“Babbo piange di gioia”. Renzi e caso Consip, la rivincita del leader contro gli avversari interni ed esterni

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Matteo Renzi e, sullo sfondo, il Senato della Repubblica.

“Papà sta piangendo”, confida agli amici con un sospiro. Ai giornalisti, a margine della registrazione di Porta a Porta, il racconto si fa più esteso e disteso: “L’ho chiamato io, lui mi ha chiesto ‘che succede?’, non lo chiamo spesso. Gli ho letto l’agenzia (le rivelazioni sull’inchiesta Consip che scagionano Tiziano Renzi, ndr.) e lui si è messo a piangere. E’ pur sempre un uomo di 65 anni e questa vicenda è una roba grossa. Ora vado a casa: voglio portare i miei figli a cena dal nonno”. Insomma, una giornata già iniziata bene, per Renzi – grazie alle notizie in arrivo da Genova, sempre da un giudice, e che mettono nei guai il M5S nella città del loro fondatore, Beppe Grillo – non poteva che finire meglio.
L’ex premier è sicuro: “incasseremo altre soddisfazioni”, dice ai suoi. Non si riferisce alle primarie, ma alla possibile archiviazione della posizione del padre Tiziano nell’inchiesta Consip. Lascia ai renziani – Ermini, responsabile Giustizia, Morani, Marcucci e altri –
il veleno: “Vogliamo conoscere i nomi, i fatti, e vogliamo sapere i mandanti di questa brutta storia”. Tanto che spetta, invece, al sottosegretario alla Giustizia, Migliore, neo-renziano doc, ribadire la “massima fiducia” non solo nella magistratura ma nella “Procura di Roma”, come volerla contrapporla a quella di Napoli, di Woodckok delle
cui gesta Renzi cita sempre le inchieste finite in nulla che hanno interessato esponenti del Pd (Graziano a Napoli, Margiotta a Matera), poi prosciolti, o l’Eni con De Scalzi che – proprio ieri sera – sono finiti sulla graticola grazie a un inchiesta di Report (Rai 3) che il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, ha attaccato per l’accostamento “tangenti e Pd” . Insomma, l’accusa dei renziani – e, sottotraccia, di Renzi – è quella di ‘macchinazione’.

Certo è che, quando arriva da Vespa, Renzi dà il meglio di sé: “Sarebbe stato facile dire ‘avete visto?’” – attacca – invece bisogna avere totale fiducia nella magistratura, la verità, prima o poi, viene a galla”. Poi aggiunge un sonoro “Grillo vergognati!” e “Leggete le
carte prima di sputar sentenze”.  Il caso Consip ha toccato e ferito Renzi figlio, non solo
Renzi padre: “Ho tatuato addosso quello che è successo in questi mesi”, dice da Vespa, “una vicenda che mi colpito, ma – aggiunge – quando capita a un normale cittadino, finire nella malagiustizia, che si fa? E quando i processi li fanno i giornali e i politici prima delle procure?”. Domande senza risposta, per ora, ma che accennano
alla volontà di mettere mano a un altra ‘Grande Riforma’, quella della Giustizia, che non ha nulla a che vedere – sia detto per inciso – con la riforma del processo penale e della prescrizione che sta portando avanti il ministro Orlando – il quale è riuscito a farci mettere la fiducia solo ora, con Gentiloni, anche perché Renzi gliel’aveva sempre negata – ma con progetti di ‘giustizia giusta’ che ricordano il primo Craxi o il primo Berlusconi.

Orlando (“Se Renzi vince, ci farà perdere le elezioni”) ed Emiliano (“Se Renzi vince, distruggerà il Pd”) lo attaccano a testa bassa, ma per Renzi – sicuro di vincere le primarie, il solo timore rimasto è legato alla scarsa affluenza: i renziani avevano dimezzato le previsioni a non oltre un milione e mezzo di votanti, due al massimo, ora tornano a farsi esigenti e parlando di “due milioni e rotti”, certo è che sotto quella cifra le accuse di flop sarebbero pesanti e lo stesso Renzi ammette “abbiamo scelto un giorno difficile” (il 30 aprile, ma i renziani se lo sono scelti da soli, ndr.) mettiamocela tutta – gli attacchi polemici dei suoi avversari interni sono solo un fastidioso rumore di fondo.  E così, rilassato e pimpante, da Vespa offre rassicurazioni su (quasi) tutto: “Il governo Gentiloni non cadrà, se vincerò le primarie, anche perché io ne sono il primo tifoso e Paolo sta facendo un grandissimo lavoro”; “non ci saranno elezioni anticipate a ottobre”.

Resta solo un busillis. Renzi vuole una legge elettorale pronta all’uso. Ecco perché è pronto al ‘patto col Diavolo’, e cioè proprio con quel M5S che attacca tutti i giorni. Da Vespa offre loro, su un piatto d’argento, “l’eliminazione dei capolista bloccati”, scalpo che
i 5 Stelle chiedono da tempo per dare il loro via libera alla trasposizione di quel che resta dell’Italicum al Senato. Ma se solo un neo ‘Nazareno’ con gli arcinemici potrebbe dare al Paese una legge elettorale, la mossa potrebbe anche essere un modo per ‘mettere paura’
a Forza Italia, che i capolista bloccati li vuole eccome, ma per ottenere sempre lo stesso scalpo, la nuova legge elettorale. Non a caso, a Berlusconi riserva una battuta affettuosa: “Altro che agnelli, quello ha sette vite come i gatti!”. Sulla legge elettorale, Renzi è disposto a parlare con tutti e di tutto, pur di avercela bella, nuova e pronta per il voto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale l’11 aprile 2017.  
 

Renzi punta al voto subito (aprile o giugno), ma Emiliano dà l’aut-aut: o si fa il congresso o si va “alle carte bollate”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del 28/01/2017 – in foto: Matteo Renzi

dall’inviato
Ettore Maria Colombo
RIMINI
L’OFFERTA del Pd a tutti gli altri partiti per cambiare la legge elettorale «va verificata a stretto giro, entro e non i prossimi sette giorni», dice il renziano che ha sentito Renzi – al telefono, in quanto già rientrato, l’altra sera, a Pontassieve – mentre se va via da Rimini. Con la chiosa che, certo, «noi proponiamo il Mattarellum, ma siamo disponibili a discutere anche di altro». Esaurito questo tentativo, «che sarà anche l’ultima offerta che faremo, prenderemo atto che non si può che andare a votare il più rapidamente possibile» (a fine aprile o, al massimo, a giugno). «Decisione che – spiega il renziano di prima fascia – certificheremo nella Direzione già convocata del 13 febbraio e che poi concorderemo con Gentiloni». Il che vuol dire ‘auto-dimissioni’ del premier. Dimissioni ieri paventate dal ministro Delrio che ha citato Sant’Antonio Abate per indicare la «precarietà» sua e altrui.

INFINE, però, «per venire incontro alle possibili rimostranze del Colle», il governo potrebbe emettere un decreto che metta mano all’unica cosa cui si può mettere mano, «senza dover passare per le forche caudine di voti segreti e mole di emendamenti»: la revisione dei collegi elettorali del Senato che «così come sono (20 in 20 regioni, ndr) sono troppo grandi, dividendo in più collegi le regioni più popolose», come Lombardia, Lazio, Campania, Sicilia. Poi, però, dritti al voto, «tanto ormai va bene anche agli altri partiti».

RENZI (al telefono, da Pontassieve) e i suoi più stretti colonnelli (Guerini da Lodi, Orfini che presidiava gli ultimi fuochi di dibattito a Rimini, come pure Rosato, Ermini, etc) hanno messo a punto una vera road map di guerra, in vista del voto anticipato cui essi puntano. Quella appena descritta sopra. Sul percorso, però, gli incidenti potrebbero essere diversi e spuntare come funghi: in Parlamento, al Colle e, da due giorni, tra la minaccia di scissione di D’Alema e le bordate di Emiliano tirate ieri in tv, anche e soprattutto dentro il Pd.
«Emiliano? La minoranza che pretende il congresso anticipato? I nostri ministri ‘cuor di leone’ che vorrebbero farci sedere ‘al tavolo’ sulla legge elettorale per non farci alzare più, ingabbiandoci in diatribe infinite così si vota nel 2020?». La verità – dice, con un sorriso tirato, un altro renziano di prima fascia – è una sola: tutti i nostri oppositori, interni ed esterni, hanno capito che facciamo sul serio, ecco perché alzano, tutti, il tiro».
«Stiamo portando il Paese e il Pd a elezioni anticipate – spiega la fonte – a giugno, data più probabile, ma non escludiamo di riuscire ad andare al voto a fine di aprile (vorrebbe dire, però, sciogliere le Camere entro l’8 marzo e votare non oltre il 30 aprile, ndr), se la trattativa con la Ue, che sarà durissima e inizia ora, in questi giorni, finisse male».

E così, prima ancora che in Parlamento, il cannoneggiamento alla strategia del Napoleone del Nazareno – quella che lo vedrà trionfare, come ad Austerlitz, o soccombere, come a Waterloo – è bello che iniziato già da dentro il Pd. Dopo D’Alema sabato, ieri è stato il turno di Michele Emiliano. Il governatore pugliese va negli studi di Rai3, da Lucia Annunziata, e ne spara una più grossa dell’altra: «È Renzi che sta facendo la scissione. Quella di chi non rispetta lo Statuto perché non apre il congresso e dice, in sostanza, le liste ‘le faccio io’. Io sono pronto a candidarmi alla segreteria del Pd, se è necessario, ma se Renzi non ci dà risposte, già in settimana inizieremo a raccogliere le firme degli iscritti. Sono pronto ad arrivare fino alle carte bollate se Renzi non convocherà il congresso». Insomma, Emiliano è pronto a tutto, pure a evocare la scissione, come ha fatto D’Alema.
La minaccia è chiara ed è pure supportata da una ‘trimurti’ di deputati pugliesi (Boccia, Ginefra, Laforgia), diventati il nuovo braccio armato del governatore, che ribadiscono: «Da oggi raccogliamo le firme per il referendum tra gli iscritti» (basta il 5% per chiederlo, dalla commissione di Garanzia del partito gli rispondono subito picche mentre Guerini e Orfini gli ricordano che il congresso, per Statuto, è previsto a dicembre e l’iter inizia a giugno).

Renzi non pare preoccupato più di tanto dalla sparata di Emiliano. Infatti, lascia rispondere ai suoi due bracci, il ‘destro’, Guerini («Emiliano si legga uno Statuto che non conosce e che a regole chiare: il congresso si farà a dicembre 2017») e il ‘sinistro’, Orfini («Spero che conosca la legge meglio di come conosce lo Statuto»). A Orfini tocca rispondere, però, pure all’altra minaccia che insidia la road map del segretario, D’Alema. Orfini tira fuori un altro parallelo bellico, quello dei «riservisti» e, di fatto, dei ‘traditori’ mettendo nel mirino – e dandogli dei ‘traditori’, in pratica – a chiunque andrà con lui. Toni duri, durissimi, che saliranno ancora. Da questo punto di vista, la minoranza bersaniana che invoca, pur se a gran voce, il congresso anticipato, per Renzi è l’ultimo dei problemi. Se, però, non riuscisse ad andare al voto anticipato, la grana del congresso esploderebbe subito e sarebbe assai difficile, per lui e per i renziani, procastinarlo fino alla data formale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.

Se non si vota Renzi ha pronto il piano B: sostegno a Gentiloni e partito più forte

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo
ROMA
MATTEO Renzi ha un piano A (vedi alla voce: «Elezioni subito»). Ma ha anche il piano B, quello che ogni leader ha sempre nel cassetto? Sì, ce l’ha. I renziani di stretta osservanza si rifiutano persino di prendere in considerazione l’idea, anche solo in teoria, figurarsi lui: «Dobbiamo prepararci al voto – spiegava ieri a chi lo ha sentito – e io cercherò l’accordo con chi ci sta, sulla legge elettorale. Per me il Mattarellum resta il sistema migliore, se cade il ballottaggio previsto dall’Italicum e che io manterrei perché è un segno distintivo del Pd. Io non parto per forza dall’accordo con FI, mi sta bene pure quello con Lega e M5S. Vedremo con chi farlo, questo accordo, ma il mio orizzonte resta sempre quello, il voto».
Eppure, il piano B c’è e qualcuno inizia a pensarci, tra i suoi (il ministro Lotti) e qualcuno (Richetti) inizia a suggerirglielo, pur sapendo che rischia di incorrere nella sua «ira funesta». Del resto, quando glielo hanno proposto Dario Franceschini e Andrea Orlando sono stati subito catalogati alla voce ‘Jago’, ovvero «finti amici interni».

UN RENZI tornato tonico, riflessivo, studioso e appunto che non rifiuta affatto il piano B. Oggi, su Repubblica, alla domanda sul voto subito, l’ex premier risponde: «Mi è assolutamente indifferente. Io non ho fretta, decidiamo quel che serve all’Italia, senza ansie, ma anche senza replicare il 2013 quando abbiamo pagato un tributo elettorale al senso di responsabilità del Pd». Il segretario è entrato nella fase dell’ascolto «di tutti». Ha persino chiesto una «stanza più grande» in un Nazareno che non ha mai amato né frequentato (la sua, ormai abbandonata da anni, a volte la usava Guerini), cerca casa a Roma (dormiva a palazzo Chigi o in albergo) e prepara il «manifesto del nuovo Pd», un «partito nuovo, più che un nuovo partito», scherza un ex dc parlando come un ex Pci: nuova segreteria, pronta a giorni, appuntamenti nei territori, mobilitazione dei circoli, radicamento, strutture, più tessere («non è vero che sono in calo», giura Guerini).

Anche per questo motivo Renzi formalizzerà la nuova segreteria dem all’inizio della prossima settimana, quando dovrebbe convocare anche una Direzione nazionale del Pd. Nella segreteria entreranno lo scrittore Francesco Carofiglio, molti sindaci locali espressione del Pd sul territorio (Bonajuto di Ercolano, Palazzi di Mantova, Falcomatà di Reggio Emilia, Ricci di Pesaro), l’ex segretario dei Ds (peraltro l’ultimo) Piero Fassino, gli economisti Nannicini e Taddei, forse Richetti (renziano critico), ma resteranno saldi al loro posto esponenti già rodati come Guerini, Fiano, Ermini (in forse, invece, la Serracchiani).
Poi, Renzi lancerà una serie di iniziative per mobilitare e rilanciare il Pd nel Paese: il 21 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio; il 27 e 28 gennaio, a Rimini, assemblea nazionale degli amministratori del Pd; il 4 febbraio, a Roma, iniziativa sulla Ue e il Pse.
Infine, a maggio, nuova Assemblea nazionale per stabilire la data esatta del congresso.

E se non arrivano le elezioni a giugno, e ci sarà tanta palude da affrontare (il piano B, appunto), tanto radicamento torna utile. Anche per affrontare due tristi sventure. La prima: il governo Gentiloni dura e, a quel punto, bisogna sostenerlo, e con convinzione, perché, appunto, non si vota più a giugno, ma se va bene a ottobre o anche più in là. Per esempio elaborando, grazie a Taddei e Nannicini, un programma di riforme economiche (fisco, imprese, tasse, infrastrutture, pensioni, povertà) «che risponda al desiderio di cambiamento e modernizzazione del popolo del Sì», dicono al Nazareno. Non sarà facile, considerando che a ottobre verrà scritta una legge di Stabilità «lacrime e sangue», come sa Renzi e già si lamentano i suoi, “perché sarà l’Unione europea a imporcela così”.
LA SECONDA sventura è il congresso del Pd, non più rimandabile (data prevista per Statuto ottobre-novembre 2017), con gli avversari che vengon fuori uno a uno, prendono coraggio, si alleano, lo sfidano per il trono. Renzi può e deve vincerlo lo stesso, il congresso, certo, ma non sarebbe impresa facile né semplice, anche a causa degli ‘Jago’ di cui sopra (Franceschini, Orlando) che potrebbero candidarsi a loro volta, per non dire dei candidati della sinistra, singoli (Speranza) o doppi (Emiliano e Rossi) che correranno contro di lui. Ecco perché, date le due sventure, il piano B, per ora, è e resta nel cassetto. Squadernato sul tavolo c’è, come si sa, il piano A. Attendere la sentenza della Consulta sull’Italicum nella speranza che sia «autoapplicativa» e, anche se non lo sarà, fare fretta al Parlamento per scrivere la nuova legge elettorale. Unico interlocutore possibile, Berlusconi, secondo il già ribattezzato – al Nazareno – «patto del Diavolo» (vedi QN del 14 gennaio 2017, p. 8).
La nuova legge elettorale – un Italicum ‘mascherato’, un sistema che finge di essere un proporzionale, ma che in realtà ha forti (se non massicce) dosi di maggioritario – Renzi vuole farla approvare a un Parlamento riottoso «in due mesi e mezzo al massimo». Ecco, del piano A, in cui Renzi continua a credere, il vero, grande, avversario, in fondo, non è il Parlamento, la Consulta, Mattarella o i nemici interni dem, ma il fattore Tempo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)