un largo, grande, sorriso. Del resto, tutto si può dire che il premier, quando sente “l’odore del sangue”, non si getti di peso nella lotta. Il guaio è che stavolta, non doveva farlo per “l’amica Ale” (Moretti) candidata in Veneto né per la “Raffaella” (Paita), candidata del Pd in Liguria (l’unica regione dove Renzi teme di finire sconfitto), ma per lui, De Luca.

La visita a Salerno scorre veloce e frenetica, come è abitudine del premier. Solo che, tra una contestazione (degli insegnanti precari, dei Cobas scuola, dei centri sociali, etc.) e una polemica (grillini, SeL e FI attaccano a testa bassa contro ‘l’immondo connubio’ Renzi-De Luca) e un incontro con gli operai della Whirpool-Indesit (800 esuberi e tanta disperazione), De Luca ha organizzato, per il premier, una specie di visita alla ‘città del sole’ di campanelliana memoria: la sua.

Si comincia con l’aeroporto di Pontecagnano (sì, Salerno ce l’ha…), si passa alla ‘cittadella’ giudiziaria, fiore all’occhiello di De Luca, come pure per l’impianto di compostaggio (Salerno è città leader per la raccolta differenziata), poi, appunto, comizio al Grand Hotel dove al fianco di De Luca e Renzi c’è solo la segretaria campana, Assunta Tartaglione, che quasi implora il Pd di “restare unito”.

Infatti, i maggiori guai di Renzi, in Campania, sono due: il suo Pd, terremotato da anni, se non decenni, di faide e rivalità interne (Bassolino sta in un angolo, muto, Cozzolino appoggia ‘Enzo’, pur avendo perso primarie assai contestate, metà Pd rema contro De Luca: dai lettiani ai bersaniani fino ai popolari) e Napoli, dove Renzi non si fa vedere e dove non andrà. Solo che le elezioni, in Campania, si vincono a Napoli e dintorni, dove il premier preferisce non farsi vedere affatto, mica a Salerno, “Città del Sole”.

NB . Questo articolo è stato pubblicato il 23 maggio 2015 sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

‘Quella sporca dozzina’ all’assalto della recessione. Ecco i guru economici del think-thank di palazzo Chigi. Professori, tecnici e giovani molto ‘Smart’

Palazzo Montecitorio. Portone d'ingresso della Camera dei Deputati.

Palazzo Montecitorio. Portone d’ingresso della Camera dei Deputati.

ROMA – Il taglio delle tasse (8.5 mld trovati di colpo), annunciato come il sole all’improvviso, davanti a una platea di industriali entusiasti. ‘L’operazione Tfr’, lanciata a sprezzo del pericolo e dei contrari. E, ovviamente, il Jobs Act, con tanto di ‘svuotamento’ dell’art. 18. Chi c’è dietro le più clamorose e spericolate idee di Matteo Renzi? Chi sta lavorando a una Legge di Stabilità monstre da 30 miliardi? Fino a ieri, la risposta era stata facile: Il ministro dell’Economia, e, soprattutto, gli arcigni tecnici del suo MEF. Oggi, peraltro, guidati da Roberto Garofoli, già nello staff di Letta a palazzo Chigi e ora capo di gabinetto di quel Padoan con cui Renzi litiga un giorno sì e l’altro pure.

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull'art. 18

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull’art. 18

Con il nuovo premier, invece, tutto è cambiato. A palazzo Chigi lavora, da metà settembre, ‘quella sporca dozzina’. Sono in primo luogo macroeconomisti, ma anche esperti di fisco, credito, finanza, alcuni con esperienza di merchant bank di grido. Tra loro, i nomi ‘politici’ sono pochi (Filippo Taddei, responsabile economico Pd e Yoram Gutgeld, deputato e consigliere di Renzi) mentre spiccano quelli ‘tecnici’. Due professori della ‘Bocconi’, Tommaso Nannicini e Roberto Perotti (di loro Renzi si fida quasi ciecamente, erano con lui pure al vertice sul lavoro del 6 ottobre), due economisti puri (Veronica De Romanis e Marco Simoni), un esperto di politiche industriali (Marco Fortis), una cultrice di start-up (Carlotta De Franceschi) e una vecchia conoscenza fiorentina di Renzi, l’ex assessore alla Cultura Giuliano Da Empoli. Con loro lavorano, gomito a gomito, quattro giovanissimi esperti economici che, a differenza dei primi (consulenti senza gettone di presenza), fanno parte dello staff di palazzo Chigi. Si vedono al primo piano, quello dove, come è per il premier, ‘le luci son sempre accese’.

“Lavoriamo giorno e notte, senza orari, dal lunedì al venerdì e pure oltre”, racconta uno degli esperti che preferisce l’anonimato. Non c’è struttura gerarchica né ‘capi’, ma un lavoro ‘orizzontale’ il cui punto di riferimento è sempre e solo Renzi. Il quale vaglia, esamina e assimila i diversi dossier che gli vengono presentati e che, alla fine, decide. Da solo. “Ci usa come background sulle varie policy- continua la fonte – ma le decisioni politiche, le scelte, le prende lui, velocissimo nell’apprendere come nel decidere”. Fin qua, nihil sub sole novi, compreso un po’ di entusiasmo da neofiti. Poi, però, c’è la ‘ciccia’. Il taglio dell’Irap e l’idea di mettere il Tfr in busta paga (“credo che alla fine entrerà nella Finanziaria”, dice la fonte) sono nate qui. Oltre che, ovviamente, molto del Jobs Act. Attriti con Padoan e con il MEF? “Ce ne sono, la burocrazia frena, ma dialogo e incontri non mancano”. Tanto, alla fine, vince Renzi.

NB. Questo articolo è’ stato pubblicato il 15 ottobre 2014 a pagina due del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano nazionale.net)

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