Il Pd fuori dai giochi. “Tocca a loro, punto”, il mantra di Renzi. La difficile partita interna sui nuovi capigruppo

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti dal 23 al 25 marzo sugli equilibri interni al Pd in merito alla partita dei presidenti delle Camere e della nomina dei capigruppo dem. 

 

  1. Il Pd all’opposizione, fuori da tutti i giochi. Renzi dice: “Facciano loro, punto”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Conclusione delle votazioni per il presidente della Camera. E’ Fico, applausi a scena aperta, poi i deputati di tutti i gruppi sciamano fuori dall’aula. I cronisti assaltano gli ingressi da dove escono i parlamentari di Lega, FI, M5S. Davanti all’ingresso dell’aula dove di solito esce il Pd, non c’è quasi nessuno. La scena intristisce. Il Pd “non tocca palla”: ha votato i suoi candidati di bandiera (Giachetti, che prende 102 voti, dieci in meno del gruppo dem, e Fedeli, che ne prende 52 su 53), non è stato mai in gioco sulle presidenze e i suoi parlamentari sembrano pugili suonati. Matteo Renzi, invece, sta al Senato e se la gode: saluta e scherza con Salvini, bacia la Ronzulli (FI), parlotta con i senatori che gli siedono vicino (Bonifazi, Marcucci, Parrini). Insomma, si diverte. Conia anche uno slogan che sembra un tweet:“Tocca a loro. Punto”, soggetto centrodestra e M5S. Il guaio è che ogni cosa che dice Renzi diventa un problema. Esordisce con un “Stanno decidendo i caminetti” che lui stesso, più tardi, asserisce essere riferito all’accordo Lega-M5S, ma quelli che, nel Pd, i caminetti li fanno per davvero la battuta la prendono malissimo. Dalla Camera, il segretario, Maurizio Martina, sbotta, stizzito e indispettito, “Caminetti? Si chiama collegialità”. Non parlano ma sbuffano anche gli altri big (Franceschini, Orlando) che hanno provato in tutti i modi a rientrare in partita, offrendo (e offrendosi) un patto sui presidenti, inutilmente, all’M5S. In serata, Orlando fa sapere che “nessun accordo è stato ancora sancito e quindi noi non avanziamo nomi”.

Non a caso, la partita interna al Pd è appena cominciata. I fronti aperti sono due. Il primo riguarda la nomina dei nuovi capigruppo di Camera e Senato. L’appuntamento è stato rinviato a martedì, quando le assemblee dei due gruppi (53 senatori e 112 deputati) dovranno decidere. All’unanimità o spaccandosi? I candidati di Renzi sono Lorenzo Guerini, ben visto anche dai franceschiniani, da Delrio e dalle minoranze, alla Camera, e Andrea Marcucci, renziano di ferro, al Senato. Solo che, con il passare delle ore, la situazione s’è incartata. Rosato, capogruppo uscente alla Camera, vorrebbe essere riconfermato, se continua l’impasse, ma per lui ci sarebbe un posto da vicepresidente, (uno su quattro al Pd gli spetta). Carica cui punta, però, anche l’orlandiana Pollastrini, che ieri già elogiava Fico. Al Senato, Marcucci potrebbe passare sia in modo unanime, in modo da mandare alla vicepresidenza un’altra orlandiana, Anna Rossomando, sia con la conta. I renziani (32 su 53) si sentono sicuri di vincerla al Senato come pure alla Camera, dove invece sono, con gli orfiniani, 73 su 112. Ma Guerini, che ha offerto a Renzi di fare un passo indietro per Delrio, spera e assicura che “la conta non servirà”. A sera, Orlando fa sapere che “non c’è alcun accordo su nessun nome, né sui capigruppo né su altre cariche”, parole di guerra.

Infine, la convocazione dell’assemblea nazionale che dovrà decidere chi guiderà il partito. Martina assicura che la data sarà fissata “alla fine delle consultazioni”, cioè a fine aprile, ma i renziani scalpitano. E, soprattutto, sempre più ostili e insoddisfatti di fronte a un Martina che, secondo loro, “gestisce male il partito ed ha un profilo scialbo” sono alla febbrile ricerca di un nome da opporgli o in Assemblea o alle primarie, se ci saranno. Richetti è troppo debole, Delrio sarebbe perfetto ma recalcitra, Renzi cerca un nome.

NB: Questo articolo è stato pubblicato 1l 25 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale.  


 

2. Il Pd crede di poter tornare in gioco, ma dura poco. Il toto-nomi sui capigruppo.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Verso l’astensione, o meglio la scheda bianca. Tutto è in alto mare, per l’elezione dei presidenti delle Camere, e così il Pd torna in gioco e, specie da palazzo Grazioli, è cercato. I dem – convocati ieri alle 18 alla Camera per una riunione congiunta dei gruppi di Camera e Senato, presieduta dal segretario reggente, Maurizio Martina – decidono la svolta. Dopo aver rifiutato, per settimane, di discutere di nomi, Martina comunica la novità, sicuramente escogitata nel caminetto dei big della sera precedente, quello cui erano presenti tutti i vari big, comprese le minoranze, tranne i renziani. Prima il Pd accetta di sedersi al tavolo chiesto da Di Maio, tavolo che si è tenuto a sera inoltrata, con gli altri gruppi, poi Martina, uscendo dalla riunione, annuncia che la scelta è di “partecipare a un confronto che coinvolga tutti”. Da qui in poi, però, regna il mistero.

Per gli anti-renziani sono i renziani che vogliono votare Romani al Senato, nel segreto dell’urna, stante un patto stretto tra Lotti e Letta (Gianni). Per i renziani sono gli anti-renziani (Martina, Franceschini, Orlando, etc.) che vogliono votare un uomo di FI al Senato e, magari, un leghista alla Camera perché “non vedono l’ora di appoggiare un governo di centrodestra anche se non a guida Salvini, ma con a capo un Tajani”. Oggi si vedrà. La sola cosa certa è che il vero scontro interno, quello sul capogruppo del Senato (alla Camera il nome di Guerini è dato per sicuro), è stato solo rimandato. Zanda ha detto che non vuole un renziano, a nome di tutti gli anti-renziani. Renzi vuole invece sia Marcucci o, in alternativa, un altro renziano e toscano doc, Dario Parrini. In serata Renzi, via Enews, dice “Siamo tutti d’accordo: staremo all’opposizione” e poi fa il poeta: “credevano di averci seppellito e invece siamo semi”, ma sta parlando dei suoi.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale.


 

3. “Martina ci vuole fregare!”. Il grido di dolore dei renziani, assenti dal caminetto dei big. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
“Altro che gestione collegiale! Martina ci vuole fregare!”. I renziani doc – che dentro il partito perdono terreno ma che nei gruppi parlamentari sono ancora la maggioranza (32 al Senato, 50 circa alla Camera) – appena scoprono la notizia si fanno a dir poco furibondi. Maurizio Martina, segretario facente funzioni, ha convocato per la sera un vertice di tutte le aree del partito sulle prossime mosse da compiere, futuri assetti istituzionali (presidenti delle Camere) in testa a tutti. Alla riunione, che si tiene al Nazareno in tarda serata, partecipano, oltre a Martina, i capigruppo uscenti, Zanda e Rosato, il presidente del partito Orfini e il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini – i soli che i renziani ritengono ancora “leali” – i ministri Delrio e Franceschini, tessitore, con Gentiloni, di un Pd ‘a-renziano’, e i leader delle due minoranze interne, Orlando ed Emiliano. La presenza di quest’ultimo, che a Renzi ne ha dette di tutti i colori, viene vissuta dai suoi come un vero affronto, ma non che la presenza di Orlando venga vissuta molto meglio. Peraltro, Martina sapeva che Lotti e Boschi non sarebbero potuti essere presenti e l’assenza di Renzi – che continua a dire ai suoi che lui farà “il senatore semplice di collegio”, ma che oggi parteciperà all’assemblea congiunta dei gruppi – era scontata. Insomma, il vertice di ieri sera, uno di quei ‘caminetti’ che a Renzi hanno sempre fatto venir l’orticaria, è stata vissuta dai pasdaran renziani come uno schiaffo.
Detto questo, la riunione c’è stata e i big dem, ribadita la linea dell’opposizione a un governo centrodestra-M5S o Lega-M5S o Pd-M5S, si sono posti innanzitutto il problema del Grande Gioco istituzionale, i vertici delle Camere. La linea è quella del niet, ribadita con tanto di comunicato: “Il Pd non può partecipare a incontri i cui esiti sono già scritti. Se c’è già un accordo sulle presidenze da parte di qualcuno è bene che chi lo fa se ne assuma tutta la responsabilità”. Per l’alto scranno di Montecitorio il Pd è fuori dai giochi, al Senato i dem potrebbero dare una mano a Romani (FI), ma – spiega un big – “non ci stiamo a fare la Croce Rossa”. In ballo restano comunque ben trenta posti, tra vicepresidenze (quattro alla Camera e quattro al Senato), questori (tre e tre) e segretari d’Aula (otto e otto). Al Pd, secondo il ‘manuale Cencelli 2.0’, ne spetta il 20%. Ergo, due vicepresidenti (potrebbero essere Rosato alla Camera e Rossomando o Pittella al Senato), due questori e due segretari d’Aula. Ma il vero braccio di ferro in corso tra i dem, renziani e non renziani, si gioca sul fronte interno, quello dei capigruppo. Alla Camera il nome di Guerini non trova opposizioni. Al Senato, invece, quello di Marcucci – all’inizio vissuto come “di garanzia” anche dall’area Orlando – da giorni fa fatica a imporsi: gli sono stati contrapposti dalla Bellanova (peraltro renziana…) a Mirabelli e alla Pinotti (franceschiniani). A ieri Marcucci è il nome più forte, “ma se vogliono la conta – digrignano i denti i renziani doc – allora la faremo e il nostro candidato sarà Parrini, poi vediamo chi la vince”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 marzo 2018 sul Quotidiano Nazionale. 

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“Siete bellissimi!”. Di Maio accoglie i neoeletti di Camera e Senato. Battute e spaesamento dei neofiti, i veterani arrivano al ralenty. Tre articoli tre, redditi compresi

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti negli ultimi tre giorni, dal 19 al 21 marzo, sul ‘primo giorno’ dei neoeletti al Senato e alla Camera e sui redditi dei parlamentari della passata legislatura. Articoli tutti pubblicati, come sempre, sul Quotidiano Nazionale.

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  1. “Siete bellissimi!”. Di Maio accoglie le nuove reclute. I neoeletti entrano a Montecitorio.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Questo palazzo per me è un tempio”. Li accoglie così, i neo eletti pentastellati, detti già l’Orda d’Oro – nome con cui sono state già ribattezzate le nuove truppe grilline: 221 deputati – raccolti nell’auletta dei gruppi di via della Missione, Luigi Di Maio, candidato premier dei 5Stelle. “Siete bellissimi”, dice loro coccolandoseli, orgoglioso dei suoi nuovi soldati. Ieri alla Camera dei Deputati, come il giorno prima al Senato della Repubblica, i protagonisti del ‘primo giorno di scuola’ sono loro, i pentastellati.

I neo deputati degli altri partiti arrivano alla spicciolata: per lo più sono facce conosciute, anche se i nuovi, specie nella Lega, sono tanti. Su 630 vecchi e nuovi deputati, ieri hanno sbrigato le formalità di rito in 334 e, appunto, erano quasi tutti grillini. Solo che palazzo Montecitorio è assai diverso da palazzo Madama, sede del Senato: là è un’oasi di quiete e di spazi a disposizione dei senatori, qua – nonostante un palazzo enorme e le sue numerose e belle propaggini (i palazzi di fianco e ad esso collegati) – è una nota Suburra. Il Transatlantico, detto anche il Corridoio dei Passi Perduti, l’appartata Corea, dove ci si può incontrare lontano da occhi indiscreti, la famosa Buvette, con i suoi arancini, pizzette snackers da gustare all’ora dell’aperitivo. Ma il vero pericolo è dato un’intera categoria, quella dei giornalisti. Dentro al Movimento la chiamano “la muta dei cani” e invitano tutti, specie i neo-eletti – che, intimoriti, si limitano a dire loro ovvietà – a restarne a debita distanza. Chi non si fa spaventare è il reietto ed espulso, a oggi, dai 5Stelle, patron del Potenza Calcio, il vulcanico Salvatore Caiata. Si fa vedere tutto felice alla Buvette, si scatta selfie a ripetizione, nega ogni desiderio di dimissioni, ma assicura che vuole rimanere nel Movimento, anche se per ora si iscriverà al gruppo Misto.

“Sono qui per salutare la mia forza politica e resto a disposizione del Movimento”. Bella è bella, nulla da dire, spiega invece Alessia D’Alessandro. Intercettata alla Buvette della Camera in compagnia della madre e del deputato pentastellato veterano Angelo Tofalo, manco fosse una debuttante, la D’Alessandro ha però mancato, anche se per un pelo, l’elezione. Candidata nel collegio di Agropoli, lo ha perso perché la candidata del centrodestra ha fatto meglio di lei nonostante una terra, la sua Campania, dove l’M5S ormai ha superato le percentuali della Dc. Era diventata famosa, la D’Alessandro, in campagna elettorale, perché Di Maio l’aveva descritta come “un economista che lavora nel think thank della Cdu della Merkel”. Non era vero, era solo una stagista: la Merkel non l’ha mai vista e manco il seggio.

Tornado agli altri, in teoria, per sbrigare le formalità di rito, che si svolgono nella sala del Mappamondo, al primo piano, bisognerebbe attendere la raccomandata della Corte d’Appello, ma molti non ce l’hanno fatta ad aspettare e sono venuti lo stesso. Il più puntuale, è il rettore dell’università di Messina, eletto nelle fila del Pd, uno dei pochi sopravvissuti dell’eccidio effettuato dalle elezioni tra le fila dem in terra di Trinacria. Tra i veterani, ecco Guglielmo Epifani e Pier Luigi Bersani, entrambi di Leu. Sempre tra i dem, si riconoscono subito il presidente Matteo Orfini, Walter Verini, Roberto Morassut, David Ermini (che, per scaramanzia, non ha ancora preso casa, come fece già nel 2013, fu poi Renzi – racconta – a dirgli “prendila pure che ci resti fino al 2018”), Alessia Morani che chiede al collega “cosa scrivo sulla scheda personale?” (“scrivi avvocato e basta”, dice Ermini), mentre il costituzionalista Stefano Ceccanti è la new entry ma ha già passato una legislatura nel Pd al Senato e ne mostra il tesserino rilegato mentre, invece, quello della Camera è un normale badge fototessera. Tra le curiosità c’è, in Forza Italia, un omonimo di uno dei suoi storici fondatori, Antonio Martino, eletto in Abruzzo. Fende il Transatlantico, con passo felpato e con maglione da intellettò bohemienne la ‘mente’ economica della Lega, Claudio Borghi, che ribadisce di voler “uscire dall’Euro”. Non passano inosservate Matilde Siracusano (FI), ex concorrente di Miss Italia, a sua volta nipote del Martino ma quello ‘vero’, Marta Fascina da Portici, bellissima bionda eletta in Campania sempre in FI e per sempre volontà di Berlusconi, e Giusi Bartolozzi, avvenente magistrato eletta ad Agrigento, moglie del mancato candidato azzurro nell’isola. Mancano, invece, almeno per ora, all’appello i pochi big della nuova Camera: Boldrini, Gentiloni, già ‘conoscitori di mondo’, che aspettano calmi.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 21 marzo 2018 a pagina 6.


2. Senatores probi viri, Senatus mala bestia. Le matricole di palazzo Madama.

Palazzo Madama, lunedì 19 marzo, ore 15, sala Nassirya. Folla di fotografi, cameramen e cronisti che presidiano tutti gli ingressi davanti e dietro del Senato. I senatori neo-eletti (315, ma in realtà 314 perché uno, causa ‘baco’ del Rosatellum, manca, per la precisione in Sicilia) devono presentarsi nei loro nuovi uffici per prendere contatto con la loro nuova sede, il Senato della Repubblica. Una grande emozione per molti, una noiosa incombenza per pochi, dato il forte ricambio del 4 marzo. Tra le prime urgenze ci sono fototessera, tesserino, badge, ma ricevono anche copia della Costituzione (caso mai non l’avessero letta…), regolamento del Senato e altro materiale illustrativo. L’Aula sarà il loro regno, ma anche il Transatlantico, la Buvette, stanze, corridoi e loro meandri, a volte misteriosi. Il Senato è piccolo, circolare e compatto, ma con tanti palazzi collegati tra cui un famoso corridoio segreto che lo collega alla Camera. Perdersi è un attimo: si susseguono sale e salette, i servizi utili (infermeria, barbiere, banca, etc.) e, ovviamente, i bellissimi saloni e affreschi di un palazzo eretto da Papa Sisto IV Della Rovere, anno di grazia il 1505.

Tanto per cambiare, il primo caos, per quanto creativo, lo creano i pentastellati. Sono tanti (112), non vestono più in sandali francescani né portano più acconciature improbabili come nel 2013. Ormai abbondano i professori universitari, i ricercatori, i dirigenti ospedalieri, Eppure, vengono scortati con cura dai loro colleghi veterani che, neanche fossero una scolaresca in gita, elencano bellezze e segreti del luogo. La senatrice Angela Piarulli, neoletta in Puglia, chiede ai commessi, prima di farsi la foto, “i capelli meglio sciolti?” mentre Silvana Giannuzzi, eletta in Campania,
riconosce che “Tutto questo va oltre i miei sogni”. Certo è che al primo ‘giorno di scuola’, i grillini sono presenti in massa: Di Maio ha convocato la prima riunione, non si può mancare. Solo che così il seppur efficiente sistema di registrazione dei neoeletti va in tilt e s’ingolfa subito. E tutti gli altri? Molti, respinti con perdite,
decidono che è meglio ripassare oggi o domani, ma qualche temerario osa lo stesso.

I primi della classe (altrui) sono la ministra Valeria Fedeli (Pd) e la biologa Paola Binetti (Udc). La prima big a registrarsi è Emma Bonino, poi si vede arrivare Vasco Errani (Leu). Matteo Richetti (Pd), neofita del Senato parla di “grande onore ed emozione”. Il più giovane eletto del centrodestra è Marco Siclari (FI), che è anche, ammette, l’unico azzurro che ha vinto un collegio uninominale “dal Lazio in giù”. Non a caso, l’ex direttore del Quotidiano Nazionale, Andrea Cangini, eletto nelle Marche per FI, avverte: “Se Salvini rompe la coalizione è un suicidio”. Di dem, quasi la metà rispetto alla scorsa legislatura (sono in 57, erano 97: un bagno di sangue), non si vede quasi nessuno. Passa Francesco Verducci, pure lui eletto nelle Marche, area Giovani Turchi, ma lui è un veterano. Tra i tanti guai del Pd, ce n’è anche uno logistico: il gruppo dem si è ristretto assai (da 98 a 57 senatori) e perciò dovrà cedere almeno la metà dei suoi uffici, appartenuti in parte alla Dc, con tanto di busto di De Gasperi (andranno ai 5Stelle), e in parte al Pci, ala che dovrebbe restare al Pd. Matteo Renzi, in compenso, ancora non si è visto: aveva fatto un breve giro al Senato una settimana fa, quando ha scoperto che, in qualità di ex presidente del Consiglio, deve ancora venire a registrarsi (pare che lo farà solo venerdì mattina). In ogni caso gli spetta un ufficio solitario, e ben più ampio dei suoi colleghi, nel palazzo di fronte, Giustiniani. Un palazzo meraviglioso dove hanno le loro stanze gli ex presidenti del Senato (lì andrà Pietro Grasso), i senatori a vita e gli ex presidenti della Repubblica. E così al povero Renzi toccherà in sorte di sentirsi i rimbrotti di Napolitano e di Monti. Neanche Mattero Salvini, peraltro, ancora si è registrato, ma ha ben altro per la testa.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 20 marzo 2018 a pagina 6.

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

3. I redditi dichiarati dai parlamentari e dai leader nella passata legislatura.
Ettore Maria Colombo – ROMA
Sei volte tanto. Beppe Grillo, fondatore e garante dell’M5S, sestuplica il suo reddito e, in un solo anno, scala la classifica dei redditi dei politici ‘paperoni’. Grillo, infatti, dichiara un imponibile di oltre 400 mila euro nel 2017, quasi 350 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Ma nella ‘top ten’ dei politici più ricchi ci sono anche il senatore a vita Renzo Piano, di professione archistar, che sfiora i tre milioni di euro e Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia fresco di rielezione, con 2.700 mila euro di reddito. Le entrate del capo politico dei 5Stelle, Luigi Di Maio, restano invece identiche per il terzo anno consecutivo: 98.471.04 euro il reddito dichiarato come nel 2015 e 2016. Matteo Renzi guadagna poco di più: 107.100 mila euro mentre il nuovo reggente del Pd, Maurizio Martina, che si è appena dimesso da ministro, ha guadagnato 98.441 euro. La ‘paperona’ del governo Gentiloni, invece, è la ministra Valeria Fedeli che ha dichiarato ben 182.016 euro nel 2017.
Sono disponibili, da alcuni giorni, i Bollettini delle dichiarazioni patrimoniali, dei redditi e delle spese elettorali per l’anno fiscale 2017 presentate da deputati, senatori, ministri (anche i non parlamentari), tesorieri e dirigenti non parlamentari di associazioni, movimenti e partiti politici.
Vediamo, prima di tutto, quanto hanno guadagnato i leader dei vari schieramenti. Di Grillo si è detto: guadagna sei volte in più dell’anno prima (420 mila euro nel 2017 contro i 71.957 del 2016, vicini ai 355.247 del 2015), forse perché è tornato a fare spettacoli. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, e la presidente della Camera, Laura Boldrini, risultano un po’ più poveri: Grasso dichiara 321.195 mila euro di reddito imponibile, a fronte dei 340.563 mila dell’anno precedente; la Boldrini 137.337 mila euro, a fronte dei 144.883 mila euro del 2016. Nella top ten dei più ricchi spiccano, dicevamo, il senatore a vita Renzo Piano, che sfiora i tre milioni di euro, e il ‘re’ delle cliniche private Antonio Angelucci (FI) che nel 2017 ha dichiarato un reddito di 2.726.959 euro, ma in vistoso calo, rispetto a quello dell’anno precedente (3.954.097). L’ex ministro Giulio Tremonti subisce una lieve flessione: 2.111.533 i redditi dichiarati contro i 2.500 mila del 2016. L’avvocato del Cavaliere, Niccolò Ghedini, senatore di FI, registra un reddito imponibile di tutto rispetto (1.623.533), anche se in leggero calo sul 2016 (1.645.606). L’ex premier, e senatore a vita, Mario Monti dimezza invece le proprie entrate: il suo reddito scende da 826.333 a 421.611 euro.
Passiamo alla squadra di governo. Mantiene il primo posto nella classifica delle dichiarazioni la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli che nel 2017 ha dichiarato 182.016 euro, seguita dal ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda che ha dichiarato 166.264 euro. Terza classificata la ministra ai Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro che ne dichiara 151.672. Fanalino di coda la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, con 91.888, poco sopra di lei il ministro all’Interno Marco Minniti che ne dichiara 92.260. In posizione mediana il premier, Paolo Gentiloni, che ha dichiarato 107.401 euro. I redditi del ministro all’Economia Pier Carlo Padoan sono 122.457 euro, poi via via arrivano tutti gli altri.
E gli eletti a 5Stelle, tanti francescani nel 2013? Di Di Maio si è detto (98.471,04 euro nel 2017). Alessandro Di Battista nel 2017 dichiara 113.471 euro mentre Paola Taverna 103.456. Seguono Laura Bottici con 99.699 euro, Nicola Morra con 99.465 e Carla Ruocco con 94.239 euro. Molto meglio fa il deputato Alfonso Bonafede: dichiara nel 2017 un reddito imponibile di 186.708 euro.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 17 marzo 2018 sul Quotidiano Nazionale.


Renzi presenta il suo programma economico, si compone il mosaico delle candidature: Gentiloni a Roma, Minniti a Pesaro, Boschi a Firenze, Padoan a Siena

 

Pubblico di seguito diversi articoli usciti nei giorni scorsi sul Quotidiano Nazionale e riguardanti il Pd: programma economico, obiettivi, candidature, liste, problemi annessi. NB: Gli articoli sono pubblicati in ordine temporale decrescente dall’ultimo all’indietro.

 

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Il programma economico del Pd lo ha scritto Tommaso Nannicini: “poche tasse, molto spendi”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Le principali misure contenute nei “dieci punti” che sta per lanciare Matteo Renzi, il suo programma economico, sono racchiuse in testo la cui presentazione ufficiale è stata rinviata alla Direzione dem che si terrà giovedì o venerdì. Lì, però, l’attenzione di tutti sarà solo su liste e candidature: collocati i big (Padoan a Siena, per dire), rinunciato a correre l’immunologo Burioni, resta l’incertezza del collegio in cui si candiderà la Boschi, oltre ad almeno un paio di listini proporzionali (sicuro il Trentino più Calabria o Campania): Firenze città (sempre alla Camera, dovrebbe essere Firenze 3, quello del Mugello) o Grosseto (escluse Pisa, Livorno, Siena e, ovvio, Arezzo)? Renzi, peraltro, assai preoccupato dalle voci e lamentazioni che salgono dal Pd bolognese ed emiliano avrebbe deciso di ritornare sui suoi passi per contrastare al meglio le mosse di LeU: a Bologna 1 Senato non correrebbe più Casini, che i dem locali non vogliono al punto da aver messo in moto una vera rivolta di base, che verrebbe dirottato alla Camera, ma la segretaria uscente dello Spi-Cgil Carla Cantone, new entry (insieme a Paolo Siani in Campania e Lucia Annibali in Lombardia) in quota ‘società civile’ del Pd renziano. Anche perché LeU, a Bologna centro, al Senato schiera l’ex governatore dell’Emilia, Vasco Errani, ancora amato e popolare. Inoltre, sempre in funzione anti-LeU, Renzi ha deciso di dirottare Piero Fassino dal Piemonte all’Emila per sfidare, nella quota proporzionale, Pier Luigi Bersani in una sfida dal sapore rusticano, cioè di due ex segretari dei Ds.   
Il programma, invece, è un lavoro, sotto la supervisione politica del vicesegretario Martina, coordinato e redatto da Tommaso Nannicini: professore di economia alla Bocconi, al governo da sottosegretario di Renzi, oggi membro della segreteria dem, si considera solo ‘prestato’ alla Politica e a QN dice: “L’Università e mia moglie sono contrari alla mia candidatura. Deciderò nelle prossime 48 ore” (pare proprio accetterà: sarà capolista nel proporzionale in Lombardia 2).
I ‘dieci punti’ di Nannicini (e di Renzi) non prevedono nessun annuncio eclatante, ma molte novità strutturali. Si parte con il salario minimo “legale” per i lavoratori fuori dai contratti collettivi (sono il 15-20%): avranno otto euro l’ora, ma la cifra la stabilirà una commissione indipendente. Sarà “stabile” (un punto l’anno, dal 33% al 29%) il taglio del cuneo contributivo sul lavoro a tempo indeterminato. La legge Fornero resta, ma si punta a rendere “strutturale” l’Ape sociale e la novità del Pd è la pensione “di garanzia” per i giovani: chi lavora con diverse forme contrattuali e, dalla riforma Dini (1995) in poi, ha il regime contributivo, avrà diritto a un assegno “minimo” di 750 euro mensili. Per i figli – questa la novità cui Renzi tiene e su cui punta  – ci sarà un assegno “universale”. Uno strumento unico di aiuto graduato in base al reddito, all’età e al numero dei figli che funzionerà così: 240 euro mensili per ogni bimbo da 0 a 3 anni, 170 euro ai figli nella fascia 3-18 anni e 80 euro per quelli tra i 18 e i 25 anni. Il contributo è “universale”, dice Nannicini, ma solo per i redditi fino a 100 mila euro l’anno. Una vera rivoluzione che cambierebbe l’intero sistema: tutti gli attuali bonus finirebbero in una “Carta universale dei diritti” a scalare che, come in Francia, li assorbe e agevola. Una famiglia da 35 mila lordi annui di reddito con due figli sotto i tre anni potrebbe risparmiare fino a 3700 euro annui.
Inoltre, Renzi ha chiesto, e Nannicini approntato, un piano straordinario di reclutamento di 10 mila giovani ricercatori, lo sblocco del turn over per 500 mila giovani dentro la PA, un piano straordinario per il tempo pieno nelle elementari. Non manca l’allargamento del reddito di inclusione, il Rei, per renderlo strutturale, un piano per la non autosufficienza (da finanziare con un contributo straordinario delle imprese) e, infine un nuovo sistema fiscale che valorizzi il “contrasto d’interesse” con lo slogan “scaricare tutti, scaricare tutto” che potrebbe anche tradursi in “pagare meno, pagare tutti”.
Come pagare, appunto, il tutto? Nannicini non ha dubbi: “Salario minimo e minori tasse non costano nulla, i 9 miliardi di bonus ai figli con la riduzione delle spese di bene e servizi”. In ogni caso, il piano “meno tasse e più spendi” del Pd costerebbe circa 30 miliardi all’anno, tutto compreso. Tanti. E qui si entra nel tema delle regole imposte dalla Ue: “indichiamo un piano di riduzione del debito pubblico sul Pil al valore del 100%, ma facendo più deficit di quello programmato. Senza sforare il rapporto deficit/Pil al 3%, come chiede Bruxelles, ma facendolo salire lentamente”. Riduzione dei vincoli slow, cioè, se Bruxelles si convince.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2018 su QN. 
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Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

2. Gentiloni nel collegio “poco sicuro” di Roma 1, l’accordo con i tre nanetti (che vogliono i seggi “blindati”) è fatto, Renzi lancia gli “Stati Uniti d’Europa”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri mattina, a Milano, Matteo Renzi ha chiuso la convention del Pd lanciando l’idea – non nuova – degli “Stati Uniti d’Europa”. Di tutto il discorso di Renzi, dai forti accenti e dallo stile macroniano, ha colpito il paragone (peraltro, già avanzato da Berlusconi, in questa campagna elettorale) tra le elezioni politiche del 2018 e quelle del 1948 (si votò il 18 aprile, tra poco fanno 70 anni e il Cavaliere vuole festeggiarli in grande stile…). “Il 4 marzo”, dice Renzi, che cita la tesi di tal politologo Sergio Fabbrini, allievo del ben più famoso Giovanni Sartori, “sarà cruciali nel processo di riforma europeo come il 1948, quando si decise la collocazione dell’Italia nel fronte occidentale e europeo”.
Eppure, anche ieri è stata, nel campo del centrosinistra, la giornata non del leader dem, ma dell’attuale presidente del Consiglio. Paolo Gentiloni, detto ‘er Moviola’, si sveglia rinfrancato. Un sondaggio Ipsos lo indica come il politica italiano più gradito (44% dei consensi), tallonato solo da Emma Bonino (41%), con tutti gli altri leader di partito a distanze siderali. A chiudere la classifica, manco a dirlo, è Renzi (23%) battuto pure dalla Meloni. L’ex premier, però, ha deciso di fare di necessità virtù, anche perché, come spiega ai suoi, “Paolo da solo vale due milioni di voti”. Morale, quando Renzi, dopo la convention milanese, va negli studi di Sky per farsi intervistare, nega ogni “gelosia o invidia” con Gentiloni, ammette che “abbiamo caratteri e stili di lavoro diversi”e, saggiamente, spiega: se io cercassi di ‘gentilonizzarmi’ o lui cercasse di ‘renzizzarsi’ faremmo una frittata entrambi, ma abbiamo un grande legame”.
Ma ecco che si materializza la notizia, quella della candidatura di Gentiloni nel collegio di Roma 1, alla Camera, ufficializzata non da Renzi, ma proprio dall’attuale premier con un bel post su Facebook. Certo, Gentiloni mette le mani avanti per tutelare, almeno un po’, il suo ruolo istituzionale: “La mia sarà una campagna elettorale particolare. Sarò impegnato per far vincere il mio partito, ma lo farò senza sottrarre nulla ai fondamentali impegni di governo”. Il collegio in cui si presenterà Gentiloni è quello del centro storico della Capitale che comprende anche quartieri popolari (Testaccio, Trastevere, San Lorenzo) e della Roma bene (Prati, Trionfale). Gentiloni sa che è un collegio non “sicuro”, per il Pd, ma ricorda che “è la parte di città in cui abito e lavoro da una vita”. Ovviamente, e a scanso di equivoci, Gentiloni sarà blindato, cioè inserito in più collegi plurinominali: di sicuro nelle Marche, dove i dem locali lo vogliono per rilanciare l’emergenza terremoto e ricostruzione, più Lazio, Lombardia, Puglia. Forse non pago, però, Gentiloni rende ufficiale – lui – che l’accordo tra il Pd e la lista ‘+Europa’ capeggiata dalla Bonino è cosa fatta. Dovrebbe dirlo, in realtà, chi ci ha lavorato e faticato tanto: il povero Fassino (sarà candidato a Torino 1 collegio e nel listino proporzionale del Piemonte: per lui non vale nessun tetto ai tre mandati, la super-deroga già c’è, bella pronta), e il buon Guerini (collegio di Lodi e listino in Lombardia), invece lo fa Gentiloni.
E così il centrosinistra 3.0 avrà ben quattro gambe. I Radicali europeisti di Bonino, Magi e Della Vedova (tre collegi sicuri per loro più altri due per Tabacci e Sanza, due ex dc), che appoggeranno Gori in Lombardia e Zingaretti in Lazio, portando in dote i loro voti. I “Civici e Popolari” della Lorenzin (collegio blindato in Toscana) e di Casini (collegio uninominale blindato a Bologna) e Dellai (candidato nel suo Trentino, dove il Pd è alleato ancehe con la Svp-Patt che garantisce la vittoria in tutti i collegi uninominali), più un altro paio che i ‘popolari’ dovrebbero riuscire a strappare, nonostante la Lorenzin voglia correre, da sola, in Lazio contro quel Zingaretti che non l’ha voluta nell’alleanza di centrosinistra, ma che correrà, come lista ‘Popolari’, al fianco di Gori in Lombardia.  E, infine, la lista ‘Insieme’ (Psi-Verdi-ulivisti): è la più piccola delle tre, quindi avrà solo tre collegi uninominali sicuri: uno per Nencini, ma non in Toscana (forse nelle Marche), uno per Bonelli (idem) e uno in quota “ulivista”. Non per Giulio Santagata, prodiano e portavoce della lista Insieme: proprio lui ha chiesto un seggio per Serse Soverini, storico amico di Prodi e organizzatore instancabile del primo Ulivo e del suo pullmann. E ora, al Nazareno, sperano che, sul centrosinistra, arrivi pure la benedizione del Prof.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale 
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Lotti e Boschi

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

3. Minniti correrà in un collegio delle Marche, Boschi in Toscana, Gentiloni a Roma
Ettore Maria Colombo – ROMA
Si vanno configurando, come in puzzle, le candidature delle “teste di serie” del Pd in giro per l’Italia. Il leader dem ieri si è chiuso tutto il giorno al Nazareno con i suoi ‘facilitatori’: Lorenzo Guerini (che correrà nella sua Lodi e in Lombardia), il vicesegretario Martina (Lombardia 2 al proporzionale e Bergamo città), il ministro allo Sport Lotti (si candiderà nel suo collegio storico, quello di Empoli-Valdarno) e Piero Fassino, che tornerà a gareggiare nella sua Torino e nel suo Piemonte (tutti e cinque alla Camera, peraltro, i citati). Il rebus dei dem assomiglia in parte a un gioco da tavolo e, in parte, a un dramma shakespeariano: “Collegi sicuri? Non ne abbiamo più, sono tutti insicuri, ormai” sospira, infatti, un alto big del Nazareno. Eppure, urge trovare la quadra sulle candidature e stringere i bulloni con gli alleati. Sono quattro: la Svp-Patt (che almeno garantisce la vittoria nel Trentino Alto-Adige) e tre piccoli ‘nanetti’. I Radicali di ‘+Europa’ della Bonino, i ‘Civici e Popolari’ della Lorenzin e le tre sigle pulviscolari (Psi-Verdi-Ulivisti) di – sic – ‘Insieme’ (li guida Santagata). Il programma, invece, è a buon punto: domenica a Milano Renzi ne dirà, oggi, in una convention dedicata agli Stati Uniti d’Europa, i principali dieci punti su “cento punti”.   
E veniamo alle teste di serie del Pd, ministri in testa: Renzi li utilizzerà, in campagna elettorale, in modo massiccio. Il premier, Gentiloni, correrà nel collegio Camera di Roma 1. Certo, si tratta di un collegio ad alto rischio sconfitta, il che creerebbe non pochi imbarazzi a lui (e a Mattarella, il quale però fa sapere di non interessarsi in alcun modo su dove correrà il premier o altri esponenti di primo piano del governo), ma Renzi non ha voluto sentire ragioni: “Paolo vale, da solo, un milione di voti, lo dicono i sondaggi. Deve spendersi anche in un collegio”. Gentiloni, pur scettico, ha acconsentito (“Roma è casa sua”, sospirano i suoi), ma ha ottenuto anche di scegliere, nella parte proporzionale, le regioni dove correre: saranno Lazio, Puglia e Marche.
La scelta delle Marche deriva dal fatto che il sindaco di Pesaro nonché responsabile Enti Locali del Pd, Matteo Ricci, è un renzianissimo, ma anche un politico ben consapevole dei tanti problemi legati alla ricostruzione del post-terremoto nelle sue terre. Ricci ha perciò chiesto “un segno tangibile” dell’impegno del governo. E, nella stessa logica di ‘tutela’ del territorio –sarà candidato nelle Marche anche il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Rifiutatosi di correre nella sua città natale, Reggio Calabria (da lui perso più volte, in passato, nelle sfide col centrodestra), Minniti avrà dunque un collegio blindato. Infatti, per sua fortuna, i dem marchigiani (sia quelli del collegio di Fano-Senigallia che di quelli di Pesaro-Urbino) ne hanno chiesto a gran voce la presenza dati “i suoi risultati sull’ordine pubblico”. Minniti probabilmente correrà nel collegio uninominale di Pesaro e Urbino, sempre alla Camera, e in più listini proporzionali (certi la Lombardia e la ‘sua’ Calabria).
Sempre parlando di collegi uninominali e non di listini, per quanto riguarda la squadra di governo, il ministro all’Economia, Padoan, correrà a Siena per cercare di fronteggiare al meglio gli scandali bancari, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia, la Pinotti a Genova, la Fedeli in Toscana, etc. (solo Finocchiaro e Poletti hanno tolto l’incomodo da soli decidendo di non ricandidarsi). L’ex ministra Boschi, infine, rischierà l’ordalìa nella sua Toscana: o in una città minore o a Firenze. In questo caso in teorico tandem con Renzi, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1, mentre per il proporzionale verrà schierata in Trentino e Calabria.
 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale
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Pd, rebus liste. I segretari regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi sprona i ministri a ‘metterci la faccia’ nei collegi

1. Rebus liste, l’Emilia avverte Renzi: “Non vogliamo invasione di paracadutati”. Vertice con i segretari regionali. In Campania spunta il figlio di De Luca e il re delle “fritture di pesce”…
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, incontrando i vertici del partito al Nazareno, ieri ognuno di loro ha detto la sua. C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o anche dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi…”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum (senza l’1% non portano seggi né a loro, ovviamente, né alla coalizione, invece se prendono tra l’1% e il 3% non eleggono nessuno ma portano voti e seggi al Pd). Solo in Emilia-Romagna, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin, Casini e Galletti, nomi di punta della lista ‘Civica e Popolare’, la quale chiede almeno sei/otto seggi sicuri, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte) e Della Vedova ancora non si sa, sempre che si chiuda l’accordo tra Pd e ‘Forza Europa” (lista assai più esosa: il singolare duo di guida Bonino-Tabacci ne vuole 10). In Toscana, per la lista ‘Insieme’, c’è Nencini (Psi) da paracadutare, nelle Marche bisogna fare spazio a Bonelli (Verdi), in Emilia a Santagata (ulivisti), ai quali però – più parchi – bastano solo sei posti. Per far posto a tutti loro, certo è che qualcuno nel Pd dovrà rinunciare a seggi sicuri. Senza dire di un dato di fatto ulteriore, e cioè che Renzi vuole imporre tanti bei nomi della “società civile”. I quali saranno anche tutti nomi “eccellentissimi”, come spergiurano al Nazareno, ma che a oggi sono già più di dieci e pare che lieviteranno almeno a venti: anche per loro servono altrettanti seggi sicuri blindati nelle zone rosse.
E tutto questo, ai segretari regionali, forti nei territori di appartenenza, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, per dire, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente: lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti, tranne Salvatore Piccolo, ma solo perché quest’ultimo ha già detto che non si ricandida… In più un posto spetterà ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras nella sua Salerno come in tutta la sua regione. De Luca, non pago, vuole in lista anche molti consiglieri regionali a lui afferenti, tra cui Franco Alfieri, assurto agli onori delle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Maria Elena Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio delle polemiche anti-renziane, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale, ma lui è renzianissimo. E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini, ovviamente Lotti e sicuramente anche la Boschi, pur non essendo chiaro ancora dove: di certo non nella sua Arezzo, più probabile Lucca o Grosseto, di certo non a Firenze, dove già si candiderà Renzi, anche se al Senato, nel collegio di Firenze-Scandicci) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Certo è che, ieri, al Nazareno, dove di solito sono sempre assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutti loro: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Luca Lotti e Maurizio Martina, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, il presidente dem Matteo Orfini e la vera longa manus di Renzi sull’intero dossier candidature, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri, si capisce), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati anche da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco: il 19% l’area di Orlando, Dems, il 9% l’area di Emiliano). Il braccio di ferro dentro il Pd sulle liste si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 16 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale
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2.  Renzi sprona i big e i ministri del Pd: dovete “metterci la faccia” e candidarvi anche nei collegi, non solo nei listini proporzionali. La Boschi correrà in Toscana. 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
Da giorni, al Nazareno, suona l’allarme rosso. Sulla soglia nazionale che toccherà al Pd, certo (Renzi, ieri sera, in tv, ha fissato l’asticella al 25% di Bersani alle Politiche 2013, risultato su cui, peraltro, andrebbe fatta chiarezza: il Pd prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato) e, soprattutto, sulle sfide one to one nei collegi uninominali. Perso in gran parte, se non tutto, il Nord, evaporato il Sud, inabissate le Isole, reggono solo le regioni rosse (Emilia e Toscana, ché già Umbria e Marche pencolano assai) e il Trentino (solo perché là vince la Svp, secolare alleata del Pd) più qualche collegio sparso nelle città più grandi (Milano, Torino,  Roma e, ovviamente, Bologna e Firenze). La war room ormai permanente insediatasi al Nazareno (ne fanno parte, oltre a Renzi, il presidente Orfini, il coordinatore Guerini, i ministri Lotti e Martina), ha deciso, perciò, di correre ai ripari in due modi. Il primo è di definire i collegi uninominali secondo le tre fasce classiche in cui definiscono i collegi tutte le forze politiche (la prima è “sicuri”, la seconda “perdenti”, la terza “incerti”), ma che saranno definite e riempite solo l’ultimo giorno con i relativi candidati. Renzi, infatti, vuole riservarsi di vedere chi, in quei collegi, indicheranno gli avversari per farvi meglio fronte.
La seconda è una decisione politica già gravida di nubi e di possibili scontri tra il partito di Renzi e quello dei vari big, detto anche partito dei ‘ministeriali’ perché comprende tutti i ministri targati Pd. Le regole d’ingaggio decise dal Nazareno e comunicate ai big sono chiare: “Carissimi, va bene la vostra candidatura in più listini proporzionali, il che vi assicura la rielezione, ma bisogna portare tutti la croce. Dovete andare nei collegi, metterci la faccia e rischiare”. L’esempio che viene portato dai renziani doc è quello del vero ascaro di Renzi, il vicesegretario e ministro Maurizio Martina: “Lui – spiegano al Nazareno – si candiderà in Lombardia, nel proporzionale, e pure nel collegio uninominale di Bergamo, sfida persa in partenza”.
Il discorso vale anche per il premier, Paolo Gentiloni. I suoi – ma anche il Capo dello Stato, Mattarella – vorrebbero preservarlo per il futuro – cioè per rimanere al suo posto, a capo di un governo, pur dimissionario o addirittura con un nuovo incarico – ed evitargli l’onta di una possibile sconfitta in un collegio: ecco perché vorrebbero che corresse solo in due (o tre) listini del proporzionale (Lazio, Piemonte). Ma Renzi – che ieri in tv, dalla Gruber, ha lodato Gentiloni ed ha ammesso che “la differenza tra vittoria e sconfitta la farà il nome del premier: se sarà del Pd, la vittoria sarà del Pd” – non vuol sentire ragioni: “Caro Paolo, devi metterci la faccia anche tu in un collegio”.
Il premier, dunque, dovrà correre anche nell’uninominale, e lo farà a Roma centro, Padoan andrà a Milano, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia e via così. Ma mancano ancora molte caselle, tipo quella di Minniti, che non vuole correre nella ‘sua’ città, Reggio Calabria, dove il seggio uninominale è considerato perso in partenza, per il Pd. In ‘sofferenza’ e sui carboni ardenti restano due ministri che non sono mai piaciuti a Renzi e ai renziani: la Fedeli, imputata di tutti i peggiori disastri in merito alla disastrosa riforma della ‘Buona Scuola’, che ha fatto arrabbiare tutti, docenti e discenti, e Poletti, titolare del welfare, ritenuto troppo ‘moscio’, poco combattivo. Solo di dove si candiderà il segretario, Matteo Renzi, si sa tutto: correrà nel collegio uninominale del Senato di Firenze-Scandicci (si chiama Firenze 1) e in due liste proporzionali (Lombardia e Campania) o forse anche in tre. Regna ancora un alone di mistero, infine, sul caso Boschi: ieri sera, in tv, Renzi ha detto che l’ex ministra sarà candidata anche lei con il doppio binario, cioè collegio e listino, ma è ancora in alto mare il ‘dove’. Di certo non a Firenze, dove appunto c’è già Renzi, mentre Luca Lotti batterà la provincia fiorentina, e quasi sicuramente non Arezzo, sua città natale, dove rischia la rivolta. Possibile che l’ex ministra finisca a Lucca o a Grosseto collegio, più in due listini ‘sicuri’ (Toscana e Campania).
 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 9 gennaio 2018. 
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