“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Meb e Luca, simul stabunt simul cadent. I destini incrociati di Lotti e Boschi, gemelli diversi del ‘giglio magico’ di Renzi oggi nel governo Gentiloni

Italy Politics

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

MARIA Elena e Luca, ‘la’ Boschi e ‘il’ Lotti, ‘Meb’ e ‘Lampadina’, l’aretina e l’empolese, il giovane avvocato di Laterina che scopre la politica sul lato dalemiano (parteggiava per Michele Ventura che perse male le primarie a candidato sindaco di Firenze contro Renzi) e, solo dopo, su quello renziano, e il “carrarmato” di Matteo Renzi da quelle primarie in poi, cioè da sempre. I loro destini sono legati da anni, da quando il loro ‘Re Sole’, Renzi, decise il grande salto: da presidente di Provincia a sindaco di Firenze, dal locale al globale, candidato alle primarie contro Bersani (perse) e poi contro Cuperlo, (vinte) segretario del Pd e poi successore di Enrico Letta a palazzo Chigi. L’ascesa, il trionfo, dietro «Cesare» e, ora, da poco, la caduta, ben più repentina e drammatica del trionfo, e per entrambi, causa quel maledetto referendum costituzionale del 4 dicembre per cui si erano impegnati, entrambi, anima e corpo (tanta ‘anima’ e pure tanto ‘corpo’). Insomma, come dicevano i latini, ‘simul stabunt, simul cadent’: cade l’uno, cade l’altro, se restano, lo fanno insieme. Ma sarà poi così vero o, invece, anche i loro due destini stanno per separarsi per sempre?

TANTO che la caduta della Boschi, esposta per forza di cose al pubblico ludibrio in quanto «madre regina» della riforma costituzionale da lei voluta – con Renzi – seguita, partorita, nata, promossa (in Parlamento) e bocciata (nelle urne referendarie), è stata più eclatante e pesante di quella di Lotti, sempre spettinato e sempre vestito un po’ male, finto casual, parco di dichiarazioni, interviste, comizi. Ieri era lei a sorridere, felice e soddisfatta, nel salone delle Feste di palazzo Chigi mentre lui sorrideva timido nel Salone delle Cerimonie del Quirinale. Tailleur nero formale, assai lontano dal completo blu elettrico indossato 2 anni fa quando giurò da ministra nelle mani di Napolitano, Maria Elena è tornata radiosa.
Eppure, dicono i renziani ‘cattivi’, «la sua è una evidente diminutio. Esce da ministro di Renzi ed entra sottosegretario nel governo Gentiloni. Seguirà le sedute del consiglio dei ministri, ma è una pura funzione notarile: scriverà l’ordine del giorno, terrà l’agenda delle riunioni, punto». Le cose, in realtà, sono sempre meglio di come appaiono: quel ruolo, che fu di Gianni Letta è «un ruolo importante, un ruolo chiave» dicono i suoi, senza dire che terrà, pare, due deleghe ereditate dal ministero precedente (Pari Opportunità e Adozioni). Eppure, alle Riforme, Lei non poteva restare. Per dialogare con gli altri partiti, sulla legge elettorale, serviva una persona meno divisiva. Ed ecco, infatti, che alle Riforme va la paziente, e glaciale, oltre che esperta, Anna Finocchiaro, che pure di Meb è stata – al Senato e, più in generale, al partito e con gli altri partiti – una vera ‘madrina’ (“Mi è scattato il maternage”, disse di lei, dopo aver detto, invece, di Renzi, che era “un miserabile” perché voleva escluderla dalle liste alle Politiche) su riforme e legge elettorale.
Inoltre, Renzi non si fa vedere in pubblico con lei da troppo tempo: Leopolda 2015, per la precisione, quando il crac di Banca Etruria piombò tutto e solo sul capo di suo padre.
Infine, i suoi sms continui, quasi insistenti, di certo pieni di pathos, per convincere il neo premier, Gentiloni, quasi stupito – così si dice – da tanta gentile insistenza, che di certo non l’hanno aiutata a fare una bella figura, ieri nel partito, oggi nell’opinione pubblica.
Renzi, di certo, non l’ha mollata («Farai quello che vorrai, decidi tu», le ha detto), anzi, l’ha aiutata quello che basta, ma per vincere il congresso e le elezioni serve Lui, Luca Lotti. Promosso ministro allo Sport, che a una prima occhiata sembra una delega assai «leggera», mantiene le deleghe (pesanti, pesantissime) all’Editoria e al Cipe, cioè i soldi che – più o meno a pioggia – arriveranno al governo e verranno distribuiti, specie al Sud, per non dire del fatto che il capitolo ‘nomine’ degli enti e cda di Stato sempre a lui resterà.
CERTO, non arriva la delega ai Servizi segreti, delega che Gentiloni si tiene ben stretta e a cui Lotti mirava perché era suo vecchio pallino, anche se i suoi dicono che “non è vero” e che “non ci ha mai pensato a volere quel posto” e che, casomai, puntava a un altro bersaglio grosso, il ministero degli Interni, che invece è andato a un suo vecchio rivale, Marco Minniti (già dalemiano, poi veltroniano, ora renziano di complemento) che aveva in mano proprio i servizi. Ma il vero «bingo» Lotti lo fa nel solo essere diventato ministro e, di conseguenza, nel partecipare alle riunioni del cdm. Pochi sanno che pur avendo il ruolo di sottosegretario, Lotti, fino a ieri, non ci entrava nemmeno, nel consiglio dei ministri: a verbalizzare le sedute – atto che, da oggi, sarà compito della Boschi – era De Vincenti.
Ma è lì dentro che si decide «la Politica», scelte di governo e non solo. «Nel cdm sono entrati, o rientrati, tutti i capi corrente del Pd (Franceschini, Orlando, Martina, ndr) – spiega un ‘lottiano’ – ma mancava proprio un… renziano e Luca è il capocorrente di Renzi. Prima non serviva, perché al governo c’era Matteo, e Luca gli stava subito dietro, sempre, ora serve, eccome se serve». Eccola, dunque, la spiegazione: Lotti agirà da «dante causa» di Renzi, senza dire che «darà una mano a Renzi per preparare il congresso, vincerlo e andare al voto».Certo, Lotti – ombroso e silenzioso di suo – dovrà diventare più loquace, forse persino «simpatico», agli occhi di un opinione pubblica che lo conosce assai poco.
Ma tant’è, à la guerre comme à la guerre. E Maria Elena? Sorriderà, guardando il cdm dentro e il governo da vicino, da palazzo Chigi, ammaliante, come sa fare solo lei.
Alla faccia delle polemiche e dei tormentoni contro il suo volto, e il suo ruolo, che sono già partite. Alla faccia anche di quei renziani che, ieri, perfidi, più che cattivi, dicevano: «Mantenere Maria Elena al governo è peggio di un delitto, è un grave errore politico».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 dicembre 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

