NEW!!! Il “Dizionario della crisi”: episodi, termini, parole utili per spiegare l’attuale crisi di governo alla luce dei precedenti costituzionali e della storia repubblicana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una premessa. La crisi politica e istituzionale scivola via temo, negli interessi degli italiani, in un click su un sito di notizie, appena sbirciata e ancor meno o poco compresa. I 25 lettori di questo blog hanno, almeno così spero, voglia di capirne qualcosa in più, perché di politica qualcosa sanno, ma un po’ si perdono, nella marea di tecnicismi e formalismi, riti e convenzioni, richiami storici e allocuzioni gergali (il famoso tecnicismo della Politica, appunto). Ecco, è a loro che mi rivolgo principalmente, oggi e in futuro, con una serie di articoli, scritti in forma originale per questo blog, nella speranza di diradare la nebbia.

Le domande ricorrenti.
Consultazioni? Pre-incarico? Incarico esplorativo? Governo di tregua, di scopo, di responsabilità nazionale o di decantazione? Governo tecnico o politico? Disbrigo degli affari correnti? Larghe o piccole intese? Patto della staffetta? Compromesso storico o solidarietà nazionale? Appoggio esterno? Ministri di area? Piena dignità? Contratto alla tedesca? Def? Commissioni speciali? Due vincitori o due forni? Governo gialloverde o giallorosso? Fiducia? Maggioranza assoluta, semplice o qualificata? E’ arrivato il momento di fare ordine. Ecco, dunque, un piccolo ‘Dizionario’ della Crisi di governo che, se avrà successo, verrà replicato su altri argomenti in futuro.

Ps. mi sono avvalso di diverse ricerche di archivio, articoli di giornale e diversi libri di storia. Ringrazio il professor Stefano Ceccanti per la sua consulenza professionale.

Il palazzo del Torrino

Il Torrino, il punto più alto del Quirinale

 

Un piccolo Dizionario della crisi, voce per voce

(L’elenco è, per quanto possibile, rigorosamente alfabetico).

Calendario (delle consultazioni). Il Quirinale diffonde, in modo formale, ogni volta il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, cioè un nuovo ‘giro’, cambiano i giorni sul calendario, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi parlamentari e partiti consultati. Così, anche se nel secondo giro di consultazioni il centrodestra si è presentato unito (Lega-FI-FdI) e, tecnicamente, avendo dalla sua più parlamentari dei 5Stelle, il Capo dello Stato ha ricevuto in ogni caso il centrodestra come penultimo gruppo, nella stessa posizione della Lega, continuando a ricevere come ultimo il gruppo di M5S. Nel periodo in esame, le consultazioni al Quirinale sono iniziate il 3 e 4 aprile (primo ‘giro’, si usa dire), il secondo giro di consultazioni è stato il 12 e il 13 aprile. Poi Mattarella ha affidato due mandati esplorativi, il primo alla presidente del Senato, Casellati, che ha esplorato la possibilità di un’intesa tra M5S e centrodestra il 18-20 aprile (senza successo), e il secondo al presidente della Camera Fico, che ha esplorato la possibilità di un accordo tra M5S e Pd tra il 23 e il 26 aprile, si vedrà se infruttuoso.

Consultazioni. Si tengono al Quirinale (vedi alla voce), presso lo studio della Vetrata, ogni volta che bisogna formare un governo. Quindi, si procede a consultazioni ogni volta che un governo, formatosi in precedenza, cade e si dimette, nel corso di una legislatura (vedi alla voce). Si tengono, invece, le consultazioni sempre a ogni apertura di legislatura, come in questo caso, perché ogni volta che il popolo italiano vota alle elezioni politiche vuol dire che una legislatura repubblicana (quella appena eletta è la XVIII a partire dal 18 aprile 1948, la I) è terminata e un’altra si è insediata. E dato che il rapporto tra governo e Parlamento (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) è fiduciario (il primo non può stare in piedi, e lavorare, senza la ‘fiducia’ del secondo che avviene tramite un voto in Parlamento: vedi alla voce ‘fiducia’), ogni qual volta che si vota e si apre una nuova legislatura, il governo precedente – sia che sia dimissionario sia che sia nel pieno delle sue funzioni – si deve dimettere: resta in carica, in realtà, questo governo, per “il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce).

A quel punto, si aprono le consultazioni. Le coordina il Capo dello Stato secondo un rituale antico e consolidato (la cd. prassi) ma senza alcuna regola scritta. Infatti, l’art. 92 della Costituzione si limita ad affidare al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio e, su parere di questo, i ministri. Poche parole, semplici e chiare, ma fin troppo stringate. Delle consultazioni e di come regolarle non dice nulla. Dalla nascita della Costituzione repubblicana (1948) in poi, tutti i Presidenti della Repubblica (il primo, nel 1946-’48, fu provvisorio e si chiamava Enrico De Nicola, il primo effettivo fu, a partire dal 1948, Luigi Einaudi) si sono avvalsi, perciò, di quella che, in gergo, si chiama prassi costituzionale. Insomma, niente più che delle consuetudini e degli usi che, però, come nel Diritto privato, anche nel Diritto pubblico e costituzionale, una volta che si stratificano e vengono recepiti diventano, di fatto, legge o in ogni caso abitudini e prassi dal valore e rango di legge. E, appunto, la prassi che è diventata abitudine, nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i due presidenti delle Camere e, se è in vita, il presidente ‘emerito’ della Repubblica. Si tratta dell’ex Capo della Stato, se vivente. Da notare che, a partire dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, avvenuta nel 2015 dopo il suo primo mandato (2008-2015) e nonostante le sue dimissioni anticipate nel 2017, si tratta dell’unico ex Capo di Stato eletto due volte. Dopo aver ascoltato le cosiddette “alte cariche istituzionali” citate, il Presidente della Repubblica passa all’ascolto di tutti i gruppi parlamentari e dei loro rappresentanti (i capigruppo) che si sono formati nel nuovo Parlamento all’atto dell’apertura delle nuove Camere e dell’elezione dei loro presidenti e dei relativi uffici di Presidenza (vedi alla voce “Legislatura”).

La salita al Colle dei diversi gruppi parlamentari prevede, alla fine del colloquio con il Capo dello Stato nel suo ufficio, delle brevi considerazioni, davanti alla Stampa, nello studio alla Vetrata del Quirinale, di ognuno dei gruppi parlamentari tramite un loro portavoce o più d’uno. Le consultazioni da parte del Presidente avvengono con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande, secondo la consistenza numerica dei gruppi. Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera o nell’altra.

Gruppi parlamentari. Si costituiscono appena nasce la legislatura e si formano sulla base dei risultati alle elezioni e secondo i simboli che in esse sono stati presentati. Ma dato che ogni parlamentare viene eletto “senza vincolo di mandato” (vuol dire che il parlamentare risponde solo alla propria coscienza e può votare in dissenso dal suo gruppo o partito di appartenenza) possono cambiare composizione, consistenza e numero a seconda delle evoluzioni del quadro politico. Sempre in base alla stessa regola si possono formare nuovi gruppi, con nuovi simboli, nel corso della legislatura. Questo diritto ha dato però vita, da tempi peraltro assai lontani, quelli del Parlamento sabaudo, pre-repubblicano, al cd. “trasformismo parlamentare(vedi alla voce), cioè alla trasmigrazione da un gruppo all’altro. Per ovviare a tale pratica, assai diffusa in ogni legislatura, il Senato ha approvato, nello scorcio dell’ultima legislatura (2017), un nuovo Regolamento che non permette più la costituzione di gruppi che non si sono presentati con un proprio simbolo alle elezioni. I senatori che vogliono cambiare gruppo parlamentare e politico di appartenenza possono solo iscriversi al gruppo Misto. Inoltre, sempre al Senato, i gruppi devono avere un minimo di dieci senatori iscritti, con la sola eccezione del gruppo Autonomie che tutela le minoranze linguistiche. La Camera dei Deputati, però, non ha approvato un Regolamento simile, quindi al suo interno si possono ancora costituire gruppi non corrispondenti a simboli presentati alle elezioni. Alla Camera il numero minimo per costituire un gruppo è fissato a venti deputati, i deputati singoli che non si riconoscono in nessuna componente si possono iscrivere al gruppo Misto e formare, al suo interno, delle sotto-componenti politiche. Il gruppo di LeU, pur restando sotto la soglia dei 20 deputati, ha ottenuto la deroga per costituirsi in gruppo autonomo proprio perché si tratta di un simbolo presente alle elezioni.

Ogni gruppo elegge un proprio capogruppo che ne guida i lavori e partecipa ai lavori dell’ufficio di Presidenza di ogni Camera e, in particolare, alla conferenza dei Capigruppo che stabilisce, d’intesa con il Presidente di ogni Camera, l’ordine dei lavori in Aula.

Nella XVIII legislatura la consistenza dei gruppi è questa.

  • Gruppo Autonomie, presente solo al Senato (otto senatori). Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp). Ne fanno parte, tra gli altri, Napolitano (che sala al Colle in qualità di presidente emerito), l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo può costituirsi anche se “sotto soglia” (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta e tutela le minoranze linguistiche.
  • Gruppo Misto del Senato (12 senatori): è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Mario Monti e Liliana Segre).
  • Gruppo Misto della Camera (21 deputati): è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU), deve ancora eleggere il suo nuovo capogruppo: comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 3 di Noi con l’Italia (erano 4, ma Enrico Costa si è iscritto a FI); 5 ex M5S.
  • Gruppo di Leu alla Camera (14 deputati): Leu il 10 aprile ha ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo: pur sotto la soglia di 20 deputati hanno ottenuto la deroga in quanto simbolo presentato alle elezioni. Leu ha eletto come presidente del gruppo Federico Fornaro.
    5) Fratelli d’Italia (50 parlamentari). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato).
    6) Pd (163 parlamentari): il Pd conta su 111 deputati e 52 senatori, i due capigruppo sono Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Salgono al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, il deputato Matteo Orfini. Non c’è il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi che non ha più cariche ufficiali nel Pd.
  • Forza Italia (165 parlamentari). I capigruppo di FI sono Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera e rappresentano 105 deputati (l’ultimo in ordine temporale è Enrico Costa) e 61 senatori. Il presidente di FI, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai suoi capigruppo. I 4 eletti di Noi con l’Italia al Senato si sono iscritti al gruppo di FI, alla Camera siedono nel Misto.
  • Lega (183 parlamentari): conta su 125 deputati e 58 senatori. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, va al Colle con i capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera).
  • M5S (331 parlamentari): conta su 222 deputati e 109 senatori. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) salgono al Colle accompagnati dal deputato Luigi Di Maio.
  • I presidenti di Camera (Fico) e Senato (Casellati) salgono al Colle in modo autonomo, in rappresentanza della seconda (il presidente del Senato) e terza (il presidente della Camera) autorità dello Stato. L’elezione dei Presidenti delle due Camere è il primo atto di ogni Parlamento a ogni inizio di legislatura.

Commissione dei saggi. Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano nominò, per ovviare all’inconveniente causato dal protrarsi di consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere il Def (vedi alla voce) e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri, presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello, per approntare la riforma della Costituzione. Forti furono i dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione senza le procedure per istituirla.

Def. In teoria entro il 10 aprile, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica, vedi alla voce) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio sulla trasmissione del Def a Bruxelles, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare dopo aver ottenuto il parere obbligatorio delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, le commissioni Bilancio e Finanze della Camera (40 deputati) e del Senato (27 senatori), che devono lavorare e votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente della commissione speciale Vito Crimi (M5S), alla Camera Nicola Molteni (Lega), nonostante la prassi volesse che, in quest’ultima, fosse riconfermato il presidente uscente, Francesco Boccia (Pd). Il Def va approvato dalle Camere a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti), entro il 30 aprile, per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles dalla commissione Ue entro fine maggio.

“Disbrigo degli affari correnti”. Il Capo dello Stato prega sempre, per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è quella del “disbrigo degli affari correnti”: vuol dire che il governo è in carica, ma solo per l’ordinaria amministrazione o per approvare provvedimenti urgenti come decreti legge (es: terremoto, missioni all’estero, etc.) o per dichiarare, in caso estremo, lo stato di guerra. E’ questo il governo che, anche se battuto dalle Camere, resta in carica finché non si fa un nuovo governo o si va al voto.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Le formule. Incarico pieno, incarico con riserva, incarico esplorativo, pre-incarico. 

Governo: Incarico di (I). Il tipo di incarico a un presidente del Consiglio che il capo dello Stato può conferire (pieno, esplorativo o un pre-incarico) viene reso noto solo alla fine delle consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra: può conferire, appunto, un incarico pieno o parziale (pre-incarico o incarico esplorativo), può indicare, per tale incarico, una personalità politica o non politica, di estrazione parlamentare o non parlamentare, una figura espressione di una forza politica, di un’area politica o un tecnico o una personalità istituzionale. Il Capo dello Stato non può sindacare un indirizzo o un programma di governo, ma può chiedere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del Consiglio (articoli 92 e 93 della Costituzione).

Governo: Pre-incarico (II). Serve per verificare se il presidente pre-incaricato è capace di trovare una maggioranza utile a formare un governo. Il presidente del Consiglio pre-incaricato, dopo il suo – autonomo – giro di consultazioni deve tornare a riferire al Capo dello Stato per comunicare se ha trovato una maggioranza parlamentare e, dunque, se è in grado di presentarsi davanti alle Camere per chiedere la fiducia (vedi alla voce). Ma è il Capo dello Stato che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno (vedi alla voce), facendo giurare il presidente incaricato nelle sue mani e poi mandandolo davanti alle Camere per ottenere la fiducia (vedi alla voce). Il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato, inoltre, e non il presidente pre-incaricato a sciogliere la riserva (vedi alla voce). Il pre-incarico è, di fatto, una ‘quasi’ designazione a Presidente del Consiglio, designazione “debole” ma che in 5 casi su 11 ha visto trasformare il pre-incarico in un incarico vero.

Il pre-incarico, nell’arco di 64 governi, è stato conferito finora per 11 volte nella storia della Repubblica italiana:

  • dal Presidente Luigi Einaudi al Presidente del Consiglio uscente Alcide De Gasperi (Dc), nel luglio 1953.
  • dal Presidente Giovanni Gronchi all’ex ministro Antonio Segni (Dc), nel maggio 1955.
  • dal Presidente Gronchi al segretario della Dc Amintore Fanfani, nel giugno 1957.
  • dal Presidente Giuseppe Saragat al Presidente del Consiglio uscente, Aldo Moro (Dc), nel febbraio 1966.
  • dal Presidente Saragat al segretario della Dc Mariano Rumor, nel giugno 1968.
  • 6, 7, 8. dal Presidente Saragat al ministro degli Esteri Moro (Dc), poi al Presidente del Senato Fanfani (Dc) e infine al Presidente del Consiglio uscente Rumor (Dc), marzo 1970.
  • 9, 10. dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro al Presidente del Consiglio uscente Romano Prodi e poi al segretario dei Ds Massimo D’Alema, nell’ottobre 1998.
  • dal presidente Giorgio Napolitano a Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, nel marzo 2013.

Solo in cinque di questi undici casi il presidente del Consiglio “pre-incaricato” ha ricevuto l’incarico pieno e ha formato un governo: De Gasperi (Dc) nel 1953, a Segni (Dc) nel 1955, a Moro (Dc) nel 1966, a Rumor (Dc) nel 1970 e a D’Alema (Pds) nel 1998.

Oggi, un ‘pre-incarico’, potrebbe essere conferito a una delle due personalità che hanno vinto le scorse elezioni: il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, o il leader della Lega, riconosciuto anche leader del centrodestra, Matteo Salvini. Ma il pre-incarico potrebbe anche andare a una figura terza o mediana indicata da uno dei due schieramenti vincitori: esempio, Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, o a una personalità dei 5Stelle o vicina al loro mondo indicata da Di Maio.

****Spazio Curiosità I*****Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera, ma non al Senato, rimase tale: non si trasformò mai, cioè, in un incarico pieno, ma rimase soltanto ‘congelato’ e non fu mai più ‘scongelato’. Bersani, formalmente, non protestò, ma espresse il suo disappunto e, dopo, diversi libri di memorie lo riportarono, mai smentiti.

Governo: Incarico esplorativo (III). E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, di solito quello del Senato, che è anche la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato. Alla fine dei colloqui informali tenuti con i partiti, il presidente incaricato di un mandato esplorativo riferisce lo stato dell’arte al Presidente della Repubblica che valuta il da farsi e, cioè, se confermare l’incarico al presidente incaricato con un mandato esplorativo, o effettuare un nuovo giro di consultazioni o attribuire l’incarico a un’altra figura. Di solito, l’incaricato di un mandato esplorativo non viene quasi mai trasformato in un pre-incarico o incarico pieno. L’incarico esplorativo non va confuso con il pre-incarico (vedi alla voce).

Nella storia dei 64 governi repubblicani, fino ad ora un “mandato esplorativo” è stato conferito undici volte:

  1. dal Presidente Giovanni Gronchi al presidente del Senato, Cesare Merzagora (indipendente), il 15 giugno 1957;
  2. dal Presidente Gronchi al presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc), il 4 marzo 1960;
  3. dal Presidente Giuseppe Saragat al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968;
  4. dal Presidente Saragat al presidente del Senato, Amintore Fanfani (Dc), nell’agosto 1969;
  5. dal Presidente Giovanni Leone al presidente del Senato, Spagnolli (Dc), nell’ottobre 1974;
  6. dal Presidente Sandro Pertini al presidente del Senato, Giuseppe Morlino (Dc), nell’aprile 1983;
  7. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente del Senato Fanfani (Dc) il 4 luglio 1986;
  8. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), nel marzo 1987;
  9. dal Presidente Cossiga al presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri), il 26 giugno 1989;
  10. dal Presidente Giorgio Napolitano al presidente del Senato, Franco Marini (Pd), nel gennaio 2008.
  11. E, ora, dal Presidente della Repubblica Mattarella alla presidente del Senato, Casellati, nell’aprile del 2018.

Da sottolineare che, in nessuno di questi dieci casi, il presidente esploratore è stato poi nominato Presidente del Consiglio.

L’incarico esplorativo è stato affidato, in questa undicesima occasione, al presidente del Senato (Alberti Casellati)  mentre assai più raro è il caso di un incarico esplorativo dato a una personalità che non ricopre l’incarico di presidente di una delle due Camere.

Governo: Incarico pieno (IV). E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” (vedi alla voce) per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato. Dopo il formale giuramento, il governo così nato si presenta davanti al Parlamento per averne la fiducia (vedi alla voce), che deve ottenere da parte di entrambe le Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il suo mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Il governo così nato, a quel punto, si dichiara “dimissionario” (vedi alla voce).

Inutile ripercorrere la storia dei 64 governi che si sono succeduti nella storia della Repubblica. Basti dire che, prima di conferire un incarico pieno, il Capo dello Stato attuale, Mattarella, ci penserà bene sopra e, soprattutto, vorrà che il presidente del consiglio incaricato gli assicuri “numeri certi” in Parlamento. Ove così non fosse, il presidente potrebbe affidare un incarico pieno a una personalità terza (esempio: l’ex giudice della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick o l’attuale presidente) per formare quello che, convenzionalmente, viene indicato come un “governissimo” o “governo del Presidente” o “di scopo” o “a termine” o “governo di tutti” o “governo di responsabilità nazionale” (vedi alle varie voci) che si limiti a far superare al Paese le secche della scrittura del Def, della seguente manovra di bilancio (la sessione di bilancio di apre, come sempre, in autunno) e, forse, della scrittura di una nuova legge elettorale per poi portare il Paese di nuovo a elezioni, ovviamente anticipate, cioè con una chiusura in anticipo della legislatura, che – prevedibilmente – potrebbe essere fissata agli inizi del 2019 o, magari, in coincidenza con le elezioni europee del 2019.

Governo: Incarico con Riserva (V). Il presidente del Consiglio incaricato accetta l’incarico da parte del Presidente della Repubblica sempre “con riserva”. Vuol dire che questi, non essendo sicuro di formare una maggioranza di governo, si ‘riserva’ la possibilità di scioglierla davanti al Capo della Stato. La prassi della ‘riserva’ è sempre stata rispettata dai presidenti del Consiglio incaricati. La formula della “riserva” è stata violata solo in due occasioni. La prima volta dal presidente del Consiglio Pella (Dc) nel 1954 che, concorde l’allora Capo dello Stato Luigi Einaudi, andò direttamente davanti alle Camere per chiedere ed ottenere la fiducia. La seconda volta accadde con Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta alle elezioni, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri con un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo di Stato Napolitano.

 

Einaudi

Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica (1948-1955)

 

******Spazio Curiosità II******

Definizioni e formule dei governi che hanno operato nella storia della Repubblica.

Governo “balneare”. La definizione deriva dal fatto che che, in passato, alcuni governi duravano lo spazio di un’estate. Tipici della Prima Repubblica, i governi ‘balneari’ operavano solo in funzione di traghettamento per portare il Paese al voto, privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Governi balneari tipici furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70) sotto il Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi). Si tratta di governi destinati a cadere entro breve tempo, a causa della fragilità delle basi politiche su cui poggiano e che limitano la loro attività, dunque, a al disbrigo degli affari correnti e alla ordinaria amministrazione. L’espressione ha dei sinonimi nelle espressioni governi ‘d’affari’ o nei governi ‘ponte’.

