Due presidenti, due stili. Grasso non si taglia lo stipendio, Mattarella apre il Quirinale a tutti e sloggia i funzionari…

Pubblico qui i due articoli usciti su Quotidiano Nazionale il 2 gennaio 2018 a pagina 5. Il primo si occupa di Pietro Grasso, presidente del Senato, il secondo di Sergio Mattarella. 

Grasso, maxidebito da saldare con il Pd e uno stipendio d’oro mai tagliato. Il presidente del Senato sfora il tetto dei 240 mila euro stabiliti per legge. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

Contributi al suo (ex) partito mai saldati. Tetto del suo stipendio sfondato in barba a una norma di legge. Silenzio assoluto davanti ogni accusa. Pietro Grasso, presidente del Senato e leader della nuova formazione politica della sinistra (LEU in sigla), vive, da settimane, diversi imbarazzi. Il suo primo peccato venuto allo scoperto è, forse, solo “veniale”. Si scopre che, da ex iscritto al gruppo del Pd al Senato, Grasso, che si è dimesso dal gruppo a fine ottobre, non ha versato un euro dei 1500 euro mensili che ogni eletto dem gira al partito per svolgere “attività politica”. Una norma interna, ovviamente, anche se scritta nel codice etico dem, non è sanzionabile, ma il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, decide di farne – anche perché la cosa, mediaticamente, al Pd conviene assai – un pubblico conto. Prima Bonifazi scrive a Grasso (lettera privata) che sono ben 83.250 euro i contributi mai versati al Pd da Grasso. Poi prova a riscuotere, inutilmente. Tignoso, Bonifazi torna alla carica: “è cosa spiacevole dovere insistere, ma sono tante le ragioni che dovrebbero spingerti a onorare l’impegno”. Niente, Grasso resta muto. Bonifazi, a quel punto, rende pubblica la richiesta e ricorre all’arma del ricatto morale: “Quei soldi ci servono per pagare i dipendenti del partito che abbiamo dovuto mettere in cassa integrazione” (sono 183, ndr.)”. Grasso niente, zitto. I suoi avranno  pensato: qualche giorno e la notizia passa in cavalleria. Il guaio è che le cose non sono andate così.

Si scopre, infatti, che Grasso, dichiara un “reddito da lavoro dipendente” di tutto rispetto: nel modello 730 del 2014 erano ben 340 mila euro, saliti a 340.790 nel 2015, e scesi, ma di poco, a 320.530 euro, nel 2016. Fatti suoi, si dirà: fare il presidente del Senato è come vincere al Lotto e un giudice in pensione (Grasso andò in prepensionamento nel 2013, appena candidato) guadagna bene. Potendo cumulare lo stipendio e la pensione (i parlamentari e le alte cariche dello Stato possono farlo, volendo, essendo esentati dal divieto di cumulo che riguarda tutti i ‘normali’ cittadini, ma Mattarella vi ha rinunciato), et voilà, ecco fatto. Già, peccato che il super-stipendio di Grasso (340 mila euro) supera e vìola, abbondantemente, il tetto dei 240 mila euro. Un “tetto” che è stato stabilito, nel 2014, dal governo Renzi. Una norma che aveva un solo difetto: era una tantum, o meglio di durata triennale, ed è scaduta il I gennaio 2018. Infatti, i grand commis e i funzionari di Camera e Senato, dal I gennaio, festeggiano e brindano a suon di champagne: i tetti ai loro stipendi sono saltati e di certo non li potranno ripristinare le Camere ormai sciolte. Peraltro, le spese del Senato, in questi ultimi cinque anni, sono lievitate in via esponenziale, mentre invece quelle della Camera sono diminuite, anche se di poco.

Il tetto stabilito dal governo Renzi, inoltre, era facoltativo per le alte cariche dello Stato, che godono della “autodichia” (vuol dire, in sostanza, che ogni organismo decide per sé). Eppure, da tre anni, tutte le (altre) alte cariche dello Stato la rispettano: il presidente della Repubblica non guadagna un euro in più dei 240 mila, il presidente della Camera molti di meno (140 mila nel 2016), il presidente del Consiglio assai meno (i premier guadagnano poco, 6700 euro mensili lordi, un parlamentare ne guadagna 14 mila!).

Dopo giorni, anzi: settimane, di “no comment”, fonti di LEU fanno finalmente sapere che trattasi di polemica “a scoppio ritardato” perché “il presidente del Senato ha una pensione per i suoi oltre 40 anni passati in magistratura e un’indennità da senatore che, per legge, è incedibile”. Il Diavolo, però, ci mette la coda. Libero e Il Giornale rispolverano le dichiarazioni del senatore Grasso in cui egli sosteneva che “Non solo mi sono dimezzato lo stipendio, ma ho anche deciso di rinunciare all’appartamento del Senato”. Lo stipendio è rimasto tale, con il ‘tetto’ sfondato, e l’appartamento del Senato usato per ospiti e ricevimenti. “Ragioni di sicurezza”, si capisce: Grasso è “minacciato” dalla mafia. Prosit.


2. La “rivoluzione gentile” di Mattarella: tagli agli stipendi, funzionari sfrattati, Palazzi aperti a tutti.

Ettore Maria Colombo – Roma

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Via i “mandarini” dal Palazzo. Porte aperte. Stipendi ridotti. Uno stile e un approccio diverso da tutti i suoi predecessori (da Gronchi fino a Napolitano compreso, con una sola eccezione: quel galantuomo di Luigi Einaudi, liberale parsimonioso, cui non a caso il cattolico Mattarella prende spesso a riferimento, dalla durata brevissima dei suoi discorsi di fine anno fino al comportamento integerrimo, quasi ai confini del moralismo). E’ una rivoluzione ‘gentile’, ma integrale, quella di Sergio Mattarella al Quirinale. A giugno 2015, appena sei mesi dopo la nomina al più alto scranno della Repubblica, due decisioni mettono a terremoto il Colle e i suoi abitanti. La prima, ormai, è nota: il palazzo del Quirinale viene aperto al pubblico cinque giorni su sette. La seconda non lo è, ma è stata vissuta come una carica (interna) di cavalleria dei Corazzieri contro privilegi antichi e consolidati. L’intero piano terra del palazzo del Quirinale, dove hanno abitato decine di papi e diversi re, viene ‘sgomberato’: gli uffici del Cerimoniale e le stanze di Rappresentanza devono sloggiare, relegati in ben più modesti uffici, tutti collocati al secondo piano e tutti molto angusti. Ai funzionari viene uno stranguglione, ma tant’è.

Il regista del terremoto, su input di Mattarella, è Ugo Zampetti: classe 1949, romano, potentissimo segretario generale della Camera, dove ha servito cinque presidenti, stava tagliando già lì gli stipendi a funzionari e commessi quando deve interrompersi perché Mattarella se lo porta al Colle come suo segretario generale. Il suo predecessore, Donato Marra, aveva uffici degni un re, lui si presenta dicendo “non voglio stipendio né alloggio”. Zampetti sloggia, ricolloca e il Quirinale schiude i suoi tesori a tutti con le visite guidate. Come già le vicine Scuderie, dove ogni mesi si succedono mostre su mostre.

Ma a Mattarella, che ha rinunciato al doppio stipendio da presidente e da giudice della Consulta cui pure aveva, volendo, diritto, e che, ovviamente, non ha mai sforato il tetto dei 240 mila euro stabilito per legge dal governo Renzi nel 2015 (norma scaduta nel 2018, peraltro), ancora non basta. Il presidente della Repubblica ha un’idea precisa, un fil rouge che vuole mantenere per l’intero mandato e così la spiega ai suoi collaboratori: “Dobbiamo saper coniugare sobrietà e trasparenza in ogni atto che facciamo qui dentro”.