NEW! Totoministri governo Gentiloni: Alfano agli Esteri, Minniti agli Interni, a Lotti anche gli 007, dentro Verdini, via Giannini e Poletti, resta la Boschi

Questo articolo è stato scritto ieri sera e aggiornato ieri notte e solo sul sito stamattina. 

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

IL GOVERNO Gentiloni che oggi ha visto le delegazioni dei partiti a Montecitorio, ha una lunga serie di «stelle fisse», nel senso di ministri riconfermati nel loro ruolo dall’incarico precedente (governo Renzi) e alcuni «buchi neri» che potrebbero scompaginare il quadro.
Partiamo dalle «stelle fisse». La prima, destinata a durare e a brillare come prima (anzi, di più) è quella di Luca Lotti. ‘Il’ sottosegretario per eccellenza alla presidenza del Consiglio di palazzo Chigi, amico fidato di Matteo Renzi e cuspide dell’ormai arcinoto «giglio magico» fiorentino, non solo resterà dov’è, ma assumerà anche la cruciale delega ai servizi segreti, cui ambiva da tempo, fino ad ora nelle mani di Marco Minniti (ex dalemiano, nelle origini, poi veltroniano, oggi vicino ad Area dem di Franceschini). Minniti andrà agli Interni, ministero di certo delicato e decisivo, in tempi di elezioni anticipate, mentre Angelino Alfano, leader di Ncd, lascia il Viminale per la Farnesina. Una scelta clamorosa, certo, e della quale per ore non sono state chiare le reali motivazioni. In realtà, Alfano lascerebbe gli Interni per un motivo tutto «politico»: sganciarsi da un ministero cui gli elettori specie quelli moderati, imputano gli sbarchi dei migranti e il boom di immigrati in vista di elezioni Politiche anticipate in cui già i centristi stenteranno e dove, anche per questo motivo, potrebbero pagare un pegno in termini di consensi troppo alto. Insomma, anche se sia Renzi che lo stesso Gentiloni avrebbero visto bene la prima segretaria generale donna della Farnesina, Elisabetta Belloni, agli Esteri, o in alternativa Piero Fassino – la seconda scelta di Gentiloni, l’ultima di Renzi che gli imputa il disastro della sconfitta alle comunali di Torino a giugno – Alfano ha deciso di andarci lui, agli Esteri, anche perché, insieme e subito dopo al Pd, il suo Ncd ha la golden share della maggioranza.
A Lotti, invece, resta in mano un altro dossier chiave, le nomine delle aziende di Stato: in primavera scadono i vertici di Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna e altri cda, gran finale con il successore di Vincenzo Visco a Bankitalia, i vertici della Rai, ove mai si dimettessero.

L’ALTRA certezza è che «un posto, a quelli di Verdini, bisognerà trovarlo», allargano le braccia i renziani. Si da il caso, infatti, che Ala (18 senatori e 16 deputati che si sono fusi coi miseri resti di Scelta civica di Zanetti, un partito che si è auto-liquefatto da solo negli anni) è determinante per la sopravvivenza di qualsiasi governo, al Senato, dove – senza i voti di Ala – banalmente la maggioranza non c’è (173 voti presi da Renzi all’ultima fiducia, senza i 14 assicurati da Verdini, non ci sarebbero stati i 169 voti necessari per avere la fiducia): governo Renzi ieri, governo Gentiloni da domani. Ergo, bisogna accontentarli, i verdiniani. Il problema è come: una promozione dello stesso Zanetti, oggi viceministro all’Economia, che però è inviso ai più (democrat e tutti gli alleati, compresa buona parte dei verdiniani) per il suo eccessivo e petulante protagonismo o un ministero per uno tra due ex azzurri di rango: Giuliano Urbani o Marcello Pera, che ha guidato i «Comitati centristi per il Sì». Il secondo, più del primo, sarebbe un ottimo ministro delle Riforme o anche dell’Istruzione. Ma alla fine potrebbe essere premiato Saverio Romano, con il nuovo ministero per il Sud, visto che l’ex fondatore del Pid, poi ‘responsabile’ berlusconiano, oggi è una colonna di Ala nonché un portatore di voti oggi a Verdini, come ieri a Berlusconi, nella sua colonia sicula, oppure il deputato verdiniano (e toscano) Riccardo Mazzoni agli Affari regionali.