Governo ‘traghetto’. Erano considerati qui governi che, in presenza dell’avvio di una svolta istituzionale molto importante, nascono per ‘traghettare’ il Paese verso il nuovo corso per poi cedere il posto a un Governo politico vero e proprio che attui la svolta. I governi Bonomi (1943-1944), prima dei governi politici di Cnl, e i governi Dc-centristi, prima dei governi di centrosinistra nei primi anni Sessanta, furono governi traghetto.

Governo “di minoranza”. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa il quale toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto i più diversi presidenti della Repubblica.

Governo “di scopo”. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica. Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico (vedi alla voce).

Governo “del Presidente” (della Repubblica) o governo “istituzionale”. In teoria, la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per la natura del suo mandato, guidare governi o anche solo ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica. Ma “governi del Presidente” lo furono di fatto, i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc). Anche il famoso governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, in quanto eterodiretto, di fatto, dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari”ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi o equiparati al governo tecnico (vedi alla voce).

Più corretto sarebbe definire un tale tipo di esecutivo un governo “istituzionale”. Di fronte a una situazione politica difficile e altamente conflittuale il Capo dello Stato affida a una figura istituzionale di alto livello (di solito si tratta del presidente del Senato, ma potrebbe essere il presidente della Corte costituzionale, un suo ex presidente, un senatore a vita, o il presidente di un’alto organo della magistratura amministrativa) il compito di formare un governo (che potrebbe essere definito anche ‘di tregua’ o ‘di decantazione’) per salvaguardare e preservare il funzionamento delle istituzioni in attesa che la situazione politica si rassereni e torni la normale dialettica parlamentare.

Governo di “larghe intese”. E’ un governo che vede andare al governo forze politiche molto diverse tra di loro, politicamente e culturalmente molto distanti, se non opposte, le quali decidono di governare insieme per affrontare problemi estremamente urgenti come una crisi economica, una crisi politica, una crisi istituzionale o internazionale. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato un “governo di larghe intese”, o di “grosse koalition” (vedi alla voce), ma anche un governo del Presidente” (vedi alla voce). Il governo Letta nacque dopo il lavoro della Commissione speciale dei 40 saggi (vedi alla voce) imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento, subito dopo la sua rielezione (2013) a Capo dello Stato, a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta viene definito un governo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare al governo con la presenza di loro ministri. Il termine era stato già coniato, in realtà, in passato durante i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995). Le “larghe intese” erano, cioè, già una formula politica che prevedeva, sostanzialmente, l’intesa tra le forze principali (il centrodestra a guida Berlusconi e il centrosinistra) della II Repubblica che volevano varare, pur senza mai riuscirci, riforme istituzionali in grado di cambiare l’assetto della Repubblica. Tra le proposte della commissione Bicamerale c’erano il superamento del bicameralismo perfetto, l’adozione di una nuova legge elettorale, la riforma del Titolo V (rapporto Stato-regioni) della Costituzione e l’adozione di una forma larvata di semi-presidenzialismo.

Governo di “unità nazionale” o di “emergenza nazionale” o di “solidarietà nazionale”. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti (o quasi) i partiti dell’arco costituzionale (cioè tutti i partiti tranne l’Msi). Da segnalare, innanzitutto, che la formula “arco costituzionale” indicava, nella Prima Repubblica, l’adesione ai valori costituzionali e della Resistenza partigiana di tutti i partiti che contribuirono, tra il 1946 e il 1948, a scrivere la Costituzione, cioè quelli che avevano fatto parte del Cnl: Dc, Dl, PdAz-Pri, Pli, Psli-Psdi, Psiup-Psi, Pci. Il termine aveva il preciso intento di porre l’esclusione dell’Msi, che nacque dopo la fine del fascismo e che, pur non essendo mai stato sciolto, si richiamava esplicitamente al regime fascista. Negli anni Settanta la formula ‘arco costituzionale’ si allargò: di fatto, escludeva anche i nuovi partiti di sinistra nati in quella fase come Partito radicale, Dp, Pdup, etc. Tornando alla definizione di base, quella del “governo di unità nazionale”, vi partecipavano partiti anche lontani politicamente tra loro, che però in tali governi sedevano a pieno titolo, cioè con propri ministri, per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Governo di emergenza o di unità nazionale lo fu senz’altro il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria. Governi di emergenza o di unità nazionale lo furono anche i ‘Governi di Cnl’ (1945-1947): dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione (1948). Nel primo caso, i governi Nitti-Salandra, detti anche ‘governi della Vittoria’ (nella I guerra mondiale) si era in epoca pre-fascista, il Capo dello Stato era ancora il Re, Vittorio Emanuele III di Savoia (infatti la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale). Nel secondo caso, nel secondo dopoguerra, c’era già un Capo provvisorio dello Stato, in carica fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), che era Enrico De Nicola (Pli).

“Governissimo”, “governo di tutti”, “governicchio”. Con tali definizioni, poco appropriate ma di uso giornalistico e frequenti nella pubblicistica, non nella prassi costituzionale, si intendono – in modo spregiativo – governi che ottengono un largo consenso, sia politico che parlamentare, ma che vengono considerati, di fatto, ‘un’ammucchiata’ di partiti e gruppi politici lontani tra loro che mirano, sempre nella considerazione della pubblicistica polemica citata, “solo a spartirsi il Potere tra loro”.

Governo “della non sfiducia” o “delle astensioni”. Venne chiamato così perché la gran parte dei partiti che lo sostenevano appoggiavano il governo con l’astensione o uscendo dall’aula, facendo passare i provvedimenti di quel governo. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno dei due grandi partiti politici allora in campo, la Dc e il Pci, aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, proprio la Dc e il Pci. I due partiti, però, mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo. Era la cd. conventio ad excludendum: si basava sul principio che un partito come il Pci, che dichiarava, storicamente e apertamente, la sua appartenenza al campo comunista internazionale, allora guidato dall’Urss, e al blocco sovietico del Patto di Varsavia non poteva governare un Paese appartenente alla Nato e al blocco occidentale. Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Era, di fatto, un monocolore Dc che vedeva l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI in testa, che fino ad allora aveva sempre votato contro i governi a guida Dc. I partiti che sostenevano il governo – e cioè Dc, Pci e molti altri partiti costituzionali (Psi, Psdi, Pri, Pli) – si astenevano tranne la Dc, che votava a favore. L’Msi votava contro ed era considerato un partito fuori dall’“arco costituzionale”, ma contro votavano anche altri partiti di estrema sinistra (Pdup, Dp e Radicali). I partiti scelsero di operare, invece che al governo, in Parlamento facendo lavorare le commissioni parlamentari che ebbero ruolo cruciale.

Governo di “solidarietà nazionale”. Il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978), doveva essere il governo che sanciva l’ingresso del Pci nell’area di governo con un voto a favore di tutte le sinistre. Invece, proprio a causa del rapimento e poi dell’omicidio, il 18 maggio 1978, del presidente della Dc, Aldo Moro, il governo si trasformò in un governo detto, appunto, di “solidarietà nazionale”. Vi partecipavano tutti i partiti dell’arco costituzionale (Dc, Psi, Psdi, Pri, non il Pli, che andò all’opposizione, e il Pci che, per la prima volta dal 1947, votava a favore di un governo) e dovette gestire la fase del rapimento Moro e seguenti. Non vide, però, la presenza di ministri del Pci al governo, come doveva essere, nelle intenzioni dello stesso Moro, e venne meno quando la fase di emergenza venne chiusa, anche a seguito delle dimissioni dell’allora Capo dello Stato, Giovanni Leone (Dc), dopo lo scandalo Lockheed. Fu sostituito, alla fine dell’VIII legislatura, dal V governo Andreotti (1979), semplice governo di passaggio verso le elezioni, che tornò a essere sostenuto solo da Dc, Psdi e Pri. Ma l’espressione governo di “solidarietà nazionale” è stata usata anche, più in generale, per indicare governi cui partecipano esponenti di tutti (o quasi) i partiti dell’arco parlamentare quando si tratta di affrontare una situazione politica, economica o sociale particolarmente difficile o travagliata. Da questo punto di vista, i ‘governi di Cnl’ e ‘i governi della Vittoria’ (vedi alla voce) possono essere anche definiti in questo modo.

Governo di “raffreddamento” o “di tregua”. La definizione indica la nascita di un governo che si forma in una situazione particolarmente difficile e durante la quale le forze politiche sono in aperto e acceso contrasto tra di loro: ha lo scopo di gestire l’ordinaria amministrazione in attesa che i partiti si accordino per dare vita a un governo più stabile. La differenza con il governo ‘balneare’ (vedi alla voce) è data dalla maggiore animosità della situazione e del clima politico che ne precede la formazione. Ha un evidente e immediato sinonimo nel governo ‘di tregua’. 

Governo “parlamentare” o “di programma”. Con queste formule si intende definire un governo caratterizzato dal fatto di non avere una precisa e/o compatta base parlamentare, ma che si prefigge il compito di realizzare il proprio mandato giovandosi, a seconda delle circostante, dell’appoggio di questo o di quel partito all’opposizione, promuovendo in cambio di tale appoggio favori o misure politiche consistenti.

Governo “tecnico”. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese. Accadde durante la crisi economica del 1992-’93, con i governi Amato e Ciampi, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995), con il governo Dini, o dopo entrambi i fatti scatenanti insieme come nella crisi finanziaria del 2011, quando nacque l’ultimo governo tecnico, quello Monti. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vide il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro. Nei governi tecnici, a volte chiamati anche governi ‘traghetto’ (vedi alla voce), i ministri sono scelti tra personalità di alto livello (economisti, avvocati, giuristi, dirigenti d’azienda, etc.) ma di natura, appunto, tecnica e non politica.

Giorgio Napolitano

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo studio al Quirinale

 

******Spazio curiosità III****** La dottrina, la storia e le persone. Evoluzione dei poteri del Presidente della Repubblica.

Alcuni costituzionalisti, come il professor Stefano Ceccanti, rifiutano la definizione di governo “tecnico” e preferiscono quella di “governo del Presidente” in quanto governi tecnici non sono dati nell’ordinamento (tutti i governi sono politici perché devono, in ogni caso, essere votati dal Parlamento) e perché la spinta presidenziale a farli nascere li configura come governi motivati, formati e tenuti in piedi solo grazie all’input e al sostegno del Presidente della Repubblica. La motivazione a contrario è che i governi “del Presidente” (vedi alla voce) non possono essere previsti, in natura e per dettato costituzionale, perché la figura del presidente della Repubblica, nel nostro ordinamento, non è paragonabile a quella di un Capo dello Stato di natura semi-presidenziale (Francia) o presidenziale (Usa), ma è solo il garante della Costituzione, come avviene in una repubblica parlamentare.

La dottrina costituzionale più avanzata sostiene che i poteri del Presidente della Repubblica vengono usati ‘a soffietto’ o ‘a fisarmonica’, nel senso che, a seconda del momento storico, politico e socioeconomico che il Paese attraversa, come della complessità della crisi istituzionale in corso, si restringono o si allargano a seconda delle esigenze politiche e, anche, della capacità del Presidente in carica di usarle. Non a caso, persino il primo presidente della Repubblica, Einaudi, che pure sosteneva che il suo ruolo fosse quello del “presidente notaio”, ispirò direttamente dei governi (Pella e Segni). Il secondo Capo di Stato, Gronchi, pure usò il suo potere presidenziale per risolvere diverse crisi mentre il suo successore, Segni, arrivò fino a essere tentato dal propugnare un colpo di Stato in Italia (il piano Solo, 1962) contro la nascita del centro-sinistra e si dovette dimettere per la malattia che lo colse, certo, ma anche per i contrasti con l’allora capo del governo, Moro, e leader del Psi Nenni. Saragat accompagnò le evoluzioni del centrosinistra. Leone fu certamente un presidente ‘notaio’, ma aiutò di fatto, alla nascita di un fatto epocale come il compromesso storico e la nascita dei governi “di solidarietà nazionale”. Pertini se ne inventò di ogni: gli incarichi a Spadolini, primo premier laico, e a Craxi, primo premier socialista, furono da lui fortemente voluti e intervenne più volte nelle crisi come in molti fatti politici e internazionali esondando dai suoi poteri con quelle che, dopo, con Cossiga, sarebbero diventate note come ‘esternazioni’ (fuori dall’ufficialità prevista) del Capo dello Stato. Cossiga, appunto, prima si mise in mezzo tra Craxi e De Mita e poi fece la guerra ad Andreotti con le rilevazioni su Gladio (la rete Stay Behind) e su molto altro, fino alle dimissioni anticipate per protesta, senza dire dei suoi continui attacchi ai magistrati, pur da capo del Csm. Scalfaro e Napolitano sono, però, i due presidenti di certo ritenuti i più ‘interventisti’ e creatori o facilitatori che dir si voglia di governi, spesso da loro stessi voluti e ispirati. Sotto l’egida di Scalfaro nacquero prima il governo Amato e poi quello Ciampi (da qui la discussione sulla loro natura: governi tecnici o governi del Presidente?) e senza la sua azione, ai limiti del mandato costituzionale, non avrebbero mai visto la luce. Tanto più operò e intervenne, Scalfaro, contro il I governo Berlusconi e per sostituirlo con Dini, con tanto di promessa (a Berlusconi) di elezioni a breve che, invece, poi fu tradita e che si tennero solo molto dopo. Scalfaro, poi, come Cossiga, e come poi farò Napolitano (anche Pertini lo fece, ma i suoi ‘discorsi dal caminetto’ riguardavano temi come la pace, la fame nel mondo, etc.), si appellò direttamente, e in più occasioni, ai cittadini per affermare le sue ragioni o per difendere se stesso da accuse e scandali (il famoso ‘Non ci sto’ sui fondi neri del Sisde). Infine, dopo la parentesi Ciampi, tornato presidente notaio, ma che rifiutò in più occasioni di promulgare leggi del governo Berlusconi su questioni giudiziarie (le leggi ad personam) e che intervenne anche in materia elettorale (le correzioni al Porcellum), arrivò appunto il ‘regno’ di Napolitano. Il quale si inventò di sana pianta un governo, quello Monti, dopo aver provocato la caduta di Berlusconi, nel 2011 (e pensare che solo un anno prima, nel 2010, l’aveva ritardata negando a Fini di sfiduciarlo per tempo), rifiutò ai partiti l’accesso alle elezioni anticipate e nel 2013 impose, alla nuova legislatura che si apriva, una “stagione di riforme” che, peraltro, vide sempre lui protagonista. La commissione dei 40 saggi, sostanzialmente, una struttura extra ordinem, molto criticata da diversi costituzionalisti, e la nascita del governo Letta furono sue personali decisioni. Poi, avallò la nascita del governo Renzi, infine si dimise, ma anche se non aveva chiesto lui di essere rieletto – sempre nel 2013 – la scelta di un mandato bis, quando la Costituzione, che pure formalmente non vieta la rielezione, parla di un mandato di sette anni, per il Capo dello Stato, fu una scelta pesante che creò un precedente importante, anche se poi gli anni del mandato bis furono solamente due. In buona sostanza, si può dire che solo con Mattarella siamo tornati all’antico adagio del presidente ‘notaio’ ma proprio un fine costituzionalista, ‘innamorato’ della Costituzione, come Mattarella potrebbe stupirci e innovare a sua volta, ampliando i poteri che gli spettano o ‘creando’ governi, chiamiamoli, se vogliamo, ‘del Presidente’ o in altri modi. Forse perché, come si è cercato di dimostrare in queste poche righe, la ‘maledizione’ del presidente ‘notaio’ è tale che porta a violarla qualsiasi inquilino abiti al Quirinale, a prescindere dalla sua indole, storia politica e fase storica.

E proprio alla luce di questo breve excursus storico-politico sui poteri e le figure dei diversi presidenti della Repubblica, acquista peso la tesi non peregrina di Ceccanti e altri: solo il presidente della Repubblica italiana ha poteri di derivazione tipicamente presidenziale (potere di scioglimento delle Camere e nomina del premier) mentre gli altri presidenti di repubbliche parlamentari (es: la Germania) non conoscono minimamente tali poteri. Ecco che, secondo tale tesi, sarebbe semplice e agevole trasformare la nostra repubblica parlamentare in una repubblica semi-presidenziale, semplicemente trasferendo i poteri in capo al Capo dello Stato al presidente del Consiglio (scioglimento delle Camere e nomina dei ministri) mentre l’indicazione del premier andrebbe prevista in una nuova legge elettorale che prevedesse, ovviamente, l’elezione diretta del premier. Proposte di legge in tal senso sono state proposte dallo stesso Ceccanti (Pd) e appoggiate da Cangini (FI) e altri parlamentari che si battono per una trasformazione in senso semi-presidenzialistico della nostra repubblica parlamentare.


Formule politiche. I 64 governi della Repubblica hanno conosciuto diverse formule politiche con cui i diversi partiti che appoggiavano questo o quel governo lo ‘coloravano’ in un modo o nell’altro. Ne indichiamo le principali, in modo non esaustivo. I governi di Cnl o di “unità nazionale” (vedi alla voce) sono stati principalmente governi di tutti i partiti di Cnl i (Dc, Psli, Pri, Pli, Psi, Pci, Pd’Az, Dl) o di ‘esapartito’, cioè appoggiati da sei partiti (spesso, infatti, il Pli o il PdAz non ne appoggiava l’uno o l’altro, a seconda dei momenti). Un governo De Gasperi, nel 1947, il III, fu un governo ‘tripartito’, cioè appoggiato solo dai tre grandi partiti (Dc, Psi, Pci). I governi del primo (1948-1953) e del secondo (1958-1958) centrismo furono governi ‘quadripartito’, cioè appoggiati da Dc, Psli, Pri, Pli, mentre il Psi, quando nacquero i governi di centrosinistra (1960-1968) passò dall’appoggio esterno (vedi alla voce) all’appoggio organico, ma i governi di centro-sinistra ‘organico’ non venivano, all’epoca, definiti governi di ‘pentapartito’. Durante la fase del centrismo e in quella del governo ‘della non sfiducia’ o delle ‘astensioni’ (vedi alla voce) stettero in piedi anche governi ‘monocolore’, cioè sostenuti dalla sola Dc, o governi ‘bicolore’, sostenuti dalla Dc e dal Pli. Negli anni Ottanta prese l’uso di definire i governi sostenuti da cinque partiti di centro-sinistra (Dc, Psdi, Pli, Pri, Psi) governi ‘pentapartito’. Nella Seconda Repubblica i governi furono di centrodestra o di centrosinistra a seconda della coalizione che aveva vinto le elezioni. Nel caso dei governi di centrodestra, si tratta del I, del II, del III e del IV governo Berlusconi: nel 1994 erano sostenuti da Polo delle Libertà (FI-Lega) e Polo del Buongoverno (FI-An), ma anche da partiti minori centristi (Ccd-Cdu); nel 2001-2006 di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (federazione di FI-An–Uc) e dalla Lega Nord, con il II e III governo Berlusconi; nel 2008-2013 si trattò di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (fusione di FI e An), dalla Lega Nord e dall’Udc, ma anche da forze minori (MPA) o nate in quel periodo (Fli). Nel caso del centrosinistra si trattò di governi sostenuti, come il I governo Prodi (1996-’98), prima dall’Ulivo (cartello elettorale che comprendeva Pds-Ppi-Pri-Ud-Verdi-Svp-lista Dini), con l’appoggio esterno del Prc, o da una parte dell’Ulivo (Pds-Ppi-Udr-Pdci-Verdi), come nei casi del I e II governo D’Alema e del governo Amato. Nel caso del II governo Prodi (2006-2008) di un governo sostenuto dal cartello elettorale dell’Unione che comprendeva Ds-Margherita-Prc-Pdci-Verdi-Udeur). Ovviamente, i governi tecnici (vedi alla voce) Ciampi, Dini, Monti, pur sostenuti da un ampio arco di forze parlamentari, non prevedevano forme politiche ‘colorate’.

