Rosatellum, gli studi riservati del Pd: chi ci guadagna e chi ci perde. Un articolo di analisi e di cifre…

Il mio articolo di oggi 12 ottobre 2107, qui riportato in versione estesa, è stato scritto x Quotidiano.net e pubblicato, stamane, in versione ridotta. Tratta di #leggelettorale e #Rosatellum: chi ci guadagna e chi ci perde? Studi dei partiti a confronto tra cui uno riservato del Nazareno. Ne parlano Dario Parrini Federico Fornaro #youtrend. Qui sotto trovate il link. 

http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3458530

E lo trovate on line nella home page del sito Internet di QN @Quotidianonet

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La versione integrale, pubblicata qui, in esclusiva, solo per il blog, dell’articolo. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Chi ci guadagna e chi ci perde, con il Rosatellum? In Transatlantico girano previsioni terrificanti che agitano i peones democrat e li tentano in vista del voto segreto finale, previsto per stasera, dopo l’ultimo voto di fiducia, previsto questa mattina, sul testo.  Ma il Pd ha in mano uno studio riservato, di cui diamo conto, che dice il contrario: anzi, con il Rosatellum una coalizione di centrosinistra non solo guadagna più seggi (circa 40 rispetto al doppio Consultellum) ma col 33% può arrivare al 41% dei seggi.

Innanzitutto va detto che il Rosatellum è una legge elettorale che si compone di un mix di collegi uninominali maggioritari per il 37% e di collegi plurinominali scelti con metodo proporzionale per il 63% dei seggi. Ma ‘come’ il Rosatellum trasforma i voti in seggi? La base di partenza sono, ovviamente, i 630 seggi della Camera che prenderemo come base di riferimento per comodità di calcolo (al Senato i conti sono parzialmente diversi per la suddivisione dei voti in circoscrizioni a base regionale che lo contraddistingue e la per la diversa formazione dell’elettorato sia attivo che passivo, dato che si vota solo dai 25 anni in su). Il Rosatellum prevede, alla Camera, l’assegnazione di 232 seggi in collegi uninominali maggioritari (6 in Trentino-Alto Adige, 1 in Valle d’Aosta, 225 nelle altre 18 regioni), secondo il principio del first past the post (“il primo – cioè il vincitore – prende tutto”, frase icastica nella logica del maggioritario in uso, storicamente, in Gran Bretagna), e di altri 398 seggi (di cui 12 per gli italiani all’estero) in collegi plurinominali su base proporzionale. Le soglie di sbarramento sono due: il 3% per ogni lista, il 10% per le coalizioni di liste, sempre su base nazionale. Una coalizione che non ottiene il 10% dei voti garantisce solo alle liste coalizzate che hanno superato il 3% dei voti di accedere alla ripartizione dei seggi. Invece, a favore delle coalizioni di liste che superano il 10% dei voti su scala nazionale, interviene un meccanismo poco noto ma che ha un effetto ‘moltiplicatore’ dei seggi per i più grandi perché, ai partiti che hanno superato il 3% dei voti, vengono assegnati, in modo pienamente proporzionale rispetto alla circoscrizione in cui si sono presentati nella parte proporzionale, anche i seggi dei partiti presenti con loro nella stessa coalizione e che hanno superato l’1% dei voti ma non hanno raggiunto il 3% dei voti (la soglia). Invece, per ogni coalizione, che abbia o meno superato il 10% dei voti, i voti alle liste che restano sotto l’1% finiscono ‘buttati’, cioè inutilizzati: quelle liste non eleggono deputati, ovviamente (si elegge con il 3%) né contribuiscono a farli eleggere ad altri. Infine, ogni candidato di collegio usufruisce di tutti i voti raccolti dalle liste che lo sostengono: sia quelle sopra il 3%, sia quelle sotto il 3% e anche quelle sotto l’1%.

La simulazione più attendibile e più nota, invece, rispetto agli attuali sondaggi elettorali, è quella del sito di sondaggi e proiezioni You Trend. Stima in 22-247 i seggi vinti da una coalizione di centrodestra (FI-Lega-FdI), con circa il 32,9% dei voti (13,4% Fi, 14,8% Lega, 4,7% FdI); in 222-247 seggi una di centrosinistra (Pd+Ap, stimati al 27,8% e 2,4%), 163-183 seggi all’M5S (27,7%), 14 seggi a Mdp-SI (al 3%).

Ma i conti che ‘girano’ tra le forze politiche sono molto diversi. In uno studio di un senatore di Mdp, Federico Fornaro, molto esperto di sistemi elettorali, ad esempio, per il Pd si prospetterebbe una Vandea o, in pratica, un bagno di sangue. Fornaro stima in appena gli 75 eletti nei collegi uninominali per il Pd+altri, 115 quelli del centrodestra, 115 al M5S e zero per Mdp-SI. Nel proporzionale Fornaro assegna 120 eletti al Pd, 114 all’M5S, 55 a FI, 60 alla Lega, 19 a Fratelli d’Italia e 19 alla lista Mdp.

