Renzi teme soltanto Prodi. “Pisapia si sfila? Contro D’Alema si vince facile…”

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IERI Matteo Renzi ha passato l’ennesima giornata di promozione ossessiva del suo libro, Avanti. Il volume ha tra le sue caratteristiche quella che, ogni giorno, fa arrabbiare qualcuno: ieri, dopo Enrico Letta, è stata la volta della ex minoranza Pd, ora confluita in Mdp, che Renzi lo odia di suo.
Di mattina presto ad Agorà (Rai3) e a metà pomeriggio a La vita in diretta (Rai1), Renzi enuncia sempre gli stessi messaggi, pur dosandoli a seconda del pubblico, ora più acculturato, ora più popolare. «È stato sacrosanto sostituire Letta, il suo governo era fermo, aveva solo aumentato l’Iva» si alterna a «lo sconto fiscale alle famiglie con figli è la priorità»; «l’uscita di D’Alema non mi è dispiaciuta» fa il paio con «i politici che si preoccupano dei posti in Parlamento, io dei posti di lavoro»; «i migranti sono un tema per i prossimi 20 anni» si sposa a «più lavoro, meno tasse».
Dal profluvio di parole si salva solo un messaggio politicamente forte: «Si vota a primavera 2018 e io da qui ad allora voglio tornare in mezzo alla gente, l’importante è non chiudersi dentro il Palazzo».

Insomma, Renzi non vuole ‘pensionare’ in via anticipata il governo Gentiloni. E anche se c’è chi, tra i suoi, è convinto che tenterà l’ultima forzatura sullo ius soli, imponendo al governo la fiducia per farsela, con piglio da Mefistofele, bocciare dal Senato (i centristi sono contrari, Svp pure) e obbligare così il Parlamento a correre a elezioni anticipate a ottobre, Renzi si sta posizionando per una campagna elettorale assai lunga.
NON a caso, dopo la scelta di riprendersi Marco Agnoletti come portavoce ad personam e quella di mettere Matteo Richetti a coordinare la (claudicante) comunicazione del Pd, ecco arrivare l’accordo di collaborazione con l’agenzia Proforma (fecero le fortune di Emiliano e Vendola) per rivederne, da cima a fondo, l’immagine.
Ieri, però, tra un attacco e l’altro (quello di monsignor Galantino sui migranti, mitigato dalla rettifica del segretario di Stato Parolin, quelli consueti della minoranza e delle opposizioni, sul libro e non solo) è arrivata pure qualche buona notizia per il leader del Pd.
Il tentennamento di Pisapia, che annuncia che non si candiderà alle elezioni, fa fregare le mani di gioia a Renzi: «Senza Pisapia non solo in Parlamento, ma anche tenere le redini della fusione fredda di partiti e movimenti troppo diversi tra loro – ragionano al Nazareno – sarà un problema per loro: sono destinati a spaccarsi e a subire l’iniziativa preponderante di D’Alema. Così il tormentone primarie come il premio alla coalizione nella legge elettorale è già finito…».

Quello che invece Renzi teme, e molto, è la tela di Prodi, che sta cercando di tenere insieme tutti i suoi nemici interni (Orlando, ma anche Franceschini) ed esterni (Pisapia e Bersani, non D’Alema) per «costringermi», si lamenta il leader dem, a costruire il «nuovo Ulivo». Ieri, il ministro Orlando ha smentito ogni tentazione di nuova scissione dal Pd, ma altri deputati e senatori (Manconi, Tocci) potrebbero andarsene presto e l’asse Orlando-Franceschini riproporsi a tenaglia.
Sarà il possibile doppio appuntamento, a novembre, delle elezioni regionali in Sicilia e forse in Lombardia, a spingere i vari attori e comprimari del Pd e dell’Ulivo a fare scelte definitive. Sarà quello il momento in cui gli «ulivisti» proveranno davvero a disarcionarlo, Renzi. Sempre che abbiano un leader unico e nuovo a rappresentarli perché, come dicono i renziani, «contro D’Alema si vince facile».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 14 luglio 2017 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale

Pd, separati anche in casa. Duello anche in casa. Scontro tra idee opposte di partito in una Direzione senza streaming

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, l’unica nota paradossalmente stonata è quel voto finale: relazione del segretario approvata all’unanimità da tutte le componenti di maggioranza, area Franceschini (e ministro stesso) in testa. Minoranze (una facente capo al ministro Orlando e una al governatore Emiliano) che escono dalla sala. Per il resto, nonostante i toni non siano pesanti o sgradevoli (ma puntuti sì), alla prima riunione senza streaming della Direzione dem sono andate in scena due o forse più idee dello stesso partito. Quello di Matteo Renzi e dei suoi da un lato, quello di Franceschini (e Orlando) dall’altro. Due visioni che stanno diventando sempre più distanti e inconciliabili tra di loro. Renzi, che appare tonico, vorrebbe parlare di tutto tranne che di problemi interni ai dem. Se fosse premier, o se lo tornasse, due idee che mette sul piatto sarebbero succose: veto sul Fiscal compact nei Trattati Ue e chiudere il rubinetto dei soldi nel bilancio 2018 ai Paesi che chiudono i porti ai migranti.

Ma sa che i suoi oppositori interni ed esterni al partito lo trascineranno per i capelli in discussioni ‘politiciste’ e allora prova a prevenirli: «Si vota nel 2018, la campagna elettorale durerà dieci mesi e il Pd dovrà farla sui contenuti. Io girerò il Paese, non vedo l’ora di iniziare, ma voi dovete essere classe dirigenti, dovete fare gioco di squadra e imparare a passare la palla». Poi inizia a lanciare stoccate ai critici interni (Franceschini e Orlando): «Non passerò i prossimi mesi a parlare di alleanze o di coalizioni, ma di programmi concreti. Non sono interessato né alla mia né alla vostra carriera, ma a portare il Pd in alto. Utilizziamo il Pd come una finestra, non come uno specchio per riflettere noi stessi. Io rispondo ai due milioni di elettori che hanno votato alle primarie, non agli accordi tra capicorrente». Dopo, ai suoi, dirà: “Dove vuole andare Franceschini che ha già cercato di pugnalarmi? Quale il suo vero scopo? Io voglio fare il Pd, con la sua vocazione maggioritaria, se altri pensano che non ne valga la pena, che è meglio andare dietro a Pisapia, affari loro. Ma anche se gli stessi vogliono essere rieletti affari loro…”.

Parole che non sono certo destinate a mettere pace. Franceschini prende la parola quasi subito dopo, riceve per di più molti applausi, tiene il punto in modo insolito.Il suo è un vero controcanto: «Non metto in discussione il segretario, ma c’è una comunità che ti ha scelto e che non ha rinunciato al pensiero e alla parola. Il tema delle alleanze c’è e va posto, io sono tra i 350 residuati bellici che ne vogliono parlare. Da soli si perde. Non vuol dire premio di coalizione nella legge elettorale, ma la Dc – ammonisce – aiutava gli alleati a entrare in Parlamento perché servivano per formare un governo». Poi, la contro-stoccata: «Il segretario ascolti chi la pensa in modo diverso senza pensare a complotti». E ai suoi il ministro dice: “Abbiamo idee diverse, ma io non mi fermo, vado avanti”. Anche se, per ora, almeno nel voto finale, l’asse tra Franceschini e Orlando ancora non si forma.

PARLA il ministro Orlando, con toni ovviamente critici, ma paradossalmente meno duri e più ovvi: «Riconosciamo il risultato del congresso e il principio di maggioranza, ma vorrei discussioni vere. Il Pd deve tenere unito il campo del centrosinistra e aiutare Pisapia. Nessuno vuol tornare all’Unione, ma Pisapia non è Ferrero».

Gli altri interventi scivolano via veloci, Orfini punzecchia a sua volta il ministro alla Cultura, arriva la replica di Renzi. Sembra che parli a Orlando, ma vuol picchiare su Franceschini: «Non potete chiedere a chi ha vinto di rinunciare alle sue idee. L’attacco al Pd è in corso perché è la diga contro i populismi. Orlando vuole aiutare Pisapia, io voglio aiutare il Pd. Chi parla di coalizioni fa un regalo al centrodestra». Poi altre sciabolate contro Franceschini. La prima è aperta («Dario vuole discutere nelle sedi di partito, ma Repubblica non lo è…»), la seconda lascia presagire nuove tempeste all’orizzonte. Consiste in una citazione di una canzone di Guccini («Ognuno vada dove vuole andare, ma non venite a dire a me cos’è la libertà») che s’intitola Quattro stracci e sembra dire: la porta è quella. Esistono due Pd, ormai, e vivono da separati in casa. Il primo, per ora, ha un leader e i numeri (nel partito) per prevalere. Il secondo, però, non è da sottovalutare: per ora si limita a scalpitare, ma al prossimo rovescio elettorale (dopo le prossime elezioni regionali in Sicilia a novembre?) cercherà la prova di forza per disarcionare Renzi.

Nb: Questo articolo è stato pubblicato il 7 luglio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

Pd, addio streaming. Direzione a porte chiuse. Tregua Renzi-Franceschini

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

«AVANTI!», come s’intitola il libro firmato in prima persona, che sta per uscire, e «concentrati a costruire una proposta per il Paese». Il leader del Pd, Matteo Renzi, prepara la Direzione di oggi – la prima, da tempo immemore, non trasmessa in streaming: si torna alle care, vecchie, «porte chiuse» – forte di queste due parole d’ordine. Il libro (Avanti, appunto) uscirà il 12 luglio per Feltrinelli. Renzi parla – recita la quarta di copertina – «della difficoltà di cambiare le cose in Italia, ma anche dell’orgoglio di averci provato» e rilancia «l’azione politica del Pd su Europa, sociale, immigrazione, periferie».
E questa è la linea che l’ex premier vuole imporre alla discussione di oggi in Direzione: basta polemiche, caminetti, messaggi cifrati dei capicorrente, polemiche sterili su coalizioni e leggi elettorali. «Bisogna guardare al futuro, ai problemi degli italiani» fa dire ai suoi. E proprio per uscire dal chiacchiericcio, per non dare l’impressione di un Pd ridotto a un comitato rissoso di correnti, ecco la scelta del non più streaming, la diretta live dei lavori, che da oggi sarà permanente. «Evitiamo – spiega Renzi ai suoi – la solita scena del Pd che litiga. Dobbiamo parlare di cose di lavoro, ma se c’è la diretta tv molti si alzano solo per distinguersi..».

MA OLTRE la forma ci sono i contenuti. Renzi vuole far girare il dibattito intorno a due poli. Uno riguarda il partito e la sua organizzazione: l’avvio dei congressi provinciali, che si terranno entro ottobre, la festa nazionale dell’Unità di Imola, i nuovi strumenti di diffusione del messaggio del Pd (la rivista on-line Democratica, l’app Bob). Obiettivo: il «rinnovamento interno» del partito (ci lavorano Andrea Rossi, Lorenzo Guerini etc).
Il secondo riguarda l’attività di governo. Renzi vuole che si parli solo di temi concreti (la legge sullo ius soli, il dl banche) e non di vertenze «politiciste». Il governo Gentiloni e, in prima fila, il ministro Minniti sui migranti per Renzi stanno affrontando «problemi reali», ma il Pd «non è più disponibile a sobbarcarsi da solo il peso dei provvedimenti in Parlamento».
Difficile che le intenzioni di Renzi vengano rispettate in pieno. Orlando, che sarà presente e interverrà, ha cercato Franceschini per stabilire un «fronte comune» contro Renzi su legge elettorale (pro premio alla coalizione) e alleanze (pro accordo con Pisapia).
Franceschini, per ora, attende: vuole sentire la relazione di Renzi prima di decidere se intervenire o meno (Guerini ha lavorato molto per mediare tra i due) e fa sapere che «se Matteo non mi attacca, non ho motivo di farlo nemmeno io». Anche Renzi sembra voler abbassare i toni: «In Direzione non voglio fare la guerra a nessuno, nemmeno a Dario» – spiega – ma ora deve essere lui a ricucire, d’altra parte i numeri sono dalla mia». Ed ha ragione: su 120 membri eletti, tra gli 84 di maggioranza (al netto dei 24 orlandiani e dei 12 ‘emiliani’), anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi e con le minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio con l’appoggio di Orfini e Martina.
Renzi è convinto che, senza più elezioni anticipate alle porte, «dobbiamo prendere il passo della maratona. Io girerò l’Italia con il mio libro e poi, per sei mesi, in treno». «Hanno cercato di ammazzarmi in tutti i modi ma non ci sono riusciti, anche la cosa di Pisapia è diventata un mezzo flop, ora portiamo avanti la nostra idea di partito maggioritario e poi vediamo quello che succede. Alle elezioni – aggiunge – ognuno si presenterà per conto proprio. Male che vada avremo 200 deputati e cento senatori. Se il problema sono le liste, chi si vuole candidare lo dovrà dire apertamente e con chiarezza, senza giochetti». L’avvertimento vale per tutti i big, non solo Franceschini.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio a pagina 8 di Quotidiano Nazionale

Meglio soli. Renzi da Milano rottama le alleanze: “apriamo ma alla società civile”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

«ASCOLTIAMO tutti, ma non ci ferma nessuno». Quando Matteo Renzi sente «l’odore del sangue» (anche se, stavolta, il sangue è il suo) torna garrulo e combattivo. E così chiude l’assemblea nazionale dei circoli del Pd all’attacco. Ne ha per tutti, e non sono pochi: non li cita per nome e cognome, ma chi deve capire capisce. Sul fronte interno la randellata è per Dario Franceschini, oltre che per Andrea Orlando e la sua minoranza: «Io non rispondo ai caminetti, ai capicorrente, io rispondo ai cittadini». E ancora: «Dopo le primarie i sondaggi sono andati bene, troppo bene, allora è partita la discussione interna ma questa discussione è un attacco contro il Pd. E se attacchi il Pd stai attaccando l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Infine, la stilettata: «Volete la garanzia di andare in Parlamento? Mettetevi in gioco, lavorate. Contano i voti, non i veti». Con gli avversari interni – quelli della minoranza di Orlando e quelli annidati nella sua maggioranza (Franceschini, ma anche Fioroni, i cattodem) – Renzi intende regolare i conti, una volta per tutte, in Direzione, anticipata per l’occorrenza al 6 luglio.
LÌ IL SEGRETARIO farà la famosa «analisi del voto», proverà a smontare le tesi altrui sulle amministrative, ma soprattutto dirà: d’ora in poi si lavora in vista di una lunga campagna estiva e autunnale che ci porterà alle Politiche del 2018 in primavera. Chi è con me? Renzi pretenderà risposte chiare e chiederà un voto conseguente, in un organismo dove gode di una maggioranza solida e autosufficiente (al netto, cioè, dei franceschiniani). Quest’estate il leader dem promuoverà il suo libro (Avanti!), finalmente in uscita per Feltrinelli, girerà per le feste dell’Unità, fino a chiudere quella nazionale di Imola, il 24 settembre e subito dopo, a ottobre, partirà per un tour in treno in tutte le mille città italiane.

Insomma, Renzi non starà fermo, non si farà bersaglio dei colpi altrui. Onora Pisapia e Bersani di doppia citazione, ma li ritiene ormai «persi alla causa» («di quei due non mi frega più niente» si confida con i suoi). E di loro dal palco dice secco: «Fuori dal Pd non c’è la rivoluzione marxista-leninista, ma la Lega e i 5Stelle. Non c’è la vittoria della sinistra di lotta e di governo. Chi immagina di fare il centrosinistra senza il Pd vince il Nobel della fantasia». Per Renzi il centro-sinistra, con o senza trattino, è morto e sepolto. C’è il Pd, e punto.

IL PD del Lingotto (l’unica citazione in positivo è per Veltroni), aperto alla società civile (e cioè alle candidature di Berruto, Burioni, Annibali, don Ciotti, se ci sta). E d’altronde, sottolineano al Nazareno, «c’era più società civile ieri a Milano che sul palco di Roma». «Hanno fatto una manifestazione contro il Pd, non per l’Italia», è il refrain che arriva dai fedelissimi.
Ma Renzi ne ha anche per Prodi cui rimprovera, senza nominarlo, il caravanserraglio dei governi dell’Unione, la nostalgia di «un passato meraviglioso che non è mai esistito». Non cita mai la legge elettorale, di cui ha parlato Mattarella, ma gira voce che Renzi potrebbe sedersi di nuovo al tavolo con Berlusconi, a settembre: il proporzionale senza premi di coalizione e le liste bloccate convengono a entrambi. Anche perché, senza le liste bloccate (che compilerà Renzi in persona) e con le preferenze, oltre che con il premio alla coalizione, il Pd può solo esplodere.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 2 luglio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale

I big assediano Renzi. Il corpaccione dem in fuga dai territori. Il gelo di governatori e sindaci

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – Roma

  1. Renzi in crisi perde truppe e ufficiali. Il corpaccione dem in fuga dai territori. 

Cosa succede nel Pd? Gli attacchi di quasi tutti i padri fondatori dell’Ulivo e del Pd (Prodi, Veltroni) e dei big (Franceschini, Orlando) alla leadership di Renzi sono il segnale di movimenti profondi. Mirano a impedire che sia Renzi (per Statuto segretario e candidato premier) il nome ‘naturale’ per la carica di presidente del Consiglio. Ma è possibile che possa partire, dentro il Pd, uno ‘sganciamento’ di massa dal leader fino a provocarne la caduta, magari in inverno? La scusa è pronta – per unire il centrosinistra servono nomi e volti più ecumenici e unitari (Pisapia, per dire) – e il metodo pure: chiedere, se non obbligare, Renzi a nuove primarie – anche se quelle di partito le ha vinte con due milioni di voti – stavolta di coalizione. Come dice Franceschini, il principale ‘indiziato’ dello sganciamento. Al ministro Lotti che ripete come Renzi «sia stato scelto da due milioni di persone, fine della discussione», il ministro dei Beni culturali replica: «La discussione (interna, ndr) è appena iniziata».

Eppure Renzi controlla in modo ferreo i due organi principali che determinano le scelte e gli assetti interni del Pd, Assemblea nazionale e Direzione. Dentro l’Assemblea nazionale (che può anche sfiduciarlo) i numeri consegnano a Renzi una maggioranza blindata. Su mille componenti, 700 delegati sono stati eletti nella sua mozione congressuale contro i 212 di Orlando e gli 88 di Emiliano. E, all’interno della maggioranza che ha sostenuto Renzi, 420/430 sono renziani puri, 85/95 franceschiniani, 60/62 dell’area Martina e 55 di Orfini.
Anche in Direzione nazionale i numeri sorridono al segretario: su 120 membri eletti, 84 sono quelli di maggioranza, 24 gli orlandiani, 12 gli ‘emiliani’. Anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi insieme alle minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio. Insomma, negli organi che gestiscono il partito, Renzi non rischia nulla. Metterlo in minoranza, a meno di rivolgimenti oggi impensabili, non è possibile.

Diversa la questione se si guarda ai territori, alle federazioni regionali e soprattutto agli amministratori locali. Qui il quadro è magmatico, in perenne evoluzione e a rischio per la leadership renziana che perde colpi quasi ovunque.
Prendiamo i governatori. Quello del Lazio, Nicola Zingaretti, picchia come un fabbro: «Il Pd è isolato, fragile e non sa unire». Renzi gli ha offerto un seggio al Senato, ma Zingaretti appoggia Orlando e la sua «lobby» pro-Pisapia. Il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (ex bersaniano, poi renziano) si è fatto ipercritico: «Alle amministrative abbiamo preso una sberla per troppa autosufficienza e arroganza. Ora voglio dare una mano». Una presenza ingombrante. Come quella di De Luca (Campania) che pensa solo a sé. I governatori dell’Abruzzo (D’Alfonso) e della Calabria (Oliviero) non sono renziani e lo danno a vedere. Il governatore pugliese, Emiliano, si è battuto contro Renzi al congresso, e tiene stretta la Puglia.

Dove il Pd non governa è diventato quasi evanescente: in Sicilia non riesce a trovare un candidato per le regionali di novembre dopo la rinuncia del presidente del Senato Grasso; in Lombardia i sindaci dem di tutti i capoluoghi dicono sì al referendum sull’autonomia promosso dal leghista Maroni; in Veneto, dove non governa, come in Friuli il Pd è ridotto ai minimi termini, in Basilicata non si celebra il congresso regionale dal 2015.
In Emilia-Romagna il sindaco di Castenaso si fa fotografare euforico accanto a quello di Budrio, che ha strappato la città al Pd, e nel partito scoppiano polemiche infinite. Per non dire dei due sindaci di Bologna (Merola) e Milano (Sala) che sono anti-renziani a livello epidermico: proprio non lo sopportano.

Infine, c’è la questione scissione e abbandoni, più o meno silenziosi, dal partito. Il grosso dei quadri va verso Mdp. Solo negli ultimi giorni hanno lasciato il Pd 104 tra sindaci, assessori, consiglieri comunali e quadri della provincia di Lecce, 300 giovani dem a Reggio Calabria, il segretario cittadino di Modena, Filippo Calcagno, il consigliere regionale lombardo Onorio Rosati, l’assessore regionale abruzzese Marinella Scrocco. Al responsabile organizzazione di Mdp, Danilo Leva, brillano gli occhi.
Verso Campo progressista di Pisapia, invece, guardano con sempre più interesse sindaci ed esperienze civiche un tempo del Pd o vicine: il candidato sindaco di Frosinone, il sindaco di Latina che ha battuto la destra dopo cento anni, amministratori locali sardi e di altre regioni. Il primo luglio saranno in piazza con Pisapia, piazza dove ci sarà anche Antonio Bassolino, ormai in rotta con Renzi («Non è più lui»). Loro il centrosinistra ‘de-renzizzato’ hanno già iniziato a costruirlo. Nel Pd, invece, i ‘pezzi da novanta’ hanno appena iniziato a posizionarsi e a muovere le pedine.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 29 giugno 2017


Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

2. Pd, i padri nobili (da Prodi a Veltroni) rottamano Renzi. Franceschini: Matteo cambi passo

VELTRONI, fondatore del Pd. Prodi, fondatore dell’Ulivo. Franceschini, cofondatore del Pd. Orlando, leader della minoranza interna. Cuperlo, ex presidente del Pd. Zingaretti, governatore del Lazio. L’attacco a Matteo Renzi e alla sua leadership è ritmato, asfissiante, martellante. In teoria, il motivo è il risultato (pessimo) del Pd alle amministrative ma il vero obiettivo è un altro: impedire a Renzi di diventare il prossimo candidato premier del centrosinistra (come è, avendo vinto le primarie, per Statuto) e poi di non farlo tornare mai più al governo.
Renzi e i suoi provano a metterci una pezza per tutto il giorno, ma ormai la ‘caccia’ è iniziata. Inizia, sui giornali, Veltroni. Per il fondatore del Pd, il partito «non ha più un’identità, sembra la Margherita. Renzi deve cambiare passo, basta con l’autosufficienza».
Ma l’affondo più pesante è quello del fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi, che aveva detto di «vivere in una tenda accanto al Pd» e che, ieri, a freddo, fa sapere che «la ripone nello zaino perché Renzi mi invita a spostarla più lontano. La mia tenda è leggera, la sposterò senza difficoltà, intanto l’ho messa nello zaino». La reazione di Prodi, spiegherà poi, è dovuta all’intervista di Renzi a Qn, che però non lo tirava in ballo personalmente ma parlava, in generale, delle coalizioni di centrosinistra.

I POMPIERI renziani entrano in azione: Richetti, Guerini e Martina assicurano che «nessuno attacca Prodi o lo invita ad andarsene» ma il danno è fatto e la polemica divampa. I renziani, però, entrano in crisi quando a parlare, sia pure in modo stringato, è il ministro alla Cultura Franceschini, noto per essere sempre stato un alleato sempre assai ‘freddo’ di Renzi.
Impietoso, Franceschini twitta il grafico del crollo dei voti al Pd in alcune importanti città (Genova, Parma, L’Aquila, Verona), con una frase che suona canzonatoria («Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato?») e un’altra che suona come un epifaffio: «Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra non per dividerlo». Sottotesto: è Renzi che divide il campo, non altri.
A questo punto parte la contraerera e gli animi si scaldano. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria, di solito felpato e diplomatico, sibila in Transatlantico: «Franceschini dovrebbe mantenere la calma perché bisogna evitare esasperazioni che non servono». Il pasdaran renziano Ernesto Carbone ci va giù pesante: «Franceschini come sempre fiuta il vento. Speriamo per lui che il suo naso sia quello di una volta», twitta. Il senatore Marcucci quasi implora («basta sparare sul quartier generale») e Rosato è costretto a ribadire che la «leadership di Renzi non è in discussione». Ed è questo il punto. «Hanno aperto la caccia e Matteo è il bersaglio grosso. Vogliono impedire che sia lui il candidato premier del Pd alle prossime elezioni», scuotono la testa i fedelissimi.
Registrate le critiche di un (ex?) fedelissimo come il governatore emiliano Bonaccini («quando ti senti autosufficienti sfiori l’arroganza»), la fuga di centinaia di militanti passati armi e bagagli con Mdp a Lecce, pesano anche le parole che arrivano dalla minoranza interna, dure come lame affilate. Per Zingaretti, governatore del Lazio, «il Pd è isolato e fragile». Il ministro Orlando, a un’iniziativa di corrente, attacca duro Guerini («usi un linguaggio da bar»), ribadisce che sarà da Pisapia, che la sua area diventerà «una lobby per il centrosinistra» e mette in chiaro l’obiettivo finale dei nemici di Renzi: «Non può essere lui il candidato premier del centrosinistra».

RENZI prova a precisare meglio le sue intenzioni: «I discorsi sulle coalizioni sono artificiali, bisogna confrontarsi sui contenuti». E ancora: «I nostri militanti non meritano tutte queste polemiche interne». E nella Enews dice basta a una china che giudica pericolosa: «Chiedo una moratoria sulle coalizioni. Ho vinto le primarie. Non ci sto a tornare al passato, al tempo delle correnti e dei caminetti, del tutti contro tutti». Il timore principale di Renzi è di ritrovarsi con un centrosinistra che rassomigli a un’«Unione bis». Ma è proprio quello che sta accadendo.

NB: questo articolo è stato pubblicato il 28 giugno 2017 a pag. 4 del Quotidiano Nazionale

Maria Elena sola contro tutti. Scoppia il caso Boschi, Gentiloni le rinnova fiducia, Renzi tace e mezzo Pd vive l’imbarazzo

Ecco due articoli usciti su Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni sul caso Boschi.

Il ministro Boschi

L’ex ministro alle Riforme Maria Elena Boschi

  1. Scoppia il caso Boschi-De Bortoli x Unicredit: solo i renziani la difendono.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi si difende, in modo netto e diretto, con un post su Facebook. Il governo e il Pd le danno solidarietà, rapida e totale. Il “pieno sostegno” del premier Gentiloni, come del leader del Pd, Matteo Renzi, è assicurato, anche se in entrambi i casi in via informale, mentre alcuni ministri (Delrio su tutti) difendono la Boschi senza se e senza ma, ma mezzo governo (da Franceschini a Martina, da Orlando a Finocchiaro) tace. I 5Stelle, invece, ne chiedono le dimissioni e, in ogni caso, annunciano una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Altri partiti, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia, ma anche Articolo-Mdp e Sinistra italiana, si accodano nelle accuse e chiedono, alternativamente, le dimissioni sue e del governo. Forza Italia, forse non casualmente, tiene il profilo basso.

Tutto nasce da un estratto del libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere: s’intitola Poteri forti, lo pubblica La Nave di Teseo, ma nella lunga anticipazione che ne offriva, ieri, il giornale di via Solferino, del caso Boschi non si fa menzione. Sono due siti, prima Lettera 43, poi l’Huffington Post, a pubblicare l’estratto clou che sta a pagina 209: “Boschi non ebbe problemi nel 2015 a rivolgersi direttamente all’ad di Unicredit cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni, alla fine, lasciò perdere”. A sera, però, Unicredit fa sapere di “non aver subito pressioni per l’esame di dossier bancari, compreso quello di Etruria”.

Allora ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Renzi, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni, Boschi ha sempre negato di essersi interessata alle vicende patrimoniali della banca di cui il padre è stato vicepresidente. Al montare del caso, lo ribadisce con un secco post sulla sua pagina Facebook: “Vediamo di essere chiari: non ho mai fatto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, come ad altri, richieste di tale genere. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario. Sono stupita di questa ennesima campagna di fango e stavolta ho affidato la pratica ai legali per tutelare il mio nome e onore. Chi è in difficoltà per le falsità a Palermo o i rifiuti di Roma (i 5Stelle, ndr.) non pensi che basti attaccare su Arezzo”.

I 5Stelle, però, si scatenano. Il blog di Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista pubblicano post fotocopia: “E’ una bugiarda. Se non si dimetterà la costringeremo a venire in Aula con la mozione di sfiducia”, parlano di “azioni legali”. Matteo Salvini ne chiede le dimissioni (“Nell’affare banche c’è dentro fino al collo”) come pure Giorgia Meloni (Fd’It) e l’intero vertice di Mdp, da Speranza a Scotto a molti altri scissionisti.

Il Pd contrattacca, ovviamente, ma a farsi notare è solo l’area renziana. Il ministro Orlando resta del tutto silente, Emiliano pure, altre aree dem alleate di Renzi – da quella di Franceschini a Martina ai Giovani Turchi – assai fredde. Il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, parla di “attacco vergognoso e strumentale di M5S. Si occupino dei problemi della gente e non di fare gli aspiranti pm”. Lorenzo Guerini la ritiene “una strumentalizzazione per nascondere i guai di M5S” e i senatori dem renziani: Marcucci, Del Barba) pure. Il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, annuncia per oggi “un esposto denuncia contro M5S e Grillo” per le loro parole. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi si rifanno a quanto Maria Elena ha scritto nel post e le assicurano “pieno sostegno”, ma prese di posizione pubbliche, a partire da Renzi, a Milano con Obama, non ve ne sono.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 maggio a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.


2. Dubbi e imbarazzi su Maria Elena: Renzi teme contraccolpi nelle urne. La fedelissima isolata tra i dem. Gentiloni le rinnova la fiducia: “vai avanti”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Proprio ora che risaliamo nei sondaggi (Swg dà il Pd al 30,5%, recuperato tutto il calo post-scissione, e l’M5S al 27,5%, ndr), proprio ora che abbiamo lanciato l’offensiva alla Raggi sui rifiuti di Roma! Questa grana non ci voleva. Speriamo che il caso si sgonfi…”. E’ questo il massimo che si strappa, nel Transatlantico di Montecitorio, agli esponenti del Pd  sulla vicenda che vede sulla graticola il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Una difesa ‘timida’ che trasuda imbarazzo: in pochissimi, come il renzianissimo senatore Andrea Marcucci, tornano sul tema. Eppure, le rivelazioni dell’ex direttore del Corsera De Bortoli hanno scatenato un finimondo politico: i 5Stelle, Lega e Fd’It, ma pure Articolo 1-Mdp, sono sulle barricate: chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario da parte di Gentiloni o le sue dimissioni. Una mozione di censura, che già nel caso Lotti venne proposta e bocciata al Senato, verrà formalizzata dai 5Stelle, ma alla Camera dei Deputati, dove tutti, anche M5S, sa che i numeri per passare non ci sono, mentre la prima notizia di una mozione di sfiducia si risolve nell’ennesima ignoranza di diritto costituzionale dei 5Stelle ( le mozioni si possono presentare solo contro ministri).

Lei, per ora, si rifiuta di tornare sulla vicenda. Si limita a dire, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi che si tiene al mattino a palazzo Chigi sul dissesto idrogeologico, secca, “credo che la misura sia colma. Da qui in poi si occuperanno di questa questione i miei legali”. Poi palazzo Chigi diffonde una nota: Boschi “ha affidato agli avvocati Paola Severino e Vincenzo Zeno Zencovich (due principi del foro, la prima ex ministro, ndr) l’incarico di tutelarne, anche in sede giudiziale, il nome e la reputazione”. Chi lavora con il ministro fa notare che la nota è una ‘presa in carico’ ufficiale del governo. Insomma, il “pieno sostegno” di Gentiloni e Renzi, già diffuso ieri, sarebbe assicurato. Non a caso, sempre da palazzo Chigi, filtra che Gentiloni ha avuto un colloquio con il sottosegretario e l’ha incitata ad “andare avanti”. Anche Renzi – che oggi sarà al Nazareno per la prima riunione tra il Pd, i suoi gruppi parlamentari e il governo – fa filtrare, sia pure senza esporsi, che preferisce non parlare in pubblico per evitare di dar fuoco ancora di più alle polveri ad accuse che ritiene infondate. Resta anche forte il sospetto di Renzi e renziani che De Bortoli – da anni apertamente ‘in guerra’ con l’ex premier, accusato di “odore di massoneria”, e che non a caso il 20 aprile a Milano parteciperà, con Bersani, alla conferenza programmatica fondativa di Articolo 1-Mdp – ha dato voce al tentativo dei ‘poteri forti’ e ‘salotti buoni’ che vogliono impedire il ritorno di Renzi a palazzo Chigi.

Anche i ministri dell’attuale governo adottano questa linea, quella del silenzio operoso, “in attesa che il caso si sgonfi”, ma fa una certa impressione il silenzio di tutti i colleghi di ‘Maria Elena’, compresi quelli oggi finiti ai vertici del Pd, da Martina a Franceschini. A complicare le cose c’è la scarsa simpatia che la Boschi ha ispirato, sin dall’inizio, tra i suoi colleghi, già ai tempi di Renzi. E un dem vicino al governo nota perfidamente che “quando nacque il governo Gentiloni provammo in diversi a convincere Maria Elena a non volere né chiedere, a tutti i costi, un posto a Gentiloni, ma non ci fu niente da fare. Lei fu irremovibile, trattò in prima persona con Paolo, Renzi la sponsorizzò un po’, ma la decisione finale fu di Gentiloni”. Seguirono un furibondo scontro sulle deleghe tra lei e Lotti, promosso ministro allo Sport da sottosegretario che era, le nomine di chi – era l’accusa – “vuole accentrare tutto”, come quella del nuovo segretario generale di palazzo Chigi, il consigliere di Stato Paolo Aquilanti  che fu fondamentale nella redazione dell’Italicum, ma a cui ora il Consiglio di Stato chiede di rinunciare a uno dei due incarichi per la sua collocazione ‘fuori ruolo’ e il recente scontro con diversi ministri che fanno capo alla presidenza del Consiglio, quelli senza portafoglio, sul controllo dei loro atti. Controllo che la Boschi, proprio tramite Aquilanti, aveva chiesto e preteso con una circolare a tutti gli uffici, circolare che aveva fatto infuriare non poco diversi ministri. L’impressione che, davanti alle accuse di De Bortoli e 5Stelle, Boschi sia sola resta tutto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a p. 11 del Quotidiano Nazionale l’11 maggio 2017. 

 

 

Largo ai fedelissimi. Renzi rafforza il controllo sul partito: Assemblea, Direzione e Segreteria. Un’intervista a Ettore Rosato: il rapporto tra Pd e governo

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi prepara il suo discorso di investitura in vista dell’Assemblea nazionale di domenica prossima, il luogo che lo proclamerà, formalmente, nuovo segretario del Pd. Il Pd, per ora, non ha più una proposta ufficiale, sulla legge elettorale, anche se Renzi la promette “presto”, parlando ai suoi: vuol dire che domenica, in Assemblea, la specificherà. Intanto, mentre alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, il presidente, Andrea Mazziotti di Celso, ha chiesto una settimana in più per approntare il testo base che, entro il 29 maggio, deve arrivare in aula a causa della Babele di proposte dei vari partiti, informalmente il Pd prima ha parlato ai 5Stelle proponendo loro di accordarsi su un premio alla lista per chi arriva al 37% dei voti ma, da due giorni, anche a FI e Lega (ieri il ministro Lotti ne ha parlato fitto fitto col leghista Giorgetti). In questo caso la proposta è un sistema tedesco basato sul 50% di collegi e il 50% di liste corte bloccate, con una soglia di sbarramento unica al 5% che fa già imbufalire Ap.

Sui nuovi assetti del partito, invece, i giochi sono già fatti. Innanzitutto va detto che – grazie al lavoro certosino di Lorenzo Guerini, vicesegretario uscente con Deborah Serracchiani (al loro posto ci sarà un vicesegretario unico, carica che verrà affidata al ministro Maurizio Martina) – Renzi avrà un controllo ferreo in Assemblea e in Direzione. Sui mille delegati congressuali eletti contestualmente alle tre mozioni, Renzi ne ha, in totale, 707, Orlano 212, Emiliano 88 (più tre parlamentari). Sui 700 eletti della mozione Renzi-Martina, però, ben 489 sono renziani di stretta osservanza, 92 di Area dem (la corrente del ministro Franceschini), 65 fanno capo all’area di Martina e 70 sono Giovani Turchi. Per superare la soglia magica di 501 (50,1%) serve aggiungere il gruzzolo della stragrande maggioranza che i renziani doc godono tra i cento parlamentari che, insieme ai 20 segretari regionali (tutti renziani), ai ministri, altre personalità varie, vanno a integrare i membri dell’Assemblea (totale: 1100). E così, con 510/520 delegati Renzi, al netto di Franceschini, potrà contare su una maggioranza ‘bulgara’ e assai granitica.

In ogni caso, le due mozioni alternative, quella di Orlando e di Emiliano, rifiuteranno la gestione unitaria, mentre sono più possibiliste sull’offerta – se, però, mai vi sarà – di una gestione comune degli organi di garanzia (presidente e vicepresidenti d’assemblea, presidenti organi di garanzia). Per la carica di presidente, “Matteo ci sta pensando”, dicono i suoi. Probabilmente resterà Orfini, alleato di Renzi, un’ipotesi potrebbe essere di investire Guerini, ritenuto anche dagli avversari super partes, o la Pollastrini (Orlando) oppure una personalità come Nicola Zingaretti, governatore del Lazio che si è schierato con Orlando per il congresso, ma che va predicando il ritorno all’unità del partito. La nuova segreteria, che verrà formalizzata solo dopo la Direzione di settimana prossima, sarà la sagra del renzismo. Matteo Richetti farà le veci del coordinatore e portavoce, Ricci, Carbone, Ermini e Morani resteranno al loro posto, come pure, ovviamente, il tesoriere, Francesco Bonifazi mentre Michele Anzaldi sarà responsabile Comunicazione. Figure di esperienza (Nannicini e il viceministro Bellanova) affiancheranno giovani in ascesa come Ascani (ex lettiana), Gribaudo (area Orfini) e un ex Sel area Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia in grande ascesa nell’Olimpo renziano. Ci saranno dei giovani sindaci ‘pescati’ da Renzi nei territori (Ciro Bonajuto di Ercolano, Davide Galimberti di Varese, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria) mentre al delicato e cruciale settore dell’Organizzazione andrà il giovane (classe 1976) Andrea Rossi, emiliano e uomo di fiducia del governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini, oltre che ex sindaco di Casalgrande (vicino Reggio-Emilia).

NB: L’articolo è stato pubblicato a p 8-9 del Quotidiano Nazionale del 4 maggio 2017


ettore rosato

2. Intervista al capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato sul governo Gentiloni. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gentiloni è un dirigente del Pd, e questo è il governo del Pd”, dice il capogruppo alla Camera dem, Ettore Rosato, “ma il Pd deve essere di supporto, stimolo e confronto continuo rispetto all’azione del governo”. Infatti, i ‘paletti’ che Rosato pone non sono pochi e nessuno di poco conto.

Cosa chiedete al governo Gentiloni? Un cambio di passo?

“Serve continuità con quanto fatto negli anni del governo Renzi: bisogna andare avanti sul calo della pressione fiscale e sugli investimenti per creare nuova occupazione e aiutare il sociale. Politiche che hanno portato a risultati tutti positivi per il sostegno dell’occupazione e la crescita economica. Dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Confindustria dice: ‘Nella manovrina ci sono troppe tasse’.

“La manovrina farà il suo percorso parlamentare e la esamineremo con attenzione. Ritoccare le tasse su tabacchi e giochi non è un aumento della pressione fiscale, ma solo la rimodulazione della tassazione su due settori specifici”.

Il Pd promette che nella manovra d’autunno non ci saranno nuove tasse. Ma come farete a impedire l’aumento dell’Iva?

“Sono quattro anni che non aumentiamo la pressione fiscale. Possiamo e dobbiamo continuare su questa linea. Aumentare la pressione fiscale produce più danni dei benefici che porta. Padoan sa fare il suo mestiere bene. Troveremo con lui il giusto equilibrio anche questa volta”.

E’ pensabile fare una manovra economica senza sfondare i parametri UE?

“La UE non è il nostro maestro e anche noi come Italia ne facciamo parte. Interesse comune è definire misure che applichino le regole europee con l’elasticità consentita. Questo per sostenere la ripresa economica, creare investimenti, aumentare i posti di lavoro. In ogni caso, abbiamo scritto tutto nel Def e ci atterremo a quello”.

Cosa fare su Alitalia?

“Noi siamo convinti che vada salvata dal fallimento in tutti i modi senza risorse pubbliche a fondo perduto, ma investendo tutta la forza del governo in una trattativa che consenta all’Italia di non perdere un asset industriale importante e un pezzo di economia reale del Paese”.

Dopo le primarie, le elezioni sono più lontane o più vicine?

“Non farei più calendari delle elezioni. Occupiamoci delle tante questioni di merito, a partire dalla legge elettorale”.

A proposito, si farà mai una nuova legge elettorale?

“Noi abbiamo fatto una proposta chiara, il Mattarellum. Gli altri ne hanno fatte dieci diverse. Bisogna trovare una sintesi nella consapevolezza come giustamente ha chiesto il Presidente. Ma il Pd non è autosufficiente per approvarla. Serve trovare un accordo ampio alla Camera su un testo che poi regga anche alla prova del Senato”.

I 5Stelle hanno fatto la loro proposta. Come rispondete?

“I 5Stelle sono un interlocutore poco affidabile. Ogni loro dichiarazione sul punto viene smentita sei ore dopo. In ogni caso la valuteremo, come ogni altra proposta. E faccio notare che il modo migliore per far fallire una trattativa sulla legge elettorale è quella di annunciarla sui giornali…”.

Offrirete la gestione unitaria del Pd a Orlando e Emiliano?

“Il Pd è di tutti, Renzi lo ha detto più volte. Noi vogliamo far sentire tutti a casa loro e l’offerta vale per tutti”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata su Quotidiano Nazionale il 3 maggio 2017.