Renzi mette il governo sotto tutela e fa melina sulla legge elettorale. Gelo con il Colle. Cronaca di un’ordinaria Assemblea

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Renzi vuole il Pd ‘regista’ del governo. Bagarre sui nome per la Direzione.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giovedì 11 maggio, a ora di pranzo, si terrà la prima riunione tra la nuova segreteria del Pd, nominata da Renzi, il suo vice Martina, i capigruppo parlamentare dem e i due ministri che seguono, di solito, tutti i provvedimenti del governo, la Finocchiaro (Riforme) e la Boschi (presidenza del Consiglio). Saranno riunioni assai frequenti (“settimanali” ha detto ieri Renzi), si partirà probabilmente dalla legge elettorale, e danno l’idea di un governo cui Renzi non vuole togliere la fiducia, ma di fatto appare ‘sotto tutela’, la sua. Renzi ha chiesto e ottenuto un “coordinamento”, si spiega anche da palazzo Chigi, per raffinare qualità e scelte dell’esecutivo, ma suona commissariamento.

Il neo segretario, a cinque mesi esatti dalle sue dimissioni, è tornato rinvigorito e non lo nasconde: “lavoreremo insieme fino al 2021” è la promessa che suona un po’ da minaccia, davanti alla platea dei delegati, che infatti ridono nervosi. Del resto, archiviati i mesi di “polemiche, litigi, scissioni”– spiega Renzi dal palco del lunare (sta a Fiumicino) Marriot Hotel, dove si tiene l’Assemblea nazionale dem – “ha vinto il Pd”, quello che “non litiga” e “sceglie Macron”. “Basta sparare sul quartier generale” è il perentorio invito.

“Nessuno metterà in discussione il governo Gentiloni”, scandisce Renzi davanti al premier, seduto in prima fila, poi ributta la palla nel campo avversario sulla legge elettorale, infine delinea il nuovo Pd. Dovrà lavorare con mezzi antichi (i circoli) come nuovi (la app ‘Bob’ e i social media) e su tre parole d’ordine: “lavoro, casa e mamma” (sic) che suscitano facili ironie, specie sul web, ma quelle sono e quelle saranno.

Renzi ha ormai il pieno controllo del partito e lo dimostra. ‘Nuovo’ presidente viene riconfermato Matteo Orfini, nonostante le rimostranze di Orlando che non lo voleva (e che dal palco ammonisce: “non tutti i nodi sono stati sciolti, tra Bersani e Berlusconi continuo a preferire Bersani”), ma la sua area si spacca (solo 16 contrari e 60 astenuti contro Orfini sui 212 delegati di area), i due vicepresidenti vengono concessi alle due minoranze (Pollastrini, Orlando, e De Sanctis, Emiliano), Bonifazi viene confermato tesoriere e Martina impalmato vicesegretario. Morale: il controllo di Renzi sull’Assemblea (700 delegati, 212 di Orlando, 88 di Emiliano) è e rimane ferreo. Orlando  e i suoi si mettono in una posizione di minoranza e mani libere, non vogliono incarichi, tantomeno in segreteria, mentre Emiliano – che saluta Renzi dal palco inneggiando a Che Guevara (“Hasta la victoria, segretario!”) è in una posizione molto più trattativista.

Ma se per gli incarichi della nuova Segreteria bisognerà ancora aspettare qualche giorno (sicuri di entrare sono solo Nannicini al Programma, Bellanova al Welfare, Richetti come coordinatore e Anzaldi alla Comunicazione), è sulle future nomine in Direzione che scoppia il caos al punto da prorogare artificiosamente i lavori dell’Assemblea per tutto il pomeriggio con interventi fiume e non previsti che nascondono le febbrili trattative nel retro palco tra le varie aree. La quota degli eletti figli dell’Assemblea è già ripartito (84 a Renzi, di cui 50 renziani doc più una trentina tra area Franceschini, Martina, Orfini, 24 Orlando, 12 a Emiliano), ma Renzi ha a disposizione – oltre ai membri di diritto (20 segretari regionali, sindaci delle grandi città e membri della segreteria, tutti suoi, più ex premier, ex segretari, ministri) – 20 nomi ad personam. L’altra volta volle tutti sindaci, ora punta su 20 giovani, generazione ‘Millenials’, figli di Classe dem. “La tipica renzata”, sospirano i suoi, che getta il partito nel caos. Beppe Fioroni, leader dei Popdem, non trova posto (la cosa non accadeva da decenni) perché arriva Arianna Furi (19 anni, romana), Gianni Cuperlo neppure, Fassino si sente sotto-rappresentato ma c’è, il panico dilaga, Renzi è irremovibile. Il caso Cuperlo, in particolare, sembra un ‘caso’ politico, ma è figlio del restringimento dei posti della mozione Orlando causato dall’arrivo dei Millenials. Cuperlo aveva promesso ad alcuni dei suoi l’ingresso in Direzione tra i 25 di Orlando ed ha preferito escludersi lui con un atto d’imperio, spiegano gli orlandiani, per fare largo ad altri. Eppure, la Pollastrini tuona (“decisione incomprensibile”), Anzaldi semina dubbi nel campo avverso (“Spiace che Orlando abbia escluso Cuperlo”…) ed è un fatto che Cuperlo si senta sempre più distante dal Pd di Renzi. Anche Lorenzo Guerini non entra in organismi di comando, ma Renzi lo valorizzerà presto o mandandolo al governo (delega ai Servizi o viceministro economico) o facendogli seguire il capitolo più delicato di tutti, la legge elettorale.

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. Legge elettorale, Renzi gela il Colle: “Non spetta a noi la prima mossa”

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Diciamo una parola di verità sulla legge elettorale – scandisce Matteo Renzi dal palco dell’Assemblea nazionale (Hotel Marriot, posto super kitsch, bar stile Guerre stellari) – e la diciamo rivolgendoci con deferenza e rispetto a Mattarella, a cui va la nostra riconoscenza filiale, la nostra amicizia e devozione: il Pd non farà il capro espiatorio”.

