Pd, separati anche in casa. Duello anche in casa. Scontro tra idee opposte di partito in una Direzione senza streaming

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, l’unica nota paradossalmente stonata è quel voto finale: relazione del segretario approvata all’unanimità da tutte le componenti di maggioranza, area Franceschini (e ministro stesso) in testa. Minoranze (una facente capo al ministro Orlando e una al governatore Emiliano) che escono dalla sala. Per il resto, nonostante i toni non siano pesanti o sgradevoli (ma puntuti sì), alla prima riunione senza streaming della Direzione dem sono andate in scena due o forse più idee dello stesso partito. Quello di Matteo Renzi e dei suoi da un lato, quello di Franceschini (e Orlando) dall’altro. Due visioni che stanno diventando sempre più distanti e inconciliabili tra di loro. Renzi, che appare tonico, vorrebbe parlare di tutto tranne che di problemi interni ai dem. Se fosse premier, o se lo tornasse, due idee che mette sul piatto sarebbero succose: veto sul Fiscal compact nei Trattati Ue e chiudere il rubinetto dei soldi nel bilancio 2018 ai Paesi che chiudono i porti ai migranti.

Ma sa che i suoi oppositori interni ed esterni al partito lo trascineranno per i capelli in discussioni ‘politiciste’ e allora prova a prevenirli: «Si vota nel 2018, la campagna elettorale durerà dieci mesi e il Pd dovrà farla sui contenuti. Io girerò il Paese, non vedo l’ora di iniziare, ma voi dovete essere classe dirigenti, dovete fare gioco di squadra e imparare a passare la palla». Poi inizia a lanciare stoccate ai critici interni (Franceschini e Orlando): «Non passerò i prossimi mesi a parlare di alleanze o di coalizioni, ma di programmi concreti. Non sono interessato né alla mia né alla vostra carriera, ma a portare il Pd in alto. Utilizziamo il Pd come una finestra, non come uno specchio per riflettere noi stessi. Io rispondo ai due milioni di elettori che hanno votato alle primarie, non agli accordi tra capicorrente». Dopo, ai suoi, dirà: “Dove vuole andare Franceschini che ha già cercato di pugnalarmi? Quale il suo vero scopo? Io voglio fare il Pd, con la sua vocazione maggioritaria, se altri pensano che non ne valga la pena, che è meglio andare dietro a Pisapia, affari loro. Ma anche se gli stessi vogliono essere rieletti affari loro…”.

Parole che non sono certo destinate a mettere pace. Franceschini prende la parola quasi subito dopo, riceve per di più molti applausi, tiene il punto in modo insolito.Il suo è un vero controcanto: «Non metto in discussione il segretario, ma c’è una comunità che ti ha scelto e che non ha rinunciato al pensiero e alla parola. Il tema delle alleanze c’è e va posto, io sono tra i 350 residuati bellici che ne vogliono parlare. Da soli si perde. Non vuol dire premio di coalizione nella legge elettorale, ma la Dc – ammonisce – aiutava gli alleati a entrare in Parlamento perché servivano per formare un governo». Poi, la contro-stoccata: «Il segretario ascolti chi la pensa in modo diverso senza pensare a complotti». E ai suoi il ministro dice: “Abbiamo idee diverse, ma io non mi fermo, vado avanti”. Anche se, per ora, almeno nel voto finale, l’asse tra Franceschini e Orlando ancora non si forma.

PARLA il ministro Orlando, con toni ovviamente critici, ma paradossalmente meno duri e più ovvi: «Riconosciamo il risultato del congresso e il principio di maggioranza, ma vorrei discussioni vere. Il Pd deve tenere unito il campo del centrosinistra e aiutare Pisapia. Nessuno vuol tornare all’Unione, ma Pisapia non è Ferrero».

Gli altri interventi scivolano via veloci, Orfini punzecchia a sua volta il ministro alla Cultura, arriva la replica di Renzi. Sembra che parli a Orlando, ma vuol picchiare su Franceschini: «Non potete chiedere a chi ha vinto di rinunciare alle sue idee. L’attacco al Pd è in corso perché è la diga contro i populismi. Orlando vuole aiutare Pisapia, io voglio aiutare il Pd. Chi parla di coalizioni fa un regalo al centrodestra». Poi altre sciabolate contro Franceschini. La prima è aperta («Dario vuole discutere nelle sedi di partito, ma Repubblica non lo è…»), la seconda lascia presagire nuove tempeste all’orizzonte. Consiste in una citazione di una canzone di Guccini («Ognuno vada dove vuole andare, ma non venite a dire a me cos’è la libertà») che s’intitola Quattro stracci e sembra dire: la porta è quella. Esistono due Pd, ormai, e vivono da separati in casa. Il primo, per ora, ha un leader e i numeri (nel partito) per prevalere. Il secondo, però, non è da sottovalutare: per ora si limita a scalpitare, ma al prossimo rovescio elettorale (dopo le prossime elezioni regionali in Sicilia a novembre?) cercherà la prova di forza per disarcionare Renzi.

Nb: Questo articolo è stato pubblicato il 7 luglio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

Pd, addio streaming. Direzione a porte chiuse. Tregua Renzi-Franceschini

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

«AVANTI!», come s’intitola il libro firmato in prima persona, che sta per uscire, e «concentrati a costruire una proposta per il Paese». Il leader del Pd, Matteo Renzi, prepara la Direzione di oggi – la prima, da tempo immemore, non trasmessa in streaming: si torna alle care, vecchie, «porte chiuse» – forte di queste due parole d’ordine. Il libro (Avanti, appunto) uscirà il 12 luglio per Feltrinelli. Renzi parla – recita la quarta di copertina – «della difficoltà di cambiare le cose in Italia, ma anche dell’orgoglio di averci provato» e rilancia «l’azione politica del Pd su Europa, sociale, immigrazione, periferie».
E questa è la linea che l’ex premier vuole imporre alla discussione di oggi in Direzione: basta polemiche, caminetti, messaggi cifrati dei capicorrente, polemiche sterili su coalizioni e leggi elettorali. «Bisogna guardare al futuro, ai problemi degli italiani» fa dire ai suoi. E proprio per uscire dal chiacchiericcio, per non dare l’impressione di un Pd ridotto a un comitato rissoso di correnti, ecco la scelta del non più streaming, la diretta live dei lavori, che da oggi sarà permanente. «Evitiamo – spiega Renzi ai suoi – la solita scena del Pd che litiga. Dobbiamo parlare di cose di lavoro, ma se c’è la diretta tv molti si alzano solo per distinguersi..».

MA OLTRE la forma ci sono i contenuti. Renzi vuole far girare il dibattito intorno a due poli. Uno riguarda il partito e la sua organizzazione: l’avvio dei congressi provinciali, che si terranno entro ottobre, la festa nazionale dell’Unità di Imola, i nuovi strumenti di diffusione del messaggio del Pd (la rivista on-line Democratica, l’app Bob). Obiettivo: il «rinnovamento interno» del partito (ci lavorano Andrea Rossi, Lorenzo Guerini etc).
Il secondo riguarda l’attività di governo. Renzi vuole che si parli solo di temi concreti (la legge sullo ius soli, il dl banche) e non di vertenze «politiciste». Il governo Gentiloni e, in prima fila, il ministro Minniti sui migranti per Renzi stanno affrontando «problemi reali», ma il Pd «non è più disponibile a sobbarcarsi da solo il peso dei provvedimenti in Parlamento».
Difficile che le intenzioni di Renzi vengano rispettate in pieno. Orlando, che sarà presente e interverrà, ha cercato Franceschini per stabilire un «fronte comune» contro Renzi su legge elettorale (pro premio alla coalizione) e alleanze (pro accordo con Pisapia).
Franceschini, per ora, attende: vuole sentire la relazione di Renzi prima di decidere se intervenire o meno (Guerini ha lavorato molto per mediare tra i due) e fa sapere che «se Matteo non mi attacca, non ho motivo di farlo nemmeno io». Anche Renzi sembra voler abbassare i toni: «In Direzione non voglio fare la guerra a nessuno, nemmeno a Dario» – spiega – ma ora deve essere lui a ricucire, d’altra parte i numeri sono dalla mia». Ed ha ragione: su 120 membri eletti, tra gli 84 di maggioranza (al netto dei 24 orlandiani e dei 12 ‘emiliani’), anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi e con le minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio con l’appoggio di Orfini e Martina.
Renzi è convinto che, senza più elezioni anticipate alle porte, «dobbiamo prendere il passo della maratona. Io girerò l’Italia con il mio libro e poi, per sei mesi, in treno». «Hanno cercato di ammazzarmi in tutti i modi ma non ci sono riusciti, anche la cosa di Pisapia è diventata un mezzo flop, ora portiamo avanti la nostra idea di partito maggioritario e poi vediamo quello che succede. Alle elezioni – aggiunge – ognuno si presenterà per conto proprio. Male che vada avremo 200 deputati e cento senatori. Se il problema sono le liste, chi si vuole candidare lo dovrà dire apertamente e con chiarezza, senza giochetti». L’avvertimento vale per tutti i big, non solo Franceschini.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio a pagina 8 di Quotidiano Nazionale

Meglio soli. Renzi da Milano rottama le alleanze: “apriamo ma alla società civile”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

«ASCOLTIAMO tutti, ma non ci ferma nessuno». Quando Matteo Renzi sente «l’odore del sangue» (anche se, stavolta, il sangue è il suo) torna garrulo e combattivo. E così chiude l’assemblea nazionale dei circoli del Pd all’attacco. Ne ha per tutti, e non sono pochi: non li cita per nome e cognome, ma chi deve capire capisce. Sul fronte interno la randellata è per Dario Franceschini, oltre che per Andrea Orlando e la sua minoranza: «Io non rispondo ai caminetti, ai capicorrente, io rispondo ai cittadini». E ancora: «Dopo le primarie i sondaggi sono andati bene, troppo bene, allora è partita la discussione interna ma questa discussione è un attacco contro il Pd. E se attacchi il Pd stai attaccando l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Infine, la stilettata: «Volete la garanzia di andare in Parlamento? Mettetevi in gioco, lavorate. Contano i voti, non i veti». Con gli avversari interni – quelli della minoranza di Orlando e quelli annidati nella sua maggioranza (Franceschini, ma anche Fioroni, i cattodem) – Renzi intende regolare i conti, una volta per tutte, in Direzione, anticipata per l’occorrenza al 6 luglio.
LÌ IL SEGRETARIO farà la famosa «analisi del voto», proverà a smontare le tesi altrui sulle amministrative, ma soprattutto dirà: d’ora in poi si lavora in vista di una lunga campagna estiva e autunnale che ci porterà alle Politiche del 2018 in primavera. Chi è con me? Renzi pretenderà risposte chiare e chiederà un voto conseguente, in un organismo dove gode di una maggioranza solida e autosufficiente (al netto, cioè, dei franceschiniani). Quest’estate il leader dem promuoverà il suo libro (Avanti!), finalmente in uscita per Feltrinelli, girerà per le feste dell’Unità, fino a chiudere quella nazionale di Imola, il 24 settembre e subito dopo, a ottobre, partirà per un tour in treno in tutte le mille città italiane.

Insomma, Renzi non starà fermo, non si farà bersaglio dei colpi altrui. Onora Pisapia e Bersani di doppia citazione, ma li ritiene ormai «persi alla causa» («di quei due non mi frega più niente» si confida con i suoi). E di loro dal palco dice secco: «Fuori dal Pd non c’è la rivoluzione marxista-leninista, ma la Lega e i 5Stelle. Non c’è la vittoria della sinistra di lotta e di governo. Chi immagina di fare il centrosinistra senza il Pd vince il Nobel della fantasia». Per Renzi il centro-sinistra, con o senza trattino, è morto e sepolto. C’è il Pd, e punto.

IL PD del Lingotto (l’unica citazione in positivo è per Veltroni), aperto alla società civile (e cioè alle candidature di Berruto, Burioni, Annibali, don Ciotti, se ci sta). E d’altronde, sottolineano al Nazareno, «c’era più società civile ieri a Milano che sul palco di Roma». «Hanno fatto una manifestazione contro il Pd, non per l’Italia», è il refrain che arriva dai fedelissimi.
Ma Renzi ne ha anche per Prodi cui rimprovera, senza nominarlo, il caravanserraglio dei governi dell’Unione, la nostalgia di «un passato meraviglioso che non è mai esistito». Non cita mai la legge elettorale, di cui ha parlato Mattarella, ma gira voce che Renzi potrebbe sedersi di nuovo al tavolo con Berlusconi, a settembre: il proporzionale senza premi di coalizione e le liste bloccate convengono a entrambi. Anche perché, senza le liste bloccate (che compilerà Renzi in persona) e con le preferenze, oltre che con il premio alla coalizione, il Pd può solo esplodere.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 2 luglio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale

Renzi, la sindrome dell’assedio: “Avrebbero comunque dato la colpa al me”. Il Pd e la disfatta dei ballottaggi

Pubblico le tre versioni dello stesso pezzo chiuso l’altro notte in tipografia per Qn a seconda dei diversi orari di foliazione e distribuzione del giornale in tutt’Italia oltre che dei risultati dei ballottaggi e delle notizie che, nel corso della notte, man mano affluivano. 
MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Terza versione (chiusura ore due di notte)
ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi delle amministrative si rivelano una disfatta totale, una debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso praticamente ovunque. Una litania di sconfitte nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come Lucca, Lecce, Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica» tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che, dopo aver chiamato il neo-sindaco, si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma s’è vinto e diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto è colpa tua».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si è sentito sotto assedio.
Parla, alla fine, a notte fonda di «risultati a macchia di leopardo. Nel totale dei sindaci è avanti il pd, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché» scrive in un lungo post sulla sua pagina Facebook. «Ci fanno male le sconfitte» (e cita Genova e l’Aquila), ma «siamo felici per Padova, Taranto, Lecce» e poi giù una lunga teoria di località minori. Ammette che «peggio del solito sono andate Liguria ed Emilia-Romagna» ma si limita a parlare di «luci e ombre nelle altre zone».
«COMUNQUE andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero più vero ieri sera era questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione…». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde solo il Pd».
Renzi, poi, cerca di distinguere: «Le politiche sono un altra cosa». Come dire: lì ci giocheremo tutta un’altra partita. Si vedrà.

IN OGNI caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria Pd recita: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.

IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Seconda versione (chiusura ore l’una di notte)
«ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi di queste amministrative si rivelano, pian piano che passano le ore, una disfatta totale. Una vera debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia, come l’Aquila, dove il candidato sindaco era un renzianissimo; Lodi come Pistoia, Piacenza come Carrara (finita, summa iniuria, ai 5Stelle), Asti come Riccione, Budrio come Vignola (che stanno in Emilia, ma lì vuol dire molto), Genova come La Spezia. Una litania di sconfitte, nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come quelle di Lucca (sul filo), Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e di Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica», tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma avendo vinto diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto ‘è colpa tua’…».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si sente sotto assedio. «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero, confidato ieri sera ai suoi collaboratori, è questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione. Bene, abbiamo seguito il loro ragionamento, e cosa è successo?». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento del leader: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde il Pd».
Eppure, per il segretario, «c’è ancora bisogna del Pd. Ne hanno bisogno i lavoratori, i risparmiatori, i consumatori…», riflette, pensando ai provvedimenti del governo in discussione in questi giorni.
NON a caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, questo dice: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Prima versione (chiusura ore 24) 
«È stato uno scandalo». Parola di Matteo Renzi. Sta parlando dei ballottaggi delle elezioni amministrative che denotano una sconfitta generale dei candidati del Pd? No, sta parlando di Italia-Lettonia di basket: la nostra nazionale ha perso l’ingresso ai Mondiali per un soffio e il leader del Pd (come, ovviamente, tutti gli sportivi italiani) se la prende con l’arbitro.
Il problema politico, però, sono i ballottaggi. Il centrodestra sbanca Genova «la rossa», conferma Catanzaro, tiene Verona (e la Bisinella, moglie di Tosi, aveva ricevuto l’endorsment del Pd), potrebbe riuscire nel colpaccio di strappare l’Aquila al centrosinistra che resiste, imprevidibilmente, solo a Taranto, stando ai primi exit-poll.
Insomma, per il Pd è un pianto greco. Anche perché – nei desiderata di Renzi – solo la vittoria a Parma, Padova (ancora in bilico, ma con il centrosinistra davanti ma solo grazie all’alleanza con un «Pisapia locale» che potrebbe riuscire nel miracolo di strappare la città alla destra) e l’Aquila avrebbe potuto controbilanciare la sconfitta annunciata di Genova.
Morale: i principali ballottaggi sono andati male, Renzi lo sa da ore e non può fare finta di niente. E anche se la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd è stata ridotta al lumicino e se, negli ultimi tre giorni, il leader dem se n’è addirittura andato via in vacanza con la famiglia, ieri sera non poteva di certo esimersi dal far filtrare almeno il suo pensiero.
Il quale, filtrato dai suoi consiglieri, è questo: «Lo sanno tutti che questo ballottaggio lo avrebbe stravinto la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’. Ma il punto è sempre lo stesso – ribadisce il leader dem – se avessimo vinto avrebbe vinto Pisapia. E se perdiamo perde il Pd».
Renzi, cioè, ripete – con il tono sconsolato – l’adagio che andava ripetendo da giorni: «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me». O, per declinare il concetto con la voce di un renziano che sa che ora il leader dovrà portare la croce della sconfitta, «dove i candidati del Pd perderanno la colpa sarà di Matteo, dove vinceranno sarà stato grazie a quel centrosinistra ‘largo’ di cui Renzi è considerato l’ostacolo…».
Al Nazareno – un Nazareno desolatamente deserto, peraltro, per una notte elettorale, con il solo Matteo Ricci, responsabile Enti locali, a presidiare il bidone – cercano di attutire il colpo, ma i toni sono da «manteniamo il nostro zoccolo duro», la famosa frase di  Achille Occhetto per giustificare il tracollo alle elezioni del 1983.
E infatti la nota dell’ex diccì Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, pur davanti ai risultati dei soli primi exit poll, recita linguaggi da tradizione post-Pci: «Credo che di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza di questa posizione e l’agenda politica che ne consegue. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con tutte le forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la ‘linea’ di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è anche semplice: ammettere la sconfitta, dire ‘no’ ad  alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine a populismo e fascigrillismi.
Questa linea verrà ribadita anche il I luglio all’ assemblea nazionale dei circoli del Pd che si farà a Milano in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
Il problema è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando, Gianni Cuperlo e l’intera loro area (il cui nuovo nome presto diventerà «Demos») non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. Perché, diceva già settimane fa un orlandiano, «comunque vada, il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. E sarà allora che Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprendiamo il partito».

 

NB: le tre versioni di questo pezzo sono stati pubblicati a pagina 3 del Quotidiano Nazionale del 26 giugno 2017

Parla Giuliano Pisapia: “Nessun listone con il Pd. Il I luglio nasce una Cosa nuova”

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo  – ROMA

GIULIANO Pisapia, il I luglio a piazza Santi Apostoli c’è la manifestazione di lancio del suo Campo progressista. Da dove venite e dove volete andare?

«L’obiettivo è la costruzione di un nuovo soggetto politico che trovi il suo spirito e le sue idee dai territori che, per un anno, si sono impegnate nella costruzione di un campo aperto, progressista, che non si limiti a criticare, ma dia risposte concrete ai bisogni del Paese: le diseguaglianze, le differenze Nord-Sud, i temi del lavoro. La manifestazione si chiamerà “Insieme. Nessuno escluso”. Partiamo dal lavoro delle Officine delle Idee: sono oltre 300, sparse in tutto il territorio e anche all’estero (Londra, Bruxelles, Svizzera). Specie queste ultime hanno lavorato su come cambiare marcia a questa Europa e alla Ue».

Ed è lei il candidato naturale di quest’area?
«Dal punto di vista politico, raccogliamo sensibilità diverse che vengono dai mondi dell’ambientalismo, del civismo, del cattolicesimo democratico, della laicità, dell’ulivismo come stanno facendo tanti amministratori locali come per esempio Leoluca Orlando che a Palermo ha vinto al primo turno. Per quanto riguarda me, sono un punto di riferimento, ma i leader li scelgono i cittadini alle elezioni».

Il ministro Orlando annuncia che il primo luglio sarà in piazza con voi. Se pezzi della minoranza dem entrassero nel vostro campo come li accogliereste?
«Sono molto lieto di sapere che sarà in piazza con noi il primo luglio. Il nostro è un campo aperto a tutti gli esponenti del centrosinistra, ma non voglio entrare nelle dinamiche interne del Pd».

Mdp, uno dei soggetti fondatori, è gelosa della sua autonomia. Si dovrà sciogliere?
«Sarà un percorso graduale. Alle porte non ci sono elezioni anticipate. Lavoreremo per diluire le singole soggettività in un progetto più ampio e aperto. Mettersi insieme sui territori e creare gruppi parlamentari unici ci aiuterà a trovare la sintesi».

Bersani sostiene il suo progetto. D’Alema è molto più freddo. Una loro candidatura alle prossime Politiche sarebbe un problema?
«Il mio progetto è quello di costruire un campo innovativo e inclusivo. E la sfida è proprio quella di dare voce a nuovi protagonismi, ai giovani che già lavorano sul territori in associazioni e realtà locali, energie che rischiamo di disperdere perché delusi dalla politica degli ultimi anni. Ritengo comunque utili dei garanti che valuteranno le singole candidature e questo varrà per tutti, anche per me».

Montanari e Falcone hanno lanciato l’Alleanza per il cambiamento in totale rottura e distanza dal Pd, considerato di destra. Con loro dialogherà?
«Io dialogo con tutti, ma bisogna uscire dai personalismi e da logiche di pura testimonianza. Fare opposizione è facile, governare è difficile. Un centrosinistra (o una sinistra-centro) radicalmente innovativo possono restituire fiducia a chi non ce l’ha più, ma io dico: niente populismi e niente demagogia. Non basta dire cose di sinistra, bisogna farle. Credo in una sinistra che sappia assumersi la responsabilità di governare. L’avversario non può essere chi è più vicino a te, ma la demagogia, il populismo e le destre».

Il punto è il rapporto con il Pd. Renzi propone un listone unico alla Camera, da Calenda a Pisapia, e una coalizione al Senato. È fattibile?
«Il nostro progetto è autonomo da quello del Pd e in netta discontinuità con gli anomali accordi e alleanze con destra e centrodestra che il Pd ha portato avanti. Il Pd di Renzi ha l’idea della sua autosufficienza e ha ribadito più volte che il segretario eletto è il candidato premier. Non condivido la scelta, né si costruisce una coalizione con tali presupposti. Noi stiamo dando vita a un nuovo e diverso soggetto politico dal Pd. Con una legge elettorale proporzionale ci saranno almeno due o tre soggetti politici diversi nel centrosinistra in una competizione leale e aperta. Noi cercheremo di attirare il maggior numeri dei consensi sul nostro progetto che è alternativo a quello del Pd».

Speranza (Mdp) minaccia di non votare la Finanziaria del governo Gentiloni. Lei che farebbe al suo posto?
«E’ fondamentale dare priorità alle misure che generano sviluppo nei settori dell’ambiente, della cultura e della formazione, ridurre la povertà e la diseguaglianza, puntare a più giustizia e coesione sociale. Non ho mai pensato che arroccarsi o alzare la bandiera bianca prima ancora di avere iniziato una battaglia sia positivo».

NB: L’intervista è stata pubblicata il 23 giugno 2017 a pag. 7 del Quotidiano Nazionale

NEW! Cos’è il ‘Tedeschellum’ e come funziona, le modifiche in discussione. Ma anche cos’è il ‘vero’ sistema tedesco e la corsa verso il voto anticipato. Un dossier sulla nuova legge elettorale

Merkel/1

La cancelliera tedesca Angela Merkel

Proponiamo qui una rapida spiegazione del sistema elettorale che sta per adottare il Parlamento italiano (un ‘simil-tedesco’), una disanima del sistema tedesco vero e proprio, l’analisi dell’iter di approvazione della legge elettorale in corso di esame da parte del Parlamento. Ringrazio il prof. Stefano Ceccanti e l’onorevole Dario Parrini (Pd) per i consigli e le spiegazioni che mi hanno consentito di scrivere tale testo. 

NB; il testo è in via di definizione, qui vengono di volta in volta spiegate le modifiche.

A) Il sistema tedesco ma ‘all’italiana’. Un proporzionale semi-puro, tagliola al 5%

I tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) stanno per convergere su un sistema di riforma elettorale che i media – e i partiti stessi – chiamano, per comodità, ‘sistema tedesco’. In realtà, il ‘Tedeschellum’ o ‘Germanicum’ all’italiana presenta sottili, ma significative, differenze rispetto al sistema elettorale in vigore in Germania (nella RFT dal 1949, con lo sbarramento al 5% dal 1953, nella Germania unita dal 1990). In sostanza si può definire un sistema proporzionale ‘semi-puro’. con sbarramento al 5%.

Dal punto di vista tecnico, una volta trovato l’accordo su un sistema elettorale tedesco, il relatore del nuovo testo, in I commissione Affari costituzionali della Camera, Emanuele Fiano (Pd) ha presentato il testo dell’emendamento che trasforma il Rosatellum (che era stato adottato come testo base) per farlo somigliare al modello usato in Germania. Ma lo fa solo in parte e con due differenze sostanziali: scompare il voto disgiunto e i candidati dei collegi uninominali passano quasi sempre in secondo piano rispetto ai capolista bloccati.

Vedremo più avanti se e come gli eletti scattano nei collegi e/o nella parte proporzionale, e in quale ordine, trattandosi di un sistema per metà fatto di collegi uninominali (50%) e per metà (50%) di liste bloccate corte (da 2 a un massimo di 6 nomi) presenti in circoscrizioni pluriprovinciali, ma va chiarito subito ciò che conta, per ogni lista, è il risultato ottenuto a livello nazionale nella parte proporzionale, una volta superata la quota del 5%.

E’ tale risultato  a determinare il numero dei seggi da attribuire alla lista con una sola clausola ostativa, appunto: la soglia di sbarramento, sempre nazionale, fissata al 5%. Sotto tale soglia non si ha diritto a seggi. Anche se formalmente il riparto è fatto a livello circoscrizionale alla Camera e a livello regionale al Senato, vale il computo nazionale. Dunque, in Italia, una lista potrebbe arrivare a prendere da un minimo di 1 milione 700 mila a un massimo di 1 900 mila elettori senza entrare in Parlamento. I voti dispersi, però, non vengono persi del tutto: vengono ripartiti, in seggi, alle liste e/o partiti che superano la soglia di sbarramento (5%). In pratica, un partito che prende il 40% dei voti può arrivare a sfiorare il 50% dei seggi se il numero di voti validi non attribuibili a nessuna lista che rimane sotto il 5% superasse, in totale, il 20% dei suffragi perché sarebbe come calcolare il proprio 40% sull’80% dei votanti e non sul 100% (-20%).

  1. Il calcolo dei seggi.

Il calcolo dei seggi avviene, come si diceva, a livello nazionale come pure il superamento della soglia di accesso (5%). Il quoziente scelto è quello dei “quozienti interi e dei più alti resti” (metodo Hare): in sostanza, una volta superata la soglia di sbarramento (5%), il metodo non penalizza le forze piccole, ma anzi le agevola. Se invece fosse stato fatto con il metodo d’Hondt, che agisce sulle circoscrizioni, avrebbe favorito i partiti più grandi.

2. Collegi e circoscrizioni elettorali.

L’Italia viene divisa in 27 circoscrizioni pluri-provinciali alla Camera (26 più un collegio uninominale, la Val d’Aosta) e 20 circoscrizioni regionali al Senato (19 più la Val d’Aosta). La Camera assegna 606 seggi (e non 630 perché vanno sottratti i 12 collegi della circoscrizioni Estero, 11 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno di Val d’Aosta) che vengono così ripartiti: 303 collegi uninominali e 303 su liste bloccate corte composte da due a un massimo di sei nomi. Il Senato assegna 301 seggi (e non 315 perché vanno sottratti i sei seggi delle circoscrizioni Estero, sette collegi uninominali del Trentino e uno della Val d’Aosta) così ripartiti: 150 eletti nei collegi, 151 nelle liste bloccate corte. Nei 18 collegi delle circoscrizioni Estero (12 Camera e 6 Senato) i seggi vengono attribuiti con metodo proporzionale senza soglia di sbarramento. Negli 11 collegi uninominali del Trentino (8 collegi uninominali all’inglese e tre di recupero proporzionale) Camera e nei 7 collegi uninominali del Trentino Senato (5 collegi uninominali all’inglese e 2 di recupero proporzionale), come pure nei due seggi uninominali (uno Camera e uno Senato) della Val d’Aosta rimangono valide le regole introdotte con il Mattarellum nel 1994: si tratta di collegi uninominali secchi all’inglese con recupero proporzionale per il 25% e una soglia di sbarramento che, di fatto, è intorno al 20%.

3. La scheda elettorale.

La scheda elettorale è unica, il voto disgiunto (la possibilità per un elettore di votare un candidato uninominale e un simbolo di lista diverso nei collegi plurinominali) è vietato, ma la norma potrebbe essere modificata. Il voto a un candidato del collegio ‘trascina’ il voto alla lista (e viceversa). Si vota tracciando un segno nel rettangolo che li comprende. Il doppio segno (collegio e lista) è valido. Ci si può candidare fino a un massimo di un collegio uninominale e tre collegi circoscrizionali (cioè del listino bloccato). Questa norma, come vedremo, potrebbe cadere nella discussione parlamentare su richiesta avanzata dai 5 Stelle. 

Ad ogni simbolo di partito è dunque associato il nome del candidato in quel collegio e i nomi del listino bloccato (da due a 6 candidati) di quella circoscrizione elettorale.
È previsto espressamente che in caso di doppio segno su un candidato e sulla lista corrispondente il voto rimanga valido. Questa norma difficilmente verrà modificata.

4. Il metodo di scelta degli eletti.

Come dicevamo, i voti per i partiti (liste) vengono conteggiati in un unica sede, nazionale, e vengono ammesse al riparto dei seggi solo le liste che hanno superato la soglia del 5% dei voti, con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche (Trentino e Valle d’Aosta) per le quali la soglia è al 20% nella regione di riferimento. La soglia di sbarramento, fissata al 5%; è la stessa sia alla Camera che al Senato.

Solo a  questo punto vengono calcolati i seggi spettanti ai singoli partiti, calcolo che viene fatto a livello nazionale per la Camera e a livello regionale/circoscrizionale al Senato. Questa differenza è necessaria perché secondo la Costituzione il Senato deve essere eletto su base regionale.

La differenza di calcolo può causare leggere differenze nella rappresentazione dei partiti tra Camera e Senato, ma non distorcendo la rappresentatività come avveniva con il premio di maggioranza su base regionale che assegnava, ad esempio, il Porcellum.

Una volta scesi nelle singole regioni/circoscrizioni verranno scelti gli eletti, fondendo il sistema proporzionale con quello uninominale.

E’ qui che, appunto, le cose si complicano e differiscono di molto dal sistema elettorale tedesco dove, come vedremo, il numero dei seggi del Bundestag, la Camera elettiva, è variabile (vengono detti seggi ‘sovranumerari’) perché bisogna garantire,, per primo, a tutti gli eletti nei collegi la possibilità di entrare nella Camera bassa. In Italia ciò non è possibile: il numero di seggi (630 alla Camera, 315 al Senato, esclusi i senatori a vita) è fisso, quindi qualcuno ‘deve’ restare fuori dai seggi, a seconda dei voti presi, tra listini bloccati e collegi uninominali pur avendo – mettiamo il caso – vinto nel proprio collegio uninominale.

Il primo eletto è il candidato che, nel suo collegio, ottiene il 50,1% dei voti validi (ma si tratterà di casi rarissimi); scattano poi i capolista bloccati di ogni listino della quota proporzionale; seguono i candidati dei collegi uninominali fino ad esaurimento dei collegi vinti da quella lista, cioè in ordine ai voti ricevuti nella circoscrizione; se restano ancora seggi si torna nel listino circoscrizionale e scattano i candidati successivi al capolista; se ne restano ancora da attribuire si torna ancora nei collegi e si pesca tra i “migliori perdenti” (o i “peggiori vincenti”) dei collegi. Ma attenzione: un partito potrebbe aver diritto a un numero  di seggi minore al numero dei collegi vinti, quindi potrebbe vedere non scattare seggi, dopo il capolista, i primi vincitori dei collegi e i nomi del listino, ai vincitori di altre gare nei collegi che verrebbero esclusi dal computo dei seggi pur avendo vinto nei loro rispettivi collegi.

Non ci si può presentare in più di un collegio uninominale e in tre listini (quota proporzionale) di diverse circoscrizioni. Questa norma potrebbe cadere nel dibattito parlamentare per essere sostituita da una che prevede la possibilità di presentarsi in un solo collegio e in un solo listino circoscrizione. La norma è criticata perché limita, in parte, l’effetto ‘blindatura’ dei seggi per i big cui restano in mano dei buoni paracadute per garantirsi l’elezione nel mix candidatura collegi/listini. In totale, però, il numero dei capolista bloccati (non – si badi bene – del totale dei candidati nelle liste bloccate corte della quota proporzionale: 303 seggi Camera, 151 Senato, quindi la metà di entrambi, 454 eletti) non è alto: 26 eletti alla Camera e 19 al Senato per ogni partito, in totale sono 45 parlamentari.

5. Le norme di genere.

I listini bloccati avranno una rigida alternanza di genere (donna-uomo/uomo-donna), nei collegi nessun genere può superare l’altro per il 60%, quindi almeno il 40% di donne.

6. Un esempio. La Toscana.

Un esempio. La Toscana. Prendiamo la circoscrizione Toscana. Elegge 38 deputati (19 nei collegi e 19 nei listini) e 18 senatori (9 nei collegi, 9 nei listini). Mettiamo che il Pd prenda il 46% dei voti che, per effetto dello sbarramento, diventano il 51% dei seggi. Alla Camera elegge 19 deputati: il primo del collegio con oltre il 40% dei voti, il capolista bloccato, 17 nei collegi. Al Senato il Pd elegge invece 9 senatori: il capolista bloccato e otto collegi. Mdp, alla Camera, prende un deputato perché supera il 5%: non vince nessun collegio, passa il capolista, e il Pd perde un vincente nei collegi per colpa di Mdp oltre il 5%. L’M5S elegge, con il 30%, 10 deputati e 6 senatori, tutti dai listini. FI, col 15%, elegge 5 deputati e 1 senatore (listini). La Lega, con l’8%, elegge 3 deputati e 1 senatore (listini). Se il Pd fa il boom (60%) e vince tutti i collegi (19 Camera e 9 Senato), i posti in più li prende dal suo listino, ma se i posti da assegnare al Pd si assottigliano perché altre liste guadagnano seggi saltano i “peggiori vincenti” dei collegi. Potrebbe accadere, cioè, che – causa il riparto nazionale dei voti e la soglia al 5% – il Pd debba ‘cedere’ uno o più degli eletti nei collegi a un’altra lista: perderebbe un vincente nei collegi mentre i candidati del listino bloccato in quella circoscrizione passerebbero tutti. Si chiama ‘effetto flipper’: non garantisce cioè la vittoria matematica di un candidato che pure ha vinto il collegio, specie se in quella circoscrizione il partito che lo sostiene è forte ma non può superare il tot di seggi che, su base nazionale, quella circoscrizione gli assegna.

7. Il problema dei collegi da disegnare. 

Con una legge così fatta, ci sarà bisogno ovviamente di disegnare non tanto le 26 circoscrizioni regionali della Camera che già esistono del Porcellum (una per ogni regione, due per Lazio, Piemonte, Veneto, Campania e Sicilia, tre per la Lombardia) e le 20 circoscrizioni (equivalenti alle 20 regioni) del Senato quanto i 303 collegi uninominali della Camera e i 150 collegi uninominali del Senato. Solitamente la legge prevede una delega al governo – e, di fatto – al ministero dell’Interno, che si prende 45 giorni di media per il disegno dei collegi – ma i partiti corrono veloci verso le elezioni anticipate in autunno. Per evitare attese, un secondo emendamento Fiano indicano una ‘misura transitoria’ per la quale “in caso di scioglimento delle Camere prima della data di entrata in vigore del decreto” si andrà al voto con i collegi del Mattarellum. Che però sono 475 (e non 303) e non è chiaro come le due cose si possano conciliare. Fiano dovrebbe disegnarli sulla base di un prospetto dell’ufficio studi della Camera che però sta già incontrando riserve e critiche da molti deputati dei vari territori perché accorpa, spesso in modo arbitrario e incoerente, collegi vicini tra loro.

8. Le questioni ancora aperte.

E’ una vera e propria maratona, quella che si sta svolgendo in sede della commissione Affari Costituzionali della Camera sulla legge elettorale: sono sottoposti al voto 780 emendamenti per trasformare il Rosatellum nel tedesco.
La nuova, possibile, intesa tra Pd, Fi, Lega e M5S si basa su tre modifiche: 

  • La riduzione dei collegi della Camera che andranno a coincidere quelli previsti per il Senato dal Mattarellum: 232 alla Camera, compresi Trentino-Alto Adige e Val d’Aosta, e 112 al Senato, disegnati sempre sulla base del vecchio Mattarellum;
  • L’aumento  da 27 a 29 delle circoscrizioni proporzionali per la Camera e dunque la dimunizione delle liste dei candidati nei listini bloccati non più da 2 a 6 ma da 1 a 6;
  • La cancellazione della possibilità di candidature plurime in 3 diverse liste bloccate proporzionali oggi previste: ciascun candidato potrà candidarsi al massimo in un collegio e in una lista.

Non è passata invece la linea proposta in numerosi emendamenti di introdurre le preferenze, di doppia scheda e di voto disgiunto, di superamento della priorità di elezioni prevista per il capolista bloccato rispetto ai più votati nei collegi della stessa lista. Ma la riduzione notevole dei collegi operata dal “Tedeschellum” – se passeranno i nuovi emendamenti – realizza di fatto una riduzione assai consistente della possibilità che chi vince la gara uninominale poi non entri in Parlamento perché superato dal capolista del suo partito in quella circoscrizione.

NB: Il testo su cui era stato trovato l’accordo iniziale prevedeva 303 collegi uninominali alla Camera w 151 al Senato, ma essi non sono maggioritari, bensì hanno un riparto proporzionale: un po’ come la vecchia legge del Senato in vigore tra il 1948 e il 1992. Nelle Regioni “monocolore”, dove i candidati di un grande partito vincono in molti collegi, qualcuno di essi potrebbe non risultare eletto: infatti tra i vincitori si fa una graduatoria in base alle percentuale di voto ottenuta. E’ il caso, per esempio, delle Regioni Rosse per il Pd o di alcune Regioni del Sud (Sicilia) per M5s. L’emendamento presentato da Ferrari (Pd)  diminuisce il numero dei collegi della Camera a 232 (225 più 8 di Trentino e Val d’Aosta), quelli del Senato del Mattarellum, e a 112 al Senato, compresi i 6 di Trentino e Val d’Aosta. In tal modo i collegi sarebbero già definiti, e diminuirebbe la possibilità di collegi sopranumerari. Naturalmente questo porterebbe un simmetrico aumento degli eletti con i listini proporzionali Camera, che salirebbero da 303 a 374, e Senato (da 150 a 188) . I partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Pd, M5s, Fi, Lega e Si) stanno trattando una intesa su questo punto.

Gli emendamenti presentati. Ai 417 emendamenti presentati, di cui il più importante è naturalmente proprio l’emendamento Fiano, si sono aggiunti 363 subemendamenti al testo del relatore. I numeri li ha annunciati il presidente della Commissione, Andrea Mazziotti. Grossa parte dei subemendamenti,127, riguardano il nodo cruciale dei collegi uninominali.

Nella formulazione del tedesco proposta da Fiano c’è una clausola che prevede che – se la legislatura dovesse finire prima che il governo abbia ridisegnato i collegi – resterebbero validi quelli del Mattarellum. Una previsione in chiave voto anticipato, ma che sta facendo storcere il naso a molti possibili candidati. Da segnalare l’aumento delle circoscrizioni da 27 a 29 con una circoscrizione in più per la Lombardia e una per il Veneto (a quota 3) mentre Lazio, Sicilia, Campania ne avrebbero due. 

Altro punto molto criticato è quella delle candidature bloccate dei capilista e la possibilità di presentarsi in più collegi. Lo scontro è soprattutto nel Pd, con gli orlandiani pronti a dare battaglia.
Invece, Danilo Toninelli (M5S) dice che “stiamo lavorando per inserire modifiche ben fatte che garantiscano, come in Germania, il seggio al candidato più votato nel collegio, anche senza modificare il numero complessivo dei parlamentari”.

B) Il sistema elettorale tedesco, quello vero della Germania…

  1. Una Camera e non due, seggi variabili e non fissi.

Il sistema elettorale tedesco è un sistema “misto”: vuol dire che mette insieme collegi uninominali maggioritari e un riparto rigidamente proporzionale dei voti a livello nazionale una volta superata la soglia di sbarramento (5%). Tale voto determina gli equilibri del Bundestag, la sola Camera direttamente elettiva del Parlamento tedesco, composta da “almeno” 598 membri, ma ‘aumentabili’. La seconda Camera, il Bundesrat, o Camera delle Regioni, rappresenta i Land : i suoi 69 senatori (a numero fisso) sono eletti, con metodo proporzionale, regione per regione ma in tempi differenti (come gli Stati che formano il Senato Usa). La differenza costituzionale sostanziale è che il Bundestrat non concede o nega la fiducia al governo. Ecco, la prima differenza fondamentale: una sola Camera in Germania, due in Italia (Camera e Senato) che danno la fiducia. Infine, non va dimenticato che in Germania esiste l’istituto della ‘sfiducia costruttiva’ e in Italia no.

2. Due voti, in Germania, invece di uno solo…

In Germania, ogni elettore deve esprimere due voti, chiamati – senza molta fantasia – “primo voto” (erststimme) e “secondo voto” (zweitstimme). L’erststimme (primo voto) è il voto maggioritario e uninominale. In ognuno dei 299 collegi in cui è diviso il territorio nazionale viene eletto solo il candidato più votato, anche solo con la maggioranza relativa. E’ il sistema maggioritario classico, first past the post, che viene usato anche negli Usa o in Gran Bretagna. In soldoni, chi ha più voti, viene eletto. Con il zweitstimme (secondo voto) l’elettore sceglie invece un partito. La percentuale di voti ottenuta nel zweitstimme determina il numero di seggi nel Bundestag a cui quel partito ha diritto. Sono esclusi dal riparto dei voti i partiti che hanno ottenuto meno del 5% di ‘secondi voti’ oppure meno di tre candidati eletti nei collegi uninominali con il ‘primo voto’. In Italia, invece, non vi saranno due schede elettorali, ma una sola: si potrà votare il candidato nel collegio e, in una lista a fianco, i candidati dei partiti nelle rispettive liste circoscrizionali. Due altre significative differenze: in Germania è possibile il voto disgiunto – come avviene per le liste e i candidati sindaci nei comuni sopra i 15 mila abitanti in Italia – cioè si può votare per un partito di una lista del proporzionale e il candidato nel collegio uninominale di un’altra (o viceversa). In Italia non sarà possibile il voto disgiunto: il voto alla lista trascina quello al candidato di collegio (e vale il viceversa).

3. I seggi ‘variabili’ e l’assegnazione dei seggi

Nel riparto della quota proporzionale – che in Germania vengono scelti sulla base di listini bloccati, uno per Land – c’è una complicazione di calcolo: al numero totale di seggi a cui un partito ha diritto vanno sottratti gli eletti con il ‘primo voto’. Proviamo a spiegarci meglio. Il candidato che vince il suo collegio uninominale è automaticamente eletto, ma una lista può ottenere più seggi uninominali di quanti gliene assegna la quota proporzionale: è tale quota che in Germania determina il numero degli eletti. Se, dunque, i vincitori nei collegi uninominali (primo voto) sono di più di quelli che spetterebbero alle liste collegate (secondo voto), ma anche se i vincitori nei collegi hanno corrispondenti seggi nella parte proporzionale (cioè non ‘pescano’ nei listini, aumentando la loro quota di seggi); o se, in base a un riparto proporzionale che deve tener conto dello sbarramento nazionale al 5% (ci torneremo subito), le liste della quota proporzionale hanno diritto a un numero maggiore di seggi. Ecco perché il numero dei deputati del Bundestag è ‘aumentabile’: può passare da quello ‘minimo’ di 598 seggi (299 sono collegi uninominali e 299 su liste bloccate proporzionali) ai 630 dell’attuale legislatura. Il numero dei deputati del Bundestag è ‘variabile’, quello del Parlamento italiano è, per Costituzione, ‘fisso’ (915 totali).

4. Qualche esempio.

Qualche esempio può aiutare a capire meglio la questione. Nel 2013 la Cdu ha ottenuto il 41,5% dei voti, così divisi: 236 seggi nella parte dei collegi maggioritari (primo voto) e 75 seggi nella quota proporzionale. Il totale è 311 seggi, ma con il 41,5% dei voti la Cdu ha ottenuto il 49,3% dei seggi. I verdi, invece, hanno ottenuto il 7,3% dei voti (superando la soglia di sbarramento), ma hanno vinto in un solo collegio uninominale: hanno quindi ottenuto, nella parte proporzionale, 62 seggi, per arrivare ai 63 totali fissati e, di fatto, è come se avessero ottenuto oltre il 10% dei voti.

5. La soglia di sbarramento fissa al 5%

L’effetto distorcente della rappresentanza proporzionale è dato, appunto, dalla soglia di sbarramento nazionale al 5%: sotto tale soglia, un partito non ha diritto a rappresentanza, a meno che non vinca in almeno tre collegi uninominali, in qual caso ottiene, però, rappresentanza solo per tre collegi, senza alcuna aggiunta di seggi nella parte proporzionale.  In Italia la soglia di sbarramento è fissata al 5% e vale per tutti senza cioè alcuna soglia di vittoria nei collegi uninominali.

C) L’iter della legge e i tempi per le elezioni anticipate.

  1. La corsa alla Camera, lo step del Senato. Legge approvata entro metà luglio?

In I commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati era stato depositato come testo base dal Pd (primo firmatario Emanuele Fiano) un sistema elettorale originale, il cd. ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo del Pd, Ettore Rosato. Ne consegue che gli emendamenti che Pd e FI hanno presentato per ‘tedeschizzare’ ulteriormente il sistema non potevano che partire da questo testo base. Il nuovo sistema tedesco è stato presentato con un maxi emendamento del relatore Fiano. Il voto, in commissione, sugli emendamenti si dovrà chiudere entro il 3 giugno. A partire dal 5 giugno il testo andrà in Aula per la discussione generale e il voto finale. Una volta chiusa la riforma con il voto finale entro l’8 giugno (la conferenza dei capigruppo ha fissato tempi stringenti, 22 ore di dibattito, nessuna pausa per elezioni comunali, possibilità di seduta notturna), il testo passerà al Senato per la discussione in commissione e poi in Aula, seguendo le medesime modalità. Se la tabella di marcia verrà rispettata (Pd, FI, M5S hanno una solida maggioranza sia alla Camera che al Senato, su tale testo) la riforma elettorale – entro il 7 o il 15 luglio – sarà legge. Sempre che, ovviamente, non venga modificata (in quel caso dovrebbe tornare, dal Senato, alla Camera, facendo saltare tutti i tempi di approvazione previsti) o che, ma è difficile, il Senato non la bocci.

2. Nessuna delega al ministero dell’Interno. La corsa verso il voto. 

Non verrà affidata una delega al ministero degli Interni per ridisegnare i collegi uninominali: verranno adottati, con uno schema preparato dagli uffici studi della Camera, i collegi del vecchio Mattarellum direttamente nella legge elettorale. Un modo per risparmiare tempo rispetto alla delega al governo che, di solito, ci mette 45 giorni per scriverla. Così dalla data di pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, potranno essere sciolte le Camere e andare a urne anticipate in autunno. La data specifica (il Pd punta al 24 settembre, FI attenderebbe ottobre, scegliendo tra l’8, il 15 e il 22, M5S propone, addirittura, di votare il 10 settembre…) non è nella disponibilità dei partiti, ma del Capo dello Stato. Qualora il presidente del Consiglio si dimetta e Mattarella, una volta registrata l’impossibilità a proseguire la legislatura fino a scadenza naturale (marzo 2018), decidesse di sciogliere le Camere, scattano i vincoli previsti dall’art. 61 della Costituzione: “Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni”. Si tratta, in entrambi i casi, di vincoli massimi e, per la prima riunione delle Camere, non ci sono vincoli minimi. Invece per le elezioni il vincolo minimo è di 45 giorni ed è stabilito dall’art. 11 del Testo Unico Camera (D.P.R. 30 marzo 1957, n° 361):

“1. I comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri.

  1. Lo stesso decreto fissa il giorno della prima riunione della Camera nei limiti dell’art. 61 della Costituzione.
  2. Il decreto è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione.”

In genere le elezioni vengono indette a una scadenza di circa 55/60 giorni dallo scioglimento. L’ultima volta le Camere furono sciolte il 22 dicembre 2012 e le elezioni si svolsero il 24 e 25 febbraio 2013. Anche per la prima riunione in genere si utilizza quasi tutto il tempo massimo previsto: la prima seduta si svolse infatti il 15 marzo 2013.

Di conseguenza, qualora la legge fosse approvata entro metà luglio e il Governo si dimettesse, sarebbe possibile votare dalla fine di settembre ai primi di ottobre e riunire le nuove Camere da metà ottobre o da fine ottobre in poi.

NB: nella parte finale mi sono avvalso di una nota esplicativa del prof. Ceccanti

Le richieste del Colle sulla legge di Stabilità, le possibili date del voto anticipato. Due articoli per fare chiarezza, calendario alla mano

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dalla nuova legge elettorale alla nuova legge di Stabilità. “La preoccupazione del Capo dello Stato monta, anche se silenziosamente: ha solo cambiato oggetto” dice chi scruta ogni giorno gli umori del primo inquilino del Quirinale. Per metà, infatti, Sergio Mattarella è soddisfatto: l’adozione di una nuova legge elettorale è a un passo da essere approvata, e con largo consenso. I tre grandi partiti (Pd, FI, M5S) si stanno accordando su un sistema elettorale ‘similtedesco’. Renzi – e, ormai, anche Berlusconi – danno però per scontato anche che si voterà presto, “entro l’autunno”. Il leader del Pd fa persino sapere che “per me la data del voto è il 24 settembre, senza subordinate” mentre Berlusconi aspetterebbe ancora un po’ al fine di votare entro ottobre. Ma, come un grosso iceberg in mezzo al mare c’è una data, il 15 ottobre, a frapporsi ai desiderata dei leader: è quella in cui la legge di Stabilità va presentata alla commissione Ue. E il Colle, di fronte ai rischi di speculazione internazionale sull’Italia, alle fibrillazioni dei mercati, ai rischi che si rialzi lo spread (ieri ne parlava un osservatore acuto, Tremonti), vuole che la legge di Stabilità venga “messa in sicurezza”. Proporrà, cioè, ai tre grandi partiti che vogliono il voto anticipato, una volta chiusa la pratica della legge elettorale, un ‘patto’ di garanzia per mettere in sicurezza la prossima Legge di Stabilità.

Del resto, Mattarella ha in mano un’arma non di poco peso: le Camere le scioglie lui, secondo Costituzione, non altri. Tocca ai partiti che più pressano per il voto anticipato – Pd in testa, ovvio – proporre soluzioni fattibili, si dice al Colle. Le soluzioni che il Pd propone sono tre e sono state prese in esame in un recente seminario riservato organizzato da Astrid, presidente Franco Bassanini, con esperti e politici di area dem.

La prima ipotesi è anche la più azzardata. Consiste in un anticipo della manovra economica d’autunno già a luglio con dentro alcune norme chiave per rassicurare la Ue e i mercati. Il precedente c’è: il ministro dell’Economia Tremonti, nel 2008, fece anticipare a Berlusconi l’80% della manovra in un consiglio dei ministri di metà agosto. La controindicazione è che, date le fibrillazioni dell’attuale maggioranza, che va dal Pd ad Ap, da Mdp a centristi minori, il voto di fiducia che necessita una manovra è a rischio.

La seconda strada è quella che, di fatto, propone Renzi in un vortice di date e tempi che ricordano il Blitzkieg tedesco nelle guerre mondiali. La ‘guerra lampo’ di Renzi prevede: legge elettorale approvata entro metà luglio, Camere sciolte per fine luglio, il ministero dell’Interno che si prende solo 55 giorni per indire i comizi elettorali, elezioni politiche il 24 settembre, convocazione delle nuove Camere e suoi adempimenti (elezione dei presidenti, costituzione dei gruppi, etc.) in dieci giorni, consultazioni brevi e nuovo governo – di larghe intese, difficile immaginarne altri – che entra in carica e presenta la nuova Finanziaria il 15 ottobre. Un percorso di guerra irto di troppi ostacoli e imprevisti per riuscire ad essere approvato e praticabile senza intoppi.

Ecco perché la terza ipotesi è la più gettonata. Il governo in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, cioè Gentiloni, spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, “presenta lui la legge di Stabilità alla Ue. Del resto quel governo può fare tutto, anche emanare decreti, tranne mettere la fiducia”. Dopo questa legge di Stabilità ‘quadro’ o ‘cornice’ al nuovo governo l’onore di ‘accompagnare’ la Finanziaria nell’iter parlamentare per approvarla entro il 31 dicembre, evitando lo spauracchio di tutti, l’esercizio provvisorio dello Stato. Quale delle tre strade verrà scelta non si sa, ma una cosa è certa: senza garanzie sulla messa in sicurezza della Legge di Stabilità, il Colle non cederà sulla fine della legislatura.


Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

 

2. Date e tempi del possibile voto anticipato. Un percorso di guerra, ma fattibile. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dal punto di vista politico, l’accordo tra Pd e FI sul sistema elettorale ‘alla tedesca’ sembra cosa fatta. Ma aprirà davvero la strada a elezioni politiche anticipate a settembre (il 24, quando si vota in Germania) o a ottobre (il 22)? La risposta è “dipende”, i possibili ‘stai fermo un giro’ o ‘ripassa dal via’, come nel Monopoli o nel Gioco dell’Oca, sono tanti. Calendari alla mano, vediamo i principali step.

Pronti, via! Con un accordo ‘blindato’ tra Pd e FI (oltre alla Lega e altri gruppi minori), il testo sulla nuova legge elettorale – anche se il termine per limare gli ultimi emendamenti in commissione è slittato al 31 maggio – può passare all’esame dell’Aula dal 5 giugno: entro una settimana, al massimo 15 giorni, può essere approvata, cioè entro il 24 giugno, ma dal Pd filtra che si potrebbe anche riuscire prima, entro la data del primo turno alle elezioni comunali (11 giugno) perché un accordo blindato tra i tre grandi partiti (Pd, FI, M5S) rende fattibile tale scenario. Infatti, i colloqui in corso in questi giorni dicono che il varo della riforma elettorale (in Aula Camera dal 5 giugno) è possibile in una settimana. A quel punto la palla passa al Senato: dovrebbe/potrebbe approvare la riforma a tempo di record, al massimo a metà luglio. Qui scatterebbe il primo trucco per accelerare la corsa verso il voto. Infatti, non si possono indire elezioni senza il disegno dei collegi, previsti dalla nuova legge. Di solito, per designare i collegi si da una delega al governo, cioè al ministero dell’Interno, che ha a disposizione 45 giorni di tempo. “Ma – spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti – gli uffici tecnici della Camera sono perfettamente in grado di disegnare i nuovi collegi e inserirli già nella nuova legge senza alcuna delega”. Ergo via allo scioglimento anticipato delle Camere entro il 30 luglio. Da quel giorno scatta la corsa per il voto.

 Sole alto, Camere sciolte. Una volta preso atto della fine della legislatura, con relative dimissioni del governo, il Capo dello Stato, potere solo suo, indice le nuove elezioni. Il decreto di scioglimento che partirebbe da metà (o fine) luglio contiene, per prassi, un minimo di 45 giorni e un massimo di 70 giorni per indire, da parte del ministero dell’Interno, i comizi elettorali, ma di solito se ne usano 55, cioè il ministero usa i 55 giorni ‘di media’ come termine cautelativo. Anche nella ipotesi migliore, dunque, quella delle Camere sciolte entro il 15 luglio, o al massimo entro il 30 luglio, la data del 24 settembre sarebbe – considerando i 55 giorni necessari – la prima data utile per indire nuove elezioni. Una data molto a rischio, date le molte incognite che pesano ancora sull’iter dello scioglimento delle Camere, ma è anche quella che il leader dem vuole per mettere in linea l’Italia con il voto delle elezioni politiche in Germania.

Restano comunque a disposizione molte altre date, per il voto anticipato: quelle dell’8, del 15 e del 22 ottobre. In ogni caso, le liste elettorali vanno presentate un mese prima della data del voto: per votare in ottobre i partiti dovrebbero depositarle a fine agosto, per votare il 24 settembre a… Ferragosto.

Nuove Camere, vecchi problemi. Tra la data delle elezioni e la convocazione delle nuove Camere passano, di solito, venti giorni che si possono, al massimo, ridurre a dieci. Tra i primi adempimenti (elezione dei due presidenti e dei vari organi, formazione dei gruppi parlamentari, etc.) e le prime consultazioni per la formazione di un nuovo governo, passano altri venti giorni, riducibili a dieci, forse meno. Da notare che l’idea di Grillo – voto anticipato il 10 settembre per impedire che scattino, per i parlamentari, i vitalizi (15 settembre) – non solo è bislacca ma indica un partito, i 5Stelle, digiuni di conoscenza di diritto costituzionale. Le Camere, infatti, restano in carica da insediamento (quello della legislatura incorso è iniziato a marzo 2013) a insediamento (con elezioni il 10 settembre ci vorrebbero almeno altri dieci/giorni, scavallando la data del 15 settembre, quindi anche in questo caso i vitalizi scatterebbero comunque…). Inoltre, votare il 10 settembre vorrebbe dire aver sciolto le Camere non oltre il 10 luglio.

Uno scoglio ineludibile, la legge di Stabilità. La manovra economica va presentata a Bruxelles entro il 15 ottobre. Chi – cioè quale governo – l’approverebbe? Un seminario riservato svolto dalla fondazione Astrid ha individuato tre strade. La prima è l’anticipo della manovra, almeno nelle sue linee generali, a fine luglio, come fu fatto dal governo Berlusconi (ministro dell’Economia Tremonti) nel 2008. La seconda strada, in caso elezioni anticipate il 24 settembre, prevede che la manovra economica la vari il nuovo governo ma presentarla a Bruxelles il 15 ottobre vede tempi stretti. La terza strada rappresenterebbe un unicuum, ma – assicura Ceccanti – “si può fare”: il governo Gentiloni, che in ogni caso sarebbe ancora in carica “per il disbrigo degli affari correnti” può “presentare la legge di Stabilità come può emanare decreti legge, la sola cosa che non può fare è mettere e chiedere la fiducia su alcun provvedimento”. Fiducia necessaria, invece, ad esempio, per variare la Nota di aggiornamento al Def che va votata entro il 30 settembre. Dopo la presentazione a Bruxelles di una legge di Stabilità ‘quadro’ o ‘cornice’, spetterebbe al nuovo governo in carica – e legittimato dal voto popolare – ‘accompagnare’ la legge di Stabilità nell’iter parlamentare e approvarla entro il 31 dicembre per evitare che scatti l’esercizio provvisorio.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 27 e 29 maggio su Quotidiano Nazionale