Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 
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Legge elettorale, Berlusconi ‘sonda’ Renzi per il premio alla coalizione. Lo scontro a tre sulle primarie si infiamma

1. Legge elettorale. Berlusconi manda Gianni Letta in ‘ambasciata’ al Pd di Renzi: vuole il premio alla coalizione, ma per ora la risposta è picche: ‘Si parte dal Mattarellum’. 
berlusconi

Silvio Berlusconi quando era ancora in Senato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Il Cavaliere – spiegano fonti azzurre qualificate – ha dato un mandato esplorativo a Gianni Letta per chiedere al Pd di Renzi  di trovare un compromesso sulla legge elettorale e per introdurre, al posto del premio alla lista, il premio alla coalizione”. Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, teorico destinatario della richiesta, nega di averla ricevuta. Si limita a confidare a un amico che “quando e se mai ci faranno una proposta, la valuteremo” e a ribadire – come fa anche, sempre parlando con dei colleghi, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato – “che la nostra posizione è chiara: per noi si parte dal Mattarellum”. Con una postilla non di poco conto, sia pure non ufficiale: “Per noi il premio alla lista non si tocca, mica vogliamo allearci con D’Alema e neppure con Alfano…”.

La trattativa, così, sembra finita ancora prima di iniziare, ma sottotraccia il lavoro continua. L’esame della legge elettorale giace, per ora, nei cassetti della I commissione Affari costituzionali della Camera (ben 29 le proposte, l’ultima è di Pino Pisicchio, capogruppo del Misto, giusto perché non manchi nessuno) e – spiegano dal Pd – “di portare il dibattito in Aula non se ne parla prima di aprile”. Eppure, Berlusconi – tornato al centro della scena politica – ha riscoperto interesse per un tema che, di solito, lo annoia. Infatti, se il centrodestra (FI+Lega+Fd’I) sta per ricomporsi, la legge elettorale è cruciale per decidere se la nuova alleanza avverrà sotto forma di un ‘listone’ unico o di una ‘federazione’ di più partiti. Oggi, con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, le coalizioni non sono previste e il premio (al 40%) incentiva i ‘listoni’, ma se passasse il premio alla coalizione “Berlusconi eviterebbe – spiega un suo uomo – di cedere posti e sovranità a Salvini”. Il Cav – che già dialoga con profitto, e da tempo, con il ministro Franceschini (favorevole al premio alla coalizione) e con Emiliano – ora vuole parlarne pure con il Pd renziano. Magari in cambio del ‘livellamento’ in alto (al 5%) delle attuali soglie di sbarramento (3% Camera, 8% Senato). Una proposta, quella di livellare le soglie, che, ‘ammazzando’ gli scissionisti di Mdp, potrebbe di molto ingolosire Renzi e il Pd.

Solo che, nel Pd, c’è chi ha fretta e chi no, sulla legge elettorale, a seconda del candidato. Emiliano, di solito, sul tema non si pronuncia, se non per ribadire il suo no alle liste bloccate. “Se ne parla dopo le primarie”, dicono, invece, i pasdaran dell’ex premier. “Il Mattarellum non ha i voti per passare, serve una proposta nuova del Pd alle Camere e una legge che preveda un premio alla governabilità”, dice invece il ministro Andrea Orlando. Gli ‘orlandiani’ rilanciano, chiedendo al Pd di “fare presto”. I renziani prendono tempo e si limitano a far notare che “Orlando, lo scorso dicembre, in Assemblea nazionale, ha votato il ritorno al Mattarellum”, ergo “ora si contraddice perché cerca i voti degli ulivisti”, in vista delle primarie. E, guarda caso, ieri sera, dagli studi diPorta a Porta, Enrico Letta, ha detto che “il proporzionale equivale alla palude, l’Italicum è incostituzionale, bisogna fare una nuova legge elettorale”. Mancava solo dicesse ‘premio alla coalizione’ e la linea di Orlando era sposata in pieno. Parole che, forse, pure Romano Prodi condividerebbe.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 marzo 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 
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2. Pd senza pace: Bettini ospita il confronto tra gli sfidanti ma si presenta solo Orlando. Intanto, alla Camera, accelera la legge sulle toghe in aspettativa detta “anti-Emiliano”.
Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine di un Consiglio dei ministri

Ettore Maria Colombo – ROMA
IN UN sonnacchioso sabato romano i candidati alla segreteria del Pd decidono di tirare di fioretto. Sarà che l’ospite è Goffredo Bettini. L’antico mentore di Rutelli e Veltroni, ideatore del ‘modello Roma’, oggi è lontano da ruoli attivi, ma vuole dire la sua. In splendida forma fisica – è pure dimagrito – Bettini, che tifa apertamente per Orlando, ha convocato l’Assemblea nazionale di quel Campo democratico che governa in mezzadria e bonomia con il renzianissimo Sandro Gozi, in via Rieti, ma deve aver chiesto, a tutti e tre, un volemose bene. In verità, su ben tre candidati si presenta solo il ministro Orlando.PER CONTO di Michele Emiliano parla il pugliese Dario Ginefra. Venendo dalla sinistra postdiessina, ci prova con la mozione degli affetti: tira stoccate a Renzi e Orlando, ma non infiamma la platea, che peraltro è tutto tranne che oceanica. Intanto, alla distanza, i sostenitori della mozione Emiliano attaccano le modalità con cui la Rai sta seguendo la campagna congressuale, denunciando, a loro giudizio, l’eccessiva presenza di Renzi in tv. E invocano, come soluzione, una par condicio tra i tre candidati segretari.