Lo studio di Fornaro ha gettato il panico nelle file dei peones dem che temono di non riuscire a farsi eleggere in molte zone del Nord, dove la Lega è forte, ma anche in Lazio e al Sud, causa l’M5S. Anche tra gli azzurri regna la paura: molti deputati temono di dover cedere troppi eletti alla Lega al Nord e di non farcela al Sud. Ma al Nazareno hanno in tasca altre stime e proiezioni. Va premesso che, con l’attuale “doppio Consultellum”, sistema di base proporzionale figlio di ben due sentenze della Consulta che prevede un doppio sistema di voto differente tra la Camera (premio alla prima lista che ottiene il 40% dei voti, soglia nazionale al 3%, mix di capolista bloccati e preferenze, nessuna possibilità di creare coalizioni) e il Senato (soglia di sbarramento regionale all’8% per le liste, al 20% per le coalizioni e al 3% per ogni lista in coalizione, solo preferenze, su base regionale, nessun premio), i big dem prevedevano 215 seggi a una coalizione di centrosinistra, 200 al centrodestra, 180 seggi a M5S, 35 a una lista di Mdp-Sinistra. Con il Rosatellum, invece, il Nazareno stima di ottenere, per il Pd e i suoi alleati molti più seggi. Seggi che sarebbero così ripartiti: nel proporzionale, 145 seggi a Pd+altri, 135 al centrodestra, 100 a M5S, 20 a quella che chiamano la “Cosa rossa” (Mdp-SI-altri). Nei 225 collegi uninominali 110 seggi vinti dal centrosinistra, 80 dal centrodestra, 40 a M5S, zero alla Sinistra. Totale, sommando le due parti (collegi e proporzionale): 255 seggi al centrosinistra, 215 al centrodestra, 140 all’M5S e 20 seggi a quella che, al Nazareno, chiamano ‘Cosa Rossa’. Morale: il Pd più alleati guadagnerebbe, rispetto al Consultellum, almeno 40 seggi, il centrodestra ne guadagnerebbe solo 15, l’M5S ne perderebbe 40, la Sinistra circa 15.

Dario Parrini, deputato toscano renziano ed esperto di sistemi elettorali, la mette così: “Grazie alla disproporzionalità del sistema, dovuta alla parte maggioritaria, una coalizione che ha il Pd in mezzo e due forze nelle ali, una al centro e una a sinistra, può vincere col 33-34% dei voti. Una cifra che, grazie alla quota uninominale, può dare il 40-41% dei seggi. Inoltre, i media e gli elettori concentreranno la loro attenzione sui collegi uninominali, dove ci terranno le sfide: lì noi avremo candidati  riconoscibili, autorevoli e radicati. Il voto nel collegio, per come è strutturato, ‘trascinerà’ quello delle liste. La Cosa Rossa? Non supererà i 20 deputati”. Chi ha ragione? Beh, questo lo potranno decidere solo gli elettori alle prossime elezioni.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pag. 4 del 12 ottobre 2017

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Renzi ottiene la firma di Cuperlo, non di Bersani. L’Italicum in teoria è già morto, ma non è chiaro cosa nasce al suo posto

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

L’ACCORDO raggiunto all’interno della commissione del Pd per modificare l’attuale legge elettorale (l’Italicum: è in vigore dal I luglio 2016 e batterebbe ogni primato: si tratterebbe della prima legge elettorale della storia repubblicana abbandonata prima ancora di entrare in vigore, persino la legge truffa del 1953 entrò in vigore, pur se poi venne abbandonata) presenta due risultati intrecciati e, di fatto, discordanti. Il primo risultato è politico: Gianni Cuperlo, leader di una piccola parte della minoranza Pd (Sinistra dem), è stato “ricondotto all’ovile”, da Renzi: voterà Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre. La vittoria del premier è, da questo punto di vista, indubitabile e il ritorno del ‘figliuol prodigo’ a casa (Cuperlo si candidò contro Renzi all’ultimo congresso, poi ruppe con Renzi, rinunciando al ruolo di presidente del Pd, poi oscillò a lungo, tormentato, tra fronte pro-Renzi e contro-Renzi) serve a dimostrare che l’altra minoranza, quella dei duri e puri di Sinistra riformista (Bersani-Speranza), «vuole solo farmi perdere», come è sbottato Renzi l’altra sera alla Leopolda: «quelli preferirebbero veder governare Di Maio e il M5S piuttosto che me».

IN EFFETTI, il fuoco di fila dei bersaniani contro l’accordo raggiunto dalla commissione interna del Pd ieri ha raggiunto lo zenit, pur senza coinvolgere mai, almeno ufficialmente, Cuperlo: «accordo inutile», «pura propaganda», «testo generico», «aria fritta» le parole dei colonnelli (Zoggia, Stumpo, Gotor, etc.) fino al «documento fumoso» con cui lo ha affondato Roberto Speranza. I bersaniani, al referendum, voteranno No e stanno facendo campagna attiva per questo e non solo per questo, ma anche per scalzare Renzi dalla guida del Pd se il No dovesse vincere.
Dall’altra parte i renziani, protagonisti della lunga e faticosa trattativa con Cuperlo, ieri ovviamente brindavano al lieto evento (Guerini: «Abbiamo fatto un buon lavoro», Rosato: «Ora nessuno ha più alibi») mentre lo stesso Renzi diceva soddisfatto ai suoi: «Ho dimostrato che so fare passi avanti, l’accusa del combinato disposto tra riforma istituzionale e Italicum non esiste più». Cuperlo, invece, attende ancora che il documento si sostanzi, come chiede in modo insistente, «in un impegno solenne di Renzi e del Pd».
Traduzione: Cuperlo vuole un voto ufficiale negli organi preposti del partito, cioè Assemblea nazionale, Direzione (soprattutto) e gruppi parlamentari. Anche perché l’altra richiesta, che era pure di Speranza, un ddl formalmente depositato alle Camere dal Pd, non c’è e non ci sarà fino al referendum. Recita il documento: «la totalità delle opposizioni è indisponibile a una verifica parlamentare» prima di allora. Cuperlo, però, si accontenterà – pare – anche di un semplice inserimento nel documento stesso della presa d’atto ufficiale che questo documento, e non l’Italicum votato dal Parlamento e legge dello Stato, è e sarà, per il futuro, il testo base di ogni intesa e proposta del Pd sulla legge elettorale.