La seconda rivoluzione travolge la residenza estiva, la splendida tenuta di Castelporziano, a sua volta residenza di papi e di re da tempo immemore. Per la prima volta da secoli, diventa un luogo accessibile a tutti. Da giugno a settembre, comitive di scolari, ma soprattutto disabili e anziani, entrano gratis, sciamano nel parco, si godono il mare, prendono il sole. Tutto gratis, ovviamente e con tanto di ‘festa’ con il Presidente, a fine giugno.  Potrebbe finire qua, la rivoluzione gentile di Mattarella, e invece no. L’ultima rivoluzione, al Colle, è appena iniziata: d’intesa con il Mibact, cioè con il ministero della Cultura, Mattarella apre e ristruttura anche palazzo San Felice, 8800 mq su cinque piani collocati a via della Datarìa: fanno parte della riserva immobiliare del Quirinale da secoli. Una specie di piazza d’armi che contava 40 appartamenti usati come ‘casa’ dai funzionari del Colle, tutti sfrattati. Entro il 2020 palazzo San Felice diventerà la sede della Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, oggi a palazzo Venezia, più bella, ricca e aperta a tutti, ovviamente. Com’è tutta l’idea del Quirinale di Mattarella.


Gli articoli sono pubblicati il 2 gennaio 2018 a pagina 5 su Quotidiano Nazionale 

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Elezioni presidenziali/13. Ovvero il trionfo dei ‘franchi tiratori’. Storie di tradimenti, pugnali e veleni

Moro: “Leone non deve passare”. Donat-Cattin: “Cosa possiamo fare?”. Moro: “Io faccio il presidente del Consiglio, ma vi sono dei mezzi tecnici”. Donat-Cattin: “Io ne conosco solo tre, di mezzi tecnici: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”.

Franchi tiratori o 'eroi' della libertà? In foto, i garibaldini della Valsesia

Franchi tiratori o ‘eroi’ della libertà? In foto, i garibaldini della Valsesia

Etimologia di una parola e descrizione di un fenomeno.

Conviene partire dall’etimologia della parola. Franco tiratore viene dal francese franc-tireur e sta a indicare i piccoli gruppi di combattenti francesi che colpivano con azioni di disturbo l’esercito prussiano nella guerra franco-prussiana del 1870-’71. Da quel fatto storico assume il significato di “guerrigliero che opera, per lo più isolato o in piccoli gruppi, contro forze regolari, soprattutto nei centri abitati che il nemico cerca di occupare o sta evacuando” (Vocabolario della lingua italiana Treccani). Ma, partire dagli anni Cinquanta del Novecento, nel linguaggio politico e giornalistico italiano la parola assume un senso ‘figurato’. Franco tiratore diventa il “rappresentante di un partito o uno schieramento che, in votazioni segrete di organi collegiali, vota in modo diverso da quello concordato o ufficialmente deciso dal proprio partito o schieramento” (Vocabolario Treccani). Come notava Gino Pallotta, nel suo Dizionario politico e parlamentare, “nel franco tiratore parlamentare c’è, riflessa, l’immagine del “cecchino”: che, nascosto, tira all’improvviso”. Da eroe a traditore.

Indro Montanelli sosteneva che il primo, vero, obiettivo di un’elezione al Quirinale non è quello di eleggere un Presidente, ma di individuare l’avversario di turno ed eliminarlo il prima possibile dalla corsa al Colle. All’uopo, ecco che arrivano i ‘franchi tiratori’, vecchi quanto la Repubblica. Sebastiano Messina, che ne ha scritto su Repubblica, li descrive come “la cavalleria invisibile che disarciona con un solo colpo chi osa avventurarsi nella salita del Quirinale senza essersi assicurato la fedeltà delle truppe. E mentre il quasi-presidente, colpito e affondato, riflette sul destino cinico e baro, loro scompaiono senza lasciare traccia”.Il diccì di lungo corso, Angelo Sanza, li distingue in due precise casistiche: “c’è il franco tiratore pragamatista, che ha una motivazione culturale o amicale e cambia posizione a seconda del candidato; e c’è il franco tiratore fondamentalista che punta solo a ostacolare il nome forte già concordato. Con i primi si può trattare, con i secondi no”. Giulio Andreotti ne ha fatto quasi un assioma: “Il candidato ufficiale non viene eletto mai o quasi mai perché nel voto segreto c’è la reazione dei dei peones contro le segreterie di partito e le intese di vertici. Ci sono state eccezioni, ma restano tali”.

L’esordio dei franchi tiratori. Le elezioni presidenziali del 1948.

La data di esordio dei ‘franchi tiratori’ risale al lunedì 10 maggio 1948. A partire dalle ore nove, i Grandi elettori del primo Parlamento repubblicano sono chiamati ad eleggere il primo Presidente ‘vero’ della Repubblica italiana, dopo l’interregno di De Nicola, capo provvisorio dello Stato. L’allora premier e leader della Dc De Gasperi candida ufficialmente il suo ministro degli Esteri, il conte Carlo Sforza. Dc e alleati godono di una maggioranza schiacciante. Sforza dovrebbe farcela senza alcun problema. Invece, l’esito dello scrutinio è bruciante: solo 353 voti per lui contro i 396 ottenuti dallo stesso De Nicola, votato ‘per dispetto’ dalle sinistre e altri. Su 833 votanti, a Sforza mancano 98 voti in meno anche rispetto a quelli che servirebbero quando, dal IV scrutinio, si vota a maggioranza semplice. A tradire De Gasperi è stata la sinistra dc, antiatlantica e pure bigotta: Sforza è un laico mangiapreti e dongiovanni troppo filo-americano. Nelle votazioni seguenti il nome di Sforza continua a calare e De Gasperi dovrà presto venire a patto con i ‘professorini’ della sinistra (La Pira, Dossetti, Fanfani) eliminando la candidatura Sforza e promuovendo Einaudi, che al IV scrutinio sarà presidente (518 voti). Andreotti, incaricato da De Gasperi di recare a Sforza la ferale notizia, sbircia sul suo tavolo il discorso del giuramento già pronto e che il conte dovrà rinfilarsi rassegnato in tasca.

Elezioni del 1955. I franchi tiratori ci prendono gusto.

Trascorrono sette anni. I ‘franchi tiratori’ ci hanno preso gusto. E’ la mattina del 28 aprile 1955 quando il Parlamento si riunisce in seduta comune per eleggere il successore di Einaudi. Stavolta a dare le carte è il nuovo segretario della Dc, Amintore Fanfani, e il presidente del Consiglio, Mario Scelba: puntano sul presidente del Senato, Cesare Merzagora, indipendente eletto nelle fila della Dc. Solo che prende appena 228 voti benché i diccì presenti e votanti siano 380. mancano all’appello 160 voti. I ribelli dell’opposizione interna, la ‘solita’ sinistra dc, ormai capeggiata dal presidente della Camera, Giovanni Gronchi, impallinano Merzagora, ma con il cospicuo apporto anche della destra interna che ha un nuovo nome (‘Concentrazione’) e che vede tra i suoi leader Andreotti, Tognoni, Pella. Negli scrutini successivi, il nome di Merzagora continua a calare finché non viene superato proprio da quello di Gronchi, che finirà per trionfare al IV scrutinio con 658 voti, presi anche a sinistra. Merzagora si ferma a 246. “Mi sono fatto giocare come un bambino a moscacieca”, commenta amaro.

