NEW! Il risiko e il toto nomi dei presidenti di Camera e Senato. Procedure, regole e strategie dei principali partiti attori della scena

Pubblico qui, rimaneggiando l’articolo uscito in precedenza sullo stesso argomento, un articolo che, già uscito nei giorni scorsi su @Quotidiano.net, verrà ripubblicato sul sito. Toto-nomi, schieramenti e posizioni cambiano di giorno in giorno, solo le regole sono sempre le stesse…

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ancora pochi giorni e sapremo.

Venerdì 23 marzo alle ore 10.30 al Senato e alle ore 11.00 alla Camera si aprirà la prima seduta inaugurale del nuovo Parlamento: 315 senatori (più sei senatori a vita) e 630 deputati per un totale di 945 parlamentari eletti, 951 considerando, appunto, anche i senatori a vita. Chi andrà a ricoprire i prestigiosi ruoli di presidenti di Camera e Senato? Le presidenze delle Camere saranno foriere di un accordo politico tra le maggiori forze politiche presenti in Parlamento in vista delle consultazioni per la formazione del governo o saranno solo ‘di garanzia’ tra di esse e, magari, concordate anche con l’opposizione (ad oggi, quella del Pd)? L’elezione dei nuovi vertici di palazzo Madama e palazzo Montecitorio segneranno lo sblocco della situazione politica o la sua ennesima impasse? E, infine, con quali regole e con quali tempi si eleggono i nuovi presidenti? Una cosa è certa: il prossimo week-end politico sarà decisivo. Le segreterie dei partiti politici sono al lavoro e, mentre il Colle vigila silente, e attende le decisioni altrui, i nuovi parlamentari scalpitano perché vogliono dire la loro. Partiamo, come è giusto che sia, dalle regole e poi cerchiamo di capire i possibili scenari che si possono aprire.

 

Sono arrivati i nuovi eletti per il primo giorno di scuola.

Da lunedì 19 marzo i 945 (630 deputati e 315 senatori) nuovi eletti grazie al voto degli italiani del 4 marzo 2018 hanno iniziato ad espletare le formalità burocratiche per diventare, a tutti gli effetti, parlamentari della Repubblica. Tesserini, badge, uffici (provvisori, per ora), una copia della Costituzione e una del Regolamento della Camera rispettiva, presa di confidenza (almeno per i neo-eletti) con i luoghi topos dei Palazzi (Transatlantico, Buvette, Corea, uffici vari, ma anche infermeria, barbiere, sala fumatori), regole di buona creanza da rispettare (giacca e cravatta al Senato, solo la giacca alla Camera, ovviamente per gli uomini), prima visita ai meandri di Montecitorio e palazzo Madama, avvicinamento di torme di assistenti parlamentari, uffici stampa, personale che vuole avere (o riavere) un posto, conoscenza dei famosi – e temuti – commessi in livrea. Ecco le prime incombenze dei nuovi deputati.  Compresa l’iscrizione ai rispettivi gruppi parlamentari, anche se per l’elezione dei rispettivi capigruppo, deputati e senatori dovranno aspettare la settimana ancora successiva. Quando, se mai si conoscesse già – ma non sarà questo il caso – ‘chi’, tra i partiti presenti in Parlamento, è in maggioranza e ‘chi’ all’opposizione si potranno formare anche le commissioni, sia quelle permanenti che  bicamerali e speciali.

Il Grande Esordio. Il 23 marzo si terrà la prima seduta ufficiale delle nuove Camere della XVIII legislatura. Alla Camera, a presiedere, ci sarà il vicepresidente uscente più giovane (Roberto Giachetti, Pd), al Senato il senatore più anziano, Giorgio Napolitano, sarà lui ad aprire la seduta. Si parte subito, dalle ore 10.30 al Senato e dalle ore 11.00 alla Camera con la prima votazione, quindi ecco le regole.

Le regole per eleggere i due Presidenti delle Camere.

A palazzo Montecitorio l’elezione del presidente dell’assemblea scatta, nei primi tre scrutini, solo se si raggiunge la maggioranza dei 2/3, poi serve quella assoluta. Ma leggiamo il regolamento della Camera: “L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti”. Insomma, senza un accordo ‘largo’ c’è poco da fare: l’elezione del nuovo presidente della Camera dei Deputati potrebbe rivelarsi una questione lunga e complicata.

A palazzo Madama, invece, nei primi due scrutini serve la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea. Se non si raggiunge tale quorum, però, tutto si fa più semplice: il giorno successivo, cioè il 24, alla terza votazione, basta la maggioranza assoluta dei voti dei presenti. Qualora non sia stata raggiunta si procede, lo stesso giorno, al ballottaggio tra i due candidati più votati, basta prendere un voto in più, a parità di voti, viene eletto il candidato più anziano di età. Ma leggiamo per esteso il Regolamento del Senato: “Il Senato procede alla elezione del Presidente con votazione a scrutinio segreto. E’ eletto chi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti dei componenti del Senato. Qualora non si raggiunga questa maggioranza neanche con un secondo scrutinio, si procede, nel giorno successivo, ad una terza votazione nella quale è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti dei presenti, computando tra i voti anche le schede bianche. Qualora nella terza votazione nessuno abbia riportato detta maggioranza, il Senato procede nello stesso giorno al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto nel precedente scrutinio il maggior numero di voti e viene proclamato eletto quello che consegue la maggioranza, anche se relativa. A parità di voti è eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età”. Traduzione: l’elezione del presidente del Senato, a differenza della Camera, non impone un accordo tra forze politiche. Al quarto scrutinio una forza politica che non ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblea può eleggersi da sola il presidente. Ricordiamo che il presidente del Senato è la seconda carica dello Stato, e in caso di impedimento del presidente della Repubblica, ne ha il compito di supplente.

I candidati a bordo pista dei principali partiti.

