Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

Renzi: “Congresso subito e niente elezioni. Ora li freghiamo con le loro regole” Scena e retroscena del redde rationem nella Direzione del Pd

NB: I due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti a pagina 2 e 3 del Quotidiano nazionale di martedì 14 febbraio. Il segretario del Pd ha smentito, con una nota diffusa oggi alle agenzie, alcuni dei virgolettati che gli sono stati attribuiti in merito alla ‘resa dei conti’ con la minoranza interna. 
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO
1) Renzi mette all’angolo la sinistra: “Si fa il congresso e chi vince comanda”.
La resa dei conti è già arrivata, ma le dimissioni vengono rinviate all’Assemblea.
Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi si presenta alla Direzione ‘fine di mondo’ del Pd in maglioncino blu. “E’ ingrassato ma è rilassato, finalmente”, dicono i suoi. Sul palchetto – lo stesso dove Bersani presentò la sfortunata coalizione Italia Bene Comune e dove il Pd decise (fortunatamente) di votare Mattarella a Capo dello Stato – siede anche il premier, Paolo Gentiloni, oltre allo stato maggiore del Pd (Guerini, Serracchiani, Ricci, Zampa, Orfini che presiede i lavori).

 Renzi la prende larga: parla di Trump, della Le Pen, dell’Europa, sfiora Grillo e Salvini, cita Baumann e un sociologo dal nome vagamente russo che però nessuno conosce e la sua  teoria sulla “proboscide dell’elefante”, poi scende sull’Italia, rivendica i meriti del suo governo, ricorda in modo puntuale e puntuto tutt’e le volte che ha fatto a braccio di ferro con l’Europa, quella dell’austerity e dei vincoli di bilancio, rinfocola – pur scherzando – la polemica con Paodan sulla manovrina ma dice (“Mi rivolgo ai giornalisti, tanto sono le uniche cose che vi interessano”) che “la data del voto alle Politiche e il congresso del Pd sono due cose separate e distinti, anche perché la data del voto la decidono il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento e io non faccio parte di nessuno di questi organismi, non sono neppure parlamentare”.
Insomma, le elezioni ci saranno, prima o poi, e noi dobbiamo farci trovare pronti, in qualsiasi momento ci saranno” – sottolinea l’ex premier – “ma io non ne ho l’ossessione”, assicura. Poi da’ un altra notizia, sempre ai giornalisti (categoria che mal sopporta, questo si sa): “Io non cerco nessuna rivincita rispetto al referendum del 4 dicembre. Quello era un turno unico, non c’è il girone di ritorno”. E con le autocritiche, però, si ferma qui. Prima di andare al cuore del problema, e cioè il congresso del Pd che intende lanciare presto, prestissimo (così presto che l’Assemblea nazionale che lo indirà verrà convocata già sabato prossimo, 18 febbraio, e sarà lì, in quella sede, che verrà deciso l’iter di un percorso congressuale che sarà altrettanto rapido, se non rapidissimo, conclusione entro aprile), Renzi parla di tasse, di manovrina e di un rapporto con la UE in cui bisogna entrare “coi gomiti alti”. E così pure l’avvertimento ai ‘furbetti’ di Bruxelle (e a Padoan) è recapitato.
Ma la platea della Direzione dem – allargata per l’occasione ai parlamentari e ai segretari provinciali e regionali che però resteranno muti e silenti spettatori dello spettacolo – aspetta solo di sapere cosa dirà Renzi del congresso, di quando lo vuole fare e come. E qui l’ex premier fa il suo ennesimo colpo di teatro (anzi: da giocatore di poker): non annuncia le dimissioni da segretario, come molti si aspettavano e avevano pure scritto, ma delinea i confini generali, anche se molto indistinti, del prossimo confronto congressuale. Innanzitutto, dice in chiaro e poi ripete ai suoi come un mantra, che “io non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti, se vogliono uno che sia prigioniero dei caminetti se ne scelgano un altro”. Ed è qui, sia nella relazione introduttiva che nella replica, che Renzi mena fendenti a destra e, soprattutto, a sinistra. “Se digitate su Google ‘resa dei conti’ nel Pd vengono fuori 337 mila visualizzazioni, direi che è ora di dire ma anche basta”, afferma. Attacca la minoranza e, senza fare i nomi, i vari D’Alema, Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza, che “un giorno mi chiedono di fare il congresso, un giorno le primarie, un giorno la legge elettorale, etcetera”. “NON potete più prendere in giro così la nostra gente”, e qui quasi urla, si scompone, ma è solo un attimo. “Faremo il congresso a norma di Statuto, con le regole del 2013 (quello con cui Renzi  vinse il congresso contro Cuperlo, ndr)”, il che vuol dire – specifica – che “ci si confronta, ci si scontra, ma poi chi vince comanda e chi perde rispetta e si adatta al vincitore, non fugge via col pallone come un bimbo dispettoso”. Poi rivendica non solo i tre anni a guida del governo, ma anche quelli a guida del suo partito, che “stava al 25% e io l’ho portato al 40% (vero, però sta parlando delle Europee 2014).
Dopo la sua relazione, intervengono tutti o quasi i big. Al netto della minoranza, Orfini e Martina parlano per difendere con l’aratro la linea che Renzi ha solcato, Franceschini resta muto e, pare, assai contrariato, ma poi si acconcerà a votare la relazione finale. Solo Orlando si distingue: chiede una conferenza programmatica, ma dice no a ogni ipotesi di scissione e, alla fine, non vota la relazione a sostegno della mozione del segretario insieme a pochissimi dei suoi (“Erano quattro gatti” li irridono i renziani) mentre il grosso dei Giovani Turchi (Raciti, Verducci, Marini) vota compatto la linea del segretario che è uguale a quella del presidente e leader della loro corrente, Orfini. I numeri finali del voto parlano da soli e in modo impietoso: 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti. Ora si vedrà nell’Assemblea nazionale di sabato se la linea di Renzi reggerà alla prova del fuoco.
______________________________________________________________
2) Il leader del Pd: “Ora ci divertiamo. Li freghiamo al Congresso con le loro regole”. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
La notizia è che Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. “È impossibile, non ce la si fa più, ormai”, ha detto ai suoi, ma rincuorandoli così: “Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme”. Elezioni a settembre, magari in coincidenza con quelle tedesche (il 24), o addirittura a ottobre? “Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre in Europa, Mattarella e la Ue non ci lasceranno mai votare allora. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, e avrò davanti a me quattro anni di tempo, deciderò io insieme a voi, naturalmente, Del resto, prima o poi, bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Renzi ai suoi alla fine di una Direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti (“Li abbiamo spianati”, il commento dei suoi sui numeri che hanno visto trionfare la mozione dei renziani con 107 voti contro 12 contrari e 5 astenuti) che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità della Ue, i lepenismi e i trumpismi europei e mondali, ma anche contro  il sovranismo di Salvini e il massimalgrillismo”. E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd. Non senza aver menato fendenti ai suoi oppositori, da Emiliano a Bersani a D’Alema cui ricorda la gestione fallimentare di banche del tempo che fu e insinuando: “facciamo la commissione sulle banche ci divertiamo”.