Elezioni del 1962. Le ‘perquisizioni’ corporali dei Dorotei…

Quando, il 2 maggio 1962, si aprono le urne per eleggere il terzo presidente della Repubblica, ci capisce subito che si andrà per le lunghe. Questa volta è Fanfani che vuole prendersi la sua rivincita: costringerà Aldo Moro, nuovo segretario della Dc, a sudare sette camice per imporre il suo candidato, Antonio Segni. Moro lo presenta e lo fa votare dai Grandi elettori della Dc il 28 aprile. Sono le prime ‘primarie’ della storia italiana. Alla fine, le schede vengono bruciate, come in un ‘vero’ conclave. Ma la candidatura Segni, per quanto sostenuta a spada tratta dai Dorotei, ha contro fanfaniani e sinistra dc. Al I scrutinio Segni ottiene solo 333 voti, quando ne servono 438, mentre Piccioni (esponente di ‘Concentrazione’) ben 123, Gronchi venti. Destra e sinistra interna, più i fanfaniani, giocano contro Moro, stavolta. Gli scrutini successivi sono un caos e Montecitorio si trasforma in un suk. Solo al VI e VII scrutinio Segni sale a 396 voti, tallonato dal candidato delle sinistre, Saragat. I Dorotei, per stanare i franchi tiratori, s’inventano un complesso stratagemma: il ‘grande elettore’ dc deve entrare in aula, ritirare la scheda dai commessi, uscire e rientrare dalla seconda porta dell’emiciclo per ritirare una seconda scheda. La prima viene compilata con il nome del candidato ‘ufficiale’, la seconda con quella del candidato ‘di disturbo’, poi entrambe vengono consegnate agli elettori che se le infilano nelle giacche. Ai malcapitati non resta, una volta giunti davanti all’urna, che ricordarsi di estrarre la scheda dalla tasca giusta e votare il nome giusto perché, all’uscita dall’aula, verranno sottoposti a un’amichevole ‘perquisizione’ da parte dei colleghi di partito incaricati di fare da ‘controllori’ e che devono, per avere garanzia del voto, ritrovare la scheda del candidato ‘di disturbo’. Alla fine, Segni ce la farà e verrà eletto, al IX scrutinio, con 443 voti. I franchi tiratori sono stati sconfitti pure con l’intervento pro-Segni della cd. ‘brigata Sassari’ (Cossiga, Piccoli, Sarti).

Elezioni del 1964. Il “supplizio cinese” di Leone e la (citata sopra) frase di Moro.

Le urne si aprono il 16 dicembre 1964. Segni si è dimesso per malattia, tocca votare il suo successore. Fanfani guida, come al solito, la fronda contro Moro, ma questa volta il nuovo presidente del Consiglio della Dc non punta su un suo uomo, ma su un socialdemocratico fidato, Saragat, però sa che i Grandi elettori della Dc lo digerirebbero a fatica, da subito. Fanfani appoggia la candidatura Leone, ma per bruciarlo e proporsi lui, dorotei, centristi e destra interna, invece, puntano davvero su Leone. Moro convoca il leader della corrente ‘Forze Nuove’, Carlo Donat Cattin, nel suo ufficio e gli dice secco: “Leone non deve passare”. “D’accordo”, risponde l’altro, “ma come facciamo?”. “Io sono presidente del consiglio, quanto a voi esistono dei mezzi tecnici”. “Conosco solo tre mezzi tecnici” spiegha poi Donat Cattin ai suoi: “Il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”. Al primo scrutinio Leone ottiene 319 voti, ben 123 sono i voti dispersi, 18 vanno a Fanfani, solo che Leone ne avrebbe dovuti avere almeno 400. Il “supplizio cinese” della candidatura Leone, come lo chiamerà lui stesso, va avanti a lungo. Negli scrutini seguenti, Leone scende ancora (a 304, poi a 290 voti, etc.), Fanfani sale, ma nessuno dei due ha i voti risolutivi. Il Paese rumoreggia, ed è la prima volta, contro lo ‘spettacolo indegno’ in scena. Leone annuncia il ritiro della sua candidatura solo al XVI scrutinio, la notte di Natale, davanti a una marea di schede bianche (368) che lui commenta così: “Era come se un burattinaio invisibile organizzasse la ballata delle schede bianche per disorientare il Parlamento”. La riunione dei Grandi elettori dc si svolge la notte stessa: il segretario Rumor alza bandiera bianca e comunica agli alleati di avanzare loro un nome. Sarà quello di Saragat, che viene eletto al XXI scrutinio con 464 voti, il 28 dicembre 1964, con i voti congiunti delle sinistre e, anche, delle destre. Due capicorrente ribelli, De Mita e Donat Cattin che, ricorda Leone, “si facevano pubblico vanto di non avermi votato”, verranno sospesi dalla Dc per “atti di rilevante indisciplina politica”. Magra consolazione per Leone.

Elezioni del 1971. Il ‘Rieccolo’ Fanfani svanisce, impallinato dai cecchini.

Anche se non c’è stato un leader o un semplice capo corrente dc che non abbia usato i franchi tiratori, da Dossetti ad Andreotti, da Andreotti a De Mita a Forlani, è Fanfani il grande stratega dei cecchinaggi altrui. Finirà impallinato a sua volta, come peraltro era già avvenuto in passato. Nel 1971 Fanfani è convinto che sia il suo turno. Giulio Andreotti, che dichiarerà “non siamo mai stati grandi amici”, lo va a trovare insieme a Forlani: “Stavolta – gli dice – i voti del nostro gruppo ci saranno tutti anche perché non ci sei tu a organizzare i franchi tiratori, ma socialisti e comunisti non ti voteranno mai”. Fanfani ribatte: “Ti pensa ai nostri, al resto penso io”. Si dice che, per rendere riconoscibili i voti, i fanfaniani chiedono ad alcuni di scrivere ‘Fanfani’ in rosso, ad altri in verde, ad alcuni con la penna stilografica, ad altri con la matita o, ad altri scaglioni, di aggiungere nome, cognome o titoli (‘presidente’, professore’, senatore’). Ma le cose si mettono male subito. Al I scrutinio, il 9 dicembre 1971, Fanfani prende 384 voti contro i 397 del candidato delle sinistre, De Martino. A Fanfani mancano 36 voti già al primo scrutinio (saranno solo 16 al secondo), ma sono sufficienti a fargli capire quello che un grande elettore scrive nel segreto dell’urna di vimini: “Nano maledetto, non sarai mai eletto”. Giorgio La Malfa, leader del Pri, tuona nei corridoi di Montecitorio: “romperò i garretti ai cavalli di razza della Dc”. Il primo è Fanfani, il secondo è Moro, candidato nell’ombra delle trattative segrete e che le sinistre, Pci in testa, vedrebbero bene al Colle, pronti a dargli i voti come avevano fatto con Gronchi e Saragat. La Dc sospende il voto per Fanfani dal VI scrutinio e passa alla scheda bianca, ma lui insiste e chiede una verifica sul suo nome: all’XI scrutinio prende 393 voti, ma il target minimo da raggiungere per coltivare ancora speranze è quota 400. a tradirlo sono, tra gli altri, i morotei, Forze Nuove e la destra di Andreotti. A quel punto, Fanfani cede e si ritira. Dopo molte altre votazioni a vuoto, passerà Giovanni Leone al XXIII scrutinio (518 voti), il 28 dicembre 1971, la più lunga e drammatica elezione presidenziale della storia repubblicana.

Elezioni del 1978 e 1985. I ‘franchi tiratori’ si prendono due lunghe pause.

Nonostante Sandro Pertini sia stato eletto solo al XVI scrutinio (832 voti) l’8 luglio 1978, le elezioni presidenziali che seguono le dimissioni Leone, non sono stati teatro di ‘operazioni di guerra’ dei franchi tiratori. Infatti, la lunghezza estenuante delle votazioni che, dal 29 giugno, giorno del I scrutinio (392 voti per Guido Gonella, candidato della Dc, 339 per Giorgio Amendola del Pci e 88 per Pietro Nenni del Psi) arrivano fino all’8 luglio servono, più che altro, per trovare e calibrare un candidato vero del Psi che abbia anche il via libera della Dc e del Pci, stante che il patto non scritto è che l’inquilino del Colle debba essere un socialista. Quell’uomo, alla fine e dopo molti dubbi, il segretario del Psi Bettino Craxi lo identifica in Pertini. L’elezione di Francesco Cossiga, avvenuta al I scrutinio il 24 giugno 1985 (752 voti) è una prima volta assoluta: una massa di voti di tutti i partiti sul candidato prescelto al I scrutinio e senza apparizione di ‘franchi tiratori’. Si chiama, appunto, da allora, ‘metodo Cossiga’ e verrà bissato dal ‘metodo Ciampi’. La seconda elezione di Napolitano è tutta un’altra storia e, anzi, è figlia proprio del trionfo dei ‘franchi tiratori’ alle elezioni 2013.

Elezioni del 1992. Forlani e Andreotti si fanno fuori a vicenda. Trionfo di complotti.