A NOME dell’ex premier interviene il capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, ormai divenuto un pretoriano di ferro del renzismo: attacca Grillo a testa bassa e loda il Pd, «il solo partito che fa dibattiti interni e che fa le primarie». Poi, fuori sacco, dice papale papale che «la legge sul divieto ai magistrati di fare politica non solo la incardineremo assai presto, subito dopo quella sul fine vita» ma anche che «la vogliamo approvare in pochi mesi». All’ex pm Emiliano saranno fischiate le orecchie, ma Ginefra è già ripartito.

Tocca al ministro (della Giustizia, appunto) Orlando, il più applaudito. Tutto il Lazio sta con lui, da Bettini al governatore Zingaretti, mentre Renzi a Roma si è dovuto affidare all’ex veltroniano Roberto Morassut e alla moglie di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo in Campidoglio, ed Emiliano ricorrere all’ex dalemiano Umberto Marroni. Certo, nei sondaggi Orlando – che pure surclassa Emiliano (20% contro 18% per Scenari politici) – vede un Renzi ad oggi inarrivabile con il suo oltre 62%. L’ex premier tra l’altro ritiene che supererà il 50% anche nel voto tra gli iscritti mentre nel 2013 prese il 44% contro Cuperlo.
Ma se contano, come contano, i buoni rapporti nei salotti buoni, ieri Orlando ne ha azzeccata un altra. A Milano, prima ha riempito con trecento persone la Fondazione Feltrinelli, luogo mitico della sinistra comunista e radical chic meneghina, poi si è intrattenuto per mezz’ora nell’abitazione privata dell’attuale sindaco milanese, Beppe Sala. Non senza aver lodato e imbrodato il ‘modello Milano’ di Sala oggi e, soprattutto, di Pisapia fino a ieri. «Il colloquio è stato ad ampio raggio», dicono i suoi. Certo, il feeling appare buono e gli ‘orlandi’ sperano che Sala – come e, forse, dopo Romano Prodi, che sarebbe il colpaccio, ed Enrico Letta – si produca in un endorsement per il loro paladino. Invece, a palazzo Marino si dice che «nonostante i pessimi rapporti che ormai ha con Renzi, alla fine il sindaco si schiererà con lui, ma lo farà così tardi e così male che Renzi si arrabbierà con lui molto e comunque».
TORNANDO a Roma, Orlando ha criticato la scelta del ticket con Martina fatta da Renzi (ne è seguita una polemica tra i due coordinatori delle due mozioni: Martella per Orlando, Guerini per Renzi) bollata da «ritorno al centrosinistra col trattino», si è scagliato contro «il partito delle correnti» (ma pure lui le ha), contro «le scissioni silenziose» dei militanti e ha rivendicato «l’europeismo» del suo Pd contro le ventate di anti-europeismo (quelle di Renzi, of course). Anche lui, però, che è ministro della Giustizia è a favore della proposta Migliore sui magistrati in politica, senza dire del fatto che sta per incassare, dopo anni di tribolazioni, la riforma del processo penale e delle intercettazioni.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 19 marzo a pagina 13 del Quotidiano Nazionale.

Pd, Orlando e Franceschini preparano il golpe interno anti-Renzi: “Caro Matteo, non sarai più tu il nostro leader”

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Ettore Maria Colombo
ROMA

NB: Questa mattina, sia il segretario del Pd, Matteo Renzi, dicendo che “Renzi ieri non ha parlato con nessun giornalista e ogni virgolettato a lui attribuito è falso”, che il ministro Andrea Orlando hanno smentito, ognuno per la parte che lo riguarda – Orlando le bolla come vere “fandonie” – le ricostruzioni di QN contenute in questo articolo come di altri quotidiani usciti oggi sullo stesso argomento. Ne prendiamo atto e confermiamo il contenuto di quanto scritto, riferito da più fonti. Ps. Segnaliamo, peraltro, che il ministro Franceschini non ha smentito alcuna ricostruzione…

«Caro Matteo, se davvero vuoi correre a elezioni anticipate a giugno, magari proponendoci il ricatto, sotto forma di graziosa concessione, del premio alla coalizione per avere il voto subito, beh, sappi che non potrai essere tu il nostro candidato premier. Sia perché saremo in un sistema proporzionale sia perché non ti riconosceremo più la leadership del Pd. Il Pd deve diventare di nuovo contendibile in un congresso. Se ti vuoi candidare di nuovo fallo, ma sappi che non sarai più tu il nostro ‘campione’». Saranno queste – più o meno, non testuali, ovviamente – le parole e il ragionamento con cui il ministro Andrea Orlando – area Giovani Turchi, ma ormai del tutto autonomo, in rotta totale con il leader della corrente, il presidente del Pd Matteo Orfini, ultimo fedelissimo non renziano rimasto vicino a Renzi su tutta la linea – legge elettorale, alleanze, congresso – tranne i pasdaran del renzismo militante e Guerini) – e, insieme a lui, il ministro ai Beni culturali, Dario Franceschini, affronterà l’ex premier alla prossima Direzione del Pd il 13 febbraio.

