Due presidenti, due stili. Grasso non si taglia lo stipendio, Mattarella apre il Quirinale a tutti e sloggia i funzionari…

Pubblico qui i due articoli usciti su Quotidiano Nazionale il 2 gennaio 2018 a pagina 5. Il primo si occupa di Pietro Grasso, presidente del Senato, il secondo di Sergio Mattarella. 

Grasso, maxidebito da saldare con il Pd e uno stipendio d’oro mai tagliato. Il presidente del Senato sfora il tetto dei 240 mila euro stabiliti per legge. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

Contributi al suo (ex) partito mai saldati. Tetto del suo stipendio sfondato in barba a una norma di legge. Silenzio assoluto davanti ogni accusa. Pietro Grasso, presidente del Senato e leader della nuova formazione politica della sinistra (LEU in sigla), vive, da settimane, diversi imbarazzi. Il suo primo peccato venuto allo scoperto è, forse, solo “veniale”. Si scopre che, da ex iscritto al gruppo del Pd al Senato, Grasso, che si è dimesso dal gruppo a fine ottobre, non ha versato un euro dei 1500 euro mensili che ogni eletto dem gira al partito per svolgere “attività politica”. Una norma interna, ovviamente, anche se scritta nel codice etico dem, non è sanzionabile, ma il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, decide di farne – anche perché la cosa, mediaticamente, al Pd conviene assai – un pubblico conto. Prima Bonifazi scrive a Grasso (lettera privata) che sono ben 83.250 euro i contributi mai versati al Pd da Grasso. Poi prova a riscuotere, inutilmente. Tignoso, Bonifazi torna alla carica: “è cosa spiacevole dovere insistere, ma sono tante le ragioni che dovrebbero spingerti a onorare l’impegno”. Niente, Grasso resta muto. Bonifazi, a quel punto, rende pubblica la richiesta e ricorre all’arma del ricatto morale: “Quei soldi ci servono per pagare i dipendenti del partito che abbiamo dovuto mettere in cassa integrazione” (sono 183, ndr.)”. Grasso niente, zitto. I suoi avranno  pensato: qualche giorno e la notizia passa in cavalleria. Il guaio è che le cose non sono andate così.

Si scopre, infatti, che Grasso, dichiara un “reddito da lavoro dipendente” di tutto rispetto: nel modello 730 del 2014 erano ben 340 mila euro, saliti a 340.790 nel 2015, e scesi, ma di poco, a 320.530 euro, nel 2016. Fatti suoi, si dirà: fare il presidente del Senato è come vincere al Lotto e un giudice in pensione (Grasso andò in prepensionamento nel 2013, appena candidato) guadagna bene. Potendo cumulare lo stipendio e la pensione (i parlamentari e le alte cariche dello Stato possono farlo, volendo, essendo esentati dal divieto di cumulo che riguarda tutti i ‘normali’ cittadini, ma Mattarella vi ha rinunciato), et voilà, ecco fatto. Già, peccato che il super-stipendio di Grasso (340 mila euro) supera e vìola, abbondantemente, il tetto dei 240 mila euro. Un “tetto” che è stato stabilito, nel 2014, dal governo Renzi. Una norma che aveva un solo difetto: era una tantum, o meglio di durata triennale, ed è scaduta il I gennaio 2018. Infatti, i grand commis e i funzionari di Camera e Senato, dal I gennaio, festeggiano e brindano a suon di champagne: i tetti ai loro stipendi sono saltati e di certo non li potranno ripristinare le Camere ormai sciolte. Peraltro, le spese del Senato, in questi ultimi cinque anni, sono lievitate in via esponenziale, mentre invece quelle della Camera sono diminuite, anche se di poco.

Il tetto stabilito dal governo Renzi, inoltre, era facoltativo per le alte cariche dello Stato, che godono della “autodichia” (vuol dire, in sostanza, che ogni organismo decide per sé). Eppure, da tre anni, tutte le (altre) alte cariche dello Stato la rispettano: il presidente della Repubblica non guadagna un euro in più dei 240 mila, il presidente della Camera molti di meno (140 mila nel 2016), il presidente del Consiglio assai meno (i premier guadagnano poco, 6700 euro mensili lordi, un parlamentare ne guadagna 14 mila!).

Dopo giorni, anzi: settimane, di “no comment”, fonti di LEU fanno finalmente sapere che trattasi di polemica “a scoppio ritardato” perché “il presidente del Senato ha una pensione per i suoi oltre 40 anni passati in magistratura e un’indennità da senatore che, per legge, è incedibile”. Il Diavolo, però, ci mette la coda. Libero e Il Giornale rispolverano le dichiarazioni del senatore Grasso in cui egli sosteneva che “Non solo mi sono dimezzato lo stipendio, ma ho anche deciso di rinunciare all’appartamento del Senato”. Lo stipendio è rimasto tale, con il ‘tetto’ sfondato, e l’appartamento del Senato usato per ospiti e ricevimenti. “Ragioni di sicurezza”, si capisce: Grasso è “minacciato” dalla mafia. Prosit.


2. La “rivoluzione gentile” di Mattarella: tagli agli stipendi, funzionari sfrattati, Palazzi aperti a tutti.

Ettore Maria Colombo – Roma

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Via i “mandarini” dal Palazzo. Porte aperte. Stipendi ridotti. Uno stile e un approccio diverso da tutti i suoi predecessori (da Gronchi fino a Napolitano compreso, con una sola eccezione: quel galantuomo di Luigi Einaudi, liberale parsimonioso, cui non a caso il cattolico Mattarella prende spesso a riferimento, dalla durata brevissima dei suoi discorsi di fine anno fino al comportamento integerrimo, quasi ai confini del moralismo). E’ una rivoluzione ‘gentile’, ma integrale, quella di Sergio Mattarella al Quirinale. A giugno 2015, appena sei mesi dopo la nomina al più alto scranno della Repubblica, due decisioni mettono a terremoto il Colle e i suoi abitanti. La prima, ormai, è nota: il palazzo del Quirinale viene aperto al pubblico cinque giorni su sette. La seconda non lo è, ma è stata vissuta come una carica (interna) di cavalleria dei Corazzieri contro privilegi antichi e consolidati. L’intero piano terra del palazzo del Quirinale, dove hanno abitato decine di papi e diversi re, viene ‘sgomberato’: gli uffici del Cerimoniale e le stanze di Rappresentanza devono sloggiare, relegati in ben più modesti uffici, tutti collocati al secondo piano e tutti molto angusti. Ai funzionari viene uno stranguglione, ma tant’è.

Il regista del terremoto, su input di Mattarella, è Ugo Zampetti: classe 1949, romano, potentissimo segretario generale della Camera, dove ha servito cinque presidenti, stava tagliando già lì gli stipendi a funzionari e commessi quando deve interrompersi perché Mattarella se lo porta al Colle come suo segretario generale. Il suo predecessore, Donato Marra, aveva uffici degni un re, lui si presenta dicendo “non voglio stipendio né alloggio”. Zampetti sloggia, ricolloca e il Quirinale schiude i suoi tesori a tutti con le visite guidate. Come già le vicine Scuderie, dove ogni mesi si succedono mostre su mostre.

Ma a Mattarella, che ha rinunciato al doppio stipendio da presidente e da giudice della Consulta cui pure aveva, volendo, diritto, e che, ovviamente, non ha mai sforato il tetto dei 240 mila euro stabilito per legge dal governo Renzi nel 2015 (norma scaduta nel 2018, peraltro), ancora non basta. Il presidente della Repubblica ha un’idea precisa, un fil rouge che vuole mantenere per l’intero mandato e così la spiega ai suoi collaboratori: “Dobbiamo saper coniugare sobrietà e trasparenza in ogni atto che facciamo qui dentro”.

La seconda rivoluzione travolge la residenza estiva, la splendida tenuta di Castelporziano, a sua volta residenza di papi e di re da tempo immemore. Per la prima volta da secoli, diventa un luogo accessibile a tutti. Da giugno a settembre, comitive di scolari, ma soprattutto disabili e anziani, entrano gratis, sciamano nel parco, si godono il mare, prendono il sole. Tutto gratis, ovviamente e con tanto di ‘festa’ con il Presidente, a fine giugno.  Potrebbe finire qua, la rivoluzione gentile di Mattarella, e invece no. L’ultima rivoluzione, al Colle, è appena iniziata: d’intesa con il Mibact, cioè con il ministero della Cultura, Mattarella apre e ristruttura anche palazzo San Felice, 8800 mq su cinque piani collocati a via della Datarìa: fanno parte della riserva immobiliare del Quirinale da secoli. Una specie di piazza d’armi che contava 40 appartamenti usati come ‘casa’ dai funzionari del Colle, tutti sfrattati. Entro il 2020 palazzo San Felice diventerà la sede della Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, oggi a palazzo Venezia, più bella, ricca e aperta a tutti, ovviamente. Com’è tutta l’idea del Quirinale di Mattarella.


Gli articoli sono pubblicati il 2 gennaio 2018 a pagina 5 su Quotidiano Nazionale 

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AGGIORNAMENTO! #Morireperl’articolo2? Vademecum in attesa della battaglia sulla riforma del #Senato

L'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

L’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

PREMESSA
Il prossimo 8 settembre riprenderà, in I commissione Affari costituzionali (presidente Anna Finocchiaro, Pd) del Senato, l’esame del ddl Boschi (riforma del Senato e Titolo V).
La questione ‘politica’ – scontro interno al Pd tra maggioranza e minoranza sul Senato elettivo; scontro tra il Pd e le opposizioni sulla riforma in sé; problemi di tenuta interna alla maggioranza tra Pd-Ncd-etc. – nasconde una serie di questioni ‘tecniche’, comunque rilevanti. Per una volta, evitiamo di affrontare la questione ‘politica’ per affrontare solo quelle ‘tecniche’, sperando di fare servizio utile ai ’25 lettori’ di questo blog.

1) IL TESTO DEL DDL BOSCHI E LE SUE MODIFICHE

Il ddl Boschi (n. 1429) a prime firme Renzi-Boschi (nome intero: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di finanziamento delle istituzione, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della II parte della Costituzione”) è stato approvato, in prima deliberazione, dal Senato l’8 agosto 2014 (183 i sì, compreso il gruppo di FI, quattro gli astenuti e tutte le altre forze di opposizione uscite dall’Aula), e, con modifiche, sempre in prima deliberazione, dalla Camera l’11 marzo 2015 (357 sì, 125 no, 7 astenuti). Ergo, siamo ancora ‘dentro’ la I lettura (finché il testo non è identico).

L’ARTICOLO 1: FUNZIONI DEL FUTURO SENATO
All’art. 1 (Modifiche al Titolo I della II Parte Cost) il ddl modifica l’art 55 Cost (poteri e funzioni del futuro Senato).
Qui sono, e di certo ci saranno, diverse possibili modifiche, come ammettono anche gli esponenti della maggioranza Pd. Infatti, nel primo passaggio parlamentare (Senato-Camera) competenze e funzioni, modalità di elezione degli organi di garanzia (CSM, Consulta, Capo dello Stato, etc.), ma anche politiche pubbliche locali, rapporti Ue-regioni-enti locali, etc., sono state di molto ridotte o elencate come mera funzione ‘concorrente’ alla Camera. Poche le funzioni del solo Senato, esercitate in “via esclusiva” che resterebbero tali: evaporate i rapporti con la commissione Ue, il controllo sulle authority, le competenze sui temi di bioetica, famiglia, diritti, etc. In più, tolte dalla Camera al Senato materie su cui la Camera alta sperava di poter avere diritto di parola anche in futuro: protezione civile, immigrazione, ordine pubblico, sicurezza, tutela del paesaggio. Inoltre, verrebbero ridotti i tempi per le osservazioni possibili nel procedimento legislativo. Problematico e assai discusso dai costituzionalisti anche la futura deliberazione dello stato di guerra che, nel ddl Boschi, è affidato a una sola Camera, il che avviene in pochissimi paesi (Irlanda, Polonia, Slovenia, peraltro tutti eletti con il sistema proporzionale) e che così, ‘grazie’ all’Italicum, finirebbe in mano al partito di maggioranza relativa.
Altra delicata questione è quella dei quorum per eleggere i diversi organi di garanzia costituzionale (art. 21 ddl Boschi che riforma l’art. 83 Costituzione): elimina gli attuali ‘grandi elettori’ (delegati regionali) per eleggere il Capo dello Stato e prevede un nuovo sistema di quorum, ben più alto rispetto quello originario (due/terzi della maggioranza del Parlamento in seduta comune, dal IV scrutinio basterà la maggioranza dei tre/quinti assemblea e, dal settimo scrutinio in poi, dei tre/quinti degli aventi diritto).

Ma data la riduzione dei senatori a 100 e l’entrata in vigore dell’Italicum (340 seggi al primo partito) per la Camera, anche questa formulazione è considerata poco di garanzia: un partito potrebbe eleggersi, solo con qualche senatore di soccorso, il Capo di Stato. Problemi simili si riscontrano per l’elezione dei cinque giudici costituzionali (Consulta) che la Camera ha riportato nelle competenze delle Camere riuniti con i senatori che hanno poche chances di pesare nell’elezione dei giudici rispetto alla gran massa dei 630 deputati (nella versione originaria il Senato ne eleggeva due su cinque).
La Finocchiaro, strenuo difensore della riforma, a partire dalla non elettività dei futuri senatori, ha detto – nella sua relazione in I commissione, a fine luglio – che delle funzioni del nuovo Senato bisogna parlarne (e, quindi, modificarle) perché “se la Camera è il perno della forma di governo, il Senato deve essere il perno della forma di Stato”.
Peraltro, è possibile e abbastanza agevoli apportare modifiche all’art. 1 come ad altri articoli del ddl, perché già modificati dalla Camera, dove tornerebbero solo nelle parti modificate e non dovendo ricominciare da capo. Morale: l’iter del nuovo esame sarebbe assai velocizzato e non supererebbe i tempi tecnici richiesti dalla sua approvazione.

L’ARTICOLO 2: ELETTIVITA’ DEI FUTURI SENATORI
All’art 2 (composizione ed elezione del Senato, che modifica l’art. 57 della Costituzione), l’articolo più “incandescente” e al centro del braccio di ferro tra la maggioranza e la minoranza Pd, in quanto riguarda l’elettività indiretta, come propone il testo del governo, o diretta, come chiede la minoranza, dei futuri senatori, la situazione è la seguente:
Il I comma resta identico: “il Senato è composto da 95 senatori “rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica”.
Il II comma resta identico. “I consigli regionali e delle province autonome di Trento e Bolzano eleggono i senatori con metodo proporzionale e, uno per ciascuno, tra i loro sindaci.

Il III comma resta identico: “Nessuna regione può avere meno di due senatori, ciascuna delle Province aut di Trento e Bolzano ne ha due” (in totale: 4, ndr.).
Il IV comma resta identico. “La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua in proporzione alla loro popolazione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti”.
Il V comma è stato invece MODIFICATO dalla Camera. “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘NEI’ quali sono stati eletti”, come era scritto nel TESTO ORIGINARIO, è DIVENTATO ‘DAI’ QUALI (modifica apportata dalla Camera) “sono stati eletti”.
Il VI comma resta  identico: “con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato tra i consiglieri regionali e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. i seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”.

2) IL BUSILLIS: UNA PREPOSIZIONE VA RIVOTATA?

Il problema che sta nel cambiamento della preposizione citata riguarda, in realtà, non l’elezione di ‘tutti’ i futuri senatori (100 in totale, di cui: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, cinque ex Capi di Stato o senatori a vita, ma eletti per 7 anni e non rinnovabili, a differenza degli altri 95, eletti invece per 5 anni), ma solo dei 21 sindaci: secondo il testo modificato dalla Camera i 21 sindaci resterebbero in carica al Senato anche dopo la cessazione del loro mandato in Comune! Ergo, il numero dei senatori potrebbe crescere o decrescere, a ‘fisarrmonica’….
“Una evidente contraddizione che va risolta” ha detto più volte anche il presidente del Senato, Pietro Grasso (la prima volta alla cerimonia del Ventaglio a fine luglio, poi ora, a fine agosto), parlando di “possibile contraddizione che riguarda il mandato dei senatori sindaci che potrebbero mantenere il ruolo di senatori senza più esercitare le funzioni di governo locale, per tutto il tempo della consiliatura che li ha eletti” (questo il ‘baco’).
La posizione originaria del governo e della maggioranza era che l’art. 2 era intoccabile a causa di un “doppio voto conforme” (di questa opinione la presidente della I commissione, Finocchiaro) e che la modifica intervenuta (da ‘dei’ a ‘nei’) era solo lessicale, dunque non inficiava l’immodificabilità dell’art. 2.
Ma a causa della voglia di Grasso di riaprire la partita, ora la nuova posizione (il capogruppo Zanda, ma anche Tonini a QN) è di aprire alla modifica solo del IV comma, senza toccare tutto il resto dell’art. 2, dunque senza ulteriore ‘navetta’ parlamentare.
La possibilità di emendare (o non emendare) l’art. 2 sta in capo all’art. 104 del regolamento del Senato, che dice che “nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera”. Secondo il Regolamento, dunque, non si potrebbe, ma il precedente c’è e lo ha tirato fuori Michele Ainis. La riforma della Devolution, poi bocciata dal referendum confermativa, fu rivotata nel passaggio in cui il Senato diceva “in ogni caso in cui” e quello della Camera “in ogni caso che”: il Senato lo rivotò da capo, in nuova dizione, il 15 marzo 2005.
L’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto che non si può tornare indietro sull’elettività (o, meglio, la non elettività) perché a quel punto sarebbe “insostenibile” sottrarre al Senato il potere di dare la fiducia al governo e si ricadrebbe nel bicameralismo paritario. Peraltro, i senatori eletti direttamente lo sarebbero eletti, negli emendamenti della minoranza dem, con il proporzionale puro mentre la Camera è prevista eletta con un sistema, l’Italicum, che è di fatto un sistema maggioritario: così si tornerebbe a una totale discrepanza tra i due sistemi elettorali. I costituzionalisti sono divisi sul punto, chi a favore e chi contro.
La Finocchiaro ha comunque detto, nella sua relazione a fine luglio, che, se c’è da correggere e riaprire la discussione sull’art. 2 si può farlo solo su quel comma (il passaggio da ‘dei’ a ‘nei’, altrimenti “si finisce con il mettere in discussione tutto il disegno riformatore, assumendosi la responsabilità di riavviare l’intero procedimento e così ponendo nel nulla il lavoro fin qui compiuto”. Inoltre, la Finocchiaro ha sottolineato che l’ultima parola, pur dovendo tenere in conto la sua opinione, spetta però al presidente Grasso (“è ineludibile che ogni decisione sull’ammissibilità degli emendamenti debba trovare di concorde avviso presidente della commissione e presidente del Senato”).
In ogni caso, la questione va risolta: quando decadono i senatori-sindaci se vengono sfiduciati prima della fine del loro mandato o se si dimettono in via anticipata? Nella versione originaria (organi ‘nei’ quali sono stati eletti, cioè i consigli regionali) dovevano dimettersi subito anche da senatori, nella versione votata alla Camera (organi ‘dai’ quali sono stati eletti) l’ambiguità potrebbe far restare senatori anche degli ex sindaci!
Infine, non essendo mai esplicitata la dicitura ‘governatori’ delle regioni, questi potrebbero risultare non eletti, se non votati dal consiglio regionale e/o dagli elettori, nel futuro Senato. Questo uno dei tanti ‘bachi’ (tra gli altri, lo stato di guerra, che dichiara solo la Camera, i poteri del Senato, molto ridimensionati, i quorum per eleggere gli organi costituzionali di garanzia, troppo alti, etc.) che il Servizio Studi del Senato (la ‘trimurti’ composta da Grasso-Serafini-Toniato più i funzionari del centro studi diretto dal dott Luca Borsi, come raccontato su QN ad agosto) hanno trovato al ddl Boschi ed evidenziato, con buona perfidia, nel dossier del Senato pubblicato ad agosto e disponibile online.

3) UNA BATTAGLIA A COLPI DI EMENDAMENTI

La I commissione Affari costituzionali è stata convocata per l’8 settembre. davanti a sé ha una mole mostruosa di emendamenti: 513 mila di cui 510 mila ‘solo’ a prima firma Roberto Calderoli. Dopo qualche giorno di dibattito che di certo ci sarà, quasi sicuramente la Finocchiaro chiederà di passare Direttamente all’Aula, anche se facendo così il testo vi finirebbe senza relatore.
C’è anche un problema legato alle presenze e alle sostituzioni in I commissione: allo stato, se i senatori ribelli vengono computati nelle opposizioni e NON nella maggioranza, il governo è sotto (14 a 13 per le opposizioni, sulla carta sarebbe 15 a 12 per il governo, computando però anche la presidente Finocchiaro, che di solito per prassi non vota, e i tre senatori della minoranza dem Gotor, Lo Moro e Migliavacca), ma Mario Mauro (Gal-Popolari per l’Italia, anti-ddl Boschi e anti-governo Renzi) sarà sostituito a breve per un riequilibrio dentro Gal che dovrebbe favorire la maggioranza. Problemi per la maggioranza ve ne sono anche dentro la Giunta per il Regolamento a cui Grasso potrebbe decidere di demandare e dirimere la questione sull’emendabilità dell’art. 2. Anche qui, Grasso ritarda le sostituzioni che vedono sotto, numericamente, il governo.

A) 170 EMENDAMENTI PRO SENATO ELETTIVO
Sono 170 i senatori (compresi i 28 della minoranza dem) e sei i gruppi parlamentari (FI-Lega-Gal-Autonomie-M5S-Misto con Sel) che hanno firmato emendamenti a favore dell’elettività diretta dei senatori. In ogni caso, se le firme sugli emendamenti della minoranza Pd sono 28, la minoranza (dai dati loro forniti) è fissata a 25 unità (i firmatari degli emendamenti contrari all’Italicum) e i loro emendamenti contro il ddl Boschi sono 17. Gli emendamenti all’art. 2 sono comunque ‘solo’ 2800, in totale, ma poi ci sono i circa 3 mila gli emendamenti degli altri gruppi (1.075 di Forza Italia, 1.043 quelli di Sel, 259 di ‘Fare’, i tosiani, 215 delle Autonomie, 194 dell’M5S), 63 quelli del Pd (31 dei renziani, 17 della minoranza dem) a tutti gli altri articoli del ddl. In definitiva, il numero degli emendamenti in totale presentati, ‘solo’ in commissione Affari costituzionali, è arrivato alla cifra record di 513.450 mila, di cui il 99,3% (510.293) solo da parte della Lega Nord, ma Roberto Calderoli, padre del Porcellum e ideatore dello slogan “li seppelliremo sotto una montagna di carta”, già ne promette circa 6,5 milioni (dic) anche per l’Aula.

B) L’ENNESIMA ‘CALDEROLATA’ (513 MILA)
Infatti, in base a un articolo del Regolamento del Senato del 1971 che impone di stampare e distribuire una copia integrale di tutti gli emendamenti a una legge a ogni senatore, ha fatto andare in tilt la macchina del Senato. Facendo i conti, 321 copie, con una copia che consta di 100 tomi da mille pagine, per un peso di 2,5 tonnellate, solo per stamparle costerebbe 2.900 euro a fascicolo. I tomi da stampare diventerebbe 32.100, le pagine impiegate 32 milioni e 100 mila per un perso complessivo di 80.290 chili e un costo stratosferico di 930.900 euro. Una task force messa in piedi dal segretario generale del Senato, Elisabetta Serafin, ha lavorato tutta l’estate per affrontare l’emergenza: con un budget annuale per la stampa degli atti di 681 mila euro, già corrosi dai 50 mila emendamenti presentati da Calderoli e altri gruppi all’Italicum, 150 funzionari del Senato hanno lavorato per fornire un supporto informatico (una chiavetta Usb) a ogni senatore con tutti gli emendamenti e alla presidente Finocchiaro sarà riservata l’unica copia cartacea.
In ogni caso, il sottosegretario alle Riforme, Luciano Pizzetti (Pd), già fa sapere che, “quando la commissione dovrà formulare i pareri di conformità degli emendamenti, dovrà stabilire se così come sono espressi rendono il testo uscito dalla Camera sostanzialmente o formalmente ‘conforme’ a quello uscito dal Senato. Se c’è una conformità sostanziale, una serie di articoli non potranno essere emendati perché i testi sono sostanzialmente identici, mentre se la conformità è solo formale, allora l’emendamento si allarga ed estende assai”. Il che vuol dire che il testo diventa emendabile. Un modo per sfrondare un po’ la ‘mole’ degli emendamenti, molti dei quali, specie quelli leghisti, scritti con la carta carbone, o modifiche e correzioni solo formali (virgole, avverbi, etc.), ma di certo – come annunciava lo stesso Pizzetti a Repubblica – “se restano così tanti la soluzione sarà di andare subito in Aula”, bypassando la commissione, con il consenso della Finocchiaro, cui invece il governo vorrebbe affidare il compito di relatore per l’Aula del ddl Boschi. Trattative con Calderoli e la Lega per il ritiro degli emendamenti sono ancora in corso.

C) QUANTI VOTI SERVONO PER ‘PASSARE’ IN AULA?
Da notare il fatto che, in questo passaggio, non trattandosi del voto finale del procedimento di revisione costituzionale, quando – alla III e IV lettura – sono necessari i voti della maggioranza assoluta dell’assemblea (il cd. ‘quorum’ del ‘plenum’: 161 voti al Senato, 316 voti alla Camera), un provvedimento, ancorché se di rango costituzionale, può passare a maggioranza semplice dei voti (basta, cioè, un voto in più delle opposizioni, anche se bisogna sempre ricordare che, al Senato, l’astensione ‘in’ Aula vale come voto contrario, a differenza del regolamento Camera). Quindi, per la maggioranza, di fatto, un problema in meno… Invece, in terza e quarta lettura, servono 161 voti al Senato e 316 voti alla Camera, cioè la maggioranza assoluta dell’Aula e, per evitare il referendum, sarebbero necessari i 2/3 dei voti.
Per quanto riguarda la tanto discussa questione dei numeri, riassumendo movimenti e sommovimenti tra i partiti, che sono continui e spesso carsici, specie a palazzo Madama, è questa.
I senatori sono 321 (315 eletti e sei senatori a vita: due presidenti ‘emeriti’, Napolitano e Ciampi, e quattro senatori nominati per meriti: Piano, Rubbia, Cattaneo, Monti), la maggioranza assoluta dell’assemblea è fissata a 161 voti (tecnicamente si dice quorum del plenum). La maggioranza, che di solito, da quando c’è il governo Renzi, veleggia sui 170 voti (voti minimi presi: 163 – voti massimi presi: 175), ha sulla carta 183/185 voti. Infatti, vanno conteggiati i 112 senatori del Pd (113 con il presidente Grasso che, però, per prassi, non vota mai), 35 senatori di Ap (Ncd-Udc), 19 del gruppo Psi-Autonomie (dove siedono tutti 5 senatori a vita, tranne Monti, che sta nel Misto), 10 del neonato gruppo Ala (i verdiniani), cinque senatori su 30 del gruppo Misto che votano con il governo (oltre Monti, Della Vedova, Margiotta, ex Pd, Bondi e Repetti, ex FI), tre senatori su 11 del gruppo Gal che pure votano con il governo (Naccarato, Davico, D’Onghia): il totale è di 183 voti, così suddivisi: 173 i voti ‘certi’ (Pd+Ap+Autonomie+Misto+Gal) più 10 (Ala) incerti. Ma dalla maggioranza vanno scomputati, a stare alle dichiarazioni dell’estate, i 28 firmatari degli emendamenti sul Senato elettivo della minoranza del Pd, così suddivisi: tre in certi e 25 voti che la minoranza considera ‘sicuri’, mentre i renziani pensano di ridurli a dieci/quindici e puntano a recuperarne a loro favore o tra gli incerti tra gli otto e i dieci. Nelle opposizioni la situazione è: 44 senatori di FI, 10 Conservatori e Riformisti (fittiani), 12 Lega Nord, 36 M5S, 25 senatori su 30 del gruppo Misto (7 Sel, tre ‘tosiani’ di Fare, 14 ex grillini, un senatore ex Scelta civica), otto senatori su 11 di Gal (Ferrara, Ruvolo e Caridi, Grande Sud, Mauro G. e Mauro M., Popolari per l’Italia, De Pin e Pepe, ex M5S, Tremonti, ex Lega) ma dove la situazione è assai fluida (i due ex M5S stanno per far rinascere, al Senato, l’Idv ed entrare in maggioranza): in ogni caso, le opposizioni sono a quota 135.
Diverse le ipotesi, per ora tutte di scuola: 183-28 (ribelli dem) fa 158, 183-25 (ribelli dem quasi tutti) fa 168, 183-15 (ribelli assai asciugati) fa 168, 183-20 (15 ribelli e 5 tra centristi vari) fa 163, 183-25 (15/20 ribelli e 5/10 centristi vari) fa 158, 183-30 (25 ribelli e 5 centristi vari) fa 153 e via a scendere, a seconde delle possibili perdite della maggioranza.

La somma delle opposizioni, che parte da una base di 135 voti, arriva invece a 160 voti (161 il quorum) solo sommandosi a ben 25 ribelli dem e li supera, fino a quota 163-165 voti, solo con 25 ribelli Pd e 5 centristi o una ventina di ribelli dem e una decina di centristi. Dunque, molto difficile cadere, per il governo e la maggioranza, nonostante le fosche previsioni della vigilia, ma solo perché va ricordato che in questo passaggio parlamentare non servono i 161 voti!!! (ma nella III e IV lettura saranno obbligatori, per la riforma).

4) LA PROPOSTA DI MEDIAZIONE PD: “IL LISTINO”

L’idea di base è stata partorita dall’ex ministro Quagliariello (Ncd), recepita dalla presidente della I commissione Finocchiaro e adottata dai tecnici del ministro alle Riforme Boschi e di palazzo Chigi. Si tratta di un’elezione “semidiretta” dei senatori e cioè di “contaminare” il nuovo Senato con il voto popolare. L’idea appoggiata anche dalla Conferenza delle Regioni, il cui presidente Sergio Chiamparino, sarebbe – con i governatori Rossi e altri – fautore di un’altra proposta di mediazione ancora: ogni Regione sceglie il modo di elezione dei suoi senatori. Proposta rilanciata dal sottosegretario Pizzetti sul Corriere della Sera, con un’aggiunta, non di poco conto: “lasciare alle regioni la possibilità di far diventare senatore chi ha preso più preferenze” (quindi fuori dal ‘listino’).

Invece, l’ipotesi del ‘listino’ prevede un elenco di consiglieri regionali ‘speciali’ (scelti, dunque, dai partiti) che, una volta eletti e ‘se’ eletti, sempre all’interno dell’elezione che si tiene per rinnovare il consiglio regionale (elezione diretta, anche se ogni regione ha la sua legge elettorale), vanno a comporre, di diritto, il nuovo Senato, che resterebbe ancorato a una forma di elettività di secondo grado. I partiti, ovviamente, sceglierebbero i nomi del listino e cioè dei senatori che ogni partito manderebbe a Roma, sempre ‘se’ eletti. Per la minoranza la soluzione va bene se, però, nell’articolo 2, viene scritto, nero su bianco, che l’elezione dei futuri senatori è “diretta” e non “indiretta”, modificando dunque la ratio dell’art, mentre per il governo e la maggioranza l’art. 2 resta scritto così e poi, nell’art. 10 (che disciplina il procedimento legislativo) o nell’art. 35 (che disciplina i limiti agli emolumenti dei consiglieri regionali, e qui va ricordato che i futuri senatori non percepiranno alcuna indennità, come Renzi ha più volte detto) del ddl viene inserita la norma che introduce il ‘listino’ direttamente nel testo del ddl o rimandandone l’attuazione alla legge ordinaria.

Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi

Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi

5) I TEMPI TECNICI DELLA RIFORMA (IN TEORIA…)

Una revisione costituzionale comporta quattro letture (art. 138). Ma ogni lettura deve essere identica nelle due Camere, altrimenti il testo continua a fare la cd. ‘navetta’ in entrambe e la lettura resta sempre quella: in sostanza, ‘non’ avanzano le letture. Inoltre, dal 15 ottobre le Camere saranno impegnate a discutere la Legge di Stabilità (sessione di bilancio). Ecco perché Renzi vuole che il ddl Boschi venga licenziato entro e non oltre quella data.
Perché, nonostante l’attuale ‘navetta’ e il sicuro ritorno del testo dal Senato alla Camera siamo dentro la I lettura (!!!). L’ipotesi è: prima lettura definitiva entro dicembre 2015 con la Camera che accetta le modifiche del Senato (quelle del passaggio in corso). Poi, fatti i due passaggi delle prime due letture compiute dalle due Camere finalmente in copia conforme, devono passare i tre mesi di intervallo (o di ‘riflessione’) previsti dalla Cost (art. 138). Le ultime due letture, di solito, per una sorta di prassi costituzionale, quando si tratta di revisione della Costituzioni, sono veloci e identiche, una sorta di ‘prendere o lasciare’ che non modifica, precludendo le modifiche del testo approvato tra la I e la II lettura delle Camere (così dicono i regolamenti parlamentari delle Camere sui procedimenti di revisione costituzionale).
A quel punto, presumibilmente a marzo 2016, si chiude il processo di revisione costituzionale dentro il Parlamento, ma per indire il referendum – sicuro che si farà perché chiesto da Renzi, ma comunque anche perché non ci saranno mai i 2/3 dei voti in Parlamento – servono sei-sette mesi di tempi ‘tecnici’ per indirlo. Ergo, il referendum non si terrebbe prima di settembre-ottobre (naturalmente del 2016), ma più probabile in ottobre, anche se Renzi aveva più volte parlato di referendum entro giugno 2016.
A quel punto, spetterà al popolo italiano dire sì o no al ddl Boschi e al suo ambizioso tentativo di riformare la Costituzione, con due precedenti: nel 2001 la revisione costituzionale del Titolo V proposta dall’allora centrosinistra al governo venne approvata dai cittadini mentre, nel 2005, la Devolution proposta dal centrodestra allora al governo, venne bocciata. Nel primo caso la riforma costituzionale entrò in vigore, nel secondo no.

FONTI:

1) ddl Boschi (rubricato come Atto Senato 1429-B)
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/45358.htm

2) dossier dell’ufficio servizio studi del Senato della Repubblica
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00930268.pdf

3) diversi articoli di stampa usciti nel mese di agosto su vari quotidiani (Repubblica, Corsera, QN, etc.) e, in particolare, quelli di Andrea Fabozzi su il manifesto del 29 luglio/19 agosto.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il blog di QN (http://www.quotidiano.net)

Senato, Renzi accelera i tempi, ma i ribelli hanno un asso nella manica, il presidente Grasso

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)ss

PALAZZO Chigi e il Nazareno sanno di avere davanti a sé, sulla riforma del Senato, due nemici: uno interno, la minoranza del Pd, assai agguerrita, e un esterno, il presidente del Senato Grasso, assai insidioso.
Lo sfogo contro il nemico numero 1 arriva da un senatore renziano: «La minoranza vuole andare allo showdown finale? A costo di mandarci sotto e obbligarci alle elezioni anticipate? Si accomodino. Però sappiano che, come ha detto il nostro capogruppo, Luigi Zanda, il Pd non può essere meno gestibile di un’assemblea di condominio».

MAN MANO che ci si avvicina alla data fatidica (8 settembre il giorno in cui il ddl Boschi sulla riforma del Senato riprenderà il suo iter) è sempre più evidente che il problema è, appunto, «politico». Le modalità «tecniche» per venirsi incontro, volendo, ci sono. Le ha individuate la presidente Finocchiaro (spostare in capo all’art. 10, e non all’art. 2, già votato in modo identico dalle due Camere, l’elettività dei senatori) e alcuni governatori (lasciare alle singole regioni la scelta dei futuri senatori). Ma il massimo della concessione possibile individuata (un «listino» in cui eleggere i senatori tra i consiglieri regionali: indicati dai partiti, ma scelti, indirettamente, dai cittadini) non basta ai vietcong Pd: vogliono l’elettività diretta e amen. Il problema, così, resta «politico»: se la minoranza (i 25 vietcong dem, sicuramente asciugabili a 15, nel senso che un drappello di 10 pronti a cedere le armi ci sarebbe) non cede e si somma, nel voto finale, alle opposizioni, la frittata è fatta. Vero è che, in questa fase, basta la maggioranza semplice, per passare, al Senato, ma prima o poi il problema della fatidica soglia dei 161 voti (quorum del plenum dell’Aula) si riproporrà, nelle successive letture. Il governo ha numeri, allo stato, pure alti (183, grazie al nenonato gruppo Ala, i verdiniani), ma crollerebbe a 158, sotto quota 161 se tutti i ribelli restassero compatti. Sempre che al governo non arrivino nuovi apporti (forzisti inquieti, vendoliani dati in uscita come Dario Stefano, ex M5S ora Idv…) o un nuovo «patto del Nazareno» mignon sotto forma di «non ostilità», forse uscendo in un po’ dall’Aula.

Ieri della situazione a dir poco incresciosa che si sta creando al Senato, hanno di certo parlato il presidente della Repubblica Sergio MAttarella e il suo predecessore, Giorgio Napolitano, che è salito al Colle per fargli visita. peraltro, si dice che proprio MAttarella potrebbe intervenire, con una sorta di moral suasion, su Grasso per convincerlo a riaprire alla discussione e al voto solo l’emendamento sulla preposizione famosa (“dai” e “nei”) e non sull’intero articolo 2, dando di fatto una mano al governo e limitando il potere di interdizione della minoranza dem e delle opposizioni.
Resta che «Renzi vuole andare avanti, come un treno, sulle riforme», dicono i suoi, «è pronto a concedere qualcosa sulle funzioni del nuovo Senato, ma sulla non elettività dei futuri senatori non cede».
Ne consegue la strategia già studiata da Zanda e i suoi: qualche giorno di dibattito in commissione, rapida presa d’atto che la mole degli emendamenti (513 mila) è inaccettabile, seguente richiesta di passaggio al voto direttamente in Aula. Il tutto, scrive oggi Repubblica in un retroscena, con tempi che non cavallino settembre anche per permettere che la prima lettura del ddl Boschi arrivi a dama entro e non oltre il mese di ottobre, quando le Camere saranno assorbite dalla discussione sulla Legge di Stabilità per il 2016.

ED È QUI, però, che entra in gioco il secondo nemico sul campo di Renzi, anzi forse il generale Giap dei vietcong. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, che – sospira un senatore renziano che ne segue bene le mosse – «gioca una partita tutta sua, da presunto statista del futuro». Grasso, infatti, pur smentendo i retroscena che lo vedono già pronto ad avallare la posizione delle opposizioni e della minoranza dem sulla emendabilità del famoso art. 2, non può smentire il suo passato. Culturalmente e politicamente lontano da Renzi e dal suo mondo, bersaniano prima e para-grillino poi, sacro custode di un’istituzione, il Senato, i cui alti funzionari (la segretaria generale Serafin, il suo vice Toniato e molti altri) hanno persino sfornato un dossier «anti» ddl Boschi («ne esce un Senato pasticciato e inutile», testuale), affascinato da scenari futuribili (l’incarico da premier se Renzi fallisse), Grasso ha già fatto diversi sgarbi, a Renzi. Non sostituire dei membri in I commissione, dove il governo rischia a ogni passo, e neppure in Giunta per il Regolamento, dove la maggioranza non ha la… maggioranza (sic) e dare, spesso e volentieri, ragione ai tempi e alle proteste delle opposizioni su leggi cruciali.
«Succederà anche sull’art. 2, in Aula», sospira un renziano, «e quando si aprirà lo scontro finale, lo so già: avremo anche Grasso contro, oltre alla minoranza e opposizioni». Dura la vita, a palazzo Madama, per i pur sfrontati marines yankees.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 1 settembre 2015 a pagina 9 di Quotidiano Nazionale

#Senato, la minoranza dem ci spera per un attimo, ma l’apertura di Renzi non c’è: “Nessuna trattativa sul Senato elettivo”.

l'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

L’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

«SIAMO pronti a fare modifiche» fa capire Renzi in un’intervista al Corsera di domenica scorsa sulla riforma del Senato. La minoranza dem esulta, ma stavolta rischia l’abbaglio. Le modifiche, spiegano subito dall’inner circle del premier, riguardano «le funzioni e le competenze del nuovo Senato» (politiche pubbliche, rapporti Stato-Regioni) da un lato e, dall’altro, «i quorum le modalità di elezione degli organi di garanzia delle Camere future» (Consulta, Csm, Capo dello Stato). Morale: si può cambiare tutto, o quasi, «tranne» ciò che la minoranza chiede da mesi in modo martellante: l’elettività diretta dei futuri senatori (art. 2 del ddl Boschi). Quella non si tocca perché – spiega un renziano di rango esperto del ramo – «solo se cambi le parti già modificate una volta da una delle due Camere nella prima lettura, poi puoi fare una nuova, rapida, navetta, ma se torni indietro sugli articoli già votati in un testo identico da entrambe le Camere (come è, appunto, in merito al famoso art. 2 e alla preposizione-cavillo ‘dai’-nei’, ndr.) è come far ripartire tutta la riforma da capo, rimandandola alle calende greche. Come se la maggioranza non avesse fatto niente, finora, e questo, davvero, non si può fare perché siamo di fronte al Paese e all’Europa».

NON A caso Renzi dice: «Se vogliamo fare forzature sul testo uscito dalla Camera, i numeri ci sono» anche perché ora – aggiunge il premier – ci sono «numeri in più», a sostegno delle riforme, dei verdiniani del gruppo Ala, euforici del pubblico riconoscimento.
Ergo, per il premier e i renziani, l’elettività dei futuri senatori, da scegliere per la maggior parte dentro i consigli regionali (74) e, in parte minore (21), tra i sindaci, con modalità elettiva di «secondo grado», cioè non direttamente da parte del corpo elettorale, non si tocca. Alla faccia di chi, nella minoranza (25 senatori, tutti agguerriti), ha invece inteso le parole di Renzi come un’apertura, sull’elettività, dunque, non se ne farà nulla, se non appunto, su temi «minori» (politiche pubbliche, materie comuni, specie quelle etiche, quorum e modalità di elezione degli organi costituzionali). Quisquillie che non farebbero ripartire la riforma da zero, anche se farebbero slittare comunque di alcuni mesi i tempi. Infatti, anche se pochi lo dicono, e ancor meno lo sanno, l’attuale passaggio del Senato, che allo stato è il secondo, sta ancora dentro la “Prima lettura” delle due Camere: finché il testo non è identico, infatti, la navetta tra i due rami del Parlamento continua come per una legge ordinaria. Ergo, solo se il Senato licenziasse un testo identico a quello della Camera (ipotesi, allo stato, implausibile) si entrerebbe a ottobre nella seconda lettura dopo il secondo passaggio alla Camera, il che vorrebbe dire che la terza e quarta lettura arriverebbero per gennaio 2016 e il referendum potrebbe essere tenuto entro luglio 2016. Se, invece, come è molto probabile, il Senato cambierà delle parti del testo del ddl Boschi (minori o maggiori, politicamente rilevanti o meno non importa), la Camera dovrà rivotarli, il testo tornerà al Senato, a questo punto entro dicembre, e solo lì si chiuderebbe la II lettura con la II e la IV prevedibili per marzo 2015 e il referendum istituzionale che, a causa dei tempi tecnici per indirlo (sei mesi), scavallerebbe l’estate e si terrebbe a ottobre 2016.

Non che la minoranza dem, le opposizioni (FI, Lega, M5S, Sel, ex-grillini) e pezzi di maggioranza (Gal, Idv e gli inquieti senatori Ncd, sempre più inquieti) non abbiano frecce al loro arco a fronteggiare l’offensiva di Renzi che intende andare avanti “come un treno”.
Due, in particolare possono colpire e far male. La prima è di lana caprina, sta sempre in capo all’art. 2 e verte sulla differenza tra la preposizione «nei>, presente nel testo originario, che era diventata «dai» consigli regionali in cui i 21 sindaci (e solo loro, si badi bene) verranno eletti tra i futuri 100 senatori (gli altri senatori saranno eletti dai consigli regionali e 5 saranno senatori a vita o ex Capi di Stato). Insomma, la preposizione cambiata per prima cosa non c’entra nulla con la questione dell’elettività diretta dei senatori nei consigli regionali (direttamente dai consigli regionali nel testo originario, su un listino a parte indicato dai partiti ma scelto dagli elettori quando votano i consigli regionali nel caso passi la mediazione che i renziani hanno, per ora inutilmente, proposto alla minoranza) ma con la modalità di elezione dei sindaci (‘nei’ o ‘dai’ consigli regionali) e, come seconda cosa, si porta con sé il problema della sfasatura o  non coincidenza tra il mandato dei sindaci e quello dei consigli regionali. Resta il punto: si tratta di un sofisma-grimaldello (se il testo è difforme, esso va rivotato, la tesi dei sostenitori della minoranza) utile a riaprire la discussione al Senato, allungando di molto i tempi della riforma.

Cosa che si può fare a colpi di emendamenti (sono 17 quelli della minoranza, non 513 mila come quelli di Calderoli, e peraltro ben scritti, anche se, pare, con la ‘manina’ dell’aiuto dei tecnici del Senato…) e dunque della più classica delle armi: l’ostruzionismo parlamentare. Oppure, appunto, con emendamenti killer che mettano in discussione il cuore della riforma (la non elettività dei futuri senatori, le loro non indennità e il privar loro di molti poteri) per riuscire, però, nello stesso, unico, intento: mettere in difficoltà o mandar sotto il governo. La questione, dunque, pur se di lana caprina, è dirimente. Da un punto di vista preliminare, sulla possibilità di ammettere o meno emendamenti all’art. 2 si sono già pronunciati due personalità importanti: l’ex capo dello Stato Napolitano la presidente della I commissione Affari costituzionali, Finocchiaro l’hanno esclusa in modo categorico, dichiarandola inammissibile a scapito dell’intero processo riformatore. L’ultima parola, però spetta al presidente del Senato Pietro Grasso. Il quale fa sapere di essere di fatto favorevole a riaprire la querelle (cioè l’ammissibilità degli emendamenti all’art. 2 del ddl Boschi) e, di fatto, a voler dare una bella mano alle opposizioni e alla minoranza dem contro il governo, come ieri notava Repubblica – ma, per non rompere definitivamente con Renzi, che lo imputa di essere ostile alla riforma insieme ai suoi più alti funzionari, potrebbe rimandare la discussione alla Giunta per il Regolamento, dove però la maggioranza ha numeri risicati, lavandosene le mani.

LA SECONDA freccia della minoranza dem e delle opposizioni più dure è nei voti (175) che sorreggono le firme agli emendamenti pro-Senato elettivo: se fossero tali, il governo, di fatto, non avrebbe più la maggioranza. Vero che, in questa I lettura, al ddl Boschi «non» serve la maggioranza assoluta dei voti dell’Aula (161), ma solo la maggioranza semplice (basta un voto in più) e che, coi verdiniani, la maggioranza di governo è, sulla carta, di ben 183 voti (ma solo compresi i 25 dissidenti dem, altrimenti scenderebbe pericolosamente sotto i 160 voti…), persino un’instancabile «stabilizzatore» della maggioranza, il senatore Paolo Naccarato (Gal), spera che «Renzi, di fronte al portato storico della riforma a portata di mano si convinca a non perdersi in questioni di contorno o di puntiglio».
Il guaio è che quello che per il senatore Naccarato è «un puntiglio», l’elettività o meno dei futuri senatori, per Renzi è un punto d’onore. Su quello non intende cedere, ma andare avanti, fino in fondo. A costo di arrivare allo scontro finale: finire «sotto» al Senato e chiedere a Mattarella le urne anticipate, l’arma fine di mondo. Non a caso, il Capo dello Stato è preoccupato e fa sapere: l’Italia deve fare le riforme, non ha bisogno di scossoni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato – in forma più succinta –  lunedì 31 agosto 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale 

Grasso, Serafin, Toniato. La “Trimurti” che governa il Senato e che a palazzo Chigi temono per le loro ‘manine’ sulla strada delle riforme

Schermata 2015-05-25 alle 18.19.34MATTEO Renzi, più che alla minoranza dem – che, per carità, ogni giorno porta la sua croce, ogni giorno richiede la sua pena… – e ai 28 senatori vietcong pronti a impallinarlo, nel Vietnam di palazzo Madama, con i loro 17 emendamenti killer, deve stare attento, da qui all’8 settembre, quando si riapriranno i giochi sulla riforma del Senato, a tre persone. Tre che governano e comandano per davvero, tra gli austeri stucchi e i raffinati saloni del Senato della Repubblica.
Il primo dei tre è il presidente Pietro Grasso: lì assurto, dalla notte per la mattina, da Pier Luigi Bersani, detesta Renzi, cordialmente ricambiato, e coltiva il sogno di scalzarlo e, prima o poi, di sostituirlo al governo. Un governo di emergenza istituzionale, si capisce. Seconda e terzo sono assai meno noti. La prima si chiama Elisabetta Serafin e ricopre, da tre anni, il ruolo di segretario generale del Senato (la prima volta, per un donna). Reddito annuo 427 mila euro, la sua retribuzione, a inizio incarico (2012), era di 419 mila euro, ma Palazzo Madama prevede incrementi automatici del 2% a biennio: ergo, il suo stipendio è aumentato di 10 mila euro e corrisponde a quasi il doppio di quanto guadagna il Capo dello Stato. E anche se il vero record del privilegio resta(va, fino a mesi fa) al segretario generale di Montecitorio, Ugo Zampetti, che ne prende(va) 478 mila, fin a quando Zampetti è diventato segretario generale del Quirinale, al posto di Donato Marra, a titolo gratuito, cioè senza percepire alcun compenso, stipendio né indennità o cumulo, è a stipendi come i suoi che Renzi si riferiva quando tuonò, un anno fa, contro gli stipendi dei grand commis.

IL TERZO si chiama Federico Toniato: dopo essere stato, a 36 anni, il più giovane vicesegretario generale della presidenza del Consiglio, sotto Mario Monti, Toniato, a soli 39 anni, è diventato, un anno fa, il più giovane vicesegretario generale della storia del Parlamento. A Toniato è affidata la delega alla cruciale «prima area» (settori legislativi, Assemblea, commissioni, etc.): è considerato lui la vera eminenza grigia, ancorché giovane, del Senato, il vero gran suggeritore di Grasso e la vera bestia nera di Renzi. A livello di stipendi, Toniato, pur non percependo indennità aggiuntive, nel passaggio Senato-palazzo Chigi-Senato, guadagna quanto un consigliere parlamentare (sono ben 97, al Senato): può arrivare, dunque, a percepire fino 300 mila euro (per i consiglieri parlamentari, si va dai 271 mila euro con 23 anni di servizio ai 358 mila con 35 anni).
Ora, la voce che gira nei Palazzi è che queste tre figure apicali, coadiuvati dal cospicuo stuolo di funzionari di palazzo Madama (97 consiglieri, 34 stenografi, 130 segretari, 263 coadiutori, 171 assistenti: un totale di 696 unità in organico, stipendi da 1.668 mila euro ai 3.268 mila euro mensili, sempre netti), abbiano qualche perplessità, proprio come i senatori, a fare la parte dei tacchini che festeggiano il Natale. Non amerebbero, cioè, né poco né punto che il ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V) passi così com’è, specie nella parte che riguarda l’abolizione dei senatori eletti, del Senato elettivo e dei suoi poteri di cui tali funzionari sono i solerti, silenziosi e, invero, preparatissimi civil servant.

E questo ragionamento lo farebbero, sostanzialmente, per tre motivi: potrebbero perdere posti (la sola Camera dei Deputati, che oggi consta di dipendenti, tutto compreso, peraltro ben più lautamente pagati,,arriverebbe all’astronomica cifra di 2190 unità con quelli del Senato); potrebbero perdere, tra le altre cose, indennità e funzioni; e, infine, perderebbero potere. E il Potere, come recita un antico adagio siciliano, ha note virtù afrodisiache.
Non a caso, si dice sempre tra i senatori renziani – abituati (lo si sa), a pensar male – sarebbero stati loro tre – Grasso, Serafin e, pare, in pole position proprio il giovane Toniato, già ribattezzati «la Trimurti di Palazzo Madama» – a “ispirare” i senatori della minoranza dem e di altre opposizioni (M5S, Sel, Misto, FI), spesso zoppicanti o digiune di tecnica parlamentare e diritto costituzionale, nella stesura degli emendamenti.
Quelli «killer». Quelli che, appunto, puntano a far tornare il Senato com’era e (ancora) è: elettivo. Infine, il terzo indizio che, diceva Sherlock Holmes, fa una prova. Persino il dossier che gli uffici del Senato ha preparato, sul ddl Boschi, sarebbe pieno di «capziosità e tendenziosità che, travestite dal gergo tecnico degli addetti ai lavori, gettano solo cattiva luce sulla riforma del governo» dicono professori-deputati ferrati in materia costituzionale.

LA DOMANDA dei renziani, dunque, è – da alcune settimane – sempre la stessa: per chi lavora il vertice di palazzo Madama e i loro (bravi, non c’è che dire) funzionari, quella «tecnostruttura» che persino dentro palazzo Chigi temono perché potrebbe mettersi di traverso al buon esito della «madre di tutte le riforme», il ddl Boschi? Per il «re di Prussia», e cioè per il fronte colorito delle opposizioni: vietcong dem, grillini, leghisti e senatori di ogni colore, ordine e grado che vogliono continuare a contare da eletti nel Senato del futuro.
Come ha detto il castigamatti del premier, come di ogni senatore e/o funzionario, il leghista Roberto Calderoli – presentatore, da solo, di quei 510.293 emendamenti (su 513.449) al ddl Boschi che hanno costretto proprio la Serafin a richiamare dalle ferie 150 dei suoi solerti funzionari per farvi fronte, stampandoli, raggruppandoli e rendendoli pronti all’uso – «conviene anche a loro, ai funzionari del Senato, lavorare d’estate ché tanto stanno per diventare, anche loro, tutti dei precari…».

Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2015 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale 

Tessere, crollo degli iscritti e polemiche relative. La querelle sul nuovo e vecchio Pd

ROMA – Con 52 mila iscritti su poco più di 100 mila, l’Emilia-Romagna potrebbe, nonostante il flop delle ultime primarie (58 mila votanti) rivendicare legittimamente la golden share di un Pd in ‘rosso’ di iscritti quanto di fondi (12,8 milioni al 2014 contro i 60 del 2011).
Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull'art. 18

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull’art. 18

Meno 400 mila iscritti in un anno è, infatti, il dato schock di un inchiesta che, pubblicata ieri sul quotidiano La Repubblica, ha rimesso nella tempesta un partito già dilaniato dalle polemiche. Infatti, lo stesso Pd che ha vinto le Europee con il 40,8% dei voti registra un calo vertiginoso di iscritti. Erano 539.354 nel 2013 (Pd al 25,45%) e sarebbero appena 100 mila o poco più ora, nel 2014.

Anche se il dato fosse sottostimato e gli iscritti fossero 130 mila, solo un miracolo potrebbe, nei tre mesi che mancano, raddoppiarli. Non aiuta la replica del vicesegretario Lorenzo Guerini: in un tweet parla di “dati a caso”, in una nota di “proiezioni inventate”, poi l’autodenuncia: “il tesseramento è iniziato il 25 aprile 2014 (sic), le tessere sono state distribuite da giugno (ri-sic) e terminerà il 31 dicembre 2014”. Tradotto: ci siamo impegnati poco e male. L’obiettivo del Pd, annuncia sempre Guerini, “è superare 300 mila iscritti, veri”, sottintendendo che gli iscritti 2013 erano ‘gonfiati’…
L'ex leader e fondatore del Pd Walter Veltroni si sente pronto per il Colle...

L’ex leader e fondatore del Pd Walter Veltroni si sente pronto per il Colle…

Ma se la matematica non è un opinione, fa sempre 200 mila iscritti in meno rispetto al 2013 (quando, però, si tenne pure il congresso). Per non parlare della media alta (500 mila) di sette anni di vita. Il Pd nasce con 791.517 iscritti nel 2008 (33,2% alle politiche), ma ‘nasce’ anche in un modo molto particolare, e cioè dalla fusione Ds-Margherita (che dichiarava all’epoca, bontà sua, ben 250 mila iscritti…). Non a caso, scende a 587.284 iscritti nel 2010 (primarie Bersani-Franceschini), a 536.757 nel 2011, 469.086 nel 2012 (anni di segreteria Bersani), poi risale a 539.354 nel 2013 (gestione Epifani), ultimo dato certo. Da qui in poi, il tracollo. Quello che, oggi, è finito sotto ggli occhi di tutti.
I dati raccolti dal Quotidiano Nazionale sono impressionanti: 52.965 gli iscritti nell’Emilia-Romagna ex ‘rossa’ contro i 76.015 del 2013, 59.400 in Toscana (stabile), 6.800 in Umbria (14 mila nel 2013), mentre anche i soli dati fermi al 2013 di Lombardia (40 mila) e Marche (12 mila) non promettono nulla di buono nel 2014. Infine, ci sono i veri buchi neri: in regioni come Sicilia, Sardegna, Puglia, Basilicata e Molise, il tesseramento non è neppure partito.
Pier Luigi Bersani quando ancora poteva fumare il suo inseparabile sigaro Toscano...

Pier Luigi Bersani quando ancora poteva fumare il suo inseparabile sigaro Toscano…

Le reazioni non si fanno attendere. La ‘vecchia guardia’ attacca. Il primo affondo è di Pier Luigi Bersani: “Un partito fatto solo di elettori e non più di iscritti, non è più un partito, ma un’altra cosa. Uno spazio politico e non un soggetto politico. Non finiremo lì”. Poi tocca a Stefano Fassina: “Renzi, invece della Leopolda, dovrebbe organizzare un’assemblea nazionale dei coordinatori dei circoli, molti in condizioni di abbandono. Temo che il Pd stia scivolando verso forme vicine a quelle del comitato elettorale”. Il guaio (per la sinistra dem) è che i renziani proprio lì puntano.

Per dirla con lo stesso Renzi: “a chi dice mamma mia, perdiamo iscritti, faccio notare che il Pd ha preso il 40,8%, 16 punti più delle politiche”. ‘Urne piene, sezioni vuote’ si potrebbe definire, l’idea.
NB. Questo articolo è stato pubblicato il 7 ottobre 2014 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)