“Forni” o politica detta “dei due forni”. La politica “dei due forni” di cui molto, in questi giorni, ha parlato il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, riferendosi alla possibilità di fare un accordo politico e di governo o con la Lega o con il Pd, indifferentemente e cioè a seconda di chi ci sta, non solo è un espressione impropria, in riferimento alla situazione politica attuale, ma non è, ovviamente, neppure farina del sacco di Di Maio. Si tratta, infatti, un’espressione tipica della Prima Repubblica, diventata famosa perché coniata dal leader dc Giulio Andreotti, più volte ministro e, per ben sette volte, presidente del Consiglio nella Prima Repubblica. Va premesso che, nella pubblicistica politica, ricorrono riferimenti concorrenti sia ai due forni che alla teoria dei due forni. Giulio Andreotti, quando si ritrovò a commentare, a distanza di anni, la fase storico-politica degli anni Sessanta, caratterizzata dalla centralità della Dc, scrisse che egli fu artefice dell’idea che in quel momento il suo partito, “per acquistare il pane” (cioè per fare la politica più congeniale ai propri interessi alleandosi con altre forze), dovesse servirsi di uno dei due forni che aveva a disposizione, a seconda delle opportunità: il forno di sinistra (socialisti) o il forno di destra (liberali, eventualmente anche i missini). Secondo il quotidiano La Repubblica, Andreotti in un’intervista spiegò di avere inventato i “due forni” durante la crisi politica che portò alle elezioni anticipate del 1987. Ma altri giornalisti e storici fanno risalire il concetto alla fine degli anni ’50 o ai primi anni ’60, quelli dell’avvento del centrosinistra. A quell’epoca Andreotti incarnava la destra della Dc e i due fornai erano uno il Psi di Pietro Nenni, a sinistra, e il Pli di Giovanni Malagodi (e, all’occorrenza, anche gli esponenti dell’Msi), a destra. Andreotti, in ogni caso, mise in atto la sua teoria prima di teorizzarla… Infatti, la usò con il suo primo governo del 1972, dove, dopo la fine del centrosinistra, tornarono al governo i liberali assenti dal 1962. Un esecutivo che strizzava anche l’occhio ai missini di Almirante, cresciuti alla Politiche. Alla fine degli anni ’70, dopo l’assassinio di Aldo Moro, il quadro era completamente mutato: a offrire ‘pane’ alla Dc c’erano sempre i socialisti  di Bettino Craxi come i comunisti di Enrico Berlinguer, sempre con l’obiettivo di salvaguardare la centralità della Dc. Va precisato che politici e media hanno tirato in ballo la teoria dei “due forni” in relazione a situazioni diverse da quelle originariamente designate, sotto metafora, da Giulio Andreotti. Lo ha fatto, ad esempio, Silvio Berlusconi contestando le scelte del suo (allora) alleato, e leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. Di solito, quando si parla dei “due forni” a proposito del comportamento politico di qualcuno (singolo o forza politica), s’intende in realtà ingentilire eufemisticamente l’idea di un’atteggiamento trasformistico. Tutt’altra definizione, ma a volte erroneamente confusa con questa, è quella di un leader (o di un partito) che, sempre nell’ambito della Prima Repubblica, faceva da ago della bilancia. L’espressione fu spesso riferita, a partire dalla fine degli anni Settanta, alla posizione e alla politica del Psi nel periodo craxiano, che si collocava come elemento di equilibrio decisivo tra Dc e Pci al centro del panorama politico, mostrandosi fautore di scelte accortamente svincolate da ogni rigidità di schieramento (al governo del Paese  con la Dc, ma al governo di numerose Regioni, Province e Comuni insieme con il Pci).

“Esterno” (appoggio). E’ una formula politica che permette a partiti che non fanno parte dell’esecutivo di sostenere il governo o in maniera diretta, tramite voto, o indiretta, attraverso l’assenza dall’aula durante i voti finali sui provvedimenti. L’articolo 94 della Costituzione sancisce che il governo debba avere la fiducia delle due Camere. Questo vuol dire che sia alla Camera che al Senato la maggioranza dei parlamentari è disposta a votare a favore dei provvedimenti proposti dall’esecutivo. Generalmente chi fa parte di questa maggioranza dà un sostegno pieno alla squadra di governo, seguendo in tutto e per tutto le decisioni prese dal premier e dai suoi ministri. Questo comporta una facile comprensione di chi è al governo (gruppi parlamentari con membri nell’esecutivo) e chi no e che rientra nell’opposizione. La polarizzazione però può avere delle sfumature intermedie. Specialmente in legislature con governi o di coalizione o che non hanno un sostegno eccessivamente ampio, può succedere che alcuni gruppi parlamentari diano, appunto, un appoggio esterno all’esecutivo, sostenendolo pur non facendone parte. Questo può avvenire in due modi. Il primo caso, quello più comune, è un appoggio esterno diretto. Alcuni gruppi parlamentari, pur non avendo membri nella squadra di governo, possono decidere di sostenere l’esecutivo votando a favore dei provvedimenti da esso presentati. Il secondo caso invece è un appoggio esterno indiretto, che comporta o l’astensione o l’assenza dall’aula al momento del voto. Quest’ultimo caso è quello più interessante. La soglia di maggioranza per l’approvazione di un atto può infatti variare a seconda del numero di presenti. Se generalmente è di 316 deputati e 158 senatori (161 considerando oggi i senatori a vita), il quorum si abbassa (anche di molto) se ci sono assenze fra i parlamentari. Decidendo di uscire dall’aula, i gruppi in appoggio esterno indiretto facilitano il lavoro del governo, e quindi l’approvazione dell’atto.La XVII legislatura, cioè la penultima, è stata caratterizzata da numerosi casi di appoggio esterno al governo. L’ultimo  (novembre 2017) ha visto protagonista Articolo 1 – Mdp, gli scissionisti dal Pd, gruppo che, con le dimissioni del vice ministro Filippo Bubbico, ha ufficializzato il passaggio dei suoi gruppi parlamentari dall’appoggio pieno al governo Gentiloni all’appoggio esterno. Passaggio che già era nell’aria, visto il comportamento del movimento negli ultimi mesi (l’uscita dall’aula nel voto sulla manovra correttiva).  Il più noto degli esempi di appoggio esterno riguarda però il precedente governo Renzi, in cui la riforma costituzionale Boschi (poi bocciata dal referendum popolare) fu approvata dal parlamento anche grazie al sostegno di Ala (il movimento fondato da Dennis Verdini) che votò a favore di quella legge pur non facendo parte della squadra di governo (i voti di Ala furono decisivi, soprattutto al Senato, per blindare la riforma e farla passare). Nel corso della XIII legislatura (1996-2001) fu il Prc (Rifondazione comunista) di Fausto Bertinotti a garantire, al I governo Prodi (1996-’98) l’appoggio esterno del suo partito. Dopo una lunga trattativa che rischiò di far cadere il governo già all’atto del varo della prima manovra economica (1996), la situazione divenne sempre più tesa e, nel 1998, Rifondazione – che si era alleata all’Ulivo guidato da Prodi alle elezioni politiche del ’96 ma solo attraverso un cd. ‘patto di desistenza’ in una serie di collegi uninominali – decise di togliere definitivamente l’appoggio al governo Prodi, che poi cadde in Parlamento e che fu sostituito dai governi I e II D’Alema e dal governo Amato che godettero l’appoggio di un pezzo di Rifondazione, il Pdci di Armando Cossutta, che era uscito dal Prc per dissenso proprio sul tema dell’appoggio al governo Prodi. Nel corso della Prima Repubblica, furono molti i casi in cui il Psi, rispetto ai governi a guida Dc, ma non ancora organicamente di centro-sinistra, garantiva l’appoggio esterno ai primi governi centristi che ‘aprivano’ a sinistra, ma senza entrare nei vari esecutivi.

Leader. Il leader di una forza politica non ne è, per forza, il segretario politico o il presidente del partito: può anche essere una figura altra, purché riconosciuta dallo Statuto di quella singola forza politica, ma si tratta di un confine assai labile. La presenza, alle consultazioni, con i capigruppo dei gruppi parlamentari, di leader non eletti delle rispettive formazioni politiche, è pratica invalsa nella II Repubblica. In tempi recenti Beppe Grillo, capo politico del M5S, nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi con FI. Nella I Repubblica (1946-1992) salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti dei partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Legislatura (XVIII). La XVIII legislatura della storia repubblicana (la I si è aperta nel 1948) è partita con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi: servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Le Camere hanno, da lì, iniziato a funzionare regolarmente.

“Grosse Koalition”. La formula è mutuata dal vocabolario politico tedesco. La nascita della Grosse Koalition, in Germania, risale al periodo 1966-1969 quando per la prima volta i due partiti antitetici dell’allora Repubblica Federale Tedesca (Rft), la Cdu-Csu e la Spd, governarono insieme guidati dal premier Kurt Georg Kiesinger (Cdu). L’esperimento politico, per quanto funzionante, fu ritenuto, all’epoca, un’eccezione da non ripetersi più in futuro, in quanto i due principali partiti tedeschi e i loro alleati minori si sono ritenuti sempre alternativi, ma nella legislatura 2005-2009 si tornò a un governo di Grosse Koalition con i governi guidati dalla cancelliera Angela Merkel. L’esperimento fu replicato anche nella legislatura 2013-2017 e, dopo le ultime elezioni politiche del 2017, è stato riproposto anche se ci sono voluti sei mesi per vararlo, sempre sotto la guida della cancelliera Merkel. Ogni volta viene stipulato, tra Cdu-Csu e Spd, un “contratto di governo” che prevede, di volta in volta, i punti programmatici dell’intesa, cui si richiama oggi M5S quando parla, per il governo, di “contratto alla tedesca”. In Italia, un governo di Grosse Koalition (larga coalizione) è stato ritenuto il governo Letta (2013-2015) che però viene più comunemente definito “governo di larghe intese” (vedi alla voce).

Patto (di legislatura). E’ l’intesa con la quale i partiti che formano un governo s’impegnano a sostenerlo per cinque anni, cioè per l’intera legislatura in corso.

Partecipazione organica (al governo). Si ha quando un partito della maggioranza di governo ‘invia’ propri rappresentanti al governo in qualità di ministri e/o di sottosegretari i quali lo rappresentano pienamente dentro quel governo. Se la partecipazione al governo non è ‘organica’, da parte di una forza politica, vuol dire che il partito o gruppo politico in questione si limita a sostenere dall’esterno il governo (vedi alla voce “appoggio esterno”) oppure ad astenersi su di esso e sui suoi provvedimenti. Il caso dell’appoggio esterno del Prc di Bertinotti al I governo Prodi (1996-’98) fu un caso di appoggio esterno come lo fu l’appoggio esterno di Ala di Verdini al governo Renzi.

Rimpasto (di governo). Si verifica quando una (o più) forza politica della maggioranza di governo chiede di cambiare, in parte o in tutto, i ministri che ne fanno parte e ottiene che alcuni ministri si dimettano venendo sostituiti da altri della propria parte politica.

“Staffetta” (patto della). Fu chiamato così il patto politico siglato tra l’allora leader del Psi, Bettino Craxi, e l’allora leader della Dc, Ciriaco De Mita, che tra il 1983 e il 1987 avrebbero dovuto alternarsi al governo, sempre all’interno di governi di pentapartito (cioè di governi di centro-sinistra), ma il patto naufragò per l’ostilità dell’uno verso l’altro. Oggi se ne parla in merito a un possibile patto tra Salvini, leader della Lega, e Di Maio, leader dei 5Stelle, che dovrebbero (o vorrebbero) alternarsi alla guida del governo dentro un accordo tra centrodestra e M5S. Si farà? Difficile a dirsi, più difficile a farsi.

Staff (del Quirinale). Il presidente della Repubblica viene aiutato, nel suo compito di svolgere le consultazioni (vedi alla voce) da alcuni dei suoi principali collaboratori che sono: il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera); il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri; i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso; il consigliere Simone Guerrini e molti altri.

Stallo (o caos) istituzionale. E’ la situazione attuale. Un governo non c’è (ma c’è il governo Gentiloni per “il disbrigo degli affari correnti”, vedi alla voce) e la crisi politica si prolunga, ma  ‘niente paura’: è già successo e “ci vuole il tempo che ci vuole”…

“Terzo uomo”. Se ne parla anche nel corso di questa crisi politica perché potrebbe essere una personalità politica o istituzionale o fuori dai giochi dei partiti (il presidente della Consulta Lattanzi, il presidente dell’Authority della Anti-corruzione Cantone, l’ex giudice della Consulta Flick e via elencando) a essere chiamato dal Capo dello Stato a guidare un governo di tutti o di responsabilità o di scopo o a termine (vedi alle varie voci citate), ma solo dopo che tutte le altre opzioni politiche venissero scartate.

“Verifica” (di governo). Si intende con questo termine l’incontro tra i maggiori esponenti dei partiti che reggono un governo, incontro che si tiene periodicamente oppure dopo un evento politico di rilievo che cambia gli assetti politici del momento (per esempio le elezioni amministrative, comunali o regionali, le elezioni europee, etc.) allo scopo di ‘verificare’ (da cui il termine) se permangono o meno le condizioni affinché il governo possa continuare a operare. Nella Prima Repubblica erano molto frequenti.

Voto di fiducia. La nostra è una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare: le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti. La Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, e di conseguenza aprendo una nuova crisi di governo. In realtà, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia al governo da parte del Parlamento, sono pieni gli annali della storia patria: è quasi sempre stata la norma e la crisi ‘parlamentare’ l’eccezione.

Il contrario del voto di fiducia è, ovviamente, il cosiddetto ‘voto di sfiducia’: si realizza quando un esecutivo si presenta in Parlamento e viene battuto o ‘va sotto’ il quorum richiesto per quella votazione su un provvedimento o sul complesso del suo operato. Il paradosso è che, nella storia repubblicana, sono stati assai pochi i governi battuti in Parlamento con un voto di sfiducia, mentre normalmente, specie nella Prima Repubblica, i governi si dimettevano anche se non in presenza di un voto di sfiducia da parte delle Camere. Per non risalire troppo indietro nella storia, si può ricordare che entrambi gli esecutivi a guida Prodi di centrosinistra furono battuti, il primo nel 1996 e il secondo nel 2008, da un voto di sfiducia da parte delle Camere, la prima volta per responsabilità del Prc di Fausto Bertinotti e la seconda volta per responsabilità dell’Udeur di Mastella. Fu lo stesso Prodi a chiedere e a imporre, nonostante i molti pareri contrari presenti dentro i suoi governi e il suo staff, in entrambi i casi, un voto da parte delle Camere. Nel 1996 la legislatura continuò comunque con i governi D’Alema I e II e con il II governo Amato e si chiuse solo nel 2001. Nel secondo caso, invece, la legislatura che si era aperta nel 2006 si interruppe nel 2008 dopo un infruttuoso tentativo di formare un nuovo governo affidato da Napolitano a Marini. Peraltro, fu quella la seconda legislatura più breve della storia repubblicana, seconda soltanto a quella del 1992-’94. Da ricordare, infine, che il voto di fiducia se chiesto sul governo presuppone l’ottenimento della maggioranza assoluta dei voti di ciascuna Camera (316 deputati su 630 alla Camera, 161 senatori su 315 al Senato, ma il numero della composizione del Senato varia in base al numero dei senatori a vita che, in questo caso, sono cinque, quindi 321) mentre se chiesto su un provvedimento, di ogni natura, presuppone solo il raggiungimento della maggioranza semplice dei voti in ogni Camera (la metà più uno dei presenti alla votazione varia in base ai presenti).

Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

 

******Spazio curiosità IV****** 

Alcuni singoli episodi storici sugli incarichi di governo conferiti dai Presidenti nel corso dell’età repubblicana.

1979, i tre presidenti incaricati (uno effettivo e due vice). Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma nacque invece un V governo Andreotti che portò il Paese al voto. La Malfa, per il dolore, ne morì…

1979, il primo incarico a un esponente non Dc (Craxi). Sempre Pertini fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana e lo fece per ben due volte. Infatti, l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo guidato da Ferruccio Parri, ex comandante partigiano, di fede azionista, nato e morto nel 1947 era stato l’ultimo, prima vi erano stati tre governi Badoglio e due governi Bonomi, nel 1943-1946, ma era ancora vigente la monarchia di casa Savoia. Nel luglio del 1979 Pertini diede l’incarico di formare un governo al segretario del Psi Bettino Craxi, che dovette rinunciare per l’opposizione della Dc. Una decisione che suscitò grande scalpore ma preparò così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

1981, il primo governo a guida laica (Spadolini). Nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (Dc, 1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito (sorretto cioè da Dc, Pli, Pri, Psdi, Psi) il 28 giugno 1981. Fu una specie di rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc che mantenne tale primato per 35 anni.

1983, il primo governo a guida socialista (Craxi). Sempre il presidente Pertini fu il responsabile del conferimento dell’incarico al primo esponente socialista nella storia della Repubblica: il Psi aveva partecipato, quasi ininterrottamente, dal 1960 in poi ai governi detti “di centrosinistra” (fu in quell’occasione che Aldo Moro coniò l’espressione “convergenze parallele”: Moro parlava, cioè, del rapporto di convergenza tra la Dc e il Psi e non, come spesso si confonde, del rapporto tra la Dc e il Pci), ma non ne aveva mai guidato nessuno e il suo storico leader, Pietro Nenni, ne era stato, al massimo, vice-presidente.  Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito (formula che indicava la presenza di Dc, Psi, Psi, Poi e Poi al governo) durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, vi furono ai vertici dello Stato due esponenti socialisti: il presidente della Repubblica (Pertini) e il presidente del Consiglio (Craxi).

1987, il primo incarico esplorativo a un comunista (Iotti). Il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, nell’ambito di una complessa crisi di governo seguita alle dimissioni del II governo Craxi affidò al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), un incarico esplorativo nel marzo del 1987. Nell’arco di venti giorni, dal 25 marzo al 10 aprile, la Jotti ha verificato l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo e la palla è passata ad altre personalità. In ogni caso, si è trattato della prima e unica volta in cui un esponente del Pci, peraltro la vedova di Palmiro Togliatti, ha avuto un incarico, sia pure esplorativo, da un Presidente della Repubblica nell’intero arco della storia repubblicana.

1987, il primo incarico al presidente del Senato in carica, Fanfani. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha innovato la prassi costituzionale affidando al presidente del Senato in carica, Amintore Fanfani (Dc), un incarico per formare un governo il 14 aprile 1987. Il VI governo Fanfani è rimasto in carica fino al 9 luglio 1987, il tempo utile per accompagnare il Paese al voto e si è dimesso subito dopo l’elezione delle nuove Camere. In ogni caso si è trattato del primo governo affidato a un presidente del Senato in carica.

1989, la crisi di governo più lunga e il governo Andreotti. La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella del maggio-luglio 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti (1989-1991). Ma il governo Andreotti nacque ben 64 giorni dopo le dimissioni, il 19 maggio 1989, del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita (Dc), che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche e che si dimise dopo la conclusione del congresso del Psi che gli tolse l’appoggio perché Craxi riteneva che non fosse stato rispettato il cd. “patto della staffetta” (l’alternanza tra un esponente del Psi, Craxi, e uno della Dc, De Mita, alla guida del governo, patto politico che De Mita e Craxi pretendevano fosse persino ‘costituzionalizzato’). Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Dopo un mandato esplorativo affidato a Spadolini (Pri), allora presidente del Senato, e il reincarico a De Mita, che rinunciò, nacque il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un’alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi): sbloccò l’impasse e durò fino al 1991. Ci vollero due mesi per risolvere la crisi di governo, la più lunga della storia repubblicana, dal 19 maggio al 22 luglio.

1992, la crisi di governo più drammatica, il Governo Amato. Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò, peraltro, della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro fu costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività. Scalfaro diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi in situazioni drammatiche. Il primo incarico fu dato a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal giugno 1992 all’aprile 1993 affrontando problemi di ordine interno (corruzione e stragi) e internazionale (crollo della lira, svalutazione e il famoso “prelievo forzoso sui conti correnti”). Particolare curioso delle consultazioni: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto dei partiti coinvolti. Durante il governo Amato, peraltro, il numero di ministri che si dimisero per gli avvisi di garanzia ricevuti dal pool di Mani Pulite fu esorbitante: si trattò dei ministri Martelli (Psi), Goria e Fontana (Dc), Di Lorenzo (Pli), mentre il ministro Scotti (Dc) si dimise per la nuova incompatibilità, fatta valere dal suo partito, tra ministro in carica e seggio parlamentare, il ministro Ripa di Meana (Verdi) si dimise per dissenso in merito al decreto Conso che depenalizzava i reati di Tangentopoli e che poi venne ritirato. In totale, si trattò delle dimissioni di ben sei ministri in carica.

1993, la prima volta del Pds al governo e il Governo Ciampi. Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era, in quel momento, governatore della Banca d’Italia, più tardi fu ministro e poi anche presidente della Repubblica) e il primo governo, dal 1947 in poi, a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti. Infatti, anche se solo per una giornata, il 29 aprile 1993, il Pds (ex Pci) di Achille Occhetto prese parte al governo Ciampi con propri ministri che erano Visco, Berlinguer, Barbera e Rutelli (Verdi). L’uscita dal governo, a sole 24 ore dalla sua formazione, fu determinata dal fatto che la Camera dei Deputati negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per il leader del Psi Bettino Craxi, voto che si teneva proprio quel giorno. Il governo Ciampi fu anche il governo che gestì il primo passaggio dal sistema proporzionale semi-puro che aveva segnato la storia di tutta la Prima Repubblica a una nuova legge elettorale, il Mattarellum (dal nome dell’attuale Capo dello Stato e allora capogruppo del Ppi, Sergio Mattarella). Il Mattarellum, varato nel 1993 e applicato per la prima volta nel 1994, introdusse in Italia un sistema elettorale maggioritario, basato sui collegi uninominali, anche se con discreto recupero proporzionale (25%).

