Un colpo al cerchio, uno alla botte: Renzi e Berlusconi dialogano sulla legge elettorale, Mdp non dialoga con il Pd

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

  1. Berlusconi apre a Renzi su legge elettorale e data del  voto. Il governo balla. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Voucher nella manovrina, con Mdp pronta a dire no e a negare la fiducia al governo se resteranno, anche se limitati nell’uso, i voucher, che dice a Gentiloni “cambia o muori”. Legge elettorale in alto mare, è vero, ma che spaventa e molto Silvio Berlusconi. Al punto da fargli prendere in considerazione l’ipotesi, che Renzi coltiva ancora, di andare a urne anticipate a settembre – o, al massimo, in ottobre – pur di votare “con quello che c’è” (un proporzionale puro) o un “proporzionale alla tedesca” ma ‘vero’ e non con “un sistema che ci ammazza, il Rosatellum”, come lamentano i suoi e come ha capito anche lui stesso. L’Ncd di Alfano che perde pezzi di potere (le dimissioni della sottosegretaria  Vicari) e uomini, che tornano lesti nelle braccia di FI al Senato.  Un quadro politico tornato in grande movimento, aria di elezioni. Gentiloni molto preoccupato e Mattarella pure.

Tira una brutta aria per il governo Gentiloni. Gli scricchiolii sono diversi e, a metterli insieme, lasciano qualche dubbio che la legislatura finirà in modo naturale, a maggio 2018 (le legislature si contano da insediamento a scioglimento e questa in corso è iniziata a marzo 2013). A palazzo Chigi si segue, con particolare apprensione, la dura presa di posizione di Mdp-Articolo 1 (da Speranza in giù) sul tema dei voucher che stanno dentro la manovrina e che il governo vorrebbe confermare, pur limitandone  l’uso mentre la Cgil ne chiede l’integrale abrogazione. L’esame inizierà, alla Camera, il 29 maggio per concludersi entro il 3 giugno. Roberto Speranza (Mdp) è stato netto, duro: “Di continuità su politiche sbagliate si muore. Gentiloni si svegli. Se i voucher restano votiamo contro la manovrina”. Il problema di numeri, alla Camera, non c’è, ovviamente, ma una volta al Senato cosa succederebbe? Affossare la manovrina sarebbe un atto politicamente dirompente e porterebbe dritti dritti alla crisi di governo. Ma anche se arrivasse  a sostegno del governo il supporto di altri gruppi (Verdini) le opposizioni chiederebbero che, in ogni caso, Gentiloni salga al Colle perché la maggioranza è cambiata.

In sovrannumero, ci sono ben due ddl che i renziani vogliono affossare. Quello sulla concorrenza, targato Calenda, ministro assai inviso a Rennzi, è fermo al Senato e i pasdaran del leader dem lì vogliono tenerlo. Quello che riforma il processo penale (con dentro la riforma della prescrizione e la delega sulle intercettazioni) aspetta l’ultimo passaggio alla Camera, ma Renzi nega, al ministro Orlando, l’uso della questione di fiducia. Potrebbe (basta un emendamento) tornare al Senato e mai vedere la luce.

Infine, c’è il ragionamento politico che sta maturando nella mente del Cavaliere. Diversi ambasciatori – tra cui, pare, lo stesso Verdini – gli hanno dimostrato, tabelle alla mano, che l’adozione del Rosatellum sarebbe un bagno di sangue, per FI: gli azzurri scomparirebbero nel CentroSud e al Nord dovrebbero andare a rimorchio della Lega. Ecco perché Berlusconi – consapevole che la sentenza di Strasburgo che gli dovrebbe restituire l’onore perduto prevede tempi lunghi e che, in ogni caso, servirebbe una legge che la recepisca – potrebbe concedere a Renzi ciò che vuole, il voto anticipato ad ottobre. “Meglio votare con la legge che c’è”, gli dicono i suoi, “un proporzionale puro ma che ci consente di andare da soli, che con un sistema che ci penalizza troppo, il Rosatellum”. Meglio ancora, per il Cavaliere, andare a votare con un “sistema tedesco vero” che proporzionalizzerebbe l’intero sistema. Il vicesegretario Martina coglie subito la palla al balzo e il capogruppo dem alla Camera Rosato parla apertamente di elezioni ad ottobre. Per Renzi sarebbe la quadratura del cerchio: dimostrata, a Mattarella, l’impossibilità di proseguire la legislatura per responsabilità dei principali partiti in campo (Pd e FI) e magari in cambio di una legge elettorale nuova e scritta “con il massimo consenso possibile”, si andrebbe al voto in una data compresa tra le elezioni tedesche (24 settembre) e quelle austriache (ottobre), “in linea con i grandi paesi Ue”, come il leader del Pd ripete, ormai da mesi, ai suoi. E la prossima manovra economica d’autunno? “Meglio farla fare da un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza che da un Parlamento ormai prossimo alla sua fine politica e un governo ormai in scadenza”, dicono impietosi i renziani nei confronti dell’esecutivo guidato dall’amico Gentiloni.


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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Mdp chiude ogni porta a Renzi, Pisapia la tiene socchiusa. D’Alema prepara le liste.  

Ettore Maria Colombo – ROMA

A testa bassa contro il Pd di Renzi e il suo cerchio magico (“Dobbiamo impedirgli di tornare a palazzo Chigi”, tuona Alfredo D’Attorre) e – se ci sta, accetta e scioglie le riserve – dietro e/o insieme a Pisapia per ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Non si può dire che a quelli di Mdp – Articolo 1 – Movimento democratico e progressista (il nome è lungo come una Quaresima, il simbolo ancora non c’è, i padri fondatori sono tanti, forse troppi: D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, tutti ex dem, Scotto e altri, tutti ex Sel, i due capogruppo Laforgia e Guerra, etc.) manchi il pregio della chiarezza.

La tre giorni di ‘Fondamenta’, l’appuntamento fondativo del ‘movimento’ – forse ‘partito’ di Mdp si è tenuto in un posto iper-chic della Milano post-industriale: tanta gente che va e viene (duemila alla fine), anche se gli anziani sono molti e i giovani pochi, come le donne, lo nota il manifesto, peraltro il giornale più venduto tra i presenti, tanti discorsi, molta ars oratoria da nobiltà post-comunista, pochi dubbi ideologici ancora da sciogliere.

Quello più controverso riguarda il ruolo da dare all’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha fondato e sta portando in giro per l’Italia il suo Campo progressista (ottimi rapporti con il sindaco di Bologna, Merola, il governatore del Lazio, Zingaretti, l’area del ministro Orlando nel Pd e con Gianni Cuperlo). Atteso come Gesù tra i primi cristiani perché dovrebbe essere lui il Federatore di un ‘Nuovo centrosinistra’ senza il Pd di Renzi (o, almeno, senza Renzi…), i demoprogressisti volevano, da Pisapia, parole chiare e definitive sui confini del nuovo soggetto della Sinistra. C’era chi ne dubitava (D’Alema, per dire, ha forti dubbi sulle sue reali intenzioni) al punto da minacciare “pochi applausi” e “freddezza” se Pisapia non avesse detto parole chiare sulle alleanze.

Lui, Pisapia, conscio del momento, un po’ si emoziona, perde i fogli, incespica, prova a fare sorridere, e un po’ si mantiene una porta aperta (e di fuga) verso il Pd di Renzi: propone, dopo le amministrative, “un appuntamento nazionale programmatico e fondativo di un nuovo centrosinistra che sappia unire chi vuole una coalizione”, specificando che, nella ‘nuova casa ‘ ci vuole la sinistra, certo,’ma anche’ il centro. Tanto basta per far scattare la standing ovation della platea, gli abbracci dei leader di Mdp (specie di Bersani), anche se – tra i militanti – dubbi e freddezza verso di lui restano. Pisapia, infatti, sostiene che la ‘casa comune’ cui pensa è aperta a tutti, Renzi compreso, mentre Mdp vuole chiudere le porte, e poi promuove la proposta di legge elettorale avanzata dal Pd mentre Mdp promette battaglia a 360 gradi. Secondo Speranza, infatti, “c’è una battaglia da fare nel Paese: da domenica prossima raccoglieremo le firme per una petizione popolare contro un Parlamento di nominati”. Speranza e Mdp non hanno dubbi: la legge che avanza il Pd è invotabile, D’Attorre rilancia un “sistema tedesco puro”. Speranza aggiunge che i loro voti non ci saranno neppure sulla manovrina, ove mai dovessero ricomparire i voucher, al grido di “non c’è voto di fiducia che tenga”.

Insomma, Mdp ha un piede già fuori dalla maggioranza di governo. D’Alema – sapienza antica di chi fiuta l’aria – chiude i giochi: “Leggo di un accordo per andare a votare a ottobre. Bisogna riunirsi con chi c’è e fare le liste perché senza le liste non si prendono i voti”. Traduzione: se Pisapia ci vuole stare bene, sennò andiamo avanti senza di lui.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale il 21 e 22 maggio 2017. 

NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

Pd, nuovo scandalo a Napoli. Boom di tessere gonfiate, il partito corre ai ripari

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

L’ex premier Matteo Renzi insieme a Lorenzo Guerini

Roma, 2 marzo 2017 – AVEVA promesso di usare il lanciafiamme Matteo Renzi, dopo le ultime amministrative, sul Pd napoletano. Non lo ha fatto, alla fine, si è limitato a una visita in incognito alle Vele di Scampia (per carità, cosa buona e giusta) epperò, così, quando si parla di tessere gonfiate, cinesi in fila, liste contraffatte, il pensiero lì corre, sotto il solo del Vesuvio. Il ‘pasticciaccio brutto’ scoppia per il boom di 300 neo iscrizioni al Pd tra Napoli e provincia, con corollario di video che testimoniano l’elargizione gratuita di tessere nel circolo di Miano («I dieci euro ve li danno all’interno…»). Ma, fa sapere il partito, a Castellammare sono state trovate – e subito già bloccate – altre cento tessere pagate con la stessa carta di credito, così come a Quarto e Bagnoli è stata notata una crescita anomala di tesserati, su cui sono scattate le verifiche. Morale: un disastro, immediatamente rilanciato su siti e tv lungo tutto eri, mentre i grillini urlano di gioia.

IN EFFETTI, chiamarli «casi isolati» è una pietosa bugia. Primarie truccate nel 2011, soldi distribuiti fuori dai seggi per votare a quelle del 2016, quasi sempre code di ‘cinesi’. E ferite mai rimarginate come le accuse al veleno del migliorista Umberto Ranieri, sconfitto dall’ingraiano (sic), in realtà bassoliniano di ferro, Andrea Cozzolino nel 2011: Cozzolino perse in tutti i seggi tranne uno, quello di Secondigliano, dove stravinse col 97% e Ranieri, imbufalito, gridò ai  brogli, sbatté la porta e se ne uscì dal Pd per mai più rientrarvi.

E, di recente, firme false e candidati «a loro insaputa» nelle liste a sostegno di Valeria Valente (ex Giovane turca) alle comunali del 2016, quelle in cui il Pd rovinò al 9% dei voti e consegnò la città al sindaco-‘scassatutto’ Giggino De Magistris e alla sua lista arancione. Risultato: un partito commissariato un’infinità di volte, tra cui dall’attuale ministro Orlando, neo-sfidante di Renzi (a Napoli ce lo spedì Bersani): ora dice «la rottamazione non ha funzionato, il congresso non andava fatto». Invece, Emiliano filosofeggia: «Il tesseramento non funziona più, va rivisto integralmente». Mentre Renzi suggerisce ai suoi di evitare con cura le polemiche, confidando nel lavoro della magistratura. Fatto sta che il Pd in Campania risulta un partito corrotto e raso a zero. Fuori di Napoli ‘governa’ De Luca, a Napoli la Valente è stata sfiduciata dai suoi colleghi come capogruppo al Comune.

E IL SEGRETARIO provinciale, Vincenzo Carpentieri, che ha bloccato le adesioni nei circoli sospetti e che ora promette «rigore», è stato sfiduciato persino dai consiglieri comunali del piccolo Comune di cui è sindaco (Melito). Fuori da tutto (per finta) c’è l’ex re di Napoli, Antonio Bassolino, diventato un anti-renziano viscerale (in odio a De Luca ma non solo): con una mano dice che «la situazione a Napoli è di grave emergenza politica e morale», ma con l’altra mano aiuta a organizzare gli scissionisti di Mdp (gli eurodeputati Paolucci, oggi con Mps, e Cozzolino sono uomini suoi). Solo Leonardo Impegno, giovane deputato, di area ex socialista, prova a mettere il dito nella piaga: “Basta con i signori delle tessere, vogliamo come iscritti solo i signori delle idee”.

INSOMMA, un disastro. Il Nazareno prova a correre ai ripari. Il vicesegretario dem Guerini e il presidente del partito Orfini spediscono di mattina presto Lele Fiano (deputato milanese, stile da corazziere buono, come mandare Luther King a predicare al Ku-Ku-Klan) a Napoli e garantiscono che «il Pd metropolitano era già intervenuto e ha fermato tutto prima che i fatti divenissero pubblici». I due, inoltre, assicurano che «se verranno riscontrate anomalie, il Pd prenderà le necessarie misure, espulsioni comprese» (Orfini) e «la commissione congressuale è impegnata a seguire la verifica e pronta a intervenire» (Guerini). Peraltro, ieri, a Guerini è andata di traverso la giornata, a partire dalla colazione.

Infatti, il tesseramento del Pd si è chiuso il 28 febbraio e Guerini si era tenuto la notizia per festeggiare i dati, quelli nazionali, che, in effetti, sono buoni, anzi ottimi: 405.041 iscritti con una progressione, seppur graduale, che sa di rinascita (erano 378.669 nel 2014, 395.574 nel 2016, più 5% circa). Solo che, pure ieri, nel Pd di Guerini, non c’era nulla da festeggiare.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 2 marzo 2017. 

Se non si vota Renzi ha pronto il piano B: sostegno a Gentiloni e partito più forte

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo
ROMA
MATTEO Renzi ha un piano A (vedi alla voce: «Elezioni subito»). Ma ha anche il piano B, quello che ogni leader ha sempre nel cassetto? Sì, ce l’ha. I renziani di stretta osservanza si rifiutano persino di prendere in considerazione l’idea, anche solo in teoria, figurarsi lui: «Dobbiamo prepararci al voto – spiegava ieri a chi lo ha sentito – e io cercherò l’accordo con chi ci sta, sulla legge elettorale. Per me il Mattarellum resta il sistema migliore, se cade il ballottaggio previsto dall’Italicum e che io manterrei perché è un segno distintivo del Pd. Io non parto per forza dall’accordo con FI, mi sta bene pure quello con Lega e M5S. Vedremo con chi farlo, questo accordo, ma il mio orizzonte resta sempre quello, il voto».
Eppure, il piano B c’è e qualcuno inizia a pensarci, tra i suoi (il ministro Lotti) e qualcuno (Richetti) inizia a suggerirglielo, pur sapendo che rischia di incorrere nella sua «ira funesta». Del resto, quando glielo hanno proposto Dario Franceschini e Andrea Orlando sono stati subito catalogati alla voce ‘Jago’, ovvero «finti amici interni».

UN RENZI tornato tonico, riflessivo, studioso e appunto che non rifiuta affatto il piano B. Oggi, su Repubblica, alla domanda sul voto subito, l’ex premier risponde: «Mi è assolutamente indifferente. Io non ho fretta, decidiamo quel che serve all’Italia, senza ansie, ma anche senza replicare il 2013 quando abbiamo pagato un tributo elettorale al senso di responsabilità del Pd». Il segretario è entrato nella fase dell’ascolto «di tutti». Ha persino chiesto una «stanza più grande» in un Nazareno che non ha mai amato né frequentato (la sua, ormai abbandonata da anni, a volte la usava Guerini), cerca casa a Roma (dormiva a palazzo Chigi o in albergo) e prepara il «manifesto del nuovo Pd», un «partito nuovo, più che un nuovo partito», scherza un ex dc parlando come un ex Pci: nuova segreteria, pronta a giorni, appuntamenti nei territori, mobilitazione dei circoli, radicamento, strutture, più tessere («non è vero che sono in calo», giura Guerini).

Anche per questo motivo Renzi formalizzerà la nuova segreteria dem all’inizio della prossima settimana, quando dovrebbe convocare anche una Direzione nazionale del Pd. Nella segreteria entreranno lo scrittore Francesco Carofiglio, molti sindaci locali espressione del Pd sul territorio (Bonajuto di Ercolano, Palazzi di Mantova, Falcomatà di Reggio Emilia, Ricci di Pesaro), l’ex segretario dei Ds (peraltro l’ultimo) Piero Fassino, gli economisti Nannicini e Taddei, forse Richetti (renziano critico), ma resteranno saldi al loro posto esponenti già rodati come Guerini, Fiano, Ermini (in forse, invece, la Serracchiani).
Poi, Renzi lancerà una serie di iniziative per mobilitare e rilanciare il Pd nel Paese: il 21 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio; il 27 e 28 gennaio, a Rimini, assemblea nazionale degli amministratori del Pd; il 4 febbraio, a Roma, iniziativa sulla Ue e il Pse.
Infine, a maggio, nuova Assemblea nazionale per stabilire la data esatta del congresso.

E se non arrivano le elezioni a giugno, e ci sarà tanta palude da affrontare (il piano B, appunto), tanto radicamento torna utile. Anche per affrontare due tristi sventure. La prima: il governo Gentiloni dura e, a quel punto, bisogna sostenerlo, e con convinzione, perché, appunto, non si vota più a giugno, ma se va bene a ottobre o anche più in là. Per esempio elaborando, grazie a Taddei e Nannicini, un programma di riforme economiche (fisco, imprese, tasse, infrastrutture, pensioni, povertà) «che risponda al desiderio di cambiamento e modernizzazione del popolo del Sì», dicono al Nazareno. Non sarà facile, considerando che a ottobre verrà scritta una legge di Stabilità «lacrime e sangue», come sa Renzi e già si lamentano i suoi, “perché sarà l’Unione europea a imporcela così”.
LA SECONDA sventura è il congresso del Pd, non più rimandabile (data prevista per Statuto ottobre-novembre 2017), con gli avversari che vengon fuori uno a uno, prendono coraggio, si alleano, lo sfidano per il trono. Renzi può e deve vincerlo lo stesso, il congresso, certo, ma non sarebbe impresa facile né semplice, anche a causa degli ‘Jago’ di cui sopra (Franceschini, Orlando) che potrebbero candidarsi a loro volta, per non dire dei candidati della sinistra, singoli (Speranza) o doppi (Emiliano e Rossi) che correranno contro di lui. Ecco perché, date le due sventure, il piano B, per ora, è e resta nel cassetto. Squadernato sul tavolo c’è, come si sa, il piano A. Attendere la sentenza della Consulta sull’Italicum nella speranza che sia «autoapplicativa» e, anche se non lo sarà, fare fretta al Parlamento per scrivere la nuova legge elettorale. Unico interlocutore possibile, Berlusconi, secondo il già ribattezzato – al Nazareno – «patto del Diavolo» (vedi QN del 14 gennaio 2017, p. 8).
La nuova legge elettorale – un Italicum ‘mascherato’, un sistema che finge di essere un proporzionale, ma che in realtà ha forti (se non massicce) dosi di maggioritario – Renzi vuole farla approvare a un Parlamento riottoso «in due mesi e mezzo al massimo». Ecco, del piano A, in cui Renzi continua a credere, il vero, grande, avversario, in fondo, non è il Parlamento, la Consulta, Mattarella o i nemici interni dem, ma il fattore Tempo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

NEW! Totoministri governo Gentiloni: Alfano agli Esteri, Minniti agli Interni, a Lotti anche gli 007, dentro Verdini, via Giannini e Poletti, resta la Boschi

Questo articolo è stato scritto ieri sera e aggiornato ieri notte e solo sul sito stamattina. 

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

IL GOVERNO Gentiloni che oggi ha visto le delegazioni dei partiti a Montecitorio, ha una lunga serie di «stelle fisse», nel senso di ministri riconfermati nel loro ruolo dall’incarico precedente (governo Renzi) e alcuni «buchi neri» che potrebbero scompaginare il quadro.
Partiamo dalle «stelle fisse». La prima, destinata a durare e a brillare come prima (anzi, di più) è quella di Luca Lotti. ‘Il’ sottosegretario per eccellenza alla presidenza del Consiglio di palazzo Chigi, amico fidato di Matteo Renzi e cuspide dell’ormai arcinoto «giglio magico» fiorentino, non solo resterà dov’è, ma assumerà anche la cruciale delega ai servizi segreti, cui ambiva da tempo, fino ad ora nelle mani di Marco Minniti (ex dalemiano, nelle origini, poi veltroniano, oggi vicino ad Area dem di Franceschini). Minniti andrà agli Interni, ministero di certo delicato e decisivo, in tempi di elezioni anticipate, mentre Angelino Alfano, leader di Ncd, lascia il Viminale per la Farnesina. Una scelta clamorosa, certo, e della quale per ore non sono state chiare le reali motivazioni. In realtà, Alfano lascerebbe gli Interni per un motivo tutto «politico»: sganciarsi da un ministero cui gli elettori specie quelli moderati, imputano gli sbarchi dei migranti e il boom di immigrati in vista di elezioni Politiche anticipate in cui già i centristi stenteranno e dove, anche per questo motivo, potrebbero pagare un pegno in termini di consensi troppo alto. Insomma, anche se sia Renzi che lo stesso Gentiloni avrebbero visto bene la prima segretaria generale donna della Farnesina, Elisabetta Belloni, agli Esteri, o in alternativa Piero Fassino – la seconda scelta di Gentiloni, l’ultima di Renzi che gli imputa il disastro della sconfitta alle comunali di Torino a giugno – Alfano ha deciso di andarci lui, agli Esteri, anche perché, insieme e subito dopo al Pd, il suo Ncd ha la golden share della maggioranza.
A Lotti, invece, resta in mano un altro dossier chiave, le nomine delle aziende di Stato: in primavera scadono i vertici di Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna e altri cda, gran finale con il successore di Vincenzo Visco a Bankitalia, i vertici della Rai, ove mai si dimettessero.

L’ALTRA certezza è che «un posto, a quelli di Verdini, bisognerà trovarlo», allargano le braccia i renziani. Si da il caso, infatti, che Ala (18 senatori e 16 deputati che si sono fusi coi miseri resti di Scelta civica di Zanetti, un partito che si è auto-liquefatto da solo negli anni) è determinante per la sopravvivenza di qualsiasi governo, al Senato, dove – senza i voti di Ala – banalmente la maggioranza non c’è (173 voti presi da Renzi all’ultima fiducia, senza i 14 assicurati da Verdini, non ci sarebbero stati i 169 voti necessari per avere la fiducia): governo Renzi ieri, governo Gentiloni da domani. Ergo, bisogna accontentarli, i verdiniani. Il problema è come: una promozione dello stesso Zanetti, oggi viceministro all’Economia, che però è inviso ai più (democrat e tutti gli alleati, compresa buona parte dei verdiniani) per il suo eccessivo e petulante protagonismo o un ministero per uno tra due ex azzurri di rango: Giuliano Urbani o Marcello Pera, che ha guidato i «Comitati centristi per il Sì». Il secondo, più del primo, sarebbe un ottimo ministro delle Riforme o anche dell’Istruzione. Ma alla fine potrebbe essere premiato Saverio Romano, con il nuovo ministero per il Sud, visto che l’ex fondatore del Pid, poi ‘responsabile’ berlusconiano, oggi è una colonna di Ala nonché un portatore di voti oggi a Verdini, come ieri a Berlusconi, nella sua colonia sicula, oppure il deputato verdiniano (e toscano) Riccardo Mazzoni agli Affari regionali.

La terza certezza sono le conferme di molti ministri: da quelli del Pd – Orlando (Giovani Turchi) alla Giustizia, Pinotti (Aream dem) alla Difesa, Martina («Sinistra è cambiamento») all’Agricoltura, Delrio (cattorenziani) alle Infrastrutture, più i ‘tecnici’ di area renziana Padoan all’Economia e Calenda allo Sviluppo economico. In area centrista, il bolognese Galletti (Udc) resterà dov’è, cioè all’Ambiente, anche se girano da giorni alte le quotazioni del democrat ambientalista – e amico intimo di Gentiloni – Ermete Realacci, Costa e Lorenzin (Ncd) pure, ai dicasteri di Famiglia e Salute, e via via scendendo pe’ li rami di viceministri e sottosegretari, dove contano  gli appetiti dei partiti «piccoli» (Popolari, Psi, etc.).
Al ministero del Welfare, scontato l’addio di Giuliano Poletti, la novità è Teresa Bellanova: ex Cgil, tosta e riformista, già viceministro allo Sviluppo economico mentre le quotazioni dell’ex sottosegretario a palazzo Chigi per i problemi del Lavoro, Tommaso Nannicini, renziano di ferro, sono in discesa (dovrebbe lasciare). Per quanto riguarda, invece, i «buchi neri», ne ballano tre. Alla Pa potrebbe restare, come potrebbe andarsene, Marianna Madia per fare posto a Piero Fassino (Area dem, ma non troppo), che rischia di restarsene a casa.

ALL’ISTRUZIONE scontata l’uscita di Stefania Giannini: rifiutata l’offerta da Gianni Cuperlo (Sinistra dem), salgono le quotazioni della senatrice (Area dem) Francesca Puglisi ma in alternativa – pericolosa  per lei – c’è appunto l’azzurro verdiniano Marcello Pera. L’ultimo «buco nero» è la sorte del ministro Boschi. Per il suo posto gareggiano in tre: la senatrice Anna Finocchiaro, data in pole position, il deputato Emanuele Fiano (Area dem) e il vicesegretario dem Lorenzo Guerini (che, però, spiega a un amico: «Io resto al partito») ma solo per il pezzo più importante del ministero, quello delle Riforme. La Boschi, se resta al governo, potrebbe tenere solo le (scarne) deleghe di Pari Opportunità, Adozioni e Rapporti con il Parlamento o andare a Chigi in qualità di sottosegretario ‘semplice’. Certo è – come si fa notare al Quirinale come a palazzo Chigi, al Nazareno come a Montecitorio – “a che serve fare un ministero delle Riforme se questo governo non farà alcuna riforma?”.

NB: questo articolo è stato scritto per il giornale del 12 dicembre 2016 (Quotidiano Nazionale) e aggiornato la mattina del 12 dicembre stesso per il sito Quotidiano.net

Due articoli sulla e nella ‘Casta’: la battaglia tra M5S e Pd sul taglio delle indennità e la dura vita dei ‘portaborse’

Beppe Grillo e, dietro, il suo guru, Gianroberto Casaleggio

Grillo e Casaleggio. il leader dell’M5S e il suo Richelieu sempre nell’ombra…

I tagli anti-casta spiazzano il Pd. Grillo si prepara alla battaglia contro Renzi. L’M5S: «Altro che referendum, dimezzare subito le indennità»

Ettore Maria Colombo
ROMA
«VEDRETE, ora i grillini ci inchioderanno al muro con questa storia della loro proposta di legge sul taglio delle indennità…». Il giovane deputato della sinistra dem di Cesena, Enzo Lattuca, erano giorni che lo andava ripetendo ai suoi colleghi. Rischiamo di ‘prendere una musata’, il concetto. E così potrebbe finire. Coi militanti grillini che hanno già prenotato gli scranni delle tribune riservate a chi vuole assistere a una seduta d’Aula di Montecitorio pronti a riempirli e a urlare «Pd vergogna! Ladri!». L’appuntamento è per lunedì, quando il capogruppo del Pd, Ettore Rosato, prenderà la parola e chiederà il rinvio in commissione della proposta di legge a prima firma Roberta Lombardi (M5S) sul taglio delle indennità ai deputati. Morale: figuraccia da difensori della Casta e in diretta tv. Senza considerare che la campagna del Comitato nazionale ‘Basta un Sì’ ha tappezzato l’Italia di manifesti e spot in cui si dice che, nella riforma costituzionale, c’è un netto taglio ai «costi della politica». Alcuni di quei cartelli hanno fatto infuriare la minoranza dem che parla di «populismo becero di Renzi» perché alcuni di essi recitano «vogliamo mandare a casa 315 politici», e cioè gli attuali senatori.PECCATO che, se davvero passasse la proposta grillina sul taglio delle indennità, vorrebbe dire 61 milioni di risparmi per le casse dello Stato (stipendi) e 26 milioni sulle spese. Calcoli di fonte M5S, ma di certo superiori ai 58 milioni di risparmi stimati dalla Ragioneria dello Stato che porterebbe l’intera riforma di Renzi. Insomma, il Pd preferisce, stavolta, tirare di fioretto e non di spada. Parla di «mossa demagogica», ovviamente, ma non urla. E qui bisogna spiegare un paio di inghippi procedurali.
Innanzitutto cosa prevede la proposta di legge Lombardi: vuole tagliare del 50% solo la parte fissa dello ‘stipendio’ del parlamentare, detta ‘indennità’ (da 10mila euro lordi mensili passerebbe a 5mila euro mensili), ridurre la ‘diaria’ (i 3500 euro mensili decurtati di 206,58 euro per ogni giorno di assenza dalle sedute d’Aula), documentare e rendere consultabili i ‘rimborsi spese’ (3.690 euro mensili), abolire il ‘trattamento di fine mandato’, equiparandolo al Tfr dei lavoratori, e abolire i vitalizi.
Tutte le altre proposte sono assai più soft: puntano a parametrare le indennità dall’attuale aggancio allo stipendio annuale lordo dei presidenti di sezione in Corte di Cassazione a quello dei parlamentari europei o dei sindaci delle grandi città. Il Pd, cioè, per arginare la tempesta, fa melina. Poi mercoledì scorso, all’improvviso, fa votare in tutta fretta, dalla I commissione Affari costituzionali, l’invio del testo in Aula della proposta di legge ma gravata di cento emendamenti e senza relatore. Dicono il loro no solo M5S e Sel, a favore Pd e tutti gli altri, tra cui la Lega.L’INGHIPPO sta nel fatto che quando una proposta di legge arriva in Aula così, la maggioranza dei componenti – che il Pd ha salda, alla Camera – può chiederne il ritorno in commissione causa vizio di esame. Insomma, la discussione generale – come già avvenuto, per dire, con il testo sulla cannabis – si aprirebbe e chiuderebbe in due giorni e il testo tornerebbe di nuovo in commissione per essere lì sepolto. Ma il Pd ha fatto i conti senza l’oste: il tam tam mediatico grillino. «La Casta difende se stessa!», è il grido che già si sente in Tribuna.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 2 di venerdì 21 ottobre sul Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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L’ira dei portaborse: “A noi gli spiccioli. E facciamo di tutto, pure il caffé”

Ettore Maria Colombo
ROMA
LA PROPOSTA di legge del Movimento cinque Stelle che punta a tagliare della metà l’indennità dei parlamentari? «Per quelli come noi, purtroppo, non cambierebbe nulla». Sono sconfortati, all’Associazione italiana collaboratori parlamentari (sigla Aicp). Il problema, infatti, non sta nella voce indennità dei parlamentari ma in altre due, diaria e rimborsi spese, che neppure la proposta di legge Lombardi, che verrà discussa alla Camera lunedì, intende toccare. In teoria, la diaria è un rimborso delle spese di vitto e soggiorno, circa 3.500 euro. Alla diaria si somma il ‘rimborso delle spese per l’esercizio del mandato’ (3.700 euro alla Camera, 4.150 al Senato). Ma in entrambe le Camere l’importo complessivo è diviso in due quote mensili: la prima dovrebbe servire a pagare i collaboratori; la seconda, forfettaria, non ha bisogno di alcuna rendicontazione. Ed è qui che il deputato – di ogni partito, beninteso – ‘ci marcia’.

UN COLLABORATORE parlamentare, infatti, fa di tutto: segue il lavoro del deputato in Aula e in commissione, prepara interrogazioni e interpellanze, proposte di legge ed emendamenti, segue l’attività pubblica del deputato sulle agenzie di stampa, i siti, i social, etc. Eppure, viene pagato, se va bene, sui 1.200-1.300 euro. A volte, una parte, circa 800, vengono denunciati, il resto è dato in nero. A tal punto che se sono 165 i collaboratori parlamentari iscritti all’Aicp, l’associazione ne stima non più di 250-300 per quasi mille parlamentari (630 deputati e 315 senatori). Dove finiscono i soldi che le Camere danno ai deputati per pagare i collaboratori? Nelle tasche dei medesimi onorevoli, tranne quei gruppi, come la Lega, che si avvalgono solo e soltanto di collaboratori del gruppo.

LA REGOLA contrattuale è stata, a lungo, quella dei contratti a progetto: il licenziamento in tronco, o con preavviso fulmineo, era frequente. La Camera dei deputati – cui l’Aicp ha chiesto più volte l’elenco di tutti i collaboratori senza ottenerne risposta – dovrebbe vigilare, ma non lo fa, e un ordine del giorno del governo che chiedeva di disciplinare il ‘mercato’ dei portaborse è rimasto lettera morta. Il Jobs Act ha migliorato un po’ la situazione: chi lo applica stipula contratti a tempo determinato, di solito validi l’intera legislatura. «Dobbiamo sempre e solo sperare nella correttezza del singolo», dicono all’Aicp. Infatti, i casi di deputati che hanno licenziato in tronco i loro portaborse si sprecano. I motivi? «Mi rifiutavo di andare a prenderle i figli a scuola o di comprarle le sigarette e portarle il caffè in ufficio», racconta Fabiola, che lavorava per un’importante deputata M5S, o «Mi ha detto che non ero dei loro, né vegano o vegetariano…», sbotta Rossana. Il caso limite è un senatore che ha licenziato in tronco la sua assistente perché, colpita da un cancro all’utero (per fortuna poi guarito), gli aveva chiesto di poter lavorare da casa. L’Aicp chiede solo di «fare come al Parlamento europeo: c’è una lista pubblica, il deputato ne sceglie uno e il Parlamento preleva il costo (circa 2.500-3.000 euro) dal budget e paga, alla luce del sole». Il che, però nel Parlamento italiano, è come chiedere la Luna.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sabato 22 ottobre sul Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) a pagina 12

#Commissioni parlamentari, giro di valzer. #Renzi usa il ‘manuale Cencelli’ per accontentare gli appetiti dei ‘piccoli’. Presto cambierà anche lo statuto del gruppo #Pd: pugno di ferro contro i ribelli

L'aula di Montecitorio vista dall'internoROMA – «CARNEADE chi era costui?» si chiedeva, cogitabondo, don Abbondio, in un passo famoso (e cult) dei Promessi Sposi del ‘grande italiano’ Alessandro Manzoni. La frase s’attaglia alla perfezione ad Andrea Mazziotti di Celso. Il milite ignoto in questione era, fino a ieri, un deputato di Scelta civica, ma da oggi Mazziotti di Celso (figlio di illustre costituzionalista, Manlio, oltre che di antico sangue blu che gli scorre, sapido, nelle vene) è il nuovo presidente della I commissione, Affari costituzionali, della Camera dei Deputati, uno degli scranni più prestigiosi di Montecitorio e, in generale, del Parlamento, riuscendo nella nobile impresa di sbaragliare concorrenti ben più titolati, in teoria, di lui come i dem Emanuele Fiano (capogruppo) e Matteo Richetti. A lui, Mazziotti, s’accompagna l’annunciata ‘rivoluzione’ di metà mandato nelle commissioni parlamentari permanenti, ma non bicamerali (per capirsi: Antimafia, Rai, Casse di previdenza non si toccano, per legge, in quanto si tratta di commissioni permanenti) che ha riguardato, ieri, la Camera (cinque le novità) e che il Senato, invece, affronterà solo a settembre.

Il «carneade» Mazziotti aveva, però, tutt’altro santo, in Paradiso. Infatti, il suo partito (fondato da Mario Monti, dissoltosi, rinato, almeno così pare) è oggi in mano a Enrico Zanetti. Sottosegretario al Mef, segretario di Sc, nonostante percentuali vicine allo zero virgola, Zanetti – che è veneziano e, prima di far politica, faceva il commercialista – ha preso la calcolatrice ed è andato dal premier, per una visita di (presunta) cortesia: «Alla Camera di civici siamo 23 (ma zero al Senato, zero in Europa, zero nelle Regioni, ndr), caro Matteo. Vuoi governare? Bene, il nostro prezzo giusto è: 1 commissione + 1 sottosegretario». RENZI s’è dovuto adattare con tanto di rispolvero del mitico Manuale Cencelli, che furoreggiava già ai tempi della Prima Repubblica (consigliamo, al colto e all’inclita, il libro omonimo, Il manuale Cencelli, Editori Riuniti, a cura del compianto giornalista parlamentare Renato Venditti, una vita passata tra Paese Sera e l’Unità, ndr.) e così dovrà fare anche per il futuro rimpasto di governo, che sia presto o a settembre. Infatti, anche lì giocano, e in “serie A”, altri sconosciuti ma importanti «Carneadi»: ci sono i Popolari per l’Italia (D’Onghia), i Popolari-Demos (Oliviero, Giro), Scelta civica, il Psi e altri partitini. Tutti famelici e tutti da accontentare. Al Senato, per dire, Sc non esiste (più), ma i Popolari-Demos (scissione di scissione di Sc) sì: 13 alla Camera, 5 al Senato, hanno già fatto sapere al premier che, “loro”, pesano come l’oro.
S’è pensato bene, a palazzo Chigi, di correre ai ripari e compensarli con relativa cadrega, ma alla Camera, dove possono (in teoria) fare meno danni, e sottraendola proprio a Sc. Infatti, al posto di Pierpaolo Vargiù, a presiedere la commissione Affari sociali, va l’ex portavoce della comunità di Sant’Egidio (serio e competente, almeno lui), nonché catto-sociale, Mario Marazziti.

C’è da dire che anche il doppio cognome «serve», come la serva di Totò, per diventare presidente di commissione. Infatti, ce l’hanno in tre su quattro, ai vertici delle commissioni.
Oltre a Mazziotti, c’è, per dire, Flavia Piccoli Nardelli (sì, è la figlia di Flaminio Piccoli, antico segretario Dc e artefice del famoso “Preambolo” che, nel 1981, grazie all’alleanza tra Forlani, Andreotti e, appunto, il papaà di Flavia, mandò a casa “l’onesto Zac” e la sinistra dc, quella del compromesso storico): va a riempire il terribile vuoto che si era creato in commissione Cultura causa assenza forzosa (FI, attualmente agli arresti domiciliari) di Giancarlo Galan (mai volutosi dimettere dall’incarico, detto per inciso). Poi c’è un altro doppio nome, più che cognome, quello Francesco Saverio Garofani: ex vicedirettore di due giornali della Dc e Margherita che fu (airdaje), il Popolo ed Europa, consigliere di Mattarella, Garofani (Pd) guiderà la commissione Difesa al posto di Elio Vito (FI), il quale ha cercato in tutti i modi, ma del tutto inutilmente, di autoconservarsi il posto.
Solo un cognome, non doppio, ma altrettanto “Carneade” è quello del milanese Maurizio Bernardo (Ncd): va alla commissione Finanze al posto del fittiano Daniele Capezzone, ma lì, a far guerra per il Sancho Panza di turno, s’è imposto Alfano in versione don Chisciotte
Certo è che, dal 2013, quando le commissioni parlamentari furono nominate per la prima volta in questa legislatura, a ieri, quando sono state rinnovate, sembra passato un secolo. Almeno per l’M5S, di sicuro: tra governo Letta non ancora in carica, caos istituzionale, larghe intese Pd-Pdl alle porte e Pd allora a guida Bersani nel pieno del “pallone”, era riuscito a strappare otto vicepresidenze, 11 segretari e un vicepresidente d’aula (Di Maio). Glieli hanno tolti tutti, i vicepresidenti, tranne due e subito i grillini hanno gridato al «golpe», accusando anche le altre opposizioni (SeL, Fd’It, etc.) di essersi accontentati degli “strapuntini” (vero). Assai peggio, però, è andata a Forza Italia: quattro presidenti aveva, quattro ne perde. Un vero «cappotto», anche se edulcorato da un paio di vicepresidenze guadagnate per i «lealisti» berluscones a scapito dei «fittiani», rimasti a becco asciutto.

IL BAROMETRO segna, in teoria, bel tempo, invece, per la minoranza dem: tutti i presidenti di area sono stati riconfermati. Ma se si guarda bene, si scopre che Epifani è stato in forse fino all’ultimo (il sottosegretario Luca Lotti pare che volesse farlo fuori, poi Renzi si è scoperto in versione “buonista” e ha lasciato correre, riconfermandolo), per la conferma alla testa della commissione Attività Produttive; Boccia, che guida la cruciale Bilancio, ha dovuto silenziarsi nelle polemiche contro il governo e Cesare Damiano, a capo della commissione Lavoro, è da tempo considerato un «lealista» molto responsabile. Insomma, il bottino è magro, per la minoranza, altro che chiacchiere. E la vera ciliegina sulla torta sta nel nuovo Statuto del gruppo che diventerà come quello votato dal partito all’Assemblea Nazionale: le decisioni prese in comune diventeranno «vincolanti» per tutti.
Tradotto: addio voti «ribelli». Se ne occuperà, di studiare il nuovo regolamento, una commissione ad hoc, che studierà, vaglierà e poi porterà all’assemblea del gruppo le sue conclusioni, ma già si sa come andrà a finire: i voti ribelli saranno limitati e circoscritti esclusivamente alle “questioni di coscienza” (i temi etici) e non più possibili sui voti politici, voto di fiducia al governo in testa. Insomma, altri casi Civati (o Fassina) non saranno più tollerati, pena l’espulsione. De te, D’Attorre, fabula narratur... Del resto, il pugno di ferro della nuova gestione, in mano a Ettore Rosato e ora affiancato da Matteo Mauri (ex tesoriere del gruppo, dove approda l’ex dalemiano Marantelli) come vicario, già si sente. E, presto, inizierà a far male, sulla pelle dei dissidenti. Senza il contestuale guanto di velluto.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 22 luglio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)