Per la minoranza e i suoi campioni (“Alla fine, vedrete, schiereranno Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma De Luca sta con noi”, nota il premier, quindi poco male) saranno dolori. “Pensano di fregarci con le regole? E noi li seppelliamo. E con le loro regole”. Renzi e i suoi si sono calati l’elmetto e hanno deciso di giocare duro sul terreno avverso, “quello che la minoranza adora: regole, Statuti, commissioni congressuali, pure l’Ave Maria”. Traduzione: se vogliono fare la scissione sulla data del congresso, che si accomodino pure.

In effetti, il percorso è di guerra. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale da segretario dimissionario, reggente del partito sarà il presidente Orfini. A quel punto la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso e che le scremerà in vista della Convenzione nazionale, cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti. Questi presenteranno le loro piattaforme programmatiche e si aprirà la fase finale, le famose primarie, aperte a iscritti ed elettori del Pd. Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza gira già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio.

La maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando, il quale però si limiterà a richiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area di Franceschini) ha preparato un pacchetto da ‘prendere o lasciare’. Del resto, “anche se la minoranza, più Orlando e qualcun altro (leggi Franceschini, ndr) volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di prima fascia – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Luca Lotti: abbiamo 750 voti” (qui si intendono i voti all’interno dell’Assemblea nazionale, che ha una platea di mille delegati).

