“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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#Renzi e i suoi marines contro la minoranza #Pd e i suoi vietcong. Due giorni di guerriglia ad alta intensità. Tema: la riforma del Senato

NB: due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti il primo il 2 agosto 2015 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale mentre il secondo è uscito il 3 agosto 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

1) Renzi: pazienza finita con i ribelli Pd: <Stop agguati o vi porto al voto a marzo 2016>.  Se in autunno la riforma non passa in prima lettura, sarà guerra totale con la minoranza.

Ettore Maria Colombo  – BOLOGNA –

Matteo Renzi e il Senato.

Matteo Renzi e il Senato.

CASO AZZOLLINI e voto al Senato. Caso Rai e voto, sempre al Senato, su quell’art 4 che ha visto la maggioranza di governo andare «sotto» grazie all’unione delle opposizioni e di ben 19 (su 25 potenziali) senatori della minoranza. Caso riforma del Senato e voto – dove? sempre al Senato, si capisce – che, ai primi di settembre, si trasformerà nella «prova regina», per Renzi. «O la minoranza si adegua e accetta il compromesso già proposto (elezione indiretta dei senatori mediante listino apposito, ndr.) – si ragiona a palazzo Chigi – oppure se vogliono guerra avranno guerra. Come si dice? A brigante, brigante e mezzo», sbotta Renzi che «di quelli» non ne può più.

FINO, appunto, all’«arma fine di mondo»: il ricorso alle urne anticipate (prima data utile: febbraio-marzo 2016) a costo di votare alla Camera con l’Italicum (legge già approvata, collegi già disegnati dal ministero dell’Interno sulla base di uno studio dell’Istat, pur se con dei “bachi” che urgono revisione) e, al Senato, con il Consultellum. Una doppia legge elettorale un po’ pazza (e molto “italica”) che però il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, un pasdaran del premier, ritiene «uno scenario plausibile». E scenario che permetterebbe al segretario-premier d’imbastire una campagna elettorale tutta contro i «frenatori», i «gufi» e i «conservatori» anti-riforme e anti-italiani presenti sia «dentro» (la minoranza) che, naturalmente, «fuori» (Grillo e Salvini) il suo Pd. Si vedrà. Certo è che nel Pd è ripresa la guerra «tutti contro tutti» e, appunto, su tutti gli argomenti.

Si prenda, per dire, la giustizia. Renzi sfida i giudici («Non siamo i vostri passacarte») e – assicura chi, col capogruppo al Senato Luigi Zanda e i vicesegretari Pd, ha preso parte alla scelta di dare libertà di voto sul caso Azzollini – «ha preso tale decisione non per calcolo, ma per intima convinzione».
L’EX giudice ed ex (sconfitto) candidato sindaco di Venezia, Felice Casson, attacca con durezza il voto dei colleghi che hanno salvato il senatore dell’Ncd («Lo ha salvato la Casta infastidita dai pm»). Ben 12 senatori dem prendono carta e penna e replicano piccati: «parole offensive, sgradevoli, lettura fuorviante e caricaturale del rapporto politica-magistratura». Poi entrano nel merito, ma a pesare sono le firme: la giornalista antimafia Capacchione, il capogruppo in Giunta Immunità Cucca, e poi Ichino, Santini, Susta, etc.
Ma a bruciare, sulla pelle di Renzi, è ben altro, e cioè il voto sulla Rai che lo «costringe» a rinnovare il cda con la vituperata Gasparri.
L’attacco dei marines renziani (Carbone, Marcucci, pure Lotti) è spietato, violento, ad alzo zero. La replica dei vietcong della minoranza è altrettanto dura, spietata.
Le parole volano pesanti, tra colleghi, specie al Senato, neppure ci si parla più: «paiono due gruppi diversi, tra renziani e sinistra, anche fisicamente siedono distanti», nota un osservatore esterno.

In più, l’Unità perde ogni giorno l’occasione di portar pace. Federico Fornaro, che di suo sarebbe uno pacioso, le scrive una lettera piccata «amareggiato dalla ricostruzione» (il giorno dopo il senatore ed ex giornalista Massimo Mucchetti la paragonerà alla Pravda). E sarà pur vero, come dice Renzi, che «meno male, son pochi», quelli della minoranza, al Senato, ma se restano in 20-25 saranno dolori, per la maggioranza a settembre.
Se, invece, come già accaduto alla Camera, Renzi riuscisse ad asciugarli (grazie al suo Zanda, ovvio) a 10-15 pasdaran suicidi, allora sì che i verdiniani tornerebbero utili. Altrimenti, da settembre in poi, a palazzo Madama «si balla» e, forse, si va persino a elezioni. Lo sa Renzi, lo sa la sinistra dem.

2) Riforme, scontro finale nel Pd. Orfini: Vietnam? basta minacce. I ribelli annunciano emendamenti a raffica alla riforma del Senato. Boschi: noi giovani più saggi dei vecchi.

Ettore Maria Colombo – BOLOGNA

 

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

PATETICI. Irresponsabili. Figli della vecchia politica. Siete come Razzi, Scilipoti, anzi siete peggio. Teorici alla doppia morale. Vili. Traditori. Cercate imboscate. Assurdi. Minoritari. Inquietanti (sic). Inaccettabili. Anti-italiani». Ecco, queste solo nella giornata di ieri erano, scorrendo le agenzie, le dichiarazioni «ufficiali» di renziani di prima (Carbone Ernesto, Marcucci Andrea), seconda (Morani Alessia, Di Giorgi Rosa) e pure di terza fascia (la ex minoranza di «Sinistra è Cambiamento»: Mauri Matteo, Mirabelli Franco).
Senza dimenticare il presidente del partito, Matteo Orfini, che – forse anche per farsi dimenticare gli attriti con il premier su Roma – dismette i panni super partes per quelli del fustigator di costumi: «Che alcuni senatori del mio partito minaccino il ’Vietnam parlamentare’ contro il nostro governo a me pare incredibile», fa con un tweet. Infine, in serata, parla la Boschi: «la minoranza deve adeguarsi alla maggioranza» e «Toccherà a noi giovani esser più saggi di senatori che hanno più esperienza ma minacciano la guerriglia». Si distinguono, in ogni caso, tutti i renziani – veri o di complemento – sopraccitati per l’attacco a testa bassa contro la minoranza (quando si trovano tra loro i renziani li chiamano «minorati») del loro stesso partito, che sarebbe il Pd.

L’ACCUSA, roba da pena capitale, è di puntare, tramite una serie di emendamenti (almeno tre: Senato elettivo diretto e non di secondo grado; allargamento della platea dei Grandi elettori per l’elezione del presidente della Repubblica; placet di entrambe le Camere per il via libera ad alcune leggi) che verranno depositati la prossima settimana a palazzo Madama dai «vigliacchi traditori» medesimi, al «Vietnam», in Senato in merito alla riforma del Senato stessa.
La reazione dei «minorati» – che ormai si crogiolano nel definirsi vietcong, in ricordo della (vittoriosa) lotta anti-imperialista durante la guerra del Vietnam – è stata altrettanto accesa, dura, serrata: «non siamo i passacarte di palazzo Chigi» (Roberto Speranza); «siete diventati i volontari dell’intolleranza, pretoriani dell’obbedire senza discutere» (Chiti Vannino e Migliavacca Maurizio); etc.. Fino al dottor sottile Miguel Gotor che, già storico del caso Moro, già ideologo di Pier Luigi Bersani e, ora, «generale» delle truppe Vietcong (comandante in seconda il pacioso Federico Fornaro), sibila: «chi parla di Vietnam ha visto troppi film di avventura, cerca lo scontro».

ORA, stabilito che del «merito», in realtà, interessa poco e a tutti mentre della lotta politica interna al partito interessa assai (e a tutti), bisogna «fare a capirsi», quando si parla di Pd. Un certo grado (alto) di polemica interna è usuale, tra i dem, ma stavolta l’impressione è che il livello dello scontro stia, oggettivamente, «tracimando». I renziani non vedono l’ora di liberarsi di «gufi» e «rosiconi», e stavolta per sempre. Sia per creare un ‘vero’ «partito della Nazione» di centro che guarda a destra, e non certo più a sinistra, ma anche per iniziare a controllare sul serio e per davvero un partito che ancora gli sguscia via tra le mani, facendo in grande l’operazione di ‘normalizzazione’ già imposta all’Unità.
La sinistra interna, invece, che pure non ha intenzione di seguire i vari Fassina-Civati-Cofferati in scissioni «fumose e velleitarie» e continua a puntare a riprendersi il partito (la cara vecchia «Ditta»), inizia a puntare seriamente, più che alle elezioni anticipate, a un cambio di cavallo in corsa: non un Renzi bis, ma a un governo istituzionale, o «del Presidente», che – complice, oltre a Mattarella, un pezzo di Pd passato con Renzi che dovrebbe «ri-tradire» e tornare con loro (franceschiniani, fassiniani, Giovani turchi persino) – traghetti il Paese a fine legislatura e permetta di riprendere la «battaglia di lunga durata» e, poi, il Pd. Chi vincerà, alla fine, tra yankees renziani e vietcong (neo?) comunisti, non si sa. Una sola cosa è certa: la guerra in Vietnam, quella vera, alla fine non la vinse nessuno.

 

#duepezzifacili. I movimenti nel Pd (Boschi, D’Alema, Speranza), a sinistra del Pd (Civati) e alla sua sinistra (Landini)

L'ex premier e leader dei Ds Massimo D'Alema

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

I articolo. D’Alema, la sinistra Pd e la scissione di Civati.

Per non farsi mancare niente, al Pd e a Renzi, in questi giorni è arrivata pure la Stoccata di Massimo D’Alema, il quale ha definito il premier “un uomo arrogante che perde consensi e non piace agli italiani” e la fiducia sull’Italicum, “una forzatura molto grave che ha aperto una ferita”. Soprattutto ‘Baffino’ – subito rintuzzato dal premier che lo ha definito, senza citarlo, esponente di “quella sinistra che vuole restare al 25% e farci perdere sempre” – ha girato il coltello nella piaga della perdita di iscritti: “bisognerebbe fare il calcolo di quanti non lo sono più, specie tra i militanti di sinistra, io penso siano 100 mila. Mi preoccupano quelli che se ne vanno come quelli che vengono”, ha chiuso D’Alema, con un chiaro riferimento alle liste per le Regionali. Liste che stanno provocando un maremoto, specie in Campania. Non basta, però.

Il capogruppo democrat al Senato, Luigi Zanda.

Il capogruppo democrat al Senato, Luigi Zanda.

A gettare nello sconforto militanti e dirigenti, arriva anche l’ennesimo annuncio di scissione, quello di una eurodeputata, anche se si tratta di una sola (su un gruppo di 31). “Me ne vado anch’io insieme a Civati. È troppo tempo che non mi riconosco più in nulla di quello che fa questo governo”, spiega in un post su Facebook l’europarlamentare ‘civatiana’ Elly Schlien, le ragioni dell’addio. La lettera della Schlein (metà svizzera ed metà bolognese, una delle attiviste di ‘OccupyPd’ ai tempi dei ‘101’ contro Prodi, ma anche una ‘miss preferenze’ alle ultime Europee) è lunga, mA il succo e’ questo. E cosi’, ieri, il ciuffo ribelle di Pippo Civati, ovviamente, ieri gongolava di gioia. E se i suoi senatori (o presunti tali) ‘civatiani’ (quattro quelli ‘veri’: Mineo, Tocci, Ricchiuti e Lo Giudice) non intendono, almeno per ora, uscire dal gruppo al Senato per formare un gruppo autonomo e se persino dentro i sette senatori di Sel, oggi nel Misto, ancora nicchiano, sono gia’ sei i senatori ex-M5S pronti alla bisogna (ma ne servono comunque un minimo di 10). Sempre in merito di possibili – e nuovi – movimenti a sinistra, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, fa sapere, attraverso un intervista al settimanale Left, di volersi mettere “a disposizione” per dare vita a “un nuovo soggetto di sinistra. Io vorrei – spiega Pisapia – avere un ruolo di ponte per fare tornare al dialogo le persone”, ma aggiunge che “il leader ancora non c’è”.

Un leader, volendo, ci sarebbe: il segretario della Fiom, Maurizio Landini, che, però, per ora si limita a un laconico “di Civati non parlo” e continua a sostenere che serve “un soggetto sociale, non politico” (prossima iniziativa pubblica a giugno). Parla, invece, la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, e ci tiene a far sapere, trovandosi in Veneto, che “io mi asterrei o voterei scheda bianca”, un tiro mancino alla volta della candidata governatore del Pd Moretti. Tira aria di tempesta, dunque. L’ultima voce, pur subito smentita dall’ufficio stampa del Pd, la riporta il settimanale L’Espresso: Renzi vorrebbe cambiar nome al Pd e chiamarlo ‘I Democratici’, contromossa anti-Berlusconi che vuole far nascere, in Italia, i ‘Repubblicani’, dentro il centrodestra che verrà’. Alla sinistra interna, quella di ‘Area riformista’, legata a Bersani e oggi in campo dietro all’ex capogruppo Roberto Speranza, che ieri ha tenuto una ben riuscita iniziativa pubblica, in quel di Cosenza, sul reddito minimo (iniziativa subito ‘sposata’ da Sel e Civati), solo al pensiero mettono mano alla fondina della pistola. Eppure, sia Speranza che Stumpo, assicurano a tutti che “la nostra battaglia è e resta nel Pd, ma vogliamo farne un grande partito di sinistra”. Sempre che, nel frattempo, iscritti e militanti non siano già fuggiti.

II articolo. la campagna della Boschi in Veneto e la minoranza del Pd. 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).ß

“Il Pd deve restare unito, impegnarsi e puntare a vincere tutte le prossime elezioni regionali, Veneto compreso. Quella di Matteo (‘vinceremo 6 a 1’, cioè Veneto escluso, ndr.) era solo una battuta. Alessandra (Moretti, ndr.) ci mette testa e cuore, noi lottiamo pancia a terra con lei”. Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, ha cercato così, ieri, di ‘dare la carica’ alla corsa più difficile e ostica, per il Pd, quella veneta, partecipando a Padova a un incontro della candidata governatore Moretti (ex bersaniana di ferro, magicamente divenuta renziana). Stabilito che tutti, nel Pd, sanno che il Veneto è una causa persa, l’obiettivo vero resta quello indicato da Renzi: il 6 a 1, appunto. Mica facile, però.

Da un lato c’è il rischio astensionismo, quello più prevedibile, come già accadde in Emilia-Romagna, dall’altro ci sono le infuocate polemiche sulle liste dem, zeppe di nomi di dubbio gusto e che hanno provocato rivolte, specie in Campania, ma anche in Puglia. Infine, ci sarebbe, volendo, anche ‘l’effetto Civati’, che dal Pd se n’è andato, per ora portandosi dietro solo un europarlamentare, la Schlein, ma anticipato nell’uscita, sempre per il gruppo Misto alla Camera, da Luca Pastorino. Civatiano e candidato anti-Paita (cioè anti-Pd) da un largo fronte di sinistra-sinistra (Sel, civiche, Cofferati, etc.), Pastorino impensierisce Renzi e potrebbe impedire la vittoria Pd in Liguria e dunque trasformare il 6 a 1 in un 5 a 2 o in un dannoso 4 a 3 se venisse persa pure la Campania e in un catastrofico 3 a 3 se andassero perdute anche le Marche, dove si ricandida, ma contro il Pd, l’ex governatore Spacca.

Ma se – come dicono i sondaggisti come Maurizio Pessato (Swg) – “ormai è troppo tardi, le liste sono fatte, non ci sarà alcun effetto Civati, diverso è il caso di regioni in bilico come Campania e Liguria, dove il problema sono, appunto, “le ombre nelle candidature”. E così, dopo la Boschi, che chiede al Pd di “restare tutti uniti”, parla anche un esponente della minoranza (ccote’ pero’ nuovi ‘responsabili’) come il pugliese Dario Ginefra e invoca una “moratoria alle polemiche”.

Intanto, sia i grillini, con Di Maio, che SeL, con Nichi Vendola, provano ad andare a vedere le carte della minoranza dem, quella di Area riformista, che ha lanciato la proposta del reddito minimo di inserimento, raccogliendo molti consensi tra ex-M5S, SeL e, ieri, incassando anche l’appoggio di un esponente del Psi, il pugliese Lello Di Gioia. Psi dove Bobo Craxi è partito all’assalto del segretario, RIccardo Nencini, chiedendone le dimissioni perché vorrebbe, a suo dire, “sciogliere il Psi nel Pd”.

Infine, l’altro pezzo di minoranza, Sinistra dem, che fa capo a Gianni Cuperlo, annuncia che terrà una ‘propria’ Festa dell’Unità. Si svolgerà alle porte di Bologna il 6-7 giugno. Una vera new entry: è la prima festa dell’Unità organizzata da una… corrente e, per ora, senza Unita’ (giornale) in edicola.

NB. Entrambi questi pezzi sono stati pubblicati sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) l’8 e il 9 maggio 2015.

il buio oltre la siepe. Perché il tentativo’ di Landini difficilmente aggregherà quel che resta della sinistra

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Nutro diverse perplessità sul successo della ‘discesa in campo’ di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil. Discesa in campo politica, si capisce, per quanto futura e futuribile possa essere. Lo stesso Landini ha cercato di precisare, con una lettera al Fatto, il suo pensiero espresso nell’intervista di domenica scorsa. Il concetto, tra intervista e precisazione, è sostanzialmente il seguente: “Il sindacato si deve porre il problema di una coalizione sociale più larga che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale e aprirsi a una rappresentanza anche politica. La sfida democratica a Renzi passa anche da qui”. Ora, la frase chiave succitata indica una serie di contraddizioni, non scioglie molti nodi sul tappeto e resta, volutamente, criptica, confusa, indefinita.

Landini – dice chi ne sa – non sopporta non solo Renzi e il suo Pd liberal, ma pure la litigiosità e frammentazione dei ‘partitini’ della sinistra radical. Come lui la pensano due intellettuali – a mio parere del tutto avulsi dalla realtà del loro tempo e chiusi da troppo nella loro torre eburnea radical – come Stefano Rodotà e Barbara Spinelli. La quale ultima, eurodeputata che di certo non brilla per presenze a Bruxelles, ha di fatto rotto i rapporti con la lista L’altra Europa con Tsipras che pure l’ha fatta votare ed eletta. Insomma, il concetto – espresso dal sindacalista e dai due intellettuali – sarebbe che i ‘partitini’ della sinistra che resta a sinistra del Pd (SeL, ma pure i rimasugli della sinistra comunista che fu, Prc e Pdci, ma anche l’accozzaglia di liste elettorali di scarso, L’Altra Europa alle Europee, o nessun successo, Rivoluzione civile di Ingroia, quando chiedono i voti) sono ‘cani morti’ e che bisogna, giustappunto, ‘ripartire dal sociale’.

Facile a dirsi, molto meno a farsi. Anche una giornalista di valore, Angela Mauro, cronista politica dell’Huffington Post, che conosce bene le vicende citate e pur mantenendo un occhio benevolo, verso Landini e la sua impresa, non mi pare riesca a venirne a capo. La Mauro spiega così il passo di Landini: costruire un “laboratorio sociale”, a meta’ strada tra un nuovo ruolo e protagonismo sindacale, i giovani e i loro network sociali dal basso in fieri nelle citta’ metropolitane e legarlo a una idea della politica ‘orizzontale’ ma non ‘alla centro sociale’, bensì alla Podemos. “C’è l’esempio greco di Tsipras, ovvio – scrive Mauro – che parla di un partito alla lotta con l’Europa dell’austerity e non di un laboratorio sociale, ma che dice che con la forza del consenso e delle urne anche chi sembra debole in partita può spuntarla. E c’è l’esempio di Podemos, il movimento spagnolo nato dalle acampandas contro l’austerity, candidato a vincere le elezioni del prossimo autunno a Madrid, almeno stando ai sondaggi. Ci può essere come punto di arrivo la lista e la candidatura, il partito e la rappresentanza democratica in Parlamento. Ma è un punto di arrivo”. Alla fine si arrende pure Mauro: “c’e’ un idea. Piu’ che un idea, un pensiero”.

Siamo, insomma, alle famose “poche idee ma confuse” di Ennio Flaiano. Soprattutto, Landini non ha dietro di sé ‘tutta’ la Cgil, ma solo la sua Fiom. E qui c’è un altro punto critico e di estrema debolezza del suo ragionamento. Quando Cofferati trascinò in battaglia la Cgil sempre contro il tentativo, ma all’epoca messo in campo dal governo Berlusconi, di svellere l’art. 18, aveva molte frecce al suo arco: un sindacato grande, ‘generale’ (e non, appunto, una semplice categoria, forte e tosta, ma sempre ‘parziale’), per quanto isolato da Cisl e Uil; una fitta rete di alleanze nel tessuto sociale (movimenti, associazioni, intellettuali, riviste: da Moretti a Flores d’Arcais); pezzi di partiti politici ancora strutturati (la sinistra Ds, tutta, Rifondazione, pur se tra mille ambiguità dovute a rivalità con Bertinotti); un vasto movimento di opinione pubblica insofferente e ribelle verso l’allora trionfante senso comune di un berlusconismo assai oppressivo; l’eco di movimenti sociali e politici che avevano infiammato il mondo, oltre che l’Italia (i no-global, le associazioni e i movimenti anti-G8, etc.). insomma, una vera ‘coalizione’ di forze politiche, sociali, sindacali, morali. Cofferati non seppe, nel 2000-2001, definito il nuovo ‘biennio rosso’ della politica italiana, sfruttare e usare tutti questi elementi a suo vantaggio e non volle buttarsi definitivamente in politica, ritirandosi nel suo ‘orto’ da piccolo Cincinnato da cui uscì tardi e male (Bologna, Bruxelles, etc.) tanto che oggi la sua azione e la sua influenza a stento interessa la … Liguria.

Ma perché dove non riuscì Cofferati, che aveva tutte le condizioni migliori e i presupposti giusti per condurre una ‘buona battaglia’, dovrebbe oggi riuscire Landini? Il segretario della Fiom, sconfitta in quasi tutte le elezioni delle Rsu di fabbrica che si tengono da mesi, non ha l’appoggio della Cgil, che anzi gli è contro sia per motivi di rivalità interna della Camusso verso Landini sia per ragioni politiche (il rapporto con la sinistra Pd e Bersani) che per motivi squisitamente sindacali (il principio dell’autonomia dalla politica). Non esiste, nel Paese, un sentimento e moti di protesta forti e di massa, ma solo un malcontento diffuso, refrattario, politicamente vano e sterile. L’autunno è passato, non è stato affatto ‘caldo’ e la Cgil non ha inciso, per segno e qualità delle proteste, neppure su un tema caldo come l’art. 18. Partiti politici in grado di organizzare la protesta e incalanare la rabbia non ve ne sono, o sono debolissimi se non del tutto scomparsi (Prc, Pdci) o (vedi Sel) alternano ricerca d’intesa con il Pd a livello locale e parlamentare a momenti di contrapposizione dura al governo Renzi ma senza numeri né mezzi per poter reggere un alto e lungo il livello dello scontro con il Pd. La minoranza dem non si sogna di uscire dal partito, è divisa in mille rivoli, spezzata in correnti (bersaniani, cuperliani, etc.) di scarso peso e spessore o rappresentazione macchiettistica di una ‘scissione’ che, troppe volte evocate, quando ci sarà si rivelerà di scarso peso e consistenza (Civati). Tutti fattori che impediscono e impediranno a Landini, debole già di suo nella sua Cgil, di porsi da ‘federatore’ e organizzatore di una sinistra sociale e politica.

Il Pd di Renzi, d’altra parte, e il suo leader nonché premier del governo, macina risultati che, per quanto ‘di destra’ e ‘liberisti’ siano, ci sono, e non trova, a fermarlo, per esempio sulla strada delle riforme istituzionali ed elettorali iper-maggioritarie o da vera dittatura della maggioranza, altro che opposizioni ‘finte’ (FI) o solo populiste e demagogiche (Lega). Cosa contrapporre a tutto questo, e cioè una vera ‘rivoluzione culturale’ in seno alla sinistra storica che finirà per stravolgerne senso e direzione, quella di Renzi, secondo il Landini pensiero? “Un’idea, più che un idea, un pensiero”. Quello del “laboratorio sociale della rappresentanza politica”. Parole confuse, vaghe, velleitarie. C’e’ solo il buio, oltre la siepe.

Landini in campo per sfidare Renzi. Gelo Cgil: “Non siamo un partito”. Minoranza Pd critica. Poi il leader Fiom rettifica

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini o il moderno Amleto in tuta blu. Il leader della Fiom rilascia, ieri, un’intervista al Fatto quotidiano in cui parla del sindacato come di un soggetto che si deve porre il problema di una rappresentanza sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza ‘anche’ politica”. Il Fatto forza le sue parole e titola: “E’ ora di sfidare Renzi. Ora faccio politica”. Apriti cielo. Il premier lo attacca a brutto muso in diretta tv su Rai 3 e il suo stesso sindacato, la Cgil, prende subito le distanze. Un tweet del portavoce di Susanna Camusso, Massimo Gibelli, recita: “Tanti auguri a Landini, ma il sindacato Fiom è un’altra cosa”. L’accento è tutto sulla Fiom, soggetto sindacale da ‘preservare’ pure da Landini, per la Cgil.

La polemica divampa e a Landini tocca precisare, correggere, smussare. “La prima pagina del Fatto – scrive in una nota il leader della Fiom – mi attribuisce un’affermazione non pronunciata”. Poi torna sul concetto: “la ‘sfida a Renzi’ per il sindacato, oltre alla ‘normale azione contrattuale’, consiste nella creazione di una coalizione sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale”. Lana caprina? Mica tanto. Di un nuovo partito a sinistra del Pd si parla da mesi. Pippo Civati e i suoi pare che se ne andranno per sempre poco prima delle Regionali. Quando, in Liguria, una coalizione che si raccoglie intorno allo sconfitto alle primarie, Sergio Cofferati, lancerà un candidato anti-Pd ufficiale.

La sinistra Pd, divisa in molte anime (Sinistra dem di Cuperlo, la più critica, i bersaniani di Area riformista, il grosso, singoli come Fassina e Boccia) è sempre più insofferente verso Renzi e ha vissuto come uno schiaffo i decreti delegati sul Jobs Act, ma persino un iper-critico come Alfredo D’Attorre si limita a parlare di “battaglie comuni tra forze politiche e sociali sull’art. 18”. Infatti, la Cgil lancerà un referendum popolare per ripristinare l’art. 18 e Fassina già annuncia che sarà tra i promotori. Insomma, il grosso dei bersaniani sta con la Camusso, non con Landini.

Landini, che in realtà punta a prendersi la Cgil al congresso del 2018, se mai scendesse in politica sogna un modello organizzativo incentrato tutto sul sociale: una via di mezzo tra Syrizia con i suoi gruppi di aiuto popolari. e Podemos, di cui apprezza la rete ‘orizzontale’ e movimentista. Inoltre, Landini ‘disprezza’ i partitini della sinistra a sinistra del Pd e il loro perenne oscillare tra la ricerca di alleanza con il Pd stesso e modelli partitici che ritiene superati e obsoleti. Non a caso li chiama ‘i partitini’. Con Landini stanno personalità indipendenti come la Spinelli e Rodotà. I partitini stanno, appunto, da un altra parte. SeL ha organizzato mesi fa ‘Human Factor, network aperto alla sinistra Pd, ai giovani di Tilt, ad altre realtà politiche (la lista L’altra Europa con Tsipras, Prc, Pdci, etc.) proponendo la pratica della ‘doppia tessera’ (di Sel e di altre realtà), ma proprio Landini e Rodotà hanno storto il naso e in SeL si sono piccati.

Nella sinistra radical l’anima è divisa in due: sociale quella di Landini, che vuole rompere con ‘tutto’ il Pd, organizzativista quella di Sel che con la sinistra Pd si vorrebbe fondere in una riedizione in piccolo del Pci. Rivelatrici le parole di Civati: “quando Landini parla di sinistra sociale da contrapporre con quella politica non capisco e non sono d’accordo”. L’unico possibilista è il senatore dissidente del Pd Corradino Mineo: “Anche a Renzi capitò di perdere contro Bersani. Ora gli consiglio di rispettare Landini”. Duro il commento di un altro senatore, il giovane turco Stefano Esposito: “Landini sfidi Renzi così conteremo i voti, finalmente, e non gli articoli di giornale”.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2015 a pagina due del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)