La terza certezza sono le conferme di molti ministri: da quelli del Pd – Orlando (Giovani Turchi) alla Giustizia, Pinotti (Aream dem) alla Difesa, Martina («Sinistra è cambiamento») all’Agricoltura, Delrio (cattorenziani) alle Infrastrutture, più i ‘tecnici’ di area renziana Padoan all’Economia e Calenda allo Sviluppo economico. In area centrista, il bolognese Galletti (Udc) resterà dov’è, cioè all’Ambiente, anche se girano da giorni alte le quotazioni del democrat ambientalista – e amico intimo di Gentiloni – Ermete Realacci, Costa e Lorenzin (Ncd) pure, ai dicasteri di Famiglia e Salute, e via via scendendo pe’ li rami di viceministri e sottosegretari, dove contano  gli appetiti dei partiti «piccoli» (Popolari, Psi, etc.).
Al ministero del Welfare, scontato l’addio di Giuliano Poletti, la novità è Teresa Bellanova: ex Cgil, tosta e riformista, già viceministro allo Sviluppo economico mentre le quotazioni dell’ex sottosegretario a palazzo Chigi per i problemi del Lavoro, Tommaso Nannicini, renziano di ferro, sono in discesa (dovrebbe lasciare). Per quanto riguarda, invece, i «buchi neri», ne ballano tre. Alla Pa potrebbe restare, come potrebbe andarsene, Marianna Madia per fare posto a Piero Fassino (Area dem, ma non troppo), che rischia di restarsene a casa.

ALL’ISTRUZIONE scontata l’uscita di Stefania Giannini: rifiutata l’offerta da Gianni Cuperlo (Sinistra dem), salgono le quotazioni della senatrice (Area dem) Francesca Puglisi ma in alternativa – pericolosa  per lei – c’è appunto l’azzurro verdiniano Marcello Pera. L’ultimo «buco nero» è la sorte del ministro Boschi. Per il suo posto gareggiano in tre: la senatrice Anna Finocchiaro, data in pole position, il deputato Emanuele Fiano (Area dem) e il vicesegretario dem Lorenzo Guerini (che, però, spiega a un amico: «Io resto al partito») ma solo per il pezzo più importante del ministero, quello delle Riforme. La Boschi, se resta al governo, potrebbe tenere solo le (scarne) deleghe di Pari Opportunità, Adozioni e Rapporti con il Parlamento o andare a Chigi in qualità di sottosegretario ‘semplice’. Certo è – come si fa notare al Quirinale come a palazzo Chigi, al Nazareno come a Montecitorio – “a che serve fare un ministero delle Riforme se questo governo non farà alcuna riforma?”.

NB: questo articolo è stato scritto per il giornale del 12 dicembre 2016 (Quotidiano Nazionale) e aggiornato la mattina del 12 dicembre stesso per il sito Quotidiano.net

Riforma del Senato ‘for dummies’: Costituzione, bicameralismo, 138, etc. Più tre misteri gloriosi (doppia conforme, art. 2 e lodi vari).

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ecco a disposizione dei ‘venticinque lettori’ di questo blog un piccolo prontuario di domande e risposte, si spera il più possibile chiare, sulla battaglia in corso al Senato. Si tratta di questioni tecniche, per lo più, anche se pieni di risvolti politici trattati il più possibile in modo asettico. 

Com’è la Costituzione? “Rigida”.

Le costituzioni possono essere ‘rigide’ o ‘flessibili’. Quelle ‘flessibibli’ possono essere modificate attraverso la normale attività legislativa. Tali costituzioni sono tipiche dell’800 e generalmente erano concesse (ottriate) dal sovrano assoluto (come lo Statuto albertino del 1848). Quelle ‘rigide’ sono modificabili solo attraverso un procedimento aggravato che richiede cioè una maggioranza più ampia rispetto a quello ordinario. Vi è, di solito, anche un organo chiamato a sindacare l’eventuale violazione della Costituzione stessa da parte del legislatore ordinario (come la nostra Corte costituzionale). Tali costituzioni sono tipiche del’ 900 e sono garantite da meccanismi che impediscono che siano adottate leggi contrarie al loro disposto. Sono anche costituzioni lunghe (quelle ‘flessibili’ erano brevi).

Come si modifica? Chiamando il ‘138’.

L’iter da seguire per poter effettuare ogni revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138. Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi. Attenzione: si tratta di due diverse votazioni effettuate in maniera ‘incrociata’ da Camera e Senato (Camera-Camera e Senato-Senato): vuol dire che finché il testo non è adottato in maniera perfettamente identica, NON si può parlare di passaggio dalla I alla II lettura del testo in esame. Esempio: il Senato ha esaminato e votato una prima volta il ddl Boschi, la Camera lo ha modificato una prima volta, al Senato siamo alla II lettura, ma finché la Camera non lo approva, a sua volta, in testo identico, non si passa alla II (e definitiva) lettura della Camera, ma si resta dentro la I…

Per il primo giro delle due votazioni (o ‘letture’) basta la maggioranza semplice (e non ‘qualificata’), nelle ultime due serve quella ‘assoluta’. Infine, nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Il referendum può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due Camere, da cinque consigli regionali o 500 mila elettori. In sostanza, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso.

In ogni caso, nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito” Accesissimi dibattiti sono ancora aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”: è sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti.

Com’è il bicameralismo? ‘Perfetto’ (o ‘paritario’). 

A) Com’è oggi.

Voluto così dai padri costituenti nella Costituzione del 1948, in particolare dalla Dc, che temeva il predominio dei comunisti in uno dei due rami del Parlamento, e dal Pci, che temeva i rischi di un ritorno ai rischi dell’autoritarismo di epoca fascista, vuol dire che entrambe le Camere (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) fanno le stesse cose. Principalmente, esaminano e votano le leggi (decreti legge, disegni di legge, etc.) che, per entrare in vigore, devono essere approvate con un testo identico. Quindi, se una legge viene approvata da una Camera, o l’altra Camera l’approva identica, o viene cambiata e torna indietro finché non è tale. E, se il procedimento legislativo non si completa, si avanti e indietro da una Camera all’altra (è il meccanismo della cd ‘navetta’).

In teoria, i due rami del Parlamento possono andare avanti all’infinito. In pratica, i casi di una legge rimpallata più di una volta tra una Camera e l’altra non si contano. Eppure, le due Camere erano state formate e pensate in modo difforme, nella Carta del 1948.

B) Come sarà.

Il primo articolo del ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, votato in I lettura dal Senato l’8 agosto 2014 e in I lettura dalla Camera il 10 marzo 2015)  modifica solo e soltanto la II parte della Carta costituzionale (il cui titolo è “Ordinamento della Repubblica”), lasciando invariata la prima parte, quella sui principi. Il ddl prevede che la funzione legislativa non venga esercitata più collettivamente dalle due Camere, ma da parte della sola Camera dei deputati, salvo alcune materie, come le leggi di revisione costituzionale, su cui dovrà intervenire anche il Senato. Rispetto a Palazzo Madama, l’aula di Montecitorio ha tolto al Senato anche le competenze su materie etiche, famiglia e sanità. Solo la Camera sarà chiamata a votare la fiducia all’esecutivo. Sulla legge di bilancio, la Camera potrà avere l’ultima parola decidendo, a maggioranza semplice, di non conformarsi ai rilievi del Senato. Da ricordare che già una prima volta (nel 2001) è stato modificato il Titolo V della II parte della Costituzione, mentre il tentativo di modifica (sempre TItolo V, II parte Costituzione) del 2006 è stato bocciato dal referendum.

Primo ‘mistero’ glorioso: cos’è la “doppia conforme”?

Come si diceva parlando dell’art. 138 della Costituzione, Camera e Senato devono approvare, per poter avanzare di lettura in lettura, il testo di revisione costituzionale in ‘doppia lettura conforme’. I testi, cioè, devono risultare perfettamente identici (per il principio del bicameralismo perfetto o paritario che vale in tale caso come per tutte le leggi dello Stato) altrimenti non si può procedere oltre. Ma c’è di più. Nel momento in cui delle parti del testo di revisione costituzionale sono stati già approvati in modo identico dalle due Camere, nel procedere dell’esame si possono cambiare (il Senato rispetto alla Camera, ad esempio, come in questa fase) solo le parti modificate NON quelle votate in modo identico.

Sta qui il punto avanzato dalla maggioranza di governo e dalla presidente della I commissione Affari costituzionali del Senato in merito all’articolo 2: le parti già votate in modo identico non possono essere rivotate, mentre la minoranza Pd, le opposizioni e alcuni costituzionalisti dicono che si può fare ed è possibile farlo anche dopo le prime due letture perché si tratterebbe di una procedura di revisione costituzionale rafforzata.

Ma l’articolo 104 del regolamento del Senato dice chiaramente che “se un disegno di legge approvato è emendato dalla Camera, il Senato discute e delibera solo sulle modifiche apportate, salva la votazione finale” e che “nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei Deputati”. In ogni caso, la decisione finale (cioè l’ammissibilità o meno degli emendamenti in aula alla riforma, a partire dall’articolo 2) spetterà comunque solo e soltanto al presidente del Senato, Pietro Grasso.

Secondo ‘mistero’ glorioso: cosa dice l’articolo 2?

Il punto più importante del dissenso sia dentro il Pd che tra maggioranza e opposizione riguarda l’elettività o la non elettività diretta dei senatori contenuto nell’articolo 2 del ddl Boschi, articolo che modifica l’art. 57 della Costituzione, ed è composto da 6 commi.

L’articolo 2 ha a che fare con la composizione del nuovo Senato, che sarà formato da «95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali» (74 consiglieri regionali e 21 sindaci), più 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.

Nei primi quattro commi dell’art. 2 si specifica come verranno scelti i nuovi senatori: il sistema è elettivo, ma di secondo grado (indiretto) perché avviene, con metodo proporzionale, all’interno delle assemblee regionali (vale anche per i 21 sindaci, NON vale per i cinque senatori a vita o delle assemblee provinciali per le Province Autonome di Trento e di Bolzano. Approvata dal Senato in prima lettura, tutti i primi quattro commi dell’art. 2 sono stati votati in modo identico dalla Camera in sede di prima lettura, quindi – per il principio della ‘doppia conforme’ – non sono (o non sarebbero) modificabili. La sola discrepanza tra due testi per il resto perfettamente identici riguarda il comma V dell’art. 2.

In questo caso, il testo, votato la prima volta dal Senato l’8 agosto 2014, al comma V recitava: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘nei’ quali sono stati eletti”. Alla Camera, invece, il 10 marzo 2015, il comma V è stato così modificato ed approvato: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘dai’ quali sono stati eletti”.

Cambia, dunque, una preposizione (da ‘nei’ a ‘dai’) ma, in parte, cambia anche il senso: nel primo caso (‘nei’) si può adombrare un principio di elettività diretta, nel secondo (‘dai’) è certificata la elettività indiretta. La domanda è: si può cambiare il comma V senza cambiare tutto l’art. 2 e senza dover ricominciare tutto da capo? Deciderà Grasso.

Terzo ‘mistero’ glorioso: ‘lodo’ Chiti-Tonini, ‘listini’ e lodo Tatarella.

Nel braccio di ferro tra la maggioranza del Pd contro la sua minoranza, spalleggiati dalle opposizioni, la questione verte sulla elettività o non elettività dei (futuri) senatori (indiretta per i primi, diretta per i secondi), ma non sono mancate le proposte di compromesso.

La prima proposta, avanzata dalla maggioranza più dialogante del Pd (Finocchiaro), è stata quella del cosiddetto ‘listino‘: l’elezione dei senatori resta indiretta, ma gli elettori possono scegliere, al momento del voto per i consigli regionali, i consiglieri da mandare al Senato da votare in un apposito listino ad hoc che l’elettore troverebbe sulla scheda elettorale, ma il cui ordine di presentazione resterebbe appannaggio dei diversi partiti.

La seconda proposta è stata avanzata da un senatore della minoranza, Vannino Chiti: il ‘lodo Chiti‘ prevede che l’elezione dei senatori sia contestuale all’elezione dei consigli regionali ma il principio andrebbe fatto scrivendolo in Costituzione, proprio all’art. 2 (comma V, passibile, in teoria, di modifiche). L’appello di Chiti è stato raccolto, in parte, dal senatore della maggioranza, Giorgio Tonini, che ha parlato di intervento ‘chirurgico’ sull’art. 2 (comma V), ma demandando le modalità di elezione dei senatori a una legge ordinaria.

L’ultima proposta in ordine temporale, e anche quella su cui si potrebbe, almeno dentro il Pd, trovare ‘la quadra’, l’ha fatta direttamente il premier, Matteo Renzi, e prende il nome da un ex ministro (oggi defunto) di An, Giuseppe Tatarella, che nel 1995 fu l’ideatore della nuova legge per le elezioni regionali, legge che, da allora in poi, si chiama ‘Tatarellum’. Introdotta nel 1995 per parificare le modalità di elezione delle Regioni a quella per i sindaci (che, dal 1993 in poi, venivano eletti direttamente dai cittadini) il Tatarellum voleva favorire il bipolarismo, ma mantenendo un impianto proporzionale. Infatti, la base del sistema era proporzionale, poi erano i previsti listini regionali che assegnavano il 20% dei seggi in modo maggioritario, garantendo una maggioranza al presidente vittorioso. Gli eletti attraverso i listini collegati al presidente, per risultare tali, dovevano, però, venire ‘ratificati’ nella loro nomina dai consigli regionali. Estendendo quel principio ai futuri senatori, questi si potrebbero ritrovare ‘eletti’ direttamente dai cittadini al momento dell’elezione dei consigli regionali, ma dovrebbero comunque venire ‘ratificati’, per entrare in carica, dai consigli. All’articolo 2, comma V, quindi verrebbe aggiunta la frase “sulla base della designazione del corpo elettorale disciplinata dalla legge di cui al comma successivo” (il comma VI).

Solo i prossimi giorni di dibattito nell’aula del Senato diranno se sarà davvero così, stante che la decisione del presidente Grasso sull’emendabilità dell’art. 2 resterà dirimente.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

#Senato, l’elettività o meno è una partita di poker. I fedelissimi del premier: ecco il bluff di Renzi

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

«NO, non questa è una partita a scacchi, ma a poker, e Renzi sa bluffare. Ecco perché la colpa del fallimento dell’accordo deve ricadere tutta sui ribelli…».
Il paragone lo fa un renziano doc, di quelli che abitano ai piani alti del Nazareno. Il terreno di gioco, il tavolo verde, è ovviamente palazzo Madama. La posta della partita è la riforma del Senato stesso: è iniziata la terza lettura (o mano di poker), dopo le prime due (Senato-Camera).
Quattro i giocatori seduti intorno al tavolo. Il primo è Renzi e la sua maggioranza: è fissata a 155-160 la forcella di voti o punti che Lotti e Verdini assicurano al premier di avere in mano in vista del voto finale in Aula (la maggioranza assoluta, a questa mano, non serve). Il secondo giocatore è di gruppo, i ribelli dem: sono 28 i firmatari di emendamenti pro-Senato elettivo, «in realtà siamo 30», dicono loro, in 25 sono stimati i duri e puri, «e pure se ne perdiamo 4 o 5, non scenderemo mai sotto i 20». Il terzo giocatore, le opposizioni: 135, sulla carta (FI, Lega, M5S, Sel, ex-M5S), possono salire e far male al governo se sommati ai 25 ribelli dem e a 8/10 senatori ‘inquieti’ di Ncd, che ogni giorno aumenta posta e pretese (tipo: rivedere l’Italicum).
Il quarto giocatore è singolo, è il presidente del Senato Pietro Grasso: per un’intera estate ha giocato di sponda con ribelli Pd e opposizioni, oggi è neutrale, ma «irritato» verso Renzi. Il quinto giocatore non gioca, ma osserva da vicino la partita: è il presidente Sergio Mattarella.
La mano che si gioca a partire da mercoledì prossimo e fino al 15 ottobre, quando il premier vuole che la riforma passi, con un voto blindato, in Aula, è la più difficile di tutte e per tutti i giocatori seduti al tavolo.
«Renzi sta bluffando», dice e ripete la voce che arriva dal Nazareno, «finge di far aprire a qualcuno di noi (il senatore Giorgio Tonini, ndr.) sull’elettività del Senato, ma con un codicillo proibitivo: tutte le opposizioni, non solo la minoranza, devono rinunciare a tutti emendamenti (2800 quelli all’art. 2, cuore del ddl Boschi, ndr) e solo allora il governo aprirebbe alla mediazione». Insomma, a poker sarebbe come dire: ‘prima’ voi mi fate vedere le carte che avete in mano, poi io decido se farvi vedere l’asso che dico di avere.

LA MINORANZA sa che Renzi è un campione, nell’arte del bluff, ma stavolta spera che non sia così. Dice un giocatore-ribelle: «Anche se agguanta qualche voto in più e passa (Verdini annuncerà a giorni che il suo gruppo, Ala, crescerà di diverse unità, 4/5, e arriverà a 15 senatori: con 4/5 ribelli recuperati, sarebbero ben 20 i voti in più per il governo, ndr), è una vittoria di Pirro: Pd spaccato, opposizioni sulle barricate, caos nel Paese e, al prossimo giro, asticella a 161 voti. Stavolta gli serve rimangiarsi i diktat e stringere con noi il vero accordo». Insomma, il concetto sarebbe: buttiamo tutti insieme le carte sul tavolo, senza bluff, e ci dividiamo il piatto.
Ma mentre le opposizioni dicono, per ora, ‘parola’ (agli altri due giocatori: ‘parola’, a poker, vuol dire che resti in gioco ma aspetti che apra o rilanci un altro), presto toccherà al quarto giocatore, Grasso, parlare, e in Aula. Se riapre l’emendabilità all’art. 2, in tutto o parte, la minoranza e le opposizioni calano l’asso e, a colpi di emendamenti, perde Renzi.
Se, invece, Grasso chiude all’emendabilità sull’art 2, Renzi può tentare il bluff e dire alla minoranza: «Mi spiace, ma il punto ce l’ho in mano io, avete perso senza giocare». Infine, c’è il giocatore-spettatore, Mattarella: userà la sua (silenziosa) moral suasion per far sì che tutti giochino nel modo più corretto e perché un accordo si trovi. È anche l’unico, del resto, il Capo dello Stato che, a naso, non ama affatto un gioco d’azzardo come il poker.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 14 settembre 2015 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale

Riforma del #Senato, per ora la mediazione non c’è. Renzi stasera va al gruppo a sfidare la minoranza dem

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

È MURO contro muro, per ora, sulla riforma del Senato, tra Renzi e la minoranza: un braccio di ferro che, stasera, quando il premier interverrà all’assemblea del gruppo dem di palazzo Madama avrà persino una plastica rappresentazione (“vado ad ascoltare, non a proporre”, avrebbe detto il premier ai suoi, “inutile mediare finché non fanno proposte”), anche se non ci sarà un voto finale, a sancire la (definitiva?) spaccatura. Il premier non vuole «pesare» subito i contrari, ancora troppi, alla riforma sua e della Boschi, che pure sarà presente all’assemblea, e spera di dividerli nei giorni a venire, lavorando ai fianchi i più dialoganti. Ma sa anche che i ‘malleabili’, dentro la minoranza, sono pochi (5/6 al massimo tra cui Martini, Ruta, Sonego, Manassero, Manconi, Lai, su un totale di 25/28 ribelli). Ecco perché, se messo alle strette, chiederà aiuto a Verdini, che sta rafforzando il suo gruppo (Ala, in cui però il fido D’Anna sta, per paradosso, coi ribelli Pd…) e ai forzisti dialoganti che in 5/6 (Villari, Bocca, Carraro) uscirebbero dall’aula al momento giusto.

Renzi, peraltro, non si presenterà all’assemblea di stasera neppure con la proposta di mediazione, quella dell’ormai famoso ‘listino’ (futuri senatori scelti tra i consiglieri regionali al momento del voto per le Regioni in un listino apposito, idea Finocchiaro-Bressa-Zanda) e, tantomeno, con l’ulteriore proposta di mediazione avanzata dal sottosegretario Pizzetti (ogni regione sceglie come eleggere i suoi senatori, se con il listino o direttamente), purché sempre dipendenti delle Regioni, e non del Senato, dunque senza indennità, e purché non si tocchi il famoso articolo 2 dove l’elettività del Senato è e resta ‘indiretta’, ma agendo su altri articoli (il 70 della Costituzione, che riguarda le funzioni della Camera alta). In ogni caso, Gotor e gli altri vietcong della minoranza hanno definito tutte queste proposte «minestra riscaldata» e, senza una modifica di fondo all’art. 2, non intendendo cedere. Il premier vuol sfidarli a viso aperto, inchiodandoli alle loro responsabilità. «Li voglio vedere i parlamentari che non votano la fiducia al governo doverlo andare a spiegare sui territori quando ci sarà l’Italicum» ha sibilato Renzi già domenica, al comizio della Festa dell’Unità. E qui Renzi ce l’aveva non solo con i vari Gotor, Fornaro, Mineo, etc., ma direttamente con Speranza, che votò no proprio sull’Italicum e lo stesso Bersani, che pure nei giorni scorsi ha cercato di tenere vivo un filo di dialogo, sulla riforma del Senato, con Guerini.

Insomma, se anche sul taccuino di Lotti sono scritti non più di 150/155 voti «sicuri» (158 sono a oggi un miraggio, i 161 del plenum un miracolo) per la riforma così com’è e Renzi mette nel conto la rottura con la minoranza, vuol dire che è pronto a giocarsi il tutto per tutto.
MORALE, per ora si va allo scontro. E con un arbitro, il presidente del Senato Grasso, che potrebbe decidere la partita a seconda di come fischia: se riapre la discussione sull’art. 2, come è tentato di fare (il famoso “nei” divenuto “dai”), la dà vinta alla sinistra interna e, in quel pertugio, si possono infilare tutte le opposizioni unite (135 voti sulla carta, ma sommati 25 dissidenti, fa 160, cifra pericolosa), mandando la riforma gambe all’aria. Se, invece, apre e chiude il voto solo sul V comma dell’art. 2 (il ‘nei’ diventato ‘dai’), ma senza riaprire le danze forse il governo si salva e la riforma pure. Intanto che Grasso ci pensa (“Non ho niente di nuovo da aggiungere – ha detto Grasso parlando con il Corsera – e ho ripetuto che finché non vedrò gli emendamenti presentati per l’Aula, non per la Commissione, non mi potrò pronunciare”), parlano i cannoni di entrambe le parti.

«Io non mollo», dice, con un ghigno, Matteo Renzi a Porta a Porta, “non entro nelle tecnicalità, dico che con le riforme dobbiamo fare un Paese più semplice e che, entro il 15 ottobre, si decide al Senato e si chiude. Poi, dopo sei letture parlamentari, saranno gli italiani a decidere con un referendum sì o no, E poi dicono che non sono democratico”…
«Sono stupefatto. I renziani pasdaran, dalla Boschi a Lotti, vogliono vedere scorrere il sangue. Renzi è il segretario del mio partito. Mi aspetto che faccia una proposta per unire, non per dividere. Se torna a fare il leader di una corrente finiamo tutti per andare a sbattere», ribatte Federico Fornaro, esponente di punta della minoranza dem.
L’iter del ddl Boschi riprende oggi in I commissione Affari costituzionali, allo stato sommerso dai 513 mila emendamenti di Calderoli che però mostra qualche vago segnale di disponibilità al ritiro. La verità è che, tra un’audizione dei governatori regionali, che vogliono avere ruolo e voce in capitolo, e una sostituzione (il reprobo Mario Mauro (gruppo Gal) il governo è già sotto pure qui (15 a 12 se va malissimo, 14 a 13 se va un po’ meglio). La presidente, Anna Finocchiaro, di cui la Boschi si fida molto e cui ha incaricato di seguire la bollente pratica con il capogruppo dem Zanda, prende posizione pure lei: «chi propone l’elettività diretta del Senato ne evoca una diversa natura del Senato, è velleitario». Insomma, un “sabotatore”: ergo, non se ne parla. Dall’altra parte, Vannino Chiti, che manco ascolterà Renzi (sarà in Polonia) ribadisce: «Si mette l’elettività all’art. 2 e si demanda il resto alla legge ordinaria». Tradotto: l’esatto contrario della Finocchiaro (come della Boschi e di Renzi).

TECNICISMI, ma inconciliabili tra loro e che la dicono lunga del clima. Tanto che Fornaro sbotta: «Non ci hanno offerto niente! Nulla, solo propaganda! Noi, se non c’è l’elettività dei senatori scritta, nero su bianco, all’art. 2, votiamo contro e tutti insieme, non ci divideranno» (i firmatari del documento della minoranza sono 25, degli emendamenti 28).
Salvatore Margiotta, renziano saggio e che osserva la contesa con il necessario distacco, è sicuro che «Renzi terrà il punto, come è giusto che sia, non si farà ricattare». Preoccupato, lo “stabilizzatore” Paolo Naccarato, senatore di Gal, invoca «il metodo Mattarella: prima serve l’unità dentro il Pd, poi si discute con tutti i gruppi e la soluzione si trova su questa e altre riforme. Obiettivo il 2018». Già, l’unità del Pd, quella che non c’è.

NB. Questo articolo è stato pubblicato l’8 settembre 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale

#Senato, è muro contro muro. Il piano di #Renzi punta a spaccare i ribelli e far perdere pezzi all’area di #Bersani

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

FESTA dell’Unità, esterno giorno. «Oggi dimostrerò a tutti, minoranza in testa, che il partito sta con me». Milano, domenica pomeriggio. Matteo Renzi si confida con un paio di colleghi di partito poco prima del comizio. «Io vado avanti, la gente è con noi, non ci fermiamo. Siamo disposti a mediare, a trattare, ma non sull’art. 2. Quello non si tocca, e non perché lo dice Maria Elena (la Boschi, ndr) ma perché sennò la riforma non si fa più. Se poi, trattando trattando, credono di logorarmi e di farmi andare sotto, magari anche di riprendersi il Pd, in futuro, ‘la Ditta’ come la chiamano loro, si sbagliano di grosso. Avremo i numeri al Senato e il partito me lo tengo stretto, anzi lo voglio più forte».
Insomma, è tornato il Renzi formato battaglia. Con tanto di cravatta rossa (e, peraltro, double face) e citazioni dell’immaginario della sinistra che fu, dalla Resistenza alla lotta al debito dei Paesi poveri, passando per la Rai e la cultura e, soprattutto, per un Pd più forte, più solido e strutturato che a fine 2016 dovrà avere «10 mila sezioni, quelle che solo Guerini (ex dc, ndr.) chiama circoli». Il Renzi che, alla sua minoranza, che lo contesta «con coerenza, cioè sempre», come li sfotte, sa dire una sola cosa: «niente veti».

DEL RESTO, da Frascati, dove si trovava ieri, gli fa eco Luca Lotti: «Non accettiamo il ricatto di un gruppo di 26/28 (senatori, ndr) che ci vuole bloccare». E il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, di solito silenzioso, se parla indica «la linea» (di Renzi). Il premier, ormai, ha un pacchetto di mischia collaudato cui vuole affidare sempre di più, in futuro, la cura del partito per evitare gli assalti della ex-Ditta che ritiene, più che pericolosi, «incessanti». Non a caso, ieri pomeriggio, a Milano, Renzi era circondato  solo da Boschi, Orfini, Guerini, Rosato e Bonaccini: perché solo di loro si fida. E del duo Finocchiaro-Zanda, che devono «sminare» il terreno del Senato prima che arrivi martedì.
Il guaio è che la «trattativa» con la minoranza dem non fa un passo in avanti. Persino la mediazione, corsa sul filo del rapporto (buono) tra Guerini e Bersani (che ieri ha smentito, via Facebook, di averla fatta) e tra Migliavacca e Zanda, non si smuove dal solito, eterno, punto. I renziani sono pronti a concedere l’elezione dei futuri senatori con apposito «listino» da scegliere in forma di elezione ‘diretta’ nei consigli regionali, ma senza toccare l’articolo 2 del ddl Boschi. I vietcong ribelli non ne vogliono sapere: parlano di «minestra riscaldata» (Gotor), «propaganda» (Mucchetti), «trattativa mai iniziata» (Corsini) e, per bocca di Fornaro, dicono: «l’elettività del Senato o si scrive nell’art. 2 o diciamo ‘no, grazie’».

«IL GUAIO – dice un renziano che ha ricevuto la confessione di un bersaniano di ferro come Nico Stumpo – è che né Bersani né Migliavacca li controllano più, ormai, a quelli. Tra smanie di protagonismo, il fatto che sanno che nessuno li ricandiderà da nessuna parte, gente come Mineo, Mucchetti, Corsini, Gotor, non ha niente da perdere. A partire dal seggio». Non a caso, anche dalle parti di Zanda e della Finocchiaro, e cioè negli austeri e ancora semivuoti saloni di palazzo Madama, gli incontri e trattative parallele con la minoranza fervono, ma solo con i «dialoganti» (Vannino Chiti, oltre che lo stesso Migliavacca), non certo con i vietcong irriducibili.
E se i portavoce della minoranza dei 25 (allargabili a 28) dicono che i senatori firmatari degli emendamenti pro-Senato elettivo «sono compatti come un sol uomo», i renziani sono convinti che sono «prosciugabili almeno fino a 15». Del resto, solo così, annettendosi un po’ di ribelli, più i verdiniani di Ala (10), qualche assenza tattica dentro FI (almeno sei/sette) e due/tre ex grillini oggi in Gal che daranno vita ai «Moderati», la quota di sicurezza, per il governo, risale sopra il numero magico di 161 (maggioranza assoluta), almeno fino a 163/165 voti. Tecnicamente non servono, per far passare la riforma, basta prendere un voto in più delle opposizioni, ma se domani, all’assemblea di gruppo, fallirà ogni, ulteriore tentativo di mediazione, Renzi vorrà vorà una prova di forza muscolare.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 7 settembre a pagina 11 del Quotidiano Nazionale.