Renzi torna a Roma oggi, ma si è dato la consegna di non parlare neppure «ai suoi» – come si usa dire, in questi casi, per indicare, con un giro di parole, le esternazioni filtrate dalla stampa ‘amica’ dei pensieri più reconditi del premier – fino alla Direzione di lunedì. «Parlerò allora», ha detto e fa dire l’ex premier ai suoi più stretti collaboratori, diffidando i giornalisti dal virgolettargli alcunché che non corrisponda al suo pensiero integrale. Ma è lì, in Direzione, che Renzi metterà il Pd davanti a un bivio esiziale: «O si vota a giugno, con primarie per la leadership a marzo, o elezioni a febbraio 2018 e congresso ordinario prima. Congresso che io vi chiedo di indire, in tal caso, al più presto. Se riusciamo a giugno, prima delle elezioni comunali (l’11 giugno, ndr), al massimo a settembre. E sono pronto a sfidare chiunque di voi voglia farlo». Renzi, infatti, è convinto di poter battere tutti i suoi possibili avversari: Speranza, Emiliano, Rossi e anche e proprio il ministro Orlando. L’azzardo del leader, in realtà, prevede una sola, vera, ‘clausola di salvaguardia’: «A ottobre dobbiamo chiedere una manovra espansiva, altro che recessiva, al governo Gentiloni, altrimenti non sarebbe più il nostro governo al punto che potremmo anche farlo cadere. Né io voglio fare la fine che fece Bersani: appoggiò il governo Monti e poi perse le elezioni». L’ultimo azzardo del segretario potrebbe essere di chiedere, a quel punto, saltata ogni possibilità di urne a giugno il voto a settembre, il 24 del mese in asse con le elezioni dell’alleato tedesco.

ORLANDO, questo è il guaio, ha però deciso di prendere Renzi in parola. Vuole candidarsi contro di lui al congresso. E lo farà, probabilmente, con l’appoggio, che a questo punto sarebbe determinante, di un altro ministro di peso, Dario Franceschini, leader di Area dem, che conta quasi cento parlamentari, ma anche poggiandosi su una serie di «renziani di complemento», come vengono chiamati in Transatlantico. Parlamentari che, fino a ieri, quando Renzi era il dominus del Pd, erano renziani ma ora stanno per cambiare bandiera e barricata. Ieri sera, dunque, in un ping-pong di riunioni febbrili e concitate dei fedelissimi di Franceschini e Orlando, tra Camera e Senato, si è deciso di rompere, di fatto, con Renzi. Riunioni cui avrebbe partecipato anche un altro ministro, quello all’Agricoltura, Maurizio Martina, fino a ieri ritenuto dai renziani un  fedelissimo, ma ora in preda a dubbi amletici, che si sono tenute a tarda sera a Montecitorio tra franceschiani e Giovani turchi ma anche al Senato dove il pasdaran renziano Marcucci è stato sottoposto a un fuoco di fila di tutti gli esponenti delle correnti dem (renziani compresi) che rimproverano a Renzi ‘la qualsiasi’.
Il tanto temuto, dai renziani, golpe interno contro il loro leader – una sorta di replica, ma a protagonisti rovesciati, della Direzione del Pd che detronizzò Enrico Letta e portò Renzi a palazzo Chigi – si è materializzato ieri sera in un deserto Transatlantico di Montecitorio.
A innescare la miccia è stata, per la verità, una decisione maturata in ambienti renziani, anche se per nulla, pare, decisa da Renzi. Quella del capogruppo dem, Ettore Rosato, di rinviare l’assemblea del gruppo del Pd della Camera, che doveva tenersi oggi, a mercoledì 15 febbraio, dopo la Direzione del 13. Una Direzione che ora assume sempre più il profilo dello show down finale, senza dire del fatto che, esattamente tre anni fa, il 13 febbraio 2013, la Direzione del Pd mandò a casa proprio Enrico Letta e intronò Matteo Renzi con l’aiuto e il sostegno degli stessi ‘volenterosi carnefici’ attuali: Franceschini, Orlando, etc. La decisione di spostare l’assemblea del gruppo era stata motivata con ragioni «tecnico-logistiche» (secondo il capogruppo Rosato bisogna aspettare le motivazioni della Consulta sull’Italicum e la Direzione stessa del Pd prima di potersi riunire e pronunciare), ma appena resa nota, la decisione del rinvio, ha scatenato il finimondo. Senza dire del fatto che già erano molti i deputati dem che, a prescindere dalla discussione sul partito,  volevano «chieder conto» a brutto muso, a Renzi, della sua uscita contro i vitalizi.  C’è da dire che il fuoco covava sotto la cenere: da settimane, Orlando – la cui candidatura è stata già ‘benedetta’ da Napolitano, da Ugo Sposetti (tesoriere del tesoro del fu Pci-Pds-Ds) e da molti altri maggiorenti del Pd – si sentiva pronto al grande passo. Ora sta per compierlo.

NB: L’articolo è stato pubblicato l’8 febbraio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale 

Se vince il Sì e se vince il No: cosa può succedere dentro Pd. Scenari di pura fantapolitica (o forse no?)

Schermata 2015-05-25 alle 18.19.34In vista del referendum costituzionale del 4 dicembre, gli scenari
possibili sono, ovviamente, solo due: la vittoria del ‘Sì’ e la vittoria del ‘No’.
Eppure, le possibili incognite relative al post-referendum sono parecchie, sia che vinca il Sì sia che vinca il No. Proviamo a immaginarne alcuni, con il relativo beneficio del dubbio. E a guardare, in particolare, a cosa potrebbe succedere dentro il partito di Renzi, il Pd tra il premier e la minoranza. 