1994, il primo caso di un ministro (Previti) depennato dalla lista dei ministri. Quando, nel 1994, il 18 aprile, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura (1992-’94), la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi (alleato della Lega Nord nel Polo delle Libertà al Nord e di An al Sud nel Polo del Buon Governo) sancì la nascita di una nuova era, la Seconda Repubblica. Il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo non rispondeva più alle logiche della Prima Repubblica e al gioco come ai rapporti tra i partiti in un sistema, di fatto, proporzionale, ma avviò l’era – o quantomeno la richiesta – della formazione di governi che rispondessero all’esito elettorale. In tale cornice, nacque il I governo Berlusconi che governò dal 10 maggio 1994 fino alle sue dimissioni, il 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri partiti minori. Il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo il quale Berlusconi accettò il veto del presidente Scalfaro sul nome di Previti e lo spostò alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, fatto non usuale, ma nemmeno irrituale nella storia. Infatti, Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo del governo Pella (1953) che lo stesso Einaudi spinse a formare.

2008, il governo più longevo della storia, il governo Berlusconi. Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura (2008-2013), il 7 maggio 2008, fu il 60 esimo governo della storia repubblicana, batté tutti i record di durata degli esecutivi più longevi della storia patria ed è rimasto, a oggi, il secondo più lungo, secondo solo al VII governo De Gasperi(1951-1953), naturalmente contando solo i governi della storia repubblicana. Il governo più lungo di tutti fu ovviamente il governo guidato da Benito Mussolini, con diversi rimpasti, dal 1929 al 1943, governi che si formarono durante il regime fascista e che venivano autorizzati dall’allora Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

2011, il governo di un senatore a vita, il governo Monti. La crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio, formando un suo partito (Fli), separato e distante dall’allora Pdl, manovrando, da presidente della Camera, contro Berlusconi, comportò che, a novembre del 2011, il IV governo Berlusconi cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando per un soffio la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Pd), colse al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice dell’esperimento del governo tecnico guidato da Mario Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare, pochi mesi prima, senatore a vita. Monti governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ e non indicati dai vari partiti che lo sostenevano, adottando misure draconiane in economia.

2013, una legislatura caotica, l’ultima, e una crisi di governo durata 44 giorni. La legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, che aveva sostituito nel 2005 la legge elettorale precedente, il Mattarellum, e che funzionò dalle elezioni del 2006 fino, appunto, a quelle del 2013. Tale legge, il Porcellum, venne poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione, premio concesso senza soglia di accesso. In ogni caso, la coalizione di centrosinistra imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) ma solo alla Camera e non al Senato per la difformità dei premi, che al Senato venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico per formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna per l’indisponibilità dei 5Stelle. Napolitano congelò il pre-incarico a Bersani senza mai più, di fatto, ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale come poi fu notato. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato. Le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101”) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo e unico capo dello Stato ad essere eletto per due volte alla massima carica della più alta istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi, dunque, che fu molto lunga, anche se non la più lunga, e che portò con sé altre due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’.

 

il mio libro su Renzi

La copertina di un libro su Renzi, La volta buona.

La formula del governo delle larghe intese proseguì fino al gennaio 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi (Pd), dopo la sfiducia che il suo partito aveva promosso nei confronti del governo Letta. Renzi ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece il nuovo Capo dello Stato, Sergio Mattarella, eletto nel 2015, a conferire l’incarico al presidente del Consiglio attuale e ancora in carica per “il disbrigo degli affari correnti”, Paolo Gentiloni (Pd). Da segnalare altri due fatti importanti. Il governo Renzi, che governò con una maggioranza non più di “larghe intese” (Pd-FI più gli alleati minori), come era accaduto con il governo Letta, ma con una maggioranza di ‘centro-sinistra’ (Pd-Ncd più altri alleati minori), stabilì con FI di Silvio Berlusconi l’intesa (passata alle cronache come “patto del Nazareno” perché stipulato nella sede del Pd che si trova a largo del Nazareno) per una ‘grande riforma’ costituzionale. La riforma, che prevedeva di riscrivere molti articoli della II parte della Costituzione (superamento del bicameralismo perfetto attraverso l’abolizione del Senato o, meglio, la sua non più elettività diretta ma di secondo grado e la riforma del Titolo V, cioè il rapporto di Stato e regioni) fu varata dal Parlamento, attraverso una doppia lettura, come prevede la Costituzione nel 2015, ma fu richiesto, dalle opposizioni, non avendo la riforma ottenuto i 2/3 dei voti in Parlamento proprio a causa del sottrarsi di FI dal patto del Nazareno, un referendum costituzionale su esso che si tenne il 4 dicembre 2015 e vide la sconfitta del Sì e la vittoria del No al referendum. Di conseguenza Renzi si dimise da presidente del Consiglio e gli subentrò Gentiloni. Pur non entrata in vigore, si è trattato della più grande opera di revisione costituzionale mai tentata prima in Italia. Inoltre, sempre il governo Renzi fece approvare, a colpi di maggioranza, e ponendo la questione di fiducia, la riforma della legge elettorale passato alle cronache come Italicum. Ma anche tale legge, approvata nel 2016, non fu attuata. Bocciata, anche se solo in parte, dalla Corte costituzionale perché, prevedendo un ballottaggio tra i due partiti o coalizioni più votate non indicava una soglia di accesso, l’Italicum non entrò mai in vigore, primo e unico caso, nella storia repubblicana. Entrò in vigore, invece, alla fine del 2017, il cd. Rosatellum, sistema proporzionale basato su un mix di collegi uninominali maggioritari (36%) e di listini bloccati proporzionali (64%), sistema elettorale con cui si è votato alle recenti elezioni del 4 marzo 2018.

jotti e anselmi

Nilde Jotti (Pci), la donna più votata per il Quirinale, e Tina Anselmi (Dc)

*****Spazio curiosità V*****

Breve storia dei mandati esplorativi e dei pre-incarichi.

  • Una premessa.

Il primo fu Cesare Merzagora nel 1957, gli ultimi sono stati, anche se non formalmente, nel 2013 dieci saggi suddivisi in due commissioni. Sono i destinatari del cosiddetto incarico esplorativo che, durante le procedure per la formazione del governo, il Presidente della Repubblica può chiamare a verificare se esistano i presupposti, ed eventualmente a dare un impulso, per arrivare ad una possibile soluzione della crisi o per favorire una fase di decantazione e guadagnare tempo in attesa che maturino le intese necessarie. Solitamente si tratta di personalità super partes ma con una connotazione più politica rispetto a quella del Capo dello Stato, in grado quindi di avere un approccio bipartisan alle questioni, ma anche di inserire nel confronto tra le forze politiche quegli elementi che possano permettere di superare lo stallo. Il profilo richiama la figura dei presidenti  delle Camere che in tutti i casi citati sono stati chiamati a svolgere questa funzione.

            *Il primo incarico a Merzagora nel 1957.

Il primo fu il presidente del Senato, Cesare Merzagora, nella fase che portò alla formazione del governo Adone Zoli, dopo la crisi apertasi con le dimissioni di Antonio Segni il 6 maggio 1957. Nel conferirgli l’incarico, il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, spiegò che come suo supplente, la Costituzione gli conferiva “il compito di accertare quali concrete possibilità esistessero di costituire un governo in grado, per la composizione e il programma, di riscuotere la fiducia delle Camere e del Paese”. Merzagora accettò il mandato, spiegando di considerare il suo compito limitato proprio a verificare se fosse possibile far nascere un nuovo esecutivo, rinunciando quindi ad una automatica trasformazione in incarico pieno e ritenendo opportuno ricorrere al presidente del Senato solo come estrema risorsa. L’incarico non ebbe seguito.

  • L’incarico al presidente della Camera Leone nel 1960.

Il 4 marzo del 1960, ancora una volta dopo le dimissioni di un esecutivo presieduto da Antonio Segni, Gronchi decise di chiamare come ‘esploratore’ stavolta il presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc). Anche in questo caso, l’accettazione della chiamata da parte del Capo dello Stato fu accompagnata dalla premessa che un incarico pieno ad una carica istituzionale poteva giustificarsi solo in presenza di una situazione particolare, come la necessità di presiedere un governo destinato a condurre il Paese ad elezioni anticipate. Ipotesi non all’ordine del giorno: la crisi fu superata con la nomina al governo di Fernando Tambroni (Dc).

  • Ancora un incarico a Leone nel 1963.

Un nuovo incarico esplorativo venne affidato, nel giugno del 1963, all’inizio della legislatura, al presidente della Camera, Leone, che poi fu nominato da Antonio Segni presidente del Consiglio di un governo rimasto in carica fino all’autunno, prima della nascita del centrosinistra organico di Aldo Moro (Dc). Sempre Leone, nel frattempo divenuto senatore a vita, si ritroverà premier per la seconda volta tra il giugno e il novembre del 1968, preparando la stagione dei governi di Mariano Rumor nel periodo che segnava la crisi del centrosinistra.

  • Gli incarichi esplorativi a Saragat e Fanfani, 1968.

Proprio in quegli anni vennero affidati altri due incarichi esplorativi, durati appena un giorno, dal Capo dello Stato, Giuseppe Saragat (Psdi), prima al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968, e poi a quello del Senato, Fanfani, il 2 agosto del 1969. Nella legislatura successiva, il 10 ottobre del 1974, dopo la crisi del quinto governo Rumor, il Presidente della Repubblica, Leone, affidò l’incarico esplorativo al presidente del Senato, Giovanni Spagnolli, che tre giorni dopo gli consegna una relazione scritta sui colloqui avuti. Dovette comunque passare ancora più di un mese prima che vedesse la luce il quarto esecutivo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro.

  • Ancora un incarico a Fanfani, prima del Craxi bis, nel 1986.

L’impostazione che porta ad affidare l’incarico esplorativo a Merzagora e Leone e i paletti posti dai diretti interessati nell’accettarlo, trova riscontro nella situazione che si crea negli anni Ottanta, quando è Amintore Fanfani, presidente del Senato, che viene chiamato dal Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a coadiuvarlo nella ricerca di una soluzione per la crisi apertasi con le dimissioni del primo governo di Bettino Craxi. Era il 4 luglio 1986 e 5 giorni dopo, terminata la sua esplorazione, Fanfani riferì al Capo dello Stato che dagli elementi raccolti emergeva la possibilità di arrivare ad una soluzione della crisi, che poi culminò con l’avvento del Craxi bis. Nel 1983 un incarico esplorativo era stato conferito dal presidente Pertini al presidente del Senato Morlino.

  • Nilde Iotti, la prima ‘esploratrice’ donna nel 1987.

A Fanfani, da presidente del Senato, qualche mese dopo fu dato invece un incarico pieno per un esecutivo che avrebbe avuto come sbocco le elezioni anticipate all’inizio dell’estate del 1987. Era già accaduto nel dicembre 1982, al termine dell’ottava legislatura. Quel sesto e ultimo governo guidato da uno dei “cavalli di razza” della Dc fu appunto preceduto da una fase particolarmente complicata, conseguenza della tensione tra Dc e Psi, che rese necessario l’intervento per la prima volta di una ‘esploratrice’, e cioè la presidente della Camera Nilde Iotti (Pci), chiamata da Cossiga il 27 marzo 1987.

Da ricordare che, prima di arrivare ad elezioni anticipate, anche il Capo dello Stato Sandro Pertini, nella primavera del 1983, chiese al presidente del Senato, Tommaso Morlino, di esplorare se effettivamente emergesse l’incapacità del Parlamento di esprimere una maggioranza.  Nel 1986, a guidare il governo che stava per dimettersi era Amintore Fanfani, chiamato qualche mese prima a lasciare lo scranno più alto di palazzo Madama per approdare a palazzo Chigi, in quella che sarebbe stata la fase finale della legislatura, circostanza che si sarebbe ripetuta nel 1987. Una dimostrazione di come possa accadere che i presidenti delle Camere vengano anche ritenuti figure idonee ad assumere la carica di premier, in esecutivi destinati a gestire fasi di passaggio e di decantazione prima o immediatamente dopo le elezioni, anticipate o meno.

  • L’incarico esplorativo a Spadolini, 1989.

Sempre durante una delle crisi più lunghe e difficili, all’epoca del pentapartito, prima che si riuscisse a dar vita al sesto gabinetto presieduto da Giulio Andreotti, fu chiamato ad ‘esplorare’ il presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri). Spadolini, dal 26 maggio all’11 giugno 1989 ebbe un mandato che portò a termine dopo due giri di consultazioni, anche se dovette passare più di un mese per veder risolta una crisi durata, alla fine, ben 64 giorni.

  • Marini esplora nel 2008, dopo le dimissioni di Prodi.

Prima di sciogliere le Camere dopo le dimissioni di Romano Prodi nel gennaio del 2008, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò al presidente del Senato, Franco Marini, l’incarico di esplorare se tra le forze politiche esistesse la possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e il sostegno ad un governo che accompagnasse l’approvazione di tale riforma, assumendo anche le decisioni più urgenti. 

  • La stranezza della commissione di saggi ‘esploratrice’, nel 2013.

Inedita la formula sperimentata invece dallo stesso Napolitano all’inizio della passata legislatura, dopo l’impossibilità di formare un governo verificata da Pier Luigi Bersani. Al termine di un rapido giro di consultazioni, il 30 marzo del 2013 il Capo dello Stato decise di formare due commissioni di lavoro, chiamate a stabilire contatti con i Gruppi parlamentari, per un confronto su proposte programmatiche in materia istituzionale ed economico-sociale ed europea. Un’iniziativa che avrebbe rappresentato il prodromo per la successiva nascita del governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta. Del primo comitato facevano parte Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante; del secondo, Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato; Salvatore Rossi, membro del Direttorio della Banca d’Italia; Giancarlo Giorgetti e Filippo Bubbico, allora presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato in avvio di legislatura; l’allora ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi. Il lavoro della commissione di saggi fu poi archiviato e non ebbe alcun seguito sostanziale.

*Il mandato esplorativo al presidente del Senato Casellati, 2018.

Nel 2018, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, un mandato esplorativo è stato affidato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla presidente del Senato, Elisabetta Maria Alberti Casellati (FI) con un confine molto specifico: verificare la possibilità di formare un governo solo nel ‘perimetro’ di una possibile alleanza tra centrodestra e M5S e, anche, con un orizzonte temporale molto limitato, i giorni dal 18 al 20 aprile 2018, con l’obbligo di riferire, entro quella data, al Capo dello Stato. L’esplorazione si è conclusa il 21 aprile scorso, è durata solo due giorni e non ha prodotto risultati significativi.


Questo ‘Dizionario della crisi’ è stato pensato e scritto in forma originale per questo blog ed è reperibile solo qui.

 

 

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NEW!!! “Pacchetto Colle”. Le consultazioni, le mosse di Mattarella, le tipologie di incarico, i precedenti storici e tante curiosità

Il “pacchetto consultazioni”, pubblicato sul sito Internet Quotidiano.net il 4 aprile 2018, contiene approfondimenti e sezioni speciali in forma estesa per i ’25 lettori’ del blog.

Transatlantico

La galleria fumatori del Transatlantico di Montecitorio

  1. Il nuovo round di consultazioni sarà il 12 e 13 aprile. Ancora a vuoto?

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fissato oggi il secondo round di consultazioni per giovedì 12 e venerdì 13 aprile di questa settimana. Il primo giorno sarà dedicato alle forze politiche. Tra i partiti, gli ultimi a salire al Colle, alle 18.30, saranno i 5Stelle. Prima sarà la volta della delegazione del centrodestra unito (Lega-FI-FdI) che rimarrà dunque nella casella già assegnata alla Lega al primo giro, prima ancora della delegazione del Pd e, all’inizio, dei gruppi minori (Misto e LeU).

 Venerdì il capo dello Stato vedrà le cariche istituzionali: i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il presidente emerito Giorgio Napolitano. Nella prima tornata di colloqui, il 4 e 5 aprile, Mattarella aveva sentito, invece, prima le due principali cariche dello Stato e poi i partiti.
E così, tra oggi e ieri il Capo dello Stato ha dato un primo segnale ai partiti. Con un certo anticipo, ben studiato, sulla tabella di marcia, prima ha scritto ai presidente di Camera e Senato, Fico e Casellati, per ricordargli che il Parlamento deve eleggere, in seduta comune, otto componenti (per Costituzione di designazione parlamentare) del Csm, il cui plenum verrà riunito l’8 e 9 luglio per eleggere i suoi 16 componenti togati (in totale, si tratta di 24 membri), e sarà presieduto dallo stesso Mattarella, proprio perché scade il mandato quadriennale del Csm. Il Parlamento, di solito, ci mette tempo per procedere a tali nomine e le divisioni tra i partiti per formare il governo non aiuteranno a facilitarne il compito. Per dirne un’altra, manca la nomina di un giudice della Consulta da oltre due anni (nel frattempo la Consulta ha cambiato ben due presidenti!), ma il Parlamento uscente non è mai riuscito a provvedervi.

Insomma, Mattarella ieri ha battuto un colpo. Il secondo lo ha suonato oggi, convocando il secondo giro di consultazioni che si apriranno al Colle giovedì 12 e venerdì 13. IAnche in questo caso, la pratica sarà sbrigata in meno di due giorni. Due le novità: il centrodestra si presenterà unito, in formato ‘Triplice Intesa’ (Berlusconi-Meloni-Salvini) e il gruppo Misto della Camera con un nuovo capogruppo perché Leu ha ottenuto, ieri, la deroga a costituirsi in gruppo autonomo, nonostante abbia solo 14 deputati (20 è il numero minimo consentito), in quanto simbolo presentato alle elezioni (fu concessa, nella scorsa legislatura, a FdI).

Il Capo dello Stato individuerà un premier e gli attribuirà un incarico per formare un governo, entro il fine settimana? Difficile. Più facile che anche il secondo giro vada a vuoto, ma Mattarella – per evitare la deprecabile immagine dello stallo e del vuoto istituzionale – potrebbe affidare, invece, un pre-incarico a una figura ‘terza’ (il nome più quotato è quello del presidente del Senato, Casellati) per sondare, questa volta attraverso consultazioni formali ma non del Capo dello Stato, ma di un presidente incaricato, i partiti e poi, appunto, tornare a riferire al Colle e a lui stesso.

La verità è che il mite, calmo e serafico Sergio Mattarella, sta iniziando a perdere la pazienza. Le trattative tra i partiti – sia sul fronte Lega-M5S o centrodestra-M5S, sia sul fronte M5S-Pd – sono ferme al palo, bloccate da veti reciproci e paralizzanti. Di Maio non recede dal proposito di essere lui il premier (Salvini, invece, sì), ma soprattutto non vuole alcun rapporto con Berlusconi e con la sua Forza Italia, tantomeno accettandone ministri e sostegno al suo governo (ma se si trattasse solo di un appoggio esterno, da parte di FI, o di ministri ‘di area’ o ‘tecnici’? Non si sa). Salvini non recede, almeno per ora, dal patto a tre siglato con FI e FdI: mantenere unito il centrodestra può prefigurare un incarico allo stesso Salvini (37% la percentuale del centrodestra unito contro il 32% del solo M5S), ma non vuole accettare un pre-incarico, con il rischio di ‘bruciarsi’, e tantomeno vuole accettare il dialogo e il possibile sostegno, a un suo governo, del Pd, ipotesi che FI accarezza. Il Pd non vuole scendere a patti con i 5Stelle, a meno che – forse – Di Maio rinunci alla premiership, ma non si capisce perché quest’ultimo dovrebbe rinunciare con Salvini e accettare di non fare il premier con il Pd… Inoltre, il Pd è spaccato al suo interno: l’Assemblea nazionale del 21 aprile potrebbe essere l’occasione per capire cosa vuol fare il Pd e se Renzi, oltre che i gruppi parlamentari, controlla ancora il partito, ma le timide aperture di pezzi del Pd ‘governista’ e ‘collista’ (nel senso di pronto ad accettare le pressioni del Colle, appunto) non bastano, per ora, a bilanciare la contrarietà di Renzi e dei suoi ad andare al governo, almeno non con i 5Stelle. Infatti, l’ipotesi – per ora fantascientifica, ma ‘mai dire mai’, potrebbe essere quella di un Pd che, per una volta unito, fa nascere (tramite le astensioni o uscendo dall’aula) un governo di minoranza a guida centrodestra (Salvini o, meglio ancora, una figura terza, meglio ancora se istituzionale, stile Casellati, appunto) su richiesta del Colle e trincerandosi dietro “il senso di responsabilità istituzionale”. Troppo presto per dirlo e, in ogni caso, tutti gli scenari sono aperti. Per ora tra i partiti il gioco è “a somma zero” mentre il Pd vive il dramma del “gioco del prigioniero” (un classico della “teoria dei giochi”: in soldoni, vuol dire che qualsiasi scelta fai sconti una pena…).