Per rivedere in azione i ‘franchi tiratori’ bisogna attendere il 1992. Le ambizioni dei due leader più ‘quirinabili’, dentro la Dc, sono note a tutti: il segretario del partito, Arnaldo Forlani, e il premier, Giulio Andreotti. Gava e Casini rastrellano voti per il primo, Pomicino ed Evangelisti per l’altro. Il 13 maggio il Parlamento si riunisce in seduta comune e il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, fiutata l’aria di imboscate e grida al golpe e contro i ‘corrotti’, fa montare dei ‘catafalchi’ (cabine di legno foderate con un drappo rosso, così ribattezzati da Rutelli, si usano ancora oggi) sotto il banco della presidenza per garantire al meglio la segretezza del voto. I primi tre scrutini sono di riscaldamento, il gioco si fa duro solo dal quarto. Dopo giorni surreali di ennesimo ballottaggio ‘informale’ tra Andreotti e Forlani come nella scena immortalata nel film “Il Divo” di Sorrentino (“Giulio e Arnaldo, uno di voi due deve essere il prossimo presidente”, dice a entrambi Pomicino Forlani, gelido: ‘Se Giulio è candidato, io non lo sono’. Andreotti, in un sussurro: ‘Se Arnaldo è candidato, io non lo sono”), il candidato ufficiale della Dc diventa Forlani. La mattina del 16 maggio 1992 ognuno dei parlamentari dc sospettati di cecchinaggio riceve precise istruzioni: il voto deve essere riconoscibile. Vengono utilizzate le infinite combinazioni ottenibili scrivendo con penna blu, verde, nera o rossa tutte le formule ammesse. Ovvero: “Arnaldo Forlani”, “Forlani”, “on. Arnaldo Forlani”, “on. Forlani”, “Forlani Arnaldo”, “Forlani on. Arnaldo”, “on. Forlani Arnaldo”, “Arnaldo on. Forlani”. Eppure, non basta. Al V scrutinio (la maggioranza assoluta era fissata a 508 voti) Forlani ne prende 469- Gliene mancano solo 39, ma bastano a impallinarlo. Sono andreottiani, mastelliani, pattisti filo-Segni, qualche laico. Sono i ‘101’ dell’anno 1992. Anche al VI scrutinio va male: Forlani arriva a 479 voti, ne mancano 29, ma la verità è che la sua candidatura è in caduta libera. La maggioranza di governo (il pentapartito di allora) ha, sulla carta, ben 546 voti e vuol dire meno 80 per Forlani, tradito da andreottiani, pattisti, demitiani, socialisti. Infatti, anche i socialisti avevano imparato l’arte dai democristiani: “Almeno un terzo del gruppo negò il suo appoggio al leader della Dc, con Craxi aveva stretto un patto di ferro, da Martelli a Formica, con l’obiettivo di colpire Forlani per ferire Bettino”, ricorderà poi Gennaro Acquaviva. Anche il segretario del Pds, Achille Occhetto, si siede sulla riva del fiume per colpire al cuore l’odiato CAF e, in particolare, Craxi e Forlani. Il 17 maggio Forlani annuncia il ritiro della sua candidatura, più tardi si dimetterà anche da segretario. Dovrebbe essere l’ora di Andreotti, ma la sua candidatura, che pure circola forte, non diventerà mai quella ufficiale. L’azione dei suoi è stata determinante solo per silurare Forlani. Dal VII scrutinio, la Dc inizia a votare scheda bianca, le candidature sue come degli altri partiti si consumano e si bruciano anche in un giorno solo. E, quando il pentapartito sostituisce Forlani col socialista Giuliano Vassalli, i dc dorotei assaporano il dolce sapore della vendetta stabilendo il record storico dei franchi tiratori: meno 180 i voti per Vassalli al XIV scrutinio. I capigruppo socialisti diramarono una nota dolce-amara: “Siamo particolarmente grati alla Dc per aver sostenuto con esemplare lealtà e coerenza la candidatura Vassalli assicurandogli al metà dei suoi voti”… Il giorno dopo, 23 maggio, arriva la notizia della strage di Capaci. Solo a quel punto, l’elezione di Scalfaro, al XVI scrutinio, diventa una formalità. Scalfaro prende 672 voti, m a comunque si contano ben 324 voti dispersi.

Elezioni del 1999 e del 2006. Ciampi e Napolitano passano indenni.

Le elezioni di Ciampi, eletto al I scrutino con il metodo delle larghe intese il 13 maggio 1999 e quella di Napolitano del 10 maggio 2006 (543 voti) non vedono i ‘franchi tiratori’ all’opera, però si registra un fatto curioso, all’atto dell’elezione di Napolitano. La Casa delle Libertà, che alla fine, caduta la candidatura D’Alema, aveva optato per la scheda bianca, non si fidava dei suoi grandi elettori, Berlusconi su tutti. Ecco perché ordina ai suoi di passare il più veloce possibile dentro il catafalco per indicare che, effettivamente, abbiano votato scheda bianca. Lo faranno in 347, coerenti, ma come ricorderà divertito il premier Romano Prodi “a passo di carica. Correvano come bersaglieri”. In questo caso, trattasi di franchi tiratori al contrario.

Elezioni del 2013. L’apogeo dei ‘franchi tiratori’. La carica dei ‘101’.

Chi erano quei i 101 franchi tiratori che due anni fa, la sera di venerdì 19 aprile, impedirono a Romano Prodi di diventare capo dello Stato? E come si chiamavano i 224 franchi tiratori che il giorno prima avevano sbarrato a Franco Marini la strada che porta al Quirinale? I sospetti abbondano, le certezze mancano. Sul campo resta solo qualche indizio, del tutto inutile per evitare un’altra imboscata. Il ricordo di quell’aprile brucia ancora, soprattutto nella memoria dei protagonisti e nel dibattito politico, ma per non appesantire il racconto, il tema verrà trattato nel pezzo che riguarda il II mandato di Napolitano, rieletto presidente il 20 aprile 2013 con 738 voti.

Elezioni presidenziali/15. Statistiche, numeri, dse peculiarità di 11 presidenti della Repubblica

Il 'tetto' del Quirinale.

Il ‘tetto’ del Quirinale.

Ecco un sunto delle puntate sulle elezioni presidenziali raccontate su questo blog, questa volta dal punto di vista delle statistiche e sui numeri da sapere su tutti e dodici i Presidenti.

I) 1946. Enrico De Nicola, 1946-1948 (Napoli, 1877 – Torre del Greco, 1959): avvocato monarchico e liberale. Più volte deputato, presidente della Camera nel 1920 e 1924, senatore regio dal 1929, è capo provvisorio dello Stato nel 1946, presidente della Repubblica nel 1948 (a 69 anni), senatore a vita dal 1948,nonché primo presidente della Corte costituzionale nel 1956. Al momento dell’elezione è scapolo e senza figli.

Insediamento: I gennaio 1948 (già Capo provvisorio dello Stato dal 28 giugno 1946) – Fine mandato: 12 maggio 1948 – Motivazioni: I disposizione transitoria e finale della Costituzione – Partito di appartenenza: PLI

Modalità di elezione. Grandi elettori: 573 (i membri dell’Assemblea costituente). I votazione: 28 giugno 1946. Data di elezione: 28 giugno 1946. Giorni necessari per l’elezione: uno. Scrutini necessari: 1. Votanti: 501 – quorum: 323 (maggioranza dei 3/5 dell’Assemblea costituente). Elezione. Al I scrutinio De Nicola risulta eletto con voti ottenuti: 396 (73,7%). Partiti a favore: DC – PCI – PSIUP – PRI – PLI. Partiti contrari: UQ. Avversari battuti: nessuno. Rielezione. Dimissioni volontarie il 25 giugno 1946 e rielezione, sempre da parte dell’Assemblea costituente, il 26 giugno 1947 con 405 voti su 431 votanti. Legislature di pertinenza: Assemblea costituente (1946-1947, Camera unica). Governi insediati: De Gasperi I (1945-’46, di CNL:,DC-PCI-PSIUP-PLI-PDL-PD’AZ), De Gasperi II e III (1946-1947, di tripartito:DC-PSI-PCI) – De Gasperi IV (1947-’48, di quadripartito: DC-PLI-PSLI-PRI).