In effetti, il tiro mancino potrebbe essere questo: proporre un documento contrapposto a quello di Renzi, chiedendogli persino di rimanere al suo posto, ma obbligando a un congresso ‘lungo’, come vuole la minoranza (inizio in giugno, pausa estiva, ripresa in autunno). In assemblea si vota a maggioranza semplice su mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Parola, dunque, all’Assemblea. Ci sarà da divertirsi.

NB: i due articoli sono usciti sul Quotidiano Nazionale del 14 febbraio 2014 a pagina 2-3.

Renzi vuole fissare il voto del referendum al 20 novembre. E nel Pd spunta, tra i modelli elettorali, il Provincellum

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

IL REFERENDUM costituzionale sul sì o sul no al ddl Boschi si terrà il 20 novembre prossimo. La data prescelta arriva da una fonte del Nazareno assai vicina al premier. Il motivo è presto detto: Mattarella ha chiesto a Renzi di «mettere in sicurezza la legge di Stabilità in uno dei due rami del Parlamento». Traduzione dal ‘mattarellese’: se Renzi dovesse perdere il referendum e, di conseguenza, dimettersi da premier, aprendo così una crisi di governo di non facile soluzione, la ex Finanziaria – che va presentata per legge entro il 15 ottobre – sarebbe già incardinata, in almeno uno dei due rami del Parlamento, e pronta per il via libera definitivo anche in mezzo a una crisi di governo. D’altra parte pure a Renzi va bene la road map: in caso di sconfitta al referendum e dimissioni (da premier di certo, da segretario del Pd ormai non ne parla più e difficilmente le darà anche da sconfitto), un governo di scopo o tecnico ‘corto’ che vari a malapena Finanziaria e, forse, una nuova legge elettorale in luogo dell’Italicum che a quel punto avrebbe i giorni contati, è di certo preferibile a un governo lungo e politico che lo taglierebbe fuori da ogni scenario.

Inoltre, se si vota il 20 novembre, la campagna referendaria (almeno quella per il Sì) non ha bisogno di prendere la ricorsa da subito. I fuochi d’artificio Renzi vuole spararseli da settembre in poi. Solo allora, la campagna elettorale diventerà «lunga»: tre mesi di iniziative, dibattiti e confronti ‘open’ con i cittadini e ricchi di testimonial e sorprese. Certo, il Pd non mancherà di occupare le Feste dell’Unità locali e nazionale (Catania, dal 28 agosto) per promuovere le «buone ragioni» del Sì, ma si tratterà di iniziative di partito. Non ancora come quelle ‘all in’ che, appunto, complice lo stratega Usa Jim Messina, saranno riservate a tutti gli italiani: bombardamenti email, testimonial, slogan, spot.

Per il resto, il fronte interno dem ieri, all’Assemblea Nazionale, ha registrato quasi zero polemiche, anche da parte della minoranza (una sorta di miracolo), e un discorso da «volo alto» del premier sui principali temi in agenda (Brexit, terrorismo, banche, Europa).
Anche sul fronte legge elettorale è tutto fermo: pezzi di maggioranza aprono alla minoranza dem non sulla loro vera, prima, originaria proposta, il Mattarellum 2.0, ma su una loro proposta subordinata che pure è girata, il Provincellum (sistema simile all’Italicum: proporzionale, doppio turno con ballottaggio, ma collegi uninominali senza preferenze o meglio con preferenza unica bloccata, e premio di maggioranza al vincitore nei collegi), ma «per ora sono chiacchiere: fino al referendum nessuno di noi farà alcunché per cambiare l’Italicum», garantisce il Nazareno, ma c’è disponibilità al dialogo.

E le bagatelle di partito? Silenziate, per ora. Il sottosegretario Luca Lotti si è detto «sinceramente dispiaciuto» per alcune parole in merito al partito («va aggiustato, così non funziona»): «Non voglio fare né farò il vicesegretario unico», assicura ora Lotti.
Del resto dei due vicesegretari attuali, Guerini e Serracchiani, il primo è (e sa di essere) «inamovibile», la seconda invece potrebbe saltare, tornando al mestiere primigenio di governatore del Friuli. Renzi metterà mano anche alla Segreteria provando a fare un po’ di repulisti e un po’ di lifting alla medesima: Amendola e Tonini, presi da altri impegni, vanno sostituiti, alcune donne (Covello, Capozzolo, Paris) pure, ma per non aver brillato. Infine, quando il presidente del partito Matteo Orfini, annuncia che «la prossima Assemblea nazionale sarà sul partito», ma si terrà solo tra sei mesi, si capisce che la lotta interna riprenderà lì. Il risultato del referendum, cioè, sarà dirimente per i destini di tutti.

NB. L’articolo è stato pubblicato a pagina 14 del Quotidiano Nazionale il 24 luglio 2016

In onore di Carlotta e Horace che oggi hanno salvato dei profughi a Kos. E contro gli indifferenti e i razzisti di tutto il Mondo

Le amate figlie del Bruno Carlotta e Zita Dazzi.

 Carlotta e Zita Dazzi

“Ama il tuo prossimo.

No, non questo, il prossimo!”  

(Alexander Dumas)

“Io odio gli indifferenti”

(Antonio Gramsci)

Ciao Carlotta, Ciao Horace, buon mare. Ettore

Carlotta Dazzi aiuta dei profughi nell'isola di Kos

Carlotta Dazzi aiuta dei profughi nell’isola di Kos

IN UN ISOLOTTO NEI PRESSI DI KOS

 Grecia, migranti soccorsi da una barca di turisti italiani

«Urla di bambini nella notte». E la vacanza diventa un’operazione di soccorso Il racconto di Carlotta Dazzi: «Abbiamo aiutato 45 migranti, undici erano bimbi piccoli»

http://www.corriere.it/cronache/15_agosto_10/grecia-migranti-soccorsi-una-barca-turisti-italiani-a76be34e-3f71-11e5-9e04-ae44b08d59fb.shtml

Il medaglione della luna, il silenzio del mare e il lento cullare di onde tranquille. Sono le quattro. A bordo di un 12 metri cabinato la famiglia di Carlotta Dazzi, marito e due biondi marinaretti di 9 e 11 anni, riposa dopo una giornata di vela. Alla fonda nella rada di Ormos Vathi, a sud di Pserimos (isoletta a uno sputo da Kos, arcipelago del Dodecaneso, Egeo orientale) ci sono una decina di barche di varie nazionalità, gente in vacanza che a quell’ora dorme. «Sono state le urla dei bambini a svegliarci», racconta Carlotta Dazzi, giornalista ed istruttrice di vela. «Subito sono schizzata in pozzetto perché ho capito cosa stava succedendo. Non si vedeva un cavolo, buio pesto. Solo lamenti infantili, che sentivamo a poche decine di metri da noi, vicino agli scogli». Carlotta è scesa in mare, su un gommoncino a remi: «Ci siamo avvicinati per farli arrivare in spiaggia in modo sicuro, altrimenti avrebbero dovuto arrampicarsi sulla scogliera, sarebbe stato molto pericoloso, soprattutto perché c’erano tanti bambini». Ad uno, ad uno, tutti o quasi i migranti sono stati accompagnati nella vicina spiaggetta. «Erano circa 45 siriani, tra cui 11 bambini di cui la maggior parte molto piccoli. Un sei o sette giovani madri, un anziano signore con stampelle e un femore malconcio, sua moglie e tanti ragazzi, molti minorenni sicuramente».

Girare la testa dall’altra parte

In questi giorni di emergenza, con l’arrivo di migliaia di profughi ogni mattina sulle spiagge della Grecia, non è raro assistere allo spettacolo straniante di bagnanti stesi al sole mentre in spiaggia sbarcano falangi di disperati. «Nella stessa giornata di sabato – conclude Carlotta – oltre ai siriani che ho aiutato in prima persona, sono sbarcati almeno altri trenta migranti, forse imbarcati su altri gommoni. Alcuni avevano camminato 10 ore sui monti dell’isola prima di riuscire ad orientarsi. Mi hanno raccontato di essere partiti da Bodrum, sulla costa turca, a 23 chilometri di distanza. E per questo breve viaggio hanno pagato alla mafia turca 1300 dollari a testa. Quanto si spende per un’intera vacanza in Grecia».

“Prenditela con me, non con i bimbi autistici”. Renzi attacca duro Mineo, caduto in varie gaffe, e incorona Orfini presidente dell’Assemblea nazionale, ma il dissenso sulle riforme resta

Il segretario-premier parl davanti l'Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno a Roma, hotel Ergife.

Il segretario-premier parl davanti l’Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno a Roma, hotel Ergife.

Le riforme, e mica solo quelli istituzionali (“settimana prossima si inizia a votare quella del Senato”, puntualizza Renzi), anzi. PA, scuola, giustizia, e via elencando. “Abbiamo un elenco imbarazzante di riforme da fare”, quasi gongola, solo al pensiero, Matteo Renzi. E qui annuncia, ma stavolta per settembre, la prima, grande, sorpresa: “Una legge sui diritti civili”. Subito dopo la riforma della legge elettorale, in calendario anch’essa per la ripresa post-estiva mentre per tutte le altre prima citate (più riforma fiscale, più riforma del Terzo settore, più riforma delle infrastrutture, appalti, etc.) ‘il tempo è adesso’. Giugno-luglio al massimo, non di più, il timing fissato.

L'unico capo-area di un dissenso dentro il Pd, l'ex Rottamatore Pippo Civati.

L’unico capo-area di un dissenso dentro il Pd, l’ex Rottamatore Pippo Civati.

Renzi ha fretta. Vuole sfrutture al meglio quel benedetto ‘40,8%’ preso alle Europee e che, ieri, campeggiava, gigante, dietro il palco dell’Ergife. Nel classico (e caldo) hotel-catino dove, a Roma, si tengono i congressi, però, è andato in scena il Renzi segretario del Pd più che il Renzi premier. Comprensibile, dato che di appuntamento di partito (Assemblea nazionale) si trattava, meno se si pensa che a Renzi, del ‘partito’, importa assai poco. C’era, però, da rintuzzare l’offensiva dei 14 dissidenti capeggiati da Mineo sul fronte delle riforme. Un fronte che rischiava, addirittura, di allargarsi, e che invece andrà ad assottigliarsi parecchio, complice la gaffe di Mineo dell’altra sera (“Renzi autistico, Boschi impreparata”, etc.) che ha causato le ire di tutto il partito e l’imbarazzo persino del suo capo-corrente, Civati.

C’era, anche, da dare una registrata a una macchina che – complice il gran lavoro dei due vicesegretari, da ieri formalmente tali, Serracchiani all’esterno e Guerini all’interno (il renziano più sagace e diplomatico e, non a caso, il più omaggiato da citazioni e finti sfottò dello stesso Renzi) – viaggia a una buona velocità, ma non s’è ancora oliata (vedasi ballottaggi) e soffre persino di brusche frenate. Specie ‘dentro’ i gruppi parlamentari, nominati da Bersani (primarie o meno) e in molti casi ancora poco fedeli.

il nuovo presidente dell'Assemblea NAzionale del Pd, Matteo Orfini.

il nuovo presidente dell’Assemblea NAzionale del Pd, Matteo Orfini.

Ecco il perché di una mossa (quasi) a sorpresa: la nomina di Matteo Orfini, leader della corrente dei ‘Giovani Turchi’, ben forti tra i giovani deputati. Pure Cuperlo e i suoi vogliono trattare con Renzi ed entrare in Segreteria, ma un pezzo dei bersaniani duri e puri (accusati anche di fornire truppe ai ‘dissidenti’ del Senato, come fa Mucchetti) no, per non dire dei civatiani, gli unici che ieri si sono astenuti sulla plebiscitaria nomina di Orfini.

Ecco il perché, anche, del durissimo j’accuse di Renzi contro Mineo dal palco: “Prenditela con me, non con i bambini disabili!”. E ancora: “Noi non mandiamo via nessuno, ma nessuno può ricattare il Pd, siamo democratici, non anarchici”. Pretattica in vista del confronto che il capogruppo al Senato, Zanda, terrà coi 14 dissidenti lunedì (poi li incontrerà pure Orfini). Cinque di loro (Tocci, il solo che ieri ha parlato dal palco, Mucchetti, Chiti e Micheloni, oltre lo stesso Mineo) potrebbero arrivare fino alla scissione e formare “un gruppo di sinistra con Sel e gli ex-M5S con a capo Civati”, accusano i renziani nei corridoi dell’Ergife, sperando che succeda davvero.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato domenica 15 giugno 2014 sulle pagine di Politica del @Quotidianonet (Quotidiano Nazionale)

Il sito ufficiale del Pd: http://www.partitodemocratico.it

il sito della rivista dei Giovani Turchi, Left Wing: http://www.leftwing.it

la pagina Facebook di Matteo Orfini: http://www.facebook.com/matteoorfini

Napolitano soddisfatto del voto resterà per tutto il semestre europeo. Quando, a inizio 2015, si dimetterà in pole position c’è’ Veltroni

Il presidente della Repubblica fa capire che per le sue dimissioni bisognerà' attendere

Il presidente della Repubblica fa capire che per le sue dimissioni bisognerà’ attendere

.Ieri, in teoria, è stata una giornata ‘normalissima’, per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, passata tra visite e ricevimenti ufficiali. Naturalmente, però, il Capo dello Stato ha letto e valutato i risultati del voto. Al Quirinale ci si limita a segnalare la “serenità” della sua analisi del voto, ma la soddisfazione per un voto che rafforza l’europeismo dell’Italia e il ruolo dell’Italia in Europa è innegabile. Certo, al Colle “non si tifa per nessuno”, tantomeno ‘contro’ i partiti e i movimenti anti-europeisti, ma la “serenità” che trapela dal Colle è qualcosa di più di uno scampato pericolo. Ogni ipotesi di voto anticipato è stata scongiurata, i ‘nemici’ del Colle hanno perso fiato e forza, le illogiche richieste di impeachment pure. Il premier, Matteo Renzi, fa sapere, durante la conferenza stampa tenuta a palazzo Chigi, di aver “sentito Napolitano”. “Nella riservatezza”, chiosa, ma il contenuto del colloquio traspare, in filigrana, dalle sue stesse parole: “E’ evidente che insieme a Napolitano l’attenzione è sulla fase molto interessante che si apre per l’Italia: guida del semestre Ue, riforme”.

E, appunto, ‘riforme’ e semestre Ue a guida italiana indicano la rotta da seguire e da cui il Capo dello Stato non intende deflettere lungo il 2014. Non intende in alcun modo dimettersi ‘prima’ che l’Italia completi il suo turno di presidenza della Ue, è il concetto che trapela dal Colle: “Qualsiasi altro boatos su dimissioni anticipate sono del tutto privo di fondamento”. L’orizzonte temporale delle dimissioni è stato fissato, informalmente, dallo stesso presidente, alla prima metà del 2015, ma il mese esatto dipenderà da tanti e diversi fattori, interni e internazionali.

Il Co dello Stato vuole prima vedere che le riforme istituzionali marciano poi ci penserà'.

Il Co dello Stato vuole prima vedere che le riforme istituzionali marciano poi ci penserà’.

‘Prima’, però, il Colle vuole che le riforme tanto promesse e tanto attese si facciano per davvero. Per ‘riforme’ al Colle s’intende la doppia prima lettura della riforma del Senato e del Titolo V (meglio se ‘una’ prima lettura arriverà entro l’estate) mentre sulla riforma della legge elettorale regna già qualche interrogativo. Cosa accadrà, ‘dopo’ e quali sono i candidati ‘papabili’ per la successione?

Uno su tutti è Walter Veltroni. Piace a Renzi, per cui ha fatto una discreta, ma fitta, campagna elettorale, incentrandola tutta sulla figura di Berlinguer di cui ha da poco ricordato la vita e l’impegno con un film e un libro. Piace al centrodestra che non lo ha mai vissuto come un avversario troppo ostile ed è (ancora) un simbolo di rinnovamento sulla scia del nuovo Pd di Renzi. In caduta libera, invece, le quotazioni di Romano Prodi: ha troppi nemici fuori (Berlusconi) ma anche dentro la sinistra (tutta la vecchia guardia Pd) e sarebbe un nome troppo ‘divisivo’. Impossibile, infine, richiamare dal prestigioso incarico di guida della Bce Mario Draghi, che scade nel 2019.

L'ex leader e fondatore del Pd si sente pronto per il Colle...

L’ex leader e fondatore del Pd si sente pronto per il Colle…

Certo, a Renzi piacerebbe un nome del tutto ‘nuovo’, magari una donna, e pure il più ‘giovane’ possibile, ma se le riforme vanno e andranno avanti, come vuole e chiede Napolitano, dovrà accontentarsi del nome condiviso. Quello di Veltroni è, al momento, l’unico disponibile e dal buon identikit.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 27 maggio 2014 nelle pagine di politica nazionale del Quotidiano Nazione (Nazione – Giorno – Resto del C.).

Il sito di Qn dove l’articolo e’ stato pubblicato

Il sito ufficiale del Quirinale

La pagina Facebook di Walter Veltroni (ma non aggiornata…)