Il tempo, dunque, rischia di passare ancora inutilmente: il secondo giro di consultazioni, realisticamente, andrà a vuoto, forse non basterà neppure un terzo. Ora, è vero che Mattarella intende prendere, ancora per un po’, i leader e le loro bizze infantili (quelle che rispondono al famoso slogan ‘politico’ del bambino che urla “il pallone è mio e ci gioco solo io!”) per sfinimento. Condurre un secondo, e di certo anche un terzo, giro di consultazioni, infatti, vuol dire far passare (anzi: far correre) le due settimane che ci separano dalla fine di aprile mentre ancora si sta girando il film “Gran Ballo Quirinale”. E vuol dire arrivare ai primi di maggio senza aver attribuito ancora alcun incarico ‘politico’ per formare un governo, se non, forse, un pre-incarico a una figura istituzionale (la presidente del Senato Casellati è il nome più quotato), ma destinato a finire sostanzialmente nel nulla, oltre che a relazionare il “nuovo” (?) stato dell’arte al Capo dello Stato. Compiere questa mossa può servire, a Mattarella, per chiudere anche formalmente le due ‘finestre’ ancora aperte per un voto anticipato a giugno. Infatti, per votare il 17 giugno bisognerebbe sciogliere le Camere entro il 2 maggio (dai 45 ai 70 il termine per indire i comizi elettorali), per andare alle urne il 24 giugno (quando si terranno i ballottaggi delle amministrative, primo turno il 10 giugno) non si può scavallare il 9 maggio. Insomma, subito dopo il ‘mega-ponte’ festivo, compreso tra il 25 aprile (Festa della Liberazione) e il I maggio (Festa dei lavoratori), i partiti e i loro leader, per quanto recalcitranti, dovranno per forza di cose acconciarsi a dar vita a un governo. Politico o, se non ci riusciranno, di scopo, istituzionale, di responsabilità. Ma è anche vero che Mattarella vuole – e chiederà ai partiti – risposte concrete e urgenti alle domande che già ha fatto loro nel primo giro di consultazioni: quale maggioranza pensate di riuscire a formare in Parlamento, con quali numeri? A chi pensate per la figura del premier? Sorretto da quali forze politiche? E con quali programmi per il Paese? A tali domande i partiti sono chiamati e tenuti a rispondere.

2. Aprile, il più crudele dei mesi… (repeat)

Aprile, il più crudele dei mesi, come diceva il Poeta (Thomas Eliot), è anche il mese in cui si sono aperte le consultazioni al Colle per la formazione di un nuovo governo, dopo il risultato politico delle elezioni del 4 marzo e i primi atti ufficiali delle nuove Camere e cioè della XVIII legislatura. Legislatura già partita, in realtà, con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi che servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Ma se le Camere hanno iniziato a funzionare e nonostante la nostra sia una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia, un governo – come la serva di Totò – ‘serve’. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare (le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti). Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Napolitano nominò, proprio per ovviare a questo inconveniente causato dal protrarsi delle consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (che fu sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere e varare il Def e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri e presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello per approntare una riforma della Costituzione, anche se tra i forti dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione ma senza la prassi ordinaria per istituirla.

In ogni caso, le consultazioni al Quirinale, che storicamente si tengono nell’ufficio del Capo dello Stato e vedono poi, una volta uscite le delegazioni, delle brevi comunicazioni dei partiti e gruppi convocati nel magnifico studio della Vetrata, sono iniziate il 3 aprile e seguiranno, ogni volta, un rigido calendario, già scandito e diffuso, il 29 marzo, da un comunicato del Colle. Il secondo giro di consultazioni, come già detto, si terrà il 12 e il 13 aprile 2018.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Non c’è nulla di scritto, nella Costituzione, sulle consultazioni, solo le consuetudini ne regolano lo svolgimento. Ecco le principali.

3. Consuetudine più che regole: le consultazioni e il calendario del Colle. 

Un’antica consuetudine, peraltro non sempre rispettata nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i presidenti delle Camere e il presidente emerito della Repubblica (notare che dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, nel 2015, in poi, si tratta di non solo di un presidente emerito, ma di un ex Capo dello Stato bis…), poi di passare ai gruppi parlamentari, con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande secondo la loro consistenza numerica.

Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera oppure nell’altra.

La presenza, alle consultazioni, oltre che dei capigruppo, di leader non eletti in modo democratico e formale nelle loro rispettive formazioni politiche, è una pratica invalsa solo dalla II Repubblica (1993). In tempi recenti Grillo nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi lo farà con FI.

Nella I Repubblica (1946-1992), infatti, salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti degli stessi partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Il Quirinale ha diffuso, si diceva, il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, che viene detto un nuovo ‘giro’,  cambieranno i giorni, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi. Ecco la tempistica ufficiale.  Il primo ‘giro’ di consultazioni si è tenuto mercoledì 4 aprile e giovedì 5 aprile. Il secondo ‘giro’ si terrà tra giovedì 12 aprile e venerdì 13 aprile. Si può, in teoria, andare avanti all’infinito… Ci potrebbero volere, in ogni caso, dei mesi (forse uno, forse due) per vedere la nascita di un nuovo governo. Di certo il mese di aprile se ne andrà via solo per le consultazioni e un nuovo governo potrebbe non giurare che a maggio. Abbastanza in avanti, dunque, per chiudere la finestra elettorale di giugno (il 10 giugno andranno al voto più di 700 comuni italiani, ballottaggi il 24 giugno) perché – dopo di allora – sarà impossibile andare di nuovo a votare prima dell’estate. Quindi, anche per un possibile e non auspicabile voto anticipato se ne parlerebbe a ottobre. Tra le altre date – non istituzionali, ma ‘politiche’ – da tenere presenti, ci sono le elezioni regionali in Molise, fissate per il 22 aprile, e quelle in Friuli-Venezia Giulia (29 aprile). Ma torniamo al calendario del primo ‘giro’ di consultazioni.

Mercoledì 4 aprile, sono saliti i presidenti del Senato (Casellati), alle ore 10.30, e della Camera (Fico) alle 11.00. Alle 12.30 il presidente emerito Giorgio Napolitano. Tutti e tre torneranno al Colle venerdì 13 aprile.

Sempre mercoledì 4 aprile, alle ore 16, è stata la volta del gruppo Autonomie del Senato. Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Conta, in questa legislatura, otto senatori, il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp) in rappresentanza della Svp. Ne fanno parte Gianclaudio Bressa (ex Pd), Napolitano (che però è già andato al Colle da solo in qualità di presidente emerito), Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo ha avuto la dispensa a restare sotto soglia (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta le minoranze linguistiche.

Alle ore 16.45 è arrivato il Gruppo Misto del Senato e alle 17.30 il Gruppo Misto della Camera. Il gruppo Misto della Camera è composto da 22 deputati ed è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU): comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 4 di Noi con l’Italia-Udc; 5 ex M5S. Il gruppo Misto comprendeva 14 deputati di Leu i quali, però, martedì 10 aprile hanno ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo pur stando sotto la soglia di 20 deputati in quanto simbolo presentato alle elezioni ed hanno eletto presidente Federico Fornaro.

Il gruppo Misto del Senato è composto da 12 senatori, è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Monti e Segre, l’ultima senatore a vita nominata nel 2018 da Mattarella). Al Senato, LeU dovrà restare nel Misto: il nuovo regolamento del Senato non permette, in ogni caso, la costituzione di gruppi autonomi sotto i 10 senatori.

Alle 18.30 di mercoledì 4 aprile l’ultimo incontro del giorno è stato con i gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia (50). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta su 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato) che andranno senza la Meloni.

Giovedì 5 aprile si sono riaperte le consultazioni al Quirinale. Il primo gruppo, quartultimo nell’ordine di salita al Colle, è stato quello del Pd alle 10. Il Pd, infatti, con 163 parlamentari (111 i deputati e 52 i senatori) è il IV partito per consistenza numerica: ha eletto come capigruppo Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Sono saliti al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, Matteo Orfini. Non ci sarà invece il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi, che dalle sue dimissioni non ha più cariche nel Pd.

Alle ore 11.00 è stata la volta dei gruppi di Forza Italia. I capigruppo di FI al Senato (Annamaria Bernini) e alla Camera (Mariastella Gelmini) rappresentano 104 deputati e 61 senatori per un totale di 165 parlamentari. Il presidente del partito, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai capigruppo. Da notare che, al Senato, i 4 eletti di Noi con l’Italia- Udc sono entrati nel gruppo di FI, alla Camera no (stanno nel Misto). Non è salito al Colle anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani (sarebbe stata una prima volta assoluta per una carica istituzionale europea pari di rango a un Capo di Stato!) ma Berlusconi potrebbe nominarlo vicepresidente di Forza Italia e dunque ammetterlo alle consultazioni. Il cerimoniale del Colle, infatti, è molto rigido: possono salire al Quirinale solo cariche di partito elettive.

Alle ore 12.00 è toccato ai gruppi della Lega. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, è salito al Colle con i due capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera). La Lega conta su 125 deputati e 58 senatori per un totale di 183 parlamentari.

Infine, alle ore 16.30, le consultazioni si sono completate con i Gruppi di M5S. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) sono saliti al Colle accompagnati dal leader e candidato premier dei 5Stelle, il deputato Luigi Di Maio. M5S conta 222 deputati e 109 senatori, in totale 331 parlamentari.

Per quanto riguarda il nuovo (il secondo) giro di consultazioni, i gruppi minori (Autonomie Senato, Misto Senato e Misto Camera, LeU) saliranno al Colle giovedì 12 aprile, in mattinata. Nel pomeriggio andranno al Quirinale i gruppi maggiori: Pd, centrodestra unito (in teoria Lega+FdI-FI hanno molti più parlamentari, 398, del M5S, che ne conta 331, ma salirà comunque come penultimo gruppo) e, infine, l’M5S. Venerdì 13 aprile toccherà ai presidenti di Camera e Senato, Fico e Casellati, e al presidente emerito Giorgio Napolitano.

4. La pausa di riflessione (un’altra…) e il conferimento dell’incarico.

Venerdì 6 aprile è stata, per il Capo dello Stato, una giornata cosiddetta “di riflessione” e tale sarà anche il prossimo weekend, quello del 14 e 15 aprile. Ascoltati tutti i gruppi e le forze presenti in Parlamento, sulla base dei programmi, degli eventuali accordi politici e soprattutto dei numeri necessari a godere di una base parlamentare (la Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, anche se, ovviamente, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia, sono pieni gli annali della storia patria…) che gli verranno sottoposti, Mattarella rifletterà sulle prossime mosse da compiersi. Ma prima di decidere ‘se’ conferire un incarico per formare un governo e a ‘chi’, il Capo dello Stato, di fronte al complicarsi della situazione politica, sempre più ingarbugliata, ha deciso di aprire, dopo qualche giorno di pausa, un nuovo giro di consultazioni, senza conferire nessun incarico perché non convinto dai propositi delle forze politiche, specialmente se – come è in questo caso – nessun partito gode, come base di partenza, della maggioranza in nessuno dei due rami del Parlamento.

Un altra data importante da segnare sul calendario era quella di martedì 10 aprile. Entro quella data, infatti, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare, però, dopo aver ottenuto il parere obbligatori delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, quelle Bilancio e Finanze di Camera e Senato (40 deputati e 27 senatori), che devono lavorare per votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente Vito Crimi (M5S), alla Camera ??? Francesco Boccia (Pd), presidente uscente, o Giancarlo Giorgetti (Lega). Il Def, infine, va approvato dalle Camere e, per forza, a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti) entro il 15-30 aprile al massimo per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles da parte della commissione Ue entro la fine di maggio.

5. Incarico pieno, pre-incarico o incarico esplorativo?

Il tipo di incarico che il capo dello Stato vorrà conferire (pieno, esplorativo o pre incarico) sarà noto solo alla fine dell’ultimo giro di consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra, può indicare personalità politiche o non politiche, parlamentari o non parlamentari, figure espressioni di una forza politica, di un’area politica o tecnici. Va ricordato che il Capo dello Stato non può sindacare un programma di governo, ma può chiedere e ottenere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) che i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo a loro prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del consiglio (art 92 e 93 Cost.).

Ma vediamo le tre fattispecie classiche di un possibile incarico di governo.

Il pre-incarico. Serve per verificare, da parte di un leader politico, se è capace di trovare una maggioranza atta a formare un governo. Il presidente del consiglio pre-incaricato deve tornare a riferire al Capo dello Stato se ha trovato una maggioranza parlamentare ed è quest’ultimo che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno. In sostanza, il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato e non lui a sciogliere l’eventuale riserva. Precedenti. Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera ma non al Senato. Il pre-incarico rimase tale.

L’incarico (o mandato) esplorativo. E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, preferibilmente quello del Senato, perché è la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato con un mandato esplorativo, con i partiti, e dopo riferire al Presidente che valuta il da farsi. L’incarico esplorativo on va confuso con il pre-incarico. Precedenti. La presidente della Camera, Nilde Iotti ricevette, nel 1987, da parte del presidente di allora, Francesco Cossiga, un incarico esplorativo (Fu la prima volta di una donna e la prima e unica volta di un esponente del Pci). Il presidente del Senato Franco Marini nel 2007 lo ricevette dal presidente Napolitano. Entrambi i tentativi fallirono.

L’incarico (o mandato) pieno. E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato e si presenta, dopo, al Parlamento per avere la fiducia. Una prassi che è stata interrotta una volta sola da Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri, auto-concedendosi un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, riportando alla luce l’antico precedente del governo Pella che giurò nel 1954 senza riserva.

Una volta conferito l’incarico e formato il governo – che giura, come il presidente del Consiglio, anche se in due momenti distinti, nella mani del presidente della Repubblica – il nuovo governo deve chiedere e ottenere la fiducia delle Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Ma il Capo dello Stato prega anche, sempre per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è sempre quella del “disbrigo degli affari correnti”. Sarebbe quindi quest’ultimo governo, anche se battuto, e non il governo Gentiloni (che è attualmente in tale condizione) a restare in carica fino a un nuovo governo o a nuove elezioni.


Einaudi

Luigi Einaudi presidente della Repubblica (1948-1955)

 

5. I precedenti, le formule e i tipi di governo nella storia repubblicana.

Precedenti, consuetudini e prassi costituzionale vengono consultati, in questi giorni, come sempre avviene in questi casi, dal presidente e dai suoi principali collaboratori che sono il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera), il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri, ma anche i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso, il consigliere Simone Guerrini, etc. I precedenti sul tavolo del Capo dello Stato sono:

Governo della non sfiducia (1976-’78) o delle astensioni. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, la Dc e il Pci che però mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo (la cd. conventio ad exludendum). Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Fu, di fatto, un monocolore Dc con l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI compreso per la prima volta, mentre i partiti che lo sostenevano – e cioè Dc, Pci e gli altri partiti costituzionali (tranne l’Msi, fuori dal cd. “arco costituzionale”, e Dp, Pr e Pli, all’opposizione) – facevano funzionare il Parlamento lavorando dentro le commissioni parlamentari che, mai come allora, ebbero e svolsero un ruolo cruciale. Anche il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978) vide la fattiva collaborazione del PCI, sempre attraverso le commissioni parlamentari e il suo voto su mozioni leggi e documenti, ma anche in questo caso senza la presenza di ministri del PCI. Il V governo Andreotti (1979) fu invece solo un governo di passaggio verso le elezioni. Presidente della Repubblica era Giovanni Leone (Dc).

Governo balneare. Tipici della Prima Repubblica nacquero e operarono solo in funzione di portare il Paese al voto perché privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Lo furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70). Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi).

Governo di minoranza. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa che toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto più presidenti della Repubblica.

Governo di scopo. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica.

Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico.

Governo tecnico. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese come accadde durante la crisi economica del 1992-’93, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995) o dopo entrambi i fatti scatenantisi insieme come nella crisi finanziaria del 2011. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vede il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro.

Governo del Presidente (della Repubblica). Premesso che la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per natura del suo mandato, guidare governi o anche solo, in teoria, ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica, lo furono di fatto, dei governi ‘del Presidente’ i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc) e anche il governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, eterodiretto come fu dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari” ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi con il governo tecnico o balneare.

Governo delle larghe intese. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato, di fatto, anche un “governo del Presidente” perché nacque dopo il lavoro della commissione dei 40 saggi imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento dopo la sua rielezione (2013) e soprattutto a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta sarebbe però meglio definirlo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare in modo fattivo al governo e con dei loro ministri. Il termine era stato già coniato in passato per i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995) e la teorica nascita di un governo D’Alema che non vide la luce.

Governo di emergenza o di unità nazionale. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti i partiti dell’arco costituzionale (così venivano definiti i partiti nella I Repubblica, con l’esclusione dell’Msi, ma con l’inclusione del Pci), anche i più lontani tra di loro, i quali vi siedono con propri ministri per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Lo furono il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria, ma lo furono anche i Governi di Cnl (1945-1947) che dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e poi accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione. Nel primo caso, in epoca pre-fascista, c’era ancora il Re Vittorio Emanuele III di Savoia (la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale), nel secondo caso il Capo provvisorio dello Stato, fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), era Enrico De Nicola (Pli).


Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

6. Curiosità, episodi e precedenti nella storia delle consultazioni al Colle.

I) Il ciclone Pertini. Il primo governo laico (Spadolini) e socialista (Craxi).

Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo Pertini). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma un V governo Andreotti che portò il Paese al voto.

Ma le due innovazioni per cui Pertini passò alla storia furono ben altre. Fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana (l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo Parri, azionista, del 1947 era nato sotto la monarchia). Sempre nel 1979 diede l’incarico di formare il governo (ma senza successo) al segretario del Psi Bettino Craxi, suscitando grande scalpore ma preparando così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

Infatti, nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito il 28 giugno 1981. Fu una specie rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc, partito che mantenne tale primato ininterrottamente per 35 anni.

Ma l’altra vera innovazione introdotta da Pertini fu il conferimento dell’incarico al primo socialista nella storia della Repubblica. Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Infine, per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica (Pertini) che, appunto, il presidente del Consiglio dei Ministri (Craxi).

II) Cossiga e la crisi più lunga: nel 1989 nasce il VI governo Andreotti.

La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella della primavera del 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti solo 64 giorni dopo le dimissioni del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita, che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche. Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Il quale De Mita, peraltro, pretendeva dall’allora Capo dello Stato Cossiga una legittimazione costituzionale di un patto politico, quello della cd. ‘staffetta’ tra lui (allora leader della Dc) e Bettino Craxi, allora leader del Psi, che si sarebbero dovuti alternare al governo a ogni metà di legislatura. Il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi), sbloccò l’impasse e durò fino al 1991.

III) Scalfaro teleguida i governi Amato e Ciampi (1992-’94) sotto Tangentopoli.

Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro, costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, solo il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse già in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi operanti in situazioni drammatiche. Il primo fu a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal 1992 al 1993 affrontando sia i problemi di ordine interno (corruzione e stragi) che internazionale (crollo della lira, svalutazione e prelievo forzoso sui conti correnti). Particolare curioso delle consultazioni del 1993: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto partiti…

Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era governatore di BankItalia) e il primo dal 1947 a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti (il Pds di Occhetto ne uscì dopo 24 ore perché la Camera negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per Craxi che si teneva proprio quel giorno) ma fu anche il governo che gestì il passaggio a una nuova legge elettorale, il Mattarellum, che varata nel 1993 sancì il definitivo superamento del sistema proporzionale puro che aveva caratterizzato la I Repubblica dal 1946 in poi.

IV) Scalfaro blocca Berlusconi sulla Giustizia: Previti non può essere ministro.

Quando, nel 1994, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura, la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi scrisse una fine già segnata alla nascita del nuovo governo che nacque il 10 maggio 1994 e durò fino alle sue dimissioni del 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri, ma il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo Berlusconi spostò Previti alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, ma già Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo Pella (1953).

V) Napolitano silura Berlusconi: lacrisi del 2011 e la nascita del governo Monti.

Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura, il 7 maggio 2008, il 60 esimo governo della storia repubblicana, aveva già battuto tutti i record di durata degli esecutivi più longevi (rimase il secondo più lungo, secondo solo a De Gasperi) quando – dopo la crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio già alla fine del 2010, il governo cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato Napolitano prese al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice e ‘creatore’ dell’esperimento del governo Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare senatore a vita, e che governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ non indicati dai vari partiti.

VI) La ‘carica dei 101’. Il fallimento di Bersani, la rielezione di Napolitano e la nascita del governo Letta (2013): una crisi di governo durata ben 44 giorni.

Come molti ricorderanno, la legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione senza soglia di accesso, e la coalizione imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) solo alla Camera ma non al Senato per la difformità dei premi, che lì venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico di formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna. Napolitano congelò quel pre-incarico senza mai più ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato, ma le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101“) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo capo dello Stato ad essere eletto due volte alla massima carica dell’istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato bis il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi che fu molto lunga diede vita a due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’. Formula che proseguì fino al 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi, che ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece a Mattarella, eletto nel 2015, conferire l’incarico a Gentiloni.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in parte, sul sito  di Quotidiano.net il 4 aprile 2018. Qui viene ripubblicato arricchito di approfondimenti e sezioni.

Due presidenti, due stili. Grasso non si taglia lo stipendio, Mattarella apre il Quirinale a tutti e sloggia i funzionari…

Pubblico qui i due articoli usciti su Quotidiano Nazionale il 2 gennaio 2018 a pagina 5. Il primo si occupa di Pietro Grasso, presidente del Senato, il secondo di Sergio Mattarella. 

Grasso, maxidebito da saldare con il Pd e uno stipendio d’oro mai tagliato. Il presidente del Senato sfora il tetto dei 240 mila euro stabiliti per legge. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

Contributi al suo (ex) partito mai saldati. Tetto del suo stipendio sfondato in barba a una norma di legge. Silenzio assoluto davanti ogni accusa. Pietro Grasso, presidente del Senato e leader della nuova formazione politica della sinistra (LEU in sigla), vive, da settimane, diversi imbarazzi. Il suo primo peccato venuto allo scoperto è, forse, solo “veniale”. Si scopre che, da ex iscritto al gruppo del Pd al Senato, Grasso, che si è dimesso dal gruppo a fine ottobre, non ha versato un euro dei 1500 euro mensili che ogni eletto dem gira al partito per svolgere “attività politica”. Una norma interna, ovviamente, anche se scritta nel codice etico dem, non è sanzionabile, ma il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, decide di farne – anche perché la cosa, mediaticamente, al Pd conviene assai – un pubblico conto. Prima Bonifazi scrive a Grasso (lettera privata) che sono ben 83.250 euro i contributi mai versati al Pd da Grasso. Poi prova a riscuotere, inutilmente. Tignoso, Bonifazi torna alla carica: “è cosa spiacevole dovere insistere, ma sono tante le ragioni che dovrebbero spingerti a onorare l’impegno”. Niente, Grasso resta muto. Bonifazi, a quel punto, rende pubblica la richiesta e ricorre all’arma del ricatto morale: “Quei soldi ci servono per pagare i dipendenti del partito che abbiamo dovuto mettere in cassa integrazione” (sono 183, ndr.)”. Grasso niente, zitto. I suoi avranno  pensato: qualche giorno e la notizia passa in cavalleria. Il guaio è che le cose non sono andate così.

Si scopre, infatti, che Grasso, dichiara un “reddito da lavoro dipendente” di tutto rispetto: nel modello 730 del 2014 erano ben 340 mila euro, saliti a 340.790 nel 2015, e scesi, ma di poco, a 320.530 euro, nel 2016. Fatti suoi, si dirà: fare il presidente del Senato è come vincere al Lotto e un giudice in pensione (Grasso andò in prepensionamento nel 2013, appena candidato) guadagna bene. Potendo cumulare lo stipendio e la pensione (i parlamentari e le alte cariche dello Stato possono farlo, volendo, essendo esentati dal divieto di cumulo che riguarda tutti i ‘normali’ cittadini, ma Mattarella vi ha rinunciato), et voilà, ecco fatto. Già, peccato che il super-stipendio di Grasso (340 mila euro) supera e vìola, abbondantemente, il tetto dei 240 mila euro. Un “tetto” che è stato stabilito, nel 2014, dal governo Renzi. Una norma che aveva un solo difetto: era una tantum, o meglio di durata triennale, ed è scaduta il I gennaio 2018. Infatti, i grand commis e i funzionari di Camera e Senato, dal I gennaio, festeggiano e brindano a suon di champagne: i tetti ai loro stipendi sono saltati e di certo non li potranno ripristinare le Camere ormai sciolte. Peraltro, le spese del Senato, in questi ultimi cinque anni, sono lievitate in via esponenziale, mentre invece quelle della Camera sono diminuite, anche se di poco.

Il tetto stabilito dal governo Renzi, inoltre, era facoltativo per le alte cariche dello Stato, che godono della “autodichia” (vuol dire, in sostanza, che ogni organismo decide per sé). Eppure, da tre anni, tutte le (altre) alte cariche dello Stato la rispettano: il presidente della Repubblica non guadagna un euro in più dei 240 mila, il presidente della Camera molti di meno (140 mila nel 2016), il presidente del Consiglio assai meno (i premier guadagnano poco, 6700 euro mensili lordi, un parlamentare ne guadagna 14 mila!).

Dopo giorni, anzi: settimane, di “no comment”, fonti di LEU fanno finalmente sapere che trattasi di polemica “a scoppio ritardato” perché “il presidente del Senato ha una pensione per i suoi oltre 40 anni passati in magistratura e un’indennità da senatore che, per legge, è incedibile”. Il Diavolo, però, ci mette la coda. Libero e Il Giornale rispolverano le dichiarazioni del senatore Grasso in cui egli sosteneva che “Non solo mi sono dimezzato lo stipendio, ma ho anche deciso di rinunciare all’appartamento del Senato”. Lo stipendio è rimasto tale, con il ‘tetto’ sfondato, e l’appartamento del Senato usato per ospiti e ricevimenti. “Ragioni di sicurezza”, si capisce: Grasso è “minacciato” dalla mafia. Prosit.


2. La “rivoluzione gentile” di Mattarella: tagli agli stipendi, funzionari sfrattati, Palazzi aperti a tutti.

Ettore Maria Colombo – Roma

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Via i “mandarini” dal Palazzo. Porte aperte. Stipendi ridotti. Uno stile e un approccio diverso da tutti i suoi predecessori (da Gronchi fino a Napolitano compreso, con una sola eccezione: quel galantuomo di Luigi Einaudi, liberale parsimonioso, cui non a caso il cattolico Mattarella prende spesso a riferimento, dalla durata brevissima dei suoi discorsi di fine anno fino al comportamento integerrimo, quasi ai confini del moralismo). E’ una rivoluzione ‘gentile’, ma integrale, quella di Sergio Mattarella al Quirinale. A giugno 2015, appena sei mesi dopo la nomina al più alto scranno della Repubblica, due decisioni mettono a terremoto il Colle e i suoi abitanti. La prima, ormai, è nota: il palazzo del Quirinale viene aperto al pubblico cinque giorni su sette. La seconda non lo è, ma è stata vissuta come una carica (interna) di cavalleria dei Corazzieri contro privilegi antichi e consolidati. L’intero piano terra del palazzo del Quirinale, dove hanno abitato decine di papi e diversi re, viene ‘sgomberato’: gli uffici del Cerimoniale e le stanze di Rappresentanza devono sloggiare, relegati in ben più modesti uffici, tutti collocati al secondo piano e tutti molto angusti. Ai funzionari viene uno stranguglione, ma tant’è.

Il regista del terremoto, su input di Mattarella, è Ugo Zampetti: classe 1949, romano, potentissimo segretario generale della Camera, dove ha servito cinque presidenti, stava tagliando già lì gli stipendi a funzionari e commessi quando deve interrompersi perché Mattarella se lo porta al Colle come suo segretario generale. Il suo predecessore, Donato Marra, aveva uffici degni un re, lui si presenta dicendo “non voglio stipendio né alloggio”. Zampetti sloggia, ricolloca e il Quirinale schiude i suoi tesori a tutti con le visite guidate. Come già le vicine Scuderie, dove ogni mesi si succedono mostre su mostre.

Ma a Mattarella, che ha rinunciato al doppio stipendio da presidente e da giudice della Consulta cui pure aveva, volendo, diritto, e che, ovviamente, non ha mai sforato il tetto dei 240 mila euro stabilito per legge dal governo Renzi nel 2015 (norma scaduta nel 2018, peraltro), ancora non basta. Il presidente della Repubblica ha un’idea precisa, un fil rouge che vuole mantenere per l’intero mandato e così la spiega ai suoi collaboratori: “Dobbiamo saper coniugare sobrietà e trasparenza in ogni atto che facciamo qui dentro”.

La seconda rivoluzione travolge la residenza estiva, la splendida tenuta di Castelporziano, a sua volta residenza di papi e di re da tempo immemore. Per la prima volta da secoli, diventa un luogo accessibile a tutti. Da giugno a settembre, comitive di scolari, ma soprattutto disabili e anziani, entrano gratis, sciamano nel parco, si godono il mare, prendono il sole. Tutto gratis, ovviamente e con tanto di ‘festa’ con il Presidente, a fine giugno.  Potrebbe finire qua, la rivoluzione gentile di Mattarella, e invece no. L’ultima rivoluzione, al Colle, è appena iniziata: d’intesa con il Mibact, cioè con il ministero della Cultura, Mattarella apre e ristruttura anche palazzo San Felice, 8800 mq su cinque piani collocati a via della Datarìa: fanno parte della riserva immobiliare del Quirinale da secoli. Una specie di piazza d’armi che contava 40 appartamenti usati come ‘casa’ dai funzionari del Colle, tutti sfrattati. Entro il 2020 palazzo San Felice diventerà la sede della Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, oggi a palazzo Venezia, più bella, ricca e aperta a tutti, ovviamente. Com’è tutta l’idea del Quirinale di Mattarella.


Gli articoli sono pubblicati il 2 gennaio 2018 a pagina 5 su Quotidiano Nazionale 

Elezioni presidenziali/13. Ovvero il trionfo dei ‘franchi tiratori’. Storie di tradimenti, pugnali e veleni

Moro: “Leone non deve passare”. Donat-Cattin: “Cosa possiamo fare?”. Moro: “Io faccio il presidente del Consiglio, ma vi sono dei mezzi tecnici”. Donat-Cattin: “Io ne conosco solo tre, di mezzi tecnici: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”.

Franchi tiratori o 'eroi' della libertà? In foto, i garibaldini della Valsesia

Franchi tiratori o ‘eroi’ della libertà? In foto, i garibaldini della Valsesia

Etimologia di una parola e descrizione di un fenomeno.

Conviene partire dall’etimologia della parola. Franco tiratore viene dal francese franc-tireur e sta a indicare i piccoli gruppi di combattenti francesi che colpivano con azioni di disturbo l’esercito prussiano nella guerra franco-prussiana del 1870-’71. Da quel fatto storico assume il significato di “guerrigliero che opera, per lo più isolato o in piccoli gruppi, contro forze regolari, soprattutto nei centri abitati che il nemico cerca di occupare o sta evacuando” (Vocabolario della lingua italiana Treccani). Ma, partire dagli anni Cinquanta del Novecento, nel linguaggio politico e giornalistico italiano la parola assume un senso ‘figurato’. Franco tiratore diventa il “rappresentante di un partito o uno schieramento che, in votazioni segrete di organi collegiali, vota in modo diverso da quello concordato o ufficialmente deciso dal proprio partito o schieramento” (Vocabolario Treccani). Come notava Gino Pallotta, nel suo Dizionario politico e parlamentare, “nel franco tiratore parlamentare c’è, riflessa, l’immagine del “cecchino”: che, nascosto, tira all’improvviso”. Da eroe a traditore.

Indro Montanelli sosteneva che il primo, vero, obiettivo di un’elezione al Quirinale non è quello di eleggere un Presidente, ma di individuare l’avversario di turno ed eliminarlo il prima possibile dalla corsa al Colle. All’uopo, ecco che arrivano i ‘franchi tiratori’, vecchi quanto la Repubblica. Sebastiano Messina, che ne ha scritto su Repubblica, li descrive come “la cavalleria invisibile che disarciona con un solo colpo chi osa avventurarsi nella salita del Quirinale senza essersi assicurato la fedeltà delle truppe. E mentre il quasi-presidente, colpito e affondato, riflette sul destino cinico e baro, loro scompaiono senza lasciare traccia”.Il diccì di lungo corso, Angelo Sanza, li distingue in due precise casistiche: “c’è il franco tiratore pragamatista, che ha una motivazione culturale o amicale e cambia posizione a seconda del candidato; e c’è il franco tiratore fondamentalista che punta solo a ostacolare il nome forte già concordato. Con i primi si può trattare, con i secondi no”. Giulio Andreotti ne ha fatto quasi un assioma: “Il candidato ufficiale non viene eletto mai o quasi mai perché nel voto segreto c’è la reazione dei dei peones contro le segreterie di partito e le intese di vertici. Ci sono state eccezioni, ma restano tali”.

L’esordio dei franchi tiratori. Le elezioni presidenziali del 1948.

La data di esordio dei ‘franchi tiratori’ risale al lunedì 10 maggio 1948. A partire dalle ore nove, i Grandi elettori del primo Parlamento repubblicano sono chiamati ad eleggere il primo Presidente ‘vero’ della Repubblica italiana, dopo l’interregno di De Nicola, capo provvisorio dello Stato. L’allora premier e leader della Dc De Gasperi candida ufficialmente il suo ministro degli Esteri, il conte Carlo Sforza. Dc e alleati godono di una maggioranza schiacciante. Sforza dovrebbe farcela senza alcun problema. Invece, l’esito dello scrutinio è bruciante: solo 353 voti per lui contro i 396 ottenuti dallo stesso De Nicola, votato ‘per dispetto’ dalle sinistre e altri. Su 833 votanti, a Sforza mancano 98 voti in meno anche rispetto a quelli che servirebbero quando, dal IV scrutinio, si vota a maggioranza semplice. A tradire De Gasperi è stata la sinistra dc, antiatlantica e pure bigotta: Sforza è un laico mangiapreti e dongiovanni troppo filo-americano. Nelle votazioni seguenti il nome di Sforza continua a calare e De Gasperi dovrà presto venire a patto con i ‘professorini’ della sinistra (La Pira, Dossetti, Fanfani) eliminando la candidatura Sforza e promuovendo Einaudi, che al IV scrutinio sarà presidente (518 voti). Andreotti, incaricato da De Gasperi di recare a Sforza la ferale notizia, sbircia sul suo tavolo il discorso del giuramento già pronto e che il conte dovrà rinfilarsi rassegnato in tasca.

Elezioni del 1955. I franchi tiratori ci prendono gusto.

Trascorrono sette anni. I ‘franchi tiratori’ ci hanno preso gusto. E’ la mattina del 28 aprile 1955 quando il Parlamento si riunisce in seduta comune per eleggere il successore di Einaudi. Stavolta a dare le carte è il nuovo segretario della Dc, Amintore Fanfani, e il presidente del Consiglio, Mario Scelba: puntano sul presidente del Senato, Cesare Merzagora, indipendente eletto nelle fila della Dc. Solo che prende appena 228 voti benché i diccì presenti e votanti siano 380. mancano all’appello 160 voti. I ribelli dell’opposizione interna, la ‘solita’ sinistra dc, ormai capeggiata dal presidente della Camera, Giovanni Gronchi, impallinano Merzagora, ma con il cospicuo apporto anche della destra interna che ha un nuovo nome (‘Concentrazione’) e che vede tra i suoi leader Andreotti, Tognoni, Pella. Negli scrutini successivi, il nome di Merzagora continua a calare finché non viene superato proprio da quello di Gronchi, che finirà per trionfare al IV scrutinio con 658 voti, presi anche a sinistra. Merzagora si ferma a 246. “Mi sono fatto giocare come un bambino a moscacieca”, commenta amaro.

Elezioni del 1962. Le ‘perquisizioni’ corporali dei Dorotei…

Quando, il 2 maggio 1962, si aprono le urne per eleggere il terzo presidente della Repubblica, ci capisce subito che si andrà per le lunghe. Questa volta è Fanfani che vuole prendersi la sua rivincita: costringerà Aldo Moro, nuovo segretario della Dc, a sudare sette camice per imporre il suo candidato, Antonio Segni. Moro lo presenta e lo fa votare dai Grandi elettori della Dc il 28 aprile. Sono le prime ‘primarie’ della storia italiana. Alla fine, le schede vengono bruciate, come in un ‘vero’ conclave. Ma la candidatura Segni, per quanto sostenuta a spada tratta dai Dorotei, ha contro fanfaniani e sinistra dc. Al I scrutinio Segni ottiene solo 333 voti, quando ne servono 438, mentre Piccioni (esponente di ‘Concentrazione’) ben 123, Gronchi venti. Destra e sinistra interna, più i fanfaniani, giocano contro Moro, stavolta. Gli scrutini successivi sono un caos e Montecitorio si trasforma in un suk. Solo al VI e VII scrutinio Segni sale a 396 voti, tallonato dal candidato delle sinistre, Saragat. I Dorotei, per stanare i franchi tiratori, s’inventano un complesso stratagemma: il ‘grande elettore’ dc deve entrare in aula, ritirare la scheda dai commessi, uscire e rientrare dalla seconda porta dell’emiciclo per ritirare una seconda scheda. La prima viene compilata con il nome del candidato ‘ufficiale’, la seconda con quella del candidato ‘di disturbo’, poi entrambe vengono consegnate agli elettori che se le infilano nelle giacche. Ai malcapitati non resta, una volta giunti davanti all’urna, che ricordarsi di estrarre la scheda dalla tasca giusta e votare il nome giusto perché, all’uscita dall’aula, verranno sottoposti a un’amichevole ‘perquisizione’ da parte dei colleghi di partito incaricati di fare da ‘controllori’ e che devono, per avere garanzia del voto, ritrovare la scheda del candidato ‘di disturbo’. Alla fine, Segni ce la farà e verrà eletto, al IX scrutinio, con 443 voti. I franchi tiratori sono stati sconfitti pure con l’intervento pro-Segni della cd. ‘brigata Sassari’ (Cossiga, Piccoli, Sarti).

Elezioni del 1964. Il “supplizio cinese” di Leone e la (citata sopra) frase di Moro.

Le urne si aprono il 16 dicembre 1964. Segni si è dimesso per malattia, tocca votare il suo successore. Fanfani guida, come al solito, la fronda contro Moro, ma questa volta il nuovo presidente del Consiglio della Dc non punta su un suo uomo, ma su un socialdemocratico fidato, Saragat, però sa che i Grandi elettori della Dc lo digerirebbero a fatica, da subito. Fanfani appoggia la candidatura Leone, ma per bruciarlo e proporsi lui, dorotei, centristi e destra interna, invece, puntano davvero su Leone. Moro convoca il leader della corrente ‘Forze Nuove’, Carlo Donat Cattin, nel suo ufficio e gli dice secco: “Leone non deve passare”. “D’accordo”, risponde l’altro, “ma come facciamo?”. “Io sono presidente del consiglio, quanto a voi esistono dei mezzi tecnici”. “Conosco solo tre mezzi tecnici” spiegha poi Donat Cattin ai suoi: “Il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”. Al primo scrutinio Leone ottiene 319 voti, ben 123 sono i voti dispersi, 18 vanno a Fanfani, solo che Leone ne avrebbe dovuti avere almeno 400. Il “supplizio cinese” della candidatura Leone, come lo chiamerà lui stesso, va avanti a lungo. Negli scrutini seguenti, Leone scende ancora (a 304, poi a 290 voti, etc.), Fanfani sale, ma nessuno dei due ha i voti risolutivi. Il Paese rumoreggia, ed è la prima volta, contro lo ‘spettacolo indegno’ in scena. Leone annuncia il ritiro della sua candidatura solo al XVI scrutinio, la notte di Natale, davanti a una marea di schede bianche (368) che lui commenta così: “Era come se un burattinaio invisibile organizzasse la ballata delle schede bianche per disorientare il Parlamento”. La riunione dei Grandi elettori dc si svolge la notte stessa: il segretario Rumor alza bandiera bianca e comunica agli alleati di avanzare loro un nome. Sarà quello di Saragat, che viene eletto al XXI scrutinio con 464 voti, il 28 dicembre 1964, con i voti congiunti delle sinistre e, anche, delle destre. Due capicorrente ribelli, De Mita e Donat Cattin che, ricorda Leone, “si facevano pubblico vanto di non avermi votato”, verranno sospesi dalla Dc per “atti di rilevante indisciplina politica”. Magra consolazione per Leone.

Elezioni del 1971. Il ‘Rieccolo’ Fanfani svanisce, impallinato dai cecchini.

Anche se non c’è stato un leader o un semplice capo corrente dc che non abbia usato i franchi tiratori, da Dossetti ad Andreotti, da Andreotti a De Mita a Forlani, è Fanfani il grande stratega dei cecchinaggi altrui. Finirà impallinato a sua volta, come peraltro era già avvenuto in passato. Nel 1971 Fanfani è convinto che sia il suo turno. Giulio Andreotti, che dichiarerà “non siamo mai stati grandi amici”, lo va a trovare insieme a Forlani: “Stavolta – gli dice – i voti del nostro gruppo ci saranno tutti anche perché non ci sei tu a organizzare i franchi tiratori, ma socialisti e comunisti non ti voteranno mai”. Fanfani ribatte: “Ti pensa ai nostri, al resto penso io”. Si dice che, per rendere riconoscibili i voti, i fanfaniani chiedono ad alcuni di scrivere ‘Fanfani’ in rosso, ad altri in verde, ad alcuni con la penna stilografica, ad altri con la matita o, ad altri scaglioni, di aggiungere nome, cognome o titoli (‘presidente’, professore’, senatore’). Ma le cose si mettono male subito. Al I scrutinio, il 9 dicembre 1971, Fanfani prende 384 voti contro i 397 del candidato delle sinistre, De Martino. A Fanfani mancano 36 voti già al primo scrutinio (saranno solo 16 al secondo), ma sono sufficienti a fargli capire quello che un grande elettore scrive nel segreto dell’urna di vimini: “Nano maledetto, non sarai mai eletto”. Giorgio La Malfa, leader del Pri, tuona nei corridoi di Montecitorio: “romperò i garretti ai cavalli di razza della Dc”. Il primo è Fanfani, il secondo è Moro, candidato nell’ombra delle trattative segrete e che le sinistre, Pci in testa, vedrebbero bene al Colle, pronti a dargli i voti come avevano fatto con Gronchi e Saragat. La Dc sospende il voto per Fanfani dal VI scrutinio e passa alla scheda bianca, ma lui insiste e chiede una verifica sul suo nome: all’XI scrutinio prende 393 voti, ma il target minimo da raggiungere per coltivare ancora speranze è quota 400. a tradirlo sono, tra gli altri, i morotei, Forze Nuove e la destra di Andreotti. A quel punto, Fanfani cede e si ritira. Dopo molte altre votazioni a vuoto, passerà Giovanni Leone al XXIII scrutinio (518 voti), il 28 dicembre 1971, la più lunga e drammatica elezione presidenziale della storia repubblicana.