Vince il Sì, Renzi governa, ma come e per quanto tempo? La minoranza se ne va. Se il premier vincerà il referendum, è ovvio che il prosieguo della sua azione di governo non è in
discussione. Ma per quanto tempo? Un ‘rimpastone’ di governo  sarebbe la soluzione più probabile: fuori i ministri che hanno dato pessima prova di sé (Lorenzin, Giannini), dentro nuove figure, per lo più femminili, per ridare smalto alla squadra. Ma per quanto tempo
governerebbe Renzi? Fino alla scadenza naturale della legislatura, cioè fino ai primi mesi del 2018? Assai difficile. Il desiderio di passare all’incasso sarebbe troppo forte. Anche perché l’Italicum cambierebbe pochissimo, a quel punto. Renzi lo lascerebbe così com’è
tranne le obbligate modifiche che sarebbe costretto ad accettare dopo la sentenza della Consulta, che dovrebbe arrivare all’inizio del 2017 (le modifiche più probabili dovrebbero essere l’abolizione dei capilista bloccati e le multicandidature, più difficile, ma non impossibile, che la Corte abolisca il premio di maggioranza in quanto conseguito senza raggiungimento di una soglia di accesso tra primo e secondo turno).
A quel punto la vita della minoranza dem, in vista delle ricandidatura alle elezioni, potrebbe rivelarsi assai difficile. Alla minoranza, che vedrebbe anche allontanarsi – quantomeno a fine 2017, se non dopo – la prospettiva di potersi contare al congresso, non resterebbe che una strada, semi-suicida: iniziare a votare contro ai provvedimenti del governo. Specie al Senato, però, un simile comportamento potrebbe fare la differenza, mandando sotto il governo e costringendolo a imbarcare, in via ufficiale, con tanto di
posti di sottogoverno, i verdiniani di Ala. A quel punto, però, presentarsi divisi alle elezioni tra Pd di Renzi e minoranza dem di Bersani-Speranza-Cuperlo (più D’Alema) sarebbe quasi obbligato. Paradossalmente, dunque, una vittoria del Sì potrebbe favorire la scissione nel Pd. Anche perché, dopo la vittoria al referendum, Bersani&co. sarebbero tentati di seguire la strada di D’Alema: costruire una sorta di neo ‘Pds’ alternativo al Pd di Renzi in tandem con la Sel-SI di Vendola-Fratoianni-Fassina o addirittura con un unico partito.

Vince il No: viene giù tutto. La minoranza prova a riprendersi il partito. Renzi come prima cosa si dimetterebbe da premier. La palla passerebbe immediatamente al Capo dello Stato che gli chiederebbe di verificare in Parlamento se ha i numeri per continuare a governare, ma il fuggi fuggi sarebbe immediato. Gruppi minori e la minoranza del Pd negherebbero, con grande probabilità, la fiducia a Renzi e a lui stesso, probabilmente, non converrebbe esporsi a un simile pubblico ludibrio. Renzi, però, non si dimetterebbe di certo da segretario del Pd per poter condurre, a sua volta, i giochi da leader del principale partito presente in Parlamento. L’attuale premier cercherebbe, quasi sicuramente, opporsi a ogni governo ‘istituzionale’ a guida Grasso, Franceschini, Padoan. Renzi potrebbe accettare un breve ‘governo di scopo’ non guidato da lui ma da una personalità a lui vicina e di fiducia (Padoan?) solo per modificare la legge elettorale e andare al più presto al voto sempre in qualità di candidato premier. La minoranza interna, a quel punto, darebbe vita a una durissima battaglia interna per spodestare l’ex premier anche dal ruolo di segretario, chiedendo l’anticipo del congresso del Pd per tenerne uno straordinario nel 2017 e cioè prima di eventuali elezioni politiche anticipate e per scindere, anche dal punto di vista formale, le figure di segretario e candidato premier, ottenendo il risultato finale di disarcionare Renzi da entrambe, magari appoggiando una candidatura di Andrea Orlando (Giovani Turchi) a segretario e una di Enrico Letta a premier. Anche perché con una nuova legge elettorale, sicuramente di impianto proporzionale, e un Renzi assai ammaccato e ridimensionato dentro il Pd, la minoranza scommetterebbe tutto sul riprendersi il partito e favorire un ‘governissimo’ che, dopo le elezioni e con una legge elettorale di tipo proporzionale, rimescoli le carte per dare tempo alla riscossa di un Pd che, ‘derenzizzato’, punterebbe a costruire un ‘nuovo’ centrosinistra (un partito dal baricentro a sinistra, l’alleanza con Sel e altri partiti minori) ma dovendo pagare lo scotto di un altro governo di larghe intese (con una legge di impianto proporzionale, sarebbe impossibile governare).

