NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

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Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.

C’è il patto sulla legge elettorale, ma ci sono anche i franchi tiratori già pronti

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Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se son rose fioriranno – spiega Matteo Renzi ai suoi – altrimenti pazienza, vuol dire che andremo al voto con i due Consultellum”. Che succede? Che fatta (o, meglio, presentata) la nuova legge elettorale, ecco trovato (o, meglio, pronto) il franco tiratore per affossarla. Nel Pd non lo dicono apertamente, ma hanno già paura dell’ultima proposta di legge elettorale partorita in casa propria, il Rosatellum bis. La legge presentata da Fiano in Prima commissione prevede poco più di un terzo (36%) dei deputati e senatori eletti in collegi uninominali maggioritari (231 alla Camera, 102 al Senato) dove sono ammesse le coalizioni, ma solo nazionali, e due terzi (64%) di eletti in collegi plurinominali (386 alla Camera e 206 al Senato). Qui si presentano i partiti che eleggono, con metodo proporzionale, i loro candidati in liste corte bloccate (da due a quattro i nomi). Due le soglie di sbarramento: il 3% per le liste singole, il 10% per le coalizioni di partiti.

(per un analsisi dettagliata della proposta di legge si rimanda agli articoli precedenti pubblicati su questo blog NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere )

Il nuovo sistema elettorale ha, sulla carta, tanti voti, alla Camera: 458, sommando la consistenza dei partiti principali che l’appoggiano (Pd, FI, Lega, Ap) e dei gruppi parlamentari minori (Ala-Sc, Popolari, Civici-Innovatori, Fitto, Psi, Svp, Misto) contro gli appena 160 voti dei gruppi che lo osteggiano (M5S, Mdp, SI, Fd’I) e lo hanno già bollato come ‘Imbrogliellum’ o ‘Inciucellum’. La discussione in commissione Affari costituzionali si aprirà e chiuderà in pochi giorni, tra il 27 e il 29 settembre e, dal 4 ottobre, sarà possibile l’approdo in Aula con l’obiettivo di chiudere il voto finale per il 15 ottobre, naturalmente alla Camera perchè poi dovrà passare, in seconda lettura, al Senato.

Ma non a caso i l capogruppo dem Rosato chiede di “fare in fretta” e ai gruppi politici che sostengono la legge di non presentare emendamenti per blindarla. Infatti, ieri, in Transatlantico, hanno iniziato a girare strane voci. “Cinque Stelle e Mdp presenteranno uno o più emendamenti per abolire i listini bloccati – spiegava un alto dirigente democrat – e introdurre le preferenze che, a scrutinio segreto, possono passare (alla Camera è ammesso il voto segreto sulla legge elettorale mentre al Senato no). A quel punto Berlusconi, ma anche Renzi, che vogliono far vedere entrambi a Mattarella che ‘ci hanno provato’, a fare la legge, diranno game over”. Al centro dei possibili smottamenti c’è, come al solito, il Pd, ma servono almeno cento deputati dem (e diversi azzurri malpancisti) in funzione di franchi tiratori, grazie al voto segreto, per riuscirci.

Un democrat di estrazione popolare, sotto garanzia di anonimato, è pronto: “Saremo il 40% del gruppo, almeno cento deputati. Con le preferenze ce la possiamo ancora giocare, tra Camera e Senato, ma i collegi ci sfavoriscono perché non abbiamo una coalizione da presentare e nei listini bloccati, che tanto li decide tutti Renzi, passeranno solo i primi. Siamo pronti a morire, ma combattendo”. E se questi sono gli umori dei democrat del Centro-Sud, anche al Nord i mal di pancia sono tanti: “In Lombardia e Veneto per il Pd sarà un ecatombe. Non abbiamo la coalizione, ci batte pure M5S”. Ma senza un consistente aiuto degli azzurri, in sofferenza specie nel Centro-Sud, non ce la farebbero.

Invece, il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, ottimista, dice a un amico: “L’intesa è chiusa, è buona, noi faremo la coalizione con i centristi (un asse che va da Alfano a De Mita e Casini e potrebbe avere come front runner il ministro Calenda, ndr) e con sindaci, movimenti civici e di sinistra, sperando ci stia anche Pisapia. Possiamo arrivare a guadagnare, solo nei collegi, 40-50 deputati in più come coalizione. In ogni caso, ci giocheremo davvero la partita cercando di portare in porto questa legge”. Intanto, la sinistra interna di Orlando-Cuperlo è soddisfatta dell’apertura alle coalizioni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 22 settembre 2017

Renzi, il Pd e la legge elettorale. Due giorni di passione e un pugno di mosche. Le posizioni del Quirinale e di Gentiloni

  1. Renzi insiste: subito al voto. Legge elettorale e la legislatura sono ‘game over’. 
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

“E’ evidente che questo Parlamento non è in grado di fare una legge elettorale e i 5Stelle sono degli irresponsabili”. Sbuffa di malumore, Matteo Renzi, mentre – asserragliato al Nazareno  – osserva il sistema tedesco morire alla Camera. In cuor suo, il piano B è già pronto. Renzi ne aveva parlato anche ai giardini del Quirinale: “Se l’accordo salta, si va a votare con il Consultellum, le due leggi che ci sono, sono immediatamente applicative, noi con le preferenze facciamo il pieno, il problema sarà tutto dei 5Stelle…”. Già, ma il problema è ‘quando’ andare a votare. Con il sistema tedesco, il voto a settembre era un azzardo, ora diventa una chimera. A prescindere dal fatto che, prima del voto, servirebbe comunque un decreto per armonizzare al meglio due sistemi elettorali diversi, il Colle prima di acconsentire a usare tale arma definitiva, le proverà tutte.

Intanto, i commenti nei capannelli democrat criticano apertamente la strategia ‘perdente’ di Renzi. I malumori allignano tra orlandiani, veltroniani, franceschiani, accusati di aver ingrossato le fila dei franchi tiratori, ma pure tra l’ala delle ‘colombe’ renziane vicine a Gentiloni. Invece, i pasdaran scalpitano, vogliono bruciare le tappe, fino al punto di ‘creare’ l’incidente che mandi gambe all’aria il governo Gentiloni e dichiari finita la legislatura. E’ Renzi, per paradosso, a mediare, a frenare i bollenti spiriti dei suoi. Le posizioni del Colle, contrarie al voto anticipato, sono note. Renzi presto andrà da Mattarella. Ieri sera, poi, il segretario del Pd ha visto Paolo Gentiloni. Berlusconi – che ha chiamato Renzi per ‘fare il punto’ sul da farsi – consiglia cautela, propone di sedersi al tavolo, di riprovarci. Certo, 5Stelle e Lega urlano e tifano per il voto anticipato, “con le leggi che ci sono”, cioè la linea di Renzi. Ma servirebbe un incidente: i renziani ortodossi si aspettano che il governo – per colpa di Ap sullo ius soli o di Mdp sulla manovrina – vada sotto per poter dichiarare, lo stesso, ‘game over’ alla maggioranza di governo e alla legislatura. Intanto Renzi pensa anche alle alleanze e torna a guardare all’area di Pisapia: “Al Senato ci sono le coalizioni – spiega – col Consultellum un’alleanza è possibile”. 

Nel frattempo tutto il Pd renziano si mobilita per dimostrare che “i 5Stelle sono inaffidabili come quando parlano di vaccini e di scie chimiche” dà la linea il segretario ai suoi. Rosato, capogruppo dem alla Camera, grida loro “traditori”. Gli altri seguono a ruota. Spetta invece a Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria convocata in via permanente al Nazareno come un gabinetto di guerra, dichiarare il game over: La legge elettorale è morta, i 5Stelle l’hanno ammazzata. Non ci sono le condizioni per andare avanti”. Gli fa eco il presidente del Pd, Matteo Orfini: “Questo Parlamento non è in grado di varare alcuna legge elettorale. Ci sono due leggi elettorali per definizione auto-applicative, quelle uscite dalla Consulta. Andremo al voto con quelle”. “Il Pd deciderà lunedì cosa fare”, annuncia Matteo Richetti, portavoce della segreteria. Di mezzo ci sono le elezioni comunali, dove il Pd si aspetta che l’M5S vada malissimo e inizi a fare il diavolo a quattro per correre al voto. Renzi, a sera, spiega ai suoi: “Se vogliamo andare avanti in queste condizioni fino al 2018 proviamoci, ma bisogna interrogarsi su cosa è meglio per il Paese. Se non troviamo l’intesa sulla legge elettorale come la troveremo sulla legge di bilancio?” – sono le sue domande retoriche. Per Renzi è già game over.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale 


2. Mattarella: no al decreto legge, solo a fine legislatura. Servono sistemi omogenei. 

Gentiloni tranquillo, Mattarella “preoccupato” per lo stallo che si registra nel dialogo sui partiti sulla legge elettorale, ma dal Colle si sottolinea “la maggioranza di governo c’è”. Questo il sentiment che si respira negli altri due maggiori Palazzi della Politica italiani, palazzo Chigi e il Quirinale. Le ultime parole in chiaro del presidente del Consiglio sulla situazione politica risalgono al 30 maggio. A domanda rispose: “Il governo è nella pienezza dei suoi poteri. Ha in impegni in corso che intende mantenere. E resterà in carica finché avrà la fiducia del Parlamento”. Parole ovvie? No. “Non potrò essere io a spegnere la luce” disse allora ai suoi. In sostanza, il ragionamento di Gentiloni era e resta questo: se le maggiori forze politiche decidono che  il lavoro della legislatura è finito, non sarò io a mettermi di traverso; se il mio partito e il suo leader mi tolgono la fiducia, e allora io non resto un minuto di più. Concetto, quest’ultimo, ribadito anche ieri da chi lavora con lui a palazzo Chigi: “Noi lavoriamo tranquilli e sereni. Ora vedremo come e se il Parlamento ripartirà, sulla legge elettorale. Noi tifiamo per Renzi, siamo suoi amici, e qui siamo tutti renziani. Se il segretario del Pd dice che non si può più andare avanti… Il governo c’è finché il Pd lo sostiene, ma fino ad allora c’’è”.   

Certo, l’incidente parlamentare potrebbe essere alle porte. La prossima settimana, al Senato, si vota la manovrina. Mdp si sfilerà facendo mancare numeri alla maggioranza? Probabile, ma Ap la voterà compatta, Ala potrebbe venire in soccorso, Forza Italia può far abbassare il numero legale. Poi c’è lo ius soli, sempre al Senato, il biotestamento, la riforma del processo penale, alla Camera. Bisognerà vedere se la maggioranza tiene o crolla e si apre una crisi di governo.

A quel punto, la palla passerà al Colle. Il ruolo del Capo dello Stato è sempre più forte e centrale. Dal Colle, ieri, nessuno voleva drammatizzare la situazione. Per Mattarella, la priorità resta la riforma elettorale: il Colle attende che martedì la commissione decida come procedere. Insomma, non tutto è perduto, una nuova legge si può ancora varare. In ogni caso, per il Colle non si può andare a votare “con due leggi disomogenee nel meccanismo di distribuzione dei seggi”: serve quantomeno l’armonizzazione dei due sistemi. Un decreto legge del governo per aggirare l’ostacolo non è visto oggi, dal Colle, come fattibile. Solo a fine legislatura, una volta acclarata l’incapacità delle Camere a legiferare, la fattibilità di un decreto legge per ‘armonizzare’ gli aspetti più stridenti di due leggi monche (preferenza di genere, quoziente di calcolo dei seggi, metodo del sorteggio, etc. che riguardano il Porcellum cassato dalla Consulta nel 2014 per il Senato e l’Italicum dimezzato dalla Consulta nel 2017 per la Camera), e comunque solo su aspetti tecnici verrebbe preso in esame. Peraltro, per varare un decreto siffatto, servirebbe “una maggioranza non larga, ma larghissima, ben più ampia di quella di governo”, a causa della delicatezza della materia. Nel frattempo, per il Colle, c’è un’altra urgenza e priorità di pari peso, l’approvazione della legge di bilancio in autunno: va messa in sicurezza per scongiurare l’esercizio provvisorio. E i partiti, Pd su tutti, se dovranno fare carico.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale 

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3. L’ira di Renzi: i patti vanno rispettati. E pensa al decreto legge per votare subito. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Beppe Grillo e i franchi tiratori nel Pd minano l’accordo a quattro (Pd-M5S-Lega-FI) sulla legge elettorale. Il patto vacilla, scricchiola e il Pd vive una giornata di nervi tesi. E’ Roberto Giachetti, di prima mattina, ad avvertire Matteo Renzi: “Guarda che i 5Stelle presenteranno emendamenti per introdurre le preferenze e il voto disgiunto”. Renzi chiede lumi ai suoi e capisce che bisogna contrattaccare. “La legge elettorale in discussione alla Camera – scrive una prima volta, su Facebook – non è la nostra. Adesso il Parlamento è sovrano. Se passa, bene. Se qualcuno si tira indietro, gli italiani avranno visto la serietà del Pd”. La scena si sposta nel Transatlantico di Montecitorio ma, stavolta, a ballare è il gruppo democrat. Infatti, il primo voto, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità presentato dalle opposizioni, viene bocciato con soli 310 voti contrari. Rosato parla, in prima battuta, di cento franchi tiratori e dice che gli ricordano “i 101 contro Prodi”, vecchia ferita mai rimarginata, nel Pd. In realtà sono meno (77), ma di certo trenta vengono proprio dalle fila del suo gruppo.

Il sospetto che il partito del non voto (anticipato), mixato con le sbandate dei 5Stelle, stoppi la legge elettorale c’è. Rosato convoca, seduta stante, un’assemblea di gruppo e gli orlandiani, che sono almeno un centinaio nel gruppo dem (molti dei quali a rischio ricandidatura) ribollono: “Se i 5Stelle confermano i loro emendamenti anche noi faremo altrettanto. Le regole devono valere per tutti”. I renziani sibilano: “Napolitano ha parlato attaccando la legge e loro subito gli vanno dietro. I franchi tiratori sono tutti loro”.

Ma ecco che piomba l’altra notizia. Grillo demanda al blog la decisione finale sul testo di legge che uscirà dalla Camera. I lavori d’aula, magicamente, slittano a martedì. Rosato sospira: “rispetteremo la loro esigenza. Voteremo gli articoli e gli emendamenti, ma il voto finale sarà dopo. Noi abbiamo la Direzione, loro hanno il blog…”. Però dice anche: “O il testo è quello concordato dai quattro partiti oppure non c’è blog che tenga, fuori da quel testo non c’è la possibilità di fare la legge elettorale”. A questo punto, e siamo solo a metà pomeriggio, Renzi riprende la parola: “I grillini cambiano idea sulla legge elettorale che loro stessi hanno voluto e votato. Sono passati due giorni e già hanno cambiato posizione? Due giorni! Ci sarebbe da arrabbiarsi”.

Intanto, nell’Aula della Camera, riprendono i lavori, la maggioranza tiene, anche se sempre con numeri scarsini, ma i voti segreti che possono far saltare la legge arrivano oggi e sono, appunto, quelli sugli emendamenti dei 5Stelle. “Se salta anche solo una virgola dell’accordo salta tutto”, dicono in coro Guerini e Rosato, anche se Guerini sparge ottimismo con i suoi colleghi: “L’accordo terrà, vedrete”. Renzi  si limita a sibilare “Vedremo lunedì”. Il piano B del Pd? Semplice e, insieme, difficilissimo: “Un minuto dopo che l’accordo salta – spiega Guerini a un amico – dirò che si può andare al voto con il Consultellum perché le due sentenze della Consulta sono autoapplicative”. Ma così salta il voto in autunno? Qui è Rosato che dice a un collega: “Il clima nella coalizione di governo, già deteriorato, diventerebbe invivibile e sarebbe impensabile approvare la legge di Bilancio in autunno. A quel punto le elezioni anticipate sarebbero obbligate”. Insomma, per Renzi sempre lì si torna: come riuscire a votare al più presto. 

NB: L’articolo è stato pubblicato l’8 giugno 2017 a pagina 4 di Quotidiano Nazionale

“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

#QuirinaleNEW/3. Grandi elettori: numeri, maggioranze possibili, franchi tiratori

L'emiciclo di Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

In breve, ecco alcuni numeri sui Grandi elettori da sapere in vista delle elezioni per il Quirinale aggiornato con le possibili maggioranze su Mattarella, Prodi, Bersani e … Feltri, 

I ‘Grandi elettori’. Il collegio elettorale che elegge il presidente della Repubblica è speciale sin dalla sua composizione. Consta, ad oggi, di ben 1009 ‘Grandi Elettori’. I parlamentari sono 951, così suddivisi: 630 deputati e 315 senatori eletti, cinque senatori a vita già in carica (di cui quattro nominati da Napolitano: Cattaneo, Piano, Rubbia, Monti e uno, Ciampi, in qualità di ex presidente della Repubblica) e un ‘nuovo’, senatore a vita, il sesto, che lo è diventato dal giorno stesso delle dimissioni, Napolitano. A loro vanno aggiunti i 58 delegati eletti da ognuna delle venti Regioni (tre per ciascuna regione, tranne la Valle d’Aosta che ne ha uno) in base ai risultati delle elezioni regionali più recenti e che vengono scelti secondo questo metodo: governatore della Regione, presidente del Consiglio regionale (entrambi di maggioranza), vicepresidente o, comunque, un membro dell’opposizione. In questa occasione, tutti i governatori regionali, tranne quello del Molise, saranno presenti.

Quorum. E’ fissato dalla Costituzione: maggioranza di due terzi nei primi tre scrutini (in questo caso pari a 673 voti), maggioranza assoluta (in questo caso pari a 505 voti) dal quarto scrutinio in poi.

Consistenza dei vari gruppi. Il Parlamento è molto cambiato, dal 2013 a oggi, quando si verificò il fenomeno dei 101 franchi tiratori che affossarono la candidatura di Romano Prodi e si procedette poi alla rielezione di Giorgio Napolitano per il suo secondo mandato, che si è chiuso il 14 gennaio 2015. il Pd aveva 430 Grandi Elettori, SeL 45, M5S 163, Scelta civica 69, Udc 12, Pdl 211, Lega 40, Fd’It 9, Autonomie e Minoranze 18, 10 Gal, 6 Centro democratico, piu’ altri per un totale di 1007 Grandi elettori.

1) Pd (446 voti). Il Pd è il partito cresciuto più di tutti, salendo da 430 delegati a 446 delegati, dal 2013 a oggi, grazie ai molti ingressi provenienti da Sel e Sc e alla conquista di 5 regioni (Abruzzo, Calabria, Piemonte, Sardegna, Friuli) sul piano dei delegati regionali. I 446 Grandi elettori del Pd sono così suddivisi: 307 deputati e 108 senatori (uguale a 415 parlamentari) più 31 delegati regionali tra cui figurano i governatori di centrosinistra di 12 regioni su 20: Liguria (Burlando), Piemonte (Chiamparino), Friuli (Serracchiani), Emilia-Romagna (Bonaccini), Toscana (Rossi), Umbria (Marini), Abruzzo (d’Alfonso), Lazio (Zingaretti), Basilicata (Pittella), Sicilia (Crocetta), Calabria (Oliverio), Sardegna (Pigliaru), ma non Spacca (Marche) che ha fondato un suo movimento autonomo e non Frattura (Molise) per scelta regionale.

NB. Due Grandi elettori – il presidente del Senato facente funzioni di Capo dello Stato, Pietro Grasso, e la vicepresidente del Senato, facente funzioni di presidente vicaria dell’Assemblea che eleggerà il Capo dello Stato, Valeria Fedeli – pur essendo iscritti al Pd, non votano mai, per prassi consolidata, alle elezioni presidenziali dato il ruolo terzo e dunque vanno sottratti  dal computo del Pd. Ecco, dunque, che da 446 Grandi elettori il Pd scende, di fatto, a 444 voti.

2) FI (142 voti). Il gruppo di Forza Italia è crollato dai 211 delegati dell’allora Pdl (nel 2013) ai 143 attuali. I parlamentari azzurri sono 130 (70 deputati e 60 senatori) cui vanno aggiunti 12 grandi elettori (dieci di FI puri,c due – Tondo in Friuli e Iorio in Molise – liste personali di dentrodestrariconducibili all’ex Pdl) molti meno di due anni fa, causa le diverse sconfitte subite nelle elezioni regionali, per un totale di 142 voti.

3) Area popolare (NCd+Udc): 75 voti. Il Pdl unito aveva 211 delegati nel 2013, Ncd, nato dalla scissione del Pdl, da solo ha 63 delegati, ma sale a 70 (34 deputati e 36 senatori) grazie alla fusione con Udc ed ex Popolari per un totale finale di 75 Grandi elettori grazie ai 5 delegati regionali (3 Ncd, 2 Udc).

4) Area centrista (Sc+Popolari): 45 voti. Scelta civica-lista Monti, dai 73 delegati del 2013, si è frantumata in due rivoli: 32 sono i parlamentari ‘civici’ attuali (erano 69 nel 2013 piu’ 12 dell’Udc) e, inizialmente, erano i 28 parlamentari del gruppo Popolari per l’Italia che si è di fatto dissolto proprio di recente. Oggi, i parlamentari di Scelta civica sono, appunto, 32 (25 deputati e 7 senatori) mentre con gli ex Popolari per l’Italia – Italia solidale di Dellai-Olivero sono rimasti solo in 13 (tutti deputati, dato che i tre senatori affiliati all’area sono stati costretti a confluire nel gruppo Autonomie-Psi), ma i due gruppi hanno stabilito una forma di consultazione permanente comune.

5) Autonomie-Estero-Psi-Pli (32 voti). Qui il discorso si fa complesso. Dentro quest’area, presente come gruppo autonomo al Senato e come sotto-componente dentro il Gruppo Misto alla Camera, vanno contabilizzati componenti, aree e partiti diversi ma affini tra loro (per dire, votano sempre con il governo). In sostanza, il gruppo Autonomie-Estero-Psi del Senato e’ composto da 17 esponenti in totale (cui vanno sottratti i tre ex Popolari per l’Italia che fanno parte politicamente dell’area Sc-Popolari-centristi) più vanno aggiunti, ma alla Camera, iscritti come sotto componente nel Misto, i sei deputati del Psi, i cinque espressione delle Autonomie (Svp-Patt-Uv) e i quattro del Maie-Estero. A loro vanno aggiunti i tre delegati eletti in Trentino (uno Patt e uno Svp) e il presidente della Val d’Aosta (Rollandin, Uv). Totale: 32 voti. Dicevamo della composita e complessa composizione dell’area Autonomie-Psi-Estero tra Camera e Senato. Si parte dagli otto parlamentari (due senatori e sei deputati) del Psi di Nencini, si passa per i 7 senatori e i cinque deputati dei gruppi autonomisti Svp-Patt-Uv (cui vanno aggiunti i tre delegati regionali eletti due in Trentino e uno in Val d’Aosta: in tutto 15 Grandi elettori delle varie minoranze linguistiche. A questi vanno aggiunti i sei parlamentari (2 senatori e quattro deputati) del Maie, cioè gli eletti all’estero, e i tre senatori a vita iscrittisi al gruppo Autonomie del Senato (Cattaneo, Rubbia e, da poco, Napolitano). Da ricordare che, sempre tra i senatori a vita, Ciampi e Piano sono iscritti al gruppo Misto, Monti dentro Sc.

6) Gal (Grandi Autonomie e Libertà): 15 voti. E’ il gruppo dove trionfano gli  ‘ascari’ azzurri (in 11 sono ex di Forza Italia) per lo più’ vicini a Fitto e dunque contabilizzabili tra i ribelli anti maggioranza e anti Patto del Nazareno. il gruppo di Gal (erano 10 due anni fa) comprende da poco anche la pattuglia dei Popolari per l’Italia (tre), guidati dall’ex ministro Mario Mauro e non entrati volutamente in Area Popolare. poi vi sono ex Ncd (Naccarato), ex leghisti (Davico) e un ex ministro come Giulio Tremonti. Di solito votano contro il governo.

7) M5S (129 voti): da 163 parlamentari l’M5S è sceso a 143, poi a 138 e ora a soli 129 Grandi elettori, che comprendono anche un delegato regionale, eletto in Lazio (e’ la prima volta che ne eleggono uno), avendo perso, nel frattempo, 18 deputati e 16 senatori. Un vero tracollo.

8) Ex grillini fuoriusciti dall’M5S (32 voti). Si tratta di 18 deputati (9 usciti in precedenza e ben nove solo il 27 gennaio) e 15 senatori, tutti usciti in precedenza, piu’ un senatore che ha gia’ annunciato la sua uscita dall’M5S, ma per ora non l’ha ancora formalizzata (Molinari). I nove parlamentari usciti ora (i deputati Tancredi Turco, Walter Rizzetto, Aris Prodani, Samuele Segoni, Mara Mucci, Eleonora Bechis, Marco Baldassarre, Sebastiano Barbanti, Gessica Rostellato) formeranno un gruppo autonomo (“Alternativa libera”) forte di 13 deputati grazie all’apporto di alcuni dei fuoriusciti in precedenza (Curro’, Artini, Pinna, Tacconi) e che, con l’aggiunta di altri 10-11 senatori, può’ raggiungere una massa di manovra considerevole, forte di 24-25 parlamentari. Tutti gli altri ex grillini si sono invece persi in mille rivoli. Tra gli ex grillini gia’ fuoriusciti figurano un deputato (Zaccagnini) entrato in Sel, un deputato (Catalano) iscritto al sottogruppo Psi-Pli nel Misto, un senatore (Pepe) che ha fatto resuscitare i Verdi, un altro che si e’ iscritto al Gruppo Autonomie-Psi (Battista) e un senatore (Nitori) che si è’ iscritto ad Area popolare. Tra i tredici senatori ex grillini iscritti al Misto vi sono tre senatori (Buccini, Mussini, Romani) che hanno fondato il Movimento X e altri otto che sono iscritti come indipendenti al gruppo Misto del Senato, dove c’e’ anche Campanella (Italia lavori in corso), dovrebbe pescare il neo gruppo di Alternativa libera.

9) Lega Nord ( 38 voti): si tratta di 35 parlamentari (20 deputati e 15 senatori), cui vanno aggiunti i tre delegati regionali leghisti che comprendono i governatori Maroni e Zaia.

10) Fratelli d’Italia (10 voti). Il partito di Fratelli d’Italia conta nove parlamentari e un delegato regionale.

11) SeL (34 voti). I grandi elettori di SeL comprendono 26 deputati e 7 senatori, che siedono nel gruppo Misto, e un delegato regionale: il governatore della Puglia e leader di SeL Vendola. SeL ne ha persi ben dieci, di Grandi elettori, dal 2013 ad oggi, quando ne aveva 44. Nel gruppo c’e’ però anche Laura Boldrini che per prassi non vota in quanto presidente della Camera. Quindi di fatto saranno in  33.

12) Non ascrivibili a nessuna componente: 11 voti. Sono 11 i deputati e senatori che siedono nei rispettivi Gruppi Misti di Camera e Senato e che non sono ascrivibili a nessuna componente o a componenti singole: tra essi vi sono Nesi (ex Sc), Margiotta (ex Pd), Pisicchio (ex Cd), Formisano (Idv).

Maggioranze tutte teoriche, ma possibili, almeno sulla carta. La maggioranza di governo avrebbe, sulla carta, i numeri per eleggersi il nuovo Presidente della Repubblica da sola. Infatti, sommando i delegati di Pd (446), Area popolare (75), Autonomie-Psi (32) e area centrista (45 in tutto: composta da Sc, 32, e dai Popolari, 13), il totale fa 598 voti, ben superiori alla maggioranza assoluta (505) richiesta a partire dal IV scrutinio. Ma una presenza di franchi tiratori mirata, tra Pd e centristi, di soli cento voti metterebbe subito a rischio l’elezione di un Capo dello Stato scelto solo dalle forze politiche che sorreggono il governo anche se dal IV scrutinio in poi. Ecco perche’ servono i voti di Forza Italia.

La somma di maggioranza di governo (598 voti) e FI (142) fa addirittura 740 voti che diventerebbero 755 con i 15 senatori della pattuglia del Gal. Cifra astronomica che consentirebbe, volendo, di eleggere il Capo dello Stato subito, dal primo scrutinio. Basti pensare che il Napolitano II fu rieletto con 738 voti. naturalmente, pero’, se si iniziano a sottrarre 40-50 franchi tiratori del Pd e 30-40 azzurri di area Fitto piu’ mal di pancia vari si scende a 600-620 voti. non bastevoli tuttavia a impedire che, dal IV scrutinio, la maggioranza di governo piu’ Fi possa eleggersi senza troppi patemi il Capo dello Stato.

Una maggioranza di centrosinistra ‘stretto’ che escludesse Area popolare (75 voti) ma si allargasse a SeL  (34 voti) e a parte degli ex grillini (i 25 di Alternativa libera su 32 fuoriusciti) per candidare Mattarella conterebbe su 444 del Pd (-Grasso e Fedeli), 45 di Sc, 32 di Autonomie, 25 ex-M5S, 33 (-Boldrini) di Sel per un totale, sulla carta, di 582 voti (579 effettivi) che, pur scontando un pacchetto di franchi tiratori (20-30?), danno un buon margine di 60-80 voti sopra il quorum di 505 a partire dalla IV votazione.

Il patto del Nazareno versione stretta (Pd+FI) ha, sulla carta, 588 voti (446 del Pd e 142 di FI) ma perderebbe un numero enorme di consensi e potrebbe finire ben sotto i 505 voti. La sola maggioranza ‘anti-Nazareno’ oggi immaginabile, stipulata magari mettendosi dietro la bandiera di Prodi o di Bersani ha, sulla carta, dai 200 ai 300 voti: 130 grillini, 34 di Sel, una decina di democrat certi (i civatiani) cui potrebbero sommarsi altri 100 (?) Pd e a molti dei 32 ex grillini.

La candidatura annunciata di Vittorio Feltri da parte di Fratelli d’Italia e Lega ha 48 voti di partenza.

Una candidatura di bandiera di Fi e Area popolare, che pure hanno annunciato che nei primi tre scrutini voteranno scheda bianca, ha, in partenza, 217 voti cui potrebbero aggiungersi i 15 voti di Gal fino a 232.

I franchi tiratori in generale. Tutti questi calcoli scontano però, ovviamente, la molto concreta fronda di quasi duecento (e oltre?) ‘franchi tiratori’ provenienti dalle fila di quasi tutti i partiti.
A spanne possono essere così divisi: da 40-50, nelle previsioni più’ ottimistiche, fino ai 140-150, nelle previsioni più nere, nel Pd (25-30 dalemiani, 60-80 bersaniani, 10 civatiani, 20 area Cgil, 20-30 di Fioroni, 10 malpancisti a vario titolo), 40-50 tra i parlamentari vicini a Fitto dentro FI, 20-30 centristi a vario titolo, piu’ la nebulosa dei 32 grillini dissidenti.

La possibile dissidenza nelle file dem. Secondo una ricostruzione uscita giorni fa sul quotidiano Il Foglio, riguardante il solo Pd, i numeri dicono che alla Camera i voti con l’ok, quelli che con ogni probabilità dovrebbero votare a favore di ciò che verrà deciso da Renzi, sono 204 su 307 totali. Di questi 307, quelli a rischio sono 84, quelli che voteranno sicuramente no saranno 19. Al Senato la proporzione è più o meno identica: 71 voti sicuri, 15 a rischio, 22 quasi certamente contrari. Sommando questi numeri, è il calcolo di Palazzo Chigi ed è anche il calcolo delle correnti alleate ai renziani, si arriva a 275 voti sicuri, 99 a rischio (alcuni dei quali forse recuperabili), 41 già persi in partenza. In linea di massima i parlamentari sicuri sono quelli che fanno parte di tre correnti che hanno un peso importante nel patto del Nazareno: i renziani (50 alla Camera, 21 al Senato, sono aumentati rispetto all’inizio della legislatura, quando erano soltanto 51); i giovani turchi (45 alla Camera, 14 al Senato, anche loro aumentati rispetto all’inizio della legislatura, quando erano meno di 50); Area dem (37 alla Camera, 17 al Senato). Occhi puntati, invece, sulla minoranza dem, il cui grosso e’ composto da Area riformista (leader Bersani) e che conta circa 140 parlamentari che diventano 150 con i delegati regionali. Tra questi una ottantina sarebbe costituito dallo zoccolo duro dei bersaniani, una ventina da civatiani o comunque ribelli irriducibili e circa 40-60 quello piu’ vicini al capogruppo alla Camera Speranza e considerati, dai renziani, recuperabili. Ecco perché’ li si considera in un range che va da 40-50 duri e puri a un totale di 140-150 al massimo.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I Giardinetti di Montecitorio’ facilmente rintracciabile sul sito internet di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

Elezioni presidenziali/12. Napolitano II (2013) o dei famosi ‘101’ che affondarono Prodi

Completiamo la carrellata sulle 12 elezioni presidenziali avvenute sinora nella storia della Repubblica italiana. Abbiamo descritto quelle di De Nicola (1946), Einaudi (1948), Gronchi (1955), Segni (1962), Saragat (1964), Leone (1971), Pertini (1978), Cossiga (1985), Scalfaro (1992), Ciampi (1999), Napolitano (2006). Chiudiamo con la rielezione di Napolitano del 2013, indagando sulla famosa vicenda dei 101. ps. In questo e unico caso l’autore dell’articolo e’ stato anche testimone oculare di alcuni dei fatti narrati. 

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Il mistero e la polemica sui ‘101’ continua ancora oggi.

Chi erano e che facce avevano ‘101’ franchi tiratori che due anni fa, la sera di venerdì 19 aprile, impedirono a Romano Prodi di diventare capo dello Stato? E come si chiamavano i 224 cecchini che il giorno prima avevano sbarrato a Franco Marini la strada per Quirinale? I sospetti abbondano, le certezze mancano. Sul campo resta solo qualche indizio, del tutto inutile per evitare un’altra imboscata al giro successivo. Quello che inizia giovedì prossimo.
Il tema ancora agita (anzi: infiamma) il dibattito politico quotidiano. Stefano Fassina, esponente della minoranza dem, accusa Renzi di essere stato il ‘regista’ dell’operazione ‘101’, i renziani ribattono sdegnati che il colpevole va cercato dalle parti di Massimo D’Alema. Sandra Zampa, ultima portavoce del Prof, ‘non esclude’ che Renzi fosse coinvolto nell’operazione, ma punta il dito sui supporter di Marini e sui ‘soliti’ dalemiani. Gli ex portavoce di Bersani adombrano la ‘manina’ di Renzi (ma anche di Letta) per far fuori l’allora segretario. Tutti, ancora oggi, sospettano di tutti, nel Pd.
E il ricordo di quell’aprile di due anni fa brucia ancora, soprattutto nella memoria dei suoi protagonisti. Da Prodi a Bersani a Renzi. Conviene, dunque, provare a riavvolgere il nastro di quel film.
E di ricordare che, per la prima volta nella storia repubblicana, il Parlamento che eleggerà il nuovo presidente della Repubblica è lo stesso di due anni fa. Variato nella composizione dei gruppi, certo (c’era il Pdl, e oggi ci sono FI e Ncd, i grillini erano a ranghi compatti e oggi hanno subito fughe ed espulsioni, come pure SeL), ma gli animi e i profili dei 1009 Grandi elettori attuali sono (o no?) identici a quelli dei 1007 di allora? Ecco un’altra buona domanda.

Le elezioni del febbraio 2013. La ‘non vittoria’ di Bersani.

Il 25/26 febbraio del 2013 si sono svolte le elezioni politiche. Il centrosinistra, raccolto nella coalizione ‘Italia Bene Comune’ (Pd-Sel-Psi-Cd) ha ‘non vinto’ le elezioni. Una vera doccia gelata, specie per il segretario del Pd Bersani, vincitore troppo annunciato. Il centrosinistra ha un solido premio di maggioranza alla Camera (29,5% che diventano 345 seggi, il premio che porta in dote il Porcellum), ma non ha affatto la maggioranza al Senato (31,6%). L’exploit dei Cinque Stelle (23,8% al Senato, 25,5% alla Camera) che non diventa il primo partito solo ‘grazie’ ai voti degli italiani all’estero era imprevedibile a tutti, famosi sondaggisti compresi. Il recupero del Pdl (29,1% alla Camera,30,7% al Senato) partito già sconfitto, pure e fa esultare e tornare imprevedibile Berlusconi. Il debole e deludente risultato della lista Monti, Scelta civica (9,1% al Senato, 10,6% alla Camera) impedisce al Pd di stringere un’alleanza con i montiani e governare ugualmente, come si pensava prima del voto nelle teoricamente più nere previsioni.
Lo score dei partiti recita così: 345 seggi al centrosinistra, 125 al centrodestra, 109 ai grillini, 47 ai montiani e 4 vari alla Camera; 123 senatori al centrosinistra, 117 al centrodestra, 54 a M5S, 19 a Sc.
Le consultazioni, al Colle, si aprono il 20 marzo. L’impasse è totale.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Napolitano ‘pre-incarica’ Bersani di fare il governo, poi lo congela.

Bersani vuole provarci lo stesso a formare un governo, Napolitano lo avverte: senza numeri certi, l’incarico pieno se lo può sognare. Il braccio di ferro finisce con un compromesso a svantaggio del leader del Pd. Il 22 marzo Bersani viene ‘pre-incaricato’ dal Capo dello Stato a formare un nuovo governo, ma Napolitano dice a tutti e chiaramente che preferirebbe “un governo di larga coalizione”. Nel frattempo, resta in carica il governo Monti che, con una prassi costituzionale singolare, essendo decaduto dalle nuove Camere, firma decreti e nomina ministri. Il presidente del consiglio ‘pre-incaricato’ Bersani svolge un lungo giro di consultazioni tra forze politiche e forze sociali. L’obiettivo è di formare un governo di ‘minoranza’ o come lo definisce lui “senza maggioranza precostituita” che possa ottenere il via libera dei grillini, specie al Senato, e poi garantirsi la fiducia provvedimento su provvedimento, conquistandoli ‘’strada facendo’. Tutto inutile. Lo streming dell’incontro tra Bersani e la delegazione pentastellata, guidata dai capigruppo Crimi e Lombardi (“guardi che non siamo su Ballarò!”), che va in onda il 27 marzo, è la plastica rappresentazione della sconfitta bersaniana. Neppure eleggere due presidenti delle Camere, Pietro Grasso al Senato e Laura Boldrini alla Camera, eletti il 16 marzo come personaggi ‘nuovi’ e lontani dagli schemi classici dei rapporti tra i partiti tradizionali, ha aiutato il leader Pd. Intanto, il Pdl chiede con forza e sicumera di dare vita a un governo di ‘grande coalizione’. Bersani si rifiuta mentre il vicesegretario Letta inizia a prendere in considerazione l’idea, ipotesi per cui iniziano a tifare molti big del Pd (D’Alema, Violante) e molti grandi giornali, Corsera in testa. Il grande sconfitto alle primarie di centrosinistra del dicembre 2012, Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, si limita a godersi lo spettacolo da fuori. Napolitano ritira (o, meglio, ‘congela’) il pre-incarico a Bersani il 29 marzo, ma non ne concede ad altri. Conduce personalmente nuove consultazioni e incarica dieci saggi di valutare la situazione e formulare proposte per “il programma di un nuovo governo”. Procedura mai vista prima.

Napolitano commissaria la classe politica con i suoi dieci ‘saggi’.

La situazione politica e istituzionale versa in un impasse drammatico. Le elezioni presidenziali per il nuovo Capo dello Stato non potranno che iniziare, da calendario, il 15 aprile, quando scade il mandato di Napolitano, che non ha intenzione di dimettersi prima, come fa sapere pubblicamente il 30 marzo e come fecero, invece, alcuni suoi predecessori (Cossiga nel 2002, Ciampi nel 2006) per favorire l’elezione del suo successore. Le Camere sono state elette e nel pieno dei loro poteri, ma non funzionano (come pure chiedono i grillini) perché manca loro l’interfaccia indispensabile di un governo nel pieno dei suoi poteri e quello che c’è, Monti, già compie atti esorbitanti prerogative che non ha più. Napolitano, il 2 aprile, nomina la commissione dei suoi ‘dieci saggi’ e auspica “un’ampia intesa tra le forze politiche” sul nome del suo successore. Morale: Napolitano ha commissariato tutto e tutti (governo, Parlamento, leader politici). Il 5 aprile i giornali raccontano di Napolitano e della moglie con gli ‘scatoloni’ già pronti. La volontà è di lasciare il Colle, e per sempre, ma anche un’eredità politica chiara: le larghe intese.
Ancora l’8 aprile Napolitano esalta la stagione della ‘solidarietà nazionale’ tra Dc e Pci ai tempi del terrorismo: il messaggio è chiaro e aiuta le colombe che, nei due principali schieramenti (Letta senior nel Pdl, Letta junior nel Pd) lavorano discreti per le larghe intese.

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

Inizia il ‘toto-Quirinale’. Bersani vede Berlusconi.

E il ‘toto-Quirinale’ come sta evolvendo? Romano Prodi cerca di tirarsene fuori (“Ho un nutrito programma di conferenze all’estero”), il Pdl annuncia, via l’allora segretario Alfano, di essere “disponibile a un governo di larghe intese se un moderato andasse al Colle”. Girano i nomi di Giuliano Amato, Anna Finocchiaro, Franco Marini. Il 9 aprile un Bersani ormai fiaccato dall’incarico di governo già evaporato incontra un Silvio Berlusconi ringalluzzito e tornato centrale. Il segretario del Pd dice ‘no’ a ogni forma di governissimo ma dall’incontro, che si tiene nella casa di Enrico Letta a Testaccio, emerge la possibilità di trovare “un nome condiviso” per il Quirinale. Il nome di Prodi è escluso categoricamente da Berlusconi (“è un mio nemico personale”), che spinge per Amato o Marini, Bersani si autoesclude da solo e dice ‘no’ a ogni ipotesi di rielezione di Napolitano. “La chimica tra i due è stata buona”, commenta Letta. Il profilo è un nome di “alta professionalità” e “alta tenuta politica”. Ogni accordo con i Cinque Stelle è respinto. Bersani, però, voleva i loro voti per fare il suo governo. Il cambio di strategia è repentino. Troppo e troppo velocemente.

Berlusconi manifesta contro Prodi, i grillini scelgono Rodotà.

Il 13 aprile Napolitano ribadisce alla Stampa che non cederà mai alle lusinghe e alle pressioni per un nuovo mandato. Il 13 aprile, Berlusconi organizza una manifestazione del Pdl a Bari con un solo scopo: eccita la folla nel suo ‘no’ rabbioso alla candidatura di Prodi. Ma la vera novità è rappresentata dall’irrompere sulla scena, il giorno prima, delle ‘Quirinarie’ (votazioni via web dei militanti M5S) organizzate da Grillo e Casaleggio per l’indicazione di voto ai loro parlamentari grillini. Votano quasi 50 mila persone, i risultati dicono: Bonino, Caselli, Fo, Gabanelli, Grillo, Imposimato, Prodi, Rodotà, Strada, Zagrebelsky. Tre nomi (Prodi, Rodotà, Zagrebelsky) vengono dal mondo della sinistra e lo stesso Grillo chiosa: “Se il Movimento dovesse scegliere Prodi, noi voteremmo per lui”. La classifica finale delle Quirinarie arriva il 16 aprile: tra ritiri e rinunce, il candidato ufficiale M5S al Colle diventa il giurista Stefano Rodotà. Intanto, Renzi affonda ben due candidature del Pd e con parole durissime: quella di Franco Marini e quella di Anna Finocchiaro, che lo definisce “un miserabile”. Bersani vede di nuovo Berlusconi sempre a casa Letta, il 17 aprile. Bersani offre al Pdl una terna (Mattarella, Amato, Marini) e compie un altro errore dicendo: “ora scegliete voi”. Berlusconi, la cui prima scelta (dopo l’irrealistica speranza che fosse la sinistra a fargli il regalo: candidare D’Alema al Quirinale come già aveva fatto nel 2006 per poi bruciarlo) sarebbe Amato, ma capisce che rischia di non passare, tra Pd e Sel (e pure tra i suoi), e dopo aver scartato Mattarella, punta su Marini. Sembra fatta. Marini ha anche il gradimento di Lega e Scelta civica.

Bersani propone e fa votare Marini, Renzi e altri lo silurano.

La sera stessa del 17 aprile, al teatro Capranica, si svolge l’assemblea dei 495 Grandi elettori del Pd, compresi quelli di Sel. Bersani ha ottenuto dal Cav di essere lui ad annunciare il nome di Marini per primo, ma non fa neppure in tempo a pronunciarlo (“quella di Marini è la candidatura più in grado di realizzare le maggiori convergenze…”) che viene subissato da una valanga di mugugni e fischi che diventeranno altrettanto interventi contrari. A viso aperto, almeno stavolta. “Non voterò mai per uno di quelli che hanno affossato l’Ulivo” annuncia la prodiana Sandra Zampa. “E’ un nome che divide” avverte Matteo Orfini, a nome dei “Giovani turchi”. Vendola e i suoi abbandonano polemicamente la sala, dove la votazione finisce con 222 sì (neppure la metà dei votanti), 90 no e 21 astenuti. Votano a favore bersaniani, dalemiani, franceschiniani, fioroniani, lettiani, votano contro renziani, bindiani, veltroniani, ma anche i giovani turchi (ex dalemiani). Infine, arriva l’eco della stroncatura pronunciata da Matteo Renzi davanti alle telecamere di Daria Bignardi (“Votare Marini significa fare un dispetto al Paese”) e accompagnata dal dileggio (“Ce lo vedete Marini con Obama?”).

Marini viene impallinato da 218 cecchini. Il Pd implode ed esplode.

Giovedì 18 aprile si apre la seduta dei Grandi elettori a Montecitorio in un clima surreale. Verdini, come pure i bersaniani, si sentono tranquilli: il loro candidato è molto forte, assicurano, passerà subito. Ma il quorum richiesto nei primi tre scrutini è molto alto (675 voti) e l’assemblea del Pd della notte precedente ha lasciato brutti segni. Certo, se tutti i gruppi politici che hanno detto di votare Marini (Pd-Pdl-Sc-Lega-altri) confermassero il voto nel segreto dell’urna, non ci sarebbero problemi: sono 739 voti su 1007 i potenziali suoi elettori. Invece, alla conta che segue la prima ‘chiama’, a Marini mancano ben 218 schede: un numero di franchi tiratori mai raggiunto prima. Marini ottiene solo 521 voti su 999 votanti, di poco sopra al quorum che serve sì, ma solo dal IV scrutinio in poi (504 voti). Un disastro. Rodotà, che dovrebbe prendere i voti di M5S e SeL, ottiene 240 voti (32 in più), Chiamparino 41 (sono i renziani), Prodi spunta con 14. Il Pd, finalmente, capisce che i franchi tiratori sono tutti e solo suoi, decide, per evitare subito un secondo flop, di far votare scheda bianca al II scrutinio, quello del pomeriggio, così fanno pure Pdl e Sc. Alla fine, le schede bianche sono 418 su 948 votanti mentre Rodotà prende 230 voti, Chiamparino 90, d’Alema 38, Marini 15, Prodi 13. Contro Marini si sollevano in tanti, alcuni insospettabili: persino la ex portavoce di Bersani, Alessandra Moretti, lo boccia. “Qualcuno ha preparato tutto…”, commenta aggirandosi sconsolato nel mezzo del Transatlantico, il fedelissimo di Marini Fioroni.

Bersani cambia strategia, ma bruscamente e troppo tardi.

Il Pd è a pezzi, Bersani minaccia le dimissioni, trattenuto dai suoi, Marini chiede (giustamente) al Pd di insistere sul suo nome almeno fino alla IV votazione, quando il quorum si abbassa e può farcela. Ma il Pd è in balia delle proteste che corrono sul web (e di qualche sparuto, sempre uguale, ‘occupy Pd’), tra Twitter e Facebook, con un gruppo dirigente assediato da tutte le parti e un segretario che ha perso smalto e lucidità. Nella notte tra il 18 e il 19 aprile, Bersani propone a Berlusconi il nome del giurista, molto stimato al Colle, Sabino Cassese, ma il Cav dice di no a lui come a Mattarella. Repubblica rivelerà che ha incontrato D’Alema in gran segreto e che sarebbe pronto a votarlo, se il Pd si decidesse a candidarlo. Bersani, a questo punto, tenta un impossibile cambio di strategia. Conscio che se D’Alema, un ex Pci-Pds-Ds come lui, andasse al Colle, lui non potrebbe mai più ambire ad andare a palazzo Chigi e convinto dai prodiani come dai mariniani, ma anche dai giovani parlamentari, che il nome di D’Alema non passerebbe mai tra i suoi, annuncia a Berlusconi la conversione a U: il Pd voterà Romano Prodi. Berlusconi urla al tradimento ma sa già come andrà a finire.
Anche Prodi, a cui il giorno dopo tocca la stessa beffarda sorte, racconterà di aver previsto tutto. Come molti altri. Tutti dopo, però. Intanto Renzi, che non e’ tra i Grandi elettori, cala su Roma e convocai suoi 35 parlamentari al ristorante di Eataly di Farinetti: “Si vota Prodi”. Teme un governo di legislatura che puo’ imbrigliarne le ambizioni e pensa che Prodi potrebbe sciogliere presto le Camere.

L'ex premier e leader dei Ds Massimo D'Alema

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Bersani cerca Prodi, che accetta. Nasce la sfida con D’Alema.

Il Professore è in Africa, nel Mali, per una conferenza. La telefonata che, in piena notte, gli fa Bersani è preceduta dai contatti tra Parisi, fedelissimo del Prof, e Vasco Errani, vicinissimo a Bersani: “serve un nome indiscusso, c’è solo lui”, dice il secondo. “contattatelo, ma è ancora arrabbiato perché non lo avete difeso da Berlusconi”, ribatte il primo, convinto che il suo uomo vada preservato ancora nelle prime votazioni successive, a maggioranza dei 2/3, per essere lanciato solo dalla IV o dalla V. Prodi, per cautelarsi, chiede che il Pd voti, e a scrutinio segreto, sul suo nome. Richiesta legittima. Come impattare, del resto, con lo sfregio fatto a D’Alema? Il leader maximo non si scompone, anzi. Mette in moto i suoi, di fedelissimi. Fanno girare la voce che anche lui è pronto alla conta interna. Bene, benissimo. Si va verso una sfida, una vera ‘singolar tenzone’ tra i due ‘campioni’ per eccellenza degli ultimi vent’anni di storia del centrosinistra: il fondatore e premier della stagione dell’Ulivo contro il segretario del Pds-Ds, premier solo grazie alla congiura anti-Ulivo, il simbolo dell’antiberlusconismo e del regno della società civile contro il teorico del primato dei partiti e dell’accordo col Nemico. Sembra lo scontro perfetto, il ‘duello finale’. Sarebbe anche bello. Nella notte vengono fabbricate e impilate oltre 400 schede bianche, pronte per essere riempite dai Grandi elettori. Gli staff di D’Alema e Prodi si sono persino sentiti: i due ‘campioni’ verranno presentati e sostenuti da due ‘sostenitori’ d’eccezione: Bersani, ma in qualità di semplice parlamentare e non di segretario, per Prodi; Finocchiaro, allora capogruppo del Pd al Senato, per D’Alema. Poi, via, si vota.

L'interno del Transatlantico di Montecitorio

L’interno del Transatlantico di Montecitorio

L’assemblea decisiva al Capranica: La finta acclamazione, il lento cupio dissolvi.

Venerdì 19 aprile, ore 8.15, teatro Capranica. Assemblea degli elettori del Pd. Bersani prende la parola, ma cambia tutto il quadro: “c’è un solo candidato, per noi, al Quirinale, vi propongo di votarlo”. Applausi a scena aperta, ma soprattutto e solo dalle prime file, urla di evviva, onorevoli che si alzano in piedi, felici ed entusiasti. Si dice standing ovation ed appare il contrario dell’assemblea su Marini. Alle 8.45 l’Ansa batte la notizia. Tutto finito. Il candidato è Prodi. Ma troppe cose non quadrano: l’assemblea è piena solo per metà, molti non applaudono o non si alzano in piedi, anzi: restano muti e freddi. Ad applaudire sono state solo le prime file, Bersani e Zanda hanno ceduto, diranno poi, di fronte a quella che pareva un’acclamazione. Ma all’uscita i volti di molti sono lividi: si aspettavano un ballottaggio all’ultima scheda, si sono trovati davanti a una sceneggiata e a una sceneggiatura fatta male e condotta peggio. La claque bersaniana ha organizzato “il colpo di mano”, come lo chiamano gli avversari, molti esponenti delle altre correnti hanno preferito il wait and see, forse già pregustando l’amaro sapore della rivincita e/o vendetta. L’errore, secondo D’Alema, l’avrebbe fatto la Finocchiaro che non si e’ alzata per insistere comunque sulla proposta iniziale del voto a scrutinio segreto. Renzi, invece, prende bene la sorpresa: la standing ovation immediata brucia di fatto la candidatura D’Alema.
Bersani telefona a Prodi: “E’ stata una standing ovation per te, non c’era bisogno del voto, il partito è compatto”. Eppure appena pochi giorni prima il Corsera contava in 120 i parlamentari Pd anti-Prodi. Prodi chiede conferma ai suoi, poi chiama gli altri candidati ritiratisi (Marini) o in corsa (Rodotà). Sembra tutto perfetto. Poi arriva la telefonata decisiva che il Prof racconterà così a Marco Damilano nel suo Chi ha sbagliato più forte. “Mi chiama D’Alema e mi dice: va benissimo il tuo nome, ma per fare nomine e prendere decisioni di tale importanza almeno bisognerebbe convocare la Direzione del partito, coinvolgendone i massimi dirigenti’. Allora ho capito tutto. Ho chiamato mia moglie e le ho detto: Flavia, vai pure alla tua riunione perché presidente non divento di sicuro…”. E altre due. “Quella con Monti – racconta sempre Prodi a Damilano – che mi dice che il mio nome è divisivo e non si può votare, ma i suoi poi mi dicono che gli basterebbe tornare a fare il presidente del Consiglio”. E quella con Napolitano: “Non è stato il colloquio di un presidente uscente con il suo successore”. Intanto, Rodota’ fa sapere ai grillini, persino stupefatti alle sue parole, che non ha intenzione di ritirarsi.

Il IV scrutinio, quello decisivo, segna il trionfo dei ‘101’. Ma chi sono?

Intanto, si sono fatte le 10 del mattino e, a Montecitorio, è iniziato il terzo scrutinio. Il Pd, questa volta saggiamente, lo manda deserto, dando indicazione di votare scheda bianca, essendo l’ultimo a maggioranza qualificata: su 949 votanti, le schede bianche sono 465, i voti per Rodotà 250 (in salita), 34 a D’Alema, 22 per Prodi. La IV votazione, quella decisiva, si tiene nel primo pomeriggio: bastano 504 voti, la maggioranza assoluta, per diventare capo dello Stato. Pd e Sel hanno 496 voti, ne bastano una manciata in più, da pescare tra i centristi moderati e cattolici dell’Udc, di Sc, del Pdl. Sembra un gioco da ragazzi. Ma Bersani né il Pd chiedono, formalmente, i voti di nessuno: vogliono testare Prodi nel IV voto e farlo passare di forza al V scrutinio. Monti convoca una conferenza stampa lampo per ribadire, algido, che i suoi voteranno Cancellieri. I grillini, che si muovono come una falange macedone, ribadiscono: continueremo a votare Rodotà, che non ha intenzione di ritirarsi. Il Pdl, che già sente ‘l’odore del sangue’, annuncia come un leone ferito che i suoi Grandi elettori non parteciperanno al tentato golpe, così impedisce anche che qualcuno dei suoi sia tentato dal colpo gobbo di votare Prodi: la scelta non è l’astensione, ma uscire dall’aula, un’altra prima assoluta mai vista nella storia repubblicana. Mancano pochi minuti alle 19 di sera, quando la Boldrini legge il conteggio finale dei voti: votanti 732, Prodi 395 voti (101 in meno della somma potenziale), Rodotà 213 (51 in più di quelli dell’M5S: vengono tutti dal Pd), Cancellieri 78 (nove in più di quelli di Sc), D’Alema 15, altri 12, schede bianche 15. Scoppia il caso dei ‘101’. In realtà, quasi sicuramente sono molti di più: diversi grillini e una pattuglia di popolari dentro Sc hanno votato di certo Prodi, tradendo l’indicazione del gruppo. Ergo, di voti ne mancano almeno 120-150. Epifani, sconsolato, commenta: “Ormai siamo inaffidabili per tutti”. I parlamentari Pd escono dall’aula alla spicciolata, alcuni stralunati, altri altri imbufaliti, altri ancora troppo indignati per essere credibili.
I giovani turchi, Andrea Orlando in testa, se la prendono con Renzi, ma l’ex portavoce di Veltroni, Valter Verini, punta il dito su di loro: “sono stati loro, i giovani dalemiani con gli occhi di ghiaccio”. Molti sospetti cadono su popolari, franceschiniani, lettiani amici di Marini. Beppe Fioroni, previdente, gira facendo vedere a tutti la foto che ha scattato alla scheda dal suo cellulare: testimonia la sua innocenza. Ugo Sposetti, invece, non fa mistero di aver incitato i suoi amici, dalemiani e non, a dire no a Prodi. Nel frattempo, i parlamentari del Pdl, rientrati, se la ridono di gusto. Gli altri gruppi assistono basiti.
In realtà, ogni capobastone e ogni corrente ha dato il suo contributo garantito pro quota ai nemici del Prof e di Bersani come agli amici del Cav, ma forse anche di Napolitano e magari dello stesso Renzi. Bersani fugge via da Montecitorio, affranto. Renzi commenta a pochi minuti dal risultato con una fretta che appare eccessiva, cioè sospetta: “La candidatura di Prodi non c’è più”. Prodi annuncia, gelido, il su ritiro con una dichiarazione dal Mali che arriva alle 21: “Chi mi ha portato a questa decisione deve farsi carico delle sue responsabilità”. E’ l’epitaffio per Bersani, che fa contenti un po’ tutti. Alle 21 Bersani annuncia le sue dimissioni: diverranno operative dalla nomina del nuovo Capo dello Stato. Alle 22.30, nuova, mesta e per fortuna ultima, assemblea del Pd sempre al teatro Capranica. Davanti a un Sinedrio di scribi e farisei che ora, in parte, si pentono e abbozzano un timido applauso, il segretario dimissionario taglia corto e ritrova quelle verve tagliente che gli è mancata per giorni: “Non tutti hanno il diritto di applaudire, qui dentro. Uno su quattro di voi è un tradito, chi ha tradito è meglio che tenga le mani a posto. C’è una pulsione a distruggere, in questo partito, e senza rimedio”.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi

Bersani si dimette, tutti implorano Napolitano di restare.

Quel che resta della storia di quei giorni si fa cronaca, stavolta senza misteri o gialli particolari. Berlusconi esulta subito e avverte: “Siamo pronti a votare qualsiasi candidato ci propongano, purché ci porti a un governo di larghe intese, ma se lo stallo permane dovremo chiedere a Napolitano di accettare la sua rielezione”. Grillo prova a cambiare registro e a offrire l’appoggio a un governo di cambiamento del Pd, che fino al giorno prima ha rifiutato sdegnato, in cambio del sostegno alla candidatura di Rodotà, ma troppo tardi. Napolitano continua a dire di no, ma sui giornali di sabato 20 aprile si parla quasi soltanto della sua rielezione come sbocco per la crisi. Intanto, alla Camera, si procede al V scrutinio, ma è del tutto inutile: il Pdl è ancora assente dall’aula, il Pd fa votare ai suoi scheda bianca (445), Rodotà prende 210 voti, Napolitano 20, altri 49, ma la percentuale basa di votanti (774) indica che i giochi si fanno altrove. Dopo un vorticoso giro di telefonate tra Berlusconi, Monti e Bersani, quest’ultimo, a metà pomeriggio, sale al Colle per chiedergli “un altro atto di generosità, anche se non ce lo meritiamo”. Così racconta il Corriere. Bersani è mesto, lo sguardo basso, vitreo. Quando salgono gli altri (Berlusconi e Gianni Letta, Maroni, Monti e ben 17 governatori regionali) il vestito e il piglio è invece quello buono delle feste. Decisivo è, ovviamente, il colloquio con il Cav che prevede anche un “calorosissimo abbraccio” tra i due. Quasi un miracolo dopo gli ultimi due anni di guerra reciproca ad alzo zero. Napolitano risponde sì con un comunicato ufficiale: “Ritengo di dover offrire la disponibilità che mi è stata richiesta. Non posso sottrarmi alla responsabilità, ma ora serve un’assunzione collettiva di responsabilità”. Traduzione: da oggi in poi si fa come dico io. Nel primo pomeriggio sempre del 20 aprile i Grandi elettori del Pd votano compatti come un solo uomo e senza fiatare il sì al secondo mandato di Napolitano: 490 voti, un contrario (Mineo), 4 astenuti. Alle 16.30 iniziano le votazioni per il VI scrutinio, quello decisivo. Grillo invita i cittadini e i militanti pentastellati a scendere a Roma e a ‘circondare’ il Parlamento per protestare “contro il colpo di Stato”. “Saremo milioni di persone” annuncia, ma non arriveranno a mille.
Dentro, la pratica dell’elezione di Napolitano viene sbrigata in modo solenne e insieme funereo. La classe politica italiana, dai leader ai peones, ha capito che è stata commissariata de facto. In aula, Berlusconi sorride soddisfatto, Bersani finirà per piangere.

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Modalità di elezione di Napolitano (20 aprile 2013, VI scrutinio, 738 voti).

La presidente Boldrini legge i risultati della chiama alle 18.15: su 1007 Grandi elettori, hanno votato in 997. I voti per Napolitano sono stati 738 (in ogni caso 50 in meno della somma aritmetica dei partiti sostenitori: Pd-Pdl-Sc-Lega-minori), Rodotà prende 217 voti (M5S e Sel), chiudendo in calo i suoi exploit, Sergio De Caprio (l’ex capitano ‘Ultimo’, votato dai Fratelli d’Italia) 8 voti, 4 voti D’Alema, 2 Prodi, 6 i voti dispersi, 10 le bianche, 12 le nulle. Le schede del Pd sono tutte ‘segnate (“G. Napolitano”, “Napolitano G.”, “Giorgio Napolitano”, etc.) proprio come faceva la Dc per cercare di impedire i franchi tiratori e controllare il voto segreto dei suoi indisciplinati Grandi elettori. Ci si poteva pensare prima. Con la rielezione, Napolitano decide di accorciare la fine del I mandato per dare vita e continuità al suo secondo mandato, che inizia con il giuramento del 22 aprile 2013 e che si concluderà, come si sa, con le recentissime dimissioni del 14 gennaio 2015. Il suo discorso di insediamento è tutto sulla necessità delle larghe intese che troveranno compimento con l’insediamento del governo Letta (aprile 2013-febbraio 2014) e il Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi dopo la nascita del governo Renzi (2014). Tutto è compiuto, compreso il ‘tradimento’ di Giuda che pero’, a differenza alltri, sanno bene come si fa politica.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net) nella sezione ‘I giardinetti di Montecitorio’.