Elezioni del 1978 e 1985. I ‘franchi tiratori’ si prendono due lunghe pause.

Nonostante Sandro Pertini sia stato eletto solo al XVI scrutinio (832 voti) l’8 luglio 1978, le elezioni presidenziali che seguono le dimissioni Leone, non sono stati teatro di ‘operazioni di guerra’ dei franchi tiratori. Infatti, la lunghezza estenuante delle votazioni che, dal 29 giugno, giorno del I scrutinio (392 voti per Guido Gonella, candidato della Dc, 339 per Giorgio Amendola del Pci e 88 per Pietro Nenni del Psi) arrivano fino all’8 luglio servono, più che altro, per trovare e calibrare un candidato vero del Psi che abbia anche il via libera della Dc e del Pci, stante che il patto non scritto è che l’inquilino del Colle debba essere un socialista. Quell’uomo, alla fine e dopo molti dubbi, il segretario del Psi Bettino Craxi lo identifica in Pertini. L’elezione di Francesco Cossiga, avvenuta al I scrutinio il 24 giugno 1985 (752 voti) è una prima volta assoluta: una massa di voti di tutti i partiti sul candidato prescelto al I scrutinio e senza apparizione di ‘franchi tiratori’. Si chiama, appunto, da allora, ‘metodo Cossiga’ e verrà bissato dal ‘metodo Ciampi’. La seconda elezione di Napolitano è tutta un’altra storia e, anzi, è figlia proprio del trionfo dei ‘franchi tiratori’ alle elezioni 2013.

Elezioni del 1992. Forlani e Andreotti si fanno fuori a vicenda. Trionfo di complotti.

Per rivedere in azione i ‘franchi tiratori’ bisogna attendere il 1992. Le ambizioni dei due leader più ‘quirinabili’, dentro la Dc, sono note a tutti: il segretario del partito, Arnaldo Forlani, e il premier, Giulio Andreotti. Gava e Casini rastrellano voti per il primo, Pomicino ed Evangelisti per l’altro. Il 13 maggio il Parlamento si riunisce in seduta comune e il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, fiutata l’aria di imboscate e grida al golpe e contro i ‘corrotti’, fa montare dei ‘catafalchi’ (cabine di legno foderate con un drappo rosso, così ribattezzati da Rutelli, si usano ancora oggi) sotto il banco della presidenza per garantire al meglio la segretezza del voto. I primi tre scrutini sono di riscaldamento, il gioco si fa duro solo dal quarto. Dopo giorni surreali di ennesimo ballottaggio ‘informale’ tra Andreotti e Forlani come nella scena immortalata nel film “Il Divo” di Sorrentino (“Giulio e Arnaldo, uno di voi due deve essere il prossimo presidente”, dice a entrambi Pomicino Forlani, gelido: ‘Se Giulio è candidato, io non lo sono’. Andreotti, in un sussurro: ‘Se Arnaldo è candidato, io non lo sono”), il candidato ufficiale della Dc diventa Forlani. La mattina del 16 maggio 1992 ognuno dei parlamentari dc sospettati di cecchinaggio riceve precise istruzioni: il voto deve essere riconoscibile. Vengono utilizzate le infinite combinazioni ottenibili scrivendo con penna blu, verde, nera o rossa tutte le formule ammesse. Ovvero: “Arnaldo Forlani”, “Forlani”, “on. Arnaldo Forlani”, “on. Forlani”, “Forlani Arnaldo”, “Forlani on. Arnaldo”, “on. Forlani Arnaldo”, “Arnaldo on. Forlani”. Eppure, non basta. Al V scrutinio (la maggioranza assoluta era fissata a 508 voti) Forlani ne prende 469- Gliene mancano solo 39, ma bastano a impallinarlo. Sono andreottiani, mastelliani, pattisti filo-Segni, qualche laico. Sono i ‘101’ dell’anno 1992. Anche al VI scrutinio va male: Forlani arriva a 479 voti, ne mancano 29, ma la verità è che la sua candidatura è in caduta libera. La maggioranza di governo (il pentapartito di allora) ha, sulla carta, ben 546 voti e vuol dire meno 80 per Forlani, tradito da andreottiani, pattisti, demitiani, socialisti. Infatti, anche i socialisti avevano imparato l’arte dai democristiani: “Almeno un terzo del gruppo negò il suo appoggio al leader della Dc, con Craxi aveva stretto un patto di ferro, da Martelli a Formica, con l’obiettivo di colpire Forlani per ferire Bettino”, ricorderà poi Gennaro Acquaviva. Anche il segretario del Pds, Achille Occhetto, si siede sulla riva del fiume per colpire al cuore l’odiato CAF e, in particolare, Craxi e Forlani. Il 17 maggio Forlani annuncia il ritiro della sua candidatura, più tardi si dimetterà anche da segretario. Dovrebbe essere l’ora di Andreotti, ma la sua candidatura, che pure circola forte, non diventerà mai quella ufficiale. L’azione dei suoi è stata determinante solo per silurare Forlani. Dal VII scrutinio, la Dc inizia a votare scheda bianca, le candidature sue come degli altri partiti si consumano e si bruciano anche in un giorno solo. E, quando il pentapartito sostituisce Forlani col socialista Giuliano Vassalli, i dc dorotei assaporano il dolce sapore della vendetta stabilendo il record storico dei franchi tiratori: meno 180 i voti per Vassalli al XIV scrutinio. I capigruppo socialisti diramarono una nota dolce-amara: “Siamo particolarmente grati alla Dc per aver sostenuto con esemplare lealtà e coerenza la candidatura Vassalli assicurandogli al metà dei suoi voti”… Il giorno dopo, 23 maggio, arriva la notizia della strage di Capaci. Solo a quel punto, l’elezione di Scalfaro, al XVI scrutinio, diventa una formalità. Scalfaro prende 672 voti, m a comunque si contano ben 324 voti dispersi.

Elezioni del 1999 e del 2006. Ciampi e Napolitano passano indenni.

Le elezioni di Ciampi, eletto al I scrutino con il metodo delle larghe intese il 13 maggio 1999 e quella di Napolitano del 10 maggio 2006 (543 voti) non vedono i ‘franchi tiratori’ all’opera, però si registra un fatto curioso, all’atto dell’elezione di Napolitano. La Casa delle Libertà, che alla fine, caduta la candidatura D’Alema, aveva optato per la scheda bianca, non si fidava dei suoi grandi elettori, Berlusconi su tutti. Ecco perché ordina ai suoi di passare il più veloce possibile dentro il catafalco per indicare che, effettivamente, abbiano votato scheda bianca. Lo faranno in 347, coerenti, ma come ricorderà divertito il premier Romano Prodi “a passo di carica. Correvano come bersaglieri”. In questo caso, trattasi di franchi tiratori al contrario.

Elezioni del 2013. L’apogeo dei ‘franchi tiratori’. La carica dei ‘101’.

Chi erano quei i 101 franchi tiratori che due anni fa, la sera di venerdì 19 aprile, impedirono a Romano Prodi di diventare capo dello Stato? E come si chiamavano i 224 franchi tiratori che il giorno prima avevano sbarrato a Franco Marini la strada che porta al Quirinale? I sospetti abbondano, le certezze mancano. Sul campo resta solo qualche indizio, del tutto inutile per evitare un’altra imboscata. Il ricordo di quell’aprile brucia ancora, soprattutto nella memoria dei protagonisti e nel dibattito politico, ma per non appesantire il racconto, il tema verrà trattato nel pezzo che riguarda il II mandato di Napolitano, rieletto presidente il 20 aprile 2013 con 738 voti.

Elezioni presidenziali/15. Statistiche, numeri, dse peculiarità di 11 presidenti della Repubblica

Il 'tetto' del Quirinale.

Il ‘tetto’ del Quirinale.

Ecco un sunto delle puntate sulle elezioni presidenziali raccontate su questo blog, questa volta dal punto di vista delle statistiche e sui numeri da sapere su tutti e dodici i Presidenti.

I) 1946. Enrico De Nicola, 1946-1948 (Napoli, 1877 – Torre del Greco, 1959): avvocato monarchico e liberale. Più volte deputato, presidente della Camera nel 1920 e 1924, senatore regio dal 1929, è capo provvisorio dello Stato nel 1946, presidente della Repubblica nel 1948 (a 69 anni), senatore a vita dal 1948,nonché primo presidente della Corte costituzionale nel 1956. Al momento dell’elezione è scapolo e senza figli.

Insediamento: I gennaio 1948 (già Capo provvisorio dello Stato dal 28 giugno 1946) – Fine mandato: 12 maggio 1948 – Motivazioni: I disposizione transitoria e finale della Costituzione – Partito di appartenenza: PLI

Modalità di elezione. Grandi elettori: 573 (i membri dell’Assemblea costituente). I votazione: 28 giugno 1946. Data di elezione: 28 giugno 1946. Giorni necessari per l’elezione: uno. Scrutini necessari: 1. Votanti: 501 – quorum: 323 (maggioranza dei 3/5 dell’Assemblea costituente). Elezione. Al I scrutinio De Nicola risulta eletto con voti ottenuti: 396 (73,7%). Partiti a favore: DC – PCI – PSIUP – PRI – PLI. Partiti contrari: UQ. Avversari battuti: nessuno. Rielezione. Dimissioni volontarie il 25 giugno 1946 e rielezione, sempre da parte dell’Assemblea costituente, il 26 giugno 1947 con 405 voti su 431 votanti. Legislature di pertinenza: Assemblea costituente (1946-1947, Camera unica). Governi insediati: De Gasperi I (1945-’46, di CNL:,DC-PCI-PSIUP-PLI-PDL-PD’AZ), De Gasperi II e III (1946-1947, di tripartito:DC-PSI-PCI) – De Gasperi IV (1947-’48, di quadripartito: DC-PLI-PSLI-PRI).

Discorso di insediamento (tema: i partiti): “I partiti, che sono la necessaria condizione di vita dei governi parlamentari, dovranno procedere nelle lotte per il fine comune del pubblico bene. Come diceva un grande stratega, marciare divisi per colpire uniti”. NB. Il suo discorso venne letto e non pronunziato in aula: al momento dell’elezione, De Nicola non si trovava in Parlamento né a Roma, ma a Napoli.

Peculiarità elezione. Si sceglie un monarchico, dopo il referendum costituzionale (2 giugno 1946) che aveva scelto, non per molti voti, la Repubblica sulla Monarchia e un meridionale a fronte dei leader politici del momento al governo tutti settentrionali (trentino De Gasperi, piemontese Togliatti, romagnolo Nenni). Arrivò al giuramento con un’ora e mezzo di ritardo e non volle mai risiedere al Quirinale.

II) 1948. Luigi Einaudi, 1948-1955 (Carrù, Cuneo, 1874 – Torino, 1961): economista monarchico e liberale. Senatore del Regno dal 1919, governatore della Banca d’Italia (1945-1948), ministro alle Finanze (1947, III governo De Gasperi) e al Bilancio (1947-’48, IV governo De Gasperi). Presidente della Repubblica nel 1948, senatore a vita a partire dal 1955, a lungo scrittore e collaboratore economico del Corriere della Sera. Al momento dell’elezione ha 74 anni ed è coniugato con la signora Ida Pellegrini Einaudi, da cui ha tre figli.

Insediamento: 12 maggio 1948  – Fine mandato: 11 maggio 1955 – Motivazioni: scadenza naturale – Partito di appartenenza: PLI

Modalità di elezione. Grandi elettori: 900 (solo membri del Parlamento, non erano presenti rappresentanti delle regioni tranne la Sicilia). Prima votazione: 10 maggio 1948. Data di elezione: 11 maggio 1948. Giorni necessari: 2. Scrutini necessari: 4. Elezione. Al IV scrutino Einaudi risulta eletto con questi numeri: presenti: 872 – votanti: 871 – quorum: 451 – voti ottenuti: 518 (57,5%). Partiti a favore: DC – PLI – PSLI – PRI. Partiti contrari: PCI – PSI – UQ (Uomo qualunque) – PDIUM (monarchici). Avversari battuti: Vittorio Emanuele Orlando (320 voti), candidato di PCI – PSI. Legislature di pertinenza: I (1948-1953) e II (1953-1958). Governi insediati: De Gasperi V (1948-50, di quadripartito), De Gasperi VII (1950-1951, DC-PSLI-PRI), De Gasperi VII (1951-1953, DC-PRI), de Gasperi VIII (1953, DC), Pella (1953-‘54, DC), Fanfani I (1954, DC), Scelba (1954-’55, DC-PSDI-PLI). Discorso di insediamento (tema: l’Europa): “Per ben due volte abbiamo dato al mondo una prova della nostra volontà di ritorno alle libere, democratiche competizioni politiche e della nostra capacità a cooperare uguale, tra uguali, nei consessi nei quali si vuole ricostruire l’Europa”. Peculiarità elezione. Fu uno dei pochi presidenti eletti con la sola maggioranza di governo (allora composta da Dc-PSLI-PLI-PRI). E’ la prima elezione presidenziale compiuta dal Parlamento in seduta comune. Per la prima volta compaiono anche i ‘franchi tiratori’ che affondano la candidatura del ministro degli Esteri Sforza.

III) 1955. Giovanni Gronchi, 1955-1962 (Pontedera, Pisa, 1877 – Roma, 1978): uomo politico democristiano. Tra i fondatori del Ppi (1919), deputato, sottosegretario nel I governo Mussolini (1922), poi esule, ministro dell’Industria nel III e IV governo Bonomi (1943-44), nel governo Parri (1944) e nel I governo De Gasperi (1944-45). Deputato alla Costituente e presidente del gruppo della Dc, rieletto deputato, viene eletto presidente della Camera nel 1948 e nel 1953. Presidente della Repubblica nel 1955, senatore a vita a partire dal 1962. Al momento dell’elezione ha 68 anni ed è coniugato con Carla Bissatini Gronchi, da cui ha due figli.

Insediamento: 11 maggio 1955 – Fine mandato: 11 maggio 1962 – Motivazioni: scadenza naturale – Partito di appartenenza: DC (area di sinistra).

Modalità di elezione. Grandi elettori: 843 (833 membri del Parlamento più dieci delegati regionali delle regioni a statuto speciale). Prima votazione: 28 aprile 1954. Data di elezione: 29 aprile 1954. Giorni necessari: due. Scrutini necessari: 4. Elezione. Al IV scrutinio Gronchi risulta eletto con questi numeri: presenti: 833 – votanti: 833 – quorum: 422 – voti ottenuti: 658 (78%). Partiti a favore: DC – PSI –PCI – PDIUM – MSI. Partiti contrari: PLI – PRI – PSDI. Avversari battuti: Luigi Einaudi (70 voti), candidato di bandiera del Partito liberale (Pli). Legislature di pertinenza: II (1953-1958) e III (1958-1963). Governi insediati: Segni I (1955-’57, DC-PSDI-PLI), Zoli (1957-’58, DC, appoggio esterno di Monarchici e MSI), Fanfani II (1958-’59, DC-PSDI), Segni II (DC-PLI-Monarchici-MSI), Tambroni (1960, DC-MSI), Fanfani III (1960-’62, DC, appoggio esterno PLI-PSDI-PRI), Fanfani IV (1962-1963, DC-PSDI-PRI, appoggio esterno PSI, I governo di centrosinistra).

Discorso di insediamento (tema: il lavoro). “Nessun progresso si realizza nella vita interna di ciascuna nazione e nei rapporti internazionali senza il concorso e il consenso del mondo del lavoro”. Peculiarità elezione. E’ il primo presidente della Repubblica eletto a larga maggioranza (oggi si direbbe ‘larghe intese’) e, cioè, con i voti del PCI e, in generale, delle sinistre (PSI-PSDI), ma anche da parte delle destre (MSI e monarchici). La RAI riprende l’evento.

 IV) 1962. Antonio Segni, 1962-1964 (Sassari, 1891 – Roma, 1972): docente di diritto civile e uomo politico democristiano. Tra i fondatori del PPI (1919), deputato alla Costituente, sottosegretario e ministro in diversi governi tra cui dell’Agricoltura nel II (1946), III e IV (1947), V (1948) e VI (1950) De Gasperi, dell’Istruzione nel VII (1953) governo De Gasperi e nel governo Pella (1953). Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno (1959-1960), ministro degli Esteri nel governo Tambroni (1960) e nel III (1960) e IV (1962) governo Fanfani. Presidente della Repubblica nel 1962, colpito da ictus il 7 agosto 1964, Segni formalmente si dimette il 6 dicembre 1964. Rimane gravemente malato, ma comunque è senatore a vita dal 1964 alla morte. Al momento dell’elezione ha 69 anni ed è coniugato con Laura Carta Caprino, da cui ha 4 figli. Uno, Mario Segni, fu promotore della stagione elettorale referendaria del 1991-’92.

Insediamento: 11 maggio 1962. Fine mandato: 6 dicembre 1964 Motivazioni: dimissioni (ragioni di salute). Causa impedimento ‘temporaneo’ occorso il 7 agosto 1964, Segni viene sostituito dal presidente del Senato, Cesare Merzagora, come presidente della Repubblica supplente dal 10 agosto al 28 dicembre 1964. Partito di appartenenza: DC (area di destra).

  1. Modalità di elezione. Grandi elettori: 854 (844 membri del Parlamento e dieci delegati regionali delle regioni a statuto speciale). Prima votazione: 2 maggio 1968 – Data di elezione: 6 maggio 1962. Giorni necessari: cinque. Scrutini necessari: 9.
  2. Elezione. Segni viene eletto al IX scrutinio con questi dati: presenti: 842 – votanti: 842 – quorum: 428 – voti raccolti: 443 (51,8%). Partiti a favore: DC – PLI – PRI – PDIUM – MSI. Partiti contrari: PSI – PCI. Avversari battuti: Giuseppe Saragat (334 voti) candidato di PCI – PSI – PSDI.
  3. Legislature di pertinenza: III (1958-1963)
  4. Governi insediati: Leone I 1963, DC, appoggio esterno centrosinistra); Moro I (1963-’64, DC-PSDI-PRI-PSI); Moro II (1964-‘66, DC-PSDI-PRI-PSI).
  5. Discorso di insediamento (tema: l’Europa). “A questa nuova organizzazione dell’Europa tendono i tempi nuovi. Per essa anche io ho lavorato con fede ai fini di progresso e di pace e auspico che alla sua realizzazione si diriga l’impegno del governo e del Parlamento”.
  6. Peculiarità elezione. E’ il primo presidente eletto con i voti determinante delle destre e sarà il primo presidente a dimettersi (per ragioni di salute). Prima diretta tv della RAI.

 V) 1964. Giuseppe Saragat, 1964-1971 (Torino, 1898 – Roma, 1988): uomo politico socialista. Socialista e antifascista, esule durante il regime, ambasciatore d’Italia a Parigi (1945), deputato e presidente dell’Assemblea costituente (1946-1947), nel gennaio 1947 fonda il PSLI (poi PSDI) con la scissione di palazzo Barberini. Vicepresidente del IV governo De Gasperi (1947), deputato dal 1948 al 1962, vicepresidente nei governi Scelba (1954) e Segni (1955), ministro degli Esteri nel I (1963) e nel II (1964) governo Moro, presidente della Repubblica nel 1964, dal 1971 senatore a vita. Al momento dell’elezione ha 66 anni ed è vedovo di Giuseppina Bollani, ha due figli.

Insediamento: 29 dicembre 1964 Fine mandato: 29 dicembre 1971 Motivazioni: scadenza naturale Partito di appartenenza: PSDI (di cui è stato il fondatore, come PSLI, nel 1947).

Modalità di elezione. Grandi elettori: 963 (950 componenti del Parlamento più tredici delegati regionali). Prima votazione: 16 dicembre 1964. Data di elezione: 28 dicembre 1964. Giorni necessari: dodici. Scrutini necessari: 21. Elezione. Al XXI scrutinio Saragat viene eletto con questi dati: presenti: 932 – votanti: 927 – quorum: 482 – voti ottenuti: 646 (67%). Partiti a favore: DC – PSDI – PRI – PSI – PCI. Partiti contrari: PLI – MSI – PDIUM. Avversari battuti: Gaetano Martino (56 voti), candidato di bandiera del PLI.

  1. Legislature di pertinenza: IV (1963-1968) e V (1968-1972).
  2. Governi insediati: Moro III (1966-’68, DC-PSI-PSDI-PRI), Leone II (1968, monocolore DC), Rumor I (1968-’69, DC-PSU-PRI, di centrosinistra), Rumor II (1969-’70, monocolore DC), Rumor III (1970, DC-PSDI-PSI-PRI), Colombo (1970-’72, DC-PSI-PSDI-PRI).
  3. Discorso di insediamento (tema: le riforme). “Metterei l’accento sulla casa ai lavoratori, sulla sanità pubblica e sulla scuola che, nel breve volgere di anni, deve venire democratizzata”.
  4. Peculiarità elezione. E’ il primo esponente socialista, sia pure moderato e anticomunista, che sale al Quirinale. Per la prima volta il Parlamento vota sotto Natale. E’ l’esordio della formula dell’ “arco costituzionale” (tutti i partiti che hanno partecipato alla Resistenza, quindi con l’esclusione di monarchici e missini). Suo il primo vero discorso di Capodanno.

VI) 1971. Giovanni Leone, 1971-1978 (Napoli, 1908 – Roma, 2001): avvocato e uomo politico democristiano. Docente di diritto e procedura penale, avvocato penalista di fama, autore di numerose pubblicazioni. Iscritto alla Dc dal 1946, membro della Costituente, relatore del titolo della Costituzione concernente la magistratura, deputato dal 1948 al 1963, vicepresidente della Camera nel 1950 e nel 1953, presidente della Camera eletto nel 1955, 1958 e 1958, presidente del Consiglio dei Ministri nel 1963 e nel 1968 (I e II governo Leone), senatore a vita dal 1967, prima ancora dell’elezione a presidente della Repubblica, avvenuta nel 1971. Al momento dell’elezione ha 63 anni, è coniugato con la signora Vittoria Michitto Leone, da cui ha tre figli. Riabilitato con una cerimonia solenne al Senato il 3 novembre 1988, è il primo ex presidente della Repubblica a fregiarsi, oltre che dell’incarico di senatore a vita, del titolo di presidente ‘emerito’ della Repubblica, conferito per legge del 25 settembre 2001 a tutti gli ex presidente della Repubblica (finora: Scalfaro, Ciampi).

  1. Insediamento: 29 dicembre 1964
  2. Fine mandato: 15 giugno 1978
  3. Motivazioni: dimissioni (per ragioni politiche). Dal giorno delle sue dimissioni, formalizzate il 15 giugno 1978, fino all’8 luglio 1978 le funzioni di capo dello Stato supplente vengono assunte dal presidente del Senato, Amintore Fanfani.
  4. Partito di appartenenza: DC (area centrista)
  5. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1008 (950 membri del Parlamento e 58 delegati regionali, per la prima volta di tutte le regioni, comprese quelle a statuto ordinario, entrare in vigore solo nel 1970). Prima votazione: 9 dicembre 1971. Data di elezione: 24 dicembre 1971. Giorni necessari: quindici. Scrutini necessari: 23.
  6. Elezione. Leone viene eletto al XXIII scrutinio (ad oggi il numero di scrutini più alto necessario) con questi dati: presenti: 996 – votanti: 996 – quorum: 505 – Voti ottenuti: 518 (51,3%). Partiti a favore: DC – PLI – PRI – PNM – MSI. Partiti contrari: PCI – PSI – PSDI – PDUP. Avversari battuti: Pietro Nenni (408 voti), candidato delle sinistre (PCI-PSI).
  7. Legislature di pertinenza: V (1968-1972) – VI (1972-1976) – VII (1976-1979). Per la prima volta un presidente della Repubblica scioglie in via anticipata una legislatura (1972).
  8. Governi insediati: Andreotti I (1972, monocolore DC), Andreotti II (1972-’73, DC-PLI-PSDI, neocentrismo), Rumor IV (1973-’74, DC-PSI-PSDI-PRI, centrosinistra), Rumor V (1974, DC-PSI-PSDI, centrosinistra), Moro IV (1974-1976, DC-PRI, centrosinistra), Moro V (1976, monocolore DC, dialogo con il centrosinistra e il PCI), Andreotti III (1976-‘78, monocolore DC, solidarietà nazionale), Andreotti IV (1978-’79, monocolore DC, solidarietà nazionale).
  9. Discorso di insediamento (tema: la violenza). “La pace sociale non significa rinuncia alle legittime aspirazioni e ai modi anche solleciti di farle valere. Significa rinuncia al metodo della violenza e dell’intolleranza. Solo l’ordine democratico può garantire il conseguimento di un risultato positivo”.
  10. Peculiarità elezione. Ancora oggi il numero di scrutini necessari per eleggerlo è un record (23 votazioni). Si vota sempre a Natale. E’ il I presidente che si dimette per motivi politici.
  11. VII) 1978. Sandro Pertini, 1978-1985 (Stella, Savona, 1896 – Roma, 1990): uomo politico socialista. Soldato nella Prima Guerra Mondiale, antifascista, condannato più volte dal regime fascista, esule in Francia, rientrato in Italia, catturato, processato e condannato a 11 anni di reclusione, liberato nel 1943, membro del CNLAI, dirigente della lotta di Resistenza. Deputato all’Assemblea costituente, senatore nel 1948, direttore dell’Avanti e del quotidiano ‘Il Lavoro’, deputato dal 1953 al 1976, vicepresidente della Camera nel 1963, presidente della Camera nel 1968 e nel 1972, presidente della Repubblica nel 1978, senatore a vita dal 1985. Al momento dell’elezione ha 82 anni ed è coniugato con Carla Voltolina, non ha figli.
  1. Insediamento: 9 luglio 1978
  2. Fine mandato: 29 giugno 1985
  3. Motivazioni: dimissioni (per ragioni tecniche). Funzioni di capo di Stato supplente esercitate dal presidente del Senato, Francesco Cossiga, dal 23 giugno al 3 luglio 1978.
  4. Partito di appartenenza: PSI (area centrale)
  5. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1011 (953 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 29 giugno 1978. Data di elezione: 8 luglio 1978. Giorni necessari: nove. Scrutini necessari: 16.
  6. Elezione. Al XVI scrutinio Pertini viene eletto con questi dati: presenti: 995 – votanti: 995 – quorum: 506 – Voti ottenuti: 832 (82,3%). Partiti a favore: DC – PCI – PSI – PRI- PSDI – PLI – DP- PR. Partiti contrari: MSI. Avversari battuti: nessuno.
  7. Legislature di pertinenza: VII (1976-1979) – VIII (1979-1983) – IX (1983-1987).
  8. Governi insediati: Andreotti V (1979, DC-PRI-PSDI), Cossiga I (1979-’80, DC-PLI-PSDI, di tripartito), Cossiga II (1980, DC-PRI-PSI, tripartito), Forlani (1980-’81, DC-PSI-PSDI-PRI, di quadripartito), Spadolini (1981-’82, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Spadolini II (1982, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Fanfani V (1982-’83, DC-PLI-PSI-PSDI), Craxi I (1983-’86, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Craxi II (1986-’87, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Fanfani VI (1987, monocolore DC).
  9. Discorso di insediamento (tema: la pace). “L’Italia deve essere, nel mondo, portatrice di pace. Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame”.
  10. Peculiarità elezione. Per la prima volta delle donne prendono voti per il Quirinale. Il numero di voti presi da Pertini è il numero più alto di consensi preso finora (832).
  11. VIII) 1985. Francesco Cossiga, 1985-1992 (Sassari, 1928 – Roma, 2010): uomo politico democristiano. Docente di diritto costituzionale, deputato dal 1958 al 1979, senatore dal 1983, iscritto alla Dc dal 1945, più volte sottosegretario alla Difesa, ministro dell’Interno nel V governo Moro e nel III governo Andreotti (1976), di nuovo ministro dell’Interno nel IV governo Andreotti (1978) si dimette dopo l’omicidio di Aldo Moro. Presidente della Repubblica nel 1985, senatore a vita dal 1992, torna alla politica come fondatore del partito UDR e poi dell’UDEUR nel 1998. Al momento dell’elezione ha 57 anni ed è sposato con Giuseppa Figurani Cossiga, da cui ha due figli.
  • Insediamento: 3 luglio 1985 Fine mandato: 28 aprile 1992 Motivazioni: dimissioni (per ragioni politiche). Dal 28 aprile 1992 al 28 maggio 1992 le funzioni di capo dello Stato supplente sono svolte dal presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri). Partito di appartenenza: DC (area di sinistra)
  • Modalità elezione. Grandi Elettori: 1011 (953 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 24 giugno 1985. Data di elezione: 24 giugno 1985. Giorni necessari: uno. Scrutini necessari: 1.
  • Elezione. Al I scrutinio Cossiga viene eletto con questi dati: presenti: 979 – votanti: 977 – quorum: 674 – Voti ottenuti: 752 (76%). Partiti a favore: DC – PSI – PLI – PSDI – PRI – PCI. Partiti contrari: PR – DP. Avversari battuti: nessuno.
  • Legislature di pertinenza: IX (1983-1987) e X (1987-1992)
  • Governi insediati: Craxi II (1986-’87, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Fanfani VI (1987, monocolore DC), Goria (1987-’88, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), De Mita (1988-’89, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Andreotti VI (1989-1991, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Andreotti VII (1991-’92, DC-PLI-PSDI-PSI, di quadripartito).
  • Discorso di insediamento (tema: poteri presidenziali). “Il presidente della Repubblica, per quanto di sua competenza, concorrerà al processo di rinnovamento quale rappresentante dell’unità nazionale e quale garante della Costituzione voluta dal popolo italiano”.
  • Peculiarità elezione. Ancora oggi è il più giovane presidente della Repubblica mai eletto (57 anni). Inoltre, per la prima volta, un Presidente viene eletto al primo scrutinio. E’ anche il primo Presidente per cui verrà richiesto lo stato d’accusa (impeachment).

IX) 1992. Oscar Luigi Scalfaro, 1992-1999 (Novara, 1918 – Roma, 2012): magistrato e uomo politico democristiano. Magistrato dal 1942. Deputato all’Assemblea costituente e alla Camera dal 1948 al 1992. Più volte sottosegretario, ministro dei Trasporti nel 1966 (III governo Moro) e nel 1968 (II governo Leone), ministro della Pubblica Istruzione nel 1972 (II governo Andreotti), ministro degli Interni nel 1983 (I governo Craxi), nel 1985 (II governo Craxi) e nel 1987 (VI governo Fanfani). Vicepresidente della Camera dei Deputati nel 1975, 1976, 1979, presidente della Camera nel 1992, presidente della Repubblica nel 1992, senatore a vita dal 1999 in poi. Al momento dell’elezione ha 74 anni, è vedovo di Maria Inzitari, ha una figlia, Marianna Scalfaro.

Insediamento: 28 maggio 1992 Fine mandato: 15 maggio 1999 Motivazione: dimissioni (post elezione successore). Scalfaro, invece di aspettare l’ultimo giorno di scadenza del suo mandato, si dimise con qualche giorno di anticipo. Il presidente del Senato, Nicola Mancino, fu capo dello Stato supplente per tre giorni, dal 15 al 18 maggio 1999. Partito di appartenenza. DC (area di destra)

  1. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1011 (953 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 13 maggio 1992. Data di elezione: 25 maggio 1992. Giorni necessari: 12. Scrutini necessari: 16.
  2. Elezione. Al XVI scrutinio Scalfaro viene eletto con questi dati: presenti: 1002 – votanti: 1002 – quorum: 508 – Voti ottenuti: 672 (67%). Partiti a favore: DC – PSI – PLI – PSDI – Verdi – PDS – lista Pannella – la Rete. Partiti contrari: LEGA – PRC – MSI. Avversari battuti: Gianfranco Miglio (75 voti), candidato di bandiera dalla Lega Nord.
  3. Legislature di pertinenza: XI (1992-1994) – XII (1994-1996) – XIII (1996-2001).
  4. Governi insediati: Amato I (1992-’93, governo tecnico appoggiato da tutti i partiti dell’ex pentapartito, astensione del Pds), Ciampi (1993-’94, governo tecnico, appoggiato da tutti i partiti dell’ex pentapartito e appoggio esterno da Pds e Verdi), Berlusconi I (1994, FI-AN-CCD-Lega Nord), Dini (1995-’96, governo tecnico appoggiato all’esterno dal Polo del buongoverno come dalla coalizione dei Progressisti), Prodi I (1996-’98, governo dell’Ulivo appoggiato da DS-PPI-RI-PSI-PRI-Verdi, appoggio esterno del PRC), D’Alema (governo dell’Ulivo appoggiato da DS-PPI-PDCI-UDR-indipendenti).
  5. Discorso di insediamento (tema: le riforme). “Il presidente della Repubblica rivolge un rispettoso ma fermo invito al Parlamento perché proceda alla nomina di una commissione bicamerale con il compito di una globale e organica revisione della Carta costituzionale”.
  6. Peculiarità elezione. E’ l’elezione più drammatica della storia repubblicana e anche quella che segna la fine della Prima Repubblica e del sistema di voto proporzionale.

 X) 1999. Carlo Azeglio Ciampi, 1999-2006 (Livorno, 1920 – vivente): economista e tecnico indipendente. Laureato alla Normale di Pisa nel 1946, assunto lo stesso anno alla Banca d’Italia, segretario generale nel 1973, vice direttore generale nel 1976, direttore generale nel 1979, Governatore di BankItalia nel 1979 fino al 1993. Presidente del Consiglio di un governo tecnico nel 1993, ministro dell’Economia nel 1996 (I governo Prodi) e nel 1998 (I governo D’Alema), dal 1999 presidente della Repubblica e, dal 2006, senatore a vita, carica che ancora ricopre. Al momento dell’elezione ha 78 anni ed è sposato con la signora Franca Pilla Ciampi, ha due figli.

Insediamento: 18 maggio 1999 Fine mandato: 15 maggio 2006 Motivazione: dimissioni (per favorire il giuramento del successore) Partito di appartenenza: nessuno (tecnico indipendente)

  1. Modalità elezione. Grandi elettori: 1010 (952 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 13 maggio 1999. Data di elezione: 13 maggio 1999. Giorni necessari: 1. Scrutini necessari: 1.
  2. Elezione. Al I scrutinio Ciampi viene eletto con questi numeri: presenti: 990 – votanti: 990 – quorum: 674 – Voti ottenuti: 707 (71,4%). Partiti a favore: DS – PPI – Verdi – RI – Democratici – SDI – PRI – PDCI – UDEUR – FI – AN –CCD – Partiti contrari: Lega Nord – PRC. Avversari battuti: Luciano Gasperini (72 voti), candidato di bandiera della Lega.
  3. Legislature di pertinenza: XIII (1996-2001) e XIV (2001-2006).
  4. Governi insediati: D’Alema II (1999-2000, governo dell’Ulivo appoggiato da DS-PPI-PRI-PSI-UDR-PDCI-indipendenti), Amato II (2000-2001, governo dell’Ulivo, appoggiato da DS-PPI-PRI-PSI-PDCI-UDEUR), Berlusconi II (2001-2005, governo di centrodestra appoggiato da FI-AN-UDC-Lega Nord), Berlusconi III (2005-2006, governo di centrodestra appoggiato da FI-AN-UDC-Lega Nord).
  5. Discorso di insediamento (tema: la moneta unica europea). “La creazione della moneta unica europea, grande evento politico e non solo economico, ci impone di far sì che l’economia italiana risponda sempre più alle caratteristiche dell’Unione europea”. NB: Per la prima volta il discorso di insediamento di un Capo dello Stato si conclude, oltre che le consuete e rituali esortazioni (“Viva la Repubblica! Viva la Costituzione! Viva l’Italia!”) con una nuova: “Viva l’Unione europea!”.
  6. Peculiarità elezione. E’ il primo vero ‘tecnico’, caratteristica che condivide con Einaudi, ma anche del tutto ‘indipendente’ e non schierato con alcun partito politico (Einaudi era esponente del Pli) ma proveniente da BANKITALIA, di cui è stato Governatore. La sua elezione, pur non essendo la prima effettuata con il metodo delle ‘larghe intese’ (precedente di Cossiga), è stata la più breve in assoluto (quattro ore).

XI) 2006. Giorgio Napolitano, 2006-2013 (Napoli, 1925 – vivente): uomo politico comunista e democratico di sinistra. Iscritto al Pci dal 1994, eletto per la prima volta deputato nel 1953 ne fa parte fino al 1996 sempre riconfermato nella circoscrizione Napoli. Due volte presidente del gruppo del Pci (1981 e 1986), primo comunista italiano in visita negli USA (anni ’70), è considerato il capofila dell’ala riformista o moderata del Pci al seguito del suo padre politico, Giorgio Amendola. Aderisce, sia pure con molti distinguo, alla ‘svolta’ del 1989 che trasforma il Pci in Pds, poi in DS e in Pd. Presidente della Camera nel 1992-1994, è ministro dell’Interno nel I e nel II governo Prodi (1996-’98). Senatore a vita già dal 2005, al momento dell’elezione ha 80 anni, è sposato con la signora Clio Maria Bittoni Napolitano, ha due figli Giovanni e Giulio.

Insediamento: 15 maggio 2006 Fine mandato: 15 maggio 2013 (anticipato per favorire la rielezione al 22 aprile 2013) Motivazione: dimissioni per prestare immediatamente giuramento per il II mandato. Partito di appartenenza: PCI-PDS-DS (area di destra)

  1. Modalità elezione.  I Grandi elettori sono 1009 (951 parlamentari e 58 delegati regionali). Prima votazione: 8 maggio 2006. Data di elezione: 10 maggio 2006. Giorni necessari: due. Scrutini necessari: 4.
  2. Elezione. Al IV scrutinio Napolitano viene eletto con questi dati: presenti: 1000 – votanti: 990 – quorum: 505 – Voti raccolti: 543 (54,8%). Partiti a favore: DS – PPI – altri di centrosinistra – partiti astenuti: FI – AN – UDC. Partiti contrari: PRC – Lega Nord. Avversari battuti: Umberto Bossi (42 voti), candidato di bandiera della Lega Nord.
  3. Legislature di pertinenza: XV (2006-2008) – XVI (2008-2012) – XVII (dal 2013, in corso).
  4. Governi insediati: Prodi II (2006-2008, governo dell’Unione composto da PD-Verdi-PDCI-PRC-Socialisti-altri), Berlusconi IV (2008-2011, governo di centrodestra appoggiato da PDL-Lega Nord-MPA), Monti (2011-2013, governo tecnico appoggiato da cd e cs).
  5. Discorso di insediamento (l’Europa) : “Non esiste alcuna alternativa al rilancio della costruzione europea. L’Italia, solo come parte attiva della costruzione di un piu’ forte e dinamico soggetto europeo, e l’Europa, solo attraverso l’unione delle sue forze e il potenziamento della sua unità d’azione, potranno giocare un ruolo effettivo, autonomo e peculiare nell’affermare un nuovo ordine internazionale di pace e giustizia.
  6. Pecularietà elezione. E’ la prima volta di un ex comunista eletto Presidente della Repubblica.

 XII) 2013. Giorgio Napolitano, 2013-2015 (II mandato): biografia: vedi sopra.

Al momento della rielezione Napolitano ha 87 anni, al momento delle dimissioni ne ha 89.

  1. Insediamento: 22 aprile 2013
  2. Fine mandato: 14 gennaio 2015
  3. Motivazione: dimissioni (per ragioni di salute). Capo dello Stato supplente è, a partire dal 14 gennaio 2015, il presidente del Senato, Pietro Grasso.
  4. Partito di appartenenza: PCI-PDS-DS (area di destra)
  5. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1007 (949 parlamentari più 58 delegati regionali). Prima votazione: 18 aprile 2013. Data di elezione: 20 aprile 2013. Giorni necessari: due. Scrutini necessari: 6.
  6. Elezione. Al VI scrutinio Napolitano viene eletto con questi dati: presenti: 997 – votanti: 997 – quorum: 504 – Voti ottenuti: 738 (74,1%). Partiti a favore: PD – PSI – CD – PDL – SC – Lega Nord. Avversari battuti: Stefano Rodotà (217 voti), candidato di bandiera M5S e SeL.
  7. Legislature di pertinenza: XVI (2012-2013, in corso).
  8. Governi insediati: Letta (2013-2014, governo di larga coalizione appoggiato da PDL-PD-Scelta civica-altri), Renzi (dal 2014, a oggi in carica, governo di centrosinistra appoggiato da PD-NCD-SC-Popolari).
  9. Discorso di insediamento (tema: le larghe intese). “Il fatto che in Italia si sia diffuso una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche è un segno di una regressione, dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le conseguenze in termini di mediazioni, intese, alleanze politiche”.
  10. Peculiarità elezione. E’ la prima volta di una rielezione della stessa persona al Quirinale, ma è anche la prima volta che un Parlamento elegge due volte lo stesso Presidente della Repubblica mentre, date le nuove elezioni presidenziali che si terranno a partire dal 29 gennaio 2015, sarà anche la prima volta che uno stesso Parlamento elegge per due volte consecutive due Presidenti della Repubblica.

Elezioni presidenziali. Statistiche, numeri, date e peculiarità di 11 presidenti della Repubblica

Elezioni presidenziali. Statistiche, numeri, date e peculiarità di 11 presidenti della Repubblica

Ecco un sunto delle puntate sulle elezioni presidenziali raccontate su questo blog, questa volta dal punto di vista delle statistiche e sui numeri da sapere su tutti e dodici i Presidenti.

I) 1946. Enrico De Nicola, 1946-1948(Napoli, 1877 – Torre del Greco, 1959): avvocato monarchico e liberale. Più volte deputato, presidente della Camera nel 1920 e 1924, senatore regio dal 1929, è capo…

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