I 5Stelle sono risultati non solo il primo partito del Paese, ma anche il primo gruppo parlamentare sia alla Camera che al Senato (222 deputati e 112 senatori). I loro candidati in pectore sono Roberto Fico, esponente dell’ala ‘movimentista’ M5S, ma in ribasso, e soprattutto Riccardo Fraccaro, tra i fedelissimi del leader Di Maio, avvocato e protagonista della battaglia sui vitalizi nella passata legislatura. E’ girato con insistenza anche il nome dell’ex direttore di Sktg24, Emilio Carelli, ex volto Mediaset, che potrebbe vantare un buon rapporto con FI e Berlusconi. per la Camera, e quello di Danilo Toninelli, esperto di legge elettorale e neo eletto al Senato dopo essere stato deputato. La Lega è il primo partito dentro la prima coalizione uscita vincitrice dalle urne, il centrodestra, ma dopo pochi giorni già non è più il primo gruppo parlamentare della coalizione perché FI l’ha scavalcata al Senato. In ogni caso conta 124 deputati e 57 senatori. I candidati di Salvini sono solo due: Giancarlo Giorgetti, uomo ombra di Bossi prima e Salvini poi, ‘grande tessitore’ delle intese del Pdl che fu ma anche in buoni rapporti con il Pd, il Quirinale, le banche, i poteri. Ovviamente alla Camera, dove Giorgetti è stato eletto, ma la Lega, come pure il centrodestra, ha puntato tutte le sue carte sul Senato. Si parla anche di Massimiliano Fedriga, che doveva essere il candidato del centrodestra in Friuli, sempre per la Camera, ma la sua candidatura è di riserva. Al Senato si irrobustisce sempre di più la candidatura dell’ex avvocato di Giulio Andreotti (ma anche di Niccolò Ghedini) Giulia Bongiorno (ex esponente di Fli di Fini) mentre invece perde quota la candidatura di Roberto Calderoli, già vicepresidente del Senato, il cui nome è legato alla legge elettorale Porcellum, non più nelle grazie di Salvini. Terzo incomodo, tra M5S e Lega, è Forza Italia: aveva eletto 104 deputati e 57 senatori, che però sono diventati 61 perché i 4 eletti dell’Udc nelle liste di Noi con l’Italia hanno deciso di aderire, al Senato, al gruppo di Forza Italia. Ed è proprio al Senato che ha sperato a lungo di spuntarla il capogruppo azzurro uscente, Paolo Romani, uomo di fiducia di Berlusconi, ma che i pentastellati (e i leghisti) non vogliono. Nelle ultime ore, se il centrodestra (che conta, in ogni caso, come coalizione, sul gruppone più folto: 263 deputati, tre eletti all’Estero, e 137 senatori, due eletti all’Estero) troverà la famosa ‘quadra’ stanno salendo di molto le quotazioni di Annamaria Bernini, avvocato bolognese, riconfermata senatrice di FI. Infine, nel centrodestra, c’è anche Fratelli d’Italia della Meloni (32 deputati e 17 senatori) giocano di sponda più con Berlusconi e FI che con Salvini e la Lega, in questa fase.

Fuori dai giochi, invece, è il Pd (116 deputati, di cui quattro eletti all’Estero e sei non iscritti al Pd, e 57 senatori), di cui 2 eletti all’Estero e 5 non iscritti al Pd): il ministro Dario Franceschini ha sognato per un po’ di poter diventare presidente della Camera, ma i voti dem, al massimo, potrebbero andare al candidato azzurro (Romani?) al Senato per far saltare i giochi in corso tra M5S e Lega.

Gli ‘altri’ e i seggi ‘fantasma’.

A completare il quadro, ci sono le minoranze linguistiche di Trentino e Val d’Aosta, (tre al Senato e cinque alla Camera, i 14 deputati e 4 senatori di Leu di Pietro Grasso, sei senatori a vita (solo al Senato, ovviamente) e…

…E, causa un ‘baco’ presente nella legge elettorale con cui si è votato, il Rosatellum, 10 seggi NON ancora attribuiti alla Camera e uno al Senato. Seggi che solo la Giunta per le Elezioni delle due rispettive Camere, quando si riunirà, potrà attribuire in via definitiva e finale. In sostanza, però, mentre per i dieci seggi mancanti della Camera si terrà conto delle proclamazioni – parziali – delle corti d’Appello, per il seggio mancante del Senato (il caso riguarda il M5S in Sicilia) non c’è niente da fare perché l’attribuzione dei seggi avviene su base regionale e solo la Giunta per le elezioni, quando si riunirà, potrà decidere a chi spetta… Subito dopo l’elezione dei presidenti, si costituiranno anche i gruppi parlamentari dei vari partiti e inizieranno a costituirsi anche le diverse commissioni parlamentari, anche se per completare quest’ultimo atto – fondamentale per far partire la ‘macchina’ del Parlamento – bisognerà prima sapere chi andrà al governo e chi all’opposizione…

I giochi a incastro tra i partiti e la ‘partita doppia’.

Le presidenze delle Camere potrebbero costituire una ‘base d’asta’ ragionevole per la formazione del futuro governo o potrebbero risultare solo come segno di presidenze ‘di garanzia’ per entrambi i rami del Parlamento, ma di certo il ‘chi va dove’ sarà comunque decisivo per i futuri equilibri. In sintesi, le posizioni dei principali partiti sono queste. Dentro il M5S si parte da un presupposto: il partito uscito vincitore dalle elezioni ‘deve’ avere la presidenza di una delle due Camere e i pentastellati vogliono Montecitorio. La Lega sembra disposta a concedere loro questo primato (Berlusconi, invece, no, e Fd’I neppure), il Pd anche. Invece, dentro il centrodestra, regna ancora il caos. Salvini reclama per sé la presidenza del Senato, ma anche l’incarico a premier. Berlusconi vuole per sé l’alto scranno di palazzo Madama e la Meloni è sulle stesse posizioni anche se Fd’I lancia la candidatura ‘di bandiera’ della Meloni alla Camera. FI potrebbe cercare, almeno al Senato, un colpo di mano: eleggere un proprio nome con i voti del Pd, ma il Pd ci sta? Ancora ‘suonati’ dalla sconfitta, con Martina reggente e con Renzi, per ora, eclissato ma dentro i gruppi parlamentari, composti per lo più da renziani, ancora forte e determinante – il Pd è tentato da un lato di giocare di sponda con FI e, dall’altro, di mettersi all’Aventino, all’opposizione e… basta.  Come suol dirsi, i prossimi giorni saranno quelli decisivi. Eletti i due presidenti (entro il 27 marzo), dal 2 aprile inizieranno le consultazioni al Quirinale. Tutt’altra partita.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su @Quotidiano.net il 20 marzo 2018. 


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Renzi a Imola: “Il Pd unico argine ai populisti”. E perché non gli piace la legge elettorale del… Pd

 

Matteo Renzi

Il leader del Pd Matteo Renzi parla a Rimini

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dissesto idrogeologico. Depressione. Droga. Alzheimer. Vaccini (già più noti). E, ovviamente, le tre parole “lavoro, casa, mamma”. Se è vero che “è il Pd l’unico argine al pericolo dei populismi” (trattasi di Lega di Salvini e M5S di Grillo, mai citati per nome) “che sono stati sconfitti in Olanda, Francia e Germania”, Matteo Renzi ha deciso che “l’unico argine”, cioè il Pd medesimo, deve completamente cambiare le parole d’ordine e lo schema di gioco. E così nel discorso tradizionalmente più importante per un leader di sinistra, quello di chiusura della Festa nazionale dell’Unità (quest’anno è stata la volta di Imola), il segretario del Pd ha fatto una piccola rivoluzione nella scaletta del consueto comizio finale. Non solo, infatti, Renzi non ha detto una parola che fosse una su temi che giudica ‘politicisti’ e ‘respingenti’ come la legge elettorale (resti agli atti, però, che il Rosatellum bis non gli piace) o le alleanze, ma si è tenuto alla larga anche da temi sociali come i migranti e lo ius soli (mai citato e neppure i vitalizi), legge di cui pure era stato promotore, limitandosi a sottolineare “il gioco di squadra” al governo “tra Minniti che fa la destra e Delrio la sinistra, il che è tutto dire”.

Il segretario dem aveva due target di pubblico da coinvolgere e che sono il tallone d’Achille del Pd. I giovani (“i Millenials”) a cui ha chiesto di “mettersi alla stanga”, “uscendo dai social e andando in tutte le scuole” perché sono loro quelli che non votano il Pd. E gli anziani, cui ha chiesto “di lottare contro le fake news perché state molto su Facebook” e, insieme, di “fare vita sociale” perché sono la spina dorsale del Pd ma anche i più a rischio fuga dal Pd. Infatti, il solo nemico polemicamente citato in modo icastico (oltre ai populismi di Grillo e Salvini, presi in giro in più modi e riprese) sono gli scissionisti: “La nostra sinistra è quella di Obama, non quella di Bertinotti che fa vincere la destra” dice Renzi, alzando la voce, tra gli applausi, attaccando “chi ci ha lasciato per risentimento personale” (si tratta di D’Alema, Bersani&co.). Ecco, “con quelli” nessuna alleanza è e mai sarai possibile, anche se Renzi non lo dice, per tutti gli altri, invece, le porte sono aperte. Ma il discorso dell’ex premier ha ben altri obiettivi politici e, dunque, spunti polemici. Parte da Trump e dalla Corea, dai rischi che corre il mondo, vola sull’Europa che ha bisogno di una visione (e l’Italia può dare una mano) e plana sul governo Gentiloni, da difendere perinde ac cadaver fino a fine legislatura. Solo qui Renzi si fa straordinariamente preciso: “il 4 ottobre il governo deve prendere 161 voti al Senato sulla Nota di variazione al Def, passaggio che non può essere oggetto di ricatti o trattative”.

Per il resto, Renzi rilancia alcuni suoi abituali cavalli di battaglia: “dobbiamo uscire dalla modalità litigio”, il messaggio ai big dem – sul palco a farsi e a fare selfie erano in molti, da Franceschini a De Vincenti, dalla Boschi alla Fedeli, fino a Minniti, molto applaudito, ma mancavano Orlando, Delrio e, ovviamente per motivi di stile, il premier Gentiloni – la rivendicazione dei risultati del suo governo (Jobs Act, 80 euro) o la battaglia per la (futura) riduzione delle tasse, rimandata a quando “il prossimo governo deciderà di tornare a Maastricht”. Infine, due avvisi: il 4 ottobre parte il tour in treno del segretario per le province italiane e, a fine ottobre, si terrà la conferenza programmatica del Pd a Napoli. La campagna elettorale è vicina, Renzi vuole un partito unito, compatto e pronto a lavorare sodo: “Mettiamoci in cammino, ci sono delle elezioni da vincere e o vincono i populisti o vinciamo noi”: Per lui, che però non cita mai Berlusconi, tertium non datur.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 settembre 2017 a pagina 5


2. Al leader del Pd la nuova legge elettorale – escogitata dal Pd – non piace…

I motivi della freddezza di Renzi sul Rosatellum bis. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La nuova legge elettorale? “Speriamo che ci siano i numeri in Parlamento, ma quando stai in mezzo alla gente si parla di cose concrete”. Rispondeva cosi, ieri, in pubblico, Matteo Renzi, a chi gli chiedeva del Rosatellum. Dietro, ci sono le parole dei suoi: “Non gli piace un granché il testo ed è molto scettico sull’esito finale”. Morale: traspaiono palesi in Renzi freddezza, scetticismo. E, in più, una certa non condivisione di alcuni meccanismi tecnici della nuova legge elettorale, in particolare il fatto che il nuovo testo abbia cancellato le preferenze e che la quota di parte maggioritaria, rispetto alla parte proporzionale, sia molto ridotta. Renzi – se restasse in piedi il doppio Consultellum oggi in vigore – ha espresso più volte l’intenzione di candidarsi in Senato, nella sua Toscana, per correre con le preferenze e non alla Camera, nella facile posizione di capolista bloccato, come la legge gli permetterebbe. Certo, con il nuovo testo potrebbe correre in un collegio uninominale e, se passerà, lo farà senz’altro. Certo è che, da quando se ne parla, del Rosatellum bis, il leader del Pd non ha detto una parola di incoraggiamento o approvazione che sia una, limitandosi, come dalla Berlinguer, a generiche esortazioni.

Oggi il segretario dem chiuderà la Festa nazionale del Pd a Imola con il consueto comizio e potrebbe anche non affrontare per nulla il tema. I suoi dubbi sono anche altri: “E se il Parlamento ce la stravolge, a colpi di voti segreti, e non si riesce più a fermarla che facciamo?”. Basta introdurre un emendamento come quello sul voto disgiunto, per dire, che favorisce i piccoli partiti non alleati in coalizione (leggi: Mdp), per snaturare il testo o affossarlo con le preferenze. La scottatura di giugno, quando sul sistema tedesco Renzi ci mise la faccia e la legge elettorale cadde al primo voto segreto in Aula, brucia ancora. E poi Renzi non si fida né di Berlusconi, di cui legge gli strani movimenti (Gianni Letta ferocemente contrario, gli azzurri del Sud in rivolta), né dei peones del suo partito, pronti alla guerra contro un Rosatellum che li penalizza, al di là della volontà dei loro stessi capi (Franceschini, Orfini, Fioroni, etc.) e neppure dei big della minoranza (Cuperlo, Orlando) che già chiedono, sul testo, modifiche da apportare in Aula tali da far saltare la legge.

Morale, il Rosatellum bis rischia di restare senza padri né madri ancora prima di nascere. Non a caso, i capigruppo dei tre partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Rosato nel Pd, Brunetta per FI e Giorgetti per la Lega) hanno una fretta indiavolata, sui tempi. A partire dalla prossima settimana, ci sarà l’esame in commissione e, tra il 4 e il 9 ottobre, se la conferenza dei capigruppo darà l’ok, il Rosatellum verrà discusso e votato dall’aula di Montecitorio. Poi, però, dovrà essere trasmesso al Senato, impegnato con la sessione di bilancio, che quindi non potrà esaminarlo fino a novembre. E se palazzo Madama apporterà anche minime correzioni, il testo dovrà tornare di nuovo alla Camera per l’ok definitivo, però a dicembre. Tempi lunghi che, con i franchi tiratori, non fanno ben sperare. Ma Renzi, a quel punto, andrà davanti al Capo dello Stato a chiedere elezioni anticipate il prima possibile e un decreto che armonizzi le leggi esistenti potendo dire, soddisfatto, che “il Pd ci ha provato”.

Questo articolo è stato pubblicato il 24 settembre 2017 sul Quotidiano Nazionale

“Babbo piange di gioia”. Renzi e caso Consip, la rivincita del leader contro gli avversari interni ed esterni

Renzi/3

Matteo Renzi e, sullo sfondo, il Senato della Repubblica.

“Papà sta piangendo”, confida agli amici con un sospiro. Ai giornalisti, a margine della registrazione di Porta a Porta, il racconto si fa più esteso e disteso: “L’ho chiamato io, lui mi ha chiesto ‘che succede?’, non lo chiamo spesso. Gli ho letto l’agenzia (le rivelazioni sull’inchiesta Consip che scagionano Tiziano Renzi, ndr.) e lui si è messo a piangere. E’ pur sempre un uomo di 65 anni e questa vicenda è una roba grossa. Ora vado a casa: voglio portare i miei figli a cena dal nonno”. Insomma, una giornata già iniziata bene, per Renzi – grazie alle notizie in arrivo da Genova, sempre da un giudice, e che mettono nei guai il M5S nella città del loro fondatore, Beppe Grillo – non poteva che finire meglio.
L’ex premier è sicuro: “incasseremo altre soddisfazioni”, dice ai suoi. Non si riferisce alle primarie, ma alla possibile archiviazione della posizione del padre Tiziano nell’inchiesta Consip. Lascia ai renziani – Ermini, responsabile Giustizia, Morani, Marcucci e altri –
il veleno: “Vogliamo conoscere i nomi, i fatti, e vogliamo sapere i mandanti di questa brutta storia”. Tanto che spetta, invece, al sottosegretario alla Giustizia, Migliore, neo-renziano doc, ribadire la “massima fiducia” non solo nella magistratura ma nella “Procura di Roma”, come volerla contrapporla a quella di Napoli, di Woodckok delle
cui gesta Renzi cita sempre le inchieste finite in nulla che hanno interessato esponenti del Pd (Graziano a Napoli, Margiotta a Matera), poi prosciolti, o l’Eni con De Scalzi che – proprio ieri sera – sono finiti sulla graticola grazie a un inchiesta di Report (Rai 3) che il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, ha attaccato per l’accostamento “tangenti e Pd” . Insomma, l’accusa dei renziani – e, sottotraccia, di Renzi – è quella di ‘macchinazione’.

Certo è che, quando arriva da Vespa, Renzi dà il meglio di sé: “Sarebbe stato facile dire ‘avete visto?’” – attacca – invece bisogna avere totale fiducia nella magistratura, la verità, prima o poi, viene a galla”. Poi aggiunge un sonoro “Grillo vergognati!” e “Leggete le
carte prima di sputar sentenze”.  Il caso Consip ha toccato e ferito Renzi figlio, non solo
Renzi padre: “Ho tatuato addosso quello che è successo in questi mesi”, dice da Vespa, “una vicenda che mi colpito, ma – aggiunge – quando capita a un normale cittadino, finire nella malagiustizia, che si fa? E quando i processi li fanno i giornali e i politici prima delle procure?”. Domande senza risposta, per ora, ma che accennano
alla volontà di mettere mano a un altra ‘Grande Riforma’, quella della Giustizia, che non ha nulla a che vedere – sia detto per inciso – con la riforma del processo penale e della prescrizione che sta portando avanti il ministro Orlando – il quale è riuscito a farci mettere la fiducia solo ora, con Gentiloni, anche perché Renzi gliel’aveva sempre negata – ma con progetti di ‘giustizia giusta’ che ricordano il primo Craxi o il primo Berlusconi.

Orlando (“Se Renzi vince, ci farà perdere le elezioni”) ed Emiliano (“Se Renzi vince, distruggerà il Pd”) lo attaccano a testa bassa, ma per Renzi – sicuro di vincere le primarie, il solo timore rimasto è legato alla scarsa affluenza: i renziani avevano dimezzato le previsioni a non oltre un milione e mezzo di votanti, due al massimo, ora tornano a farsi esigenti e parlando di “due milioni e rotti”, certo è che sotto quella cifra le accuse di flop sarebbero pesanti e lo stesso Renzi ammette “abbiamo scelto un giorno difficile” (il 30 aprile, ma i renziani se lo sono scelti da soli, ndr.) mettiamocela tutta – gli attacchi polemici dei suoi avversari interni sono solo un fastidioso rumore di fondo.  E così, rilassato e pimpante, da Vespa offre rassicurazioni su (quasi) tutto: “Il governo Gentiloni non cadrà, se vincerò le primarie, anche perché io ne sono il primo tifoso e Paolo sta facendo un grandissimo lavoro”; “non ci saranno elezioni anticipate a ottobre”.

Resta solo un busillis. Renzi vuole una legge elettorale pronta all’uso. Ecco perché è pronto al ‘patto col Diavolo’, e cioè proprio con quel M5S che attacca tutti i giorni. Da Vespa offre loro, su un piatto d’argento, “l’eliminazione dei capolista bloccati”, scalpo che
i 5 Stelle chiedono da tempo per dare il loro via libera alla trasposizione di quel che resta dell’Italicum al Senato. Ma se solo un neo ‘Nazareno’ con gli arcinemici potrebbe dare al Paese una legge elettorale, la mossa potrebbe anche essere un modo per ‘mettere paura’
a Forza Italia, che i capolista bloccati li vuole eccome, ma per ottenere sempre lo stesso scalpo, la nuova legge elettorale. Non a caso, a Berlusconi riserva una battuta affettuosa: “Altro che agnelli, quello ha sette vite come i gatti!”. Sulla legge elettorale, Renzi è disposto a parlare con tutti e di tutto, pur di avercela bella, nuova e pronta per il voto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale l’11 aprile 2017.  
 

Colle in campo. Il Pd rilancia il Mattarellum, ma cerca l’intesa con FI. Polemiche interne e con Bersani (Mdp)

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale (Torrino) dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Ettore Maria Colombo – ROMA

Oggi il Capo dello Stato, padre del cosiddetto Mattarellum, sistema elettorale a base maggioritaria (75%) con recupero proporzionale (al 25%) e basato sui collegi uninominali,  farà filtrare, attraverso alcuni giornali, l’“insoddisfazione” per un dibattito, quello sulla nuova legge elettorale, che “non muove un passo in avanti”. E se pure è vero che Mattarella, ama esercitare le sue prerogative non con parole dirompenti, ma con l’arte della moral suasion, il messaggio quello resta. “Non si muove una  foglia”, è il concetto, “e questo non va bene”. Prova ne sia, infatti, che proprio ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Montecitorio ha deciso che la discussione sulla legge elettorale slitta agli inizi di maggio (doveva essere aprile), anche se con l’impegno di tutti i gruppi “a chiudere entro l’estate”. Ove mai la Camera partorisse una nuova legge, la palla passerebbe al Senato – dove i numeri sono ballerini, si sa, per la maggioranza di governo – e il rischio che non si faccia nessuna nuova legge elettorale è altissimo. Restando l’attuale sistema (Italicum, sia pure dimezzato dal ballottaggio, con sbarramento al 3% e premio di maggioranza alla lista fissato al 40%, ergo irraggiungibile, alla Camera dei Deputati, mentre al Senato ‘vale’ il Consultellum così come modificato dalla Consulta che bocciò il Porcellum nel 2014 e cioè una legge semi-proporzionale con sbarramenti al 20%, al 8% e al 4%) il Capo dello Stato è “molto preoccupato” – e oggi lo farà sapere – che “il giorno dopo le elezioni si creino due diverse maggioranze nei due rami del Parlamento e nessuno riesca a governare”. Senza dire del problema costituzionale che si porrebbe: a chi Mattarella affiderebbe l’incarico? Al partito vincitore alla Camera (competizione su liste) o al Senato (competizione su liste e/o coalizioni, qui ammesse)? Senza dire, infine, di altre differenze macroscopiche dei due sistemi.

Guarda caso, ma il Pd di marca renziana non intende restare ‘insensibile’ al ‘grido di dolore’ che arriverà dall’alto del Colle. “Noi vogliamo il Mattarellum, è la nostra proposta – spiega una fonte molto in alto del Nazareno renziano – e crediamo anche che abbia i numeri per essere approvato. Alla Camera di sicuro, ma anche al Senato. Fossi in voi (giornalisti, ndr) andrei da Paolo Romani (il capogruppo di FI al Senato, ndr) a chiedere cosa pensa del Mattarellum”. Renzi vuole uscire dall’impasse sulla legge elettorale e, insieme, mantenere e difendere saldo il principio e l’ancoraggio al maggioritario. Falsa, invece, la notizia di un ‘abboccamento’ tra Pd – Rosato in testa – e i pentastellati, nella persona del nuovo capogruppo, Roberto Fico, per ‘adottare’ il Legalicum dei 5Stelle o ‘vestire’ il Senato con la legge della Camera (l’Italicum): “Di loro non ci fidiamo – dicono i democrat renziani – preferiamo parlare con la Lega e gli azzurri”.

E così, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato prima dice “Noi siamo per il Mattarellum, ma prendiamo atto che molti altri sono contrari”, poi ribadisce: “Un sistema di impianto maggioritario e che garantisca la governabilità, per il Pd, è imprescindibile”. Parole, quelle di Rosato, che hanno avuto il ‘visto, si stampi’ di Matteo Renzi in persona. Poi c’è l’ennesima pdl (siamo ormai alla 30 esima) di riforma elettorale: la firma un Carneade del Pd, tale Fragomeli, ma è sottoscritta dalle renzianissime Rotta e Malpezzi, assai digiune di sistemi elettorali: ricalca l’Italicum con le correzioni richieste dalla Consulta e, soprattutto, rilancia il doppio turno con tanto di soglia di accesso. Il messaggio è che il Pd a un sistema di base maggioritario non rinunzia. L’obiettivo non è quello di votare a settembre, ma di far passare un sistema elettorale che, in un colpo solo, eviti il proporzionale puro e il potere di ricatto dei partitini.

Poi, certo, c’è, rimane e fa male il fuoco di fila delle opposizioni che accusano i democrat di “aver bloccato i lavori in attesa del congresso del Pd”, ma c’è pure il fuoco amico dentro il Pd. Il ministro Andrea Orlando, competitor di Renzi con Emiliano, dice che “sul Mattarellum non c’è accordo” e che “bisogna invece proporre delle correzioni all’Italicum”. Stabilito che gli ‘orlandiani’ devono fare pace tra loro stessi (i senatori Pd di fede orlandiana hanno chiesto proprio il Mattarellum!), la legge elettorale crea scompiglio e divisioni pure dentro Mdp, oò movimento nato per scissione dal Pd e già diviso al suo interno. L’altro ieri diversi esponenti di Mdp, da D’Attorre a Scotto, bocciavano il Mattarellum, ma ieri Pier Luigi Bersani ne invocava l’immediato ritorno: “Se si vuol fare il Mattarellum noi siamo pronti a votarlo, a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Guarda caso, quasi le stesse parole di Salvini (“Il Mattarellum siamo pronti a votarlo anche domani mattina”). Solo l’M5S resta contrario (“Il Mattarellum è vecchio e invotabile”), ma almeno qui si capisce il perché: i pentastellati avrebbero solo da perderci.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2017. 

Renzi difende Lotti: “basta bugie, ora querelo”. Tensione tra renziani e Zanda

L’ex premier passa al contrattacco «Basta bugie, ora querelo». Tensione con il governo
Ettore Maria Colombo – ROMA
luca lotti
«NON accettiamo lezioni di moralità da un pregiudicato», dice Luca Lotti in Senato, ma sembra che stia parlando Matteo Renzi. Che davanti alla tv sbotta così: «Questo è solo fango e gogna mediatica per colpire il Pd». Renzi annuncia anche, nel ‘Matteo risponde’ che scrive la sera, a risultato del voto su Lotti acquisito, che «depositerò alcune querele molto corpose. Nelle prossime settimane mi divertirò un po’ anche io. Se dici una cosa – aggiunge, riferito al blog di Grillo – che non sta né in cielo né in terra, ti presenti in tribunale e ne rispondi». Poi rincara la dose contro Di Maio e Di Battista: «Faccio loro un appello, rinuncino all’immunità parlamentare, si facciano processare sulle querele ricevute. Hanno insultato delle persone ed è giusto ne rispondano. Come su Stefano Graziano (deputato dem), accusato di cose orribili in modo vergognoso». Poi annuncia che il vicesegretario Lorenzo Guerini coordinerà la mozione Renzi, che il deputato Richetti ne sarà il portavoce (quello, in sostanza, da mandare in video, Guerini farà la politica) e che il deputato Michele Anzaldi – watch dog del renzismo rispetto al mondo dei media – guiderà la comunicazione della mozione stessa mentre Filippo Sensi, suo allievo, resta a Palazzo Chigi con Gentiloni per evitare doppi ruoli che potevano creare imbarazzi a entrambi.

 

RENZI è, ovviamente, soddisfatto del voto ‘bulgaro’ (161 voti contrari, il quorum dell’Aula) con cui il Senato ha respinto la mozione contro l’amico e ministro Luca Lotti. «Su Luca metto la mano sul fuoco», spiega e ripete ai suoi. Pare abbia fornito, Renzi, anche preziosi suggerimenti: l’eco del discorso di Renzi, nelle parole di Lotti, si sente. E pure nel discorso a difesa del senatore Andrea Marcucci. Poi, certo, arriverà la dichiarazione di voto del capogruppo dem, Luigi Zanda, che tiene un perfetto, e nobile, discorso di difesa, ma i rapporti tra Renzi e Zanda sono pessimi. Zanda è sospettato di ‘governismo’ pro Gentiloni e pro Mattarella e, a oggi, non ha firmato la mozione congressuale di Renzi. I renziani arrivano a dire che voterà per Orlando, anche se già all’altro congresso votò Cuperlo. I suoi dicono che Zanda «ha un ruolo delicato e per questo deve restare terzo, senza parteggiare per nessuno: guida un gruppo parlamentare dove i senatori con un piede fuori dall’uscio sono oltre dieci». Ma Rosato, capogruppo alla Camera, si è schierato eccome, per Renzi, e i renziani, sospettosi, dubitano della lealtà di Zanda. Si racconta, al Senato, di uno scontro al calor bianco tra i due: Renzi premeva per mettere in piedi, in funzione anti D’Alema e Mdp, una commissione d’inchiesta sulle banche, Zanda frenava, puntava i piedi. Volarono anche parole forti, ferite mai sanate.

MARCUCCI, intanto, già nel discorso dal banco del gruppo Pd dice che Marroni, l’ad di Consip, è uomo di Enrico Rossi, governatore toscano, leader di Mdp. Poi, in Transatlantico, si sfoga con un collega: gli scissionisti «sono dei vigliacchi, la loro mozione non avranno mai il coraggio di presentarla». La mozione di Mdp sarà dichiarata inammissibile, ma il guaio è – dice Renzi ai suoi – «che quelli giocano a tirare la corda contro il governo». E – si aggiunge ai piani alti del Nazareno – «se vanno avanti così, un giorno sui voucher, l’altro contro Lotti, con gli ultimatum, è la vita e la tenuta del governo che mettono a rischio».

Ma nei confronti dell’azione di Gentiloni, non è che i renziani ci vadano molto più teneri. «Il premier attuale deve sapere, e glielo diremo – si sfoga un senatore del Sud, renzianissimo – che non può deflettere dalla linea di Matteo, quella che dice niente tasse e niente nuovi sacrifici, manovrine e manovrone. Pagherà un prezzo? Che lo paghi. Come lo abbiamo pagato noi». Sarà un caso, ma a proposito di scelte di governo, ieri sera Renzi ha ribadito che evitare l’aumento dell’Iva «è la sua battaglia», che lo sia pure di Gentiloni.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 16 marzo 2016. 

Manovrina, palude e avversari. Ora Renzi dubita di tutti e un po’ pure di Gentiloni

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo
ROMA
MATTEO Renzi, ieri, era nervoso, o almeno così raccontano i suoi che lo hanno sentito. In realtà, lo è da giorni, e cioè da quando gli hanno raccontato che «l’amico Paolo» (Gentiloni) non solo è tornato al lavoro assai tonico  – e naturalmente la cosa a Renzi ha fatto piacere, era andato subito a trovarlo in ospedale – ma ha detto, durante il Cdm di sabato, che «bisogna rafforzare la squadra di governo,nominando dei nuovi viceministri». «Ma l’amico Paolo vuole governare fino al 2018?!», è scappato detto, invece, a un renziano. Insomma, l’umore non è dei migliori. Poi ecco arrivare la doccia gelata. La Ue chiede all’Italia una ‘manovrina’ aggiuntiva da 3,4 miliardi. E Padoan, in sostanza, ammette che ci sarà, anche se sia lui che Delrio rispediscono al mittente le critiche. E di chi è la colpa? Dell’«uomo voragine», sfottono M5S e Brunetta: lui, appunto, mica Gentiloni.

Inoltre, a ottobre, Renzi e i suoi economisti sanno bene che «la ‘manovrona’, quella vera (la Legge di Stabilità, ndr), sarà di 20 miliardi o altrimenti scattano le clausole di salvaguardia», gli aumenti di Iva e accise. Un bagno di tasse da aggiungere alle tasche degli italiani, altro che diminuirle, come Renzi aveva promesso, o impostare nuove misure di sostegno al reddito e, financo, alla povertà. E quale partito dovrebbe «portare la croce e cantare la messa», da ottobre in poi? Il Pd, si capisce. «Se andiamo al voto in autunno, o a scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018, ndr), siamo fritti, ci massacrano», sospirano in coro i renziani.
È lo scenario Fine di Mondo. Il governo Gentiloni che prende le sembianze del governo tecnico, «alla Monti». E proprio «non possiamo finire come nel 2013», ha detto Renzi a Repubblica, cioè come Bersani che – dal governo tecnico – ne finì schiacciato e poi perse.

POI LE OPPOSIZIONI che urlano, assediando il Palazzo che non vuole sciogliersi per «rubarsi la pensione» (i vitalizi dei parlamentari che scattano a settembre 2017). Del resto, riconosce Ettore Rosato, capogruppo dem alla Camera, quasi alzando le braccia, «il partito del non voto esiste, è molto ampio e affollato di protagonisti che vogliono rimandare il voto,: tranne noi del Pd e la Lega di Salvini, nessun altro vuole votare».
Infine, dulcis in fundo, il congresso del Pd che arriva con gli avversari attuali (la minoranza dem, i governatori Rossi ed Emiliano, Bersani che parla di un “nuovo Prodi”, ma senza indicare un nome, da candidare) e quelli futuri (i ministri Franceschini e Orlando) di un leader ormai sfibrato che vengono fuori, uno a uno, allo scoperto, e gli fanno la guerra.
Gli stessi ‘amici’ che hanno lasciato parlare solo gli avversari interni dell’ex premier, sulla sua intervista di rilancio e di uscita dopo un mese di silenzio, senza proferire un solo verbo.
Ecco perché Renzi – mentre con la mano sinistra prepara la nuova Segreteria (sarà pronta per oggi e con dentro tutte le novità di cui si parla da giorni, scrittori affermati, sindaci giovani e amministratori capaci in testa) «innovativa» e si occupa di rilanciare il profilo del suo ‘nuovo’ Pd – continua a ripetere che «bisogna andare a votare al più presto, il prima possibile». Come? Cogliendo la palla al balzo di un accordo difficile, ma non impossibile con Forza Italia: via maestra, forse l’unica, per ottenere le urne.

Certo, bisognerà attendere la sentenza della Consulta, che non farà alcun sconto a Renzi né sui tempi (sentenza attesa per il 10 febbraio) né sulla sostanza (demolendo quanto più possibile potrà fare dell’Italicum), ma intanto ogni canale è buono. I colonnelli sono all’opera: Gianni Letta e Paolo Romani per parte azzurra, Guerini (e solo lui) per i dem.

IL MODELLO di legge elettorale – sempre che la Consulta non salvi il ballottaggio e cioè il cuore dell’Italicum, il che equivarrebbe a una mezza vittoria, per Renzi, o che non si trovino i voti sul Mattarellum, modello di sistema elettorale sposato dal Pd delle origini – è un proporzionale, sì, di base, ma con soglie di sbarramento alte (contro i piccoli partiti), liste bloccate e un premio (non grande e non piccolo) a scalare, cioè dis-proporzionale.
Ma, fin quando la Consulta non parlerà, non potrà neppure iniziare la ‘vera’ trattativa. Quella che ha, nel piatto, anche altro. Tipo il recepimento della sentenza di Strasburgo che dovrebbe far tornare candidabile il Cavaliere: se mai gli arriderà, però, la sentenza dovrà essere recepita dal Parlamento con un voto palese, ergo «con i voti del Pd».
Nell’attesa di iniziare il Grande Gioco sulla legge elettorale col Cav, però, il tempo passa. E il fattore Tempo – insieme alle parole e alle mosse di Ue, del Parlamento, di Mattarella e, chissà, ora forse pure di Gentiloni – è quello che gioca contro Renzi dall’inizio della partita.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale del 17 gennaio 2017.

Il patto segreto Renzi-Berlusconi: un Italicum ‘mascherato’ ed elezioni il prima possibile

berlusconi

Silvio Berlusconi quando sedeva al Senato

STA per nascere l’«Italicum mascherato»? Un sistema elettorale mezzo Italicum, mezzo proporzionale? Se ne parla da giorni al Nazareno, dove lo chiamano «il patto del Diavolo». Un ‘Nazareno 2.0’ stipulato, a breve, tra gli stessi contraenti del ‘Nazareno 1.0’, Renzi e Berlusconi, ma con obiettivi assai diversi dall’originale: per Renzi sarebbe l’assicurazione che la legislatura verrà interrotta assai prima della scadenza naturale (febbraio 2018) e che si voterà a giugno; per il Cav la polizza è già più impalpabile.
Vaghe rassicurazioni (e pressioni) sul governo Gentiloni affinché non si costituisca contro il ricorso dei legali del leader di FI che ne chiedono la riabilitazione presso la Corte europea di Strasburgo e, in rapida successione, il voto favorevole del Pd quando, prima o poi, il Parlamento si ritroverà a votare sulla legge Severino sempre ai fini dell’applicazione della sentenza di Strasburgo, altrimenti essa non avrebbe effetti giuridici e Berlusconi resterebbe incandidabile. Poi, certo, il sostegno del governo Gentiloni nel braccio di ferro Mediaset-Vivendi. Stop alle sanzioni con la Russia, nomine di enti pubblici da concordare. Ma la merce di scambio sa farsi anche concreta, se Renzi vuole e come il Cavaliere sa bene.

ED ECCO che un Renzi ringalluzzito, che a Roma si sta cercando pure casa (palazzo Chigi non c’è più, la soluzione di scendere in albergo, di solito quello vicino alla stazione Termini, è stata scartata), ieri pomeriggio è andato a trovare Gentiloni al Gemelli («tra i due la sintonia è perfetta», dicono fonti di governo e ribadiscono fonti del Nazareno) e lì è rimasto per un’ora, poi ha avuto raffiche di incontri al Nazareno: Zanda (per i numeri al Senato), Cuperlo (per ‘aprire’ a sinistra), il ‘solito’ Guerini, sempre più calato nel suo ruolo di «numero due» del Pd. L’ex segretario dei Ds ed ex sindaco di Torino, Piero Fassino, e il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina avranno un ruolo, nella nuova segreteria, dove entreranno lo scrittore Carofiglio e vari sindaci (Bonajuto, Palazzi, Falcomatà, Ricci, etc.), ma non l’Organizzazione, che resterà in capo a Guerini. Infine, Renzi si è preparato per un’intervista sulle «Ragioni della Sinistra» che darà oggi a Ezio Mauro per Repubblica. A Guerini e Zanda, però, resta il compito più arduo. Far arrivare, via Paolo Romani e Gianni Letta, un sms al Cavaliere, che di Renzi non si fida più e da tempo: «Preferisci l’uovo oggi (una legge elettorale concordata e seria, ndr) o l’incerta gallina (una legge elettorale ‘minacciosa’, nei tuoi confronti, ndr) domani?». La cosa curiosa è che Berlusconi ci sta pensando, stavolta, e sul serio. Specie dopo che, spiega l’autorevole fonte del Nazareno, «gli abbiamo recapitato due messaggi: con il proporzionale puro non governa nessuno, neanche tu, e neppure con la grosse koalition, dopo le elezioni; se vuoi avere la certezza di poterti scegliere i parlamentari, solo noi, che abbiamo uguali ‘problemi’ in casa nostra (leggi: la minoranza del Pd, ndr), siamo la tua unica garanzia di avere le liste bloccate».

ECCOLO, dunque, il «patto del diavolo». Premessa metodologica: non si possono «fare i conti senza l’oste». Bisogna aspettare, cioè, che la Consulta (udienza il 24 gennaio, sentenza non prima del 10 febbraio) si pronunzi. Poi, serve che la Consulta ritagli, dall’Italicum, la legge elettorale in vigore solo per la Camera dal I luglio 2016, un sistema di base proporzionale, senza il ballottaggio (e, forse, senza le multi-candidature, di certo senza i capolista bloccati), ma tenga intatto il premio di maggioranza al 40%, da assegnare però al primo turno, o meglio turno unico. Ne risulterebbe un sistema proporzionale sì (anche l’Italicum lo è, persino il Porcellum lo era…), ma con soglie di sbarramento alte e da limare in Parlamento («in un mese e mezzo ce la si fa», assicurano al Nazareno mentre altri sono assai più scettici). La proposta del ‘patto del Diavolo’ fatta a FI, e scritta pure già nero su bianco, da parte dei democrat, sulle soglie di sbarramento è questa: l’8% al Senato, ma il 5% alla Camera per i partiti che corrono da soli, mentre le soglie scenderebbero al 4% al Senato e al 2,5% alla Camera per i partiti «coalizzati», che corrono in una coalizione.
E, soprattutto, nel Patto, c’è un premio di maggioranza «variabile»: non più «fisso» come nell’Italicum (55% di seggi, pari a 340 deputati), ma 55% dei seggi con il 40% dei voti, meno del 55% se prendi meno e via a scalare con un premio che ‘scende’ dal 15% al 5%. Infine, niente preferenze, ma liste ‘corte’, come nel sistema spagnolo, o collegi maggioritari «grandi», non come nel Mattarellum, ma come nel Senato della Prima Repubblica. L’obiettivo è identico: poter sapere chi verrà eletto, riuscendo a controllare le proprie truppe parlamentari. Desiderio e volontà care a Forza Italia come al Pd di Renzi.
I possibili intoppi, sulla strada del «patto del Diavolo», però, sono tanti. Uno per tutti: Renzi non è più premier, Berlusconi non controlla più la coalizione di centrodestra.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 14 gennaio 2017.