Ecco, già non inizia bene, l’approccio di Renzi al tema, non per la citazione letteraria di Pennac e del suo Malaussène, ma perché a diversi osservatori, compresi molti dei suoi, quel parlare di “riconoscenza filiale, amicizia e devozione”, nei confronti di Mattarella, suona più da provocazione, all’indirizzo del Colle, che da atto di deferente sudditanza. Insomma, il messaggio cifrato è: tu te la prendi con noi, ti lamenti del Pd, ma non guardare di qua, non chiedere a noi perché il Pd ha proposto di tutto (e giù l’elenco: il Mattarellum, estensione dell’Italicum al Senato, il tedesco). “La responsabilità dello stallo – e qui Renzi torna in chiaro – è di chi oggi è maggioranza al Senato e si elegge a colpi di mano il presidente in commissione Affari costituzionali. Il Pd – scandisce le parole il leader – è pronto a fa un accordo con chicchessia purché si faccia una legge decente. Ma non saremo noi a farci inchiodare alle responsabilità di una classe dirigente che resuscita la prima Repubblica”. Renzi, con i suoi, è ancora più netto: “Sulla legge elettorale questa è la nostra posizione definitiva, non ce ne saranno altre”. Per capirsi, quando giovedì prossimo Mazziotti di Celso, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, scriverà il testo base da mandare in Aula, entro il 29 maggio, sulla legge elettorale (la richiesta esplicita e pressante di Mattarella era proprio ‘fare presto’), il Pd non presenterà un suo articolato né ne appoggerà altri. “La riforma elettorale – spiega Renzi ai suoi – dipende dagli altri. Vedete, Di Maio si è già mosso e ci chiede di fare insieme la legge? Ma prima voglio che ci dica – continua l’ex premier – che tipo di proposta è la sua e se parla a nome di tutti i grillini. Altrimenti, non ci muoviamo. Berlusconi invece non dice niente, sembra gli vada bene la legge che c’è, se vuole cambiarla ci faccia una proposta”.

Morale non si farà alcuna legge nuova, Renzi ne è convinto. E allora? Nel Pd renziano esistono due scuole di pensiero: entrambe riguardano lo stesso atto – il decreto legge in materia elettorale – che proprio il Capo dello Stato potrebbe ritenere un grave errore, ma divergono di molto sui tempi. Per gli ultrà renziani il governo dovrebbe approntare, “entro l’estate”, il decreto in modo tale che andare a votare entro ottobre (poco dopo le elezioni tedesche del 24 settembre) sia ancora possibile, facendo la legge di Stabilità in breve tempo, prima o dopo le urne. Per i renziani ‘di governo’, invece, il decreto andrebbe fatto a novembre per votare a scadenza naturale della legislatura. In ogni caso, il contenuto del decreto è sempre lo stesso: l’armonizzazione dei due sistemi elettorali, a partire dai capolista bloccati (da estendere dalla Camera al Senato, dove vige la preferenza unica) più pochi altri aggiustamenti. Certo è che, una volta approvato un decreto legge siffatto, non resterebbe, per Mattarella, che mandare tutti alle urne.

NB: Articoli pubblicati a pp. 8 e 9 del Quotidiano nazionale l’8 maggio 2017.

 

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Largo ai fedelissimi. Renzi rafforza il controllo sul partito: Assemblea, Direzione e Segreteria. Un’intervista a Ettore Rosato: il rapporto tra Pd e governo

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi prepara il suo discorso di investitura in vista dell’Assemblea nazionale di domenica prossima, il luogo che lo proclamerà, formalmente, nuovo segretario del Pd. Il Pd, per ora, non ha più una proposta ufficiale, sulla legge elettorale, anche se Renzi la promette “presto”, parlando ai suoi: vuol dire che domenica, in Assemblea, la specificherà. Intanto, mentre alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, il presidente, Andrea Mazziotti di Celso, ha chiesto una settimana in più per approntare il testo base che, entro il 29 maggio, deve arrivare in aula a causa della Babele di proposte dei vari partiti, informalmente il Pd prima ha parlato ai 5Stelle proponendo loro di accordarsi su un premio alla lista per chi arriva al 37% dei voti ma, da due giorni, anche a FI e Lega (ieri il ministro Lotti ne ha parlato fitto fitto col leghista Giorgetti). In questo caso la proposta è un sistema tedesco basato sul 50% di collegi e il 50% di liste corte bloccate, con una soglia di sbarramento unica al 5% che fa già imbufalire Ap.

Sui nuovi assetti del partito, invece, i giochi sono già fatti. Innanzitutto va detto che – grazie al lavoro certosino di Lorenzo Guerini, vicesegretario uscente con Deborah Serracchiani (al loro posto ci sarà un vicesegretario unico, carica che verrà affidata al ministro Maurizio Martina) – Renzi avrà un controllo ferreo in Assemblea e in Direzione. Sui mille delegati congressuali eletti contestualmente alle tre mozioni, Renzi ne ha, in totale, 707, Orlano 212, Emiliano 88 (più tre parlamentari). Sui 700 eletti della mozione Renzi-Martina, però, ben 489 sono renziani di stretta osservanza, 92 di Area dem (la corrente del ministro Franceschini), 65 fanno capo all’area di Martina e 70 sono Giovani Turchi. Per superare la soglia magica di 501 (50,1%) serve aggiungere il gruzzolo della stragrande maggioranza che i renziani doc godono tra i cento parlamentari che, insieme ai 20 segretari regionali (tutti renziani), ai ministri, altre personalità varie, vanno a integrare i membri dell’Assemblea (totale: 1100). E così, con 510/520 delegati Renzi, al netto di Franceschini, potrà contare su una maggioranza ‘bulgara’ e assai granitica.

