Renzi presenta il suo programma economico, si compone il mosaico delle candidature: Gentiloni a Roma, Minniti a Pesaro, Boschi a Firenze, Padoan a Siena

 

Pubblico di seguito diversi articoli usciti nei giorni scorsi sul Quotidiano Nazionale e riguardanti il Pd: programma economico, obiettivi, candidature, liste, problemi annessi. NB: Gli articoli sono pubblicati in ordine temporale decrescente dall’ultimo all’indietro.

 

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Il programma economico del Pd lo ha scritto Tommaso Nannicini: “poche tasse, molto spendi”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Le principali misure contenute nei “dieci punti” che sta per lanciare Matteo Renzi, il suo programma economico, sono racchiuse in testo la cui presentazione ufficiale è stata rinviata alla Direzione dem che si terrà giovedì o venerdì. Lì, però, l’attenzione di tutti sarà solo su liste e candidature: collocati i big (Padoan a Siena, per dire), rinunciato a correre l’immunologo Burioni, resta l’incertezza del collegio in cui si candiderà la Boschi, oltre ad almeno un paio di listini proporzionali (sicuro il Trentino più Calabria o Campania): Firenze città (sempre alla Camera, dovrebbe essere Firenze 3, quello del Mugello) o Grosseto (escluse Pisa, Livorno, Siena e, ovvio, Arezzo)? Renzi, peraltro, assai preoccupato dalle voci e lamentazioni che salgono dal Pd bolognese ed emiliano avrebbe deciso di ritornare sui suoi passi per contrastare al meglio le mosse di LeU: a Bologna 1 Senato non correrebbe più Casini, che i dem locali non vogliono al punto da aver messo in moto una vera rivolta di base, che verrebbe dirottato alla Camera, ma la segretaria uscente dello Spi-Cgil Carla Cantone, new entry (insieme a Paolo Siani in Campania e Lucia Annibali in Lombardia) in quota ‘società civile’ del Pd renziano. Anche perché LeU, a Bologna centro, al Senato schiera l’ex governatore dell’Emilia, Vasco Errani, ancora amato e popolare. Inoltre, sempre in funzione anti-LeU, Renzi ha deciso di dirottare Piero Fassino dal Piemonte all’Emila per sfidare, nella quota proporzionale, Pier Luigi Bersani in una sfida dal sapore rusticano, cioè di due ex segretari dei Ds.   
Il programma, invece, è un lavoro, sotto la supervisione politica del vicesegretario Martina, coordinato e redatto da Tommaso Nannicini: professore di economia alla Bocconi, al governo da sottosegretario di Renzi, oggi membro della segreteria dem, si considera solo ‘prestato’ alla Politica e a QN dice: “L’Università e mia moglie sono contrari alla mia candidatura. Deciderò nelle prossime 48 ore” (pare proprio accetterà: sarà capolista nel proporzionale in Lombardia 2).
I ‘dieci punti’ di Nannicini (e di Renzi) non prevedono nessun annuncio eclatante, ma molte novità strutturali. Si parte con il salario minimo “legale” per i lavoratori fuori dai contratti collettivi (sono il 15-20%): avranno otto euro l’ora, ma la cifra la stabilirà una commissione indipendente. Sarà “stabile” (un punto l’anno, dal 33% al 29%) il taglio del cuneo contributivo sul lavoro a tempo indeterminato. La legge Fornero resta, ma si punta a rendere “strutturale” l’Ape sociale e la novità del Pd è la pensione “di garanzia” per i giovani: chi lavora con diverse forme contrattuali e, dalla riforma Dini (1995) in poi, ha il regime contributivo, avrà diritto a un assegno “minimo” di 750 euro mensili. Per i figli – questa la novità cui Renzi tiene e su cui punta  – ci sarà un assegno “universale”. Uno strumento unico di aiuto graduato in base al reddito, all’età e al numero dei figli che funzionerà così: 240 euro mensili per ogni bimbo da 0 a 3 anni, 170 euro ai figli nella fascia 3-18 anni e 80 euro per quelli tra i 18 e i 25 anni. Il contributo è “universale”, dice Nannicini, ma solo per i redditi fino a 100 mila euro l’anno. Una vera rivoluzione che cambierebbe l’intero sistema: tutti gli attuali bonus finirebbero in una “Carta universale dei diritti” a scalare che, come in Francia, li assorbe e agevola. Una famiglia da 35 mila lordi annui di reddito con due figli sotto i tre anni potrebbe risparmiare fino a 3700 euro annui.
Inoltre, Renzi ha chiesto, e Nannicini approntato, un piano straordinario di reclutamento di 10 mila giovani ricercatori, lo sblocco del turn over per 500 mila giovani dentro la PA, un piano straordinario per il tempo pieno nelle elementari. Non manca l’allargamento del reddito di inclusione, il Rei, per renderlo strutturale, un piano per la non autosufficienza (da finanziare con un contributo straordinario delle imprese) e, infine un nuovo sistema fiscale che valorizzi il “contrasto d’interesse” con lo slogan “scaricare tutti, scaricare tutto” che potrebbe anche tradursi in “pagare meno, pagare tutti”.
Come pagare, appunto, il tutto? Nannicini non ha dubbi: “Salario minimo e minori tasse non costano nulla, i 9 miliardi di bonus ai figli con la riduzione delle spese di bene e servizi”. In ogni caso, il piano “meno tasse e più spendi” del Pd costerebbe circa 30 miliardi all’anno, tutto compreso. Tanti. E qui si entra nel tema delle regole imposte dalla Ue: “indichiamo un piano di riduzione del debito pubblico sul Pil al valore del 100%, ma facendo più deficit di quello programmato. Senza sforare il rapporto deficit/Pil al 3%, come chiede Bruxelles, ma facendolo salire lentamente”. Riduzione dei vincoli slow, cioè, se Bruxelles si convince.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2018 su QN. 
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Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

2. Gentiloni nel collegio “poco sicuro” di Roma 1, l’accordo con i tre nanetti (che vogliono i seggi “blindati”) è fatto, Renzi lancia gli “Stati Uniti d’Europa”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri mattina, a Milano, Matteo Renzi ha chiuso la convention del Pd lanciando l’idea – non nuova – degli “Stati Uniti d’Europa”. Di tutto il discorso di Renzi, dai forti accenti e dallo stile macroniano, ha colpito il paragone (peraltro, già avanzato da Berlusconi, in questa campagna elettorale) tra le elezioni politiche del 2018 e quelle del 1948 (si votò il 18 aprile, tra poco fanno 70 anni e il Cavaliere vuole festeggiarli in grande stile…). “Il 4 marzo”, dice Renzi, che cita la tesi di tal politologo Sergio Fabbrini, allievo del ben più famoso Giovanni Sartori, “sarà cruciali nel processo di riforma europeo come il 1948, quando si decise la collocazione dell’Italia nel fronte occidentale e europeo”.
Eppure, anche ieri è stata, nel campo del centrosinistra, la giornata non del leader dem, ma dell’attuale presidente del Consiglio. Paolo Gentiloni, detto ‘er Moviola’, si sveglia rinfrancato. Un sondaggio Ipsos lo indica come il politica italiano più gradito (44% dei consensi), tallonato solo da Emma Bonino (41%), con tutti gli altri leader di partito a distanze siderali. A chiudere la classifica, manco a dirlo, è Renzi (23%) battuto pure dalla Meloni. L’ex premier, però, ha deciso di fare di necessità virtù, anche perché, come spiega ai suoi, “Paolo da solo vale due milioni di voti”. Morale, quando Renzi, dopo la convention milanese, va negli studi di Sky per farsi intervistare, nega ogni “gelosia o invidia” con Gentiloni, ammette che “abbiamo caratteri e stili di lavoro diversi”e, saggiamente, spiega: se io cercassi di ‘gentilonizzarmi’ o lui cercasse di ‘renzizzarsi’ faremmo una frittata entrambi, ma abbiamo un grande legame”.
Ma ecco che si materializza la notizia, quella della candidatura di Gentiloni nel collegio di Roma 1, alla Camera, ufficializzata non da Renzi, ma proprio dall’attuale premier con un bel post su Facebook. Certo, Gentiloni mette le mani avanti per tutelare, almeno un po’, il suo ruolo istituzionale: “La mia sarà una campagna elettorale particolare. Sarò impegnato per far vincere il mio partito, ma lo farò senza sottrarre nulla ai fondamentali impegni di governo”. Il collegio in cui si presenterà Gentiloni è quello del centro storico della Capitale che comprende anche quartieri popolari (Testaccio, Trastevere, San Lorenzo) e della Roma bene (Prati, Trionfale). Gentiloni sa che è un collegio non “sicuro”, per il Pd, ma ricorda che “è la parte di città in cui abito e lavoro da una vita”. Ovviamente, e a scanso di equivoci, Gentiloni sarà blindato, cioè inserito in più collegi plurinominali: di sicuro nelle Marche, dove i dem locali lo vogliono per rilanciare l’emergenza terremoto e ricostruzione, più Lazio, Lombardia, Puglia. Forse non pago, però, Gentiloni rende ufficiale – lui – che l’accordo tra il Pd e la lista ‘+Europa’ capeggiata dalla Bonino è cosa fatta. Dovrebbe dirlo, in realtà, chi ci ha lavorato e faticato tanto: il povero Fassino (sarà candidato a Torino 1 collegio e nel listino proporzionale del Piemonte: per lui non vale nessun tetto ai tre mandati, la super-deroga già c’è, bella pronta), e il buon Guerini (collegio di Lodi e listino in Lombardia), invece lo fa Gentiloni.
E così il centrosinistra 3.0 avrà ben quattro gambe. I Radicali europeisti di Bonino, Magi e Della Vedova (tre collegi sicuri per loro più altri due per Tabacci e Sanza, due ex dc), che appoggeranno Gori in Lombardia e Zingaretti in Lazio, portando in dote i loro voti. I “Civici e Popolari” della Lorenzin (collegio blindato in Toscana) e di Casini (collegio uninominale blindato a Bologna) e Dellai (candidato nel suo Trentino, dove il Pd è alleato ancehe con la Svp-Patt che garantisce la vittoria in tutti i collegi uninominali), più un altro paio che i ‘popolari’ dovrebbero riuscire a strappare, nonostante la Lorenzin voglia correre, da sola, in Lazio contro quel Zingaretti che non l’ha voluta nell’alleanza di centrosinistra, ma che correrà, come lista ‘Popolari’, al fianco di Gori in Lombardia.  E, infine, la lista ‘Insieme’ (Psi-Verdi-ulivisti): è la più piccola delle tre, quindi avrà solo tre collegi uninominali sicuri: uno per Nencini, ma non in Toscana (forse nelle Marche), uno per Bonelli (idem) e uno in quota “ulivista”. Non per Giulio Santagata, prodiano e portavoce della lista Insieme: proprio lui ha chiesto un seggio per Serse Soverini, storico amico di Prodi e organizzatore instancabile del primo Ulivo e del suo pullmann. E ora, al Nazareno, sperano che, sul centrosinistra, arrivi pure la benedizione del Prof.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale 
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Lotti e Boschi

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

3. Minniti correrà in un collegio delle Marche, Boschi in Toscana, Gentiloni a Roma
Ettore Maria Colombo – ROMA
Si vanno configurando, come in puzzle, le candidature delle “teste di serie” del Pd in giro per l’Italia. Il leader dem ieri si è chiuso tutto il giorno al Nazareno con i suoi ‘facilitatori’: Lorenzo Guerini (che correrà nella sua Lodi e in Lombardia), il vicesegretario Martina (Lombardia 2 al proporzionale e Bergamo città), il ministro allo Sport Lotti (si candiderà nel suo collegio storico, quello di Empoli-Valdarno) e Piero Fassino, che tornerà a gareggiare nella sua Torino e nel suo Piemonte (tutti e cinque alla Camera, peraltro, i citati). Il rebus dei dem assomiglia in parte a un gioco da tavolo e, in parte, a un dramma shakespeariano: “Collegi sicuri? Non ne abbiamo più, sono tutti insicuri, ormai” sospira, infatti, un alto big del Nazareno. Eppure, urge trovare la quadra sulle candidature e stringere i bulloni con gli alleati. Sono quattro: la Svp-Patt (che almeno garantisce la vittoria nel Trentino Alto-Adige) e tre piccoli ‘nanetti’. I Radicali di ‘+Europa’ della Bonino, i ‘Civici e Popolari’ della Lorenzin e le tre sigle pulviscolari (Psi-Verdi-Ulivisti) di – sic – ‘Insieme’ (li guida Santagata). Il programma, invece, è a buon punto: domenica a Milano Renzi ne dirà, oggi, in una convention dedicata agli Stati Uniti d’Europa, i principali dieci punti su “cento punti”.   
E veniamo alle teste di serie del Pd, ministri in testa: Renzi li utilizzerà, in campagna elettorale, in modo massiccio. Il premier, Gentiloni, correrà nel collegio Camera di Roma 1. Certo, si tratta di un collegio ad alto rischio sconfitta, il che creerebbe non pochi imbarazzi a lui (e a Mattarella, il quale però fa sapere di non interessarsi in alcun modo su dove correrà il premier o altri esponenti di primo piano del governo), ma Renzi non ha voluto sentire ragioni: “Paolo vale, da solo, un milione di voti, lo dicono i sondaggi. Deve spendersi anche in un collegio”. Gentiloni, pur scettico, ha acconsentito (“Roma è casa sua”, sospirano i suoi), ma ha ottenuto anche di scegliere, nella parte proporzionale, le regioni dove correre: saranno Lazio, Puglia e Marche.
La scelta delle Marche deriva dal fatto che il sindaco di Pesaro nonché responsabile Enti Locali del Pd, Matteo Ricci, è un renzianissimo, ma anche un politico ben consapevole dei tanti problemi legati alla ricostruzione del post-terremoto nelle sue terre. Ricci ha perciò chiesto “un segno tangibile” dell’impegno del governo. E, nella stessa logica di ‘tutela’ del territorio –sarà candidato nelle Marche anche il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Rifiutatosi di correre nella sua città natale, Reggio Calabria (da lui perso più volte, in passato, nelle sfide col centrodestra), Minniti avrà dunque un collegio blindato. Infatti, per sua fortuna, i dem marchigiani (sia quelli del collegio di Fano-Senigallia che di quelli di Pesaro-Urbino) ne hanno chiesto a gran voce la presenza dati “i suoi risultati sull’ordine pubblico”. Minniti probabilmente correrà nel collegio uninominale di Pesaro e Urbino, sempre alla Camera, e in più listini proporzionali (certi la Lombardia e la ‘sua’ Calabria).
Sempre parlando di collegi uninominali e non di listini, per quanto riguarda la squadra di governo, il ministro all’Economia, Padoan, correrà a Siena per cercare di fronteggiare al meglio gli scandali bancari, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia, la Pinotti a Genova, la Fedeli in Toscana, etc. (solo Finocchiaro e Poletti hanno tolto l’incomodo da soli decidendo di non ricandidarsi). L’ex ministra Boschi, infine, rischierà l’ordalìa nella sua Toscana: o in una città minore o a Firenze. In questo caso in teorico tandem con Renzi, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1, mentre per il proporzionale verrà schierata in Trentino e Calabria.
 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale
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Pd, rebus liste. I segretari regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi sprona i ministri a ‘metterci la faccia’ nei collegi

1. Rebus liste, l’Emilia avverte Renzi: “Non vogliamo invasione di paracadutati”. Vertice con i segretari regionali. In Campania spunta il figlio di De Luca e il re delle “fritture di pesce”…
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, incontrando i vertici del partito al Nazareno, ieri ognuno di loro ha detto la sua. C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o anche dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi…”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum (senza l’1% non portano seggi né a loro, ovviamente, né alla coalizione, invece se prendono tra l’1% e il 3% non eleggono nessuno ma portano voti e seggi al Pd). Solo in Emilia-Romagna, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin, Casini e Galletti, nomi di punta della lista ‘Civica e Popolare’, la quale chiede almeno sei/otto seggi sicuri, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte) e Della Vedova ancora non si sa, sempre che si chiuda l’accordo tra Pd e ‘Forza Europa” (lista assai più esosa: il singolare duo di guida Bonino-Tabacci ne vuole 10). In Toscana, per la lista ‘Insieme’, c’è Nencini (Psi) da paracadutare, nelle Marche bisogna fare spazio a Bonelli (Verdi), in Emilia a Santagata (ulivisti), ai quali però – più parchi – bastano solo sei posti. Per far posto a tutti loro, certo è che qualcuno nel Pd dovrà rinunciare a seggi sicuri. Senza dire di un dato di fatto ulteriore, e cioè che Renzi vuole imporre tanti bei nomi della “società civile”. I quali saranno anche tutti nomi “eccellentissimi”, come spergiurano al Nazareno, ma che a oggi sono già più di dieci e pare che lieviteranno almeno a venti: anche per loro servono altrettanti seggi sicuri blindati nelle zone rosse.
E tutto questo, ai segretari regionali, forti nei territori di appartenenza, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, per dire, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente: lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti, tranne Salvatore Piccolo, ma solo perché quest’ultimo ha già detto che non si ricandida… In più un posto spetterà ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras nella sua Salerno come in tutta la sua regione. De Luca, non pago, vuole in lista anche molti consiglieri regionali a lui afferenti, tra cui Franco Alfieri, assurto agli onori delle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Maria Elena Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio delle polemiche anti-renziane, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale, ma lui è renzianissimo. E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini, ovviamente Lotti e sicuramente anche la Boschi, pur non essendo chiaro ancora dove: di certo non nella sua Arezzo, più probabile Lucca o Grosseto, di certo non a Firenze, dove già si candiderà Renzi, anche se al Senato, nel collegio di Firenze-Scandicci) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Certo è che, ieri, al Nazareno, dove di solito sono sempre assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutti loro: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Luca Lotti e Maurizio Martina, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, il presidente dem Matteo Orfini e la vera longa manus di Renzi sull’intero dossier candidature, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri, si capisce), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati anche da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco: il 19% l’area di Orlando, Dems, il 9% l’area di Emiliano). Il braccio di ferro dentro il Pd sulle liste si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 16 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale
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2.  Renzi sprona i big e i ministri del Pd: dovete “metterci la faccia” e candidarvi anche nei collegi, non solo nei listini proporzionali. La Boschi correrà in Toscana. 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
Da giorni, al Nazareno, suona l’allarme rosso. Sulla soglia nazionale che toccherà al Pd, certo (Renzi, ieri sera, in tv, ha fissato l’asticella al 25% di Bersani alle Politiche 2013, risultato su cui, peraltro, andrebbe fatta chiarezza: il Pd prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato) e, soprattutto, sulle sfide one to one nei collegi uninominali. Perso in gran parte, se non tutto, il Nord, evaporato il Sud, inabissate le Isole, reggono solo le regioni rosse (Emilia e Toscana, ché già Umbria e Marche pencolano assai) e il Trentino (solo perché là vince la Svp, secolare alleata del Pd) più qualche collegio sparso nelle città più grandi (Milano, Torino,  Roma e, ovviamente, Bologna e Firenze). La war room ormai permanente insediatasi al Nazareno (ne fanno parte, oltre a Renzi, il presidente Orfini, il coordinatore Guerini, i ministri Lotti e Martina), ha deciso, perciò, di correre ai ripari in due modi. Il primo è di definire i collegi uninominali secondo le tre fasce classiche in cui definiscono i collegi tutte le forze politiche (la prima è “sicuri”, la seconda “perdenti”, la terza “incerti”), ma che saranno definite e riempite solo l’ultimo giorno con i relativi candidati. Renzi, infatti, vuole riservarsi di vedere chi, in quei collegi, indicheranno gli avversari per farvi meglio fronte.
La seconda è una decisione politica già gravida di nubi e di possibili scontri tra il partito di Renzi e quello dei vari big, detto anche partito dei ‘ministeriali’ perché comprende tutti i ministri targati Pd. Le regole d’ingaggio decise dal Nazareno e comunicate ai big sono chiare: “Carissimi, va bene la vostra candidatura in più listini proporzionali, il che vi assicura la rielezione, ma bisogna portare tutti la croce. Dovete andare nei collegi, metterci la faccia e rischiare”. L’esempio che viene portato dai renziani doc è quello del vero ascaro di Renzi, il vicesegretario e ministro Maurizio Martina: “Lui – spiegano al Nazareno – si candiderà in Lombardia, nel proporzionale, e pure nel collegio uninominale di Bergamo, sfida persa in partenza”.
Il discorso vale anche per il premier, Paolo Gentiloni. I suoi – ma anche il Capo dello Stato, Mattarella – vorrebbero preservarlo per il futuro – cioè per rimanere al suo posto, a capo di un governo, pur dimissionario o addirittura con un nuovo incarico – ed evitargli l’onta di una possibile sconfitta in un collegio: ecco perché vorrebbero che corresse solo in due (o tre) listini del proporzionale (Lazio, Piemonte). Ma Renzi – che ieri in tv, dalla Gruber, ha lodato Gentiloni ed ha ammesso che “la differenza tra vittoria e sconfitta la farà il nome del premier: se sarà del Pd, la vittoria sarà del Pd” – non vuol sentire ragioni: “Caro Paolo, devi metterci la faccia anche tu in un collegio”.
Il premier, dunque, dovrà correre anche nell’uninominale, e lo farà a Roma centro, Padoan andrà a Milano, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia e via così. Ma mancano ancora molte caselle, tipo quella di Minniti, che non vuole correre nella ‘sua’ città, Reggio Calabria, dove il seggio uninominale è considerato perso in partenza, per il Pd. In ‘sofferenza’ e sui carboni ardenti restano due ministri che non sono mai piaciuti a Renzi e ai renziani: la Fedeli, imputata di tutti i peggiori disastri in merito alla disastrosa riforma della ‘Buona Scuola’, che ha fatto arrabbiare tutti, docenti e discenti, e Poletti, titolare del welfare, ritenuto troppo ‘moscio’, poco combattivo. Solo di dove si candiderà il segretario, Matteo Renzi, si sa tutto: correrà nel collegio uninominale del Senato di Firenze-Scandicci (si chiama Firenze 1) e in due liste proporzionali (Lombardia e Campania) o forse anche in tre. Regna ancora un alone di mistero, infine, sul caso Boschi: ieri sera, in tv, Renzi ha detto che l’ex ministra sarà candidata anche lei con il doppio binario, cioè collegio e listino, ma è ancora in alto mare il ‘dove’. Di certo non a Firenze, dove appunto c’è già Renzi, mentre Luca Lotti batterà la provincia fiorentina, e quasi sicuramente non Arezzo, sua città natale, dove rischia la rivolta. Possibile che l’ex ministra finisca a Lucca o a Grosseto collegio, più in due listini ‘sicuri’ (Toscana e Campania).
 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 9 gennaio 2018. 
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Renzi ha scelto: il ‘compagno Andrea’ all’Organizzazione. Chi è Andrea Rossi: reggiano, ex bersaniano, braccio destro di Bonaccini in Regione.

(ER) PD. ROSSI: IO IN NUOVA SEGRETERIA RENZI? NO COMMENT/FT (FOTO 1 di 1)

Andrea Rossi e Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, di cui è sottosegretario

Ettore Maria Colombo
ROMA
«NO COMMENT». Risponde così, Andrea Rossi (classe 1976, sposato, ‘casalgrandese’ da sempre, come si definisce nella sua stringata bio, cioè uomo radicato e orgoglioso della sua Casalgrande, paese del reggiano di cui è stato sindaco dieci anni, dal 2004 al 2014), il nuovo responsabile Organizzazione del Pd. Lo ha voluto direttamente e cocciutamente lo stesso Matteo Renzi contro le pressioni del ministro Martina (che voleva quella poltrona per sé) e le resistenze dell'”Apparato” (quello ex Dc-Ppi, però, in questo caso, che pure nel Pd c’è).
Chi conosce «il compagno Andrea» sa che la nomina è ben più di un gossip, ma sa anche che il ragazzo è fatto così: quadrato e riservato. Ergo, fino all’ufficializzazione della notizia (anche qui Renzi ha deciso che la nuova Segreteria, con relativo ‘rimpasto’ di cui si parla da settimane, diventerà ufficiale sabato 21 gennaio quando il Pd mobiliterà tutti i suoi circoli), da Rossi non uscirà una ‘ah’. Nato, politicamente, nei Ds (anche perché nel 1991, quando venne sciolto il Pci, aveva 15 anni…), partito dove si è fatto le ossa, poi entrato nel Pd (oggi è membro della Direzione Nazionale e della Direzione provinciale di Reggio-Emilia), Rossi è quello che, una volta, ai tempi del Pci, veniva definito il perfetto «uomo macchina».
Infatti, sia da bersaniano prima («di ferro») che da renziano poi (altrettanto «di ferro»), Rossi quello fa e sa fare: organizza. Il suo paese natìo, la sua provincia (Reggio), la sua regione. E non è un caso che l’attuale governatore, Bonaccini – a sua volta ex bersaniano diventato renziano – una volta che lo scoprì, tanti anni fa, poi se l’è portato dietro ovunque fino alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, di cui Rossi è oggi sottosegretario.

MA LA SCINTILLA tra il Rottamatore fiorentino e il casalgrandese come e dove è nata? Rossi appoggia Bersani contro Renzi alle primarie 2012, poi arrivano le Politiche 2013, Bersani ‘non vince’, Rossi ci pensa su e scrive una lettera aperta: «Forse è il caso di ripartire da zero>, il che però vuol dire, per Rossi, <<da Renzi». E così quando Renzi si candida alle primarie del 2013 contro Cuperlo parte da due Feste dell’Unità che sono due topos dell’iconografia post-Pci: Bosco Albergati (Modena) e Villalunga-Casalgrande (Reggio). E a ‘organizzare’ il trionfo di Matteo nell’Emilia-Romagna ancora «rossa» è lui, il «compagno Andrea». Renzi, folgorato dalle sue capacità, lo chiama nel comitato nazionale a Firenze e Rossi entra in rapporto con Luca Lotti, che se lo porta pure a Roma.
Poi la candidatura in Regione, l’elezione, il lavoro con un Bonaccini che oggi può giustamente rivendicare di averlo ‘scoperto’ lui, al Rossi. E un rapporto con ‘Matteo’ che passa anche per gli sfottò e sul calcio: Rossi è tifosissimo della Juve, Renzi della ‘Viola’, i due si scambiano sms ‘anche’ sul campionato, oltre che, ovviamente, sulla politica…
Certo, la nomina di Rossi non è ancora ufficiale. Dal suo entourage, per sdrammatizzare, rispondono con un battuta: «stiamo costruendo la Segreteria, che per Statuto ha 15 membri, mica la Direzione, che ne conta duecento…». Come a dire: “Chi entra Papa, in un conclave, esce cardinale…”. Ergo, qualcuno resterà fuori per forza, dalla Segreteria.

In effetti, qualche problema è sorto, lungo la strada. Renzi doveva formalizzare la nuova Segreteria nazionale oggi, ma è slittato tutto al 21. I motivi? Una rinuncia eccellente (lo scrittore Carofiglio), le perplessità di alcuni sindaci (Bonajuto), i soliti appetiti delle correnti che stanno col segretario, ma urlano «vogliamo di più» (Area dem, l’area Martina, i Giovani Turchi). E la preoccupazione di Guerini – che cederà volentieri l’Organizzazione a Rossi perché impegnatissimo sul fronte politico nazionale e perché la riteneva, da tempo, «troppo gravosa» – e Serracchiani di riuscire a «compensarle» tutte.

Infatti, la nuova segreteria del Pd – composta per Statuto da 15 membri più Renzi e due vice, Guerini e Serracchiani – vede varie new entry, molte uscite, poche conferme.
Entrano di sicuro Nannicini (Economia), Fassino (Esteri) e l’emiliano Andrea Rossi (all’Organizzazione). In forse, nelle ultime ore, alcuni innesti che parevano sicuri dello scrittore Gianrico Carofiglio e di uno dei due sindaci del Sud cui Renzi aveva chiesto una mano (Falcomatà di Reggio Calabria e Ciro Bonajuto di Ercolano) mentre è sicuro l’arrivo di Mattia Palazzi, sindaco di Mantova. Escono ben quattro donne (Paris, Capozzolo, Covello, Braga), giudicate «inesistenti» da Renzi, e una, Campana, coinvolta in Mafia Capitale, Amendola e Tonini, invece, per altri impegni istituzionali sopraggiunti. Resistono in sei: Ermini (Giustizia), Fiano (riforme), De Maria (Formazione, area Cuperlo), Ricci (Enti locali), Puglisi (Scuola), Taddei (lavoro). I renziani Carbone e Bonaccorsi pure in forse.

MORALE: Renzi – che, in realtà, ha in testa molto altro (la data del voto, la legge elettorale, etc.), ma che ha anche capito, stavolta, che senza un vero e pieno rilancio del partito non va da nessuna parte – si è preso un paio di giorni in più per riflettere. La Segreteria sarà varata solo venerdì. Oggi, mercoledì, al Nazareno, si vedranno i segretari regionali e provinciali, convocati dai due vicesegretari, Guerini e Serracchiani, per fare il punto e coordinare le tante iniziative incombenti: il 21 gennaio mobilitazione dei circoli dem; il 27-28 gennaio, a Rimini, conferenza di tutti gli amministratori locali e rentreé pubblica del leader, il 4 febbraio iniziativa sull’Europa. Tutti appuntamenti, tranne quello del 27-28 gennaio, quando parlerà dal palco, in cui Renzi ha deciso di adottare, d’ora in poi, il «modello Young Pope»: farsi vedere poco e far crescere l’attesa è l’idea (chissà se piacerà).
Una cosa è certa: spetterà al «compagno Andrea» raccogliere, intorno al ‘giovane leader’, nuove e fresche folle plaudenti. Non sarà facile, ma il compagno Andrea ha spalle larghe.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 18 gennaio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

NEW! Dalla Romagna a Roma! L’intervista a Pini (Lega) conferma la “Strana Alleanza” tra Lega Nord e Cinque Stelle: la Romagna culla del patto “anti-Renzi”

Beppe Grillo e, dietro, il suo guru, Gianroberto Casaleggio

Grillo e Casaleggio. Il leader dell’M5S e il suo Richelieu, da poco scomparso

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA
«TRA LEGA e M5S ho sempre sentito molte affinità. Casaleggio ha inventato Internet, noi i gazebo…». Il vecchio leone lùmbard, Umberto Bossi, è uno che fiuta l’aria. Il Senatùr s’è presentato, a sorpresa, al funerale di Casaleggio a Milano. E Matteo Salvini conferma: «Sulla richiesta di onestà, pulizia e trasparenza, ci sono somiglianze». Un altro uomo d’altri tempi, Luigi Bisignani, scrive, da tempo, sul Tempo, che di «lavori in corso Lega-M5S», parla di «feeling tra i gruppi in Parlamento» e paventa l’ipotesi di «un logo che unirà i due partiti in una Federazione». «Salvini chiama Grillo»? Il leader leghista, per ora, ha fatto scelte diverse: il centrodestra, a Milano, si è ricompattato su Parisi e rosicchia punti al dem Sala.

CERTO è che il candidato M5S, Gianluca Corrado, non brilla per attivismo, sotto la Madonnina. Come se l’M5S volesse perdere e, magari, al ballottaggio, votare Parisi…
A Roma, il favore, invece, sarebbe ricambiato: Salvini voterà Raggi? Lo sostiene una fonte interna leghista ma romana, ergo attendibile: «Berlusconi farà ritirare Bertolaso, ma per appoggiare Marchini, non la ‘nostra’ Meloni, ma vince Giorgia! Detto ciò, ‘se’ al ballottaggio andassero Giachetti e Raggi (i candidati di Pd e M5S, ndr) i nostri voteranno lei, col placet di Salvini…».

Il concetto che molti leghisti e, anche, pentastellati esprimono, pur se off-records, è sempre lo stesso: «Come possiamo fare molto male a Renzi? Unendo le nostre forze».
Le danze si aprono già domenica, con il referendum «anti-trivelle» (Lega e M5S sono per il «sì»), si fanno ballo liscio alle elezioni amministrative di giugno e diventano turbinoso valzer al referendum istituzionale di ottobre. Quando leghisti e grillini andranno tutti, lo dicono già, a votare «per far cadere Renzi». A proposito di ballo liscio, va però sottolineato il caso concreto di tre città al voto in terra speciale, la terra di Romagna.

A Ravenna, l’M5S non si presenta a causa di violenti dissidi interni finiti con la mancata certificazione della lista dal vertice dell’M5S. Dissidi solo in parte rientrati con la lista civica ‘Cambierà’ che candida l’imprenditrice Michela Guerra. Lei è una para-grillina, ma, al ballottaggio, potrebbe appoggiare il candidato leghista, Massimiliano Alberghini, che, forte di un centrodestra unito, punta a soffiare la poltrona di sindaco a Michele De Pascale (Pd-Pri-civiche), anche se, in realtà, Alberghini è espressione di una lista ‘civica’ leghista.
Stessa musica a Rimini. Prima ha fatto epoca e cronaca, locale e nazionale, il tentativo, poi abortito, della ex moglie di Beppe Grillo, Sonia Toni, di presentare una lista «sua». Poi persino lo staff di Casaleggio ha dovuto rinunciare al candidato prescelto, Davide Grassi. Morale: l’M5S, a Rimini, neppure si presenta. Il centrodestra, a trazione leghista, candida invece Marzio Pecci, altro esponente di area civica vicino a Salvini. Benedetto da Salvini dietro lo slogan «Uniti si vince» (lo stesso di Bologna, dove la Lega candida, ma senza l’appoggio di FI, Lucia Borgonzoni), Pecci punta a scalzare Andrea Gnassi (Pd), «anche» con i voti dei grillini.

Ma è Cesenatico – terra amata dai romagnoli e pure da Grillo che viene in Riviera a trovare Dario Fo – il caso «di scuola». Qui, il sindaco uscente, Roberto Buda, di centrodestra, «ha fatto un gran casino», si dice in città. Formalmente e inizialmente, la Lega appoggia Buda contro il candidato dem, Matteo Gozzoli, e pure contro il candidato M5S, Alberto Papparini, giovane molto attivo e molto denunciante vari e gravi scandali. Ma ‘se’ Buda non dovesse arrivare al ballottaggio, a «fare fronte» contro il Pd ci penserebbe Salvini: ha già dato ordine ai suoi fidi luogotenenti locali, a partire dal deputato Gianluca Pini, ‘padano-romagnolo’ sanguigno e Presidente della «Nazione» Romagna, di far convergere i voti dei leghisti su Papparini. O di fare una conversione «a U»: sfiduciare Buda e appoggiare un altro candidato, Enrico Dall’Olio, consigliere comunale leghista e uomo di Pini, sempre per spianare la strada a Papparini (M5S) così da far perdere il Pd (la qual cosa è successa venerdì: la Lega ha sfiduciato Buda e corre insieme a Fi e a Fd’It contro Buda e contro il Pd).
Scambi di favori, piccole cortesie. Chissà che, sempre in funzione anti-Renzi, non nasca in Romagna, «un fiore» da portare a Roma. Obiettivo: far nascere, in Parlamento e, chissà, alle prossime Politiche, una «Santa Alleanza» tra Lega e M5S con dentro Fratelli d’Italia di Meloni, ma senza FI di Berlusconi. Per «liberare» il Paese da Renzi, si capisce. E l’Italia dall’Euro, forse. Come testimonia, peraltro, lo stesso Gianluca Pini in un’intervista a QN pubblicata il giorno dopo l’uscita di questo articolo e che, non a caso, s’intitola “Lega e M5S hanno lo stesso scopo: battere il Pd e mandare a casa Renzi. Pini, uomo forte di Salvini: ‘In Emilia-Romagna siamo pronti all’intesa su molti temi’… “, intervista scritta da Ettore Colombo pubblicata a pagina 15 del Quotidiano Nazionale di sabato 16 aprile 2016.

i simboli dei diversi partiti italiani alle Europee

I simboli dei principali partiti alle Elezioni europee del 2014

Intervista – quella a Pini del 16 aprile, uscita dopo il pezzo del 15/04 – che ripubblico qui:

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA
GIANLUCA PINI (romagnolo, classe 1973) è l’uomo forte di Salvini in Emilia e Romagna, la sua terra, dove ricopre il ruolo di presidente della Lega Nord, ma è anche una delle teste pensanti, oltre che «di ferro», della Lega a Roma. Insomma, è uno che conta, l’onorevole Pini, nel gotha di una classe dirigente leghista sempre più «nazionale» e sempre meno «padana».
Sta per nascere la ‘strana alleanza’, come scrive QN, tra Lega e M5S in Romagna e Roma, o è un ‘entente cordiale’?
«Abbiamo due obiettivi in comune con l’M5S: vincere le elezioni in città chiave della Romagna come Cesenatico, Ravenna, Rimini, dove l’M5S non presenta liste, e battere il Pd. E mandare a casa Renzi a Roma, non solo alle elezioni per la città, ma anche e soprattutto al referendum istituzionale di ottobre quando entrambi i partiti voteranno ‘no’ alla riforma di Renzi. Insomma, scalzare il Pd dal potere locale, in Romagna e altrove, e scalzare Renzi da Palazzo Chigi. Non parlerei di ‘asse’ o alleanza, ma di ‘convergenza di interessi’ sì. Poi, una volta ottenute le elezioni politiche anticipate, ognuno, Lega e M5S, correrà per sé. Su molti temi, come l’immigrazione, siamo e restiamo diversi, su altri lavoriamo bene insieme, anche in Parlamento. In futuro, si vedrà».
Partiamo dai casi «locali». Cosa succede a Cesenatico?
«C’era un sindaco, Buda, che noi abbiamo sostenuto lealmente per 5 anni, anche se ha operato scelte amministrative molto discutibili, e che si è sempre dimostrato molto arrogante. Ha detto che dei partiti non gliene fregava niente. Bene, abbiamo deciso di correre non soli, ma con l’intero centrodestra, e un altro candidato. Dall’Olio? Vedremo. Ne stiamo discutendo. Certo è che l’M5S lì non si presenta. Potrebbe decidere di aiutarci».
E a Rimini e a Ravenna?
«La sinistra, in Romagna, è ormai autoreferenziale, governa da troppo tempo. A Rimini, quattro imbecilli hanno impedito a Salvini anche solo di parlare. Renzi loda Rimini come modello? La città ha perso l’aeroporto e, tra poco, la Fiera. A Ravenna l’economia muore tranne per i soliti ‘amici’ del Pd. I nostri candidati, entrambi civici ma appoggiati dalla Lega, Pecci a Rimini e Alberghini a Ravenna, possono vincere. I grillini non presentano liste. Possono votare per noi, al ballottaggio o già dal primo turno, e aiutarci a mandare a casa il Pd».
A Bologna, invece, correte da soli, pure contro Forza Italia.
«Aspetterei la settimana prossima, vedrà: ci saranno delle sorprese. Io mi sono speso per candidare Lucia Borgonzoni, Salvini pure. Bologna è una città che Merola ha massacrato e reso insicura. Fanno le ronde persino alla Bolognina».
Passiamo al quadro nazionale. A Roma voterebbe Raggi?
«Esistono tre poli, in Italia. Uno a trazione Lega, il centrodestra, uno a trazione M5S, e uno a trazione Pd. Dobbiamo e possiamo allearci per sconfiggere, insieme, il Pd. Una forma di desistenza credo ci sarà, anzi credo sia già in atto, a Roma come altrove: votare per chi, tra Lega e M5S, ha il candidato migliore. Portarlo al ballottaggio e farlo vincere. L’obiettivo è unico: sconfiggere il Pd e mandare a casa Renzi. In tre mosse».
Quali sono le tre mosse?
«La prima sono le comunali: l’obiettivo è far perdere, ovunque, i candidati del Pd. La seconda è il referendum istituzionale di ottobre: non è un mistero che sia noi che l’M5S voteremo no alla riforma di Renzi e Boschi. La terza è ottenere la caduta del governo e andare a elezioni politiche anticipate nel 2017: lì, ognuno per conto suo, si presenterà agli elettori».
E l’alleanza vera e propria?
«La escludo, per ora. Su certi temi, come l’immigrazione, siamo su posizioni diverse, anche se sul punto Casaleggio era più vicino alle nostre, ma in Parlamento collaboriamo e ci scambiamo idee e opinioni su tante cose. Vedremo come evolverà il quadro politico».

NB: Questi due articoli sono stati pubblicati a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 15 aprile 2016 e a pagina 15 del QN del 16 aprile 2016. (htttp://www.quotidiano.net)

Sindaci e guai: da Brescello in giù anche il Pd piange. L’ombra dei boss nel paese di Peppone e don Camillo

Il sindaco di Brescello, Marcello Coffrini (Pd)

Il sindaco di Brescello, Marcello Coffrini (Pd), accanto alla statua del ‘sindaco’ Peppone…

NB. Dopo la pubblicazione di questo articolo (uscito sul Quotidiano Nazionale il 14 gennaio 2016, a pagina 14), le denunce del blog di Grillo e dei consiglieri regionali dell’M5S (“Il Pd fa la lotta alle mafie per finta, sul caso Brescello non ha mosso un dito”, ha detto, tra i tanti, il consigliere regionale Gianluca Sassi) e, ovviamente, dopo la notizia che il prefetto di Reggio starebbe per chiedere il commissariamento del comune di Brescello per infiltrazioni della ‘ndrangheta, in seguito al lavoro (durato sei mesi) di una commissione prefettizia che doveva verificare eventuali infiltrazioni e radicamenti della mafia a Brescello come a Finale Emilia, finalmente, lo scorso 17 gennaio, il Pd di Reggio Emilia ha diffuso una nota ufficiale di sconfessione del sindaco Coffrini (qui, nella foto, accanto alla statua del Peppone di don Camillo di Guareschi, i cui film furono ambientati a Brescello, ndr.). E, sul caso Brescello (RE), per la prima volta da un anno e mezzo, cioè da quando è emerso il caso, il Pd chiede formalmente le dimissioni del sindaco Marcello Coffrini. Invece, a onor del vero, il Pd nazionale – per la precisione i deputati membri della commissione Antimafia, Stefano Vaccari e Franco Mirabelli come pure il presidente (Bindi) e il vicepresidente (Fava) della commissione Antimafia – avevano chiesto da tempo, diversi mesi, le dimissioni del sindaco Coffrini per le sue parole sulle mafie. Ma il sindaco Coffrini (non iscritto al Pd, ma sostenuto anche dal Pd), sempre al Resto del Carlino, rifiuta di dimettersi da sindaco, afferma di voler fare ricorso in caso di commissariamento del Comune e soprattutto non ritratta le dichiarazioni – definite, ora e finalmente, “inaccettabili” anche dal Pd di Reggio e di Brescello – in cui aveva definito il fratello del boss della ‘ndrangheta, Grande Aracri (entrambi i fratelli sono stati condannati con sentenza definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso) “una persona gentile, tranquilla ed educata” e negato la presenza della mafia a Brescello. La nota del Pd di Reggio invita i consiglieri comunali a sfiduciare il sindaco (che però ha la maggioranza dei consiglieri comunali, 7 su 9, del Pd dalla sua parte) e si conclude così: “L’impegno del Pd è di riconsegnare Brescello a una fase nuova, scevra da dubbi e incertezze. Serve coraggio. Da una ritrovata condizione di serenità e chiarezza potrà partire una più incisiva lotta alla ‘ndrangheta”. In alternativa al commissariamento del comune di Brescello da parte del prefetto, potrebbe arrivare – direttamente dal ministero degli Interni, cioè da Alfano – lo scioglimento del consiglio comunale e del sindaco medesimo. Sempre per la stessa accusa: infiltrazioni mafiose. 

Grillo e Casaleggio. il leader dell'M5S e il suo Richelieu sempre nell'ombra...

Grillo e Casaleggio. il leader dell’M5S e il suo Richelieu sempre nell’ombra…

BOLOGNA –
PER OGNI vittoria che ottieni a Quarto, vieni sconfitto sul Brenta, o a Brescello. No, non sono i nomi delle battaglie sabaude e garibaldine del nostro glorioso Risorgimento: è il gioco a rimpiattino che va avanti tra Pd e M5S sui Comuni sciolti per mafia, i sindaci e i consiglieri comunali indagati dell’uno e dell’altro partito. All’insegna di un concetto filosofico primordiale («il più pulito c’ha la rogna»), il blog di Beppe Grillo, da settimane, pubblica e invita a rilanciare, dietro l’hashtag «#PiddiniCostituitevi!», l’elenco con foto di tutti i casi di indagati, rinviati a giudizio e condannati nelle fila democrat: «Sono 83 solo nel 2015 e, da gennaio, sono già 85!».

L’OBIETTIVO è semplice quanto efficace: dimostrare che se i pentastellati non riescono a togliersi la pagliuzza dall’occhio di Quarto, politicamente e mediaticamente, il Pd è marcio. «Numeri da organizzazione criminale» tuona, sempre dal suo blog, Beppe Grillo.
Il Pd, ovvio, contrattacca: «Dovete venire da noi per prendere lezioni di legalità» E i casi citati? Isolate mele marce, si capisce. «Mariuoli» casuali. È così? Vediamone alcuni.

PROPRIO ieri (il 13 gennaio scorso, ndr.) è esploso il caso Brenta, in provincia di Varese. Il sindaco della cittadina, Gianpietro Ballardin, iscritto al Pd ma eletto con una lista civica, è stato arrestato e ora si trova ai domiciliari. L’accusa è falso commesso da pubblico ufficiale, reato che avrebbe compiuto nelle vesti di presidente del consorzio del Medio Verbano. Grillo urla, ebbro di gioia: «Un arrestato al giorno toglie il Pd di torno! Domani a chi tocca?!». I guai, si sa, non vengono mai soli. Per il Pd sono tempi difficili, dopo il caso Marino (dimesso) a Roma, il caso De Luca (indagato e incompatibile per la Severino) in Campania, i vari casi dei sottosegretari indagati e dimessisi (ultima la Barracciu), il caso banche che sfiora la Boschi.
Poi, appunto, ci sono i casi piccoli. Fanno meno rumore, ma pesano. A Ercolano sono indagati, per appalti, sindaco, vicesindaco, assessore: tutti dem; a San Giorgio a Cremano associazione a delinquere al sindaco attuale e pure al precedente. A Vado Ligure altra doppietta: sindaco attuale e predecessore accusati di disastro colposo aggravato.
A Vercelli la sindaca, sempre dem, è stata già rinviata a giudizio per falso ideologico in atto pubblico. A Rimini (Gnassi) e Pescara (Alessandrini), capoluoghi importanti, i sindaci dem sono entrambi indagati. A Como il sindaco è fresco fresco di avviso di garanzia (#Lucinidimettiti! grida, ovvio, il blog M5S) mentre il sindaco di Siena, Valentini, è indagato da tempo per falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e truffa aggravata, ma il Pd locale tace.

IN EMILIA, nella provincia di Bologna, c’è Crevalcore, dove sindaco e vice sono indagati (il reato ipotizzato NON è “truffa”, come scritto in un primo momento, ma “omissione di denuncia di reato” per un’inchiesta legata a case inagibili a seguito del terremoto del 2013, lo ha precisato poi, con una nota a QN, lo stesso sindaco di Crevalcore Claudio Broglia, ndr.), e Castenaso dove il sindaco, Sermenghi, è accusato di minacce contro la collega Isabella Conti (dem pure lei) di San Lazzaro di Savena, altro caso su cui i grillini e il blog di Grillo hanno con gioia inzuppato il pane visto che, nella giunta di Sermenghi, a fargli da assessore, c’è pure la sorella del premier, Benedetta Renzi.

Il sindaco di Brescello, Marcello Coffrini, davanti a una sede del Pd

Il sindaco di Brescello, Marcello Coffrini, davanti a una sede del Pd

Ma la vera e più brutta storia è un’altra ancora. Il film, genere gangster movie si svolge a Brescello, provincia di Reggio Emilia. Nel paese di 4 mila anime cui i film di don Camillo e Peppone hanno assicurato un posto imperituro nella storia del costume italico, ha messo radici una pericolosa e violentissima cosca della ’ndrangheta, la ’ndrina Grande Aracri, originaria di Cutro, paesino che sta in provincia di Crotone, ma dal quale l’emigrazione verso l’Emilia è stata poderosa, nei decenni. Il presunto capo, Nicolino Grande Aracri, detto «Mano di Gomma», è finito in carcere per associazione mafiosa, e lì sta, con il 41 bis, il carcere duro, dopo una montagna di condanne. Ma il fratello, Francesco, a cui sono stati sequestrati beni per tre milioni di euro e condannato per mafia e che a sua volta è stato condannato per mafia con sentenza definitiva, e da anni, gode appieno della stima del sindaco democrat, Marcello Coffrini. Figlio d’arte (il padre fu sindaco del Pci), avvocato, «la mafia a Brescello non esiste», disse a una tv di ragazzi creando un putiferio. E, ieri, rincarava la dose proprio al Resto del Carlino: «Io non mi dimetto, sì qui c’è la ’ndrangheta, ma come da altre parti, la giunta non c’entra, io neppure, ma non mi stupirei se il comune venisse sciolto per mafia»… Sempre con la stessa sicumera e ugual amore dei calembours, per Coffrini il Giovane, il Grande Aracri (Francesco) è «un uomo gentile, tranquillo, composto». Peccato che la Dda di Bologna lo definisca, invece, «elemento di spicco della cosca». Peccato che, da sei mesi, va avanti il lavoro della Commissione prefettizia incarica di verificare l”attività del comune di Brescello in questi anni ed eventuali illeciti e collusioni con la ‘ndrina dei Grandi Aracri. Peccato che – si dice-  il prefetto di Reggio avrebbe il decreto di scioglimento del comune di Brescello per mafia sul tavolo. Leghisti e grillini, nel frattempo, guidano un’opposizione serrata a Coffrini e ne chiedono, da anni, le dimissioni. Domenica prossima, 31 gennaio, in quel di Brescello, si terrà una manifestazione della Lega Nord guidata dalla segretaria cittadina e, dal 2014, consigliera comunale Catia Silvia, che da anni effettua segnalazioni e denunce contro la presenza e le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel territorio, e che ha subito diverse intimidazioni e minacce.  Ma il sindaco Coffrini nega tutto, per lui “la mafia non esiste”, e dopo essersi auto-promosso una marcia a suo sostegno, con strani personaggi al seguito (alcuni originari di Cutro e dintorni) è sicuro: “la maggioranza dei consiglieri comunali sono con me e anche la comunità del paese lo è”.

LA presidente (Bindi) e il vicepresidente (Fava) della commissione Antimafia hanno chiesto apertamente le dimissioni di Coffrini, arrivando ad appellarsi a Mattarella. E il Pd? I pentastellati accusano: maggioranza consiliare, direzione provinciale di Reggio e sindaci vicini (tranne il coraggioso Enrico Bini, sindaco di Castelnuovo Monti, che ha chiesto le dimissioni del collega) «lo hanno salvato più volte». Pure i deputati dem in Antimafia, in realtà, ne hanno chiesto le dimissioni, come ricordano Stefano Vaccari e Franco Mirabelli. Ma il Pd locale ha fatto orecchie da mercante, trincerandosi dietro il leit-motiv «se non si dimette di sua sponte o non c’è una mozione di sfiducia, non possiamo farci nulla».
E pur rivendicando «protocolli antimafia» e «cultura della legalità», la (debole) linea di difesa dei dem reggiani (e nazionali) resta la stessa: «Aspettiamo che la commissione prefettizia faccia chiarezza, a Brescello» (ma la commissione ha terminato i lavori). Paese che, poveri don Camillo e Peppone, schietti e fieri, non merita tali ipocrisie o pavidità.

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 14/01/2016 (http://www.quotidiano.net). 

Rottamare le primarie? Se si rompe il mezzo, si perde il fine. Casi specifici e storia di uno strumento oggi logoro

Il segretario-premier parl davanti l'Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno a Roma, hotel Ergife.

Matteo Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno 2014 a Roma, hotel Ergife.

Le primarie non funzionano più. Si è logorato il mezzo (la consultazione popolare attraverso i gazebo e le sue regole) e, di conseguenza, si è dimenticato il fine (la selezione della classe dirigente a livello nazionale e locale da parte del Pd, principale partito del centrosinistra, o della sua coalizione). L’attualità ci parla del ‘caso Campania’. Ma il problema non è l’affluenza (alta: 160 mila persone), che in regioni come l’Emilia, recentemente, è invece drasticamente crollata (appena 58 mila elettori contro i 400 mila precedenti!), dato che pure dovrebbe far riflettere: le primarie non ‘tirano’ più tra gli elettori. Sempre meno gente va ai seggi: sempre domenica scorsa, ma nelle Marche, solo 50 mila i votanti. E neppure, paradossalmente, il problema sta nei possibili ‘brogli’ e condizionamenti del voto che pure ci sono stati (se non i primi, certo i secondi), in Campania, non nelle Marche.

Il ‘pasticciaccio’ brutto delle primarie in Campania (e che il Pd non voleva fare)

A sollevare il tema, pur senza la richiesta di invalidare le primarie, è stato lo sfidante perdente, contro Vincenzo De Luca (52%), l’eurodeputato Andrea Cozzolino (44%): chiede il ‘rinconteggio’ dei voti (stile Al Gore contro Bush in Florida…) e, ancora a tutt’oggi, non riconosce il vincitore. Dubbi, sui molti votanti di Salerno e dintorni, assai legittimi. Ma proprio Cozzolino era finito sul banco degli imputati, per le primarie a sindaco di Napoli che, nel 2011, furono addirittura invalidate, causa presunti brogli di ‘colonne’ di cinesi e rom portati in massa a votare. Il vero problema, però, non sta neppure qui, ma sta appunto nel ‘metodo’. A cosa servono le primarie? A selezionare, nel modo più democratico possibile, una classe dirigente di partito e/o di coalizione stante che questa dovrà poi, in ogni caso, presentarsi al giudizio degli elettori per il responso finale, quello delle urne. Precisazione lapalissiana, ma obbligata. Prima contraddizione. Il Pd nazionale, in Campania, le primarie non voleva farle. Ci ha provato in tutti i modi, a evitarle, al punto che ne ha ottenuto il rinvio per ben quattro volt: la data di convocazione è slittata, di mese in mese, da ottobre 2014 a marzo 2015! E tanto il Pd non era convinto dei soli due candidati sicuri ai nastri di partenza (Cozzolino e De Luca) che ha cercato in tutti i modi un candidato ‘altro’ e ‘unitario’, sia ‘interno’ (Nicolais, Migliore) che ‘esterno’ (Cantone). Alla fine, l’incapacità di trovare un buon candidato, la riottosità e la chiusura a ogni cambiamento del Pd campano, la disattenzione e supponenza con cui il Pd nazionale tende a non occuparsi, o occuparsi poco e male, del ‘suo’ Mezzogiorno, la debolezza della presunta carta alternativa (Migliore) tirata fuori male e all’ultimo, hanno portato il Pd verso il baratro: la celebrazione, obtorto collo, di primarie che il Pd non voleva affatto, limitandosi a subirle.

L’ineleggibilità (senza scampo) di De Luca e la Barracciu: due pesi, due misure.

Ora, in compenso, siamo al ‘comma 22’ di Heller. De Luca, già decaduto da sindaco di Salerno perché mantenne il doppio incarico (cumulo vietato) di viceministro del governo Letta senza mai dimettersi e per questo condannato dalla Corte d’Appello di Napoli, è candidabile ma non eleggibile a presidente della Campania e persino a semplice consigliere. Lo prescrive la legge Severino che, pur in disparità (assurda) di trattamento tra parlamentare, che viene dichiarato decaduto solo dopo tre gradi di giudizio (caso Berlusconi), prescrive, per l’amministratore locale, la immediata decadenza dall’ufficio (non l’incandidabilità!) anche solo per una sentenza in primo grado in caso di reati d’ufficio. E De Luca ha subito una condanna in primo grado proprio per abuso d’ufficio nell’esercizio delle sue funzioni. Se eletto, dovrebbe dimettersi, anche se potrebbe far ricorso al Tar, come ha già fatto il sindaco di Napoli, De Magistris, vincendolo e venendo reintegrato nell’ufficio, ma per una condanna e una candidatura antecedenti all’entrata in vigore della legge anticorruzione o dl Severino (2013). De Luca, invece, è stato condannato a legge Severino operante. Ergo, una sua vittoria al Tar è alquanto dubbio, oltre al fatto che la sola sospensiva creerebbe paralisi e imbarazzo nel cuore dell’amministrazione della sua regione. Altrimenti, sempre che il Pd non voglia cambiare in fretta e furia la legge Severino in Parlamento, il che è impensabile, a De Luca non resta che il ricorso alla Consulta, già esperito da alcuni Tar in casi simili. Ma quando anche la Consulta gli desse ragione, sempre il Parlamento dovrebbe colmare il vuoto normativo. E si tornerebbe, dunque, alla Severino, alla sua presunta modifica. Nel frattempo, chi governerebbe i campani e la Campania? Il ‘guazzabuglio’ è per ora infinito. L’altro guaio è che, per il regolamento delle primarie del Pd, un condannato in Appello non si può presentare e correre, un condannato in primo grado (come nel caso di De Luca) sì. Ma, pure in questo caso, fatta la legge, trovato l’inganno. Francesca Barracciu, regolare vincitrice delle primarie sarde del 2013 con un buon 44,3% rispetto a ben 51 mila votanti, fu costretta al ritiro proprio dopo le fortissime pressioni del Pd nazionale in quanto si scoprì che aveva ricevuto un (semplice) avviso di garanzia per mancata rendicontazione dei rimborsi dei consiglieri regionali, di cui era esponente fino al 2012, in un processo che ancora oggi non è iniziato! Siamo al solito ‘due pesi, due misure’: Barracciu costretta al ritiro per una semplice indagine, De Luca che corre e vince da condannato e che annuncia, con toni perentori: “Io faro ricorso, ma il Pd cambi la Severino”. Traduzione: io non applicherò una legge dello Stato, e da Governatore, il Pd cambi, per me, la legge. Una modifica ad personam (sic). Per un partito che ha così tanto a cuore la ‘legalità’, un bella contraddizione. Infine, la terza questione.

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

La storia delle primarie: da quelle di Prodi (2005) a quelle di Veltroni (2007)

E qui entriamo nel campo della politica e della storia delle primarie. A cosa servite, storicamente, le primarie? Al loro esordio, sono servite a dare forza a un candidato premier, Romano Prodi, privo di un partito alle spalle (l’allora Ds di D’Alema non lo amava affatto) e che, dopo la fallita prima stagione dell’Ulivo, somma di partiti, del 1996-’98, voleva a tutti i costi una forte legittimazione popolare per accettare il ritorno in campo. Infatti, su 4 milioni (teorici) di votanti, il 74,1% di voti a Prodi venne vissuto da tutti come la consacrazione che fino a ieri gli era mancata. Poi le cose non andarono comunque così, e anche il II Ulivo (l’Unione) cadde per le beghe interne tra partiti, ma anche per questo motivo il ‘tradimento’ dell’incoronazione popolare fu percepibile a tutti gli elettori. Nel 2007 le primarie fatte per il solo Pd, allora nascente, furono invece primarie ‘fondative’. Veltroni le volle per legittimare proprio la nascita di un nuovo partito e per dimostrare che non si trattava solo della somma di Ds e Margherita più pezzetti minori, ma di un vero partito ‘nuovo’. Le vinse Veltroni, anche qui in modo plebiscitario (75,2% di voti su 3,5 milioni di votanti), con gli sfidanti nel puro ruolo di valvassori (la Bindi arrivò seconda con appena il 12,9%).

Primarie Bersani-Franceschini (2009) e Bersani-Renzi (2012): partito e/o coalizione

Poi, il primo passaggio, a nostro avviso, ‘vero’ e coerente, ma anche l’unico: le primarie che videro Pier Luigi Bersani prevalere, con nettezza ma senza stravincere, su Dario Franceschini nel 2009 (tre milioni i votanti, 53,2% a Bersani, 34,3% per Franceschini). Due concezioni diverse del partito (quello della ‘Ditta’ contro quello ‘veltroniano’), diverse affiliazioni culturali e politiche (sinistra diessina e dalemiani con Bersani, destra post-Ds, miglioristi, liberal e veltroniani con Franceschini), due visioni del mondo, della politica, delle alleanze (idea della coalizione da ‘foto di Vasto’ contro l’ex Pd ‘maggioritario’) si fronteggiarono, e giustamente. Una vinse, l’altra perse, ma senza rotture interne insanabili. Bersani, in realtà, negli anni seguenti aveva promesso, tra le tante cose, una maggior cura e attenzione non solo alla ‘macchina’ del partito ma pure allo strumento delle primarie. Quando però si tratto di regolamentarle (il famoso ‘regolamento’ con doppio albo degli elettori: registrati una prima volta, preregistrazione anche on line, e poi voto vero, con possibilità di registrazione tra primo e secondo turno, ma dietro ‘giustificazione’, adesione all’Albo degli elettori) messo nero su bianco dal responsabile Organizzazione del Pd bersaniano, Nico Stumpo, è già tardi. Renzi è ad portas. Il sindaco di Firenze bussava alle porte e premeva per rompere da mesi. Nel 2012 scende in campo e si candida contro Bersani a guidare la coalizione del centrosinistra. E qui sta il paradosso e il ruolo da non-sense delle primarie. Renzi dovrebbe (e potrebbe) scalare il partito, invece punta alla figura di candidato premier. Bersani, che lo è per statuto (voluto da Veltroni), dove il candidato premier è il segretario che ha vinto le (precedenti) primarie, compie un gesto di liberalità e, a fine 2012, fa cambiare lo Statuto, permettendo anche a Renzi (o altri) di correre. Ma la cosa non ha senso. Nell’idea originaria del Pd il partito esprime un candidato-segretario già a disposizione della coalizione, forte dell’investitura ottenuta via primarie, disponibile, al più, a correre con ‘altri’ leader di altri partiti per la leadership di coalizione, non a ridiscutere se stesso. Le primarie del novembre 2012 (cui partecipano anche Nichi Vendola per SeL e Bruno Tabacci per Cd) sono finte primarie di coalizione. Nascondono, in realtà, uno scontro fratricida dentro il Pd, quello arci-noto ‘rottamazione’ versus ‘vecchia guardia’, ‘Leopolda’ versus ‘Ditta’, liberal-blairiani contro sinistra socialdemocratica (e un po’ post-comunista), che finisce per oscurare e mettere in secondo piano le primarie di coalizione e anche le ragioni stesse di questa. Insomma, dovrebbero essere – legittimamente – primarie di partito, invece sono travestite da primarie di coalizione. Vince Bersani (di misura al primo turno, 44,5% contro il 39% su 3 milioni di votanti ma nettamente al ballottaggio: 60,9% contro 39,1% e meno votanti: 2 milioni e ottocento mila) ma perderà (o ‘non vincerà’) le successive elezioni politiche con Renzi che ormai si pone come una pesante spina nel fianco. Nel partito, prima di tutto, più che rispetto al governo che Bersani non riesce a formare, alle sue successive dimissioni e poi al governo Letta contro cui l’ostilità di Renzi è palese.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Quando vince Renzi (2013) le primarie non gli servono più…

Quando, finalmente, si svolgono le primarie ‘vere’, corrette, le uniche che dovrebbero avere senso, dentro il Pd, e cioè quelle per la leadership del partito, la partita è senza storia. Renzi ha ormai conquistato a sé quasi tutto il partito, dopo le dimissioni di Bersani, e pensa già ad altro (il governo): vince le primarie del dicembre 2013 contro Gianni Cuperlo in surplace, senza sforzo (67,5% contro 18,1% mentre il 14,2% va a Pippo Civati, su un totale di 2 milioni 800 mila votanti in un II turno che in realtà è un turno unico perché il primo, quello tra gli iscritti, ha visto 300 mila partecipanti). Ma al governo ci va perché fa cadere Letta, non per l’esito delle primarie, pur se queste gli danno il Pd chiavi in mano. Renzi, ciò, non ha avuto bisogno delle primarie per conquistare il Pd, che gli è caduto come pera matura in mano, e non usa le primarie (di coalizione) per scalare il governo, ma una congiura di palazzo (per quanto legittima, dal punto di vista del formarsi di nuove maggioranze alle Camere, maggioranza che peraltro è la stessa di Letta…). Né userà le primarie in futuro, quando si candiderà alle prossime politiche: la nuova legge elettorale, l’Italicum, prevede il premio al partito, non alla coalizione, lui è il leader del Pd, non ha e non avrà bisogno di tenere delle primarie per ricandidarsi premier, gli basterà farlo da leader uscente (senza dire del fatto che lo Statuto del Pd ha solo fatto una deroga temporanea, quella voluta da Bersani per Renzi, ma è in vigore: il segretario è in automatico candidato premier).

I fallimenti  (2012 e 2013) delle primarie locali: o il Pd le perde o, dopo, si spacca.

Nel frattempo, nel mare magno di questi anni di coalizione di centrosinistra, si sono svolte primarie di tutti i tipi e gradi: le più clamorose sono quelle per la carica di sindaco che, nel 2012, segnano quasi ovunque la sconfitta del candidato Pd: a Milano, Cagliari e Genova le primarie vincono (anzi: stravincono) i candidati di SeL Giuliano Pisapia, Massimo Zedda e Marco Doria, che stracciano i candidati ufficiali del Pd (rispettivamente Boeri, Cabras, Vincenzi). A Napoli e Palermo saltano. A Napoli, come si è già ricordato, vengono annullate dopo le accuse al fulmicotone tra i candidati (Cozzolino e Ranieri) e contro il nome scelto dal Pd, Morcone, trionfa (ma alle elezioni vere) il candidato dell’Idv, De Magistris. A Palermo le vince, in teoria, tale Ferrandelli (Idv sostenuto da pezzi di Pd) contro il renziano Faraone, ma l’ex sindaco Leoluca Orlando non ci sta, denuncia brogli (che pure ci sono stati) si presenta alle elezioni e rivince lui. Insomma, il Pd promuove le primarie ovunque, ci mette i soldi e la ‘macchina’, mostra tutte le divisioni interne che ha, sbaglia (spesso) gli uomini su cui puntare, si divide e lacera. Ultimo caso, le primarie in Liguria, stavolta per le Regionali. Le vince, a fine 2014, Raffaella Paita contro Sergio Cofferati (28 mila voti contro 24 mila su un totale di 55 mila elettori), che addirittura esce dal Pd denunciando brogli e irregolarità, a partire dall’appoggio di noti esponenti della destra locale. infine, le primarie dell’Emilia-Romagna, che designano Stefano Bonaccini vincente assoluto ma con percentuale di votanti bassissima e poi replicata alle elezioni. E, appunto, le ultime primarie, quelle in Campania, con il loro carico di odi, rivalità, sgambetti, che segnalano una vittoria di Pirro, quella di De Luca, e la disfatta pubblica del Pd locale.

Bilancio: primarie da abolire a livello locale, da regolamentare a livello nazionale.

Morale: le primarie (lo dimostra il caso campano e altri) non funzionano a livello locale: impediscono una seria selezione della classe dirigente, che ogni partito dovrebbe fare; sono ogni volta avvelenate da brogli e inquinamenti del voto; trasmettono, ormai, un’immagine di un Pd dilaniato e diviso, oltre che quella della sostanziale disaffezione dell’elettorato, come è evidente dai sempre meno votanti che vi partecipano. Un partito degno di questo nome dovrebbe sapere scegliere, nei propri legittimi organismi dirigenti, votati e legittimati dagli iscritti, ultima e prima catena dell’anello (forte o debole) del partito, la sola legittimata da sempre a esprimersi, i candidati migliori da selezionare e presentare alle elezioni dei vari gradi amministrativi. come, peraltro, si è sempre fatto nella storia. Potrebbero, invece, restare valide e interessanti, le primarie, sul piano nazionale, per scegliere il candidato premier della coalizione di centrosinistra e, a maggior ragione, il leader-segretario del Pd, ma con due avvertenze. Le primarie andrebbero regolamentate in modo preciso e serio, per legge, valide cioè erga omnes (per tutti i partiti e/o movimenti) e con un grado di legittimazione democratica che passi ‘prima’ per le aule parlamentari. Secondo, le due competizioni (primarie per la carica di segretario-leader del partito e primarie per la leadership-premiership di una coalizione di partito) andrebbero tenute separate e non impropriamente confuse, come è avvenuto con lo scontro Renzi-Bersani. Anzi, anche i regolamenti dovrebbero essere diversi: uno più stringente e meno aperto per eleggere il segretario di quello che resta, pur sempre, un partito. Un altro, più largo e flessibile, per il leader di coalizione non fosse altro perché a un partito ci si iscrive e/o tessera con un atto politico forte e volontario (tesseramento) mentre per una coalizione e il suo leader si vota più in base alle idealità e opinioni politiche del momento (voto fluido). Quello che non può più reggere, a mio modesto avviso, è l’uso delle primarie ‘sempre e comunque’, per ogni ordine e grado di elezione, dal piccolo comune alla guida del Paese. Perché quando il mezzo è logoro finisce per uccidere il fine.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo su Quotidiano.net (http//: http://www.quotidiano.net.)

Alfano prova a riposizionare l’Ncd. Ora gli alfaniani, tagliati fuori dal centrodestra, guardano a Renzi anche per le alleanze locali

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

ROMA – Da ministro dell’Interno ha dovuto affrontare l’ennesima richiesta di dimissioni.
Da segretario del Nuovo centrodestra (Ncd) è chiamato a sciogliere il nodo del riposizionamento e i malumori che ne deriveranno.
Sono tempi duri, per Angelino Alfano. Ma sono anche tempi carichi di cambiamenti.
I confini del ‘Partito della Nazione’, già allargati a dismisura con l’ingresso nel gruppo Pd di Andrea Romano (ex Scelta civica) e Gennaro Migliore (ex Sel), potrebbero presto conglobare anche il suo Ncd. Ipotesi affascinante, per alcuni. Spaventosa, per altri.
PIZZOLANTE: «COSA CI FACCIO IO A DESTRA?». «Vedi», ragionava il parlamentare alfaniano Sergio Pizzolante con un collega alla Buvette di Montecitorio, «non solo è finita la Guerra Fredda, non solo è imploso e fallito dopo 20 anni il centrodestra, ma Renzi sta finalmente distruggendo la sinistra comunista del Pd e il sindacato rosso, la Cgil».
Per poi chiedersi: «Cosa ci faccio ancora io a destra? Io sono un socialista riformista e il nuovo Pd di Renzi a me piace».
QUAGLIARIELLO: «L’ASSE COL PD DURERÀ A LUNGO». Ancora più esplicito l’ex ministro e coordinatore nazionale del partito, Gaetano Quagliariello, nell’intervista a Un giorno da pecora (Rai Radio Due) del 3 novembre. «L’ex centrodestra è morto, il patto del Nazareno è un sarchiapone, il Pd è diventato di centrodestra, potrebbero iscriversi a Ncd…». E a Formiche.net: «L’asse tra Ncd e Pd durerà più di mille giorni, è di legislatura».
Risultato? «Il nome Ncd in una fase è servito, ora la fase è nuova. Sceglieremo il nuovo nome più avanti».
Insomma, il percorso c’è: cambiare nome, posizionarsi come ‘ala destra’ del centrosinistra e allearsi con il Pd dove si può (in Campania, forse, e altre Regioni).
SALTAMARTINI: «IO COI DEM? MAI, MEGLIO LA LEGA». Tutti d’accordo? Mica tanto. L’attuale portavoce del gruppo alla Camera, Barbara Saltamartini (ex An), piuttosto che lavorare a una prospettiva simile farebbe le valigie. «Io con il Pd? Mai. Sono una persona di destra. Casomai me ne vado con Fratelli d’Italia e la Lega, loro fanno un buon lavoro».
Altrettante resistenze arriverebbero da Carlo Giovanardi e Roberto Formigoni (troppo ingombrante, per Renzi), mentre il ministro Maurizio Lupi ha un solo sogno: candidarsi a sindaco di Milano.
Felice dell’idea sarebbe, invece, il ministro Beatrice Lorenzin: lei si trova bene a lavorare con il premier, che la stima, e coltiva da tempo l’alleanza organica tra Ncd e Pd.

de girolamo e berlusconiL’alleanza con Forza Italia, d’altronde, sembra appartenere al passato.
Ne sa qualcosa il capogruppo Ncd alla Camera, Nunzia De Girolamo. In Campania, dove si vota a marzo 2015, ha provato a unire le forze con l’attuale governatore, l’azzurro Stefano Caldoro, che si ricandida, ma Silvio Berlusconi non ne vuole sentir parlare.
Caldoro vorrebbe l’alleanza perché sa che i numeri sono risicati (il partito di Alfano è decisivo anche solo per reggere in piedi l’attuale giunta), ma Ncd e la stessa De Girolamo chiedono ‘pari dignità’ anche nelle altre Regioni al voto.
«La Campania non deve costituire un’eccezione, ma essere un laboratorio-modello per ricostruire un centrodestra vincente», ha spiegato De Girolamo dopo un incontro con Lorenzo Cesa (Udc) e Mario Mauro (Popolari), «per ora ci sospendiamo da giunta e consigli».
FORZA ITALIA TAGLIA FUORI IL NUOVO CENTRODESTRA. Il ‘taglia-fuori’ di Forza Italia contro il Ncd sta calando come una mannaia dalle Alpi alla Sicilia. In Emilia-Romagna, l’alleanza Fi-Lega-FdI ha prodotto la candidatura di un leghista, Alan Fabbri, costringendo Ncd e Udc a presentare una lista e un candidato autonomo privo di ogni speranza, Alessandro Rondoni.
In Calabria, il candidato azzurro, Wanda Ferro, fa a meno del Ncd, cui tocca andare da solo senza speranza di agguantare il quorum (all’8%) e con Antonio Gentile furibondo per la campagna acquisti e pronto all’ennesimo addio.
Le cose non vanno meglio nel resto delle Regioni italiane, dove il diktat di Berlusconi, che dei ‘traditori’ del Ncd non vuole neppure sentir parlare, impedisce al partito di Alfano di toccare palla ovunque: a dare le carte, ormai, è Matteo Salvini. Ed ecco perché nel Ncd si fa strada l’ipotesi di un asse col Pd a livello locale.
«NON ABBIAMO NULLA A CHE FARE CON SALVINI». Il ministro dell’Interno, superata la mozione di sfiducia presentata nei suoi confronti da Sel dopo gli scontri a Roma tra polizia e operai dell’Ast (votata ieri sera, il 5 novembre, ha visto) 367 contrari, 125 favorevoli, tra cui i civatiani del Pd), ora può lavorare a tempo pieno alle alleanze.
Nei pensieri di Alfano, oltre al futuro del suo partito, c’è anche il ‘dispetto’ della Lega, i cui deputati hanno appoggiato la richiesta di sfiducia. Un motivo in più per far dire ai suoi: «Non abbiamo nulla a che fare con Salvini». Sottotesto: e neppure con Berlusconi. Il futuro è Renzi.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul sito di notizie Lettera43.it (http://www.lettera43.it) il 6 novembre 2014.