Discorso di insediamento (tema: i partiti): “I partiti, che sono la necessaria condizione di vita dei governi parlamentari, dovranno procedere nelle lotte per il fine comune del pubblico bene. Come diceva un grande stratega, marciare divisi per colpire uniti”. NB. Il suo discorso venne letto e non pronunziato in aula: al momento dell’elezione, De Nicola non si trovava in Parlamento né a Roma, ma a Napoli.

Peculiarità elezione. Si sceglie un monarchico, dopo il referendum costituzionale (2 giugno 1946) che aveva scelto, non per molti voti, la Repubblica sulla Monarchia e un meridionale a fronte dei leader politici del momento al governo tutti settentrionali (trentino De Gasperi, piemontese Togliatti, romagnolo Nenni). Arrivò al giuramento con un’ora e mezzo di ritardo e non volle mai risiedere al Quirinale.

II) 1948. Luigi Einaudi, 1948-1955 (Carrù, Cuneo, 1874 – Torino, 1961): economista monarchico e liberale. Senatore del Regno dal 1919, governatore della Banca d’Italia (1945-1948), ministro alle Finanze (1947, III governo De Gasperi) e al Bilancio (1947-’48, IV governo De Gasperi). Presidente della Repubblica nel 1948, senatore a vita a partire dal 1955, a lungo scrittore e collaboratore economico del Corriere della Sera. Al momento dell’elezione ha 74 anni ed è coniugato con la signora Ida Pellegrini Einaudi, da cui ha tre figli.

Insediamento: 12 maggio 1948  – Fine mandato: 11 maggio 1955 – Motivazioni: scadenza naturale – Partito di appartenenza: PLI

Modalità di elezione. Grandi elettori: 900 (solo membri del Parlamento, non erano presenti rappresentanti delle regioni tranne la Sicilia). Prima votazione: 10 maggio 1948. Data di elezione: 11 maggio 1948. Giorni necessari: 2. Scrutini necessari: 4. Elezione. Al IV scrutino Einaudi risulta eletto con questi numeri: presenti: 872 – votanti: 871 – quorum: 451 – voti ottenuti: 518 (57,5%). Partiti a favore: DC – PLI – PSLI – PRI. Partiti contrari: PCI – PSI – UQ (Uomo qualunque) – PDIUM (monarchici). Avversari battuti: Vittorio Emanuele Orlando (320 voti), candidato di PCI – PSI. Legislature di pertinenza: I (1948-1953) e II (1953-1958). Governi insediati: De Gasperi V (1948-50, di quadripartito), De Gasperi VII (1950-1951, DC-PSLI-PRI), De Gasperi VII (1951-1953, DC-PRI), de Gasperi VIII (1953, DC), Pella (1953-‘54, DC), Fanfani I (1954, DC), Scelba (1954-’55, DC-PSDI-PLI). Discorso di insediamento (tema: l’Europa): “Per ben due volte abbiamo dato al mondo una prova della nostra volontà di ritorno alle libere, democratiche competizioni politiche e della nostra capacità a cooperare uguale, tra uguali, nei consessi nei quali si vuole ricostruire l’Europa”. Peculiarità elezione. Fu uno dei pochi presidenti eletti con la sola maggioranza di governo (allora composta da Dc-PSLI-PLI-PRI). E’ la prima elezione presidenziale compiuta dal Parlamento in seduta comune. Per la prima volta compaiono anche i ‘franchi tiratori’ che affondano la candidatura del ministro degli Esteri Sforza.

III) 1955. Giovanni Gronchi, 1955-1962 (Pontedera, Pisa, 1877 – Roma, 1978): uomo politico democristiano. Tra i fondatori del Ppi (1919), deputato, sottosegretario nel I governo Mussolini (1922), poi esule, ministro dell’Industria nel III e IV governo Bonomi (1943-44), nel governo Parri (1944) e nel I governo De Gasperi (1944-45). Deputato alla Costituente e presidente del gruppo della Dc, rieletto deputato, viene eletto presidente della Camera nel 1948 e nel 1953. Presidente della Repubblica nel 1955, senatore a vita a partire dal 1962. Al momento dell’elezione ha 68 anni ed è coniugato con Carla Bissatini Gronchi, da cui ha due figli.

Insediamento: 11 maggio 1955 – Fine mandato: 11 maggio 1962 – Motivazioni: scadenza naturale – Partito di appartenenza: DC (area di sinistra).

Modalità di elezione. Grandi elettori: 843 (833 membri del Parlamento più dieci delegati regionali delle regioni a statuto speciale). Prima votazione: 28 aprile 1954. Data di elezione: 29 aprile 1954. Giorni necessari: due. Scrutini necessari: 4. Elezione. Al IV scrutinio Gronchi risulta eletto con questi numeri: presenti: 833 – votanti: 833 – quorum: 422 – voti ottenuti: 658 (78%). Partiti a favore: DC – PSI –PCI – PDIUM – MSI. Partiti contrari: PLI – PRI – PSDI. Avversari battuti: Luigi Einaudi (70 voti), candidato di bandiera del Partito liberale (Pli). Legislature di pertinenza: II (1953-1958) e III (1958-1963). Governi insediati: Segni I (1955-’57, DC-PSDI-PLI), Zoli (1957-’58, DC, appoggio esterno di Monarchici e MSI), Fanfani II (1958-’59, DC-PSDI), Segni II (DC-PLI-Monarchici-MSI), Tambroni (1960, DC-MSI), Fanfani III (1960-’62, DC, appoggio esterno PLI-PSDI-PRI), Fanfani IV (1962-1963, DC-PSDI-PRI, appoggio esterno PSI, I governo di centrosinistra).

Discorso di insediamento (tema: il lavoro). “Nessun progresso si realizza nella vita interna di ciascuna nazione e nei rapporti internazionali senza il concorso e il consenso del mondo del lavoro”. Peculiarità elezione. E’ il primo presidente della Repubblica eletto a larga maggioranza (oggi si direbbe ‘larghe intese’) e, cioè, con i voti del PCI e, in generale, delle sinistre (PSI-PSDI), ma anche da parte delle destre (MSI e monarchici). La RAI riprende l’evento.

 IV) 1962. Antonio Segni, 1962-1964 (Sassari, 1891 – Roma, 1972): docente di diritto civile e uomo politico democristiano. Tra i fondatori del PPI (1919), deputato alla Costituente, sottosegretario e ministro in diversi governi tra cui dell’Agricoltura nel II (1946), III e IV (1947), V (1948) e VI (1950) De Gasperi, dell’Istruzione nel VII (1953) governo De Gasperi e nel governo Pella (1953). Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno (1959-1960), ministro degli Esteri nel governo Tambroni (1960) e nel III (1960) e IV (1962) governo Fanfani. Presidente della Repubblica nel 1962, colpito da ictus il 7 agosto 1964, Segni formalmente si dimette il 6 dicembre 1964. Rimane gravemente malato, ma comunque è senatore a vita dal 1964 alla morte. Al momento dell’elezione ha 69 anni ed è coniugato con Laura Carta Caprino, da cui ha 4 figli. Uno, Mario Segni, fu promotore della stagione elettorale referendaria del 1991-’92.

Insediamento: 11 maggio 1962. Fine mandato: 6 dicembre 1964 Motivazioni: dimissioni (ragioni di salute). Causa impedimento ‘temporaneo’ occorso il 7 agosto 1964, Segni viene sostituito dal presidente del Senato, Cesare Merzagora, come presidente della Repubblica supplente dal 10 agosto al 28 dicembre 1964. Partito di appartenenza: DC (area di destra).

  1. Modalità di elezione. Grandi elettori: 854 (844 membri del Parlamento e dieci delegati regionali delle regioni a statuto speciale). Prima votazione: 2 maggio 1968 – Data di elezione: 6 maggio 1962. Giorni necessari: cinque. Scrutini necessari: 9.
  2. Elezione. Segni viene eletto al IX scrutinio con questi dati: presenti: 842 – votanti: 842 – quorum: 428 – voti raccolti: 443 (51,8%). Partiti a favore: DC – PLI – PRI – PDIUM – MSI. Partiti contrari: PSI – PCI. Avversari battuti: Giuseppe Saragat (334 voti) candidato di PCI – PSI – PSDI.
  3. Legislature di pertinenza: III (1958-1963)
  4. Governi insediati: Leone I 1963, DC, appoggio esterno centrosinistra); Moro I (1963-’64, DC-PSDI-PRI-PSI); Moro II (1964-‘66, DC-PSDI-PRI-PSI).
  5. Discorso di insediamento (tema: l’Europa). “A questa nuova organizzazione dell’Europa tendono i tempi nuovi. Per essa anche io ho lavorato con fede ai fini di progresso e di pace e auspico che alla sua realizzazione si diriga l’impegno del governo e del Parlamento”.
  6. Peculiarità elezione. E’ il primo presidente eletto con i voti determinante delle destre e sarà il primo presidente a dimettersi (per ragioni di salute). Prima diretta tv della RAI.

 V) 1964. Giuseppe Saragat, 1964-1971 (Torino, 1898 – Roma, 1988): uomo politico socialista. Socialista e antifascista, esule durante il regime, ambasciatore d’Italia a Parigi (1945), deputato e presidente dell’Assemblea costituente (1946-1947), nel gennaio 1947 fonda il PSLI (poi PSDI) con la scissione di palazzo Barberini. Vicepresidente del IV governo De Gasperi (1947), deputato dal 1948 al 1962, vicepresidente nei governi Scelba (1954) e Segni (1955), ministro degli Esteri nel I (1963) e nel II (1964) governo Moro, presidente della Repubblica nel 1964, dal 1971 senatore a vita. Al momento dell’elezione ha 66 anni ed è vedovo di Giuseppina Bollani, ha due figli.

Insediamento: 29 dicembre 1964 Fine mandato: 29 dicembre 1971 Motivazioni: scadenza naturale Partito di appartenenza: PSDI (di cui è stato il fondatore, come PSLI, nel 1947).

Modalità di elezione. Grandi elettori: 963 (950 componenti del Parlamento più tredici delegati regionali). Prima votazione: 16 dicembre 1964. Data di elezione: 28 dicembre 1964. Giorni necessari: dodici. Scrutini necessari: 21. Elezione. Al XXI scrutinio Saragat viene eletto con questi dati: presenti: 932 – votanti: 927 – quorum: 482 – voti ottenuti: 646 (67%). Partiti a favore: DC – PSDI – PRI – PSI – PCI. Partiti contrari: PLI – MSI – PDIUM. Avversari battuti: Gaetano Martino (56 voti), candidato di bandiera del PLI.

  1. Legislature di pertinenza: IV (1963-1968) e V (1968-1972).
  2. Governi insediati: Moro III (1966-’68, DC-PSI-PSDI-PRI), Leone II (1968, monocolore DC), Rumor I (1968-’69, DC-PSU-PRI, di centrosinistra), Rumor II (1969-’70, monocolore DC), Rumor III (1970, DC-PSDI-PSI-PRI), Colombo (1970-’72, DC-PSI-PSDI-PRI).
  3. Discorso di insediamento (tema: le riforme). “Metterei l’accento sulla casa ai lavoratori, sulla sanità pubblica e sulla scuola che, nel breve volgere di anni, deve venire democratizzata”.
  4. Peculiarità elezione. E’ il primo esponente socialista, sia pure moderato e anticomunista, che sale al Quirinale. Per la prima volta il Parlamento vota sotto Natale. E’ l’esordio della formula dell’ “arco costituzionale” (tutti i partiti che hanno partecipato alla Resistenza, quindi con l’esclusione di monarchici e missini). Suo il primo vero discorso di Capodanno.

VI) 1971. Giovanni Leone, 1971-1978 (Napoli, 1908 – Roma, 2001): avvocato e uomo politico democristiano. Docente di diritto e procedura penale, avvocato penalista di fama, autore di numerose pubblicazioni. Iscritto alla Dc dal 1946, membro della Costituente, relatore del titolo della Costituzione concernente la magistratura, deputato dal 1948 al 1963, vicepresidente della Camera nel 1950 e nel 1953, presidente della Camera eletto nel 1955, 1958 e 1958, presidente del Consiglio dei Ministri nel 1963 e nel 1968 (I e II governo Leone), senatore a vita dal 1967, prima ancora dell’elezione a presidente della Repubblica, avvenuta nel 1971. Al momento dell’elezione ha 63 anni, è coniugato con la signora Vittoria Michitto Leone, da cui ha tre figli. Riabilitato con una cerimonia solenne al Senato il 3 novembre 1988, è il primo ex presidente della Repubblica a fregiarsi, oltre che dell’incarico di senatore a vita, del titolo di presidente ‘emerito’ della Repubblica, conferito per legge del 25 settembre 2001 a tutti gli ex presidente della Repubblica (finora: Scalfaro, Ciampi).