In ogni caso, le due mozioni alternative, quella di Orlando e di Emiliano, rifiuteranno la gestione unitaria, mentre sono più possibiliste sull’offerta – se, però, mai vi sarà – di una gestione comune degli organi di garanzia (presidente e vicepresidenti d’assemblea, presidenti organi di garanzia). Per la carica di presidente, “Matteo ci sta pensando”, dicono i suoi. Probabilmente resterà Orfini, alleato di Renzi, un’ipotesi potrebbe essere di investire Guerini, ritenuto anche dagli avversari super partes, o la Pollastrini (Orlando) oppure una personalità come Nicola Zingaretti, governatore del Lazio che si è schierato con Orlando per il congresso, ma che va predicando il ritorno all’unità del partito. La nuova segreteria, che verrà formalizzata solo dopo la Direzione di settimana prossima, sarà la sagra del renzismo. Matteo Richetti farà le veci del coordinatore e portavoce, Ricci, Carbone, Ermini e Morani resteranno al loro posto, come pure, ovviamente, il tesoriere, Francesco Bonifazi mentre Michele Anzaldi sarà responsabile Comunicazione. Figure di esperienza (Nannicini e il viceministro Bellanova) affiancheranno giovani in ascesa come Ascani (ex lettiana), Gribaudo (area Orfini) e un ex Sel area Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia in grande ascesa nell’Olimpo renziano. Ci saranno dei giovani sindaci ‘pescati’ da Renzi nei territori (Ciro Bonajuto di Ercolano, Davide Galimberti di Varese, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria) mentre al delicato e cruciale settore dell’Organizzazione andrà il giovane (classe 1976) Andrea Rossi, emiliano e uomo di fiducia del governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini, oltre che ex sindaco di Casalgrande (vicino Reggio-Emilia).

NB: L’articolo è stato pubblicato a p 8-9 del Quotidiano Nazionale del 4 maggio 2017


ettore rosato

2. Intervista al capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato sul governo Gentiloni. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gentiloni è un dirigente del Pd, e questo è il governo del Pd”, dice il capogruppo alla Camera dem, Ettore Rosato, “ma il Pd deve essere di supporto, stimolo e confronto continuo rispetto all’azione del governo”. Infatti, i ‘paletti’ che Rosato pone non sono pochi e nessuno di poco conto.

Cosa chiedete al governo Gentiloni? Un cambio di passo?

“Serve continuità con quanto fatto negli anni del governo Renzi: bisogna andare avanti sul calo della pressione fiscale e sugli investimenti per creare nuova occupazione e aiutare il sociale. Politiche che hanno portato a risultati tutti positivi per il sostegno dell’occupazione e la crescita economica. Dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Confindustria dice: ‘Nella manovrina ci sono troppe tasse’.

“La manovrina farà il suo percorso parlamentare e la esamineremo con attenzione. Ritoccare le tasse su tabacchi e giochi non è un aumento della pressione fiscale, ma solo la rimodulazione della tassazione su due settori specifici”.

Il Pd promette che nella manovra d’autunno non ci saranno nuove tasse. Ma come farete a impedire l’aumento dell’Iva?

“Sono quattro anni che non aumentiamo la pressione fiscale. Possiamo e dobbiamo continuare su questa linea. Aumentare la pressione fiscale produce più danni dei benefici che porta. Padoan sa fare il suo mestiere bene. Troveremo con lui il giusto equilibrio anche questa volta”.

E’ pensabile fare una manovra economica senza sfondare i parametri UE?

“La UE non è il nostro maestro e anche noi come Italia ne facciamo parte. Interesse comune è definire misure che applichino le regole europee con l’elasticità consentita. Questo per sostenere la ripresa economica, creare investimenti, aumentare i posti di lavoro. In ogni caso, abbiamo scritto tutto nel Def e ci atterremo a quello”.

Cosa fare su Alitalia?

“Noi siamo convinti che vada salvata dal fallimento in tutti i modi senza risorse pubbliche a fondo perduto, ma investendo tutta la forza del governo in una trattativa che consenta all’Italia di non perdere un asset industriale importante e un pezzo di economia reale del Paese”.

Dopo le primarie, le elezioni sono più lontane o più vicine?

“Non farei più calendari delle elezioni. Occupiamoci delle tante questioni di merito, a partire dalla legge elettorale”.

A proposito, si farà mai una nuova legge elettorale?

“Noi abbiamo fatto una proposta chiara, il Mattarellum. Gli altri ne hanno fatte dieci diverse. Bisogna trovare una sintesi nella consapevolezza come giustamente ha chiesto il Presidente. Ma il Pd non è autosufficiente per approvarla. Serve trovare un accordo ampio alla Camera su un testo che poi regga anche alla prova del Senato”.

I 5Stelle hanno fatto la loro proposta. Come rispondete?

“I 5Stelle sono un interlocutore poco affidabile. Ogni loro dichiarazione sul punto viene smentita sei ore dopo. In ogni caso la valuteremo, come ogni altra proposta. E faccio notare che il modo migliore per far fallire una trattativa sulla legge elettorale è quella di annunciarla sui giornali…”.

Offrirete la gestione unitaria del Pd a Orlando e Emiliano?

“Il Pd è di tutti, Renzi lo ha detto più volte. Noi vogliamo far sentire tutti a casa loro e l’offerta vale per tutti”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata su Quotidiano Nazionale il 3 maggio 2017.

“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Meb e Luca, simul stabunt simul cadent. I destini incrociati di Lotti e Boschi, gemelli diversi del ‘giglio magico’ di Renzi oggi nel governo Gentiloni

Italy Politics

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

MARIA Elena e Luca, ‘la’ Boschi e ‘il’ Lotti, ‘Meb’ e ‘Lampadina’, l’aretina e l’empolese, il giovane avvocato di Laterina che scopre la politica sul lato dalemiano (parteggiava per Michele Ventura che perse male le primarie a candidato sindaco di Firenze contro Renzi) e, solo dopo, su quello renziano, e il “carrarmato” di Matteo Renzi da quelle primarie in poi, cioè da sempre. I loro destini sono legati da anni, da quando il loro ‘Re Sole’, Renzi, decise il grande salto: da presidente di Provincia a sindaco di Firenze, dal locale al globale, candidato alle primarie contro Bersani (perse) e poi contro Cuperlo, (vinte) segretario del Pd e poi successore di Enrico Letta a palazzo Chigi. L’ascesa, il trionfo, dietro «Cesare» e, ora, da poco, la caduta, ben più repentina e drammatica del trionfo, e per entrambi, causa quel maledetto referendum costituzionale del 4 dicembre per cui si erano impegnati, entrambi, anima e corpo (tanta ‘anima’ e pure tanto ‘corpo’). Insomma, come dicevano i latini, ‘simul stabunt, simul cadent’: cade l’uno, cade l’altro, se restano, lo fanno insieme. Ma sarà poi così vero o, invece, anche i loro due destini stanno per separarsi per sempre?

TANTO che la caduta della Boschi, esposta per forza di cose al pubblico ludibrio in quanto «madre regina» della riforma costituzionale da lei voluta – con Renzi – seguita, partorita, nata, promossa (in Parlamento) e bocciata (nelle urne referendarie), è stata più eclatante e pesante di quella di Lotti, sempre spettinato e sempre vestito un po’ male, finto casual, parco di dichiarazioni, interviste, comizi. Ieri era lei a sorridere, felice e soddisfatta, nel salone delle Feste di palazzo Chigi mentre lui sorrideva timido nel Salone delle Cerimonie del Quirinale. Tailleur nero formale, assai lontano dal completo blu elettrico indossato 2 anni fa quando giurò da ministra nelle mani di Napolitano, Maria Elena è tornata radiosa.
Eppure, dicono i renziani ‘cattivi’, «la sua è una evidente diminutio. Esce da ministro di Renzi ed entra sottosegretario nel governo Gentiloni. Seguirà le sedute del consiglio dei ministri, ma è una pura funzione notarile: scriverà l’ordine del giorno, terrà l’agenda delle riunioni, punto». Le cose, in realtà, sono sempre meglio di come appaiono: quel ruolo, che fu di Gianni Letta è «un ruolo importante, un ruolo chiave» dicono i suoi, senza dire che terrà, pare, due deleghe ereditate dal ministero precedente (Pari Opportunità e Adozioni). Eppure, alle Riforme, Lei non poteva restare. Per dialogare con gli altri partiti, sulla legge elettorale, serviva una persona meno divisiva. Ed ecco, infatti, che alle Riforme va la paziente, e glaciale, oltre che esperta, Anna Finocchiaro, che pure di Meb è stata – al Senato e, più in generale, al partito e con gli altri partiti – una vera ‘madrina’ (“Mi è scattato il maternage”, disse di lei, dopo aver detto, invece, di Renzi, che era “un miserabile” perché voleva escluderla dalle liste alle Politiche) su riforme e legge elettorale.
Inoltre, Renzi non si fa vedere in pubblico con lei da troppo tempo: Leopolda 2015, per la precisione, quando il crac di Banca Etruria piombò tutto e solo sul capo di suo padre.
Infine, i suoi sms continui, quasi insistenti, di certo pieni di pathos, per convincere il neo premier, Gentiloni, quasi stupito – così si dice – da tanta gentile insistenza, che di certo non l’hanno aiutata a fare una bella figura, ieri nel partito, oggi nell’opinione pubblica.
Renzi, di certo, non l’ha mollata («Farai quello che vorrai, decidi tu», le ha detto), anzi, l’ha aiutata quello che basta, ma per vincere il congresso e le elezioni serve Lui, Luca Lotti. Promosso ministro allo Sport, che a una prima occhiata sembra una delega assai «leggera», mantiene le deleghe (pesanti, pesantissime) all’Editoria e al Cipe, cioè i soldi che – più o meno a pioggia – arriveranno al governo e verranno distribuiti, specie al Sud, per non dire del fatto che il capitolo ‘nomine’ degli enti e cda di Stato sempre a lui resterà.
CERTO, non arriva la delega ai Servizi segreti, delega che Gentiloni si tiene ben stretta e a cui Lotti mirava perché era suo vecchio pallino, anche se i suoi dicono che “non è vero” e che “non ci ha mai pensato a volere quel posto” e che, casomai, puntava a un altro bersaglio grosso, il ministero degli Interni, che invece è andato a un suo vecchio rivale, Marco Minniti (già dalemiano, poi veltroniano, ora renziano di complemento) che aveva in mano proprio i servizi. Ma il vero «bingo» Lotti lo fa nel solo essere diventato ministro e, di conseguenza, nel partecipare alle riunioni del cdm. Pochi sanno che pur avendo il ruolo di sottosegretario, Lotti, fino a ieri, non ci entrava nemmeno, nel consiglio dei ministri: a verbalizzare le sedute – atto che, da oggi, sarà compito della Boschi – era De Vincenti.
Ma è lì dentro che si decide «la Politica», scelte di governo e non solo. «Nel cdm sono entrati, o rientrati, tutti i capi corrente del Pd (Franceschini, Orlando, Martina, ndr) – spiega un ‘lottiano’ – ma mancava proprio un… renziano e Luca è il capocorrente di Renzi. Prima non serviva, perché al governo c’era Matteo, e Luca gli stava subito dietro, sempre, ora serve, eccome se serve». Eccola, dunque, la spiegazione: Lotti agirà da «dante causa» di Renzi, senza dire che «darà una mano a Renzi per preparare il congresso, vincerlo e andare al voto».Certo, Lotti – ombroso e silenzioso di suo – dovrà diventare più loquace, forse persino «simpatico», agli occhi di un opinione pubblica che lo conosce assai poco.
Ma tant’è, à la guerre comme à la guerre. E Maria Elena? Sorriderà, guardando il cdm dentro e il governo da vicino, da palazzo Chigi, ammaliante, come sa fare solo lei.
Alla faccia delle polemiche e dei tormentoni contro il suo volto, e il suo ruolo, che sono già partite. Alla faccia anche di quei renziani che, ieri, perfidi, più che cattivi, dicevano: «Mantenere Maria Elena al governo è peggio di un delitto, è un grave errore politico».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 dicembre 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

NEW! Totoministri governo Gentiloni: Alfano agli Esteri, Minniti agli Interni, a Lotti anche gli 007, dentro Verdini, via Giannini e Poletti, resta la Boschi

Questo articolo è stato scritto ieri sera e aggiornato ieri notte e solo sul sito stamattina. 

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

IL GOVERNO Gentiloni che oggi ha visto le delegazioni dei partiti a Montecitorio, ha una lunga serie di «stelle fisse», nel senso di ministri riconfermati nel loro ruolo dall’incarico precedente (governo Renzi) e alcuni «buchi neri» che potrebbero scompaginare il quadro.
Partiamo dalle «stelle fisse». La prima, destinata a durare e a brillare come prima (anzi, di più) è quella di Luca Lotti. ‘Il’ sottosegretario per eccellenza alla presidenza del Consiglio di palazzo Chigi, amico fidato di Matteo Renzi e cuspide dell’ormai arcinoto «giglio magico» fiorentino, non solo resterà dov’è, ma assumerà anche la cruciale delega ai servizi segreti, cui ambiva da tempo, fino ad ora nelle mani di Marco Minniti (ex dalemiano, nelle origini, poi veltroniano, oggi vicino ad Area dem di Franceschini). Minniti andrà agli Interni, ministero di certo delicato e decisivo, in tempi di elezioni anticipate, mentre Angelino Alfano, leader di Ncd, lascia il Viminale per la Farnesina. Una scelta clamorosa, certo, e della quale per ore non sono state chiare le reali motivazioni. In realtà, Alfano lascerebbe gli Interni per un motivo tutto «politico»: sganciarsi da un ministero cui gli elettori specie quelli moderati, imputano gli sbarchi dei migranti e il boom di immigrati in vista di elezioni Politiche anticipate in cui già i centristi stenteranno e dove, anche per questo motivo, potrebbero pagare un pegno in termini di consensi troppo alto. Insomma, anche se sia Renzi che lo stesso Gentiloni avrebbero visto bene la prima segretaria generale donna della Farnesina, Elisabetta Belloni, agli Esteri, o in alternativa Piero Fassino – la seconda scelta di Gentiloni, l’ultima di Renzi che gli imputa il disastro della sconfitta alle comunali di Torino a giugno – Alfano ha deciso di andarci lui, agli Esteri, anche perché, insieme e subito dopo al Pd, il suo Ncd ha la golden share della maggioranza.
A Lotti, invece, resta in mano un altro dossier chiave, le nomine delle aziende di Stato: in primavera scadono i vertici di Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna e altri cda, gran finale con il successore di Vincenzo Visco a Bankitalia, i vertici della Rai, ove mai si dimettessero.

L’ALTRA certezza è che «un posto, a quelli di Verdini, bisognerà trovarlo», allargano le braccia i renziani. Si da il caso, infatti, che Ala (18 senatori e 16 deputati che si sono fusi coi miseri resti di Scelta civica di Zanetti, un partito che si è auto-liquefatto da solo negli anni) è determinante per la sopravvivenza di qualsiasi governo, al Senato, dove – senza i voti di Ala – banalmente la maggioranza non c’è (173 voti presi da Renzi all’ultima fiducia, senza i 14 assicurati da Verdini, non ci sarebbero stati i 169 voti necessari per avere la fiducia): governo Renzi ieri, governo Gentiloni da domani. Ergo, bisogna accontentarli, i verdiniani. Il problema è come: una promozione dello stesso Zanetti, oggi viceministro all’Economia, che però è inviso ai più (democrat e tutti gli alleati, compresa buona parte dei verdiniani) per il suo eccessivo e petulante protagonismo o un ministero per uno tra due ex azzurri di rango: Giuliano Urbani o Marcello Pera, che ha guidato i «Comitati centristi per il Sì». Il secondo, più del primo, sarebbe un ottimo ministro delle Riforme o anche dell’Istruzione. Ma alla fine potrebbe essere premiato Saverio Romano, con il nuovo ministero per il Sud, visto che l’ex fondatore del Pid, poi ‘responsabile’ berlusconiano, oggi è una colonna di Ala nonché un portatore di voti oggi a Verdini, come ieri a Berlusconi, nella sua colonia sicula, oppure il deputato verdiniano (e toscano) Riccardo Mazzoni agli Affari regionali.

La terza certezza sono le conferme di molti ministri: da quelli del Pd – Orlando (Giovani Turchi) alla Giustizia, Pinotti (Aream dem) alla Difesa, Martina («Sinistra è cambiamento») all’Agricoltura, Delrio (cattorenziani) alle Infrastrutture, più i ‘tecnici’ di area renziana Padoan all’Economia e Calenda allo Sviluppo economico. In area centrista, il bolognese Galletti (Udc) resterà dov’è, cioè all’Ambiente, anche se girano da giorni alte le quotazioni del democrat ambientalista – e amico intimo di Gentiloni – Ermete Realacci, Costa e Lorenzin (Ncd) pure, ai dicasteri di Famiglia e Salute, e via via scendendo pe’ li rami di viceministri e sottosegretari, dove contano  gli appetiti dei partiti «piccoli» (Popolari, Psi, etc.).
Al ministero del Welfare, scontato l’addio di Giuliano Poletti, la novità è Teresa Bellanova: ex Cgil, tosta e riformista, già viceministro allo Sviluppo economico mentre le quotazioni dell’ex sottosegretario a palazzo Chigi per i problemi del Lavoro, Tommaso Nannicini, renziano di ferro, sono in discesa (dovrebbe lasciare). Per quanto riguarda, invece, i «buchi neri», ne ballano tre. Alla Pa potrebbe restare, come potrebbe andarsene, Marianna Madia per fare posto a Piero Fassino (Area dem, ma non troppo), che rischia di restarsene a casa.

ALL’ISTRUZIONE scontata l’uscita di Stefania Giannini: rifiutata l’offerta da Gianni Cuperlo (Sinistra dem), salgono le quotazioni della senatrice (Area dem) Francesca Puglisi ma in alternativa – pericolosa  per lei – c’è appunto l’azzurro verdiniano Marcello Pera. L’ultimo «buco nero» è la sorte del ministro Boschi. Per il suo posto gareggiano in tre: la senatrice Anna Finocchiaro, data in pole position, il deputato Emanuele Fiano (Area dem) e il vicesegretario dem Lorenzo Guerini (che, però, spiega a un amico: «Io resto al partito») ma solo per il pezzo più importante del ministero, quello delle Riforme. La Boschi, se resta al governo, potrebbe tenere solo le (scarne) deleghe di Pari Opportunità, Adozioni e Rapporti con il Parlamento o andare a Chigi in qualità di sottosegretario ‘semplice’. Certo è – come si fa notare al Quirinale come a palazzo Chigi, al Nazareno come a Montecitorio – “a che serve fare un ministero delle Riforme se questo governo non farà alcuna riforma?”.

NB: questo articolo è stato scritto per il giornale del 12 dicembre 2016 (Quotidiano Nazionale) e aggiornato la mattina del 12 dicembre stesso per il sito Quotidiano.net

Riforma del Senato ‘for dummies’: Costituzione, bicameralismo, 138, etc. Più tre misteri gloriosi (doppia conforme, art. 2 e lodi vari).

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ecco a disposizione dei ‘venticinque lettori’ di questo blog un piccolo prontuario di domande e risposte, si spera il più possibile chiare, sulla battaglia in corso al Senato. Si tratta di questioni tecniche, per lo più, anche se pieni di risvolti politici trattati il più possibile in modo asettico. 

Com’è la Costituzione? “Rigida”.

Le costituzioni possono essere ‘rigide’ o ‘flessibili’. Quelle ‘flessibibli’ possono essere modificate attraverso la normale attività legislativa. Tali costituzioni sono tipiche dell’800 e generalmente erano concesse (ottriate) dal sovrano assoluto (come lo Statuto albertino del 1848). Quelle ‘rigide’ sono modificabili solo attraverso un procedimento aggravato che richiede cioè una maggioranza più ampia rispetto a quello ordinario. Vi è, di solito, anche un organo chiamato a sindacare l’eventuale violazione della Costituzione stessa da parte del legislatore ordinario (come la nostra Corte costituzionale). Tali costituzioni sono tipiche del’ 900 e sono garantite da meccanismi che impediscono che siano adottate leggi contrarie al loro disposto. Sono anche costituzioni lunghe (quelle ‘flessibili’ erano brevi).

Come si modifica? Chiamando il ‘138’.

L’iter da seguire per poter effettuare ogni revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138. Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi. Attenzione: si tratta di due diverse votazioni effettuate in maniera ‘incrociata’ da Camera e Senato (Camera-Camera e Senato-Senato): vuol dire che finché il testo non è adottato in maniera perfettamente identica, NON si può parlare di passaggio dalla I alla II lettura del testo in esame. Esempio: il Senato ha esaminato e votato una prima volta il ddl Boschi, la Camera lo ha modificato una prima volta, al Senato siamo alla II lettura, ma finché la Camera non lo approva, a sua volta, in testo identico, non si passa alla II (e definitiva) lettura della Camera, ma si resta dentro la I…

Per il primo giro delle due votazioni (o ‘letture’) basta la maggioranza semplice (e non ‘qualificata’), nelle ultime due serve quella ‘assoluta’. Infine, nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Il referendum può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due Camere, da cinque consigli regionali o 500 mila elettori. In sostanza, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso.

In ogni caso, nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito” Accesissimi dibattiti sono ancora aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”: è sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti.

Com’è il bicameralismo? ‘Perfetto’ (o ‘paritario’). 

A) Com’è oggi.

Voluto così dai padri costituenti nella Costituzione del 1948, in particolare dalla Dc, che temeva il predominio dei comunisti in uno dei due rami del Parlamento, e dal Pci, che temeva i rischi di un ritorno ai rischi dell’autoritarismo di epoca fascista, vuol dire che entrambe le Camere (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) fanno le stesse cose. Principalmente, esaminano e votano le leggi (decreti legge, disegni di legge, etc.) che, per entrare in vigore, devono essere approvate con un testo identico. Quindi, se una legge viene approvata da una Camera, o l’altra Camera l’approva identica, o viene cambiata e torna indietro finché non è tale. E, se il procedimento legislativo non si completa, si avanti e indietro da una Camera all’altra (è il meccanismo della cd ‘navetta’).

In teoria, i due rami del Parlamento possono andare avanti all’infinito. In pratica, i casi di una legge rimpallata più di una volta tra una Camera e l’altra non si contano. Eppure, le due Camere erano state formate e pensate in modo difforme, nella Carta del 1948.

B) Come sarà.

Il primo articolo del ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, votato in I lettura dal Senato l’8 agosto 2014 e in I lettura dalla Camera il 10 marzo 2015)  modifica solo e soltanto la II parte della Carta costituzionale (il cui titolo è “Ordinamento della Repubblica”), lasciando invariata la prima parte, quella sui principi. Il ddl prevede che la funzione legislativa non venga esercitata più collettivamente dalle due Camere, ma da parte della sola Camera dei deputati, salvo alcune materie, come le leggi di revisione costituzionale, su cui dovrà intervenire anche il Senato. Rispetto a Palazzo Madama, l’aula di Montecitorio ha tolto al Senato anche le competenze su materie etiche, famiglia e sanità. Solo la Camera sarà chiamata a votare la fiducia all’esecutivo. Sulla legge di bilancio, la Camera potrà avere l’ultima parola decidendo, a maggioranza semplice, di non conformarsi ai rilievi del Senato. Da ricordare che già una prima volta (nel 2001) è stato modificato il Titolo V della II parte della Costituzione, mentre il tentativo di modifica (sempre TItolo V, II parte Costituzione) del 2006 è stato bocciato dal referendum.

Primo ‘mistero’ glorioso: cos’è la “doppia conforme”?

Come si diceva parlando dell’art. 138 della Costituzione, Camera e Senato devono approvare, per poter avanzare di lettura in lettura, il testo di revisione costituzionale in ‘doppia lettura conforme’. I testi, cioè, devono risultare perfettamente identici (per il principio del bicameralismo perfetto o paritario che vale in tale caso come per tutte le leggi dello Stato) altrimenti non si può procedere oltre. Ma c’è di più. Nel momento in cui delle parti del testo di revisione costituzionale sono stati già approvati in modo identico dalle due Camere, nel procedere dell’esame si possono cambiare (il Senato rispetto alla Camera, ad esempio, come in questa fase) solo le parti modificate NON quelle votate in modo identico.

Sta qui il punto avanzato dalla maggioranza di governo e dalla presidente della I commissione Affari costituzionali del Senato in merito all’articolo 2: le parti già votate in modo identico non possono essere rivotate, mentre la minoranza Pd, le opposizioni e alcuni costituzionalisti dicono che si può fare ed è possibile farlo anche dopo le prime due letture perché si tratterebbe di una procedura di revisione costituzionale rafforzata.

Ma l’articolo 104 del regolamento del Senato dice chiaramente che “se un disegno di legge approvato è emendato dalla Camera, il Senato discute e delibera solo sulle modifiche apportate, salva la votazione finale” e che “nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei Deputati”. In ogni caso, la decisione finale (cioè l’ammissibilità o meno degli emendamenti in aula alla riforma, a partire dall’articolo 2) spetterà comunque solo e soltanto al presidente del Senato, Pietro Grasso.

Secondo ‘mistero’ glorioso: cosa dice l’articolo 2?

Il punto più importante del dissenso sia dentro il Pd che tra maggioranza e opposizione riguarda l’elettività o la non elettività diretta dei senatori contenuto nell’articolo 2 del ddl Boschi, articolo che modifica l’art. 57 della Costituzione, ed è composto da 6 commi.

L’articolo 2 ha a che fare con la composizione del nuovo Senato, che sarà formato da «95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali» (74 consiglieri regionali e 21 sindaci), più 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.

Nei primi quattro commi dell’art. 2 si specifica come verranno scelti i nuovi senatori: il sistema è elettivo, ma di secondo grado (indiretto) perché avviene, con metodo proporzionale, all’interno delle assemblee regionali (vale anche per i 21 sindaci, NON vale per i cinque senatori a vita o delle assemblee provinciali per le Province Autonome di Trento e di Bolzano. Approvata dal Senato in prima lettura, tutti i primi quattro commi dell’art. 2 sono stati votati in modo identico dalla Camera in sede di prima lettura, quindi – per il principio della ‘doppia conforme’ – non sono (o non sarebbero) modificabili. La sola discrepanza tra due testi per il resto perfettamente identici riguarda il comma V dell’art. 2.

In questo caso, il testo, votato la prima volta dal Senato l’8 agosto 2014, al comma V recitava: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘nei’ quali sono stati eletti”. Alla Camera, invece, il 10 marzo 2015, il comma V è stato così modificato ed approvato: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘dai’ quali sono stati eletti”.

Cambia, dunque, una preposizione (da ‘nei’ a ‘dai’) ma, in parte, cambia anche il senso: nel primo caso (‘nei’) si può adombrare un principio di elettività diretta, nel secondo (‘dai’) è certificata la elettività indiretta. La domanda è: si può cambiare il comma V senza cambiare tutto l’art. 2 e senza dover ricominciare tutto da capo? Deciderà Grasso.

Terzo ‘mistero’ glorioso: ‘lodo’ Chiti-Tonini, ‘listini’ e lodo Tatarella.

Nel braccio di ferro tra la maggioranza del Pd contro la sua minoranza, spalleggiati dalle opposizioni, la questione verte sulla elettività o non elettività dei (futuri) senatori (indiretta per i primi, diretta per i secondi), ma non sono mancate le proposte di compromesso.

La prima proposta, avanzata dalla maggioranza più dialogante del Pd (Finocchiaro), è stata quella del cosiddetto ‘listino‘: l’elezione dei senatori resta indiretta, ma gli elettori possono scegliere, al momento del voto per i consigli regionali, i consiglieri da mandare al Senato da votare in un apposito listino ad hoc che l’elettore troverebbe sulla scheda elettorale, ma il cui ordine di presentazione resterebbe appannaggio dei diversi partiti.

La seconda proposta è stata avanzata da un senatore della minoranza, Vannino Chiti: il ‘lodo Chiti‘ prevede che l’elezione dei senatori sia contestuale all’elezione dei consigli regionali ma il principio andrebbe fatto scrivendolo in Costituzione, proprio all’art. 2 (comma V, passibile, in teoria, di modifiche). L’appello di Chiti è stato raccolto, in parte, dal senatore della maggioranza, Giorgio Tonini, che ha parlato di intervento ‘chirurgico’ sull’art. 2 (comma V), ma demandando le modalità di elezione dei senatori a una legge ordinaria.

L’ultima proposta in ordine temporale, e anche quella su cui si potrebbe, almeno dentro il Pd, trovare ‘la quadra’, l’ha fatta direttamente il premier, Matteo Renzi, e prende il nome da un ex ministro (oggi defunto) di An, Giuseppe Tatarella, che nel 1995 fu l’ideatore della nuova legge per le elezioni regionali, legge che, da allora in poi, si chiama ‘Tatarellum’. Introdotta nel 1995 per parificare le modalità di elezione delle Regioni a quella per i sindaci (che, dal 1993 in poi, venivano eletti direttamente dai cittadini) il Tatarellum voleva favorire il bipolarismo, ma mantenendo un impianto proporzionale. Infatti, la base del sistema era proporzionale, poi erano i previsti listini regionali che assegnavano il 20% dei seggi in modo maggioritario, garantendo una maggioranza al presidente vittorioso. Gli eletti attraverso i listini collegati al presidente, per risultare tali, dovevano, però, venire ‘ratificati’ nella loro nomina dai consigli regionali. Estendendo quel principio ai futuri senatori, questi si potrebbero ritrovare ‘eletti’ direttamente dai cittadini al momento dell’elezione dei consigli regionali, ma dovrebbero comunque venire ‘ratificati’, per entrare in carica, dai consigli. All’articolo 2, comma V, quindi verrebbe aggiunta la frase “sulla base della designazione del corpo elettorale disciplinata dalla legge di cui al comma successivo” (il comma VI).

Solo i prossimi giorni di dibattito nell’aula del Senato diranno se sarà davvero così, stante che la decisione del presidente Grasso sull’emendabilità dell’art. 2 resterà dirimente.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

#Senato, l’elettività o meno è una partita di poker. I fedelissimi del premier: ecco il bluff di Renzi

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

«NO, non questa è una partita a scacchi, ma a poker, e Renzi sa bluffare. Ecco perché la colpa del fallimento dell’accordo deve ricadere tutta sui ribelli…».
Il paragone lo fa un renziano doc, di quelli che abitano ai piani alti del Nazareno. Il terreno di gioco, il tavolo verde, è ovviamente palazzo Madama. La posta della partita è la riforma del Senato stesso: è iniziata la terza lettura (o mano di poker), dopo le prime due (Senato-Camera).
Quattro i giocatori seduti intorno al tavolo. Il primo è Renzi e la sua maggioranza: è fissata a 155-160 la forcella di voti o punti che Lotti e Verdini assicurano al premier di avere in mano in vista del voto finale in Aula (la maggioranza assoluta, a questa mano, non serve). Il secondo giocatore è di gruppo, i ribelli dem: sono 28 i firmatari di emendamenti pro-Senato elettivo, «in realtà siamo 30», dicono loro, in 25 sono stimati i duri e puri, «e pure se ne perdiamo 4 o 5, non scenderemo mai sotto i 20». Il terzo giocatore, le opposizioni: 135, sulla carta (FI, Lega, M5S, Sel, ex-M5S), possono salire e far male al governo se sommati ai 25 ribelli dem e a 8/10 senatori ‘inquieti’ di Ncd, che ogni giorno aumenta posta e pretese (tipo: rivedere l’Italicum).
Il quarto giocatore è singolo, è il presidente del Senato Pietro Grasso: per un’intera estate ha giocato di sponda con ribelli Pd e opposizioni, oggi è neutrale, ma «irritato» verso Renzi. Il quinto giocatore non gioca, ma osserva da vicino la partita: è il presidente Sergio Mattarella.
La mano che si gioca a partire da mercoledì prossimo e fino al 15 ottobre, quando il premier vuole che la riforma passi, con un voto blindato, in Aula, è la più difficile di tutte e per tutti i giocatori seduti al tavolo.
«Renzi sta bluffando», dice e ripete la voce che arriva dal Nazareno, «finge di far aprire a qualcuno di noi (il senatore Giorgio Tonini, ndr.) sull’elettività del Senato, ma con un codicillo proibitivo: tutte le opposizioni, non solo la minoranza, devono rinunciare a tutti emendamenti (2800 quelli all’art. 2, cuore del ddl Boschi, ndr) e solo allora il governo aprirebbe alla mediazione». Insomma, a poker sarebbe come dire: ‘prima’ voi mi fate vedere le carte che avete in mano, poi io decido se farvi vedere l’asso che dico di avere.

LA MINORANZA sa che Renzi è un campione, nell’arte del bluff, ma stavolta spera che non sia così. Dice un giocatore-ribelle: «Anche se agguanta qualche voto in più e passa (Verdini annuncerà a giorni che il suo gruppo, Ala, crescerà di diverse unità, 4/5, e arriverà a 15 senatori: con 4/5 ribelli recuperati, sarebbero ben 20 i voti in più per il governo, ndr), è una vittoria di Pirro: Pd spaccato, opposizioni sulle barricate, caos nel Paese e, al prossimo giro, asticella a 161 voti. Stavolta gli serve rimangiarsi i diktat e stringere con noi il vero accordo». Insomma, il concetto sarebbe: buttiamo tutti insieme le carte sul tavolo, senza bluff, e ci dividiamo il piatto.
Ma mentre le opposizioni dicono, per ora, ‘parola’ (agli altri due giocatori: ‘parola’, a poker, vuol dire che resti in gioco ma aspetti che apra o rilanci un altro), presto toccherà al quarto giocatore, Grasso, parlare, e in Aula. Se riapre l’emendabilità all’art. 2, in tutto o parte, la minoranza e le opposizioni calano l’asso e, a colpi di emendamenti, perde Renzi.
Se, invece, Grasso chiude all’emendabilità sull’art 2, Renzi può tentare il bluff e dire alla minoranza: «Mi spiace, ma il punto ce l’ho in mano io, avete perso senza giocare». Infine, c’è il giocatore-spettatore, Mattarella: userà la sua (silenziosa) moral suasion per far sì che tutti giochino nel modo più corretto e perché un accordo si trovi. È anche l’unico, del resto, il Capo dello Stato che, a naso, non ama affatto un gioco d’azzardo come il poker.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 14 settembre 2015 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale