“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

#QuirinaleNEW/3. Grandi elettori: numeri, maggioranze possibili, franchi tiratori

L'emiciclo di Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

In breve, ecco alcuni numeri sui Grandi elettori da sapere in vista delle elezioni per il Quirinale aggiornato con le possibili maggioranze su Mattarella, Prodi, Bersani e … Feltri, 

I ‘Grandi elettori’. Il collegio elettorale che elegge il presidente della Repubblica è speciale sin dalla sua composizione. Consta, ad oggi, di ben 1009 ‘Grandi Elettori’. I parlamentari sono 951, così suddivisi: 630 deputati e 315 senatori eletti, cinque senatori a vita già in carica (di cui quattro nominati da Napolitano: Cattaneo, Piano, Rubbia, Monti e uno, Ciampi, in qualità di ex presidente della Repubblica) e un ‘nuovo’, senatore a vita, il sesto, che lo è diventato dal giorno stesso delle dimissioni, Napolitano. A loro vanno aggiunti i 58 delegati eletti da ognuna delle venti Regioni (tre per ciascuna regione, tranne la Valle d’Aosta che ne ha uno) in base ai risultati delle elezioni regionali più recenti e che vengono scelti secondo questo metodo: governatore della Regione, presidente del Consiglio regionale (entrambi di maggioranza), vicepresidente o, comunque, un membro dell’opposizione. In questa occasione, tutti i governatori regionali, tranne quello del Molise, saranno presenti.

Quorum. E’ fissato dalla Costituzione: maggioranza di due terzi nei primi tre scrutini (in questo caso pari a 673 voti), maggioranza assoluta (in questo caso pari a 505 voti) dal quarto scrutinio in poi.

Consistenza dei vari gruppi. Il Parlamento è molto cambiato, dal 2013 a oggi, quando si verificò il fenomeno dei 101 franchi tiratori che affossarono la candidatura di Romano Prodi e si procedette poi alla rielezione di Giorgio Napolitano per il suo secondo mandato, che si è chiuso il 14 gennaio 2015. il Pd aveva 430 Grandi Elettori, SeL 45, M5S 163, Scelta civica 69, Udc 12, Pdl 211, Lega 40, Fd’It 9, Autonomie e Minoranze 18, 10 Gal, 6 Centro democratico, piu’ altri per un totale di 1007 Grandi elettori.

1) Pd (446 voti). Il Pd è il partito cresciuto più di tutti, salendo da 430 delegati a 446 delegati, dal 2013 a oggi, grazie ai molti ingressi provenienti da Sel e Sc e alla conquista di 5 regioni (Abruzzo, Calabria, Piemonte, Sardegna, Friuli) sul piano dei delegati regionali. I 446 Grandi elettori del Pd sono così suddivisi: 307 deputati e 108 senatori (uguale a 415 parlamentari) più 31 delegati regionali tra cui figurano i governatori di centrosinistra di 12 regioni su 20: Liguria (Burlando), Piemonte (Chiamparino), Friuli (Serracchiani), Emilia-Romagna (Bonaccini), Toscana (Rossi), Umbria (Marini), Abruzzo (d’Alfonso), Lazio (Zingaretti), Basilicata (Pittella), Sicilia (Crocetta), Calabria (Oliverio), Sardegna (Pigliaru), ma non Spacca (Marche) che ha fondato un suo movimento autonomo e non Frattura (Molise) per scelta regionale.

NB. Due Grandi elettori – il presidente del Senato facente funzioni di Capo dello Stato, Pietro Grasso, e la vicepresidente del Senato, facente funzioni di presidente vicaria dell’Assemblea che eleggerà il Capo dello Stato, Valeria Fedeli – pur essendo iscritti al Pd, non votano mai, per prassi consolidata, alle elezioni presidenziali dato il ruolo terzo e dunque vanno sottratti  dal computo del Pd. Ecco, dunque, che da 446 Grandi elettori il Pd scende, di fatto, a 444 voti.

2) FI (142 voti). Il gruppo di Forza Italia è crollato dai 211 delegati dell’allora Pdl (nel 2013) ai 143 attuali. I parlamentari azzurri sono 130 (70 deputati e 60 senatori) cui vanno aggiunti 12 grandi elettori (dieci di FI puri,c due – Tondo in Friuli e Iorio in Molise – liste personali di dentrodestrariconducibili all’ex Pdl) molti meno di due anni fa, causa le diverse sconfitte subite nelle elezioni regionali, per un totale di 142 voti.

3) Area popolare (NCd+Udc): 75 voti. Il Pdl unito aveva 211 delegati nel 2013, Ncd, nato dalla scissione del Pdl, da solo ha 63 delegati, ma sale a 70 (34 deputati e 36 senatori) grazie alla fusione con Udc ed ex Popolari per un totale finale di 75 Grandi elettori grazie ai 5 delegati regionali (3 Ncd, 2 Udc).

4) Area centrista (Sc+Popolari): 45 voti. Scelta civica-lista Monti, dai 73 delegati del 2013, si è frantumata in due rivoli: 32 sono i parlamentari ‘civici’ attuali (erano 69 nel 2013 piu’ 12 dell’Udc) e, inizialmente, erano i 28 parlamentari del gruppo Popolari per l’Italia che si è di fatto dissolto proprio di recente. Oggi, i parlamentari di Scelta civica sono, appunto, 32 (25 deputati e 7 senatori) mentre con gli ex Popolari per l’Italia – Italia solidale di Dellai-Olivero sono rimasti solo in 13 (tutti deputati, dato che i tre senatori affiliati all’area sono stati costretti a confluire nel gruppo Autonomie-Psi), ma i due gruppi hanno stabilito una forma di consultazione permanente comune.

5) Autonomie-Estero-Psi-Pli (32 voti). Qui il discorso si fa complesso. Dentro quest’area, presente come gruppo autonomo al Senato e come sotto-componente dentro il Gruppo Misto alla Camera, vanno contabilizzati componenti, aree e partiti diversi ma affini tra loro (per dire, votano sempre con il governo). In sostanza, il gruppo Autonomie-Estero-Psi del Senato e’ composto da 17 esponenti in totale (cui vanno sottratti i tre ex Popolari per l’Italia che fanno parte politicamente dell’area Sc-Popolari-centristi) più vanno aggiunti, ma alla Camera, iscritti come sotto componente nel Misto, i sei deputati del Psi, i cinque espressione delle Autonomie (Svp-Patt-Uv) e i quattro del Maie-Estero. A loro vanno aggiunti i tre delegati eletti in Trentino (uno Patt e uno Svp) e il presidente della Val d’Aosta (Rollandin, Uv). Totale: 32 voti. Dicevamo della composita e complessa composizione dell’area Autonomie-Psi-Estero tra Camera e Senato. Si parte dagli otto parlamentari (due senatori e sei deputati) del Psi di Nencini, si passa per i 7 senatori e i cinque deputati dei gruppi autonomisti Svp-Patt-Uv (cui vanno aggiunti i tre delegati regionali eletti due in Trentino e uno in Val d’Aosta: in tutto 15 Grandi elettori delle varie minoranze linguistiche. A questi vanno aggiunti i sei parlamentari (2 senatori e quattro deputati) del Maie, cioè gli eletti all’estero, e i tre senatori a vita iscrittisi al gruppo Autonomie del Senato (Cattaneo, Rubbia e, da poco, Napolitano). Da ricordare che, sempre tra i senatori a vita, Ciampi e Piano sono iscritti al gruppo Misto, Monti dentro Sc.

6) Gal (Grandi Autonomie e Libertà): 15 voti. E’ il gruppo dove trionfano gli  ‘ascari’ azzurri (in 11 sono ex di Forza Italia) per lo più’ vicini a Fitto e dunque contabilizzabili tra i ribelli anti maggioranza e anti Patto del Nazareno. il gruppo di Gal (erano 10 due anni fa) comprende da poco anche la pattuglia dei Popolari per l’Italia (tre), guidati dall’ex ministro Mario Mauro e non entrati volutamente in Area Popolare. poi vi sono ex Ncd (Naccarato), ex leghisti (Davico) e un ex ministro come Giulio Tremonti. Di solito votano contro il governo.

7) M5S (129 voti): da 163 parlamentari l’M5S è sceso a 143, poi a 138 e ora a soli 129 Grandi elettori, che comprendono anche un delegato regionale, eletto in Lazio (e’ la prima volta che ne eleggono uno), avendo perso, nel frattempo, 18 deputati e 16 senatori. Un vero tracollo.

8) Ex grillini fuoriusciti dall’M5S (32 voti). Si tratta di 18 deputati (9 usciti in precedenza e ben nove solo il 27 gennaio) e 15 senatori, tutti usciti in precedenza, piu’ un senatore che ha gia’ annunciato la sua uscita dall’M5S, ma per ora non l’ha ancora formalizzata (Molinari). I nove parlamentari usciti ora (i deputati Tancredi Turco, Walter Rizzetto, Aris Prodani, Samuele Segoni, Mara Mucci, Eleonora Bechis, Marco Baldassarre, Sebastiano Barbanti, Gessica Rostellato) formeranno un gruppo autonomo (“Alternativa libera”) forte di 13 deputati grazie all’apporto di alcuni dei fuoriusciti in precedenza (Curro’, Artini, Pinna, Tacconi) e che, con l’aggiunta di altri 10-11 senatori, può’ raggiungere una massa di manovra considerevole, forte di 24-25 parlamentari. Tutti gli altri ex grillini si sono invece persi in mille rivoli. Tra gli ex grillini gia’ fuoriusciti figurano un deputato (Zaccagnini) entrato in Sel, un deputato (Catalano) iscritto al sottogruppo Psi-Pli nel Misto, un senatore (Pepe) che ha fatto resuscitare i Verdi, un altro che si e’ iscritto al Gruppo Autonomie-Psi (Battista) e un senatore (Nitori) che si è’ iscritto ad Area popolare. Tra i tredici senatori ex grillini iscritti al Misto vi sono tre senatori (Buccini, Mussini, Romani) che hanno fondato il Movimento X e altri otto che sono iscritti come indipendenti al gruppo Misto del Senato, dove c’e’ anche Campanella (Italia lavori in corso), dovrebbe pescare il neo gruppo di Alternativa libera.

9) Lega Nord ( 38 voti): si tratta di 35 parlamentari (20 deputati e 15 senatori), cui vanno aggiunti i tre delegati regionali leghisti che comprendono i governatori Maroni e Zaia.

10) Fratelli d’Italia (10 voti). Il partito di Fratelli d’Italia conta nove parlamentari e un delegato regionale.

11) SeL (34 voti). I grandi elettori di SeL comprendono 26 deputati e 7 senatori, che siedono nel gruppo Misto, e un delegato regionale: il governatore della Puglia e leader di SeL Vendola. SeL ne ha persi ben dieci, di Grandi elettori, dal 2013 ad oggi, quando ne aveva 44. Nel gruppo c’e’ però anche Laura Boldrini che per prassi non vota in quanto presidente della Camera. Quindi di fatto saranno in  33.

12) Non ascrivibili a nessuna componente: 11 voti. Sono 11 i deputati e senatori che siedono nei rispettivi Gruppi Misti di Camera e Senato e che non sono ascrivibili a nessuna componente o a componenti singole: tra essi vi sono Nesi (ex Sc), Margiotta (ex Pd), Pisicchio (ex Cd), Formisano (Idv).

Maggioranze tutte teoriche, ma possibili, almeno sulla carta. La maggioranza di governo avrebbe, sulla carta, i numeri per eleggersi il nuovo Presidente della Repubblica da sola. Infatti, sommando i delegati di Pd (446), Area popolare (75), Autonomie-Psi (32) e area centrista (45 in tutto: composta da Sc, 32, e dai Popolari, 13), il totale fa 598 voti, ben superiori alla maggioranza assoluta (505) richiesta a partire dal IV scrutinio. Ma una presenza di franchi tiratori mirata, tra Pd e centristi, di soli cento voti metterebbe subito a rischio l’elezione di un Capo dello Stato scelto solo dalle forze politiche che sorreggono il governo anche se dal IV scrutinio in poi. Ecco perche’ servono i voti di Forza Italia.

La somma di maggioranza di governo (598 voti) e FI (142) fa addirittura 740 voti che diventerebbero 755 con i 15 senatori della pattuglia del Gal. Cifra astronomica che consentirebbe, volendo, di eleggere il Capo dello Stato subito, dal primo scrutinio. Basti pensare che il Napolitano II fu rieletto con 738 voti. naturalmente, pero’, se si iniziano a sottrarre 40-50 franchi tiratori del Pd e 30-40 azzurri di area Fitto piu’ mal di pancia vari si scende a 600-620 voti. non bastevoli tuttavia a impedire che, dal IV scrutinio, la maggioranza di governo piu’ Fi possa eleggersi senza troppi patemi il Capo dello Stato.

Una maggioranza di centrosinistra ‘stretto’ che escludesse Area popolare (75 voti) ma si allargasse a SeL  (34 voti) e a parte degli ex grillini (i 25 di Alternativa libera su 32 fuoriusciti) per candidare Mattarella conterebbe su 444 del Pd (-Grasso e Fedeli), 45 di Sc, 32 di Autonomie, 25 ex-M5S, 33 (-Boldrini) di Sel per un totale, sulla carta, di 582 voti (579 effettivi) che, pur scontando un pacchetto di franchi tiratori (20-30?), danno un buon margine di 60-80 voti sopra il quorum di 505 a partire dalla IV votazione.

Il patto del Nazareno versione stretta (Pd+FI) ha, sulla carta, 588 voti (446 del Pd e 142 di FI) ma perderebbe un numero enorme di consensi e potrebbe finire ben sotto i 505 voti. La sola maggioranza ‘anti-Nazareno’ oggi immaginabile, stipulata magari mettendosi dietro la bandiera di Prodi o di Bersani ha, sulla carta, dai 200 ai 300 voti: 130 grillini, 34 di Sel, una decina di democrat certi (i civatiani) cui potrebbero sommarsi altri 100 (?) Pd e a molti dei 32 ex grillini.

La candidatura annunciata di Vittorio Feltri da parte di Fratelli d’Italia e Lega ha 48 voti di partenza.

Una candidatura di bandiera di Fi e Area popolare, che pure hanno annunciato che nei primi tre scrutini voteranno scheda bianca, ha, in partenza, 217 voti cui potrebbero aggiungersi i 15 voti di Gal fino a 232.

I franchi tiratori in generale. Tutti questi calcoli scontano però, ovviamente, la molto concreta fronda di quasi duecento (e oltre?) ‘franchi tiratori’ provenienti dalle fila di quasi tutti i partiti.
A spanne possono essere così divisi: da 40-50, nelle previsioni più’ ottimistiche, fino ai 140-150, nelle previsioni più nere, nel Pd (25-30 dalemiani, 60-80 bersaniani, 10 civatiani, 20 area Cgil, 20-30 di Fioroni, 10 malpancisti a vario titolo), 40-50 tra i parlamentari vicini a Fitto dentro FI, 20-30 centristi a vario titolo, piu’ la nebulosa dei 32 grillini dissidenti.

La possibile dissidenza nelle file dem. Secondo una ricostruzione uscita giorni fa sul quotidiano Il Foglio, riguardante il solo Pd, i numeri dicono che alla Camera i voti con l’ok, quelli che con ogni probabilità dovrebbero votare a favore di ciò che verrà deciso da Renzi, sono 204 su 307 totali. Di questi 307, quelli a rischio sono 84, quelli che voteranno sicuramente no saranno 19. Al Senato la proporzione è più o meno identica: 71 voti sicuri, 15 a rischio, 22 quasi certamente contrari. Sommando questi numeri, è il calcolo di Palazzo Chigi ed è anche il calcolo delle correnti alleate ai renziani, si arriva a 275 voti sicuri, 99 a rischio (alcuni dei quali forse recuperabili), 41 già persi in partenza. In linea di massima i parlamentari sicuri sono quelli che fanno parte di tre correnti che hanno un peso importante nel patto del Nazareno: i renziani (50 alla Camera, 21 al Senato, sono aumentati rispetto all’inizio della legislatura, quando erano soltanto 51); i giovani turchi (45 alla Camera, 14 al Senato, anche loro aumentati rispetto all’inizio della legislatura, quando erano meno di 50); Area dem (37 alla Camera, 17 al Senato). Occhi puntati, invece, sulla minoranza dem, il cui grosso e’ composto da Area riformista (leader Bersani) e che conta circa 140 parlamentari che diventano 150 con i delegati regionali. Tra questi una ottantina sarebbe costituito dallo zoccolo duro dei bersaniani, una ventina da civatiani o comunque ribelli irriducibili e circa 40-60 quello piu’ vicini al capogruppo alla Camera Speranza e considerati, dai renziani, recuperabili. Ecco perché’ li si considera in un range che va da 40-50 duri e puri a un totale di 140-150 al massimo.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I Giardinetti di Montecitorio’ facilmente rintracciabile sul sito internet di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

Elezioni presidenziali/12. Napolitano II (2013) o dei famosi ‘101’ che affondarono Prodi

Completiamo la carrellata sulle 12 elezioni presidenziali avvenute sinora nella storia della Repubblica italiana. Abbiamo descritto quelle di De Nicola (1946), Einaudi (1948), Gronchi (1955), Segni (1962), Saragat (1964), Leone (1971), Pertini (1978), Cossiga (1985), Scalfaro (1992), Ciampi (1999), Napolitano (2006). Chiudiamo con la rielezione di Napolitano del 2013, indagando sulla famosa vicenda dei 101. ps. In questo e unico caso l’autore dell’articolo e’ stato anche testimone oculare di alcuni dei fatti narrati. 

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Il mistero e la polemica sui ‘101’ continua ancora oggi.

Chi erano e che facce avevano ‘101’ franchi tiratori che due anni fa, la sera di venerdì 19 aprile, impedirono a Romano Prodi di diventare capo dello Stato? E come si chiamavano i 224 cecchini che il giorno prima avevano sbarrato a Franco Marini la strada per Quirinale? I sospetti abbondano, le certezze mancano. Sul campo resta solo qualche indizio, del tutto inutile per evitare un’altra imboscata al giro successivo. Quello che inizia giovedì prossimo.
Il tema ancora agita (anzi: infiamma) il dibattito politico quotidiano. Stefano Fassina, esponente della minoranza dem, accusa Renzi di essere stato il ‘regista’ dell’operazione ‘101’, i renziani ribattono sdegnati che il colpevole va cercato dalle parti di Massimo D’Alema. Sandra Zampa, ultima portavoce del Prof, ‘non esclude’ che Renzi fosse coinvolto nell’operazione, ma punta il dito sui supporter di Marini e sui ‘soliti’ dalemiani. Gli ex portavoce di Bersani adombrano la ‘manina’ di Renzi (ma anche di Letta) per far fuori l’allora segretario. Tutti, ancora oggi, sospettano di tutti, nel Pd.
E il ricordo di quell’aprile di due anni fa brucia ancora, soprattutto nella memoria dei suoi protagonisti. Da Prodi a Bersani a Renzi. Conviene, dunque, provare a riavvolgere il nastro di quel film.
E di ricordare che, per la prima volta nella storia repubblicana, il Parlamento che eleggerà il nuovo presidente della Repubblica è lo stesso di due anni fa. Variato nella composizione dei gruppi, certo (c’era il Pdl, e oggi ci sono FI e Ncd, i grillini erano a ranghi compatti e oggi hanno subito fughe ed espulsioni, come pure SeL), ma gli animi e i profili dei 1009 Grandi elettori attuali sono (o no?) identici a quelli dei 1007 di allora? Ecco un’altra buona domanda.

Le elezioni del febbraio 2013. La ‘non vittoria’ di Bersani.

Il 25/26 febbraio del 2013 si sono svolte le elezioni politiche. Il centrosinistra, raccolto nella coalizione ‘Italia Bene Comune’ (Pd-Sel-Psi-Cd) ha ‘non vinto’ le elezioni. Una vera doccia gelata, specie per il segretario del Pd Bersani, vincitore troppo annunciato. Il centrosinistra ha un solido premio di maggioranza alla Camera (29,5% che diventano 345 seggi, il premio che porta in dote il Porcellum), ma non ha affatto la maggioranza al Senato (31,6%). L’exploit dei Cinque Stelle (23,8% al Senato, 25,5% alla Camera) che non diventa il primo partito solo ‘grazie’ ai voti degli italiani all’estero era imprevedibile a tutti, famosi sondaggisti compresi. Il recupero del Pdl (29,1% alla Camera,30,7% al Senato) partito già sconfitto, pure e fa esultare e tornare imprevedibile Berlusconi. Il debole e deludente risultato della lista Monti, Scelta civica (9,1% al Senato, 10,6% alla Camera) impedisce al Pd di stringere un’alleanza con i montiani e governare ugualmente, come si pensava prima del voto nelle teoricamente più nere previsioni.
Lo score dei partiti recita così: 345 seggi al centrosinistra, 125 al centrodestra, 109 ai grillini, 47 ai montiani e 4 vari alla Camera; 123 senatori al centrosinistra, 117 al centrodestra, 54 a M5S, 19 a Sc.
Le consultazioni, al Colle, si aprono il 20 marzo. L’impasse è totale.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Napolitano ‘pre-incarica’ Bersani di fare il governo, poi lo congela.

Bersani vuole provarci lo stesso a formare un governo, Napolitano lo avverte: senza numeri certi, l’incarico pieno se lo può sognare. Il braccio di ferro finisce con un compromesso a svantaggio del leader del Pd. Il 22 marzo Bersani viene ‘pre-incaricato’ dal Capo dello Stato a formare un nuovo governo, ma Napolitano dice a tutti e chiaramente che preferirebbe “un governo di larga coalizione”. Nel frattempo, resta in carica il governo Monti che, con una prassi costituzionale singolare, essendo decaduto dalle nuove Camere, firma decreti e nomina ministri. Il presidente del consiglio ‘pre-incaricato’ Bersani svolge un lungo giro di consultazioni tra forze politiche e forze sociali. L’obiettivo è di formare un governo di ‘minoranza’ o come lo definisce lui “senza maggioranza precostituita” che possa ottenere il via libera dei grillini, specie al Senato, e poi garantirsi la fiducia provvedimento su provvedimento, conquistandoli ‘’strada facendo’. Tutto inutile. Lo streming dell’incontro tra Bersani e la delegazione pentastellata, guidata dai capigruppo Crimi e Lombardi (“guardi che non siamo su Ballarò!”), che va in onda il 27 marzo, è la plastica rappresentazione della sconfitta bersaniana. Neppure eleggere due presidenti delle Camere, Pietro Grasso al Senato e Laura Boldrini alla Camera, eletti il 16 marzo come personaggi ‘nuovi’ e lontani dagli schemi classici dei rapporti tra i partiti tradizionali, ha aiutato il leader Pd. Intanto, il Pdl chiede con forza e sicumera di dare vita a un governo di ‘grande coalizione’. Bersani si rifiuta mentre il vicesegretario Letta inizia a prendere in considerazione l’idea, ipotesi per cui iniziano a tifare molti big del Pd (D’Alema, Violante) e molti grandi giornali, Corsera in testa. Il grande sconfitto alle primarie di centrosinistra del dicembre 2012, Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, si limita a godersi lo spettacolo da fuori. Napolitano ritira (o, meglio, ‘congela’) il pre-incarico a Bersani il 29 marzo, ma non ne concede ad altri. Conduce personalmente nuove consultazioni e incarica dieci saggi di valutare la situazione e formulare proposte per “il programma di un nuovo governo”. Procedura mai vista prima.

Napolitano commissaria la classe politica con i suoi dieci ‘saggi’.

La situazione politica e istituzionale versa in un impasse drammatico. Le elezioni presidenziali per il nuovo Capo dello Stato non potranno che iniziare, da calendario, il 15 aprile, quando scade il mandato di Napolitano, che non ha intenzione di dimettersi prima, come fa sapere pubblicamente il 30 marzo e come fecero, invece, alcuni suoi predecessori (Cossiga nel 2002, Ciampi nel 2006) per favorire l’elezione del suo successore. Le Camere sono state elette e nel pieno dei loro poteri, ma non funzionano (come pure chiedono i grillini) perché manca loro l’interfaccia indispensabile di un governo nel pieno dei suoi poteri e quello che c’è, Monti, già compie atti esorbitanti prerogative che non ha più. Napolitano, il 2 aprile, nomina la commissione dei suoi ‘dieci saggi’ e auspica “un’ampia intesa tra le forze politiche” sul nome del suo successore. Morale: Napolitano ha commissariato tutto e tutti (governo, Parlamento, leader politici). Il 5 aprile i giornali raccontano di Napolitano e della moglie con gli ‘scatoloni’ già pronti. La volontà è di lasciare il Colle, e per sempre, ma anche un’eredità politica chiara: le larghe intese.
Ancora l’8 aprile Napolitano esalta la stagione della ‘solidarietà nazionale’ tra Dc e Pci ai tempi del terrorismo: il messaggio è chiaro e aiuta le colombe che, nei due principali schieramenti (Letta senior nel Pdl, Letta junior nel Pd) lavorano discreti per le larghe intese.

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

Inizia il ‘toto-Quirinale’. Bersani vede Berlusconi.

E il ‘toto-Quirinale’ come sta evolvendo? Romano Prodi cerca di tirarsene fuori (“Ho un nutrito programma di conferenze all’estero”), il Pdl annuncia, via l’allora segretario Alfano, di essere “disponibile a un governo di larghe intese se un moderato andasse al Colle”. Girano i nomi di Giuliano Amato, Anna Finocchiaro, Franco Marini. Il 9 aprile un Bersani ormai fiaccato dall’incarico di governo già evaporato incontra un Silvio Berlusconi ringalluzzito e tornato centrale. Il segretario del Pd dice ‘no’ a ogni forma di governissimo ma dall’incontro, che si tiene nella casa di Enrico Letta a Testaccio, emerge la possibilità di trovare “un nome condiviso” per il Quirinale. Il nome di Prodi è escluso categoricamente da Berlusconi (“è un mio nemico personale”), che spinge per Amato o Marini, Bersani si autoesclude da solo e dice ‘no’ a ogni ipotesi di rielezione di Napolitano. “La chimica tra i due è stata buona”, commenta Letta. Il profilo è un nome di “alta professionalità” e “alta tenuta politica”. Ogni accordo con i Cinque Stelle è respinto. Bersani, però, voleva i loro voti per fare il suo governo. Il cambio di strategia è repentino. Troppo e troppo velocemente.

Berlusconi manifesta contro Prodi, i grillini scelgono Rodotà.

Il 13 aprile Napolitano ribadisce alla Stampa che non cederà mai alle lusinghe e alle pressioni per un nuovo mandato. Il 13 aprile, Berlusconi organizza una manifestazione del Pdl a Bari con un solo scopo: eccita la folla nel suo ‘no’ rabbioso alla candidatura di Prodi. Ma la vera novità è rappresentata dall’irrompere sulla scena, il giorno prima, delle ‘Quirinarie’ (votazioni via web dei militanti M5S) organizzate da Grillo e Casaleggio per l’indicazione di voto ai loro parlamentari grillini. Votano quasi 50 mila persone, i risultati dicono: Bonino, Caselli, Fo, Gabanelli, Grillo, Imposimato, Prodi, Rodotà, Strada, Zagrebelsky. Tre nomi (Prodi, Rodotà, Zagrebelsky) vengono dal mondo della sinistra e lo stesso Grillo chiosa: “Se il Movimento dovesse scegliere Prodi, noi voteremmo per lui”. La classifica finale delle Quirinarie arriva il 16 aprile: tra ritiri e rinunce, il candidato ufficiale M5S al Colle diventa il giurista Stefano Rodotà. Intanto, Renzi affonda ben due candidature del Pd e con parole durissime: quella di Franco Marini e quella di Anna Finocchiaro, che lo definisce “un miserabile”. Bersani vede di nuovo Berlusconi sempre a casa Letta, il 17 aprile. Bersani offre al Pdl una terna (Mattarella, Amato, Marini) e compie un altro errore dicendo: “ora scegliete voi”. Berlusconi, la cui prima scelta (dopo l’irrealistica speranza che fosse la sinistra a fargli il regalo: candidare D’Alema al Quirinale come già aveva fatto nel 2006 per poi bruciarlo) sarebbe Amato, ma capisce che rischia di non passare, tra Pd e Sel (e pure tra i suoi), e dopo aver scartato Mattarella, punta su Marini. Sembra fatta. Marini ha anche il gradimento di Lega e Scelta civica.

Bersani propone e fa votare Marini, Renzi e altri lo silurano.

La sera stessa del 17 aprile, al teatro Capranica, si svolge l’assemblea dei 495 Grandi elettori del Pd, compresi quelli di Sel. Bersani ha ottenuto dal Cav di essere lui ad annunciare il nome di Marini per primo, ma non fa neppure in tempo a pronunciarlo (“quella di Marini è la candidatura più in grado di realizzare le maggiori convergenze…”) che viene subissato da una valanga di mugugni e fischi che diventeranno altrettanto interventi contrari. A viso aperto, almeno stavolta. “Non voterò mai per uno di quelli che hanno affossato l’Ulivo” annuncia la prodiana Sandra Zampa. “E’ un nome che divide” avverte Matteo Orfini, a nome dei “Giovani turchi”. Vendola e i suoi abbandonano polemicamente la sala, dove la votazione finisce con 222 sì (neppure la metà dei votanti), 90 no e 21 astenuti. Votano a favore bersaniani, dalemiani, franceschiniani, fioroniani, lettiani, votano contro renziani, bindiani, veltroniani, ma anche i giovani turchi (ex dalemiani). Infine, arriva l’eco della stroncatura pronunciata da Matteo Renzi davanti alle telecamere di Daria Bignardi (“Votare Marini significa fare un dispetto al Paese”) e accompagnata dal dileggio (“Ce lo vedete Marini con Obama?”).

Marini viene impallinato da 218 cecchini. Il Pd implode ed esplode.

Giovedì 18 aprile si apre la seduta dei Grandi elettori a Montecitorio in un clima surreale. Verdini, come pure i bersaniani, si sentono tranquilli: il loro candidato è molto forte, assicurano, passerà subito. Ma il quorum richiesto nei primi tre scrutini è molto alto (675 voti) e l’assemblea del Pd della notte precedente ha lasciato brutti segni. Certo, se tutti i gruppi politici che hanno detto di votare Marini (Pd-Pdl-Sc-Lega-altri) confermassero il voto nel segreto dell’urna, non ci sarebbero problemi: sono 739 voti su 1007 i potenziali suoi elettori. Invece, alla conta che segue la prima ‘chiama’, a Marini mancano ben 218 schede: un numero di franchi tiratori mai raggiunto prima. Marini ottiene solo 521 voti su 999 votanti, di poco sopra al quorum che serve sì, ma solo dal IV scrutinio in poi (504 voti). Un disastro. Rodotà, che dovrebbe prendere i voti di M5S e SeL, ottiene 240 voti (32 in più), Chiamparino 41 (sono i renziani), Prodi spunta con 14. Il Pd, finalmente, capisce che i franchi tiratori sono tutti e solo suoi, decide, per evitare subito un secondo flop, di far votare scheda bianca al II scrutinio, quello del pomeriggio, così fanno pure Pdl e Sc. Alla fine, le schede bianche sono 418 su 948 votanti mentre Rodotà prende 230 voti, Chiamparino 90, d’Alema 38, Marini 15, Prodi 13. Contro Marini si sollevano in tanti, alcuni insospettabili: persino la ex portavoce di Bersani, Alessandra Moretti, lo boccia. “Qualcuno ha preparato tutto…”, commenta aggirandosi sconsolato nel mezzo del Transatlantico, il fedelissimo di Marini Fioroni.

Bersani cambia strategia, ma bruscamente e troppo tardi.

Il Pd è a pezzi, Bersani minaccia le dimissioni, trattenuto dai suoi, Marini chiede (giustamente) al Pd di insistere sul suo nome almeno fino alla IV votazione, quando il quorum si abbassa e può farcela. Ma il Pd è in balia delle proteste che corrono sul web (e di qualche sparuto, sempre uguale, ‘occupy Pd’), tra Twitter e Facebook, con un gruppo dirigente assediato da tutte le parti e un segretario che ha perso smalto e lucidità. Nella notte tra il 18 e il 19 aprile, Bersani propone a Berlusconi il nome del giurista, molto stimato al Colle, Sabino Cassese, ma il Cav dice di no a lui come a Mattarella. Repubblica rivelerà che ha incontrato D’Alema in gran segreto e che sarebbe pronto a votarlo, se il Pd si decidesse a candidarlo. Bersani, a questo punto, tenta un impossibile cambio di strategia. Conscio che se D’Alema, un ex Pci-Pds-Ds come lui, andasse al Colle, lui non potrebbe mai più ambire ad andare a palazzo Chigi e convinto dai prodiani come dai mariniani, ma anche dai giovani parlamentari, che il nome di D’Alema non passerebbe mai tra i suoi, annuncia a Berlusconi la conversione a U: il Pd voterà Romano Prodi. Berlusconi urla al tradimento ma sa già come andrà a finire.
Anche Prodi, a cui il giorno dopo tocca la stessa beffarda sorte, racconterà di aver previsto tutto. Come molti altri. Tutti dopo, però. Intanto Renzi, che non e’ tra i Grandi elettori, cala su Roma e convocai suoi 35 parlamentari al ristorante di Eataly di Farinetti: “Si vota Prodi”. Teme un governo di legislatura che puo’ imbrigliarne le ambizioni e pensa che Prodi potrebbe sciogliere presto le Camere.

L'ex premier e leader dei Ds Massimo D'Alema

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Bersani cerca Prodi, che accetta. Nasce la sfida con D’Alema.

Il Professore è in Africa, nel Mali, per una conferenza. La telefonata che, in piena notte, gli fa Bersani è preceduta dai contatti tra Parisi, fedelissimo del Prof, e Vasco Errani, vicinissimo a Bersani: “serve un nome indiscusso, c’è solo lui”, dice il secondo. “contattatelo, ma è ancora arrabbiato perché non lo avete difeso da Berlusconi”, ribatte il primo, convinto che il suo uomo vada preservato ancora nelle prime votazioni successive, a maggioranza dei 2/3, per essere lanciato solo dalla IV o dalla V. Prodi, per cautelarsi, chiede che il Pd voti, e a scrutinio segreto, sul suo nome. Richiesta legittima. Come impattare, del resto, con lo sfregio fatto a D’Alema? Il leader maximo non si scompone, anzi. Mette in moto i suoi, di fedelissimi. Fanno girare la voce che anche lui è pronto alla conta interna. Bene, benissimo. Si va verso una sfida, una vera ‘singolar tenzone’ tra i due ‘campioni’ per eccellenza degli ultimi vent’anni di storia del centrosinistra: il fondatore e premier della stagione dell’Ulivo contro il segretario del Pds-Ds, premier solo grazie alla congiura anti-Ulivo, il simbolo dell’antiberlusconismo e del regno della società civile contro il teorico del primato dei partiti e dell’accordo col Nemico. Sembra lo scontro perfetto, il ‘duello finale’. Sarebbe anche bello. Nella notte vengono fabbricate e impilate oltre 400 schede bianche, pronte per essere riempite dai Grandi elettori. Gli staff di D’Alema e Prodi si sono persino sentiti: i due ‘campioni’ verranno presentati e sostenuti da due ‘sostenitori’ d’eccezione: Bersani, ma in qualità di semplice parlamentare e non di segretario, per Prodi; Finocchiaro, allora capogruppo del Pd al Senato, per D’Alema. Poi, via, si vota.

L'interno del Transatlantico di Montecitorio

L’interno del Transatlantico di Montecitorio

L’assemblea decisiva al Capranica: La finta acclamazione, il lento cupio dissolvi.

Venerdì 19 aprile, ore 8.15, teatro Capranica. Assemblea degli elettori del Pd. Bersani prende la parola, ma cambia tutto il quadro: “c’è un solo candidato, per noi, al Quirinale, vi propongo di votarlo”. Applausi a scena aperta, ma soprattutto e solo dalle prime file, urla di evviva, onorevoli che si alzano in piedi, felici ed entusiasti. Si dice standing ovation ed appare il contrario dell’assemblea su Marini. Alle 8.45 l’Ansa batte la notizia. Tutto finito. Il candidato è Prodi. Ma troppe cose non quadrano: l’assemblea è piena solo per metà, molti non applaudono o non si alzano in piedi, anzi: restano muti e freddi. Ad applaudire sono state solo le prime file, Bersani e Zanda hanno ceduto, diranno poi, di fronte a quella che pareva un’acclamazione. Ma all’uscita i volti di molti sono lividi: si aspettavano un ballottaggio all’ultima scheda, si sono trovati davanti a una sceneggiata e a una sceneggiatura fatta male e condotta peggio. La claque bersaniana ha organizzato “il colpo di mano”, come lo chiamano gli avversari, molti esponenti delle altre correnti hanno preferito il wait and see, forse già pregustando l’amaro sapore della rivincita e/o vendetta. L’errore, secondo D’Alema, l’avrebbe fatto la Finocchiaro che non si e’ alzata per insistere comunque sulla proposta iniziale del voto a scrutinio segreto. Renzi, invece, prende bene la sorpresa: la standing ovation immediata brucia di fatto la candidatura D’Alema.
Bersani telefona a Prodi: “E’ stata una standing ovation per te, non c’era bisogno del voto, il partito è compatto”. Eppure appena pochi giorni prima il Corsera contava in 120 i parlamentari Pd anti-Prodi. Prodi chiede conferma ai suoi, poi chiama gli altri candidati ritiratisi (Marini) o in corsa (Rodotà). Sembra tutto perfetto. Poi arriva la telefonata decisiva che il Prof racconterà così a Marco Damilano nel suo Chi ha sbagliato più forte. “Mi chiama D’Alema e mi dice: va benissimo il tuo nome, ma per fare nomine e prendere decisioni di tale importanza almeno bisognerebbe convocare la Direzione del partito, coinvolgendone i massimi dirigenti’. Allora ho capito tutto. Ho chiamato mia moglie e le ho detto: Flavia, vai pure alla tua riunione perché presidente non divento di sicuro…”. E altre due. “Quella con Monti – racconta sempre Prodi a Damilano – che mi dice che il mio nome è divisivo e non si può votare, ma i suoi poi mi dicono che gli basterebbe tornare a fare il presidente del Consiglio”. E quella con Napolitano: “Non è stato il colloquio di un presidente uscente con il suo successore”. Intanto, Rodota’ fa sapere ai grillini, persino stupefatti alle sue parole, che non ha intenzione di ritirarsi.

Il IV scrutinio, quello decisivo, segna il trionfo dei ‘101’. Ma chi sono?

Intanto, si sono fatte le 10 del mattino e, a Montecitorio, è iniziato il terzo scrutinio. Il Pd, questa volta saggiamente, lo manda deserto, dando indicazione di votare scheda bianca, essendo l’ultimo a maggioranza qualificata: su 949 votanti, le schede bianche sono 465, i voti per Rodotà 250 (in salita), 34 a D’Alema, 22 per Prodi. La IV votazione, quella decisiva, si tiene nel primo pomeriggio: bastano 504 voti, la maggioranza assoluta, per diventare capo dello Stato. Pd e Sel hanno 496 voti, ne bastano una manciata in più, da pescare tra i centristi moderati e cattolici dell’Udc, di Sc, del Pdl. Sembra un gioco da ragazzi. Ma Bersani né il Pd chiedono, formalmente, i voti di nessuno: vogliono testare Prodi nel IV voto e farlo passare di forza al V scrutinio. Monti convoca una conferenza stampa lampo per ribadire, algido, che i suoi voteranno Cancellieri. I grillini, che si muovono come una falange macedone, ribadiscono: continueremo a votare Rodotà, che non ha intenzione di ritirarsi. Il Pdl, che già sente ‘l’odore del sangue’, annuncia come un leone ferito che i suoi Grandi elettori non parteciperanno al tentato golpe, così impedisce anche che qualcuno dei suoi sia tentato dal colpo gobbo di votare Prodi: la scelta non è l’astensione, ma uscire dall’aula, un’altra prima assoluta mai vista nella storia repubblicana. Mancano pochi minuti alle 19 di sera, quando la Boldrini legge il conteggio finale dei voti: votanti 732, Prodi 395 voti (101 in meno della somma potenziale), Rodotà 213 (51 in più di quelli dell’M5S: vengono tutti dal Pd), Cancellieri 78 (nove in più di quelli di Sc), D’Alema 15, altri 12, schede bianche 15. Scoppia il caso dei ‘101’. In realtà, quasi sicuramente sono molti di più: diversi grillini e una pattuglia di popolari dentro Sc hanno votato di certo Prodi, tradendo l’indicazione del gruppo. Ergo, di voti ne mancano almeno 120-150. Epifani, sconsolato, commenta: “Ormai siamo inaffidabili per tutti”. I parlamentari Pd escono dall’aula alla spicciolata, alcuni stralunati, altri altri imbufaliti, altri ancora troppo indignati per essere credibili.
I giovani turchi, Andrea Orlando in testa, se la prendono con Renzi, ma l’ex portavoce di Veltroni, Valter Verini, punta il dito su di loro: “sono stati loro, i giovani dalemiani con gli occhi di ghiaccio”. Molti sospetti cadono su popolari, franceschiniani, lettiani amici di Marini. Beppe Fioroni, previdente, gira facendo vedere a tutti la foto che ha scattato alla scheda dal suo cellulare: testimonia la sua innocenza. Ugo Sposetti, invece, non fa mistero di aver incitato i suoi amici, dalemiani e non, a dire no a Prodi. Nel frattempo, i parlamentari del Pdl, rientrati, se la ridono di gusto. Gli altri gruppi assistono basiti.
In realtà, ogni capobastone e ogni corrente ha dato il suo contributo garantito pro quota ai nemici del Prof e di Bersani come agli amici del Cav, ma forse anche di Napolitano e magari dello stesso Renzi. Bersani fugge via da Montecitorio, affranto. Renzi commenta a pochi minuti dal risultato con una fretta che appare eccessiva, cioè sospetta: “La candidatura di Prodi non c’è più”. Prodi annuncia, gelido, il su ritiro con una dichiarazione dal Mali che arriva alle 21: “Chi mi ha portato a questa decisione deve farsi carico delle sue responsabilità”. E’ l’epitaffio per Bersani, che fa contenti un po’ tutti. Alle 21 Bersani annuncia le sue dimissioni: diverranno operative dalla nomina del nuovo Capo dello Stato. Alle 22.30, nuova, mesta e per fortuna ultima, assemblea del Pd sempre al teatro Capranica. Davanti a un Sinedrio di scribi e farisei che ora, in parte, si pentono e abbozzano un timido applauso, il segretario dimissionario taglia corto e ritrova quelle verve tagliente che gli è mancata per giorni: “Non tutti hanno il diritto di applaudire, qui dentro. Uno su quattro di voi è un tradito, chi ha tradito è meglio che tenga le mani a posto. C’è una pulsione a distruggere, in questo partito, e senza rimedio”.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi

Bersani si dimette, tutti implorano Napolitano di restare.

Quel che resta della storia di quei giorni si fa cronaca, stavolta senza misteri o gialli particolari. Berlusconi esulta subito e avverte: “Siamo pronti a votare qualsiasi candidato ci propongano, purché ci porti a un governo di larghe intese, ma se lo stallo permane dovremo chiedere a Napolitano di accettare la sua rielezione”. Grillo prova a cambiare registro e a offrire l’appoggio a un governo di cambiamento del Pd, che fino al giorno prima ha rifiutato sdegnato, in cambio del sostegno alla candidatura di Rodotà, ma troppo tardi. Napolitano continua a dire di no, ma sui giornali di sabato 20 aprile si parla quasi soltanto della sua rielezione come sbocco per la crisi. Intanto, alla Camera, si procede al V scrutinio, ma è del tutto inutile: il Pdl è ancora assente dall’aula, il Pd fa votare ai suoi scheda bianca (445), Rodotà prende 210 voti, Napolitano 20, altri 49, ma la percentuale basa di votanti (774) indica che i giochi si fanno altrove. Dopo un vorticoso giro di telefonate tra Berlusconi, Monti e Bersani, quest’ultimo, a metà pomeriggio, sale al Colle per chiedergli “un altro atto di generosità, anche se non ce lo meritiamo”. Così racconta il Corriere. Bersani è mesto, lo sguardo basso, vitreo. Quando salgono gli altri (Berlusconi e Gianni Letta, Maroni, Monti e ben 17 governatori regionali) il vestito e il piglio è invece quello buono delle feste. Decisivo è, ovviamente, il colloquio con il Cav che prevede anche un “calorosissimo abbraccio” tra i due. Quasi un miracolo dopo gli ultimi due anni di guerra reciproca ad alzo zero. Napolitano risponde sì con un comunicato ufficiale: “Ritengo di dover offrire la disponibilità che mi è stata richiesta. Non posso sottrarmi alla responsabilità, ma ora serve un’assunzione collettiva di responsabilità”. Traduzione: da oggi in poi si fa come dico io. Nel primo pomeriggio sempre del 20 aprile i Grandi elettori del Pd votano compatti come un solo uomo e senza fiatare il sì al secondo mandato di Napolitano: 490 voti, un contrario (Mineo), 4 astenuti. Alle 16.30 iniziano le votazioni per il VI scrutinio, quello decisivo. Grillo invita i cittadini e i militanti pentastellati a scendere a Roma e a ‘circondare’ il Parlamento per protestare “contro il colpo di Stato”. “Saremo milioni di persone” annuncia, ma non arriveranno a mille.
Dentro, la pratica dell’elezione di Napolitano viene sbrigata in modo solenne e insieme funereo. La classe politica italiana, dai leader ai peones, ha capito che è stata commissariata de facto. In aula, Berlusconi sorride soddisfatto, Bersani finirà per piangere.

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Modalità di elezione di Napolitano (20 aprile 2013, VI scrutinio, 738 voti).

La presidente Boldrini legge i risultati della chiama alle 18.15: su 1007 Grandi elettori, hanno votato in 997. I voti per Napolitano sono stati 738 (in ogni caso 50 in meno della somma aritmetica dei partiti sostenitori: Pd-Pdl-Sc-Lega-minori), Rodotà prende 217 voti (M5S e Sel), chiudendo in calo i suoi exploit, Sergio De Caprio (l’ex capitano ‘Ultimo’, votato dai Fratelli d’Italia) 8 voti, 4 voti D’Alema, 2 Prodi, 6 i voti dispersi, 10 le bianche, 12 le nulle. Le schede del Pd sono tutte ‘segnate (“G. Napolitano”, “Napolitano G.”, “Giorgio Napolitano”, etc.) proprio come faceva la Dc per cercare di impedire i franchi tiratori e controllare il voto segreto dei suoi indisciplinati Grandi elettori. Ci si poteva pensare prima. Con la rielezione, Napolitano decide di accorciare la fine del I mandato per dare vita e continuità al suo secondo mandato, che inizia con il giuramento del 22 aprile 2013 e che si concluderà, come si sa, con le recentissime dimissioni del 14 gennaio 2015. Il suo discorso di insediamento è tutto sulla necessità delle larghe intese che troveranno compimento con l’insediamento del governo Letta (aprile 2013-febbraio 2014) e il Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi dopo la nascita del governo Renzi (2014). Tutto è compiuto, compreso il ‘tradimento’ di Giuda che pero’, a differenza alltri, sanno bene come si fa politica.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net) nella sezione ‘I giardinetti di Montecitorio’.

Elezioni presidenziali/13. Ovvero il trionfo dei ‘franchi tiratori’. Storie di tradimenti, pugnali e veleni

Moro: “Leone non deve passare”. Donat-Cattin: “Cosa possiamo fare?”. Moro: “Io faccio il presidente del Consiglio, ma vi sono dei mezzi tecnici”. Donat-Cattin: “Io ne conosco solo tre, di mezzi tecnici: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”.

Franchi tiratori o 'eroi' della libertà? In foto, i garibaldini della Valsesia

Franchi tiratori o ‘eroi’ della libertà? In foto, i garibaldini della Valsesia

Etimologia di una parola e descrizione di un fenomeno.

Conviene partire dall’etimologia della parola. Franco tiratore viene dal francese franc-tireur e sta a indicare i piccoli gruppi di combattenti francesi che colpivano con azioni di disturbo l’esercito prussiano nella guerra franco-prussiana del 1870-’71. Da quel fatto storico assume il significato di “guerrigliero che opera, per lo più isolato o in piccoli gruppi, contro forze regolari, soprattutto nei centri abitati che il nemico cerca di occupare o sta evacuando” (Vocabolario della lingua italiana Treccani). Ma, partire dagli anni Cinquanta del Novecento, nel linguaggio politico e giornalistico italiano la parola assume un senso ‘figurato’. Franco tiratore diventa il “rappresentante di un partito o uno schieramento che, in votazioni segrete di organi collegiali, vota in modo diverso da quello concordato o ufficialmente deciso dal proprio partito o schieramento” (Vocabolario Treccani). Come notava Gino Pallotta, nel suo Dizionario politico e parlamentare, “nel franco tiratore parlamentare c’è, riflessa, l’immagine del “cecchino”: che, nascosto, tira all’improvviso”. Da eroe a traditore.

Indro Montanelli sosteneva che il primo, vero, obiettivo di un’elezione al Quirinale non è quello di eleggere un Presidente, ma di individuare l’avversario di turno ed eliminarlo il prima possibile dalla corsa al Colle. All’uopo, ecco che arrivano i ‘franchi tiratori’, vecchi quanto la Repubblica. Sebastiano Messina, che ne ha scritto su Repubblica, li descrive come “la cavalleria invisibile che disarciona con un solo colpo chi osa avventurarsi nella salita del Quirinale senza essersi assicurato la fedeltà delle truppe. E mentre il quasi-presidente, colpito e affondato, riflette sul destino cinico e baro, loro scompaiono senza lasciare traccia”.Il diccì di lungo corso, Angelo Sanza, li distingue in due precise casistiche: “c’è il franco tiratore pragamatista, che ha una motivazione culturale o amicale e cambia posizione a seconda del candidato; e c’è il franco tiratore fondamentalista che punta solo a ostacolare il nome forte già concordato. Con i primi si può trattare, con i secondi no”. Giulio Andreotti ne ha fatto quasi un assioma: “Il candidato ufficiale non viene eletto mai o quasi mai perché nel voto segreto c’è la reazione dei dei peones contro le segreterie di partito e le intese di vertici. Ci sono state eccezioni, ma restano tali”.

L’esordio dei franchi tiratori. Le elezioni presidenziali del 1948.

La data di esordio dei ‘franchi tiratori’ risale al lunedì 10 maggio 1948. A partire dalle ore nove, i Grandi elettori del primo Parlamento repubblicano sono chiamati ad eleggere il primo Presidente ‘vero’ della Repubblica italiana, dopo l’interregno di De Nicola, capo provvisorio dello Stato. L’allora premier e leader della Dc De Gasperi candida ufficialmente il suo ministro degli Esteri, il conte Carlo Sforza. Dc e alleati godono di una maggioranza schiacciante. Sforza dovrebbe farcela senza alcun problema. Invece, l’esito dello scrutinio è bruciante: solo 353 voti per lui contro i 396 ottenuti dallo stesso De Nicola, votato ‘per dispetto’ dalle sinistre e altri. Su 833 votanti, a Sforza mancano 98 voti in meno anche rispetto a quelli che servirebbero quando, dal IV scrutinio, si vota a maggioranza semplice. A tradire De Gasperi è stata la sinistra dc, antiatlantica e pure bigotta: Sforza è un laico mangiapreti e dongiovanni troppo filo-americano. Nelle votazioni seguenti il nome di Sforza continua a calare e De Gasperi dovrà presto venire a patto con i ‘professorini’ della sinistra (La Pira, Dossetti, Fanfani) eliminando la candidatura Sforza e promuovendo Einaudi, che al IV scrutinio sarà presidente (518 voti). Andreotti, incaricato da De Gasperi di recare a Sforza la ferale notizia, sbircia sul suo tavolo il discorso del giuramento già pronto e che il conte dovrà rinfilarsi rassegnato in tasca.

Elezioni del 1955. I franchi tiratori ci prendono gusto.

Trascorrono sette anni. I ‘franchi tiratori’ ci hanno preso gusto. E’ la mattina del 28 aprile 1955 quando il Parlamento si riunisce in seduta comune per eleggere il successore di Einaudi. Stavolta a dare le carte è il nuovo segretario della Dc, Amintore Fanfani, e il presidente del Consiglio, Mario Scelba: puntano sul presidente del Senato, Cesare Merzagora, indipendente eletto nelle fila della Dc. Solo che prende appena 228 voti benché i diccì presenti e votanti siano 380. mancano all’appello 160 voti. I ribelli dell’opposizione interna, la ‘solita’ sinistra dc, ormai capeggiata dal presidente della Camera, Giovanni Gronchi, impallinano Merzagora, ma con il cospicuo apporto anche della destra interna che ha un nuovo nome (‘Concentrazione’) e che vede tra i suoi leader Andreotti, Tognoni, Pella. Negli scrutini successivi, il nome di Merzagora continua a calare finché non viene superato proprio da quello di Gronchi, che finirà per trionfare al IV scrutinio con 658 voti, presi anche a sinistra. Merzagora si ferma a 246. “Mi sono fatto giocare come un bambino a moscacieca”, commenta amaro.

Elezioni del 1962. Le ‘perquisizioni’ corporali dei Dorotei…

Quando, il 2 maggio 1962, si aprono le urne per eleggere il terzo presidente della Repubblica, ci capisce subito che si andrà per le lunghe. Questa volta è Fanfani che vuole prendersi la sua rivincita: costringerà Aldo Moro, nuovo segretario della Dc, a sudare sette camice per imporre il suo candidato, Antonio Segni. Moro lo presenta e lo fa votare dai Grandi elettori della Dc il 28 aprile. Sono le prime ‘primarie’ della storia italiana. Alla fine, le schede vengono bruciate, come in un ‘vero’ conclave. Ma la candidatura Segni, per quanto sostenuta a spada tratta dai Dorotei, ha contro fanfaniani e sinistra dc. Al I scrutinio Segni ottiene solo 333 voti, quando ne servono 438, mentre Piccioni (esponente di ‘Concentrazione’) ben 123, Gronchi venti. Destra e sinistra interna, più i fanfaniani, giocano contro Moro, stavolta. Gli scrutini successivi sono un caos e Montecitorio si trasforma in un suk. Solo al VI e VII scrutinio Segni sale a 396 voti, tallonato dal candidato delle sinistre, Saragat. I Dorotei, per stanare i franchi tiratori, s’inventano un complesso stratagemma: il ‘grande elettore’ dc deve entrare in aula, ritirare la scheda dai commessi, uscire e rientrare dalla seconda porta dell’emiciclo per ritirare una seconda scheda. La prima viene compilata con il nome del candidato ‘ufficiale’, la seconda con quella del candidato ‘di disturbo’, poi entrambe vengono consegnate agli elettori che se le infilano nelle giacche. Ai malcapitati non resta, una volta giunti davanti all’urna, che ricordarsi di estrarre la scheda dalla tasca giusta e votare il nome giusto perché, all’uscita dall’aula, verranno sottoposti a un’amichevole ‘perquisizione’ da parte dei colleghi di partito incaricati di fare da ‘controllori’ e che devono, per avere garanzia del voto, ritrovare la scheda del candidato ‘di disturbo’. Alla fine, Segni ce la farà e verrà eletto, al IX scrutinio, con 443 voti. I franchi tiratori sono stati sconfitti pure con l’intervento pro-Segni della cd. ‘brigata Sassari’ (Cossiga, Piccoli, Sarti).

Elezioni del 1964. Il “supplizio cinese” di Leone e la (citata sopra) frase di Moro.

Le urne si aprono il 16 dicembre 1964. Segni si è dimesso per malattia, tocca votare il suo successore. Fanfani guida, come al solito, la fronda contro Moro, ma questa volta il nuovo presidente del Consiglio della Dc non punta su un suo uomo, ma su un socialdemocratico fidato, Saragat, però sa che i Grandi elettori della Dc lo digerirebbero a fatica, da subito. Fanfani appoggia la candidatura Leone, ma per bruciarlo e proporsi lui, dorotei, centristi e destra interna, invece, puntano davvero su Leone. Moro convoca il leader della corrente ‘Forze Nuove’, Carlo Donat Cattin, nel suo ufficio e gli dice secco: “Leone non deve passare”. “D’accordo”, risponde l’altro, “ma come facciamo?”. “Io sono presidente del consiglio, quanto a voi esistono dei mezzi tecnici”. “Conosco solo tre mezzi tecnici” spiegha poi Donat Cattin ai suoi: “Il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”. Al primo scrutinio Leone ottiene 319 voti, ben 123 sono i voti dispersi, 18 vanno a Fanfani, solo che Leone ne avrebbe dovuti avere almeno 400. Il “supplizio cinese” della candidatura Leone, come lo chiamerà lui stesso, va avanti a lungo. Negli scrutini seguenti, Leone scende ancora (a 304, poi a 290 voti, etc.), Fanfani sale, ma nessuno dei due ha i voti risolutivi. Il Paese rumoreggia, ed è la prima volta, contro lo ‘spettacolo indegno’ in scena. Leone annuncia il ritiro della sua candidatura solo al XVI scrutinio, la notte di Natale, davanti a una marea di schede bianche (368) che lui commenta così: “Era come se un burattinaio invisibile organizzasse la ballata delle schede bianche per disorientare il Parlamento”. La riunione dei Grandi elettori dc si svolge la notte stessa: il segretario Rumor alza bandiera bianca e comunica agli alleati di avanzare loro un nome. Sarà quello di Saragat, che viene eletto al XXI scrutinio con 464 voti, il 28 dicembre 1964, con i voti congiunti delle sinistre e, anche, delle destre. Due capicorrente ribelli, De Mita e Donat Cattin che, ricorda Leone, “si facevano pubblico vanto di non avermi votato”, verranno sospesi dalla Dc per “atti di rilevante indisciplina politica”. Magra consolazione per Leone.

Elezioni del 1971. Il ‘Rieccolo’ Fanfani svanisce, impallinato dai cecchini.

Anche se non c’è stato un leader o un semplice capo corrente dc che non abbia usato i franchi tiratori, da Dossetti ad Andreotti, da Andreotti a De Mita a Forlani, è Fanfani il grande stratega dei cecchinaggi altrui. Finirà impallinato a sua volta, come peraltro era già avvenuto in passato. Nel 1971 Fanfani è convinto che sia il suo turno. Giulio Andreotti, che dichiarerà “non siamo mai stati grandi amici”, lo va a trovare insieme a Forlani: “Stavolta – gli dice – i voti del nostro gruppo ci saranno tutti anche perché non ci sei tu a organizzare i franchi tiratori, ma socialisti e comunisti non ti voteranno mai”. Fanfani ribatte: “Ti pensa ai nostri, al resto penso io”. Si dice che, per rendere riconoscibili i voti, i fanfaniani chiedono ad alcuni di scrivere ‘Fanfani’ in rosso, ad altri in verde, ad alcuni con la penna stilografica, ad altri con la matita o, ad altri scaglioni, di aggiungere nome, cognome o titoli (‘presidente’, professore’, senatore’). Ma le cose si mettono male subito. Al I scrutinio, il 9 dicembre 1971, Fanfani prende 384 voti contro i 397 del candidato delle sinistre, De Martino. A Fanfani mancano 36 voti già al primo scrutinio (saranno solo 16 al secondo), ma sono sufficienti a fargli capire quello che un grande elettore scrive nel segreto dell’urna di vimini: “Nano maledetto, non sarai mai eletto”. Giorgio La Malfa, leader del Pri, tuona nei corridoi di Montecitorio: “romperò i garretti ai cavalli di razza della Dc”. Il primo è Fanfani, il secondo è Moro, candidato nell’ombra delle trattative segrete e che le sinistre, Pci in testa, vedrebbero bene al Colle, pronti a dargli i voti come avevano fatto con Gronchi e Saragat. La Dc sospende il voto per Fanfani dal VI scrutinio e passa alla scheda bianca, ma lui insiste e chiede una verifica sul suo nome: all’XI scrutinio prende 393 voti, ma il target minimo da raggiungere per coltivare ancora speranze è quota 400. a tradirlo sono, tra gli altri, i morotei, Forze Nuove e la destra di Andreotti. A quel punto, Fanfani cede e si ritira. Dopo molte altre votazioni a vuoto, passerà Giovanni Leone al XXIII scrutinio (518 voti), il 28 dicembre 1971, la più lunga e drammatica elezione presidenziale della storia repubblicana.

Elezioni del 1978 e 1985. I ‘franchi tiratori’ si prendono due lunghe pause.

Nonostante Sandro Pertini sia stato eletto solo al XVI scrutinio (832 voti) l’8 luglio 1978, le elezioni presidenziali che seguono le dimissioni Leone, non sono stati teatro di ‘operazioni di guerra’ dei franchi tiratori. Infatti, la lunghezza estenuante delle votazioni che, dal 29 giugno, giorno del I scrutinio (392 voti per Guido Gonella, candidato della Dc, 339 per Giorgio Amendola del Pci e 88 per Pietro Nenni del Psi) arrivano fino all’8 luglio servono, più che altro, per trovare e calibrare un candidato vero del Psi che abbia anche il via libera della Dc e del Pci, stante che il patto non scritto è che l’inquilino del Colle debba essere un socialista. Quell’uomo, alla fine e dopo molti dubbi, il segretario del Psi Bettino Craxi lo identifica in Pertini. L’elezione di Francesco Cossiga, avvenuta al I scrutinio il 24 giugno 1985 (752 voti) è una prima volta assoluta: una massa di voti di tutti i partiti sul candidato prescelto al I scrutinio e senza apparizione di ‘franchi tiratori’. Si chiama, appunto, da allora, ‘metodo Cossiga’ e verrà bissato dal ‘metodo Ciampi’. La seconda elezione di Napolitano è tutta un’altra storia e, anzi, è figlia proprio del trionfo dei ‘franchi tiratori’ alle elezioni 2013.

Elezioni del 1992. Forlani e Andreotti si fanno fuori a vicenda. Trionfo di complotti.

Per rivedere in azione i ‘franchi tiratori’ bisogna attendere il 1992. Le ambizioni dei due leader più ‘quirinabili’, dentro la Dc, sono note a tutti: il segretario del partito, Arnaldo Forlani, e il premier, Giulio Andreotti. Gava e Casini rastrellano voti per il primo, Pomicino ed Evangelisti per l’altro. Il 13 maggio il Parlamento si riunisce in seduta comune e il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, fiutata l’aria di imboscate e grida al golpe e contro i ‘corrotti’, fa montare dei ‘catafalchi’ (cabine di legno foderate con un drappo rosso, così ribattezzati da Rutelli, si usano ancora oggi) sotto il banco della presidenza per garantire al meglio la segretezza del voto. I primi tre scrutini sono di riscaldamento, il gioco si fa duro solo dal quarto. Dopo giorni surreali di ennesimo ballottaggio ‘informale’ tra Andreotti e Forlani come nella scena immortalata nel film “Il Divo” di Sorrentino (“Giulio e Arnaldo, uno di voi due deve essere il prossimo presidente”, dice a entrambi Pomicino Forlani, gelido: ‘Se Giulio è candidato, io non lo sono’. Andreotti, in un sussurro: ‘Se Arnaldo è candidato, io non lo sono”), il candidato ufficiale della Dc diventa Forlani. La mattina del 16 maggio 1992 ognuno dei parlamentari dc sospettati di cecchinaggio riceve precise istruzioni: il voto deve essere riconoscibile. Vengono utilizzate le infinite combinazioni ottenibili scrivendo con penna blu, verde, nera o rossa tutte le formule ammesse. Ovvero: “Arnaldo Forlani”, “Forlani”, “on. Arnaldo Forlani”, “on. Forlani”, “Forlani Arnaldo”, “Forlani on. Arnaldo”, “on. Forlani Arnaldo”, “Arnaldo on. Forlani”. Eppure, non basta. Al V scrutinio (la maggioranza assoluta era fissata a 508 voti) Forlani ne prende 469- Gliene mancano solo 39, ma bastano a impallinarlo. Sono andreottiani, mastelliani, pattisti filo-Segni, qualche laico. Sono i ‘101’ dell’anno 1992. Anche al VI scrutinio va male: Forlani arriva a 479 voti, ne mancano 29, ma la verità è che la sua candidatura è in caduta libera. La maggioranza di governo (il pentapartito di allora) ha, sulla carta, ben 546 voti e vuol dire meno 80 per Forlani, tradito da andreottiani, pattisti, demitiani, socialisti. Infatti, anche i socialisti avevano imparato l’arte dai democristiani: “Almeno un terzo del gruppo negò il suo appoggio al leader della Dc, con Craxi aveva stretto un patto di ferro, da Martelli a Formica, con l’obiettivo di colpire Forlani per ferire Bettino”, ricorderà poi Gennaro Acquaviva. Anche il segretario del Pds, Achille Occhetto, si siede sulla riva del fiume per colpire al cuore l’odiato CAF e, in particolare, Craxi e Forlani. Il 17 maggio Forlani annuncia il ritiro della sua candidatura, più tardi si dimetterà anche da segretario. Dovrebbe essere l’ora di Andreotti, ma la sua candidatura, che pure circola forte, non diventerà mai quella ufficiale. L’azione dei suoi è stata determinante solo per silurare Forlani. Dal VII scrutinio, la Dc inizia a votare scheda bianca, le candidature sue come degli altri partiti si consumano e si bruciano anche in un giorno solo. E, quando il pentapartito sostituisce Forlani col socialista Giuliano Vassalli, i dc dorotei assaporano il dolce sapore della vendetta stabilendo il record storico dei franchi tiratori: meno 180 i voti per Vassalli al XIV scrutinio. I capigruppo socialisti diramarono una nota dolce-amara: “Siamo particolarmente grati alla Dc per aver sostenuto con esemplare lealtà e coerenza la candidatura Vassalli assicurandogli al metà dei suoi voti”… Il giorno dopo, 23 maggio, arriva la notizia della strage di Capaci. Solo a quel punto, l’elezione di Scalfaro, al XVI scrutinio, diventa una formalità. Scalfaro prende 672 voti, m a comunque si contano ben 324 voti dispersi.

Elezioni del 1999 e del 2006. Ciampi e Napolitano passano indenni.

Le elezioni di Ciampi, eletto al I scrutino con il metodo delle larghe intese il 13 maggio 1999 e quella di Napolitano del 10 maggio 2006 (543 voti) non vedono i ‘franchi tiratori’ all’opera, però si registra un fatto curioso, all’atto dell’elezione di Napolitano. La Casa delle Libertà, che alla fine, caduta la candidatura D’Alema, aveva optato per la scheda bianca, non si fidava dei suoi grandi elettori, Berlusconi su tutti. Ecco perché ordina ai suoi di passare il più veloce possibile dentro il catafalco per indicare che, effettivamente, abbiano votato scheda bianca. Lo faranno in 347, coerenti, ma come ricorderà divertito il premier Romano Prodi “a passo di carica. Correvano come bersaglieri”. In questo caso, trattasi di franchi tiratori al contrario.

Elezioni del 2013. L’apogeo dei ‘franchi tiratori’. La carica dei ‘101’.

Chi erano quei i 101 franchi tiratori che due anni fa, la sera di venerdì 19 aprile, impedirono a Romano Prodi di diventare capo dello Stato? E come si chiamavano i 224 franchi tiratori che il giorno prima avevano sbarrato a Franco Marini la strada che porta al Quirinale? I sospetti abbondano, le certezze mancano. Sul campo resta solo qualche indizio, del tutto inutile per evitare un’altra imboscata. Il ricordo di quell’aprile brucia ancora, soprattutto nella memoria dei protagonisti e nel dibattito politico, ma per non appesantire il racconto, il tema verrà trattato nel pezzo che riguarda il II mandato di Napolitano, rieletto presidente il 20 aprile 2013 con 738 voti.

Elezioni presidenziali/9. Scalfaro o dell’anno in cui venne giù tutto (1992)

Eccoci, dopo le carrellate sulle presidenze De Nicola (1946), Einaudi (1948), Gronchi (1955), Segni (1962), Saragat (1964), Leone (1971), Pertini (1978) e Cossiga (1985), con si conclude la fase dei presidenti da I Repubblica, alle vicende del drammatico 1992 e all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro. Causa la complessità della storia e relative votazioni rimandiamo ad altra sede un’analisi compiuta della presidenza Scalfaro (1992-1999).

Il terribile 1992, l’anno in cui viene giù tutto.
Il 1992 è davvero l’anno in cui, in Italia, è venuto giù tutto. Il 17 febbraio, a Milano, viene arrestato un socialista fino ad allora sconosciuto, Mario Chiesa, e inizia l’operazione ‘Mani Pulite’. Il 13 marzo, a Palermo, Cosa Nostra uccide l’eurodeputato Salvo Lima, luogotenente di Giulio Andreotti. Il quadripartito (DC-PSI-PSDI-PLI) che, in quel momento, sostiene il VII governo Andreotti (1991-1992) – e, negli anni ancora precedenti, il pentapartito (con l’aggiunta del PRI) che sostiene, da anni, l’onere del governo con gli esecutivi Craxi, De Mita – è una formula logora, stantia, superata. I tre principali protagonisti politici del momento sono Bettino Craxi (segretario del Psi), Giulio Andreotti (presidente del Consiglio) e Arnaldo Forlani (segretario della DC) sono accomunati da un acronimo (CAF) che regge le sorti politiche della Repubblica dall’ormai lontano 1989. Da allora, in Italia non e’ cambiato nulla, mentre in Europa (crollo del Muro di Berlino, riunificazione delle due Germanie), nel Mondo (dissoluzione dell’Urss, 1991, e I guerra del Golfo, 1990-’91) sta cambiando tutto. E anche in Italia. L’opinione pubblica chiede a gran voce un rinnovamento nella moralità della cosa pubblica, disgustata dagli scandali, nella lotta alla mafia, sempre piu’ minacciosa, e nel rinnovamento delle istituzioni che da anni promuove commissioni bicamerali che non producono nulla se non quintali di carta. Una via che un pezzo di società civile e politica sperimenta, per mettersi sulla strada del cambiamento, passa per la legge elettorale attraverso i referendum elettorali. Come il I referendum Segni che ha già abolito le multipreferenze (1991) e che è in attesa di promuovere un altro giro referendario che dovrebbe tenersi nel 1992 ma che viene stoppato proprio dalle elezioni politiche (il II referendum Segni sul maggioritario si terrà nel 1993). Proprio per questo promuove un patto referendario tra i partiti che si presenteranno alle elezioni: si vota solo per chi ci sta. Poi c’e’ il Pds. Occhetto, insediato a sinistra da Ingrao e dal Prc, vorrebbe far saltare il Caf e vendicarsi di Craxi, che lo ha gabbato. L’ultima facendo eleggere Scalfaro presidente della Camera al posto del leader dell’ala migliorista cui Occhetto, per essere riuscito a fare la Bolognina, deve molto: Giorgio Napolitano.

Il 5-6 aprile si tengono le elezioni politiche. Alla vigilia, vengono arrestati due ex sindaci di Milano, i socialisti craxiani Tognoli e Pillitteri e poco dopo durante gli verrà arrestato il segretario amministrativo della Dc Citaristi. La Dc ne esce a pezzi, sotto la fatidica soglia del 30% (29,6%), esce con le ossa rotte, il Psi regge (13,6%), i partiti laici annaspano, ma il partito nato dalle ceneri del Pci, il Pds di Achille Occhetto, non ne trae giovamento (16,1%), indebolito dalla scissione dei neo comunisti di Rifondazione (PRC). Invece, i partiti anti-sistema iniziano a suonare l’avanzata, dall’Msi (5,3%) alla Lega di Bossi che vola al 8,6% (sopra il 20 in tutto il Nord) al Prc (5,6%) e, in parte, a Verdi e Rete. Il 25 aprile il presidente della Repubblica uscente, Francesco Cossiga, dopo due anni di picconate ed esternazioni che hanno scosso e messo a dura prova il sistema dei partiti, si dimette con due mesi di anticipo, lasciando i suoi poteri al supplente: il neopresidente del Senato, Giovanni Spadolini. Presidente della Camera è, invece, dal 24 aprile, Oscar Luigi Scalfaro, volto vecchio e, insieme, nuovo della Dc, eletto deputato con una messe di preferenze nella sua Novara. Cossiga, furibondo, telefona a Forlani che vorrebbe vedere come suo successore: “Pazzi, non avete eletto il nuovo presidente della Camera, ma il nuovo capo dello Stato”. Parole profetiche, quelle di Cossiga, che detesta Scalfaro (il quale lo ritiene a sua volta “uno che ha fatto danni enormi”) come pure queste altre: “saranno giorni terribili fino all’elezione del mio successore”. Mai previsione si rivelerà più azzeccata. Dal 28 aprile tutto, compresa la nascita del nuovo governo, si ferma, in attesa di eleggere il nuovo Capo dello Stato.

Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti: il gatto e la volpe della Dc che fu.

Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti: il gatto e la volpe della Dc che fu.

Ai nastri di partenza due ‘cavalli di razza’, Andreotti e Forlani. Scalfaro bacchetta gli onorevoli come un preside.
Le ambizioni dei ‘quirinabili’ più famosi sono note, in quei giorni, anche ai sassi. Forlani e Andreotti per la DC, Craxi nel Psi ma più come minaccia altrui: il suo obiettivo e’ ritornare a palazzo Chigi. Andreotti sembra, sulle prime, molto quotato. Persino Bossi gli fa credere che lo voterà e Fini teme che i suoi cedano ad Andreotti. Un giovane DC di belle speranze, Pierferdinando Casini, va in giro a chiedere voti per Forlani, come pure fa Antonio Gava, mentre un esperto di mille pratiche e affari, Paolo Cirino Pomicino, rastrella voti per Andreotti fino a organizzare veri tour gastronomici nei migliori ristoranti della Capitale. Il 13 maggio il Parlamento si riunisce in seduta comune per la prima votazione, e, sotto la guida proprio di Scalfaro, si comincia a votare. I sospetti incrociati fra i partiti sono tali e tanti che Pannella chiede a Scalfaro di garantire meglio la segretezza del voto. Scalfaro, a tempo di record, fa allestire dai falegnami di palazzo Montecitorio due cabine di legno foderate con un drappo rosso che vengono subito ribattezzate “catafalchi” dal verde Francesco Rutelli. Tali resteranno sia nel nome che nella prassi: si usano ancora oggi. La prima seduta neppure si è aperta e già leghisti e missini, fiutata l’aria di anti-politica nel Paese, danno il peggio di sé. Carlo Tassi, missino sempre in camicia nera, urla “ladri!” contro i banchi della maggioranza, agitando anche un paio di manette. Scalfaro prova a zittirlo, lui replica (“quale articolo del regolamento mi obbliga?”), Scalfaro ribatte: “Non c’è nessuna norma che la obblighi a ragionare ma complimenti, lei deve avere un polmone di riserva”. Un’altra bacchettata arriva per Teodoro Buontempo che durante una pausa aveva tirato una moneta da 500 lire in testa al dc Serri: “La invito a distinguere tra un’aula e una piazza di periferia”. Terza bacchettata, a un gruppo di deputati che si erano messi a gridare “imbecille” a un collega in mezzo della seduta: “Onorevoli colleghi, non è il caso di urlare a voce alta il proprio cognome…”.

I candidati ‘di bandiera’ dei primi tre scrutini. Nei primi tre scrutini, quelli in cui serva la maggioranza dei due terzi, ciascun partito vota il suo candidato di bandiera. Alcuni sono dei veri ‘Carneadi’ della politica, altri sono nomi illustri: Giorgio De Giuseppe (Dc), Nilde Iotti (Pds), Giuliano Vassalli (Psi), Gianfranco Miglio (Lega), Alfredo Pazzaglia (Msi), Paolo Volponi (Rifondazione), Norberto Bobbio (Verdi), Antonio Cariglia (Psdi), Tina Anselmi (Rete), Salvatore Valitutti (Pli). I giornali titolano “Buio completo sul Quirinale”. Scalfaro commenta: “La mia candidatura? Un’ipotesi inesistente”.

Giulio Andreotti, il Divo.

Giulio Andreotti, il Divo.

Il gioco si fa duro. Il ‘Divo’ e Forlani: entrambi più realisti del re…
Dalla quarta votazione, il 15 maggio, il gioco si fa duro. I partiti di maggioranza si astengono ma e’ l’ultima volta. L’accordo del Caf Craxi-Andreotti-Forlani sembra reggere. Craxi a Chigi, d’accordo, ma chi al Colle? Forlani, che lascerebbe la guida della DC a Martinazzoli, o Andreotti? Forlani va a trovare Andreotti a palazzo Chigi. La scena è surreale e sarà immortalata dal film Il Divo di Paolo Sorrentino che tratteggia il personaggio Andreotti. Cirino Pomicino, presente al colloquio, l’ha ri-raccontata al Fatto: “Giulio e Arnaldo, uno di voi due deve essere il prossimo presidente”, faccio io, ridendo e scherzando. Forlani, gelido: ‘Se Giulio è candidato, io non lo sono’. Andreotti, in un sussurro: ‘Se Arnaldo è candidato, io non lo sono”. Scena e immagine surreale, ma vera. Alla fine, sembra che sia Forlani ad acconsentire alla candidatura ufficiale del suo avversario: gli andreottiani, almeno, lo pensano e si attaccano al telefono per convincere gli altri. L’illusione dura poco. Enzo Scotti, non a caso detto ‘Tarzan’ per come passava da una corrente all’altra e grande annunciatore di tradimenti dc, telefona a Pomicino, Mastella e Marini: mi dispiace, ma noi votiamo Forlani. De Mita s’era messo in mezzo per ottenere in cambio la segreteria. Si parte con Forlani, dunque, e la decisione formale la prende una tumultuosa assemblea DC che però registra subito la contrarietà dei pattisti di Segni, che vedono in Forlani un anti-referendario e che faranno massa critica con la sinistra socialista per affondarlo.

I ‘101’ (39 in realtà) che, nel 1992, tradirono Forlani.
Andreotti, in ogni caso, prova ad allontanare i sospetti. Chiede la parola e dice: “Visto che c’è la candidatura del segretario, la mia non esiste più. E chi lavora a sfavore pecca contro lo Spirito Santo”. Forlani ottiene un plebiscito, ma è una pia illusione. Nel dubbio Mattarella distrugge lo stesso le schede con un tritacarte.
Craxi acconsente riluttante, convinto che Forlani non passerà e telefona a Scalfaro: “Se Arnaldo non ce la fa, per noi ci sei tu”. Forlani, davanti al quinto scrutinio, quello decisivo del 16 maggio, prende 469 voti:gliene mancano solo 39 voti per potercela fare, ma sono quelli decisivi. Andreottiani, mastelliani, pattisti, qualche socialista e qualche laico, anche: eccoli i ‘101’ dell’anno 1992.
Forlani, al sesto scrutinio, sale di dieci voti, a 479: manca poco (29 voti), al quorum (508), ma la verità è che è in caduta libera. L’area della maggioranza di governo ha, sulla carta, ben 546 voti: e invece all’appello, per Forlani, ne mancano quasi 80, di cui almeno 50 democristiani. Sono della corrente di Andreotti, abilmente pilotati dal suo braccio destro, Pomicino, ma anche pattisti di Segni che danno indicazione di voto solo per candidati che hanno sottoscritto il ‘patto’ referendario, pezzi di sinistra di Base (demitiani), socialisti di sinistra guidati da Formica. Infatti, anche i socialisti avevano imparato l’arte dai democristiani: “Almeno un terzo del gruppo negò il suo appoggio al leader della Dc, con Craxi aveva stretto un patto di ferro, da Martelli a Formica, con l’obiettivo di colpire Forlani per ferire Bettino”, ricorderà poi Gennaro Acquaviva. Anche il segretario del Pds, Achille Occhetto, si siede sulla riva del fiume per colpire al cuore l’odiato CAF e, in particolare, Craxi e Forlani.
Il 17 maggio Forlani annuncia il ritiro della sua candidatura, anche se la DC la definisce solo “sospesa”. Sarebbe l’ora di Andreotti, ma la sua candidatura non decolla mai davvero, resta come sospesa tra il non detto dei suoi, micidiali nel distruggere le candidature altrui ma incapaci di creare massa critica sul loro, e gli altri partiti che, chi per un motivo chi per un altro, lo temono o lo odiano. La candidatura di Andreotti, formalmente, non esiste.

Oscar Luigi Scalfaro, IX presidente della Repubblica italiana (1992-1999)

Oscar Luigi Scalfaro, IX presidente della Repubblica italiana (1992-1999)

Si vota senza sosta e i candidati si bruciano uno dopo l’altro.
Al VII scrutinio, la Dc inizia a votare scheda bianca, il Pds la Jotti. Giorgio La Malfa scalpita e chiede di isolare la DC, promuovendo il nome di Spadolini, che ci terrebbe molto di suo, a salire al Colle. Il Pds di Achille Occhetto propone Giovanni Conso, giurista cattolico, presidente emerito della Consulta. I socialisti avanzano il nome di un loro giurista, Giuliano Vassalli, e i repubblicani ci riprovano con Leo Valiani. Gli scrutini si susseguono senza sosta: vanno a buca le tre del 17 maggio, le due del 19 maggio, quella del 20 e quella del 21, e cioè dall’VIII al XIII scrutinio. Vengono bruciate in poche ore le candidature di Norberto Bobbio, Francesco De Martino e Mino Martinazzoli, ma anche quelle di Tina Anselmi, Ettore Gallo e persino di Ciampi (sponsor Goria). Il 22 maggio, al XIV scrutinio riaffiora la candidatura Vassalli (Psi) con l’appoggio di un pezzo di Dc e dei partiti laici, ma un’altro pezzo di DC lo affonda: i voti per lui sono 351 e i franchi tiratori questa volta, quasi 200, per la precisione 180, un record. I capigruppo socialisti diramarono una nota dolce-amara: “Siamo particolarmente grati alla Dc per aver sostenuto con esemplare lealtà e coerenza la candidatura Vassalli assicurandogli al metà dei suoi voti” e il socialista Marianetti ricorre all’ironia: “Diciamo che qualche dissidente democristiano ha votato per Vassalli”. Al XV scrutinio, che si tiene la mattina del 23 maggio, le schede bianche della Dc e degli alleati arrivano a essere 397. Nel frattempo, Pds, patto Segni, Rete, Verdi hanno votato per Conso, che arriva a 235 voti, segnalando l’ennesima frattura a sinistra, quella tra Pds e Psi. Del resto, l’ipotesi di un’unita’ delle sinistre (Pds, PSI, Psdi) che pure avrebbe buoni numeri, naufraga proprio per l’ostilità coriacea è personale tra Occhetto e Craxi. Forlani, esausto, getta la spugna la sera stessa, dimettendosi non più da candidato, ma direttamente da segretario della Dc. Non resta che una soluzione istituzionale: uno dei presidenti delle Camere, o Spadolini o Scalfaro. Lo dice Forlani e lo dicono tutti. Per Scalfaro si spende molto Marco Pannella, in nome di un ritorno alla Costituzione, ed è d’accordo anche Craxi, convinto che Scalfaro gli darà l’incarico per tornare a palazzo Chigi, Spadolini no. De Mita e altri tifano per Spadolini, ma gli sono fatali il proverbiale, stucchevole, ecumenismo, l’avversione di Craxi, che non vuole un laico al Quirinale per non rinunciare a palazzo Chigi, e quella sotterranea di Occhetto. Eppure Spadolini ci crede e fino a poco prima dell’elezione di Scalfaro. Dirà a Enzo Scotti: “non ho dormito, ho lavorato al discorso tutta la notte”.

In un’atmosfera irreale arriva la notizia della strage di Capaci.
E così mentre nel Parlamento regna un’atmosfera irreale con gli andreottiani che cercano (ancora!) di convincere gli altri che il vero candidato istituzionale è il loro, il divo Giulio, il 23 maggio, a metà pomeriggio, piomba la notizia della strage di Capaci.  Il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della sua scorta sono rimasti vittime di un attentato mafioso sull’autostrada Punta Raisi-Palermo. Andreotti capisce tutto e si ritira dalla corsa. La sera stessa un suo fedelissimo, Nino Cristofori, chiamerà concitato il braccio destro di Occhetto, Claudio Petruccioli: “La strage è stata un attacco a Giulio”. Sia come sia, di fronte a un paese impietrito e in collera come gli USA davanti all’omicidio Kennedy, non resta che Spadolini o Scalfaro. A sbloccare l’impasse provvede il Pds, disposto a votare Scalfaro fin da subito: è antifascista, si è opposto a Cossiga in modo strenuo, è difensore del Parlamento e della magistratura. Inoltre, libererebbe per Giorgio Napolitano la presidenza della Camera.
A quel punto, la DC sa che deve proporre Scalfaro lei per prima, per non farsi bruciare dal Pds. Forlani corre al Rapahel da Craxi e si trovano d’accordo subito nel lanciare Scalfaro. Il 25 maggio, arrivati al XVI scrutinio, la fumata diventa bianca e senza storia. Solo all’ultimo momento Scalfaro prega il vicepresidente di turno, Stefano Rodotà, di prendere il suo posto, per non dover annunciare da solo… la propria elezione.

Modalità dell’elezione di Scalfaro (25 maggio 1992, 672 voti, XVI scrutinio).
Scalfaro ottiene 672 voti su 1002 votanti e 1008 Grandi elettori, ma se è vero che è supportato da un’amplissima maggioranza politica di centrosinistra (Dc, Psi, Psdi, Pli, Pds, Verdi, Radicali, Rete) tra schede bianche, nulle, disperse e altri candidati si contano in ben 324 i voti dispersi. Il Pri insiste su Valiani (36), la Lega su Miglio (75), Rifondazione su Volponi (50), il Msi vota, a mo’ di sfregio, Cossiga (63). “Io quel prete di Scalfaro non l’ho votato!” si vanterà Formica citando il noto bigottismo di Scalfaro.

Montanelli: il presidente “per disgrazia ricevuta”…
Indro Montanelli, che non ha mai risparmiato a Scalfaro sfottò, scriverà il giorno dopo su Il Giornale: “Sappiamo di non scoprire la polvere dicendo che a issare Scalfaro al Quirinale non sono stati i mille grandi (si fa per dire) elettori di Montecitorio, ma i mille chili di tritolo che hanno massacrato Falcone, la moglie e il suo seguito. Sono stati gli eventi, non i partiti a portarvelo. Per la prima volta abbiamo un presidente che non è figlio della politica – come la si intende e miserevolmente si pratica in Italia – ma di qualcosa di più serio: la ragion di Stato. Se non l’uomo della provvidenza, certo l’uomo dell’emergenza: un presidente per disgrazia ricevuta”.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato nella sezione blogger ‘I giardinetti di Montecitorio’ che curo sulle pagine Internet di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

Quirinale NEW/2. Numeri da sapere su Grandi elettori, gruppi, maggioranze, franchi tiratori

In breve, ecco alcuni numeri da sapere sulle prossime elezioni per il Quirinale. NB. Numeri di Grandi elettori, maggioranze possibili e franchi tiratori sono aggiornati a oggi, 7 gennaio 2015, grazie agli schemi dei giornali di questi giorni e ai siti ufficiali di Camera e Senato. che riportano la composizione dei gruppi. I delegati regionali vengono nominati dai consigli regionali sulla base delle elezioni regionali più recenti. 

Il 'tetto' del Quirinale.

Il ‘tetto’ del Quirinale.

I ‘Grandi elettori’. Il collegio elettorale che elegge il presidente della Repubblica è molto speciale sin dalla sua composizione. Consta, ad oggi, di ben 1009 ‘Grandi Elettori’. I parlamentari sono 951, così suddivisi: 630 deputati e 321 senatori. Di questi últimi 315 sono i senatori eletti e cinque senatori a vita già in carica (quattro nominati da Napolitano: Cattaneo, Piano, Rubbia, Monti e uno, Ciampi, in qualità di ex presidente della Repubblica) cui si aggiungerà’ un ‘nuovo’ senatore a vita, il sesto, Napolitano, dal giorno stesso in cui rassegnerà le sue dimissioni. Ai 951 parlamentari vanno aggiunti i 58 delegati eletti da ognuna delle 20 Regioni (tre per ogni regione, tranne la Valle d’Aosta che ne ha uno) in base ai risultati delle elezioni più recenti (l’elezione avviene dentro i rispettivi consigli regionali).

Quorum. E’ fissato dalla Costituzione all’art. 83: maggioranza di due terzi (degli aventi diritto, cioè’ dei 1009 Grandi elettori) nei primi tre scrutini (pari a 673 voti), maggioranza assoluta (505 voti) dal quarto scrutinio in poi.

Consistenza dei vari gruppi. Il Parlamento è molto cambiato, dal 2013 a oggi. Vediamo come e perché. Il gruppo Pd, già forte di suo, è quello cresciuto più di tutti, salendo da 430 delegati a 446 delegati, grazie ai molti ingressi provenienti da Sel e Sc e alla conquista di ben 5 regioni (Abruzzo, Calabria, Piemonte, Sardegna, Friuli). Il gruppo di Forza Italia è crollato dai 211 delegati dell’allora Pdl ai 143 attuali. Un altro gruppo che è collassato è quello dell’M5S: dai 162 delegati del 2013, l’M5S è sceso a 137. Terremoti anche nei gruppi minori. Scelta civica, da 69 delegati, si è frantumata: sono solo 32 i ‘civici’ attuali. Si è semidissolto pure il gruppo Popolari per l’Italia, crollato da 28 a 13 unità. In area centrista infatti va registrata l’altra novità. Ncd, nato dalla scissione del Pdl, che da solo aveva 63 delegati, è salito a 77 delegati grazie alla fusione con l’Udc (Area Popolare). Questo per restare ai partiti maggiori. Tra i gruppi minori figurano: i 15 senatori di Gal, vicini a Forza Italia, i 31 delegati dell’area Autonomie-Estero-Psi-Pli, che votano sempre col governo, 11 non iscritti ad alcuna componente e, di solito iscritti al Misto di Camera e Senato, gli ormai già 23 ex grillini fuoriusciti dall’M5S. Infine, ci sono gli altri gruppi di opposizione. La Lega Nord ha 39 delegati, Fratelli d’Italia 9, SeL 34 (-12 dal 2104).

Maggioranze teoriche, ma possibili. La maggioranza di governo ha, sulla carta, i numeri per eleggersi il nuovo Presidente della Repubblica da sola. Infatti, sommando i delegati di Pd (446), Area popolare (77), Autonomie-Psi (30), Popolari (13) e Sc (32), il totale recita 598 grandi elettori. Un numero di voti ben superiori, dal IV scrutino, alla maggioranza semplice (505). La somma di maggioranza di governo (598 voti) e FI (143) fa addirittura 741 voti. Cifra astronomica che consentirebbe, con un accordo di ferro tra Pd-FI (patto del Nazareno) e alleati minori di governo, a partire da Area popolare, di eleggere il Capo dello Stato già nei primi tre scrutini (675 voti il quorum) a colpo sicuro. Basti pensare che Napolitano fu rieletto con ‘soli’ 738 voti. Il patto del Nazareno versione stretta (Pd+FI) ha invece 589 voti (446 del Pd e 143 di FI). Pochini se si introduce l’altro elemento in campo, quello dei ‘franchi tiratori’.

I ‘franchi tiratori’. Tutti questi calcoli scontano infatti la molto concreta fronda di quasi duecento (e oltre?) ‘franchi tiratori’ provenienti dalle fila di tutti tali partiti. E così divisi: se Renzi può’ contare, nel Pd, di uno zoccolo duro di 250 grandi elettori circa su 446, i dissidenti democrat godono di numeri variabili che vanno dai 150 ai 200, nelle previsioni più nere. Così’ suddivisi: 25-30 dalemiani, 60-80 bersaniani, 10 civatiani, 20 area Cgil, 10 di Fioroni, 10 malpancisti a vario titolo. Più’ una cinquantina di parlamentari che, a seconda del momento e della convenienza, potrebbe passare dalla maggioranza alla minoranza. Dentro FI ci sono i 40-50 parlamentari ribelli guidati da Fitto e sempre più’ numerosi. 20-30 i centristi inquieti presenti in Area popolare, dieci i centristi tra Sc e Popolari. Senza contare il pacchetto dei 20 grillini usciti gia’ dall’M5S è un’altra ventina di grillini dissidenti ma ancora oggi iscritti al partito di Grillo. Ma una maggioranza ‘alternativa’ M5S+Sel+dissidenti Pd (anche fossero 200!) non ha alcuna possibilità’ di eleggere un Capo dello Stato: arriverebbe, al massimo, a 380 voti. in ogni caso, nessuna maggioranza di governo, nella storia repubblicana, ha avuto così tanti grandi elettori, almeno sulla carta e almeno ai blocchi di partenza. Ribadiamo: 598 Grandi elettori solo considerando la maggoranza ‘stretta’ (quasi cento in più sul quorum necessario dal IV scrutinio), 741 se si allarga la maggioranza a FI (+240).

NB. I numeri principali contenuti in questo articolo sono stati pubblicati in un pezzo uscito il 30 dicembre 2014 per Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net)

Elezioni presidenziali/6. Leone o di equilibri di Palazzo poco ‘avanzati’ (1971)

Proseguiamo, con un lungo excursus sulle elezioni presidenziali più’ lunghe della storia repubblicana, quelle che portarono il Dc Giovanni Leone al Colle (1971), la galleria di rievocazioni delle lotte e delle votazioni per il Quirinale. Nelle altre puntate, tutte rintracciabili su questo blog, abbiamo parlato di 1) De Nicola (1946), 2) Einaudi (1948); 3) Gronchi (1955); 4) Segni (1962); 5) Saragat (1964). Leone, oltre che per la sua elezione (la più lunga, ad oggi: XXIII scrutini), è passato alla storia per scandali, gaffes e… corna.

Il formidabile biennio (1968-’69) che cambia tutto. Anche in Italia.

Nel 1968-’69 in Italia, come nel Mondo, succede di tutto, dalla contestazione studentesca, che incuba già dal biennio 1966-’67 e che esplode nel 1967, alla contestazione operaia (1968-’69). Solo le Istituzioni repubblicane si accorgono a malapena di quanto avviene nelle piazze. Nella legislatura 1963-’68, il centrosinistra (Dc+partiti laici+ Psi) si era limitato a vivacchiare sotto vari governi. Le elezioni politiche del 1968 non paiono, del resto, registrare un cambio dipasso che sarà epocale. I risultati, anzi, sembrano la testimonianza dell’eterno immobilismo italiano: la Dc risale di poco (39.1%), il Psu (Partito socialista unificato, somma di Psi e Psdi) non decolla e presto si scioglierà (14,5% mentre, alle politiche del 1963, il Psi aveva preso il 13’,8% e il Psdi il 6,1%), il Pci aumenta, ma lievemente, i suoi consensi (26,9%) mentre il 4,4% va al Psiup, gli scissionisti da sinistra del Psi. Certo, nel 1970 vengono varate tre riforme importanti: nascono le Regioni a statuto ordinario, viene introdotto il divorzio per legge (il referendum per la sua abrogazione si terrà nel 1974) e, soprattutto, viene codificato il nuovo Statuto dei Lavoratori, ma la politica è lontana dalla gente (allora dette ‘masse’) e non si accorge che il mondo sta cambiando, velocemente e violentemente.

Giovanni Leone presidente della Repubblica (1971-1978)

Giovanni Leone presidente della Repubblica (1971-1978)

Il clima politico che precede la tormentata elezione Leone (1969-’70).

In una situazione a dir poco drammatica a causa dello scoppio della bomba di piazza Fontana (12 dicembre 1969) e della nascita della cd. ‘strategia della tensione’, gli esangui governi di centrosinistra teorizzano la lotta agli ‘opposti estremismi’, quello neofascista, di gran lunga il più sottovalutato, e quello delle prime formazioni radicali ed estremistiche nate a sinistra del Pci, pur se ancora ben lungi da intraprendere (ma non dal teorizzare) la lotta armata come sarà con le Br. Nella Dc la contrapposizione, dopo decenni di lotte tra correnti che si contendevano il potere ma non vere e chiare strategie politiche, torna all’essenziale: da un lato la destra (andreottiani, scelbiani, dorotei, il nuovo segretario, Arnaldo Forlani) da sempre diffidente verso l’alleanza con i socialisti e verso politiche di grandi riforme e, dall’altro, una sinistra (morotei, di Base, etc.) che voleva proseguire l’accordo con il Psi ma diffidava dell’irrequietezza e dell’instabilità dei suoi vertici mentre covava, ma solo in parte, il sogno segreto di apertura a un Pci ‘occidentalizzato’ e ‘socialdemocratizzato’ (‘strategia dell’attenzione’ di Moro). Il Psi, dal canto suo, diffida di Moro e gli preferisce governi presieduti da figure scialbe e incolori (Rumor, Colombo) ma provenienti dall’area moderata del partito (i Dorotei). Il Pci, infine, dopo dieci anni di netta opposizione ai governi e alle riforme del centrosinistra, capisce che i tempi stanno cambiando e diventando maturi per il proprio inserimento politico a sostituire una formula di governo ormai logorata. Ma i dirigenti comunisti pensano anche che tale processo non puòrealizzarsi nelle ‘piazze’ ma nella contrattazione parlamentare: lo sostiene la destra (Amendola) e il centro (Longo-Berlinguer) del partito. Fa eccezione l’ala che fa capo a Pietro Ingrao: punta alla ‘democrazia di massa’ e a un raccordo-ricongiungimento con pezzi di sinistra usciti dal Pci (il manifesto). I quali però erano già oltre e predicano, emuli delle assemblee studentesche e operaie, forme di ‘democrazia dei consigli’ o ‘di base’ che avrebbe segnato la nuova stagione sindacale dei metalmeccanici (detta Fmlu).

Si aprono le danze. Dopo sette anni di Saragat, la Dc rivuole il Colle per sé.

Dopo sette anni di Saragat, socialdemocratico che pure coltiva ancora il sogno di una rielezione, la Dc rivuole il Quirinale per sé. Il candidato perfetto, da Indro Montanelli già soprannominato ‘il Rieccolo’, è Fanfani ma per i dorotei e le destre che vogliono rompere con i socialisti e arroccarsi al centro, mentre il candidato ‘segreto’ delle sinistre è Moro, ma nessuno osa farne il nome. Inoltre, alle recenti elezioni amministrative, molti dei voti persi dalla Dc (-7%) sono andati all’Msi (+7%). La destra della Dc, come i dorotei, non vogliono fare altri regali al Pci ma neppure al Psi, alleato quasi dappertutto con i comunisti, nelle grandi città e regioni del centronord nelle ‘giunte rosse’. Leone, memore del ‘supplizio cinese’ di sette anni prima, non si espone, almeno non in prima battuta tanto che quando viene sondato dai maggiorenti della Dc sulle sue ambizioni, nega. Ma è tra i papabili, è chiaro, come pure Moro e Rumor. Poi ci sono i socialisti, dove la corsa è quella di Francesco De Martino, contro un altro eterno candidato (Pietro Nenni) e i socialdemocratici, che puntano ancora su Saragat. La Dc decide con una votazione dei suoi Grandi Elettori a scrutino segreto nella notte tra l’8 e il 9 dicembre: passa Fanfani su Moro. C’è chi dice 50 a 30, c’è chi dice per pochissimi voti. Il voto resterà segreto e le schede vengono bruciate, proprio come in un conclave.

La Dc vota a scrutinio segreto: passa Fanfani contro Moro.

Ricorda Giulio Andreotti: “Io e Forlani, segretario del partito, andammo a trovarlo a Santa Marinella: ‘Stavolta – gli dissi – i voti del nostro gruppo ci saranno tutti anche perché non ci sei tu a organizzare i franchi tiratori… ma socialisti e comunisti non ti voteranno mai”. “Tu pensa ai nostri, al resto penso io”, mi rispose”. Non andò così, e non solo perché Andreotti era il vero, grande, nemico interno di Fanfani o perché su di lui pesava la campagna denigratoria e pesantissima della stampa di sinistra, in particolare dall’Unità e dal ‘manifesto’ che conia l’epiteto del ‘fanfascismo’, ma anche perché a mancargli saranno proprio i voti dei ‘suoi’. Sarà la prima volta, peraltro, in cui la grande stampa non solo giocherà un ruolo nella corsa al Colle, ma ne condizionerà gli esiti: non solo i giornali di sinistra, dall’Unità al manifesto, sono contro Fanfani, lo è anche la solitamente austera La Stampa, diretta dal laico democratico Alberto Ronchey, mentre il Corriere della Sera, diretto dal laico risorgimentale Giovanni Spadolini, gli resta neutrale. Il 9 dicembre, il Parlamento riunito in seduta comune inizia a votare: smetterà solo XXIII scrutini dopo. Folrani, di fronte alla candidatura Fanfani, ormai ufficializzata, sbotta: “Se passa è un miracolo!”. Non accadrà.

La Malfa promette: “romperò i garretti ai due cavalli di razza democristiani”.

Al I scrutinio Fanfani prende appena 384 voti contro i 397 di De Martino, votato compattamente da socialisti e comunisti, i 57 di Augusto De Marsanich (Msi), 49 a Giovanni Malagodi, storico segretario e leader liberale che il Pli si vota da solo come il Psdi con il suo Saragat (45 voti) mentre 57 sono le schede bianche. E’ lo stesso Andreotti a calcolare, malevolo, che a Fanfani mancano una quarantina di voti democristiani. Il nome che aleggia, e su cui i comunisti convergerebbero volentieri, è quello di Moro, ma di lui non vuol sentire parlare il repubblicano Giorgio La Malfa, segretario del Pri. Chiede di trovare un laico o al massimo un cattolico “poco colorito” e, il 20 dicembre 1970, tuonerà nei corridoi di Montecitorio con una frase rimasta agli annali: “Romperò i garretti ai due cavalli di razza”. Si tratta di Moro e Fanfani e, con l’aiuto dei partiti laici e dei franchi tiratori della Dc, La Malfa ce la farà. Un grande elettore anonimo scrive nel segreto dell’urna di vimini: “Nano maledetto/ non sarai mai eletto”. Per Fanfani, la maledizione si ripete ancora.

Scrutinio dopo scrutinio non accade nulla, solo il caos regna sovrano.

Negli scrutini successivi il caos aumenta, poi regna sovrano. In odio a Fanfani, i deputati del manifesto, espulsi dal Pci ed eletti con il Pdup, depositano nell’insalatiera schede con su scritto “Fanfascista” (declinazione del ‘Fanfascismo’) o con la rima baciata: “Maledetto nanetto, non verrai mai eletto”. I missini annunciano, dal VI scrutinio, che voteranno scheda bianca. I franchi tiratori della Dc non aspettavano altro per confondere le acque. Emergono, e con costanza, però altri due nomi, per la Dc, dietro Fanfani, quelli di Moro e Leone, ma nessuno s’impone. Eppure, c’è anche un problema politico di fondo, nelle trattative in corso tra i partiti, non solo i giochi di Palazzo. I comunisti sono o no pronti per un ingresso in maggioranza? E gli ‘equilibri più avanzati’ di cui parla Moro sono sostenibili per l’Italia nella situazione caotica che vive? Leone inizia a far capire e a far sapere che non è il caso, e in ogni caso, di portare un uomo esponente delle sinistre (Nenni o De Martino) o del dialogo con esse (Moro) al Colle. Serve l’uomo della conservazione e della moderazione. Lui. Leone, dopo la delusione della gara per il Colle persa con Saragat sette anni prima, capisce che bisogna aspettare e non essere candidato troppo presto.

Il clima nella Dc si fa rovente, i voti dei neofascisti dell’Msi diventano ‘appetibili’…

In realtà, il candidato perfetto del fronte anticomunista era proprio Fanfani, ma aveva troppi nemici dentro e fuori la Dc. I maggiorenti democristiani iniziano a convincersi: fallita la candidatura Fanfani, non resta che la candidatura ‘di servizio’ di Leone mentre con Moro si rischia di perdere troppi consensi verso destra. Ed ecco che, magicamente, i voti dei missini diventano necessari. Alla faccia della teoria dell’arco costituzionale, che li escludeva, teorizzata solo sette anni prima con Saragat. E l’Msi è quello neofascista di Almirante che presto subirà una scissione moderata (la Dn). E così, il 12 dicembre, anniversario della (allora fresca di un solo anno) strage di piazza Fontana, appena dopo il V scrutinio, il Msi si dichiara pronto a votare candidati della Dc presentati “in contrapposizione alle sinistre”. La Dc dà prova di tempismo e, dopo il VI scrutino, sospende i voti per Fanfani affidando a una propria delegazione (composta dal segretario Forlani, il presidente Zaccagnini e i due capigruppo, tra cui Andreotti) il compito di valutare con gli altri partiti laici eventuali nuove candidature. Si fa sentire, anche questa volta, il Vaticano: papa Paolo VI, amico di lunga data di Moro, fa comparire editoriali – sempre via Osservatore romano – che propendono apertamente per il vecchio amico. Fanfani, però, non demorde e chiede una ‘verifica’ sul suo nome. Viene compiuta all’XI scrutinio: il target è di 400 voti, ma Fanfani ne prende solo 393 (a tradirlo, tra gli altri, nella Dc, è Forze Nuove, sinistra sociale guidata da Donat-Cattin). La riunione notturna del Grandi elettori della Dc è drammatica: i fanfaniani urlano “Fanfani o morte!”, volano sedie e insulti, i parlamentari dc non hanno potuto più esprimere una preferenza chiara già dal VII scrutinio. A quel punto, Fanfani capisce che anche stavolta non ce la farà più e si ritira. Dal XII scrutinio si riparte con le schede bianche da parte della Dc, seguita a ruota da Pli, Pri e Msi, mentre anche Saragat si ritira. Solo le sinistre continuano a votare compatte, pur essendo passate da De Martino, il cui nome è stato consumato per 21 scrutini, a Nenni: restano convinte che la Dc non eleggerà mai un presidente della Repubblica con l’Msi e che presto uscirà fuori il vero nome che lancerà la Dc e che loro potrebbero votare: Moro.

Moro si rifiuta di patteggiare cariche perfino con i suoi. E la Dc non lo vuole.

E’ lo stesso Moro, in realtà, che si rifiuta di patteggiare con gli altri big diccì la sua elezione, a partire dalla distribuzione delle cariche (presidenza del Consiglio e segreteria della Dc su tutti, poi ministeri, presidenze delle Camere, etc.) ma, politicamente, paga la ‘strategia dell’attenzione’ verso il Pci. La Malfa fa la dichiarazione sui ‘garretti’ da spezzare il 20 dicembre e, con lui, tutti gli altri partiti laici (Pri, Pli, Psdi) offrono alla Dc una terna di nomi (Leone, Rumor, Taviani) che, appunto, non comprende quello di Moro. Tocca ai grande elettori della Dc, di nuovo, decidere. La riunione si tiene il 21 dicembre: dal ligure Taviani all’abruzzese Gaspari si paventa la ‘fine’ della Dc se passasse Moro. Andreotti presiede il seggio della votazioni: Leone passa 50% a 30%. Basta con la pratica estenuante delle schede bianche (al XX scrutinio erano state 546: un record a oggi ineguagliato), dunque. Il 23 dicembre, XXII scrutinio, Leone è cgià onvinto di farcela: scaramantico napoletano com’è quello è il giorno di Santa Vittoria, nome della moglie, porta ‘buono’. Invece non ce la fa: manca l’elezione di un voto (503 contro i 408 di Nenni). Il giorno dopo seguirà l’elezione dal suo ufficio di palazzo Giustiniani in diretta tv e tentennerà prima di accettare.

Modalità di elezione di Leone (XXIII scrutinio, 518 voti, 23 dicembre).

E’ il 24 dicembre, vigilia di Natale, del 1971, quando, al XXIII scrutinio (ancora oggi un record in negativo nella storia delle elezioni di un Presidente della Repubblica…), Leone ce la fa. Su 1008 Grandi Elettori (un’altra prima volta, quella dei delegati regionali che partecipano a un’elezione presidenziale in quanto, prima del 1970, le Regioni a Statuto ordinario non esistevano) e 996 votanti, quorum a 505 voti, Leone prende 518 voti (Dc+Psdi+Pli+Pri+Msi), appena 13 voti più del necessario, contro i 408 voti che vanno a Nenni (Pci+Psi+Pdup-ilmanifesto) mentre 6 voti vanno a Pertini, che in qualità di presidente della Camera legge le schede, 36 sono le schede bianche, 35 quelle disperse e tre quelle nulle.
La sua presidenza, iniziata il 29 dicembre 1971 con il consueto giuramento finirà prima del tempo prestabilito il 15 giugno 1978, data delle sue dimissioni.

Leone immortalato in un suo gesto tipico: le corna...

Leone immortalato in un suo gesto tipico: le corna…

La presidenza Leone: corna, scandali e gaffes.

Napoletano doc (farà le corna anche il giorno dell’elezione), Giovanni Leone (Napoli, 1908 – Roma, 2001), figlio di uno dei fondatori del Ppi, è un illustre docente di procedura penale e un vero principe del foro. Di orientamento monarchico, fascista da giovane, Leone entra nella Dc dal 1944 e diventa deputato già nell’Assemblea costituente (1946). Vicepresidente e poi presidente della Camera (1955-1963), due volte presidente del Consiglio (nel 1963 e nel 1968) ma sempre alla guida di governi da lui stessi definiti ‘balneari’, quando Leone diventa presidente della Repubblica è – ed ecco un’altra prima, e finora unica, volta – senatore a vita, nominato da Saragat, che lo aveva battuto alle elezioni del 1964 al fotofinish, nel 1967 per evidente ‘compensazione’. Leone è un notabile diccì, ma non appartiene a correnti che non siano il suo moderatismo conservatore da buon senso comune e la sua ostentata napoletanità. Scongiuri e “corna” a ogni pie’ sospinto sono il suo tratto più popolare e famoso, come le intemperanze poco protocollari se gioca il Napoli. A 63 anni è anche l’uomo politico più giovane mai eletto a Capo dello Stato.
La sua elezione scatena le sinistre, che pure temevano come la peste l’elezione di Fanfani. Il manifesto lo bolla come “il Segni napoletano” per il determinante appoggio missino. Quando Leone si presenta alle Camere per l’insediamento, i comunisti l’accolgono con lanci di monetine e il fumantino Pajetta scaglia un sacchetto pieno di 10 lire contro La Malfa, antifascista ma grande elettore di un presidente eletto con i voti determinanti dei fascisti. Leone prova a smussare: “Non spetta a me formulare programmi o indicare soluzioni. Solo vigilare sul rispetto della Costituzione” dice nel suo discorso.

Le tante ‘prime volte’ della presidenza Leone.

Leone, nominato senatore a vita Fanfani come fece con lui Saragat per risarcirlo dell’ennesima fregatura nella corsa al Colle, seguirà le sorti di un centrosinistra già in frantumi. La Dc preme per avere elezioni politiche anticipate, quelle del 1972, le prima a memoria di Repubblica, e Leone si adegua, facendo slittare il referendum sul divorzio (si terrà nel 1974). Stessa cosa, dare alla Dc lo scioglimento anticipato, farà nel 1976 quando, dopo l’avanzata delle sinistre alle amministrative del 1975, scioglierà le Camere perché la Dc pensava, questa volta a ragione, di potere sfruttare la paura dell’inarrestabile avanzata comunista e di imbrigliare il Pci nella strategia della solidarietà nazionale (1976-1979). Leone subisce molto, in particolare, l’influenza di Andreotti. L’ombra dell’appoggio delle destre pesa molto sulla sua presidenza in un’Italia dal largo sentimento antifascista. Persino giornali ‘borghesi’ come il Giorno e il Corriere della Sera di Piero Ottone iniziano a prenderlo di mira spesso. Un’altra sua prima volta è il primo messaggio presidenziale inviato alle Camere: è opera di Leone e, spedito al Parlamento nell’ottobre 1975 (oggetto: i limiti del diritto di sciopero), dà luogo a un acceso dibattito sulla sua ‘natura’. Si tratta di un programma ‘governativo’, e dunque eccedente i poteri del capo dello Stato, o di rango ‘costituzionale’? Il Quirinale diventa soggetto di indirizzo politico, la risposta, seppure di rango costituzionale. Discussioni oggi oziose, specie dopo le presidenze Cossiga, Scalfaro e Napolitano…

Lo scandalo Lockheed (1976) e le dimissioni di Leone (1978).

Il presidente Leone e la sua famiglia vengono presto investiti da scandali di varia entità e natura che infine ne provocano le dimissioni. Quasi subito ginisce dentro il caso Lockheed, di cui viene additato addirittura come il possibile regista (in codice: ‘Antelope Kobbler’) al centro di un traffico di tangenti e armi con gli Usa. Anni dopo ne verrà totalmente scagionato, ma allora, nel 1976-’77, diventa oggetto di una campagna scandalistica condotta soprattutto dall’Espresso e da una delle sue firme di punta, quella di Camilla Cederna (che ne trasse un libro – Leone. Carriera di un presidente – finito in tribunale, con causa vinta dalla famiglia Leone). Sostenuta, politicamente, soprattutto dai radicali di Pannella e solo dopo anche dal Pci, a finire nel tritacarne mediatico è, piano piano, anche e soprattutto la vita ‘allegra’ della famiglia Leone. Voci e insinuazioni su donna Vittoria, ingombrante first lady, e pettegolezzi sui suoi tre figli e le loro chiacchierate amicizie, da Licio Gelli ai fratelli Lefebvre, dal finanziere Rovelli allo scià di Persia, si sprecano. Leone vorrebbe querelare la Cederna, ma il ministro della Giustizia del governo Andreotti, Bonifacio, nega più volte l’autorizzazione a procedere per oltraggio a Capo dello Stato. A coprirsi di ridicolo, in verità, Leone ci pensa da solo con le celebri esibizioni di corna davanti agli studenti che lo contestano all’Università di Pisa e davanti ai malati di colera negli ospedali di Napoli. Il discredito delle istituzioni tocca il suo acme, nel 1978, con il sequestro e l’omicidio di Moro che pure, nel 1975, davanti a un altro scandalo, quello Eni-Petronim, diceva “La Dc non si farà processare nelle piazze”.
Dopo l’ennesimo scandalo riguardante la sua famiglia, il 14 giugno 1978 Leone prova a replicare con una intervista, ma dopo Pr, Pri, sinistra Dc, è il Pci a chiederne con fermezza le dimissioni: arrivano il 15 giugno 1978, sei mesi e due settimane prima della scadenza naturale del mandato.
A scaricarlo per ultimo è la Dc che lo ha voluto presidente. Flaminio Piccoli gli dice, con tono solenne: “il partito ti chiede questo sacrificio”. Andreotti e Zaccagnini vanno a trovarlo al Quirinale il giorno delle dimissioni. Leone vuole ricordare ad Andreotti che fu proprio lui a convincerlo a non rispondere alle accuse, ma non lo fa. Poi congeda sarcastico e i due ‘amici’, ospiti ormai molto sgraditi: “Grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i Mondiali di calcio in santa pace”.

NB. Questo articolo è’ stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ nella sezione blogger di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)