  1. Insediamento: 29 dicembre 1964
  2. Fine mandato: 15 giugno 1978
  3. Motivazioni: dimissioni (per ragioni politiche). Dal giorno delle sue dimissioni, formalizzate il 15 giugno 1978, fino all’8 luglio 1978 le funzioni di capo dello Stato supplente vengono assunte dal presidente del Senato, Amintore Fanfani.
  4. Partito di appartenenza: DC (area centrista)
  5. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1008 (950 membri del Parlamento e 58 delegati regionali, per la prima volta di tutte le regioni, comprese quelle a statuto ordinario, entrare in vigore solo nel 1970). Prima votazione: 9 dicembre 1971. Data di elezione: 24 dicembre 1971. Giorni necessari: quindici. Scrutini necessari: 23.
  6. Elezione. Leone viene eletto al XXIII scrutinio (ad oggi il numero di scrutini più alto necessario) con questi dati: presenti: 996 – votanti: 996 – quorum: 505 – Voti ottenuti: 518 (51,3%). Partiti a favore: DC – PLI – PRI – PNM – MSI. Partiti contrari: PCI – PSI – PSDI – PDUP. Avversari battuti: Pietro Nenni (408 voti), candidato delle sinistre (PCI-PSI).
  7. Legislature di pertinenza: V (1968-1972) – VI (1972-1976) – VII (1976-1979). Per la prima volta un presidente della Repubblica scioglie in via anticipata una legislatura (1972).
  8. Governi insediati: Andreotti I (1972, monocolore DC), Andreotti II (1972-’73, DC-PLI-PSDI, neocentrismo), Rumor IV (1973-’74, DC-PSI-PSDI-PRI, centrosinistra), Rumor V (1974, DC-PSI-PSDI, centrosinistra), Moro IV (1974-1976, DC-PRI, centrosinistra), Moro V (1976, monocolore DC, dialogo con il centrosinistra e il PCI), Andreotti III (1976-‘78, monocolore DC, solidarietà nazionale), Andreotti IV (1978-’79, monocolore DC, solidarietà nazionale).
  9. Discorso di insediamento (tema: la violenza). “La pace sociale non significa rinuncia alle legittime aspirazioni e ai modi anche solleciti di farle valere. Significa rinuncia al metodo della violenza e dell’intolleranza. Solo l’ordine democratico può garantire il conseguimento di un risultato positivo”.
  10. Peculiarità elezione. Ancora oggi il numero di scrutini necessari per eleggerlo è un record (23 votazioni). Si vota sempre a Natale. E’ il I presidente che si dimette per motivi politici.
  11. VII) 1978. Sandro Pertini, 1978-1985 (Stella, Savona, 1896 – Roma, 1990): uomo politico socialista. Soldato nella Prima Guerra Mondiale, antifascista, condannato più volte dal regime fascista, esule in Francia, rientrato in Italia, catturato, processato e condannato a 11 anni di reclusione, liberato nel 1943, membro del CNLAI, dirigente della lotta di Resistenza. Deputato all’Assemblea costituente, senatore nel 1948, direttore dell’Avanti e del quotidiano ‘Il Lavoro’, deputato dal 1953 al 1976, vicepresidente della Camera nel 1963, presidente della Camera nel 1968 e nel 1972, presidente della Repubblica nel 1978, senatore a vita dal 1985. Al momento dell’elezione ha 82 anni ed è coniugato con Carla Voltolina, non ha figli.
  1. Insediamento: 9 luglio 1978
  2. Fine mandato: 29 giugno 1985
  3. Motivazioni: dimissioni (per ragioni tecniche). Funzioni di capo di Stato supplente esercitate dal presidente del Senato, Francesco Cossiga, dal 23 giugno al 3 luglio 1978.
  4. Partito di appartenenza: PSI (area centrale)
  5. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1011 (953 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 29 giugno 1978. Data di elezione: 8 luglio 1978. Giorni necessari: nove. Scrutini necessari: 16.
  6. Elezione. Al XVI scrutinio Pertini viene eletto con questi dati: presenti: 995 – votanti: 995 – quorum: 506 – Voti ottenuti: 832 (82,3%). Partiti a favore: DC – PCI – PSI – PRI- PSDI – PLI – DP- PR. Partiti contrari: MSI. Avversari battuti: nessuno.
  7. Legislature di pertinenza: VII (1976-1979) – VIII (1979-1983) – IX (1983-1987).
  8. Governi insediati: Andreotti V (1979, DC-PRI-PSDI), Cossiga I (1979-’80, DC-PLI-PSDI, di tripartito), Cossiga II (1980, DC-PRI-PSI, tripartito), Forlani (1980-’81, DC-PSI-PSDI-PRI, di quadripartito), Spadolini (1981-’82, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Spadolini II (1982, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Fanfani V (1982-’83, DC-PLI-PSI-PSDI), Craxi I (1983-’86, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Craxi II (1986-’87, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Fanfani VI (1987, monocolore DC).
  9. Discorso di insediamento (tema: la pace). “L’Italia deve essere, nel mondo, portatrice di pace. Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame”.
  10. Peculiarità elezione. Per la prima volta delle donne prendono voti per il Quirinale. Il numero di voti presi da Pertini è il numero più alto di consensi preso finora (832).
  11. VIII) 1985. Francesco Cossiga, 1985-1992 (Sassari, 1928 – Roma, 2010): uomo politico democristiano. Docente di diritto costituzionale, deputato dal 1958 al 1979, senatore dal 1983, iscritto alla Dc dal 1945, più volte sottosegretario alla Difesa, ministro dell’Interno nel V governo Moro e nel III governo Andreotti (1976), di nuovo ministro dell’Interno nel IV governo Andreotti (1978) si dimette dopo l’omicidio di Aldo Moro. Presidente della Repubblica nel 1985, senatore a vita dal 1992, torna alla politica come fondatore del partito UDR e poi dell’UDEUR nel 1998. Al momento dell’elezione ha 57 anni ed è sposato con Giuseppa Figurani Cossiga, da cui ha due figli.
  • Insediamento: 3 luglio 1985 Fine mandato: 28 aprile 1992 Motivazioni: dimissioni (per ragioni politiche). Dal 28 aprile 1992 al 28 maggio 1992 le funzioni di capo dello Stato supplente sono svolte dal presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri). Partito di appartenenza: DC (area di sinistra)
  • Modalità elezione. Grandi Elettori: 1011 (953 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 24 giugno 1985. Data di elezione: 24 giugno 1985. Giorni necessari: uno. Scrutini necessari: 1.
  • Elezione. Al I scrutinio Cossiga viene eletto con questi dati: presenti: 979 – votanti: 977 – quorum: 674 – Voti ottenuti: 752 (76%). Partiti a favore: DC – PSI – PLI – PSDI – PRI – PCI. Partiti contrari: PR – DP. Avversari battuti: nessuno.
  • Legislature di pertinenza: IX (1983-1987) e X (1987-1992)
  • Governi insediati: Craxi II (1986-’87, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Fanfani VI (1987, monocolore DC), Goria (1987-’88, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), De Mita (1988-’89, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Andreotti VI (1989-1991, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Andreotti VII (1991-’92, DC-PLI-PSDI-PSI, di quadripartito).
  • Discorso di insediamento (tema: poteri presidenziali). “Il presidente della Repubblica, per quanto di sua competenza, concorrerà al processo di rinnovamento quale rappresentante dell’unità nazionale e quale garante della Costituzione voluta dal popolo italiano”.
  • Peculiarità elezione. Ancora oggi è il più giovane presidente della Repubblica mai eletto (57 anni). Inoltre, per la prima volta, un Presidente viene eletto al primo scrutinio. E’ anche il primo Presidente per cui verrà richiesto lo stato d’accusa (impeachment).

IX) 1992. Oscar Luigi Scalfaro, 1992-1999 (Novara, 1918 – Roma, 2012): magistrato e uomo politico democristiano. Magistrato dal 1942. Deputato all’Assemblea costituente e alla Camera dal 1948 al 1992. Più volte sottosegretario, ministro dei Trasporti nel 1966 (III governo Moro) e nel 1968 (II governo Leone), ministro della Pubblica Istruzione nel 1972 (II governo Andreotti), ministro degli Interni nel 1983 (I governo Craxi), nel 1985 (II governo Craxi) e nel 1987 (VI governo Fanfani). Vicepresidente della Camera dei Deputati nel 1975, 1976, 1979, presidente della Camera nel 1992, presidente della Repubblica nel 1992, senatore a vita dal 1999 in poi. Al momento dell’elezione ha 74 anni, è vedovo di Maria Inzitari, ha una figlia, Marianna Scalfaro.

Insediamento: 28 maggio 1992 Fine mandato: 15 maggio 1999 Motivazione: dimissioni (post elezione successore). Scalfaro, invece di aspettare l’ultimo giorno di scadenza del suo mandato, si dimise con qualche giorno di anticipo. Il presidente del Senato, Nicola Mancino, fu capo dello Stato supplente per tre giorni, dal 15 al 18 maggio 1999. Partito di appartenenza. DC (area di destra)

  1. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1011 (953 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 13 maggio 1992. Data di elezione: 25 maggio 1992. Giorni necessari: 12. Scrutini necessari: 16.
  2. Elezione. Al XVI scrutinio Scalfaro viene eletto con questi dati: presenti: 1002 – votanti: 1002 – quorum: 508 – Voti ottenuti: 672 (67%). Partiti a favore: DC – PSI – PLI – PSDI – Verdi – PDS – lista Pannella – la Rete. Partiti contrari: LEGA – PRC – MSI. Avversari battuti: Gianfranco Miglio (75 voti), candidato di bandiera dalla Lega Nord.
  3. Legislature di pertinenza: XI (1992-1994) – XII (1994-1996) – XIII (1996-2001).
  4. Governi insediati: Amato I (1992-’93, governo tecnico appoggiato da tutti i partiti dell’ex pentapartito, astensione del Pds), Ciampi (1993-’94, governo tecnico, appoggiato da tutti i partiti dell’ex pentapartito e appoggio esterno da Pds e Verdi), Berlusconi I (1994, FI-AN-CCD-Lega Nord), Dini (1995-’96, governo tecnico appoggiato all’esterno dal Polo del buongoverno come dalla coalizione dei Progressisti), Prodi I (1996-’98, governo dell’Ulivo appoggiato da DS-PPI-RI-PSI-PRI-Verdi, appoggio esterno del PRC), D’Alema (governo dell’Ulivo appoggiato da DS-PPI-PDCI-UDR-indipendenti).
  5. Discorso di insediamento (tema: le riforme). “Il presidente della Repubblica rivolge un rispettoso ma fermo invito al Parlamento perché proceda alla nomina di una commissione bicamerale con il compito di una globale e organica revisione della Carta costituzionale”.
  6. Peculiarità elezione. E’ l’elezione più drammatica della storia repubblicana e anche quella che segna la fine della Prima Repubblica e del sistema di voto proporzionale.

 X) 1999. Carlo Azeglio Ciampi, 1999-2006 (Livorno, 1920 – vivente): economista e tecnico indipendente. Laureato alla Normale di Pisa nel 1946, assunto lo stesso anno alla Banca d’Italia, segretario generale nel 1973, vice direttore generale nel 1976, direttore generale nel 1979, Governatore di BankItalia nel 1979 fino al 1993. Presidente del Consiglio di un governo tecnico nel 1993, ministro dell’Economia nel 1996 (I governo Prodi) e nel 1998 (I governo D’Alema), dal 1999 presidente della Repubblica e, dal 2006, senatore a vita, carica che ancora ricopre. Al momento dell’elezione ha 78 anni ed è sposato con la signora Franca Pilla Ciampi, ha due figli.

Insediamento: 18 maggio 1999 Fine mandato: 15 maggio 2006 Motivazione: dimissioni (per favorire il giuramento del successore) Partito di appartenenza: nessuno (tecnico indipendente)

  1. Modalità elezione. Grandi elettori: 1010 (952 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 13 maggio 1999. Data di elezione: 13 maggio 1999. Giorni necessari: 1. Scrutini necessari: 1.
  2. Elezione. Al I scrutinio Ciampi viene eletto con questi numeri: presenti: 990 – votanti: 990 – quorum: 674 – Voti ottenuti: 707 (71,4%). Partiti a favore: DS – PPI – Verdi – RI – Democratici – SDI – PRI – PDCI – UDEUR – FI – AN –CCD – Partiti contrari: Lega Nord – PRC. Avversari battuti: Luciano Gasperini (72 voti), candidato di bandiera della Lega.
  3. Legislature di pertinenza: XIII (1996-2001) e XIV (2001-2006).
  4. Governi insediati: D’Alema II (1999-2000, governo dell’Ulivo appoggiato da DS-PPI-PRI-PSI-UDR-PDCI-indipendenti), Amato II (2000-2001, governo dell’Ulivo, appoggiato da DS-PPI-PRI-PSI-PDCI-UDEUR), Berlusconi II (2001-2005, governo di centrodestra appoggiato da FI-AN-UDC-Lega Nord), Berlusconi III (2005-2006, governo di centrodestra appoggiato da FI-AN-UDC-Lega Nord).
  5. Discorso di insediamento (tema: la moneta unica europea). “La creazione della moneta unica europea, grande evento politico e non solo economico, ci impone di far sì che l’economia italiana risponda sempre più alle caratteristiche dell’Unione europea”. NB: Per la prima volta il discorso di insediamento di un Capo dello Stato si conclude, oltre che le consuete e rituali esortazioni (“Viva la Repubblica! Viva la Costituzione! Viva l’Italia!”) con una nuova: “Viva l’Unione europea!”.
  6. Peculiarità elezione. E’ il primo vero ‘tecnico’, caratteristica che condivide con Einaudi, ma anche del tutto ‘indipendente’ e non schierato con alcun partito politico (Einaudi era esponente del Pli) ma proveniente da BANKITALIA, di cui è stato Governatore. La sua elezione, pur non essendo la prima effettuata con il metodo delle ‘larghe intese’ (precedente di Cossiga), è stata la più breve in assoluto (quattro ore).

XI) 2006. Giorgio Napolitano, 2006-2013 (Napoli, 1925 – vivente): uomo politico comunista e democratico di sinistra. Iscritto al Pci dal 1994, eletto per la prima volta deputato nel 1953 ne fa parte fino al 1996 sempre riconfermato nella circoscrizione Napoli. Due volte presidente del gruppo del Pci (1981 e 1986), primo comunista italiano in visita negli USA (anni ’70), è considerato il capofila dell’ala riformista o moderata del Pci al seguito del suo padre politico, Giorgio Amendola. Aderisce, sia pure con molti distinguo, alla ‘svolta’ del 1989 che trasforma il Pci in Pds, poi in DS e in Pd. Presidente della Camera nel 1992-1994, è ministro dell’Interno nel I e nel II governo Prodi (1996-’98). Senatore a vita già dal 2005, al momento dell’elezione ha 80 anni, è sposato con la signora Clio Maria Bittoni Napolitano, ha due figli Giovanni e Giulio.

Insediamento: 15 maggio 2006 Fine mandato: 15 maggio 2013 (anticipato per favorire la rielezione al 22 aprile 2013) Motivazione: dimissioni per prestare immediatamente giuramento per il II mandato. Partito di appartenenza: PCI-PDS-DS (area di destra)

  1. Modalità elezione.  I Grandi elettori sono 1009 (951 parlamentari e 58 delegati regionali). Prima votazione: 8 maggio 2006. Data di elezione: 10 maggio 2006. Giorni necessari: due. Scrutini necessari: 4.
  2. Elezione. Al IV scrutinio Napolitano viene eletto con questi dati: presenti: 1000 – votanti: 990 – quorum: 505 – Voti raccolti: 543 (54,8%). Partiti a favore: DS – PPI – altri di centrosinistra – partiti astenuti: FI – AN – UDC. Partiti contrari: PRC – Lega Nord. Avversari battuti: Umberto Bossi (42 voti), candidato di bandiera della Lega Nord.
  3. Legislature di pertinenza: XV (2006-2008) – XVI (2008-2012) – XVII (dal 2013, in corso).
  4. Governi insediati: Prodi II (2006-2008, governo dell’Unione composto da PD-Verdi-PDCI-PRC-Socialisti-altri), Berlusconi IV (2008-2011, governo di centrodestra appoggiato da PDL-Lega Nord-MPA), Monti (2011-2013, governo tecnico appoggiato da cd e cs).
  5. Discorso di insediamento (l’Europa) : “Non esiste alcuna alternativa al rilancio della costruzione europea. L’Italia, solo come parte attiva della costruzione di un piu’ forte e dinamico soggetto europeo, e l’Europa, solo attraverso l’unione delle sue forze e il potenziamento della sua unità d’azione, potranno giocare un ruolo effettivo, autonomo e peculiare nell’affermare un nuovo ordine internazionale di pace e giustizia.
  6. Pecularietà elezione. E’ la prima volta di un ex comunista eletto Presidente della Repubblica.

 XII) 2013. Giorgio Napolitano, 2013-2015 (II mandato): biografia: vedi sopra.

Al momento della rielezione Napolitano ha 87 anni, al momento delle dimissioni ne ha 89.

  1. Insediamento: 22 aprile 2013
  2. Fine mandato: 14 gennaio 2015
  3. Motivazione: dimissioni (per ragioni di salute). Capo dello Stato supplente è, a partire dal 14 gennaio 2015, il presidente del Senato, Pietro Grasso.
  4. Partito di appartenenza: PCI-PDS-DS (area di destra)
  5. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1007 (949 parlamentari più 58 delegati regionali). Prima votazione: 18 aprile 2013. Data di elezione: 20 aprile 2013. Giorni necessari: due. Scrutini necessari: 6.
  6. Elezione. Al VI scrutinio Napolitano viene eletto con questi dati: presenti: 997 – votanti: 997 – quorum: 504 – Voti ottenuti: 738 (74,1%). Partiti a favore: PD – PSI – CD – PDL – SC – Lega Nord. Avversari battuti: Stefano Rodotà (217 voti), candidato di bandiera M5S e SeL.
  7. Legislature di pertinenza: XVI (2012-2013, in corso).
  8. Governi insediati: Letta (2013-2014, governo di larga coalizione appoggiato da PDL-PD-Scelta civica-altri), Renzi (dal 2014, a oggi in carica, governo di centrosinistra appoggiato da PD-NCD-SC-Popolari).
  9. Discorso di insediamento (tema: le larghe intese). “Il fatto che in Italia si sia diffuso una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche è un segno di una regressione, dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le conseguenze in termini di mediazioni, intese, alleanze politiche”.
  10. Peculiarità elezione. E’ la prima volta di una rielezione della stessa persona al Quirinale, ma è anche la prima volta che un Parlamento elegge due volte lo stesso Presidente della Repubblica mentre, date le nuove elezioni presidenziali che si terranno a partire dal 29 gennaio 2015, sarà anche la prima volta che uno stesso Parlamento elegge per due volte consecutive due Presidenti della Repubblica.