 NB. Questo articolo è stato pubblicato in forma più succinta sul Quotidiano Nazionale dell’11 ottobre 2016 a pagina 5

E’ tornato il #Pd “quando era bambino”, quello che si mangia i leader. Partito il lungo assedio dei vecchi big e delle mille correnti al Rottamatore

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

BOLOGNA –  «QUANDO il Pd era bambino», i segretari venivano cotti a fuoco lento e poi costretti alle dimissioni (vedi alla voce: Veltroni). «Quando il Pd era bambino», le correnti impazzavano, i «caminetti» di big e le «notti dei lunghi coltelli» pure (vedi voce: Franceschini). «Quando il Pd era bambino», nei territori comandavano «cacicchi» e ras locali, le primarie erano blindate (vedi prima vittoria di Bersani su Renzi) o finivano a schifìo come a Napoli, Palermo e altri posti. Poi, come d’incanto, tutto finì. Il Pd era diventato «adulto»: infatti, era arrivato Renzi il «Rottamatore», con tutto il portato della sua «narrazione». Tre le tesi del renzismo dominante e imperante almeno fino a ier l’altro: 1) Le correnti sono il retaggio di un passato lontano, della fusione «fredda» tra il Pci-Pds-Ds di D’Alema-Veltroni-Fassino e la Margherita di Rutelli&co. che Renzi ha sconfitto per sempre. 2) Le primarie sono la fede laica di ogni democratico provetto: si fanno sempre e a ogni livello. In più, i ras «locali» sono banditi: il centro irradia la sua luce, la periferia, silente, ne gode. 3) C’è ora, finalmente, «un uomo solo al comando», il segretario-premier, cui si deve fedeltà, lealtà, rispetto, fiducia, amore. Il Pd è un «partito nuovo» o, appunto, «della Nazione». Quello del 40% (già sceso intorno al 32-33%, e potrebbe scendere ancora, si vedrà), che vince ‘tutte’ le elezioni (Europee: vinte; amministrative: vinte; Regionali: non vinte), che si impone come guida del Paese, faro delle riforme, cuore del cambiamento, etc. etc. etc.
Tempo un anno (Renzi è segretario del Pd dal dicembre 2013, premier dal febbraio 2014) e tutto pare tornato esattamente come era prima. Dall’Alpe alla Sicilia, da Torino a Roma.

SULL’ALPE vedi caso Milano: al post-Pisapia si sono già candidati in cinque, forse presto diventan dieci, proprio come i piccoli indiani. Alla Sicilia: il governatore Crocetta resiste, a dispetto di pupi, pupari e renziani siculi (Faraone). E a Roma, dove pure i sampietrini e i gatti sanno che Renzi avrebbe voluto cacciare Marino per andare al voto e dove, invece, Marino ha fatto pure il rimpasto (l’ennesimo) ed è li che governa, a dispetto dei santi. Così, quasi non c’è più città o regione dove Renzi riesca a imporsi. Fino a veri e propri «schiaffi» non di Anagni ma di Sesto Fiorentino (la sindaca, sua pupilla, è stata sfiduciata) o pugnalate alle spalle. Tipo quelle di Ladylike Alessandra Moretti, una che sa fiutare il vento: bersianana di ferro, poi renziana al cubo, ora è già pronta a nuove avventure.
E ahivoglia il povero vicesegretario Guerini (la Serracchiani non parla: se parla, fa danno) a correre, mediare, limare, cercar la quadra. I governatori del Sud remano naturaliter contro il governo (Emiliano ha iniziato, De Luca arriverà), quelli del Centro-Nord sono freddi, distanti (Chiamparino, Rossi), nella «rossa» Bologna la sinistra dem s’è ripresa il partito, in altre città e federazioni «lo faremo presto», garriscono i suoi colonnelli.

E LE PRIMARIE? Le primarie meglio farne poche o farle solo per il segretario-leader, certo non per i segretari locali. E anche per sindaci e governatori meglio sceglieri “dall’alto”. E il partito? Ecco, quello meglio rifarlo un po’ più pesante, rispetto al tanto evocato partito “leggero” veltronian-renziano, dare un’aggiustina allo Statuto, metter giù regole nuove dure, un po’ sovietiche, contro i dissidenti (succederà anche ai gruppi parlamentari), riaprire l’Unità (grafica nuova, contenuti light), riprovarci col finanziamento pubblico, dopo il flop di quello privato, provare a riaprire sedi e luoghi (mica tanto “ideali”, ormai, ahiloro, come invocava e predicava il povero Luciano Barca). Solo che, «nel» partito, è ripartita la sarabanda delle correnti. Come prima, più di prima. Vecchie e nuove. I Giovani Turchi, «leali» a Bersani (e a Letta) quasi quanto a Renzi poi (sic) si son messi in proprio: Orfini puntella Marino, lo incita, ne sceglie lui gli assessori, Raciti fa lo stesso con Crocetta.

CENTO fiori nascono: «Progetto democratico» (ex-lettiani, ex-Ppi, ex-prodiani, direttrice tosco-emiliana), «Campo democratico» (Bettini, Gozi, Zampa), «l’area 29 giugno» (Simoni, Garofani, etc.: la data è quella della rielezione di Napolitano, mah), «Sinistra E’ Cambiamento» (Martina, Mauri, Ginefra, Amendola: la sigla è SEC: ri-mah). Vecchie cordate riemergono dopo lungo sonno (fioroniani, veltroniani, franceschiniani) o si confondono, confondono le acque, si uniscono e s’ingrossano come fiumi in piena: i «cattorenziani» (Delrio, Richetti), i renziani «2.0» (ex lettiani, ex-Ppi) e quelli «3.0»: in arrivo, dopo gli ex-Sel di Migliore, gli ex-Sc di Romano, gli ex-Psi di Di Lello e Di Gioia.
E la tanto temuta «sinistra», quella che tutti i giorni regala il titolo «il Pd si divide» provocando travasi di bile a Renzi e al «giglio magico» (Lotti, Boschi: fine) più ristretto?

La sinistra, per i renziani, «trama» nell’ombra: obiettivo, riprendersi la cara vecchia «Ditta». Ma ormai – come diceva la canzone – <la paura dà il coraggio di arrivare fino al bosco>, ergo tutto o quasi avviene alla luce del sole. Sinistra dem di Gianni Cuperlo (25 parlamentari) e Area Riformista di Roberto Speranza (45 parlamentari, di cui 25 senatori: i «vietcong» che hanno fatto, fanno, o presto faranno, il «Vietnam» su ogni legge) a ottobre si fondono. Bersani, tornato tonico, gira le Feste dell’Unità e attacca Renzi (giù applausi).
Enrico Letta non manca un’intervista, un tweet («chi di spada ferisce», etc.) per attaccare il premier a testa bassa. L’ex rottamata Rosy Bindi sfida il premier, lo sfotte e se la ride: «voi dal Pd non mi caccerete mai!». E D’Alema? Ah, beh, D’Alema è il «solito» D’Alema: «io mi occupo di Europa», dice, «di Medio Oriente», di “Fondazioni” (la mitica Feeps…) e, intanto, cena con la leader della Cgil, Susanna Camusso a Ponza, tesse trame, strategie, sottili come i tanto amati origami. Tanto l’obiettivo è sempre quello: riprendersi il partito.
Riprendersi «la Ditta», appunto, come se ancora fosse quella dei tempi del Pci-Pds-Ds. «Lo spezzo in due, il ragazzino», dice «Baffino». Come reagirà Renzi? Non si sa, forse ricorrendo alle elezioni. Ma quali? Politiche? Arduo, almeno fino al 2016, anche 2017. Certo è che, nel Pd, chi perde troppe elezioni locali, tipo le amministrative di giugno 2015, poi perde pure la poltrona da segretario. E’ un must. Di «quando il Pd era bambino».

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il I agosto 2015 a pagina 4. 

Bonanni anticipa l’addio alla Cisl, dove gli succederà la Furlan, ma pensa a una nuova aggregazione di cattolici

Le riforme, e cioè “la madre di tutte le battaglie che stiamo affrontando in questi giorni”, per dirla con il piglio guerresco del ministro alle Riforme Maria Elena Boschi, sono approdate, a partire da oggi, in Senato. Compito e lavoro non facile, a dirla tutta. Infatti, se è vero che gli effetti della sentenza Ruby hanno subito prodotto i loro benefici effetti – a voler guardare le cose dal punto di vista di palazzo Chigi – con tanto di rinsaldamento (definitivo?) del ‘patto del Nazareno’, il governo rischia di fare i conti senza l’oste. E ‘l’oste’ si chiama Aula, schiumante rabbia, insofferenza e insoddisfazione, di palazzo Madama. Come sempre in questi casi, infatti, ai calcoli politici si mischiano problemi e veri e propri drammi personali.

Infatti, se nella ‘fronda’ dei dissidenti di casa Pd c’è chi lo fa per convinzione profonda (Chiti, Tocci, etc.), chi quasi per dispetto (Mineo) e chi in modo intelligente e collaborativo (Gotor, Russo), in casa azzurra i dissidi di linea politica avversa a quella del Cav (Fitto, ma anche i cosentiniani e altri ‘sudisti’ sparsi tra FI e Gal) si mischiano con voglie ed eccessi di protagonismo (Minzolini). Infine, a complicare le cose, oltre all’ostruzionismo, ormai palese – specie dopo la rottura del (finto) dialogo sulle riforme M5S/Pd – dei grillini e quello dei vendoliani (tutti ‘ortodossi’, e cioè sulla linea Vendola, non a caso neppure uno è uscito dal gruppo di Sel), ci è messa, e a partire da oggi, pure la Lega Nord.

Per un Calderoli sostanzialmente ‘collaborativo’ , ma che ieri avvertiva la Boschi (“Non è vero, come lei dice, che il tempo della trattativa è finito”), c’è un segretario, Matteo Salvini, che avverte Renzi via schermi di Agorà estate (Rai 3): “Il Senato così com’è non serve, la riforma, così com’è, non la votiamo”. Morale: già sommabili i voti di M5S (ortodossi, 40, e dissidenti, 14), Sel (7), due su dieci dei Popolari (Mauro e Di Maggio), i dissidenti democrat (15, ma forse meno) e azzurri (tra cinque e dieci, dipende dalle capacità di ‘convinzione’ che metterà in campo Berlusconi verso di loro in questi giorni…), se arrivano i 15 senatori leghisti, la differenza la potrebbero fare – per far ottenere al governo e alla maggioranza l’agognata ‘quota’ dei 2/3 (214) dei voti utili a evitare il referendum confermativo – due gruppi minori e molto magmatici, Gal (11) e Autonomie (10). Non a caso, già oggi M5S e Sel chiederanno di mettere ai voti la necessità di rispedire il ddl Boschi in commissione e, nel corso dei prossimi giorni, se ne vedranno delle belle sugli articoli più deboli e contestati della riforma del Senato: elettività dei senatori, se di primo o secondo grado e come, immunità degli stessi, riduzione del numero dei parlamentari, se debba riguardare pure la Camera.

A complicare di più le cose, c’è anche il timing dei lavori d’aula. Dopo circa trenta ore di dibattito, quelle della scorsa settimana, è iniziata la discussione generale sul ddl Boschi (recante, appunto, riforma del Senato e riforma del Titolo V della Costituzione). Una discussione che si era già rivelata infuocata e ‘caldissima’, oltre che lunga quanto quella del Senatus et popolusque romanum (124 interventi di altrettanti senatori, venti minuti cadauno), ma che, da oggi in poi, s’è capito che la settimana in corso sarà pure peggio. Dopo le repliche dei due relatori, infatti, e prima di iniziare il vaglio degli emendamenti (4500 quelli presentati ‘solo’ sui primi due articoli del ddl, 7831 in tutto, 6 mila solo da Sel…) ha preso la parola la Boschi ed è stata proprio lei a dar fuoco alle polveri. “Le bugie, in politica, non servono, anzi, come diceva Fanfani – ha detto la ministra in Aula – hanno le gambe corte. Parlare di svolta illiberale e autoritaria in corso nel Paese è una bugia allucinante”.

Apriti cielo. Si sono indignati tutti, dai grillini – non nuovi ai soliti show en plein aird’Aula, tra cartelli, urla belluine, pianti e persino letterali svenimenti – ai ‘sellini’, dai dissidenti azzurri a quelli Pd (Mineo) fino ai più oscuri senatori peones di ogni ordine e grado. Il presidente, Pietro Grasso, ha cercato inutilmente di riportare la ‘calma’ in Aula, ma ormai la frittata era fatta. ‘Frittata’, quella della ministra, che fa il paio con l’intervista rilasciata ad Avvenire pochi giorni fa in cui apriva al nemico storico della sinistra italica da decenni (il semipresidenzialismo di craxiana memoria..) e che la mette in una posizione scomoda e difficile anche dentro il Pd. Infatti, se ‘contro’ Renzi, tra i democrat (senatori o deputati) è difficile trovare qualcuno che osi dire ‘ah’, contro la Boschi se ne sentono – specie nei corridoi del Transatlantico – di tutti i colori. E se è vero che c’è del sessismo malcelato, in tali critiche, è anche vero che i mugugni sul Pd a trazione renziana salgono d’intensità. Eppure, il premier è stato chiaro: “L’ostruzionismo è un sasso messo sui binari delle riforme”, ha detto dal Mozambico, “ma noi con pazienza togliamo il sasso e faremo ripartire il treno”. L’intento politico di Renzi, del governo e dei renziani di casa Pd è chiaro. Il solo elemento che latita in modo lampante è la pazienza, che a metter ‘sassi’ sulla via delle riforme ci pensano i dissidenti.

 

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il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

ROMA –  Raffaele Bonanni annuncerà oggi, in una riunione straordinaria di tutti i segretari confederali e regionali della Cisl, che lascerà la guida dell’organizzazione che guidava, ormai, dal lontano 2006. La notizia la lancia Dagospia che ‘brucia’ l’intervista che il leader cislino aveva programmato, non a caso, col quotidiano Avvenire. La scadenza ‘naturale’ del mandato di Bonanni (riconfermato segretario nel 2009 e, poi ancora nel 2013, ma solo per due anni perché in procinto di raggiungere, nel 2015, il limite dei 65 anni), era, però, fissata ad aprile 2015 e nessuno si aspettava l’anticipo né, tantomeno, un anticipo così brusco, così immediato e immotivato, a meno che non si voglia credere alle ‘voci’ di una mezza ‘rivolta’ della pancia cislina contro la gestione Bonanni e addirittura contro la sua pensione e le prebende accumulate.

Eppure, solo pochi giorni fa, Bonanni, a Senigallia, al seminario dell’Mcl, il movimento cattolico del lavoro guidato da Carlo Costalli, non aveva dato cenni di alcun genere, sull’argomento dimissioni. Anche se aveva tenuto un intervento molto ‘politico’ e criticato non solo la Cgil, ma anche il premier Renzi e la sua cronica ‘carenza’ di concertazione, metodo di lavoro a metà tra il sindacale e il politico da sempre caro al sindacato cislino.

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

Almeno per la successione a Bonanni, non vi sono né vi saranno problemi. Da tempo il leader cislino ha individuato il suo delfino in Annamaria Furlan (56 anni, genovese), che verrà indicata già oggi all’interno della riunione di tutto lo stato maggiore della Cisl, ma la cui nomina verrà formalizzata solo nella prima decade di ottobre, quando si riunirà il Consiglio generale del sindacato bianco in una sorta di congresso generale anticipato. Ma i motivi delle dimissioni di Bonanni sono assai più complicate. Certo, fonti di via Po, sede centrale della Cisl, parlano di “normale avvicendamento” e di una decisione “già maturata nell’estate”. Tutt’al più, si spingono a indicare una (ennesima) strategia ‘anti-Camusso’.

Venerdì 25 ottobre, peraltro, vi sarà un già previsto incontro a tre (Bonanni-Camusso-Angeletti) per decidere le modalità di mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil sul lavoro e su possibili (ma molto difficili) iniziative ‘unitarie’ della cd. ‘Trimurti’ in previsione dell’autunno (caldo?). La Cgil preme per scioperare, come farà la Fiom, sull’art. 18, Cisl e Uil non ci pensano neppure. E lo stesso Bonanni va al Tg3 per assicurare che “la posizione della Cisl sul lavoro non cambierà”. Niente strappi, né tantomeno scioperi, sull’art. 18 come fa la Cgil.

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Ma se Bonanni ha rappresentato, in tutti questi anni, una linea aperta ai tanti cambiamenti del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu alla riforma Biagi), oltre che dialogante con tutti i governi (Berlusconi, Prodi, Monti), il leader cislino è stato anche ben altro, specie in campo ‘pre-politico’. Uno dei protagonisti delle operazioni ‘Todi 1’ e ‘Todi 2’, per dire, quando il mondo cattolico (Cisl, Mcl, Acli, Confcoop), era a un passo dal fondare, sotto la benedizione della Cei del cardinal Bagnasco (e, indirettamente, del ‘vecchio’ Ruini), un vero partito o, quantomeno, un movimento politico. Un progetto in parte tradito e, in parte, naufragato con la discesa in campo del senatore Monti e della sua lista. Morta, però, nel giro di meno di un anno, o meglio squagliatasi Scelta civica, il partito-non partito (più un cartello elettorale) montiano e rimessosi in moto il quadro politico, si vuole rimettere in moto pure il mondo cattolico che sente e continua a coltivare il sogno di  colmare, al ‘centro’ dello schieramento politico, un grande vuoto. Ecco perché Bonanni vedrà prima Enrico Letta (già la prossima settimana, si dice) e poi molti altri protagonisti di quella stagione e non, forse pure quel Corrado Passera oggi impegnato a lanciare, portandolo in giro per l’Italia, il suo movimento-pre-partito-non-partito, ‘Italia Unica’. “Se Renzi fallisce e in Italia arriva la Troika, dobbiamo essere pronti a offrire una nuova offerta politica”, dice un ex Todi 2. Almeno Bonanni, da oggi, è pronto a tessere la sua nuova tela.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2014 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

PD. Tensioni e accuse nel post-voto. I renziani: a casa la ‘Ditta’ emiliana (e umbro-Toscana…). Nomi e cariche in vista dell’Assemblea Nazionale di sabato 14

ImmagineAPPARENTAMENTE, la giornata di ieri è stata, vista dal Nazareno, quartier generale del Pd, una giornata ‘tranquilla’. Nessun veleno a mezzo stampa. Anzi, una precisazione autorevole, quella dell’ex premier Enrico Letta che, con un tweet («non partecipo a polemiche. Esprimo solo dispiacere per Livorno»), ridimensiona la sua presa di posizione iper-critica del giorno prima («sconfitta che merita una riflessione profonda») sulla batosta subita.

EPPURE, al di là del coro di solidarietà per l’attentato subito dalla sede fiorentina del Pd toscano, il fuoco cova sotto la cenere in vista dell’assemblea di sabato e del riavvio della discussione sulle riforme istituzionali. Innanzitutto perché, sull’analisi del voto delle amministrative, i conti non tornano, tra maggioranza renziana e minoranza cuperliana ed ex-bersaniana. I renziani, specie quelli di ‘ultima generazione’ scalpitano e vorrebbero vedere molte teste cadere: la governatrice umbra Catiuscia Marini (dalemiana) su tutte, anche perché l’anno prossimo in Umbria si vota, come pure in Veneto. Inoltre, vorrebbero smantellare quel che resta della ‘Ditta’ in Emilia, a partire dal governatore Vasco Errani (che comunque per legge non si potrà ripresentare), e in Toscana. E ahivoglia il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, a mediare e cercare di tenere insieme le ‘teste calde’ renziane con la ‘vecchia guardia’.

ImmagineEcco perché alcune delle nomine già previste per l’Assemblea nazionale verranno rimandate a momenti più ‘freddi’. Sabato, cioè, ci si limiterà a ratificare la nomina di Guerini e Serracchiani al ruolo di vicesegretari. Renzi punterà la sua relazione sulla necessità di un nuovo ‘Codice etico’ e Statuto per il Pd il cui obiettivo sarà ‘fuori, da subito, i corrotti’ oltre che, ovviamente, sulla necessità di andare avanti con le riforme per il Paese. Per il resto, a partire dalla composizione della nuova segreteria in cui dovrebbe entrare anche la minoranza, si rinvierà alla prossima Direzione. Tra i papabili i romani Micaela Campana (Scuola) e Roberto Morassut, veltroniano come Vinicio Peluffo, e il dalemiano Enzo Amendola (Esteri). Invece, per la presidenza dell’Assemblea, l’unica che dovrà essere eletta, formalmente, sabato stesso all’Ergife, si naviga a vista.

TRAMONTATA la candidatura del governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, perde quota pure la nomination di una lettiana, Paola De Micheli (per ‘colpa’ di Letta…) mentre contro la candidatura del ‘giovane turco’ Matteo Orfini, ormai integrato nella maggioranza, gioca il fatto che non è una donna. E Renzi — che deciderà al solito da solo e solo sabato mattina — lì una donna vuole.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato l’11 giugno 2014 sulle pagine di politica di @QuotidianoNazionale

Il sito di Quotidiano Nazionale: http://www.quotidiano.net

il sito Ufficiale del Pd: http://www.partitodemocratico.it

La sito internet ufficiale di Enrico Letta: http://www.enricoletta.it