E QUI si entra nel merito del documento e spunta il secondo risultato. La vittoria, qui, è tutta di Cuperlo: l’Italicum, di fatto, da oggi in poi non esisterebbe più. Vengono eliminati capilista bloccati, multicandidature e preferenze sostituite dai collegi (anche se non viene specificato se solo collegi maggioritari uninominali o collegi proporzionali stile Provincellum). Viene abolito il ballottaggio mentre il premio di lista resta ‘e/o’ diventa premio alla coalizione: due punti cardine dell’Italicum spazzati via in una paginetta. Infine, il premio di governabilità (di lista o di coalizione, non si sa) dovrà essere consistente ma moderato (quanto, però, pure non si sa) e viene sposata definitivamente la proposta Chiti-Fornaro per eleggere, con voto contestuale ai consigli regionali, i futuri senatori. La capitolazione di Renzi parrebbe definitiva: ballottaggio via, premio di governabilità contenuto, collegi invece di preferenze, coalizione invece che lista singola.
Fatta la legge, però, ecco trovato l’inganno. Lo spiega, con una nota, il bersaniano Federico Fornaro: «I collegi non si capisce se siano uninominali maggioritari o uninominali proporzionali. Il premio di maggioranza non è chiarito se va alla lista o alla coalizione e non è quantificato il numero di seggi che spetteranno a chi vince il premio (50/100/150?)».
La verità è che il documento dei saggi del Pd ha ottenuto il successo politico di riconquistare Cuperlo e di mettere nell’angolo, schiacciandolo su D’Alema, il duo Bersani-Speranza, in vista del referendum, ma dopo il 4 dicembre tutto può succedere. Se vince il No quel documento sarà carta straccia, se vince il Sì potrà essere modificato e piegato in tutti i modi a seconda di cosa vorrà fare Renzi sia della legge elettorale che della legislatura senza dire del fatto che, sull’Italicum, dovrà sempre e comunque pronunciarsi la Consulta.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 6 novembre 2016

Italicum, la sinistra Pd non si fida di Renzi. Bersani: “Basta coi segnali di fumo”

Pier Luigi Bersani sorride

L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani

NON accettiamo segnali di fumo, aperture verbali» anche perché «non stiamo qui per pettinare le bambole». Pier Luigi Bersani, ieri sera alla Festa nazionale dell’Unità di Catania, risponde così, con i suoi consueti modi di dire, all’offerta del premier e segretario Pd, Matteo Renzi, avanzata l’altra sera a Porta a Porta («Siamo pronti a cambiare l’Italicum, a prescindere dalla sentenza della Consulta»). In gioco c’è la tanto agognata pax interna tra maggioranza e minoranza in vista del referendum.
L’ex segretario – accolto prima del dibattito a forza di cori «C’è solo un segretario!» scanditi dai giovani democratici che lo commuovono – la spiega così la sua metafora: «Il governo e il Pd hanno fatto la scelta di votare l’Italicum con la fiducia, adesso non si può scoprire l’autonomia del Parlamento. Governo e Pd – conclude – prendano un’iniziativa visibile e efficace per garantire che i senatori saranno eletti e la legge elettorale verrà radicalmente modificata». Gli fa eco, dalla festa dell’Unità di Ravenna, con parole anche più dure e nette, il leader di Sinistra riformista, nonché pupillo di Bersani, Roberto Speranza: «A oggi non me la sento di votare sì al referendum. Solo cambiando una legge elettorale sbagliata si creerebbero le condizioni per una maggiore serenità al referendum». Insomma: o cambia l’Italicum, o voto no.

I colonnelli bersaniani, inoltre, usano espressioni più colorite e sapide, che vanno da parole tranchant («Da Renzi vogliamo fatti, non farci prendere per il sedere ogni giorno dalle sue battutine!») a ragionamenti più freddi ma non meno ostici all’offerta renziana.
SI PRENDA, per dire, Davide Zoggia, colonnello bersaniano e, oggi, tra i più recalcitranti all’accordo, pronto a costruire, il giorno dopo la constatata impossibilità di siglarlo, comitati per il No al referendum (Bersani, invece, assicura da Catania che «No, io non li farò»): «Quelle di Renzi sono parole vaghe e il tempo delle parole è finito. È il momento degli atti formali. Serve un mandato formale della Direzione del Pd per andare in Aula con tempi e modi definiti a modificare la legge elettorale». Zoggia offre anche un timing, assai celere: «Riunione della Direzione Pd, unico luogo deputato a fare la proposta, entro pochissimi giorni, non oltre metà settembre. Poi, atto di indirizzo ai gruppi parlamentari per aprire subito il confronto in Parlamento con le altre forze politiche». Il senatore Miguel Gotor, altro bersaniano di ferro, non è da meno, in quanto a paletti: «Renzi ha ripetuto le solite cose, ma il tempo della melina è scaduto. Si può e bisogna cambiare l’Italicum prima del referendum: basta volerlo». E anche un senatore che, con la maggioranza renziana, sulla modalità di elezione dei futuri senatori del nuovo Senato, ha trattato, Federico Fornaro, diffida: «Noi non facciamo tattica, Renzi sì. Le parole dette a Porta a Porta non c’interessano, servono atti concreti: il tempo per decidere è settembre».
Persino davanti quella che pareva ai più un altra apertura di Renzi, l’elettività diretta dei nuovi senatori, Fornaro scuote la testa: «Che vuol dire elettività diretta? Si sceglie su più schede o chi prende più voti? E, in ogni caso, non c’è un impegno chiaro a fare subito la legge elettorale del nuovo Senato. Se non la si fa subito, a regime la riforma ci va nel… 2023 e nel 2018 si vota con le norme transitorie, e cioè l’elettività indiretta».

DEL RESTO, le parole non a caso pronunciate ieri dal capogruppo dei senatori, Luigi Zanda («Al Senato una maggioranza per cambiare l’Italicum oggi non c’è o è molto difficile trovarla») sembrano dire proprio quello che la sinistra teme: quella di Renzi è una “finta apertura”, un modo per fare melina e anche le parole della Boschi («C’è la disponibilità a migliorare l’Italicum se ci sono le condizioni in Parlamento, ma la legge elettorale andrebbe migliorata…») non aiutano a diradare la nebbia.
Morale: la sinistra interna del Pd, almeno quella che si regge sull’asse Bersani-Speranza (Cuperlo è diverso e, per ora, resta in silenzio) non si fida del premier-segretario. Vuole impegni scritti, certificati e, soprattutto, in tempi certi. Come direbbe lo stesso Bersani: «Vedere cammello, pagare moneta»…

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’8 settembre 2016 sul Quotidiano Nazionale a pagina 6.

Referendum, sinistra Pd pronta a dire No Ma Guerini avverte: “Tutti per il Sì”. In gioco ci sono le modifiche all’Italicum

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio.

Referendum, sinistra Pd pronta al No. Si accende lo scontro con i renziani.

Aut Aut dei colonnelli di Bersani: “All’Italicum modifiche immediate”. 

ROMA
OCCUPAZIONE «militare» della Rai, con relative dimissioni di Gotor e Fornaro, i due senatori pasdaran. Lettera di dieci parlamentari per il No che, assicura la sinistra dem, «presto cresceranno fino a diventare una slavina». Disappunto, per usare un eufemismo, di fronte alla lettera di Delrio e Rughetti (ex vertici Anci) ai sindaci italiani per far dire loro «Sì» al referendum. Persino la semplice notizia della presentazione dei risultati della commissione sulla forma partito. La minoranza dem – più quella che fa capo a Roberto Speranza, Area riformista, e dietro di lui a Bersani, che quella di Gianni Cuperlo, Sinistra dem – sta per dissotterrare, definitivamente, l’ascia di guerra. Lo scontro frontale con Renzi e i renziani non è attutito dal solleone e «a settembre farà molto caldo», profetizza uno dei suoi colonnelli.
Il turning point su cui ruota tutto è la legge elettorale, l’Italicum. «Tanti, da Franceschini a Orfini, da Napolitano a Veltroni, hanno chiesto a Renzi di cambiarlo, ma il premier non vuole farlo, almeno non prima del referendum», ragiona un esponente della sinistra. «Ebbene – continua – se questo è il quadro, noi non ci accontentiamo certo di qualche intervista. Vogliamo documenti, atti pubblici, impegni in Direzione che indichino la volonta di cambiare l’Italicum. Non ci saranno? Bene. Allora credo che il numero dei parlamentari e dei dirigenti della mia parte che si schiereranno per il No crescerà in modo consistente. E quando dici che voti No, poi ti chiamano a discuterne, nei circoli o altrove. Comitato formale o no, ci si schiera. E con convinzione». Una dichiarazione di guerra vera e propria che Davide Zoggia, ex responsabile Enti locali di Bersani, attenua solo di poco: «Senza una manifesta e chiara volontà di modificare la legge elettorale il mio voto al referendum ne sarà conseguenza diretta. Non dispero ancora, ma il tempo è poco. E il tentativo di militarizzare le Feste dell’Unità, la Rai, persino i sindaci, lo trovo molto triste».
Nico Stumpo, che di Bersani era il responsabile Organizzazione, è stizzito. Orfini ha annunciato la presentazione (fatta ieri, a Pistoia, con Guerini) di un documento che «rivoluzionerà il Pd, un partito più aperto, meno burocratico, che torni a radicarsi sui territori». Stumpo gli manda il suo warning: «La commissione non si riunisce da quattro mesi, aspettavamo Renzi. Barca, che non condivideva il documento, si è appena dimesso».

INOLTRE, Carlo Pegorer, altro senatore della minoranza, si scaglia contro «lo scarso bon ton istituzionale» del sottosegretario renziano, Angelo Rughetti, che invita i sindaci italiani a votare Sì. E così al referendum si torna. La minoranza sta per schierarsi sul No. «È in gioco la democrazia e le forzature del fronte del Sì, senza un reale impegno a cambiare l’Italicum, sono inaccettabili», è la sintesi. Del resto, lo stesso Bersani, quasi come D’Alema, sono giorni che parla e attacca – sulle nomine Rai, sul combinato disposto Italicum-referendum, sulle scelte sociali – un Pd che «non riconosco più». I renziani chiosano: «Ogni occasione è buona per cercare di indebolirci in vista del referendum, ma siamo tranquilli: lo vinceremo noi».

Ettore Maria Colombo

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Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

Guerini striglia i dem: “Tutti per il Sì”. E la legge elettorale non si cambia.

Il vicesegretario Pd: “Escludo la nascita di comitati del No anti-riforma”. 

ROMA
VICESEGRETARIO Lorenzo Guerini, su referendum e Rai torna il solito refrain: «Il Pd si divide»…
«La rappresentazione di un Pd perennemente diviso è una forzatura. Sulla riforma costituzionale alcuni colleghi hanno annunciato il loro No. Scelta che non condivido, ma che rispetto, difficile da spiegare: alcuni di loro avevano votato sì in Aula. Nel Pd il diritto al dissenso è garantito, ma non si può chiederci di avere un atteggiamento neutrale sul referendum. Il Pd è schierato per il Sì a una riforma voluta, costruita, votata per cambiare in meglio l’architettura istituzionale del Paese».

I parlamentari del No aumenteranno, pare. Li caccerete?
«Sono certo che non accadrà. Alcune modifiche sono state proposte proprio dalla minoranza dem. Nel Pd c’è dialettica interna e nessuno caccia nessuno, ma la stragrande maggioranza del partito, dei suoi dirigenti e militanti, è a favore di questa riforma».

E se altri, come D’Alema, dessero vita a comitati per il No?
«Escludo la nascita di comitati per il No da parte di parlamentari o dirigenti del Pd. D’Alema è una figura significativa del nostro partito, ma gli ricordo che l’asse portante della riforma è coerente con la visione costituzionale che caratterizza il Pd fin dalla sua fondazione».

Alle Feste dell’Unità i comitati del No avranno cittadinanza?
«Le Feste dell’Unità indicano che il Pd è vivo e presente sui territori. Offriamo continui spazi di confronto e discussione. Le Feste, come il Pd, sono impegnate a spiegare le ragioni del Sì».

Capitolo Rai. Bersani parla di un Pd «partecipe di vecchi vizi». Gotor e Fornaro si sono dimessi e la Berlinguer è stata rimossa.
«Il Pd non si è occupato delle nomine Rai, una scelta che spetta ai vertice di quell’azienda. Si è sviluppato, però, un dibattito forzato ed esasperato: parlare di epurazioni è una ridicola forzatura. La Berlinguer è un’apprezzata giornalista che continuerà a svolgerela sua professione con nuovi, importanti, ruoli a Rai3. Governo e Parlamento valuteranno le scelte della Rai in base ai loro risultati».

L’Italicum va cambiato? Ormai lo chiedono tutti, anche dentro il Pd…
«Il tentativo di mischiare la campagna referendaria con la legge elettorale è sbagliato: crea confusione nei cittadini. Molti pensano che si voti sulla legge elettorale! Così non è: si vota sulle riforma costituzionale. Dobbiamo impegnare tempo ed energie nello spiegare la riforma costituzionale e a cosa serve. L’Italicum è ormai legge ed è stato votato dal Parlamento: è una buona sintesi tra l’esigenza di rappresentanza e quella di governabilità. Nella sua versione iniziale fu approvata anche dal centrodestra, cioè dal 70% del Parlamento. Non vedo alcuna urgenza di cambiarlo, ma non ci sottraiamo al confronto. Ci si presentino proposte congrue, dotate di numeri sufficienti, e il Pd farà la sua parte. Inviterei però tutti, a partire dalla sinistra del Pd, a lavorare per cambiare quello che c’è da cambiare davvero: la legge elettorale, questa sì ancora da fare, per la composizione del nuovo Senato e l’elettività dei senatori».

Nel Pd ogni giorno nascono nuove correnti, ora quella catto-dem. Orfini, invece, vuole scioglierle…
«Sciocchezze. Il Pd è un partito dalle molte sensibilità e culture che, se cercano unità, sono una ricchezza, se invece diventano correnti nominalistiche utili solo a cercare spazi negli assetti interni sono dannose. Su questo sono d’accoro con Orfini. Un po’ controcorrente difendo un partito fatto da militanti, valori, passione. Certo, dobbiamo migliorarci, al centro come sui territori, e il lavoro da fare è tanto, ma non mi piace chi, al nostro interno, ogni giorno contribuisce a dare una rappresentazione solo negativa del Pd magari solo per alimentare polemiche».

Se vince il No al referendum, Renzi si dimette da premier. Ma pure da segretario del Pd?
«Noi siamo impegnati a far vincere il Sì. Ci è stato rivolto l’invito a non personalizzare la campagna referendaria e io lo raccolgo. Mi limito a dire un’ovvietà: Renzi è il segretario del Pd eletto al congresso del 2013 e che resterà in carica fino al prossimo, quando decideranno i nostri iscritti ed elettori».

NB. Entrambi gli articoli sono stati pubblicati il 6 agosto 2016 a pagina 4  e a pagina 5 su Quotidiano Nazionale.

Riforma del #Senato, per ora la mediazione non c’è. Renzi stasera va al gruppo a sfidare la minoranza dem

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

È MURO contro muro, per ora, sulla riforma del Senato, tra Renzi e la minoranza: un braccio di ferro che, stasera, quando il premier interverrà all’assemblea del gruppo dem di palazzo Madama avrà persino una plastica rappresentazione (“vado ad ascoltare, non a proporre”, avrebbe detto il premier ai suoi, “inutile mediare finché non fanno proposte”), anche se non ci sarà un voto finale, a sancire la (definitiva?) spaccatura. Il premier non vuole «pesare» subito i contrari, ancora troppi, alla riforma sua e della Boschi, che pure sarà presente all’assemblea, e spera di dividerli nei giorni a venire, lavorando ai fianchi i più dialoganti. Ma sa anche che i ‘malleabili’, dentro la minoranza, sono pochi (5/6 al massimo tra cui Martini, Ruta, Sonego, Manassero, Manconi, Lai, su un totale di 25/28 ribelli). Ecco perché, se messo alle strette, chiederà aiuto a Verdini, che sta rafforzando il suo gruppo (Ala, in cui però il fido D’Anna sta, per paradosso, coi ribelli Pd…) e ai forzisti dialoganti che in 5/6 (Villari, Bocca, Carraro) uscirebbero dall’aula al momento giusto.

Renzi, peraltro, non si presenterà all’assemblea di stasera neppure con la proposta di mediazione, quella dell’ormai famoso ‘listino’ (futuri senatori scelti tra i consiglieri regionali al momento del voto per le Regioni in un listino apposito, idea Finocchiaro-Bressa-Zanda) e, tantomeno, con l’ulteriore proposta di mediazione avanzata dal sottosegretario Pizzetti (ogni regione sceglie come eleggere i suoi senatori, se con il listino o direttamente), purché sempre dipendenti delle Regioni, e non del Senato, dunque senza indennità, e purché non si tocchi il famoso articolo 2 dove l’elettività del Senato è e resta ‘indiretta’, ma agendo su altri articoli (il 70 della Costituzione, che riguarda le funzioni della Camera alta). In ogni caso, Gotor e gli altri vietcong della minoranza hanno definito tutte queste proposte «minestra riscaldata» e, senza una modifica di fondo all’art. 2, non intendendo cedere. Il premier vuol sfidarli a viso aperto, inchiodandoli alle loro responsabilità. «Li voglio vedere i parlamentari che non votano la fiducia al governo doverlo andare a spiegare sui territori quando ci sarà l’Italicum» ha sibilato Renzi già domenica, al comizio della Festa dell’Unità. E qui Renzi ce l’aveva non solo con i vari Gotor, Fornaro, Mineo, etc., ma direttamente con Speranza, che votò no proprio sull’Italicum e lo stesso Bersani, che pure nei giorni scorsi ha cercato di tenere vivo un filo di dialogo, sulla riforma del Senato, con Guerini.

Insomma, se anche sul taccuino di Lotti sono scritti non più di 150/155 voti «sicuri» (158 sono a oggi un miraggio, i 161 del plenum un miracolo) per la riforma così com’è e Renzi mette nel conto la rottura con la minoranza, vuol dire che è pronto a giocarsi il tutto per tutto.
MORALE, per ora si va allo scontro. E con un arbitro, il presidente del Senato Grasso, che potrebbe decidere la partita a seconda di come fischia: se riapre la discussione sull’art. 2, come è tentato di fare (il famoso “nei” divenuto “dai”), la dà vinta alla sinistra interna e, in quel pertugio, si possono infilare tutte le opposizioni unite (135 voti sulla carta, ma sommati 25 dissidenti, fa 160, cifra pericolosa), mandando la riforma gambe all’aria. Se, invece, apre e chiude il voto solo sul V comma dell’art. 2 (il ‘nei’ diventato ‘dai’), ma senza riaprire le danze forse il governo si salva e la riforma pure. Intanto che Grasso ci pensa (“Non ho niente di nuovo da aggiungere – ha detto Grasso parlando con il Corsera – e ho ripetuto che finché non vedrò gli emendamenti presentati per l’Aula, non per la Commissione, non mi potrò pronunciare”), parlano i cannoni di entrambe le parti.

«Io non mollo», dice, con un ghigno, Matteo Renzi a Porta a Porta, “non entro nelle tecnicalità, dico che con le riforme dobbiamo fare un Paese più semplice e che, entro il 15 ottobre, si decide al Senato e si chiude. Poi, dopo sei letture parlamentari, saranno gli italiani a decidere con un referendum sì o no, E poi dicono che non sono democratico”…
«Sono stupefatto. I renziani pasdaran, dalla Boschi a Lotti, vogliono vedere scorrere il sangue. Renzi è il segretario del mio partito. Mi aspetto che faccia una proposta per unire, non per dividere. Se torna a fare il leader di una corrente finiamo tutti per andare a sbattere», ribatte Federico Fornaro, esponente di punta della minoranza dem.
L’iter del ddl Boschi riprende oggi in I commissione Affari costituzionali, allo stato sommerso dai 513 mila emendamenti di Calderoli che però mostra qualche vago segnale di disponibilità al ritiro. La verità è che, tra un’audizione dei governatori regionali, che vogliono avere ruolo e voce in capitolo, e una sostituzione (il reprobo Mario Mauro (gruppo Gal) il governo è già sotto pure qui (15 a 12 se va malissimo, 14 a 13 se va un po’ meglio). La presidente, Anna Finocchiaro, di cui la Boschi si fida molto e cui ha incaricato di seguire la bollente pratica con il capogruppo dem Zanda, prende posizione pure lei: «chi propone l’elettività diretta del Senato ne evoca una diversa natura del Senato, è velleitario». Insomma, un “sabotatore”: ergo, non se ne parla. Dall’altra parte, Vannino Chiti, che manco ascolterà Renzi (sarà in Polonia) ribadisce: «Si mette l’elettività all’art. 2 e si demanda il resto alla legge ordinaria». Tradotto: l’esatto contrario della Finocchiaro (come della Boschi e di Renzi).

TECNICISMI, ma inconciliabili tra loro e che la dicono lunga del clima. Tanto che Fornaro sbotta: «Non ci hanno offerto niente! Nulla, solo propaganda! Noi, se non c’è l’elettività dei senatori scritta, nero su bianco, all’art. 2, votiamo contro e tutti insieme, non ci divideranno» (i firmatari del documento della minoranza sono 25, degli emendamenti 28).
Salvatore Margiotta, renziano saggio e che osserva la contesa con il necessario distacco, è sicuro che «Renzi terrà il punto, come è giusto che sia, non si farà ricattare». Preoccupato, lo “stabilizzatore” Paolo Naccarato, senatore di Gal, invoca «il metodo Mattarella: prima serve l’unità dentro il Pd, poi si discute con tutti i gruppi e la soluzione si trova su questa e altre riforme. Obiettivo il 2018». Già, l’unità del Pd, quella che non c’è.

NB. Questo articolo è stato pubblicato l’8 settembre 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale

Senato, Renzi accelera i tempi, ma i ribelli hanno un asso nella manica, il presidente Grasso

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)ss

PALAZZO Chigi e il Nazareno sanno di avere davanti a sé, sulla riforma del Senato, due nemici: uno interno, la minoranza del Pd, assai agguerrita, e un esterno, il presidente del Senato Grasso, assai insidioso.
Lo sfogo contro il nemico numero 1 arriva da un senatore renziano: «La minoranza vuole andare allo showdown finale? A costo di mandarci sotto e obbligarci alle elezioni anticipate? Si accomodino. Però sappiano che, come ha detto il nostro capogruppo, Luigi Zanda, il Pd non può essere meno gestibile di un’assemblea di condominio».

MAN MANO che ci si avvicina alla data fatidica (8 settembre il giorno in cui il ddl Boschi sulla riforma del Senato riprenderà il suo iter) è sempre più evidente che il problema è, appunto, «politico». Le modalità «tecniche» per venirsi incontro, volendo, ci sono. Le ha individuate la presidente Finocchiaro (spostare in capo all’art. 10, e non all’art. 2, già votato in modo identico dalle due Camere, l’elettività dei senatori) e alcuni governatori (lasciare alle singole regioni la scelta dei futuri senatori). Ma il massimo della concessione possibile individuata (un «listino» in cui eleggere i senatori tra i consiglieri regionali: indicati dai partiti, ma scelti, indirettamente, dai cittadini) non basta ai vietcong Pd: vogliono l’elettività diretta e amen. Il problema, così, resta «politico»: se la minoranza (i 25 vietcong dem, sicuramente asciugabili a 15, nel senso che un drappello di 10 pronti a cedere le armi ci sarebbe) non cede e si somma, nel voto finale, alle opposizioni, la frittata è fatta. Vero è che, in questa fase, basta la maggioranza semplice, per passare, al Senato, ma prima o poi il problema della fatidica soglia dei 161 voti (quorum del plenum dell’Aula) si riproporrà, nelle successive letture. Il governo ha numeri, allo stato, pure alti (183, grazie al nenonato gruppo Ala, i verdiniani), ma crollerebbe a 158, sotto quota 161 se tutti i ribelli restassero compatti. Sempre che al governo non arrivino nuovi apporti (forzisti inquieti, vendoliani dati in uscita come Dario Stefano, ex M5S ora Idv…) o un nuovo «patto del Nazareno» mignon sotto forma di «non ostilità», forse uscendo in un po’ dall’Aula.

Ieri della situazione a dir poco incresciosa che si sta creando al Senato, hanno di certo parlato il presidente della Repubblica Sergio MAttarella e il suo predecessore, Giorgio Napolitano, che è salito al Colle per fargli visita. peraltro, si dice che proprio MAttarella potrebbe intervenire, con una sorta di moral suasion, su Grasso per convincerlo a riaprire alla discussione e al voto solo l’emendamento sulla preposizione famosa (“dai” e “nei”) e non sull’intero articolo 2, dando di fatto una mano al governo e limitando il potere di interdizione della minoranza dem e delle opposizioni.
Resta che «Renzi vuole andare avanti, come un treno, sulle riforme», dicono i suoi, «è pronto a concedere qualcosa sulle funzioni del nuovo Senato, ma sulla non elettività dei futuri senatori non cede».
Ne consegue la strategia già studiata da Zanda e i suoi: qualche giorno di dibattito in commissione, rapida presa d’atto che la mole degli emendamenti (513 mila) è inaccettabile, seguente richiesta di passaggio al voto direttamente in Aula. Il tutto, scrive oggi Repubblica in un retroscena, con tempi che non cavallino settembre anche per permettere che la prima lettura del ddl Boschi arrivi a dama entro e non oltre il mese di ottobre, quando le Camere saranno assorbite dalla discussione sulla Legge di Stabilità per il 2016.

ED È QUI, però, che entra in gioco il secondo nemico sul campo di Renzi, anzi forse il generale Giap dei vietcong. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, che – sospira un senatore renziano che ne segue bene le mosse – «gioca una partita tutta sua, da presunto statista del futuro». Grasso, infatti, pur smentendo i retroscena che lo vedono già pronto ad avallare la posizione delle opposizioni e della minoranza dem sulla emendabilità del famoso art. 2, non può smentire il suo passato. Culturalmente e politicamente lontano da Renzi e dal suo mondo, bersaniano prima e para-grillino poi, sacro custode di un’istituzione, il Senato, i cui alti funzionari (la segretaria generale Serafin, il suo vice Toniato e molti altri) hanno persino sfornato un dossier «anti» ddl Boschi («ne esce un Senato pasticciato e inutile», testuale), affascinato da scenari futuribili (l’incarico da premier se Renzi fallisse), Grasso ha già fatto diversi sgarbi, a Renzi. Non sostituire dei membri in I commissione, dove il governo rischia a ogni passo, e neppure in Giunta per il Regolamento, dove la maggioranza non ha la… maggioranza (sic) e dare, spesso e volentieri, ragione ai tempi e alle proteste delle opposizioni su leggi cruciali.
«Succederà anche sull’art. 2, in Aula», sospira un renziano, «e quando si aprirà lo scontro finale, lo so già: avremo anche Grasso contro, oltre alla minoranza e opposizioni». Dura la vita, a palazzo Madama, per i pur sfrontati marines yankees.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 1 settembre 2015 a pagina 9 di Quotidiano Nazionale

#Senato, la minoranza dem ci spera per un attimo, ma l’apertura di Renzi non c’è: “Nessuna trattativa sul Senato elettivo”.

l'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

L’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

«SIAMO pronti a fare modifiche» fa capire Renzi in un’intervista al Corsera di domenica scorsa sulla riforma del Senato. La minoranza dem esulta, ma stavolta rischia l’abbaglio. Le modifiche, spiegano subito dall’inner circle del premier, riguardano «le funzioni e le competenze del nuovo Senato» (politiche pubbliche, rapporti Stato-Regioni) da un lato e, dall’altro, «i quorum le modalità di elezione degli organi di garanzia delle Camere future» (Consulta, Csm, Capo dello Stato). Morale: si può cambiare tutto, o quasi, «tranne» ciò che la minoranza chiede da mesi in modo martellante: l’elettività diretta dei futuri senatori (art. 2 del ddl Boschi). Quella non si tocca perché – spiega un renziano di rango esperto del ramo – «solo se cambi le parti già modificate una volta da una delle due Camere nella prima lettura, poi puoi fare una nuova, rapida, navetta, ma se torni indietro sugli articoli già votati in un testo identico da entrambe le Camere (come è, appunto, in merito al famoso art. 2 e alla preposizione-cavillo ‘dai’-nei’, ndr.) è come far ripartire tutta la riforma da capo, rimandandola alle calende greche. Come se la maggioranza non avesse fatto niente, finora, e questo, davvero, non si può fare perché siamo di fronte al Paese e all’Europa».

NON A caso Renzi dice: «Se vogliamo fare forzature sul testo uscito dalla Camera, i numeri ci sono» anche perché ora – aggiunge il premier – ci sono «numeri in più», a sostegno delle riforme, dei verdiniani del gruppo Ala, euforici del pubblico riconoscimento.
Ergo, per il premier e i renziani, l’elettività dei futuri senatori, da scegliere per la maggior parte dentro i consigli regionali (74) e, in parte minore (21), tra i sindaci, con modalità elettiva di «secondo grado», cioè non direttamente da parte del corpo elettorale, non si tocca. Alla faccia di chi, nella minoranza (25 senatori, tutti agguerriti), ha invece inteso le parole di Renzi come un’apertura, sull’elettività, dunque, non se ne farà nulla, se non appunto, su temi «minori» (politiche pubbliche, materie comuni, specie quelle etiche, quorum e modalità di elezione degli organi costituzionali). Quisquillie che non farebbero ripartire la riforma da zero, anche se farebbero slittare comunque di alcuni mesi i tempi. Infatti, anche se pochi lo dicono, e ancor meno lo sanno, l’attuale passaggio del Senato, che allo stato è il secondo, sta ancora dentro la “Prima lettura” delle due Camere: finché il testo non è identico, infatti, la navetta tra i due rami del Parlamento continua come per una legge ordinaria. Ergo, solo se il Senato licenziasse un testo identico a quello della Camera (ipotesi, allo stato, implausibile) si entrerebbe a ottobre nella seconda lettura dopo il secondo passaggio alla Camera, il che vorrebbe dire che la terza e quarta lettura arriverebbero per gennaio 2016 e il referendum potrebbe essere tenuto entro luglio 2016. Se, invece, come è molto probabile, il Senato cambierà delle parti del testo del ddl Boschi (minori o maggiori, politicamente rilevanti o meno non importa), la Camera dovrà rivotarli, il testo tornerà al Senato, a questo punto entro dicembre, e solo lì si chiuderebbe la II lettura con la II e la IV prevedibili per marzo 2015 e il referendum istituzionale che, a causa dei tempi tecnici per indirlo (sei mesi), scavallerebbe l’estate e si terrebbe a ottobre 2016.

Non che la minoranza dem, le opposizioni (FI, Lega, M5S, Sel, ex-grillini) e pezzi di maggioranza (Gal, Idv e gli inquieti senatori Ncd, sempre più inquieti) non abbiano frecce al loro arco a fronteggiare l’offensiva di Renzi che intende andare avanti “come un treno”.
Due, in particolare possono colpire e far male. La prima è di lana caprina, sta sempre in capo all’art. 2 e verte sulla differenza tra la preposizione «nei>, presente nel testo originario, che era diventata «dai» consigli regionali in cui i 21 sindaci (e solo loro, si badi bene) verranno eletti tra i futuri 100 senatori (gli altri senatori saranno eletti dai consigli regionali e 5 saranno senatori a vita o ex Capi di Stato). Insomma, la preposizione cambiata per prima cosa non c’entra nulla con la questione dell’elettività diretta dei senatori nei consigli regionali (direttamente dai consigli regionali nel testo originario, su un listino a parte indicato dai partiti ma scelto dagli elettori quando votano i consigli regionali nel caso passi la mediazione che i renziani hanno, per ora inutilmente, proposto alla minoranza) ma con la modalità di elezione dei sindaci (‘nei’ o ‘dai’ consigli regionali) e, come seconda cosa, si porta con sé il problema della sfasatura o  non coincidenza tra il mandato dei sindaci e quello dei consigli regionali. Resta il punto: si tratta di un sofisma-grimaldello (se il testo è difforme, esso va rivotato, la tesi dei sostenitori della minoranza) utile a riaprire la discussione al Senato, allungando di molto i tempi della riforma.

Cosa che si può fare a colpi di emendamenti (sono 17 quelli della minoranza, non 513 mila come quelli di Calderoli, e peraltro ben scritti, anche se, pare, con la ‘manina’ dell’aiuto dei tecnici del Senato…) e dunque della più classica delle armi: l’ostruzionismo parlamentare. Oppure, appunto, con emendamenti killer che mettano in discussione il cuore della riforma (la non elettività dei futuri senatori, le loro non indennità e il privar loro di molti poteri) per riuscire, però, nello stesso, unico, intento: mettere in difficoltà o mandar sotto il governo. La questione, dunque, pur se di lana caprina, è dirimente. Da un punto di vista preliminare, sulla possibilità di ammettere o meno emendamenti all’art. 2 si sono già pronunciati due personalità importanti: l’ex capo dello Stato Napolitano la presidente della I commissione Affari costituzionali, Finocchiaro l’hanno esclusa in modo categorico, dichiarandola inammissibile a scapito dell’intero processo riformatore. L’ultima parola, però spetta al presidente del Senato Pietro Grasso. Il quale fa sapere di essere di fatto favorevole a riaprire la querelle (cioè l’ammissibilità degli emendamenti all’art. 2 del ddl Boschi) e, di fatto, a voler dare una bella mano alle opposizioni e alla minoranza dem contro il governo, come ieri notava Repubblica – ma, per non rompere definitivamente con Renzi, che lo imputa di essere ostile alla riforma insieme ai suoi più alti funzionari, potrebbe rimandare la discussione alla Giunta per il Regolamento, dove però la maggioranza ha numeri risicati, lavandosene le mani.

LA SECONDA freccia della minoranza dem e delle opposizioni più dure è nei voti (175) che sorreggono le firme agli emendamenti pro-Senato elettivo: se fossero tali, il governo, di fatto, non avrebbe più la maggioranza. Vero che, in questa I lettura, al ddl Boschi «non» serve la maggioranza assoluta dei voti dell’Aula (161), ma solo la maggioranza semplice (basta un voto in più) e che, coi verdiniani, la maggioranza di governo è, sulla carta, di ben 183 voti (ma solo compresi i 25 dissidenti dem, altrimenti scenderebbe pericolosamente sotto i 160 voti…), persino un’instancabile «stabilizzatore» della maggioranza, il senatore Paolo Naccarato (Gal), spera che «Renzi, di fronte al portato storico della riforma a portata di mano si convinca a non perdersi in questioni di contorno o di puntiglio».
Il guaio è che quello che per il senatore Naccarato è «un puntiglio», l’elettività o meno dei futuri senatori, per Renzi è un punto d’onore. Su quello non intende cedere, ma andare avanti, fino in fondo. A costo di arrivare allo scontro finale: finire «sotto» al Senato e chiedere a Mattarella le urne anticipate, l’arma fine di mondo. Non a caso, il Capo dello Stato è preoccupato e fa sapere: l’Italia deve fare le riforme, non ha bisogno di scossoni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato – in forma più succinta –  lunedì 31 agosto 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale