Maria Elena sola contro tutti. Scoppia il caso Boschi, Gentiloni le rinnova fiducia, Renzi tace e mezzo Pd vive l’imbarazzo

Ecco due articoli usciti su Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni sul caso Boschi.

Il ministro Boschi

L’ex ministro alle Riforme Maria Elena Boschi

  1. Scoppia il caso Boschi-De Bortoli x Unicredit: solo i renziani la difendono.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi si difende, in modo netto e diretto, con un post su Facebook. Il governo e il Pd le danno solidarietà, rapida e totale. Il “pieno sostegno” del premier Gentiloni, come del leader del Pd, Matteo Renzi, è assicurato, anche se in entrambi i casi in via informale, mentre alcuni ministri (Delrio su tutti) difendono la Boschi senza se e senza ma, ma mezzo governo (da Franceschini a Martina, da Orlando a Finocchiaro) tace. I 5Stelle, invece, ne chiedono le dimissioni e, in ogni caso, annunciano una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Altri partiti, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia, ma anche Articolo-Mdp e Sinistra italiana, si accodano nelle accuse e chiedono, alternativamente, le dimissioni sue e del governo. Forza Italia, forse non casualmente, tiene il profilo basso.

Tutto nasce da un estratto del libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere: s’intitola Poteri forti, lo pubblica La Nave di Teseo, ma nella lunga anticipazione che ne offriva, ieri, il giornale di via Solferino, del caso Boschi non si fa menzione. Sono due siti, prima Lettera 43, poi l’Huffington Post, a pubblicare l’estratto clou che sta a pagina 209: “Boschi non ebbe problemi nel 2015 a rivolgersi direttamente all’ad di Unicredit cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni, alla fine, lasciò perdere”. A sera, però, Unicredit fa sapere di “non aver subito pressioni per l’esame di dossier bancari, compreso quello di Etruria”.

Allora ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Renzi, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni, Boschi ha sempre negato di essersi interessata alle vicende patrimoniali della banca di cui il padre è stato vicepresidente. Al montare del caso, lo ribadisce con un secco post sulla sua pagina Facebook: “Vediamo di essere chiari: non ho mai fatto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, come ad altri, richieste di tale genere. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario. Sono stupita di questa ennesima campagna di fango e stavolta ho affidato la pratica ai legali per tutelare il mio nome e onore. Chi è in difficoltà per le falsità a Palermo o i rifiuti di Roma (i 5Stelle, ndr.) non pensi che basti attaccare su Arezzo”.

I 5Stelle, però, si scatenano. Il blog di Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista pubblicano post fotocopia: “E’ una bugiarda. Se non si dimetterà la costringeremo a venire in Aula con la mozione di sfiducia”, parlano di “azioni legali”. Matteo Salvini ne chiede le dimissioni (“Nell’affare banche c’è dentro fino al collo”) come pure Giorgia Meloni (Fd’It) e l’intero vertice di Mdp, da Speranza a Scotto a molti altri scissionisti.

Il Pd contrattacca, ovviamente, ma a farsi notare è solo l’area renziana. Il ministro Orlando resta del tutto silente, Emiliano pure, altre aree dem alleate di Renzi – da quella di Franceschini a Martina ai Giovani Turchi – assai fredde. Il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, parla di “attacco vergognoso e strumentale di M5S. Si occupino dei problemi della gente e non di fare gli aspiranti pm”. Lorenzo Guerini la ritiene “una strumentalizzazione per nascondere i guai di M5S” e i senatori dem renziani: Marcucci, Del Barba) pure. Il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, annuncia per oggi “un esposto denuncia contro M5S e Grillo” per le loro parole. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi si rifanno a quanto Maria Elena ha scritto nel post e le assicurano “pieno sostegno”, ma prese di posizione pubbliche, a partire da Renzi, a Milano con Obama, non ve ne sono.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 maggio a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.


2. Dubbi e imbarazzi su Maria Elena: Renzi teme contraccolpi nelle urne. La fedelissima isolata tra i dem. Gentiloni le rinnova la fiducia: “vai avanti”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Proprio ora che risaliamo nei sondaggi (Swg dà il Pd al 30,5%, recuperato tutto il calo post-scissione, e l’M5S al 27,5%, ndr), proprio ora che abbiamo lanciato l’offensiva alla Raggi sui rifiuti di Roma! Questa grana non ci voleva. Speriamo che il caso si sgonfi…”. E’ questo il massimo che si strappa, nel Transatlantico di Montecitorio, agli esponenti del Pd  sulla vicenda che vede sulla graticola il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Una difesa ‘timida’ che trasuda imbarazzo: in pochissimi, come il renzianissimo senatore Andrea Marcucci, tornano sul tema. Eppure, le rivelazioni dell’ex direttore del Corsera De Bortoli hanno scatenato un finimondo politico: i 5Stelle, Lega e Fd’It, ma pure Articolo 1-Mdp, sono sulle barricate: chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario da parte di Gentiloni o le sue dimissioni. Una mozione di censura, che già nel caso Lotti venne proposta e bocciata al Senato, verrà formalizzata dai 5Stelle, ma alla Camera dei Deputati, dove tutti, anche M5S, sa che i numeri per passare non ci sono, mentre la prima notizia di una mozione di sfiducia si risolve nell’ennesima ignoranza di diritto costituzionale dei 5Stelle ( le mozioni si possono presentare solo contro ministri).

Lei, per ora, si rifiuta di tornare sulla vicenda. Si limita a dire, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi che si tiene al mattino a palazzo Chigi sul dissesto idrogeologico, secca, “credo che la misura sia colma. Da qui in poi si occuperanno di questa questione i miei legali”. Poi palazzo Chigi diffonde una nota: Boschi “ha affidato agli avvocati Paola Severino e Vincenzo Zeno Zencovich (due principi del foro, la prima ex ministro, ndr) l’incarico di tutelarne, anche in sede giudiziale, il nome e la reputazione”. Chi lavora con il ministro fa notare che la nota è una ‘presa in carico’ ufficiale del governo. Insomma, il “pieno sostegno” di Gentiloni e Renzi, già diffuso ieri, sarebbe assicurato. Non a caso, sempre da palazzo Chigi, filtra che Gentiloni ha avuto un colloquio con il sottosegretario e l’ha incitata ad “andare avanti”. Anche Renzi – che oggi sarà al Nazareno per la prima riunione tra il Pd, i suoi gruppi parlamentari e il governo – fa filtrare, sia pure senza esporsi, che preferisce non parlare in pubblico per evitare di dar fuoco ancora di più alle polveri ad accuse che ritiene infondate. Resta anche forte il sospetto di Renzi e renziani che De Bortoli – da anni apertamente ‘in guerra’ con l’ex premier, accusato di “odore di massoneria”, e che non a caso il 20 aprile a Milano parteciperà, con Bersani, alla conferenza programmatica fondativa di Articolo 1-Mdp – ha dato voce al tentativo dei ‘poteri forti’ e ‘salotti buoni’ che vogliono impedire il ritorno di Renzi a palazzo Chigi.

Anche i ministri dell’attuale governo adottano questa linea, quella del silenzio operoso, “in attesa che il caso si sgonfi”, ma fa una certa impressione il silenzio di tutti i colleghi di ‘Maria Elena’, compresi quelli oggi finiti ai vertici del Pd, da Martina a Franceschini. A complicare le cose c’è la scarsa simpatia che la Boschi ha ispirato, sin dall’inizio, tra i suoi colleghi, già ai tempi di Renzi. E un dem vicino al governo nota perfidamente che “quando nacque il governo Gentiloni provammo in diversi a convincere Maria Elena a non volere né chiedere, a tutti i costi, un posto a Gentiloni, ma non ci fu niente da fare. Lei fu irremovibile, trattò in prima persona con Paolo, Renzi la sponsorizzò un po’, ma la decisione finale fu di Gentiloni”. Seguirono un furibondo scontro sulle deleghe tra lei e Lotti, promosso ministro allo Sport da sottosegretario che era, le nomine di chi – era l’accusa – “vuole accentrare tutto”, come quella del nuovo segretario generale di palazzo Chigi, il consigliere di Stato Paolo Aquilanti  che fu fondamentale nella redazione dell’Italicum, ma a cui ora il Consiglio di Stato chiede di rinunciare a uno dei due incarichi per la sua collocazione ‘fuori ruolo’ e il recente scontro con diversi ministri che fanno capo alla presidenza del Consiglio, quelli senza portafoglio, sul controllo dei loro atti. Controllo che la Boschi, proprio tramite Aquilanti, aveva chiesto e preteso con una circolare a tutti gli uffici, circolare che aveva fatto infuriare non poco diversi ministri. L’impressione che, davanti alle accuse di De Bortoli e 5Stelle, Boschi sia sola resta tutto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a p. 11 del Quotidiano Nazionale l’11 maggio 2017. 

 

 

Largo ai fedelissimi. Renzi rafforza il controllo sul partito: Assemblea, Direzione e Segreteria. Un’intervista a Ettore Rosato: il rapporto tra Pd e governo

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi prepara il suo discorso di investitura in vista dell’Assemblea nazionale di domenica prossima, il luogo che lo proclamerà, formalmente, nuovo segretario del Pd. Il Pd, per ora, non ha più una proposta ufficiale, sulla legge elettorale, anche se Renzi la promette “presto”, parlando ai suoi: vuol dire che domenica, in Assemblea, la specificherà. Intanto, mentre alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, il presidente, Andrea Mazziotti di Celso, ha chiesto una settimana in più per approntare il testo base che, entro il 29 maggio, deve arrivare in aula a causa della Babele di proposte dei vari partiti, informalmente il Pd prima ha parlato ai 5Stelle proponendo loro di accordarsi su un premio alla lista per chi arriva al 37% dei voti ma, da due giorni, anche a FI e Lega (ieri il ministro Lotti ne ha parlato fitto fitto col leghista Giorgetti). In questo caso la proposta è un sistema tedesco basato sul 50% di collegi e il 50% di liste corte bloccate, con una soglia di sbarramento unica al 5% che fa già imbufalire Ap.

Sui nuovi assetti del partito, invece, i giochi sono già fatti. Innanzitutto va detto che – grazie al lavoro certosino di Lorenzo Guerini, vicesegretario uscente con Deborah Serracchiani (al loro posto ci sarà un vicesegretario unico, carica che verrà affidata al ministro Maurizio Martina) – Renzi avrà un controllo ferreo in Assemblea e in Direzione. Sui mille delegati congressuali eletti contestualmente alle tre mozioni, Renzi ne ha, in totale, 707, Orlano 212, Emiliano 88 (più tre parlamentari). Sui 700 eletti della mozione Renzi-Martina, però, ben 489 sono renziani di stretta osservanza, 92 di Area dem (la corrente del ministro Franceschini), 65 fanno capo all’area di Martina e 70 sono Giovani Turchi. Per superare la soglia magica di 501 (50,1%) serve aggiungere il gruzzolo della stragrande maggioranza che i renziani doc godono tra i cento parlamentari che, insieme ai 20 segretari regionali (tutti renziani), ai ministri, altre personalità varie, vanno a integrare i membri dell’Assemblea (totale: 1100). E così, con 510/520 delegati Renzi, al netto di Franceschini, potrà contare su una maggioranza ‘bulgara’ e assai granitica.

In ogni caso, le due mozioni alternative, quella di Orlando e di Emiliano, rifiuteranno la gestione unitaria, mentre sono più possibiliste sull’offerta – se, però, mai vi sarà – di una gestione comune degli organi di garanzia (presidente e vicepresidenti d’assemblea, presidenti organi di garanzia). Per la carica di presidente, “Matteo ci sta pensando”, dicono i suoi. Probabilmente resterà Orfini, alleato di Renzi, un’ipotesi potrebbe essere di investire Guerini, ritenuto anche dagli avversari super partes, o la Pollastrini (Orlando) oppure una personalità come Nicola Zingaretti, governatore del Lazio che si è schierato con Orlando per il congresso, ma che va predicando il ritorno all’unità del partito. La nuova segreteria, che verrà formalizzata solo dopo la Direzione di settimana prossima, sarà la sagra del renzismo. Matteo Richetti farà le veci del coordinatore e portavoce, Ricci, Carbone, Ermini e Morani resteranno al loro posto, come pure, ovviamente, il tesoriere, Francesco Bonifazi mentre Michele Anzaldi sarà responsabile Comunicazione. Figure di esperienza (Nannicini e il viceministro Bellanova) affiancheranno giovani in ascesa come Ascani (ex lettiana), Gribaudo (area Orfini) e un ex Sel area Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia in grande ascesa nell’Olimpo renziano. Ci saranno dei giovani sindaci ‘pescati’ da Renzi nei territori (Ciro Bonajuto di Ercolano, Davide Galimberti di Varese, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria) mentre al delicato e cruciale settore dell’Organizzazione andrà il giovane (classe 1976) Andrea Rossi, emiliano e uomo di fiducia del governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini, oltre che ex sindaco di Casalgrande (vicino Reggio-Emilia).

NB: L’articolo è stato pubblicato a p 8-9 del Quotidiano Nazionale del 4 maggio 2017


ettore rosato

2. Intervista al capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato sul governo Gentiloni. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gentiloni è un dirigente del Pd, e questo è il governo del Pd”, dice il capogruppo alla Camera dem, Ettore Rosato, “ma il Pd deve essere di supporto, stimolo e confronto continuo rispetto all’azione del governo”. Infatti, i ‘paletti’ che Rosato pone non sono pochi e nessuno di poco conto.

Cosa chiedete al governo Gentiloni? Un cambio di passo?

“Serve continuità con quanto fatto negli anni del governo Renzi: bisogna andare avanti sul calo della pressione fiscale e sugli investimenti per creare nuova occupazione e aiutare il sociale. Politiche che hanno portato a risultati tutti positivi per il sostegno dell’occupazione e la crescita economica. Dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Confindustria dice: ‘Nella manovrina ci sono troppe tasse’.

“La manovrina farà il suo percorso parlamentare e la esamineremo con attenzione. Ritoccare le tasse su tabacchi e giochi non è un aumento della pressione fiscale, ma solo la rimodulazione della tassazione su due settori specifici”.

Il Pd promette che nella manovra d’autunno non ci saranno nuove tasse. Ma come farete a impedire l’aumento dell’Iva?

“Sono quattro anni che non aumentiamo la pressione fiscale. Possiamo e dobbiamo continuare su questa linea. Aumentare la pressione fiscale produce più danni dei benefici che porta. Padoan sa fare il suo mestiere bene. Troveremo con lui il giusto equilibrio anche questa volta”.

E’ pensabile fare una manovra economica senza sfondare i parametri UE?

“La UE non è il nostro maestro e anche noi come Italia ne facciamo parte. Interesse comune è definire misure che applichino le regole europee con l’elasticità consentita. Questo per sostenere la ripresa economica, creare investimenti, aumentare i posti di lavoro. In ogni caso, abbiamo scritto tutto nel Def e ci atterremo a quello”.

Cosa fare su Alitalia?

“Noi siamo convinti che vada salvata dal fallimento in tutti i modi senza risorse pubbliche a fondo perduto, ma investendo tutta la forza del governo in una trattativa che consenta all’Italia di non perdere un asset industriale importante e un pezzo di economia reale del Paese”.

Dopo le primarie, le elezioni sono più lontane o più vicine?

“Non farei più calendari delle elezioni. Occupiamoci delle tante questioni di merito, a partire dalla legge elettorale”.

A proposito, si farà mai una nuova legge elettorale?

“Noi abbiamo fatto una proposta chiara, il Mattarellum. Gli altri ne hanno fatte dieci diverse. Bisogna trovare una sintesi nella consapevolezza come giustamente ha chiesto il Presidente. Ma il Pd non è autosufficiente per approvarla. Serve trovare un accordo ampio alla Camera su un testo che poi regga anche alla prova del Senato”.

I 5Stelle hanno fatto la loro proposta. Come rispondete?

“I 5Stelle sono un interlocutore poco affidabile. Ogni loro dichiarazione sul punto viene smentita sei ore dopo. In ogni caso la valuteremo, come ogni altra proposta. E faccio notare che il modo migliore per far fallire una trattativa sulla legge elettorale è quella di annunciarla sui giornali…”.

Offrirete la gestione unitaria del Pd a Orlando e Emiliano?

“Il Pd è di tutti, Renzi lo ha detto più volte. Noi vogliamo far sentire tutti a casa loro e l’offerta vale per tutti”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata su Quotidiano Nazionale il 3 maggio 2017.

Speciale primarie. Quando sono nate, la loro storia travagliate, regole e numeri. Più tre scenari possibili sui tre sfidanti

  1. La storia delle primarie dalla nascita (2005) con Prodi a tutte quelle del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Oggi si terranno, per la quarta volta, le primarie del Pd mentre per due volte le primarie furono di coalizione. La polemica più forte, data per scontata la rielezione di Renzi, riguarda l’affluenza. Per Renzi “un milione è già una festa” mentre per i suoi avversari, Orlando ed Emiliano, “sotto i due milioni di votanti” le primarie saranno un flop.

Ma come si faceva quando le primarie non esistevano? I partiti avevano dei segretari forti e il partito più forte, il Pci-Pds-Ds, decideva chi doveva fare il candidato premier. Dopo la fallimentare esperienza del Polo Progressista del 1994 che non prevedeva l’indicazione di un vero capo coalizione (Occhetto, segretario del Pds, non lo era), D’Alema, allora segretario del Pds, disse a Romano Prodi, quando nacque il primo Ulivo (1995), poi al governo (1996-’98) , “il nostro partito ti conferisce la sua forza”. Insomma, il re investiva l’imperatore, ma a comandare restavano i vari ‘re’ e l’imperatore era solo un primum inter pares. La scelta di voler introdurre le primarie ricade, perciò, tutta su Romano Prodi. Il Professore, richiamato in Italia per guidare di nuovo il centro-sinistra, dopo l’esperienza del primo Ulivo (1996-’98), voleva una piena consacrazione popolare che lo liberasse dal giogo dei partiti. Il Professore in seconda, Arturo Parisi, ideologo dell’Ulivo, studiò forma e struttura delle primarie, sulla base dell’esperienza Usa.

Si tennero il 16 ottobre 2005, le prime primarie, e furono primarie di coalizione. Furono 4 milioni i votanti (4.311.000 per la precisione) e Prodi vinse a mani basse con 3.182.000 voti (74,1%), secondo Bertinotti (Prc), terzo Mastella (Udeur). Ma la coalizione dell’Unione che si era coagulata proprio attorno a Prodi, dopo aver vinto, di poco, le Politiche del 2006, nel 2008 era già caduta e Prodi con essa. Nel frattempo, era nato il Pd, fusione di Ds e Margherita. Walter Veltroni volle legittimarsi a sua volta con il bagno di popolo. Il 14 ottobre 2007 ecco le prime primarie di partito. Votarono i 3 554 169 elettori, ma non ci fu partita: Veltroni trionfò con 2.694.000 voti (75%) seguito, a larga distanza, da Rosy Bindi ed Enrico Letta. Solo che Veltroni, dopo aver perso le elezioni politiche del 2008, contro il sempieterno Berlusconi, si dimise nel 2009 (per aver perso le elezioni in… Sardegna) e nel Pd iniziò un lungo periodo di ‘torbidi’. Dopo una breve reggenza affidata al vicesegretario Dario Franceschini, il 25 ottobre 2009 si tennero nuove primarie sempre di partito. Sempre tanti gli elettori (3.102.709), sempre tre i candidati: Pier Luigi Bersani, alfiere della ex-Ditta, che però D’Alema non voleva si candidasse, vinse con 1.623.239 voti (53%), seguito da Franceschini (34%) e Ignazio Marino (12%).

La presa di Bersani sul partito sembrava di ferro, ma nel frattempo il governo Berlusconi era caduto (2011), il governo Monti ‘lacrime e sangue’, nato per volontà di Napolitano, era appoggiato dal Pd che si logorò con esso. Nel frattempo, era nata la stella di Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, che lanciò a Bersani il guanto di sfida. Bersani, con un atto non dovuto (per Statuto la carica di segretario e candidato premier coincidono), accettò di svolgere nuove primarie, stavolta di coalizione, in vista delle Politiche del 2013. I turni, per la prima volta, furono due. Il primo si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Seguivano Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), Laura Puppato (Pd, 2,6%) e Bruno Tabacci (Centro democratico, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono ben 2.802.382 elettori. Dopo settimane di polemiche al calor bianco, Vinse Bersani con 1.706.457 voti (69,1%) contro i 1.095.925 voti (39%) di Renzi, che riconobbe la sconfitta e appoggiò Bersani che formò, in vista delle Politiche del 2013, la coalizione ‘Italia Bene Comune’ (Pd-Sel-Cd).

Ma quella di Bersani fu una vittoria ‘di Pirro’ cui seguì, a febbraio 2013, la ‘non vittoria’ alle Politiche, la mancata elezione Prodi (il ‘complotto dei 101’) a Capo dello Stato, la rielezione di Napolitano e la nascita di un nuovo governo di larghe intese, stavolta guidato da Enrico Letta. Le dimissioni di Bersani e la breve reggenza affidata a Guglielmo Epifani furono il preludio alle nuove primarie dell’8 dicembre 2013. Parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che stavolta stravinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti) contro Gianni Cuperlo (18%) e Pippo Civati (14,2%). Con Renzi nuovo segretario del Pd, l’esperienza del governo Letta finì subito, a febbraio 2014. Il governo Renzi durò due anni, fino a quando Renzi volle e perse (male) il referendum costituzionale del 4 dicembre. Il giorno dopo Renzi si dimise e nacque il governo Gentiloni. Il Pd – dopo una lunga discussione al suo interno – diede il via a nuove primarie, ma nel frattempo subì anche una dolorosa scissione, quella di Art. 1 – Mdp. Oggi si saprà chi sarà il nuovo leader del Pd nonché il candidato premier alle Politiche.
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2. Tante elezioni primarie e in diversi partiti, mai nessuna legge per regolarle. 

Le primarie, in Italia, non sono regolamentate per legge, ma in Toscana e in Calabria sono stati fatte due leggi regionali per indirle. Le primarie sono state di due tipi, di partito e di coalizione, e si sono sempre effettuate nel campo di Pd e centrosinistra, che le ha organizzate due volte (2005 e 2012) per scegliere il leader della sua coalizione, tre volte (2007, 2009, 2013) per scegliere il segretario del Pd e più volte per determinare il candidato a presidente di Regione, sindaco o altri ruoli (i casi più eclatanti, discussi e problematici sono state, per ben due volte, le primarie per scegliere il candidato sindaco a Napoli, con tanto di annullamento in un caso – 2011 – e forti polemiche nel 2016), ma anche le primarie a Genova e a Roma, sono state investite da polemiche, sospetti, accuse di brogli di ogni tipo). Forza Italia aveva elaborato un regolamento per le primarie (estensore Laura Ravetto), ma non lo ha mai messo in atto. La Lega – che ha tenuto primarie riservate solo ai propri iscritti nel 2013 per scegliere il proprio segretario federale – e Fd’It chiedono da tempo di fare le primarie per scegliere il candidato del centrodestra, ma Forza Italia si oppone. L’M5S tiene le sue elezioni (quirinarie, parlamentarie, etc.) via web filtrando gli iscritti e aderenti con pre-registrazioni.


3. Numeri, cifre e date delle primarie dal 2005 a oggi. 

La prima volta le primarie si fecero per scegliere la guida dell’Unione alle Politiche del 2006. Si votò il 16 ottobre 2005: 4.311.000 furono gli elettori in 9.816 seggi. Sette i candidati: Romano Prodi (Ulivo), Fausto Bertinotti (Prc), Antonio Di Pietro (Idv), Clemente Mastella (Udeur), Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) e due indipendenti (Simona Panzino, area no-global, e Ivan Scalfarotto). Prodi vinse con 3.182.000 voti (74,1%), seguito a larga distanza da Bertinotti (14,7%), Mastella (4,6%), Di Pietro (3,3%).

Nel 2007, il 14 ottobre, le prime primarie del Pd videro votare 3 554 169 elettori in 11.204 seggi. Quattro i candidati: Walter Veltroni, Rosy Bindi, Enrico Letta e Pier Giorgio Gawronski. Veltroni con 2.694.721 voti (75,8%), seguito da Bindi (12,9%) e Letta (11,1%), divenne segretario del Pd.

Nel 2009, il 25 ottobre, dopo le dimissioni di Veltroni e la segreteria Franceschini, nuove primarie per il Pd: 3.102.709 gli elettori e solo tre i candidati. Pier Luigi Bersani le vinse con 1.623.239 voti (53,23%), seguito da Franceschini (1.045.123 voti pari al 34,27%) e Ignazio Marino (12,5%).

Nel 2012 nuove primarie di coalizione. Si trattava di votare il candidato premier della coalizione “Italia Bene Comune” in vista delle Politiche del 2013. Il primo turno si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani, allora segretario del Pd, arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, sindaco di Firenze, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Poi, a seguire, Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), e Laura Puppato (2,6%) e Bruno Tabacci (Centristi, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono 2.802.382 elettori. Bersani vinse con 1.706.457 voti (69,1%) contro Renzi che prese 1.095.925 voti (39%).

Nel 2013 nuove primarie per eleggere il segretario del Pd dopo le dimissioni di Bersani e la breve segreteria Epifani. Si votò il’8 dicembre 2013: parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che le vinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti), seguito da Gianni Cuperlo (18,21%, 510.970 voti) e Pippo Civati (14,24% pari a 399.473 voti).


4. Il complicato e farraginoso regolamento del Pd che regola le elezioni primarie. 

Alle primarie del Pd possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 16 anni e gli extracomunitari residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno. Basta registrarsi, pagare due euro, sottoscrivere una ‘Carta degli Intenti’ e presentarsi ai seggi con un documento d’identità e la tessera elettorale. Lo Statuto del Pd – scritto da due costituzionalisti di area, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti – prevede due passaggi. Nel primo votano solo gli iscritti al partito entro una certa data prestabilita (stavolta bisognava essere tra gli iscritti 2016 prorogati fino al 28 febbraio 2017). Il voto tra gli iscritti è solo indicativo ed esclude solo l’eventuale candidato che resta sotto il 5% dei voti a livello nazionale. Nelle primarie ‘aperte’ votano, appunti, iscritti ed elettori. Ma se nessuno dei candidati ammessi alle primarie ‘aperte’ raggiunge il 50,1% dei voti, sovrana diventa l’Assemblea nazionale. Si tratta del massimo organo elettivo del Pd. Composta da mille membri, che vengono eletti in liste bloccate con metodo proporzionale collegate ai candidati, sono loro, i delegati dell’Assemblea, a proclamare eletto il segretario che ha preso il 50,1% dei voti alle primarie, o a scegliere, con un ballottaggio dove vince chi ha più voti, uno dei due candidati meglio piazzati alle primarie aperte.


5. La Storia non si fa con i ‘se’ ma… Tre scenari un po’ fantascientifici e un po’ no.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se Napoleone avesse vinto a Waterloo” è il titolo di un famoso libro dell’Ottocento. E’ diventata una disciplina, la storia ‘contro-fattuale’: serve a immaginare cosa sarebbe successo ‘se’ la Storia non fosse andata come è andata. Sconfina, persino e ovviamente, nella fantascienza. E dunque, cosa succederebbe, da qui al 2018, se alle primarie vincesse Renzi o Orlando o Emiliano? Ecco tre scenari possibili, forse plausibili, forse inventati….

“Se” vince Emiliano. Una marea di persone, quasi 4 milioni, va a votare. Come già successo al referendum del 4 dicembre, la voglia di mandare a casa Renzi rovescia ogni previsione. Emiliano vince e apre immediatamente un tavolo con i 5 Stelle per cambiare la legge elettorale, poi toglie l’appoggio al governo Gentiloni che cade. Si va a elezioni anticipate. Renzi lascia il Pd e fonda un nuovo movimento, “In cammino”, sulla scia del vittorioso Macron in Francia. Il Pd, che ha perso Renzi e i renziani, dà vita a un ‘listone’ che abbraccia tutta la sinistra, da D’Alema a De Magistris. I 5Stelle vincono le elezioni, il Pd arriva secondo. Emiliano apre la trattativa per un governo di ‘salvezza nazionale’. Di Maio fa il premier, Emiliano il vicepremier, il governo indice due referendum: uno per uscire dall’Europa e dall’Euro (Italexit) e uno per uscire dalla Nato. Vincono i Sì. Scontri, proteste e incidenti. L’instabilità regna sovrana.

“Se” vince Orlando. Orlando, inaspettatamente, prende il 35% dei consensi, Emiliano il 15%, Renzi solo il 48%, restando sotto il 50%. E’ necessario un voto di ballottaggio in seno all’Assemblea nazionale, il 7 maggio. Dopo notti di febbrili trattative, Emiliano riversa i suoi voti su Orlando e Franceschini rompe con Renzi. Orlando diventa segretario. Renzi resta all’opposizione. Orlando garantisce il sostegno al governo Gentiloni fino a fine legislatura. Intanto, il Pd scrive una nuova legge elettorale con FI e i centristi che introduce il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse. Orlando crea una coalizione con Mdp (Bersani e D’Alema), Pisapia, i centristi e gli ulivisti democratici, ma cede lo scettro del capo coalizione a Romano Prodi, che decide di ricandidarsi alla guida del ‘Nuovo Ulivo’. Alle elezioni (maggio 2018) si presenta anche Renzi, uscito dal Pd. Il centrosinistra unito supera i 5Stelle, ma le elezioni le vince il centrodestra. Berlusconi, riabilitato dalla sentenza di Strasburgo, viene incaricato di fare il presidente del Consiglio, Salvini va agli Esteri, Meloni alla Sanità. Il centrodestra propone un referendum per uscire dall’Euro. Si torna alla lira. Al Pd tocca una lunga fase di opposizione.

“Se” vince Renzi. L’ex premier ottiene il 67% dei consensi e, appena torna segretario, inizia a terremotare il governo. A settembre Gentiloni, sfibrato, lascia e si va alle urne. M5S arriva primo, FI corre da sola, rompendo con Lega e Fd’It che danno vita a un polo ‘sovranista’. Il Pd arriva secondo, ma indebolito da un ‘listone’ di centrosinistra che comprende Bersani, D’Alema, Pisapia, Prodi, Letta e altri. Nasce un governo di unità nazionale Pd-FI presieduto da Dario Franceschini, Berlusconi piazza i suoi uomini forti al governo, Renzi si deve accontentare: ministro degli Esteri.

NB: Tutti gli articoli sono stati pubblicati nelle due pagine di Speciale Primarie uscite su Quotidiano Nazionale il 20 aprile 2017. 

Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Che barba, che noia. Una prima analisi del congresso del Pd tra mancate risposte, scontro tra i candidanti, calo di partecipazione e calo di attenzione

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gratta gratta, sotto ogni russo c’è un tartaro” – (dal libro “Il grande Gioco”)

  1. Il congresso del Pd. ‘Che barba, che noia’…

Il congresso del Pd ha preso una piega assai noiosa. Sì, certo: Matteo Renzi tuona contro l’austerity dell’Unione Europea e i vincoli di bilancio che la Ue impone all’Italia. Sì, certo: Andrea Orlando chiede la distinzione tra i ruoli di segretario del Pd e candidato premier (oggi coincidenti, per Statuto: lo sono da quando nacque il Pd, nel lontano 2007).  Sì, certo: Michele Emiliano si strappa le vesti perché i suoi pugliesi devono accettare il gasdotto Tap nel loro Salento e tuona contro il partito “in mano ai banchieri e ai petrolieri”.

La verità, tuttavia, è che nessuno dei tre contendenti in gara ha una compiuta idea di Paese o nella migliore delle ipotesi non riesce a comunicarla agli iscritti e agli elettori del Pd. Poi, per carità, Renzi ha messo in campo il Lingotto e lì qualche idea di programma si è vista e si è ascoltata, tra una canzone di Claudio Baglioni (sic), una di Ermal Meta (sic) e un palco verde con il trolley del presunto giro per l’Italia che Renzi dovrebbe fare, ma che – tranne qualche tappa – ad oggi neppure è iniziato. Poi, per carità, Orlando terrà la sua conferenza programmatica l’8 aprile in quel di Napoli e lì, si spera, qualche scelta e investimento programmatico sarà fatto, vagliato, proposto, raccontato e, ovvio, lanciato. Poi, per carità, Emiliano schizza da una parte all’altra della Penisola, causa i suoi scarsi – scarsissimi – voti racimolati finora tra gli iscritti e parla, parla, e tuona, tuona, su tutto.

  1. Risposte e proposte sui programmi? Non pervenute.

Però, insomma, l’impressione rimane. Cosa pensano i tre candidati al congresso del principale partito del Paese (al netto dei sondaggi, che vedono in testa i Cinque Stelle, e al netto della possibilità che il centrodestra si unisca davvero, tale è il Pd sia per voti assoluti presi alle Politiche del 2013 – guida Bersani – sia per i voti presi alle Europee 2014 – guida Renzi) dell’immigrazione e dei decreti sulla sicurezza di Minniti? Come pensano di rivitalizzare l’economia? Cosa credono che serva per avere altri – e nuovi e forti – margini di flessibilità nella trattativa con Bruxelles? Come vedono il reddito di cittadinanza avanzato dai grillini e, in parte, rilanciato persino da Silvio Berlusconi? Come – loro – imposterebbero il rapporto con gli Usa di Trump, con la Russia di Putin, con il Medio Oriente o la Libia o l’Africa, se diventassero candidati premier? Cosa intendono fare, visto che molto se ne discute, in merito alla nuova legge elettorale che il Parlamento non affronta, rinviandone la discussione di mese in mese, ma che la Corte costituzionale ci ha chiesto di affrontare e il Capo dello Stato chiede – pur se nel suo, ormai abitudinario, silenzio operoso – di varare?

  1. Le ‘baruffe chiozzotte’ sul calo dei votanti e gli iscritti.

Non si sa. Per ora, le discussioni tra i tre contendenti e i colonnelli dei tre campioni si limitano a baruffe chiozziotte – come direbbe Goldoni – sulla partecipazione al voto, il calo degli iscritti, i voti presi. Renzi e i renziani sono molti contenti dell’affluenza degli iscritti al voto e, ovviamente, dei risultati chi gli arridono. Eppure, anche se la mozione Renzi viaggia sul 70% circa dei voti tra gli iscritti e la partecipazione è quasi al 60%, va tenuto conto del fatto che, alle primarie del 2013, quelle in cui Renzi sconfisse Cuperlo e Civati (poi uscito dal Pd), votarono circa 290 mila iscritti e poi, alle primarie nei gazebo, andarono circa 2 milioni e 800 mila persone. Ora, dato che i circoli del Pd sono 6300 e gli iscritti 420 mila (405 mila in realtà cui però vanno aggiunti 15 mila GD, i Giovani democratici), al ritmo attuale dovrebbero votare – proiettando i dati della prima settimana di votazioni, sempre e solo nei circoli – circa 186 mila iscritti su 420 mila, il che vuol dire almeno 100 mila elettori in meno rispetto al 2013.

Certo, la caduta degli iscritti al Pd è stata fermata, arginata: erano 379 mila nel 2014, 396 mila nel 2015, sono 405 mila oggi (merito del gran lavoro fatto dal vicesegretario dem, Lorenzo Guerini), ma il calo della partecipazione c’è e si sente. In circoli dem di Genova hanno votato in 7 (sette), nei circoli ‘operai’ di Piombino, Itachi e Mitsubishi della Toscana ha vinto Renzi, ma gli operai erano davvero pochi. E, in Emilia-Romagna, la (ex) mitica ‘Emilia rossa’ del Pci – scrive il 28 marzo Huffington Post – “gli iscritti nel 2013 erano più di 80mila e l’affluenza al congresso fu del 34%, che corrisponde in termini assoluti a 27mila votanti. Ora gli iscritti sono 47mila. Il 50% di partecipazione equivale all’80% dei votanti dell’altra volta”, un calo assai drastico. Il comitato emiliano di Orlando dichiara all’Ansa: “Nei 170 circoli scrutinati hanno partecipato al voto 1.852 iscritti in meno rispetto al 2013 e negli stessi 170 circoli dove si è votato gli iscritti sono passati da 20.252 a 12.856”. Ora, va fatto notare, en passant, che a Orlando e ai suoi la polemica sul calo degli iscritti non conviene affatto. Difficile, infatti, che Orlando riesca a prendere, alle primarie aperte, più del 30-33% che sta prendendo ora nei circoli, Diverso il caso di Emiliano, che sta andando malissimo, inchiodato a un 4-6% su base nazionale che rischia di fargli saltare la fase finale della competizione: infatti, per accedere alle primarie aperte serve aver preso, nei congressi di circolo, il 5% su base nazionale oppure il 15% in 5 regione, che è ‘tanta roba’. A lui sì che converrebbe fare la polemica sul calo dei votanti. Ma la vera polemica cui si apprestano a soffiare sul fuoco sia Emiliano sia – temiamo – anche Orlando, il più posato, misurato e, forse, responsabile, dei tre contendenti in palio, è un’altra e riguarda la partecipazione alle primarie aperte.

4 L’assurdo Statuto del Pd e i suoi tre ‘turni’ elettorali.

Infatti, il 30 aprile, quando si svolgerà il secondo round, appunto, tutto o molto si giocherà sulla partecipazione. Prima però va spiegato che lo Statuto del Pd è tanto complesso e arzigogolato quanto assurdo. Di fatto, è un missile a tre stadi, una sorta di sistema elettorale a tre turni. Il ‘primo turno’ è quello del voto tra gli iscritti ora in corso. Votano, appunto, solo gli iscritti al Pd (fa fede la tessera del 2016 o l’iscrizione entro il 28 febbraio 2017, nel 2013 però ci si poteva iscrivere e votare il giorno stesso a ogni circolo) ma il voto, in pratica, ‘non’ vale nulla. Infatti, è il ‘secondo turno’, le primarie aperte, quelle in cui possono votare tutti i cittadini italiani, gli immigrati residenti e pure i 16enni, purché firmino la ‘Carta dei valori’ del Pd e versino 2 euro, quello che conta. Chi vince, vince, a prescindere dai voti presi tra gli iscritti, voti che, appunto, non valgon più nulla. Ma c’è un ma. Infatti, ove nessuno dei contendenti (tre, allo stato, forse due, se Emiliano venisse escluso dopo il primo giro tra gli iscritti) raccolga più del 50,1% dei votanti, diventa sovrana, per decidere chi farà il segretario del Pd, l’Assemblea nazionale del Pd. La quale viene composta da mille membri eletti nelle liste collegate – con un sistema maggioritario a turno unico – ai vari contendenti in lista. Qui, in Assemblea – che si terrà il 7 maggio, mentre le primarie aperte si terranno il 30 aprile ed entro il I aprile finiranno le votazioni nei circoli – può accadere di tutto. Poniamo che Renzi raccolga il 48,1% dei consensi. I delegati eletti con le mozioni Orlando (40,0%) ed Emiliano (10,9%) potrebbero convergere su uno dei due candidati che si sono opposti al vincitore con maggioranza relativa e battere Renzi. Senza dire della possibilità che dei delegati eletti con la mozione Renzi si ‘stacchino’ da essa e votino per un altro candidato. Ipotesi di scuola, certo, ma possibili. La vera partita, in ogni caso, è e resta un’altra. Ed è appunto la partecipazione al voto, ovvero l’affluenza alle primarie.

5. La posta in gioco: l’affluenza alle primarie aperte.

Certo, il giorno scelto – il 30 aprile – che capita in un mega ‘ponte’ di festività, a cavallo tra 25 Aprile e Primo maggio, non aiuterà l’affluenza e lo scarso e poco produttivo dibattito sui temi più caldi, come si è detto prima, neppure. A lungo, al Nazareno, si è sperato in un’affluenza al voto di almeno 2 milioni e 200 mila/ 2 milioni e 500 mila persone, ora ci si accontenterebbe anche di sfiorare quota 2 milioni.  Il guaio è che la quota, o come si dice in gergo, l’asticella è assai bassa e, di certo, non farà fare bella figura al vincitore, chiunque esso sia (Renzi presumibilmente, ai dati di oggi).

Basta qualche raffronto con il passato per rendersene conto. Nel 2013 votarono, come si ricorderà, 2 milioni e 800 mila elettori (Renzi vinse con il 67% dei voti contro Cuperlo), ma in passato i risultati furono anche più brillanti: nel 2009, quando Bersani trionfò su Franceschini (e pure su Marino), votarono 3 milioni e 100 mila persone; nel 2007, alle ‘prime’ primarie, Veltroni vinse su Rosy Bindi ed Enrico Letta con il 75% su numeri monstre (3 milioni e 500 mila). Inoltre, alle primarie del 2004 – di coalizione, le prime primarie, ma in quel caso dell’Ulivo – Prodi stravinse la competizione portando a votare oltre 4 milioni di persone. Infine, nel 2012, quando Bersani – accettando la sfida di Renzi e coinvolgendo anche Vendola e Tabacci – indisse le primarie di coalizione in vista delle elezioni politiche 2013, l’allora segretario dem vinse sull’allora sindaco di Firenze con il 60% su una platea di partecipanti di 3 milioni e 100 mila persone al I turno e di 2 milioni e 800 mila al secondo.

Insomma, numeri che – paragonati con le stime attuali – suonano impietosi, in negativo. ‘Che fare’, dunque? Il Pd potrebbe cercare di animare la gara tra i tre contendenti – oltre a cercare di renderla il più corretta e onesta possibile – parlando, appunto, di programmi, idee, scelte, interessi – anche legittimi – dei vari campioni rispetto al popolo del centrosinistra e al Paese. Lo farà? Ne dubitiamo assai. In un bel libro – Il Grande Gioco (Adelphi) – che tratta della secolare rivalità anglo-russa sui remoti confini dell’Est, tra l’India, la Persia, l’Afghanistan, il Kasmir, il Tibet, la Cina, è scritto che, “gratta gratta, sotto ogni russo c’è un tartaro”, per spiegare l’indomabile e fiero animo russo, assetato di spazi e conquiste quanto di battaglie. Ecco, gratta gratta, sotto lo spirito di ogni dirigente dem c’è un ‘tartaro’: una coazione a ripetere che porta alla disintegrazione continua, al conflitto perenne, a una lotta interna sorda e fratricida. Un serio danno e un grande peccato agli occhi di chi, come chi scrive, ritiene – nonostante tutti i suoi difetti, errori, miserie – il Pd l’unico solo partito ‘democratico’ del Paese.

NB: Questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 26 marzo 2017

Renzi sfida Grillo: “Non credete ai sondaggi”. Legge elettorale: Mattarella pronto a intervenire

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo – ROMA

SUL TAVOLO del Nazareno arrivano sondaggi contraddittori. In parte sono assai poco lusinghieri, come quello di Ipsos: vede il Pd tracollare al 26,8% contro il 30,1% di un mese fa e il M5S schizzare al 32,3% contro il 30,9% di febbraio. In parte, invece, sono molto più positivi. Un sondaggio Swg vede il Pd al 28,1% e l’area di governo al 31,9% (con dentro Ncd e altri) mentre M5S è assai indietro (26,9%).

I COLONNELLI dei due contendenti di Renzi alla segreteria tuonano che «urge un cambio di passo» (cioè, via Renzi), ma l’ex leader spiega ai suoi che i sondaggi, post scissione e post caso Consip, registrano travasi quasi automatici: «Quello che perdiamo noi lo prendono loro». Lo fa per dire che il Pd rappresenta «l’unica alternativa» a Grillo. E Renzi, nella sua Enews, attacca sul caso Genova: «Noi facciamo congressi aperti, lì se il candidato votato piace a Grillo bene, se no viene espulso».

Renzi, inoltre, prova a rinfrancarsi con i primi dati reali che arrivano dallo scrutinio dei circoli in cui si è già votato. Il trend generale lo vede sopra il 60%, anche se nell’Emilia rossa, dove gli iscritti sono ben 47.200, i dati – sia pure parzialissimi (si è votato in soli 9 circoli su 600) – parlano di Renzi sì in vantaggio, ma solo col 52,3%, Orlando subito dietro con il 44,6 ed Emiliano al lumicino (2,9).

IL VICE presidente della Camera, Roberto Giachetti, renziano di ferro, si sfoga con un collega in Transatlantico: «Il clima che vogliono creare certi mondi e salotti ben precisi pompa il M5S perché prepara, in antitesi, il terreno alla Grande coalizione e al ritorno alla Prima Repubblica attraverso il ritorno al proporzionale e ai partitini. Ecco perché penso che dobbiamo insistere col Mattarellum: meglio una legge elettorale maggioritaria, una proposta di governo chiara, a costo di finire anche all’opposizione, piuttosto che consegnarci alla palude come vogliono molti fuori (D’Alema, ndr) e dentro il Pd (Franceschini, ndr)».

Luca D’Alessandro, deputato di Ala molto vicino a Verdini, fa ragionamenti simili e allarga il discorso a Berlusconi: «Al Cavaliere, che pure dice di non volere il Mattarellum, proprio quel sistema potrebbe, invece, convenire. E al Pd come al centrodestra servirebbe per contenere l’avanzata dei grillini che, con candidati poco riconoscibili e modesti, perderebbero molti confronti, nei collegi. Io credo che se Renzi e Berlusconi si parlassero troverebbero la quadra, ma so che, fino alle primarie del Pd, non si muoverà foglia».
Allo stato è così. Ieri la prima commissione Affari costituzionali della Camera ha deciso l’ennesimo rinvio della discussione sulla legge elettorale, comunicando alla presidente Boldrini l’incapacità di rispettarne il calendario (lunedì prossimo in Aula).

L’IMPASSE preoccupa molto il Quirinale. Sergio Mattarella starebbe pensando non a gesti eclatanti (un messaggio alle Camere stile Napolitano), ma a intervenire ‘a modo suo’. Una moral suasion, la sua, un atteggiamento ‘classico’, cioè, che potrebbe, e presto, prendere la forma di richiesta di colloqui privati, ma non per questo meno istituzionali, con i leader dei principali partiti (Renzi, Berlusconi, Grillo). Obiettivo: chiedere loro chiarezza e tempi ragionevoli su una legge elettorale che, per il Colle, deve essere «compiuta, pienamente e perfettamente operativa» e «capace di dare forma alla democrazia», esercitando quel «ruolo maieutico» che, per l’attuale Capo dello Stato, spetta e spetterà al Parlamento.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 22 marzo 2017 a pagina 10

Renzi chiude il Lingotto: “il Pd fa da solo” e torna la vocazione maggioritaria. Caso Lotti: “il garantismo vale per tutti”

di ETTORE MARIA COLOMBO – TORINO
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini alla Direzione del Pd

1. Renzi chiude il Lingotto: “Gli scissionisti non ci distruggeranno, altri neppure”. 
«OGGETTIVAMENTE c’è stato, nelle scorse settimane, il tentativo di distruggere il Pd, approfittando della debolezza di una leadership, la mia. Ma questa comunità non si rompe». Matteo Renzi inizia così il discorso di chiusura della tre giorni del Lingotto. Parole che riecheggiano quelle, dette giorni fa, dal presidente del Pd Matteo Orfini. Certo, Renzi assicurerà poi, nel backstage, che «ce l’avevo con gli scissionisti, non fatevi venire strani pensieri», ma molti pensano, appunto, all’azione della magistratura, ai Poteri forti già messi all’indice da Orfini, ai ‘giornaloni’ come li chiamava, con disprezzo, Bettino Craxi, ai circoli della ‘buona’ (o ‘cattiva’?) finanza e ai loro salotti. Per non dire dei gufi di Bruxelles.MA LA DENUNCIA del ‘compluttuni’ e pure la polemica sulla giustizia è solo un attimo del discorso finale di Renzi. Il «Maradona del Pd», come lo chiama il suo antico mentore Delrio, è assai soddisfatto. Evoca l’unità del partito, «una comunità solida» e, soprattutto, non si aspettava così tanta gente, almeno cinquemila persone, il calore dei militanti per un leader ‘ammaccato’ persino negli affetti più cari. E gli endorsement – di cui oggi, ha bisogno come il pane – anche ingombranti, di personalità come Fassino e Chiamparino, dei filosofi ex Pci Vacca e De Giovanni, dei molti ministri che ne hanno sposato la linea dal palco. Si va da Minniti alla Madia, dalla Fedeli alla Pinotti fino al sempiterno poco convinto Franceschini. Lo dimostra, ovviamente, la presenza – in teoria silente, in pratica eloquente – di Paolo Gentiloni. Arriva al Lingotto e subito twitta, ascolta Renzi e applaude convinto, alla fine sale pure sul palco, sorride e l’ex inquilino di casa sua (palazzo Chigi) gli dice «Benvenuto a casa tua, Paolo», intendendo per ‘casa’ il Pd.
Insomma, alla fine della tre giorni di un Lingotto ereditato da un Walter Veltroni a lungo bistrattato ma che ora tutti rimpiangono, Renzi riesce a far passare il risultato, nient’affatto scontato che la narrazione del Pd sta per passare dall’Io (il suo, ipertrofico) al Noi (il partito, la comunità, il popolo, etc). Ed è riuscito pure a far vedere che esiste una nuova generazione di dirigenti democrat che s’è messa al suo fianco (Martina, certo, il numero due, poi gli emiliani, i piemontesi, etc.), nella battaglia congressuale all’ultimo sangue che sta per aprirsi. Nel suo discorso Renzi non offre mai spunti eclatanti: attacca, senza mai nominarli, Massimo D’Alema («la Xylella dell’Ulivo che lo ha distrutto») e «l’amarcord da macchietta» degli scissionisti, quelli “pugno chiuso e bandiera rossa” (Bersani), fa la lezione sul che cosa vuol dire essere di sinistra (elogio in simultanea a Marchionne e al prete del Cottolengo, don Andrea) e definisce il Pd «una forza tranquilla» che mira al bene del Paese. La definizione, ripresa da Leon Blum, è di Mitterrand, colui che distrusse la sinistra comunista in Francia facendo vincere il Psf e rendendolo egemone.

RENZI, di alleanze, a sinistra o destra, per ora non si cura, punta a un partito ‘pigliatutto’ e dice che «la nostra prima alleanza è con i cittadini che credono in noi». E così è al vicesegretario, Lorenzo Guerini, comparso al Lingotto solo l’ultimo giorno, che tocca una frase assai tranchant che riporta i piedi di tutti per terra: «Non sappiamo con quale legge elettorale andremo a votare, ci vorrà tempo per farla, parlare di alleanze è prematuro. Noi ci vogliamo alleare con i 13 milioni di italiani che hanno votato sì al referendum». Frase che è una pietra tombale, almeno per ora, sul tema delle alleanze, quelle a sinistra.

2. GARANTISMO PER TUTTI. MA LUCA LOTTI RESTA NEL BACKSTAGE IN DISPARTE

e. m. c. – TORINO
«UN GRANDE abbraccio di solidarietà a…». Matteo Renzi, da attore consumato, sospende la frase a mezz’aria mentre sta infiammando la platea del Lingotto su un tema ormai vitale, per il Pd, la ‘giustizia giusta’ come la definirono i Radicali. Tutti si aspettavano che l’ex premier citasse due drammi interni al Pd vissuti da due campani presenti ieri al Lingotto: il giovane militante dem Tommaso Nugnes, figlio di un ex assessore della giunta Iervolino che si uccise in seguito all’eco mediatica di un’inchiesta che coinvolgeva Alfredo Romeo (poi assolto), e il deputato e dirigente dem Stefano Graziano, uscito pulito da accuse gravissime, di collusione con la camorra. Invece Renzi, tra lo stupore della sala, cita solo il sindaco di Roma, Virginia Raggi: è stata indagata – dice – e noi siamo al suo fianco, il garantismo vale per tutti». Boato. La frase a sorpresa sottende una battaglia campale.
«Il Pd – prosegue Renzi – fa alleanze su legalità e giustizia, ma la giustizia giusta c’è chi la confonde col giustizialismo. Ogni cittadino è innocente fino al terzo grado di giudizio!». Renzi quasi urla, la platea si spella le mani, il leader ripete come un mantra la parola abbraccio e il pensiero di tutti corre al caso che aleggia da settimane, sul capo del leader e di tutto il Pd. Quel caso Consip che ha visto babbo Renzi finire triturato in una bolla più mediatica che giudiziaria e l’amico fraterno, il ministro Luca Lotti, che mercoledì si dovrà difendere nell’Aula del Senato dove i pentastellati ne chiederanno le dimissioni.‘LAMPADINA’ (il soprannome di Lotti, ndr) sul palco del Lingotto non è salito per la foto opportunity finale (a onor del vero, neppure alle Leopolde lo faceva: lui è fatto così, schivo), ma alla fine del discorso di Renzi è nel retropalco, cercato da tutti. La processione di solidarietà sa di ‘bacio della pantofola’ e coinvolge parlamentari (le deputate e senatrici Ascani, Morani, De Giorgis, etc.), big di peso (il ministro Franceschini), amici di una vita, prima ancora che compagni di partito (il tesoriere dem Bonifazi).
ABBIGLIAMENTO casual, il ministro dello Sport si schernisce. Il Lingotto? «Bellissimo». Perché è venuto qui solo oggi? «Seri problemi familiari». Il discorso di autodifesa al Senato? «Lo sto preparando, certo!», frasi secche, tirate. Poi, via Twitter, ringrazia «il popolo del Lingotto» ed esce. In attesa di mercoledì.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 13 marzo 2017 a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale.