Due articoli in viaggio. Il treno di Renzi è partito: alleanze, coalizione, sfide e incontri sul luogo i temi del tour del Pd

  1. Renzi e il treno dei desideri: “Prendo il 40% anche senza D’Alema e Fratoianni
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il treno del “viaggio per l’Italia” di Matteo Renzi parte dalla stazione Tiburtina di Roma alle dieci meno cinque, in teoria. Solo che, fino a poco prima della partenza, non si conosce il binario. “Motivi di sicurezza” spiegano dal Pd. Insomma, il binario, che è il due, non si trova: è come cercare il binario “nove e mezzo” del treno di Harry Potter che porta ad  Hogwarts. Poi, arriva Renzi. All’inizio, tutto sembra filare liscio. Renzi tiene anche una (breve ma molto scoppiettante) conferenza stampa, di quelle col sorriso. Vuole tenersi lontano dal “chiacchiericcio politico”, ma non può. I giornalisti incalzano, il leader improvvisa una conferenza stampa attorniato da tutti i big del partito che, poi, mano a mano scenderanno dal treno o saliranno su di esso a seconda delle fermate.

“La legge elettorale? Guardate, c’è qui Rosato, chiedete a lui…”, risponde il segretario, ben sapendo che il Rosatellum è cosa fatta anche al Senato e che – come dirà poi ad alcuni cronisti al bar – “Grillo nei collegi non toccherà palla, ce li giocheremo tutti noi e
il centrodestra”. “Le coalizioni, le alleanze, le aperture a sinistra? Guardate c’è qui Richetti, chiedete a lui…”. Solo che, poi, al bar, sorseggiando un caffè si lascia andare anche su questo punto: “Io le mie aperture le ho fatte, la mia disponibilità l’ho data, vedremo, ma non penso certo di parlare a Fratoianni e a D’Alema, penso ad altri
della sinistra…” ed è chiaro che sta pensando a Pisapia e Campo progressista. “Lo ius soli? Guardate, c’è qui Delrio, chiedete a lui…”, ma si sa che il leader dem non si straccerà le vesti se la legge non passerà. Renzi comunque assicura che “siamo l’unica forza della sinistra europea in grado, oggi, di vincere le elezioni”, è convinto che “con il 40% torno a governare, e l’ho già preso due volte” e quando l’ex operaio ottantenne Ascanio gli urlerà, a Narni, “prendiamo il 41%!” replica scaramantico “ci metto la firma e ti pago da bere!”. E questo perché il leader dem è arcisicuro che “la coalizione che raggiungerà quella percentuale avrà i numeri e la maggioranza per governare da sola” e senza bisogno di larghe intese: “Voglio vincere le elezioni, è il solo modo per evitare di dover fare, dopo il voto, le grandi coalizioni”. (NB: della vicenda Visco-BankiIalia non viene dato conto qui, in questi articoli, ma in altri che pubblicheremo qui domani). 

Ma cosa c’entrano ‘gli altri’, pur se esponenti del Pd, nel viaggio in treno del leader? C’entrano eccome. Il Pd, per Renzi, deve dare l’immagine della ‘squadra’, così gli hanno spiegato. E lui, alla fine, si è convinto. Ed ecco che, sul treno, prendono posto il
ministro Delrio (chi meglio di lui, ministro ai Trasporti?), il portavoce della segreteria Richetti, che ha un ruolo cruciale per tutto il viaggio, il padre del Rosatellum, Rosato, e il governatore del Lazio, Zingaretti. Saliranno – e scenderanno, appunto – dal treno anche i parlamentari ‘di zona’: Gasbarra e Fioroni, a Fara Sabina (c’è un convento: chi meglio di Fioroni?), Verini, la Ascani (“domani ho la tesi di dottorato, sono tesa”), Trappolini (area Orlando) e la Sereni in Umbria dove le crisi aziendali e gli operai infuriati si sprecano (non a caso arrivano pure la viceministra al Lavoro, Teresa Bellanova, e la presidente dell’Umbria, la dem Marini che qui, anche se nessuno se lo ricorda, ha vinto le regionali, nel 2016, per un soffio e ora tutti tremano). Solo la fedelissima Morani arriva fino a Fano.

Il treno è composito e colorato. C’è un vagone per i giornalisti, uno per lui, uno per il suo staff, uno  per i Millenials, uno per fotografi e cineoperatori, quasi uno intero per la scorta, ma ci sono anche i ferrovieri di Trenitalia che il treno lo devono fare andare, anche se non chiedono il biglietto perché, per tutti, paga il Pd. E, appunto, il tesoriere Bonifazi, alla fatidica domanda ‘chi paga?’, spiega: “il treno non costerà più di 300 mila euro e comunque abbiamo lanciato, proprio oggi, una campagna di crowfounfing sul sito”. C’è, l’intero ufficio stampa del Pd. Poi – si diceva – c’è il vagone dei Millenials: alcuni, giovanissimi, hanno marinato la scuola (“Ma lo faccio solo per Matteo” spiega un diciassettenne, serissimo) mentre Martina (24 anni, molisana di Termoli, ma studia a Roma e vive in una casa con altri 12 studenti) ci tiene a dire “Domani rtorno sui libri, sia chiaro, non mi faccio neanche la tappa in Molise…”. Alla prima tappa, invece, quella al convento benedettino di Farfa Sabina (bellissimo), si capisce subito, però, che il viaggio diventerà un vero tour de force: scendi dal treno, piccola folla, interviste, incontri con delegazioni di imprenditori (tra cui quelli dei bagni) o di operai, circoli Acli o sezioni dem, sali sul pulmino, scendi, risali sul pulmino, risali sul treno, scendi dal treno. Sarà così pure a Civita Castellana, Narni e Spoleto. I giornalisti, alla fine, sono stremati, i suoi pure. Renzi, pimpante e gasato, chiede al portavoce Agnoletti: “Marco, e ora dove si va?”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 18 ottobre 2017 a pag. 4


MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

2. La nuova strategia di Renzi: alleanza nei collegi con Pisapia “e chi ci sta”.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Grazie al Rosatellum – spiegava ieri ai suoi il leder del Pd mentre si preparava per il “viaggio per l’Italia’ in treno “contro i populismi”, un Freccia Bianca ribattezza “Destinazione Italia” (cento posti distribuiti in cinque vagoni con una sala riunioni e una sala stampa, oltre a una carrozza per lui e il suo staff, una per i Millennial) nelle 107 province italiane che partirà oggi dalla stazione di Roma Tiburtina – e se gli altri della sinistra ci stanno nei collegi possiamo fare, come succedeva ai tempi dell’Ulivo, accordi di desistenza o veri accordi politici. Sia con Pisapia e il suo ‘campo’ ma anche con Mdp. Se i contenuti politici sono chiari, io sono disponibile”. E a chi dei suoi lo mette in guardia (“Matteo, nel partito e fuori vogliono solo la tua testa”), Renzi risponde serafico: “Se si creano le basi serie per un accordo questo è un problema superabile. Direi sì a primarie di coalizione. Ma – ragiona il segretario dem – non credo che né Pisapia né Mdp avranno il coraggio di mettersi davvero in gioco. Vorrà dire che resterò io, come prevede lo Statuto del Pd, il candidato premier e che la leadership della coalizione la avrà chi avrà preso più voti”.

E così Renzi – di fronte ad attacchi interni (il sindaco di Milano Sala, il governatore pugliese Emiliano) ed esterni (Pisapia, Mdp) che ieri hanno ripreso in livello e intensità, ha deciso di effettuare l’improvviso, ma assai tattico, cambio di strategia. Un cambio che, almeno per ora, non sarà ancora annunciato pubblicamente, ma che viene fatto trapelare ad arte “per vedere l’effetto che fa”. Infatti, è il ragionamento degli strateghi renziani, “così sarà chiaro, davanti agli occhi di tutti, che sono gli ‘altri’ della sinistra, e che sia solo Mdp o anche Cp, ormai poco importa, a non volerci stare e, di fatto, aiutare destre e 5Stelle perché senza Pd non si può fare”.

Del resto, la contromossa di Renzi era quasi obbligata a causa delle (tante, troppe) critiche piovutegli addosso negli ultimi giorni. Particolarmente nefasta, per dire, è stata l’intervista a Repubblica: vissuta come una prova di forza muscolare dai potenziali alleati, questi gli hanno risposto quasi tutti (Radicali, Pisapia, etc) picche.

A ‘consigliare’ Renzi a una strategia più ‘mite’ e ‘inclusiva’ non ci sono solo i suoi sparring partner abituali (Richetti, Guerini, etc) ma anche un alleato ‘nuovo’, uscito allo scoperto da pochi giorni. Si tratta del Fondatore del Pd, Walter Veltroni. Ormai tornato a scena aperta nell’agone politico, Veltroni ha detto che “La sinistra deve ritrovare l’umiltà dell’unità e la sua identità per vincere”, ma soprattutto che, appunto, “Il Pd deve recuperare il rapporto con Pisapia e Mdp, solo così potremo andare ben oltre l’attuale 26%”. Al Nazareno dicono che“Walter e Matteo si sono divisi i compiti”. Oggi, in treno, si vedrà se la ‘svolta’ di Renzi avrà reale seguito. Prima tappa del “treno dell’ascolto contro i populismi”( trattasi di Intercity, non Freccia rossa, si specifica) Lazio, Umbria e Marche. Poi rotta verso Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata, dopo ancora il Nord, infine le Isole.

NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 17 ottobre 2017, pag. 10

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Sinistra, ‘AAA cercasi leader’. Se sfiorisce il ruolo di Pisapia Amleto, ecco pronto a scendere in campo il paladino Grasso

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il piano P (Pisapia) doveva essere il piano A, ma perde colpi. E così ecco che, dentro Mdp, si fa largo il piano G (Grasso): in pochi giorni ha preso così tanta quota che non solo entusiasma la platea (“Sono e resto un ragazzo di sinistra” ha detto tra gli applausi il presidente del Senato) ma anche i possibili compagni di strada di Mdp (Fratoianni di Sinistra italiana, i civici, Giustizia e Libertà). Poi, ci sarebbe sempre il piano B nel senso di Laura Boldrini: oggi la presidente della Camera era a Rimini, alla convention dell’area di Orlando, ma non suscita in Mdp gli stessi entusiasmi e simpatie di Grasso, anche perché la Boldrini è sempre stata vista come troppo vicina al Pd la ‘numero 2’ di Pisapia, dentro Mdp, e pronta a candidarsi per suo conto se lui non dovesse farlo, alle Politiche. E se Pisapia assicura di sentire spesso e volentieri sia Prodi che Enrico Letta, facendo capire che mira a costruire qualcosa di ben diverso da una lista di sinistra-sinistra, e cioè un ‘Ulivo 2’ o ‘Ulivo bonsai’ in attesa che il Pd, magari dopo il probabile tonfo alle prossime elezioni regionali siciliane del 4 novembre, imploda e altri (Orlando? Emiliano? Francheschini persino?) lascino al suo destino Renzi e il partito per costruire il ‘nuovo Ulivo’, è anche vero che ormai Mdp, teorico alleato numero 1 di Pisapia, morde il freno.

Sono giorni di festa nazionale di Mdp a Napoli. L’atmosfera è tesa, elettrica: il tempo non aiuta, i dibattiti chissà. Mdp ora ha anche un movimento giovanile, si sta radicando bene sui territori. Il tesseramento funziona, i soldi iniziano ad arrivare, le feste locali sono andate discretamente: nettare per il gusto di Nico Stumpo, responsabile organizzazione. Un partito nascente cui manca solo il leader o meglio il federatore. I big di Mdp hanno a lungo pensato che potesse essere Giuliano Pisapia, che ha fondato, a sua volta, Campo progressista, ma le cose tra loro non vanno bene. I deputati delle due aree stanno nello stesso gruppo ma si guardano in cagnesco, i rispettivi colonnelli se ne dicono di tutti i colori, le prospettive non sono mai in sincrono (allearsi con il Pd o con l’altra sinistra?) e le iniziative neppure: Campo Progressista si è dato appuntamento il 17 ottobre a Roma, al Brancaccio, D’Alema ha annunciato “una grande assemblea nazionale” di Mdp per il 19 novembre, assemblea che dovrà eleggere gli organismi dirigenti nazionali. Ma di Mdp sola o pure di Campo progressista? E con che metodo? Primarie? Tesserati? Quote?.

D’Alema  chiama Pisapia “l’ineffabile avvocato” e lo detesta, ma ieri, nel respingere le suadenti offerte di alleanza del Pd pervenute alla Festa di Mdp, anche se avanzate solo dai ministri Orlando, Franceschini e Delrio, e non da Renzi, ha assicurato che “il leader è lui”, derubricando Grasso a “sgrammaticatura istituzionale”. Poi l’annuncio: “Faremo liste di Mdp in tutti i collegi, non c’è più tempo, la sinistra va unita tutta”. Il che non è però un buon viatico per la strada indicata da Pisapia, che vuole ‘fare il centrosinistra’ ed essere ‘sfidante’ sì, ma non ‘radiclamente alternativo’ al Pd. Anche Speranza, che pure ci dialoga ore, mostra segni d’insofferenza, verso Pisapia. Se pure Bersani mollasse l’avvocato, l’avventura di Insieme sarebbe nata morta. Si vedrà. Intanto si dice che Pisapia, domenica a Napoli per chiudere la Festa con Speranza, da Mdp sarà fischiato.

Ma se salta il piano A (Pisapia) Bersani, ha pronto il piano B: Pietro Grasso. Il presidente del Senato ha girato, negli ultimi mesi, molte feste di partito: Pd, Sinistra Italiana, Mdp. “Ovunque – spiega chi c’era – è stato applaudito quando ha detto che ‘valori e principi di sinistra sono inconciliabili con destra e centrodestra’”. Nettare per le orecchie di Mdp e altri possibili alleati della Nuova Sinistra, non per il Pd, nel cui gruppo al Senato Grasso però siede. “Orfini lo ha attaccato a testa bassa – spiegano i suoi – e nessuno del Pd lo ha difeso. Il presidente non si è mai mosso dall’idea di un partito di sinistra, ma le porte del Pd ormai sembrano aperte solo per chi se ne va”. Grasso, ovviamente, continuerà a fare il presidente del Senato, specie nei prossimi difficili mesi, fino a che Mattarella deciderà di sciogliere le Camere. Quel giorno, però, potrebbe succedere che accetti una semplice candidatura o diventi leader di una forza di sinistra che – spiega chi lo conosce – “sia in competizione con il Pd oggi ma per collaborare con il Pd domani”. Insomma, se son rose, quelle di Grasso, fioriranno, ma solo se appassirà definitivamente il fiore di Pisapia.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2017 a pagina 12 del Quotidiano nazionale

I dubbi dell’Amleto di sinistra. Pisapia capeggerà il listone di tutta la sinistra, andrà con Renzi o farà un Ulivo bonsai?

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Percorso e lista unitaria con Mdp-Articolo 1, il che vuol dire, però, imbarcare anche Sinistra Italiana (Fratoianni), Rifondazione comunista, Possibile (Civati) e tutto ciò che si muove nella sinistra della sinistra, compresi i ‘civici’ di Montanari e Falcone, oltre a dover subire, ogni giorno di più, i diktat di Massimo D’Alema? Alleanza organica con il Pd, specie se vedrà la luce il Rosatellum, con una lista autonoma di Campo progressista che superi il 3% e una manciata di candidati in collegi sicuri, il che però vuol dire diventare un ‘vassallo’ di Renzi e fare col suo Pd il centrosinistra? Dare vita a un ‘mini-Ulivo’ o un ‘Ulivo bonsai’ che attragga personalità del calibro di Romano Prodi, Enrico Letta, Popolari di centrosinistra come Dellai, ambientalisti e civici, rompa con Mdp ma, dall’altra parte, non si accodi a Renzi, anzi ne provochi il disarcionamento, specie se dovesse perdere le elezioni siciliane, o addirittura ottenere che l’area Orlando, se non anche Franceschini, se ne vadano per dar vita a un ‘nuovo’ e autonomo centrosinistra?

Giuliano Pisapia,  il “leader riluttante” come lo ha definito uno dei suoi consiglieri, Gad Lerner, è in preda a questi tre amletici dubbi. Il guaio è che non solo i suoi uomini più vicini, ma proprio lui-lui, non ha ancora deciso, davvero, che cosa vuole fare ‘da grande’. Ieri sera, l’ex sindaco di Milano e avvocato di chiara fama, per dire, ha partecipato, alla Fondazione Feltrinelli di Milano, a un incontro con il teorico della ‘quarta via’ (oltre, cioè, quella delle ormai bolse socialdemocrazie), Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze della Grecia di Tsipras e ben più a sinistra di questi. “Parlo solo di Europa”, ha detto un laconico Pisapia davanti una folla strabocchevole. L’equazione  sarebbe facile: se gli piace Varoufakis, è fatta, Pisapia capeggerà una lista di sinistra-sinistra dove la linea economica la fa Fassina. E invece niente, non si sa. Ieri, infatti, per dire, Bruno Tabacci, ex dc di lungo corso, ma che sta con Pisapia, tuonava, in pieno Transatlantico, contro le parole di D’Alema che sul Corriere aveva detto “Mai col Pd, Pisapia sia più coraggioso”: “Ma chi si crede di essere? Mdp ha stancato me e Pisapia. Vogliono fare l’assemblea nazionale con i delegati? E chi lo ha deciso? Vogliono fare la Linke italiana o Melanchon, con Fratoianni e altri? Se lo scordano, se la fanno da soli quella lista”. Anche altri deputati (Ragosta, Capelli) vicini al Campo di Pisapia esondano stile fiumi in piena: “Siamo in crisi di rigetto con Mdp”. E infine: se i ‘pisapiani’ fanno una loro iniziativa il 14 ottobre al teatro Brancaccio di Roma (lo stesso dove si sono ritrovati i ‘civici’ di Montanari e Falcone, e già qui si rischia la confusione: due Brancacci agli antipodi) parteciperanno anche all’iniziativa cui lavora Mdp per il 19 novembre e che D’Alema, sempre nell’intervista al Corriere, ha indicato come l’assemblea programmatica e l’inizio della fase costituente del nuovo soggetto politico della sinistra? E questo soggetto sarà unitario tra Mdp e Campo progressista e basta o sarà allargato a terzi (SI, Civati, etc.)? E l’organismo nazionale che ne nascerà, sulla base delle iniziative costituenti precedenti, stabilirà le quote del nuovo soggetto in re ipsa? E come? Primarie? Elezione indiretta? Quote stabilite a priori per aree e partiti-non partiti che lo o li formano? E chi deciderà le candidature alle prossime elezioni? L’organismo nazionale? Quelli locali? E chi avrà l’ultima parola in merito? Pisapia da solo? Pisapia, Bersani, D’Alema e Speranza insieme? Non si sa. Ma allora, se non va così, Pisapia farà una lista autonoma in coalizione col Pd. No, macché. L’ultima tentazione è, appunto, il ‘Nuovo Ulivo’ con Prodi, Letta, ulivisti storici e doc, forze civiche e molti pezzi di Pd che, in odio a Renzi, non appena perderà le elezioni in Sicilia, diranno ‘banco’ mettendolo in minoranza o facendo la scissione. Questo farà Pisapia? No, non si sa, ci sta ancora pensando su. “E’ più nobile soffrir dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e por loro fine?” si tormentava il principe Amleto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 28 settembre 2017 a pagina 11 del Quotidiano Nazionale

Elezioni tedesche e ripercussioni italiane. La grosse koalition agli spaghetti si allontana a prescindere dal sistema elettorale

Merkel/1

Il cancelliere tedesco Angela Merkel.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il risultato a sorpresa delle elezioni tedesche scompagina i conti e i desideri anche alle forze politiche del nostro Paese. Infatti, al di là che, alla fine, a Berlino si riesca, o meno, a formare una grosse koalition Cdu-Spd o una coalizione ‘Giamaica’ Cdu-Verdi-liberali, da noi impensabile, l’adagio che voleva anche l’Italia pronta, ineluttabilmente, a un governo di ‘grande coalizione’ post-voto è tutto da rivedere. Innanzitutto, come dicono tutti gli istituti di sondaggi, qualsiasi legge elettorale ci sia o entri in vigore (il Consultellum attuale, il Rosatellum bis di cui si inizierà a discutere alla Camera da oggi o il sistema tedesco che è naufragato a giugno), i voti dei due teorici pilastri (Pd e FI) di una ‘Grande Coalizione’ all’italiana non basterebbero per avere la maggioranza. E poi, allo stato, nel Pd di Renzi (la sinistra interna e non solo) come in Forza Italia di Berlusconi (l’ala nordista) sono molti gli esponenti che non appaiono entusiasti al (possibile?) matrimonio di convenienza.

Ma ieri è visto anche un altro ‘nein’. Infatti, un governo M5S-Lega, di cui molto si è favoleggiato e che manderebbe, clamorosamente, Pd e FI all’opposizione, non solo quasi sicuramente non avrebbe i numeri necessari per formare un governo, ma neppure le reali intenzioni dei suoi leader in pectore. Infatti, mentre Matteo Salvini esultava davanti al risultato dei nazionalisti xenofobi dell’Afd, chiosando che “la sola differenza tra noi e loro è che noi andremo al governo per cambiare le cose” e Berlusconi si ritiene – il Giornale dixit a sua volta “l’unico argine ai populisti” (lato PPE, evidentemente) –  il neo candidato premier dei CinqueStelle, Luigi Di Maio, fa  una dichiarazione da ultra ‘moderato’: “Noi siamo l’unico argine agli estremismi in Europa, fermo restando la crisi dei partiti tradizionali”. Parole in puro ‘stile’ Matteo Renzi: “Siamo noi l’unico argine ai populisti di casa nostra”, dice Renzi, intendendo però proprio i 5Stelle, non solo la Lega. Ma l’M5S potrebbe governare da solo, senza una politica di alleanze pre e post-voto? Impossibile, anche se sfiorasse il 40% dei voti.

E dunque, come se ne esce? Per ora, è buio pesto. Poi, certo, ci sono le polemiche di giornata. Salvini incrocia le lame contro Tajani, presidente del Parlamento Ue e punta di lancia del Ppe, ma anche di Forza Italia (Berlusconi lo vedrebbe bene come premier), il governatore ligure Toti, capofila dell’ala nordista azzurra e molto vicino a Salvini, parla di “coalizione delle destre al 45%”. Toti, ovviamente, boccia la Grande coalizione ma lo fanno, dentro FI, anche Brunetta e Gasparri. Sul lato centrosinistra, Veltroni rispolvera “la logica dell’alternanza” contro quella delle grandi coalizioni mentre gli uomini di Pisapia (Ciccio Ferrara) rilanciano la logica del “campo largo del centrosinistra” che fa storcere il naso sia a Mdp (Speranza) che a Sinistra Italiana (Fratoianni). I quali però hanno poco da gioire: una coalizione rosa-rossa Spd-Linke non ha i voti per governare né la Germania e non li avrebbe in Italia. Ma anche il Pd non può condannarsi all’autosufficienza e si danna l’anima su come ‘allargare il campo’ alla sua destra (i centristi) come alla sua sinistra. Alla fine, il pensiero di tutti, nel Pd, lo riassume il vicepresidente della Camera, Marina Sereni: “C’è poco da stare allegri, il voto in Germania ci consegna un quadro preoccupante anche per noi”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 settembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano nazionale

 

Pisapia fa saltare il tavolo con Mdp: “Basta, mi avete rotto”. Insieme o divisi? La sinistra a sinistra del Pd già in pezzi

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Unità o rottura? “Insieme” o divisi? La sinistra a sinistra del Pd è a un passo dalla spaccatura. Sono le nove del mattino e il governatore della Toscana, Enrico Rossi (Mdp), è a Omnibus: “l’incontro tra Pisapia e Speranza non si farà”, sospira. Il leader di Campo progressista e il coordinatore di Mdp dovevano ricomporre i cocci. Ma dopo l’abbraccio, alla Festa dell’Unità di Milano, tra Pisapia e la Boschi e l’intervista in cui Pisapia riapre al dialogo con il Pd, Mdp ora vuole forzare la mano. Il partito di Bersani e Speranza (e, dietro, di D’Alema) vuole provare ad accelerare sul processo unitario: Carta dei valori, coordinamento provvisorio, assemblea fondativa, nome, simbolo e, ovvio, liste elettorali più un manifesto politico-programmatico che è tutto “un’agenda alternativa a Renzi”. Seguono varie critiche alla ‘comunicazione’ dell’ex sindaco: sul banco degli imputati c’è Gad Lerner. Un tavolo sui contenuti, diretto da Lerner, viene disertato da Mdp. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Pisapia sconvoca l’incontro, convoca i suoi e se ne torna a Milano. “Avete la testa rivolta all’indietro” dice il suo comunicato. “Guardare al futuro per noi significa partecipazione popolare al processo costituente” replica Speranza. Tradotto dal sinistrese vuol dire, appunto, tessere e voti per pesarsi.
Le parole che Pisapia pronuncia con i suoi prima di andarsene sono tranchant: “Basta, mi sono rotto, non ne posso più di loro. Non accetto di dover dimostrare ogni giorno il mio antirenzismo. Mi sono stancato dei veti di Mdp su di me”. I punti di disaccordo li mettono in fila fonti qualificate di Mdp: “Noi non vogliamo paletti a sinistra, per noi Sinistra italiana e i civici del Brancaccio devono entrare nel nuovo soggetto, e l’alternativa al Pd per noi è identitaria, ma soprattutto noi ci vogliamo contare, in modo democratico”. In sostanza, Mdp vuole una vera campagna di adesione. Insomma, il tesseramento. In più, parlamentarie con albo degli iscritti registrato. Si chiama ‘contarsi per contare’: sarebbero gli eletti dal basso o l’assemblea costituente del nuovo soggetto a decidere le candidature alle prossime elezioni. La critica di Mdp a Pisapia è sottile ma netta: “Vogliono mantenere la golden share su tutto il processo senza mai contarsi”.
La replica dei pisapiani milanesi altrettanto dura: “Noi vogliamo essere alternativi al Pd, ma non antagonisti, con l’ambizione di concorrere a vincere e governare il Paese, non di stare all’opposizione. E vogliamo ricostruire il centrosinistra, non fare l’unità delle sinistre”. Un altro sbotta: “Giuliano non ci sta a fare la bella figurina di Renzi né di D’Alema. Non si fa manovrare da nessuno”. E lui, a sera, dice: “Si va avanti con chi ci sta”. Si parla già di 20 deputati (sui 42 di Mdp) più i centristi di Tabacci e altri con lui.
Riassumendo: Pisapia e i suoi pretendono lo scioglimento di tutti i vari soggetti, non vogliono tessere, ma “diritti pari grado” tra le forze promotrici (solo così centristi, civici e ambientalisti avrebbero spazio), chiedono paletti rigidi a sinistra (sì a Civati, no a SI) e coltivano l’ambizione di un “Nuovo Ulivo” votabile da personalità come Prodi e Letta. Infine, pensano di sedersi al tavolo delle trattative per formare un nuovo governo se Renzi vincesse o pareggiasse le elezioni. Mdp vuole, in sostanza, l’esatto contrario. Trovare una quadra non pare facile: Bersani (che a sera parla di “frattura non insanabile”) ed Errani cercano una mediazione, Pisapia per ora nicchia e il suo amico centrista Tabacci confida: “Ormai è finita”. Renzi è soddisfatto se a sinistra si litiga, ma scettico su reali divisioni definitive e anche sulla possibilità che Pisapia rientri nell’orbita del Pd. Però il renziano Marcucci chiede di “spalancare le porte a Pisapia” e Lorenzo Guerini spiega a un amico: “Al Senato una mini-coalizione Pd-Pisapia è cosa fattibile”.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

Le mosse di Pisapia e quelle di Alfano. La legge elettorale rimescola i campi del centrosinistra e del centrodestra. Due articoli

  1. L’asse con Berlusconi spacca il Pd. Prodi e Bindi pronti a spostarsi ‘altrove’. Pisapia costruisce il suo Campo Progressista per rifondare un ‘Nuovo Ulivo’.
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Le doppie interviste rilasciate ieri da Romano Prodi (“La mia tenda è vicino al Pd ma se il Pd si allea con Berlusconi la tenda sposto altrove”) e di Rosy Bindi (“Il Pd si fermi su questa legge elettorale o non è più il mio partito”) hanno smosso le sinora già agitate acque del centrosinistra. Anche perché fanno il paio con le dichiarazioni di Giuliano Pisapia di domenica scorsa. L’avvocato milanese, leader di Campo progressista, ora mostra un piglio bellicoso (“Un patto di governo con il Pd è molto complicato, quasi impossibile”). Nel Pd lato coalizionale non si nasconde una certa preoccupazione. Prima è il vicesegretario, Maurizio Martina, a mostrarsi stupito (“Non capisco perché Pisapia chiude le porte al dialogo col Pd”). Ieri, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, si dice persino disponibile a dialogare con tutti (“Con Pisapia farei qualsiasi governo, con D’Alema pure, nell’interesse del Paese”) e assicura:“come vertici del Pd faremo di tutto” per evitare che qualcuno se ne vada perché “il Pd è la casa di tutti”. E, naturalmente, il ministro Andrea Orlando coglie la palla al balzo: “Ogni alleanza con Berlusconi è innaturale, Bisogna costruire il centrosinistra”. Nettare, per le orecchie di Pisapia. Ma in serata, Matteo Renzi, con la sua consueta E-news chiude i giochi: “Per evitare di fare le larghe intese il giorno dopo, bisogna prendere tanti voti. Ogni voto dato al Pd andrà in questa direzione – prosegue Renzi – ogni voto ai piccoli partitini aiuterà lo schema delle larghe intese. Il Pd farà liste molto larghe, pescherà al centro e a sinistra, nell’associazionismo e nella società civile, non si chiuderà nei propri confini stretti, ma parlerà agli italiani”. L’annuncio è di quello che, un tempo, si diceva ‘voto utile’ e indica quanto sarà dura la guerra a sinistra. Insomma, a Renzi interessa poco l’idea di coalizione (anche perché sa che Mdp e soci mai gli concederebbero i voti per far nascere un nuovo governo, dopo il voto, anche se i loro voti dovessero risultare indispensabili) e preferisce cercare di uccidere il neonato – la cosa ulivista di Pisapia – nella culla per evitare che rosicchi seggi alle elezioni visto che, superasse il 5%, sarebbe ai danni del Pd.

Intanto, però, il lavorìo di Pisapia procede spedito. Ieri a Roma, l’ex sindaco di Milano ha visto i suoi di ‘Campo progressista’ per organizzare al meglio l’appuntamento nazionale del primo luglio a Roma che dovrà gettare le basi del nuovo rassemblement di centrosinistra. Oggi vedrà i dirigenti di Mdp, dove i suoi colonnelli sono Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio in buoni rapporti con Zingaretti. Dentro Mdp, però, c’è maretta: Bersani tifa apertamente per Pisapia ed è pronto a ogni ‘cessione di sovranità’, altri (vedi alla voce: D’Alema) lo sono molto meno. Speranza è dato in bilico, il governatore toscano Rossi contrario, l’ex colonnello di Sel Scotto dubbioso. Il problema vero sono i confini del nuovo soggetto che, per ora, si chiama ‘Coalizione per il cambiamento’, ma potrebbe diventare “Insieme – Per un nuovo centrosinistra’. I confini a ‘a destra’ sono chiari. C’è il Centro democratico di Bruno Tabacci, ex assessore di Pisapia a Milano, che assicura buoni rapporti (ma li coltiva anche Pisapia) con i salotti buoni della finanza meneghina (i banchieri Guzzetti e Bazoli) e i Popolari-Demos del trentino Lorenzo Dellai. Esponenti ulivisti oggi dispersi come Franco Monaco e altri del ‘giro’ prodiano bolognese sono pronti, ma il colpo grosso, ovviamente, sarebbe Prodi. Pisapia fa sapere che “il Professore ha mandato segnali di apprezzamento al nostro progetto” e l’intervista di ieri, in cui Prodi boccia il sistema proporzionale voluto dal Pd (“non darà governi stabili”), si pronuncia contro elezioni anticipate (“una cosa ridicola”) e pronto l’alleanza “innaturale” con Berlusconi, pronto a spostare la sua “tenda”, ove si realizzasse, ha fatto il resto. Oltre a personalità come Rosy Bindi ed Enrico Letta e alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che sarà della partita, già a partire dal primo luglio, il ‘nuovo’ Ulivo deve blindarsi alla sua sinistra. E qui, invece, il magma è incandescente. C’è Sinistra italiana, guidata da Nicola Fratoianni, che vuole essere della partita, c’è Possibile di Pippo Civati, persino quel che resta del Prc, e c’è anche il movimento ‘Dema’ del sindaco De Magistris. Pisapia sa che, per superare l’asticella del 5%, servono i voti di tutti, ma porrà due precise condizioni: “il federatore sono io, tutti i partiti dovranno cedere sovranità e deve essere un Nuovo Ulivo, la Cosa Rossa non m’interessa”. Ma nel frattempo si sono mossi anche Tommaso Montanari e Anna Falcone, frontrunner del No da sinistra al referendum costituzionale e membri di Libertà e Giustizia: hanno pubblicato proprio oggi un appello molto netto e tranchant che rispolvera le ‘belle bandiere’ della sinistra comunista e post-comunista e hanno dato appuntamenti a tutti quelli ‘che ci stanno’ il 18 giugno a Roma. La data vuole bruciare i tempi, rispetto alla costruzione del percorso di Pisapia, ha già ricevuto il favore di Fratoianni (SI) e Civati (Possibile) e l’apertura di credito di Scotto (Mdp), di certo piacerà a D’Alema. Però una formazione politica radicaleggiante, alla Melanchon e alla Corby, dichiarati punti di riferimento di quest’area, è in rotta di collisione con le idee di Pisapia. Bisognerà vedere chi avrà più tela da tessere, ma se i due tronconi si dividessero sarebbero guai per entrambi: rischierebbero di non superare, nessuno dei due, il 5%.

NB: L’articolo è pubblicato il 6 giugno 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 


alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

2. Alfano invoca Mattarella: ferma Renzi ma il Colle vuole la nuova legge elettorale. 

“Non può esistere automatismo per cui l’approvazione della legge elettorale corrisponda allo scioglimento delle Camere. E la Costituzione?!”. Il deputato centrista che sbotta così al telefono indica che il partito guidato dal ministro Angelino Alfano – l’altro ieri si chiamava Ncd, fino a ieri Ap, domani chissà – ha deciso di giocare la “carta Mattarella”. Ovvero chiedere, tirandolo per la giacchetta, l’intervento del Capo dello Stato per capire se è costituzionale andare al voto anticipato, subito dopo l’approvazione della legge elettorale, come paventato da Pd, Forza Italia, Lega e 5 Stelle che stanno per chiudere l’accordo sul sistema ‘ital-tedesco’.

E così, mentre Alfano continua a prendere di petto Renzi via Twitter (“Consiglio lettura intervista Renzi. Un fiume di parole nasconde un solo con concetto: #paolostaisereno”), la ministra alla Salute, Beatrice Lorenzin twitta e rilancia: “No al voto anticipato. Irresponsabile far cadere il terzo governo in quattro anni, vanificando sforzi del Paese. Confidiamo nell’intervento del Colle”. Poi rincara la dose: “Sono convinta che le elezioni avverranno alla scadenza naturale, nel 2018. E Mattarella, persona saggia, saprà intervenire al momento giusto per evitare conseguenze serie al Paese causate da una corsa contro il tempo inspiegabile”.

Anche la senatrice Laura Bianconi, presidente dei senatori di Ap, cavalca il concetto: “Avvertimento al Pd: attenzione al controllo di costituzionalità del presidente Mattarella a legge ultimata. Rischia figuraccia del rinvio alle Camere”. Tutte dichiarazioni che indicano chiaramente la volontà del partito di Alfano di andare al voto il più tardi possibile così da poter creare e organizzare quel nuovo partito di centro che superi la soglia del 5% per rientrare in Parlamento. Magari dietro le insegne di Stefano Parisi, di certo con l’Udc di Cesa, ma senza Casini e neppure Verdini e Zanetti, i due co-leader di Ala e Scelta civica, che vogliono partecipare a una ‘Cosa’ di centro ma Alfano non li vuole, loro non vogliono lui, Stefano Parisi non vuole – dall’alto del suo zero virgola – nessuno, e via declinando lungo i numeri infinitesimali di partitini e gruppi di centro ormai disperati. “Se vogliono andare al voto, il Pd deve prendersi la responsabilità di far cadere il governo, noi non voteremo la sfiducia a Gentiloni” dice ancora un deputato di Alfano.

Il problema è che mentre i presidenti delle due Camere, Grasso e Boldrini, nutrono seri dubbi sulla necessità di correre verso le urne (“Le elezioni anticipate non sono un destino già scritto” ha detto ieri la Boldrini e Grasso la pensa in identico modo), Mattarella non ci pensa neppure a intromettersi. Sia perché – come ripete un noto adagio del Colle – “quando il Parlamento lavora, il Capo dello Stato tace” sia perché Mattarella non vede affatto di cattivo occhio una legge elettorale scritta insieme dai partiti grandi. Inoltre,c’è chi è sicuro che a Mattarella non dispiaccia affatto, anzi, la soglia di sbarramento al 5% che Ap tanto avversa, e la ritiene ‘in linea’ coi grandi Paesi della Ue.

Ben altro paio di maniche è la fretta che, soprattutto il Pd, ha di andare alle urne, una volta varata la legge elettorale. La potestà  di sciogliere le Camere  è prerogativa specifica del Colle,il quale, prima di mandare il Parlamento a casa, verificherà se Gentiloni vuole davvero dimettersi, se è il caso di rimandarlo davanti le Camere per verificare se ha ancora la fiducia del Parlamento o di esperire altri tentativi. Insomma, una partita ancora tutta da giocare, al Quirinale, quella su eventuali elezioni anticipate e per nulla scontata.

NB: Articolo pubblicato domenica 4 giugno a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.