Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

L’Italia e la sovranita’ nazionale perduta. Dal Trattato di Pace di Parigi (1947) al Fiscal Compact (2011). Il libro di Andrea Cangini

Il premier italoa o che firmo' il trattato di pace di Parigi, Alcide de Gasperi.

Il premier italoa o che firmo’ il trattato di pace di Parigi, Alcide de Gasperi.

ROMA. IL FISCAL Compact del 2012 come il Trattato di Pace del ’47? Due momenti, cioè, in cui l’Italia abdica alla propria sovranità nazionale e si fa imporre durissime condizioni (il pareggio di bilancio nel primo caso, la rinunzia ai propri confini nel secondo) da autorità straniere?

È la tesi del libro di Andrea Cangini, L’onore e la sconfitta. Politica italiana e guerre perse dal Trattato di pace del ’47 al Fiscal compact del 2012 (Minerva Edizioni) presentato ieri alla Camera proprio mentre in aula il premier Renzi illustrava le linee programmatiche del semestre di guida italiana della Ue.

ll libro di Andrea Cangini, L'Onore e la Sconfitta (Minerva editore)

ll libro di Andrea Cangini, L’Onore e la Sconfitta (Minerva editore)

A PRESENTARE il volume, l’ex deputato e scrittore Gennaro Malgieri, l’ex ministro socialista Rino Formica, l’esponente della sinistra Pd ed economista Stefano Fassina. Proprio Fassina ha definito «molto stimolante» il paragone tra i due eventi, «ma, purtroppo, con notevole minore consapevolezza, nel dibattito del 2012, rispetto a quello del 1947». Formica ha ricordato il dibattito del ’47 e le speranze vanificate di chi, come il socialista Colorni, credeva nella (mai attuata) «Europa dei popoli». Malgieri ha parlato delle «due nostre grandi sconfitte», definendo il libro di Cangini «bello e accattivante».
Sono stati i ragionamenti di Fassina e di Malgieri — simili, curiosamente, a quelli che il capogruppo di FI, Renato Brunetta, ha svolto in Aula — a far entrare nel vivo il dibattito.

Il premier italiano che folle il Fiscal Compact (2011), Mario Monti.

Il premier italiano che folle il Fiscal Compact (2011), Mario Monti.

«ANCHE la mia parte politica ha accettato e liquidato il Fiscal compact in modo troppo sbrigativo», ha detto Fassina. Mentre per Formica le conseguenze della guerra persa in questi anni e chiamata «crisi economica» sono state ancor più gravi di quelle seguite alla sconfitta del 1945: «A differenza delle condizioni imposte dagli alleati per la pace nel ’47, gli effetti della ‘crisi economica’ hanno minato la sovranità nazionale e l’hanno fatto violando la Costituzione, che all’articolo 11 condiziona eventuali ‘limitazioni di sovranità’ a ‘condizioni di parità con gli altri Stati’». Parità che con la Germania della signora Merkel non c’è stata.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 25 giugno 2014 sulle pagine di @quotidiano.net .