Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

Meglio soli. Renzi da Milano rottama le alleanze: “apriamo ma alla società civile”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

«ASCOLTIAMO tutti, ma non ci ferma nessuno». Quando Matteo Renzi sente «l’odore del sangue» (anche se, stavolta, il sangue è il suo) torna garrulo e combattivo. E così chiude l’assemblea nazionale dei circoli del Pd all’attacco. Ne ha per tutti, e non sono pochi: non li cita per nome e cognome, ma chi deve capire capisce. Sul fronte interno la randellata è per Dario Franceschini, oltre che per Andrea Orlando e la sua minoranza: «Io non rispondo ai caminetti, ai capicorrente, io rispondo ai cittadini». E ancora: «Dopo le primarie i sondaggi sono andati bene, troppo bene, allora è partita la discussione interna ma questa discussione è un attacco contro il Pd. E se attacchi il Pd stai attaccando l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Infine, la stilettata: «Volete la garanzia di andare in Parlamento? Mettetevi in gioco, lavorate. Contano i voti, non i veti». Con gli avversari interni – quelli della minoranza di Orlando e quelli annidati nella sua maggioranza (Franceschini, ma anche Fioroni, i cattodem) – Renzi intende regolare i conti, una volta per tutte, in Direzione, anticipata per l’occorrenza al 6 luglio.
LÌ IL SEGRETARIO farà la famosa «analisi del voto», proverà a smontare le tesi altrui sulle amministrative, ma soprattutto dirà: d’ora in poi si lavora in vista di una lunga campagna estiva e autunnale che ci porterà alle Politiche del 2018 in primavera. Chi è con me? Renzi pretenderà risposte chiare e chiederà un voto conseguente, in un organismo dove gode di una maggioranza solida e autosufficiente (al netto, cioè, dei franceschiniani). Quest’estate il leader dem promuoverà il suo libro (Avanti!), finalmente in uscita per Feltrinelli, girerà per le feste dell’Unità, fino a chiudere quella nazionale di Imola, il 24 settembre e subito dopo, a ottobre, partirà per un tour in treno in tutte le mille città italiane.

Insomma, Renzi non starà fermo, non si farà bersaglio dei colpi altrui. Onora Pisapia e Bersani di doppia citazione, ma li ritiene ormai «persi alla causa» («di quei due non mi frega più niente» si confida con i suoi). E di loro dal palco dice secco: «Fuori dal Pd non c’è la rivoluzione marxista-leninista, ma la Lega e i 5Stelle. Non c’è la vittoria della sinistra di lotta e di governo. Chi immagina di fare il centrosinistra senza il Pd vince il Nobel della fantasia». Per Renzi il centro-sinistra, con o senza trattino, è morto e sepolto. C’è il Pd, e punto.

IL PD del Lingotto (l’unica citazione in positivo è per Veltroni), aperto alla società civile (e cioè alle candidature di Berruto, Burioni, Annibali, don Ciotti, se ci sta). E d’altronde, sottolineano al Nazareno, «c’era più società civile ieri a Milano che sul palco di Roma». «Hanno fatto una manifestazione contro il Pd, non per l’Italia», è il refrain che arriva dai fedelissimi.
Ma Renzi ne ha anche per Prodi cui rimprovera, senza nominarlo, il caravanserraglio dei governi dell’Unione, la nostalgia di «un passato meraviglioso che non è mai esistito». Non cita mai la legge elettorale, di cui ha parlato Mattarella, ma gira voce che Renzi potrebbe sedersi di nuovo al tavolo con Berlusconi, a settembre: il proporzionale senza premi di coalizione e le liste bloccate convengono a entrambi. Anche perché, senza le liste bloccate (che compilerà Renzi in persona) e con le preferenze, oltre che con il premio alla coalizione, il Pd può solo esplodere.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 2 luglio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale

I big assediano Renzi. Il corpaccione dem in fuga dai territori. Il gelo di governatori e sindaci

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – Roma

  1. Renzi in crisi perde truppe e ufficiali. Il corpaccione dem in fuga dai territori. 

Cosa succede nel Pd? Gli attacchi di quasi tutti i padri fondatori dell’Ulivo e del Pd (Prodi, Veltroni) e dei big (Franceschini, Orlando) alla leadership di Renzi sono il segnale di movimenti profondi. Mirano a impedire che sia Renzi (per Statuto segretario e candidato premier) il nome ‘naturale’ per la carica di presidente del Consiglio. Ma è possibile che possa partire, dentro il Pd, uno ‘sganciamento’ di massa dal leader fino a provocarne la caduta, magari in inverno? La scusa è pronta – per unire il centrosinistra servono nomi e volti più ecumenici e unitari (Pisapia, per dire) – e il metodo pure: chiedere, se non obbligare, Renzi a nuove primarie – anche se quelle di partito le ha vinte con due milioni di voti – stavolta di coalizione. Come dice Franceschini, il principale ‘indiziato’ dello sganciamento. Al ministro Lotti che ripete come Renzi «sia stato scelto da due milioni di persone, fine della discussione», il ministro dei Beni culturali replica: «La discussione (interna, ndr) è appena iniziata».

Eppure Renzi controlla in modo ferreo i due organi principali che determinano le scelte e gli assetti interni del Pd, Assemblea nazionale e Direzione. Dentro l’Assemblea nazionale (che può anche sfiduciarlo) i numeri consegnano a Renzi una maggioranza blindata. Su mille componenti, 700 delegati sono stati eletti nella sua mozione congressuale contro i 212 di Orlando e gli 88 di Emiliano. E, all’interno della maggioranza che ha sostenuto Renzi, 420/430 sono renziani puri, 85/95 franceschiniani, 60/62 dell’area Martina e 55 di Orfini.
Anche in Direzione nazionale i numeri sorridono al segretario: su 120 membri eletti, 84 sono quelli di maggioranza, 24 gli orlandiani, 12 gli ‘emiliani’. Anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi insieme alle minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio. Insomma, negli organi che gestiscono il partito, Renzi non rischia nulla. Metterlo in minoranza, a meno di rivolgimenti oggi impensabili, non è possibile.

Diversa la questione se si guarda ai territori, alle federazioni regionali e soprattutto agli amministratori locali. Qui il quadro è magmatico, in perenne evoluzione e a rischio per la leadership renziana che perde colpi quasi ovunque.
Prendiamo i governatori. Quello del Lazio, Nicola Zingaretti, picchia come un fabbro: «Il Pd è isolato, fragile e non sa unire». Renzi gli ha offerto un seggio al Senato, ma Zingaretti appoggia Orlando e la sua «lobby» pro-Pisapia. Il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (ex bersaniano, poi renziano) si è fatto ipercritico: «Alle amministrative abbiamo preso una sberla per troppa autosufficienza e arroganza. Ora voglio dare una mano». Una presenza ingombrante. Come quella di De Luca (Campania) che pensa solo a sé. I governatori dell’Abruzzo (D’Alfonso) e della Calabria (Oliviero) non sono renziani e lo danno a vedere. Il governatore pugliese, Emiliano, si è battuto contro Renzi al congresso, e tiene stretta la Puglia.

Dove il Pd non governa è diventato quasi evanescente: in Sicilia non riesce a trovare un candidato per le regionali di novembre dopo la rinuncia del presidente del Senato Grasso; in Lombardia i sindaci dem di tutti i capoluoghi dicono sì al referendum sull’autonomia promosso dal leghista Maroni; in Veneto, dove non governa, come in Friuli il Pd è ridotto ai minimi termini, in Basilicata non si celebra il congresso regionale dal 2015.
In Emilia-Romagna il sindaco di Castenaso si fa fotografare euforico accanto a quello di Budrio, che ha strappato la città al Pd, e nel partito scoppiano polemiche infinite. Per non dire dei due sindaci di Bologna (Merola) e Milano (Sala) che sono anti-renziani a livello epidermico: proprio non lo sopportano.

Infine, c’è la questione scissione e abbandoni, più o meno silenziosi, dal partito. Il grosso dei quadri va verso Mdp. Solo negli ultimi giorni hanno lasciato il Pd 104 tra sindaci, assessori, consiglieri comunali e quadri della provincia di Lecce, 300 giovani dem a Reggio Calabria, il segretario cittadino di Modena, Filippo Calcagno, il consigliere regionale lombardo Onorio Rosati, l’assessore regionale abruzzese Marinella Scrocco. Al responsabile organizzazione di Mdp, Danilo Leva, brillano gli occhi.
Verso Campo progressista di Pisapia, invece, guardano con sempre più interesse sindaci ed esperienze civiche un tempo del Pd o vicine: il candidato sindaco di Frosinone, il sindaco di Latina che ha battuto la destra dopo cento anni, amministratori locali sardi e di altre regioni. Il primo luglio saranno in piazza con Pisapia, piazza dove ci sarà anche Antonio Bassolino, ormai in rotta con Renzi («Non è più lui»). Loro il centrosinistra ‘de-renzizzato’ hanno già iniziato a costruirlo. Nel Pd, invece, i ‘pezzi da novanta’ hanno appena iniziato a posizionarsi e a muovere le pedine.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 29 giugno 2017


Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

2. Pd, i padri nobili (da Prodi a Veltroni) rottamano Renzi. Franceschini: Matteo cambi passo

VELTRONI, fondatore del Pd. Prodi, fondatore dell’Ulivo. Franceschini, cofondatore del Pd. Orlando, leader della minoranza interna. Cuperlo, ex presidente del Pd. Zingaretti, governatore del Lazio. L’attacco a Matteo Renzi e alla sua leadership è ritmato, asfissiante, martellante. In teoria, il motivo è il risultato (pessimo) del Pd alle amministrative ma il vero obiettivo è un altro: impedire a Renzi di diventare il prossimo candidato premier del centrosinistra (come è, avendo vinto le primarie, per Statuto) e poi di non farlo tornare mai più al governo.
Renzi e i suoi provano a metterci una pezza per tutto il giorno, ma ormai la ‘caccia’ è iniziata. Inizia, sui giornali, Veltroni. Per il fondatore del Pd, il partito «non ha più un’identità, sembra la Margherita. Renzi deve cambiare passo, basta con l’autosufficienza».
Ma l’affondo più pesante è quello del fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi, che aveva detto di «vivere in una tenda accanto al Pd» e che, ieri, a freddo, fa sapere che «la ripone nello zaino perché Renzi mi invita a spostarla più lontano. La mia tenda è leggera, la sposterò senza difficoltà, intanto l’ho messa nello zaino». La reazione di Prodi, spiegherà poi, è dovuta all’intervista di Renzi a Qn, che però non lo tirava in ballo personalmente ma parlava, in generale, delle coalizioni di centrosinistra.

I POMPIERI renziani entrano in azione: Richetti, Guerini e Martina assicurano che «nessuno attacca Prodi o lo invita ad andarsene» ma il danno è fatto e la polemica divampa. I renziani, però, entrano in crisi quando a parlare, sia pure in modo stringato, è il ministro alla Cultura Franceschini, noto per essere sempre stato un alleato sempre assai ‘freddo’ di Renzi.
Impietoso, Franceschini twitta il grafico del crollo dei voti al Pd in alcune importanti città (Genova, Parma, L’Aquila, Verona), con una frase che suona canzonatoria («Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato?») e un’altra che suona come un epifaffio: «Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra non per dividerlo». Sottotesto: è Renzi che divide il campo, non altri.
A questo punto parte la contraerera e gli animi si scaldano. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria, di solito felpato e diplomatico, sibila in Transatlantico: «Franceschini dovrebbe mantenere la calma perché bisogna evitare esasperazioni che non servono». Il pasdaran renziano Ernesto Carbone ci va giù pesante: «Franceschini come sempre fiuta il vento. Speriamo per lui che il suo naso sia quello di una volta», twitta. Il senatore Marcucci quasi implora («basta sparare sul quartier generale») e Rosato è costretto a ribadire che la «leadership di Renzi non è in discussione». Ed è questo il punto. «Hanno aperto la caccia e Matteo è il bersaglio grosso. Vogliono impedire che sia lui il candidato premier del Pd alle prossime elezioni», scuotono la testa i fedelissimi.
Registrate le critiche di un (ex?) fedelissimo come il governatore emiliano Bonaccini («quando ti senti autosufficienti sfiori l’arroganza»), la fuga di centinaia di militanti passati armi e bagagli con Mdp a Lecce, pesano anche le parole che arrivano dalla minoranza interna, dure come lame affilate. Per Zingaretti, governatore del Lazio, «il Pd è isolato e fragile». Il ministro Orlando, a un’iniziativa di corrente, attacca duro Guerini («usi un linguaggio da bar»), ribadisce che sarà da Pisapia, che la sua area diventerà «una lobby per il centrosinistra» e mette in chiaro l’obiettivo finale dei nemici di Renzi: «Non può essere lui il candidato premier del centrosinistra».

RENZI prova a precisare meglio le sue intenzioni: «I discorsi sulle coalizioni sono artificiali, bisogna confrontarsi sui contenuti». E ancora: «I nostri militanti non meritano tutte queste polemiche interne». E nella Enews dice basta a una china che giudica pericolosa: «Chiedo una moratoria sulle coalizioni. Ho vinto le primarie. Non ci sto a tornare al passato, al tempo delle correnti e dei caminetti, del tutti contro tutti». Il timore principale di Renzi è di ritrovarsi con un centrosinistra che rassomigli a un’«Unione bis». Ma è proprio quello che sta accadendo.

NB: questo articolo è stato pubblicato il 28 giugno 2017 a pag. 4 del Quotidiano Nazionale

“Attacchi violenti e sconcertanti”. Gentiloni (e, ovvio, Renzi) pronti a scaricare Mdp dal governo

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

«GLI ATTACCHI violentissimi a Lotti da parte di un partito di maggioranza (Mdp, che ha pure un viceministro al governo, Filippo Bubbico, ndr.) sono sconcertanti» scuote la testa con i suoi il premier Gentiloni. «Come fai a dire che sei in maggioranza, che sostieni il governo e poi lanci accuse così pesanti, da partito di opposizione?!» sbatte il pugno sul tavolo il leader dem, Renzi. Insomma, «la misura è colma». E lo dicono, all’unisono, sia il premier che il segretario del Pd. A tema ci sono i rapporti con Mdp-Articolo 1, un partito e due gruppi parlamentari che stanno con un piede fuori e l’altro dentro il perimetro della maggioranza di governo. Con il rischio – concreto, per il Nazareno – che una volta che si sarà chiusa l’ultima finestra per le urne anticipate, quella di ottobre, Mdp voti contro la Legge di Stabilità per massimizzare i suoi (possibili) voti alle prossime Politiche lasciando il Pd e i centristi a sobbarcarsi aumenti di tasse e simili oltre al danno politico di dover votare una manovra economica con il supporto esterno di Forza Italia (causa mancanza dei voti di Mdp al Senato) con tutto il codazzo di polemiche che comporterebbe.

MA COSA è successo? È successo che ieri, per attaccare Lotti (oltre che Marroni), sul caso Consip, il senatore Miguel Gotor ha detto di sentire «puzza di massoneria», rievocando – nel suo intervento – figure della Prima Repubblica dal torbido passato come Flavio Carboni, Sindona, il Banco Ambrosiano, la P2… Nel gruppo del Pd al Senato hanno perso le staffe e subito reagito. Il senatore Andrea Marcucci, renzianissimo, ha detto: «Il livore di Gotor contro Renzi e il Pd è impressionante. Credo che il premier si farà carico di una verifica politica e credo ce ne sia bisogno». A fine serata, la richiesta di verifica della maggioranza – linguaggio un po’ criptico da Prima Repubblica e oggetto da cui un esecutivo può uscire solo in due modi: con un rimpasto (più posti) o con una crisi (definitiva) di governo – viene ridimensionato dallo stesso Marcucci, oltre che dal capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda Ma il problema del rapporto politico con Mdp resta e pesa come un macigno. «Mdp non può continuare così, devono dirci se stanno al governo o meno» dice a un collega Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria di Renzi, di solito il più diplomatico, tra i dem. E anche quando, nel Transatlantico della Camera, incontra Nico Stumpo, deputato di Mdp e colonnello di Bersani (che intanto assicurava «Noi sosteniamo il governo, ma non ci tappiamo la bocca») lo liquida così: «Parliamo di elezioni amministrative, non di politica, sennò non ci intendiamo…».

ECCO, appunto, i ballottaggi. Il Pd rischia di perdere città importanti, Genova in testa, e di subire un’importante battuta d’arresto in altre. Passata domenica, Renzi rivolgerà tutte le sue attenzioni al rilancio del partito (il I luglio c’è l’assemblea dei circoli a Milano) e al rapporto con il governo. Bisognerà decidere se mettere la fiducia su ius soli (Ap di Alfano frena) e ddl concorrenza (Calenda la chiede, Ap lo sostiene), poi iniziare a preparare la legge di Stabilità in nome del mantra renziano «meno tasse, più sviluppo». Possibilmente con Mdp andata in via definitiva all’opposizione per poterne decidere le misure a mani libere. E le alleanze? Renzi e i suoi sono convinti – o forse si limitano a sperare – che Pisapia «rompa in modo definitivo con il partito dell’avventura, dell’estremismo e del livore», cioè con Mdp. Altrimenti, se Pisapia non lo farà, anche allearsi con lui diventerà impossibile, per il Pd.

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

NEW! Cos’è il ‘Tedeschellum’ e come funziona, le modifiche in discussione. Ma anche cos’è il ‘vero’ sistema tedesco e la corsa verso il voto anticipato. Un dossier sulla nuova legge elettorale

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La cancelliera tedesca Angela Merkel

Proponiamo qui una rapida spiegazione del sistema elettorale che sta per adottare il Parlamento italiano (un ‘simil-tedesco’), una disanima del sistema tedesco vero e proprio, l’analisi dell’iter di approvazione della legge elettorale in corso di esame da parte del Parlamento. Ringrazio il prof. Stefano Ceccanti e l’onorevole Dario Parrini (Pd) per i consigli e le spiegazioni che mi hanno consentito di scrivere tale testo. 

NB; il testo è in via di definizione, qui vengono di volta in volta spiegate le modifiche.

A) Il sistema tedesco ma ‘all’italiana’. Un proporzionale semi-puro, tagliola al 5%

I tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) stanno per convergere su un sistema di riforma elettorale che i media – e i partiti stessi – chiamano, per comodità, ‘sistema tedesco’. In realtà, il ‘Tedeschellum’ o ‘Germanicum’ all’italiana presenta sottili, ma significative, differenze rispetto al sistema elettorale in vigore in Germania (nella RFT dal 1949, con lo sbarramento al 5% dal 1953, nella Germania unita dal 1990). In sostanza si può definire un sistema proporzionale ‘semi-puro’. con sbarramento al 5%.

Dal punto di vista tecnico, una volta trovato l’accordo su un sistema elettorale tedesco, il relatore del nuovo testo, in I commissione Affari costituzionali della Camera, Emanuele Fiano (Pd) ha presentato il testo dell’emendamento che trasforma il Rosatellum (che era stato adottato come testo base) per farlo somigliare al modello usato in Germania. Ma lo fa solo in parte e con due differenze sostanziali: scompare il voto disgiunto e i candidati dei collegi uninominali passano quasi sempre in secondo piano rispetto ai capolista bloccati.

Vedremo più avanti se e come gli eletti scattano nei collegi e/o nella parte proporzionale, e in quale ordine, trattandosi di un sistema per metà fatto di collegi uninominali (50%) e per metà (50%) di liste bloccate corte (da 2 a un massimo di 6 nomi) presenti in circoscrizioni pluriprovinciali, ma va chiarito subito ciò che conta, per ogni lista, è il risultato ottenuto a livello nazionale nella parte proporzionale, una volta superata la quota del 5%.

E’ tale risultato  a determinare il numero dei seggi da attribuire alla lista con una sola clausola ostativa, appunto: la soglia di sbarramento, sempre nazionale, fissata al 5%. Sotto tale soglia non si ha diritto a seggi. Anche se formalmente il riparto è fatto a livello circoscrizionale alla Camera e a livello regionale al Senato, vale il computo nazionale. Dunque, in Italia, una lista potrebbe arrivare a prendere da un minimo di 1 milione 700 mila a un massimo di 1 900 mila elettori senza entrare in Parlamento. I voti dispersi, però, non vengono persi del tutto: vengono ripartiti, in seggi, alle liste e/o partiti che superano la soglia di sbarramento (5%). In pratica, un partito che prende il 40% dei voti può arrivare a sfiorare il 50% dei seggi se il numero di voti validi non attribuibili a nessuna lista che rimane sotto il 5% superasse, in totale, il 20% dei suffragi perché sarebbe come calcolare il proprio 40% sull’80% dei votanti e non sul 100% (-20%).

  1. Il calcolo dei seggi.

Il calcolo dei seggi avviene, come si diceva, a livello nazionale come pure il superamento della soglia di accesso (5%). Il quoziente scelto è quello dei “quozienti interi e dei più alti resti” (metodo Hare): in sostanza, una volta superata la soglia di sbarramento (5%), il metodo non penalizza le forze piccole, ma anzi le agevola. Se invece fosse stato fatto con il metodo d’Hondt, che agisce sulle circoscrizioni, avrebbe favorito i partiti più grandi.

2. Collegi e circoscrizioni elettorali.

L’Italia viene divisa in 27 circoscrizioni pluri-provinciali alla Camera (26 più un collegio uninominale, la Val d’Aosta) e 20 circoscrizioni regionali al Senato (19 più la Val d’Aosta). La Camera assegna 606 seggi (e non 630 perché vanno sottratti i 12 collegi della circoscrizioni Estero, 11 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno di Val d’Aosta) che vengono così ripartiti: 303 collegi uninominali e 303 su liste bloccate corte composte da due a un massimo di sei nomi. Il Senato assegna 301 seggi (e non 315 perché vanno sottratti i sei seggi delle circoscrizioni Estero, sette collegi uninominali del Trentino e uno della Val d’Aosta) così ripartiti: 150 eletti nei collegi, 151 nelle liste bloccate corte. Nei 18 collegi delle circoscrizioni Estero (12 Camera e 6 Senato) i seggi vengono attribuiti con metodo proporzionale senza soglia di sbarramento. Negli 11 collegi uninominali del Trentino (8 collegi uninominali all’inglese e tre di recupero proporzionale) Camera e nei 7 collegi uninominali del Trentino Senato (5 collegi uninominali all’inglese e 2 di recupero proporzionale), come pure nei due seggi uninominali (uno Camera e uno Senato) della Val d’Aosta rimangono valide le regole introdotte con il Mattarellum nel 1994: si tratta di collegi uninominali secchi all’inglese con recupero proporzionale per il 25% e una soglia di sbarramento che, di fatto, è intorno al 20%.

3. La scheda elettorale.

La scheda elettorale è unica, il voto disgiunto (la possibilità per un elettore di votare un candidato uninominale e un simbolo di lista diverso nei collegi plurinominali) è vietato, ma la norma potrebbe essere modificata. Il voto a un candidato del collegio ‘trascina’ il voto alla lista (e viceversa). Si vota tracciando un segno nel rettangolo che li comprende. Il doppio segno (collegio e lista) è valido. Ci si può candidare fino a un massimo di un collegio uninominale e tre collegi circoscrizionali (cioè del listino bloccato). Questa norma, come vedremo, potrebbe cadere nella discussione parlamentare su richiesta avanzata dai 5 Stelle. 

Ad ogni simbolo di partito è dunque associato il nome del candidato in quel collegio e i nomi del listino bloccato (da due a 6 candidati) di quella circoscrizione elettorale.
È previsto espressamente che in caso di doppio segno su un candidato e sulla lista corrispondente il voto rimanga valido. Questa norma difficilmente verrà modificata.

4. Il metodo di scelta degli eletti.

Come dicevamo, i voti per i partiti (liste) vengono conteggiati in un unica sede, nazionale, e vengono ammesse al riparto dei seggi solo le liste che hanno superato la soglia del 5% dei voti, con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche (Trentino e Valle d’Aosta) per le quali la soglia è al 20% nella regione di riferimento. La soglia di sbarramento, fissata al 5%; è la stessa sia alla Camera che al Senato.

Solo a  questo punto vengono calcolati i seggi spettanti ai singoli partiti, calcolo che viene fatto a livello nazionale per la Camera e a livello regionale/circoscrizionale al Senato. Questa differenza è necessaria perché secondo la Costituzione il Senato deve essere eletto su base regionale.

La differenza di calcolo può causare leggere differenze nella rappresentazione dei partiti tra Camera e Senato, ma non distorcendo la rappresentatività come avveniva con il premio di maggioranza su base regionale che assegnava, ad esempio, il Porcellum.

Una volta scesi nelle singole regioni/circoscrizioni verranno scelti gli eletti, fondendo il sistema proporzionale con quello uninominale.

E’ qui che, appunto, le cose si complicano e differiscono di molto dal sistema elettorale tedesco dove, come vedremo, il numero dei seggi del Bundestag, la Camera elettiva, è variabile (vengono detti seggi ‘sovranumerari’) perché bisogna garantire,, per primo, a tutti gli eletti nei collegi la possibilità di entrare nella Camera bassa. In Italia ciò non è possibile: il numero di seggi (630 alla Camera, 315 al Senato, esclusi i senatori a vita) è fisso, quindi qualcuno ‘deve’ restare fuori dai seggi, a seconda dei voti presi, tra listini bloccati e collegi uninominali pur avendo – mettiamo il caso – vinto nel proprio collegio uninominale.

Il primo eletto è il candidato che, nel suo collegio, ottiene il 50,1% dei voti validi (ma si tratterà di casi rarissimi); scattano poi i capolista bloccati di ogni listino della quota proporzionale; seguono i candidati dei collegi uninominali fino ad esaurimento dei collegi vinti da quella lista, cioè in ordine ai voti ricevuti nella circoscrizione; se restano ancora seggi si torna nel listino circoscrizionale e scattano i candidati successivi al capolista; se ne restano ancora da attribuire si torna ancora nei collegi e si pesca tra i “migliori perdenti” (o i “peggiori vincenti”) dei collegi. Ma attenzione: un partito potrebbe aver diritto a un numero  di seggi minore al numero dei collegi vinti, quindi potrebbe vedere non scattare seggi, dopo il capolista, i primi vincitori dei collegi e i nomi del listino, ai vincitori di altre gare nei collegi che verrebbero esclusi dal computo dei seggi pur avendo vinto nei loro rispettivi collegi.

Non ci si può presentare in più di un collegio uninominale e in tre listini (quota proporzionale) di diverse circoscrizioni. Questa norma potrebbe cadere nel dibattito parlamentare per essere sostituita da una che prevede la possibilità di presentarsi in un solo collegio e in un solo listino circoscrizione. La norma è criticata perché limita, in parte, l’effetto ‘blindatura’ dei seggi per i big cui restano in mano dei buoni paracadute per garantirsi l’elezione nel mix candidatura collegi/listini. In totale, però, il numero dei capolista bloccati (non – si badi bene – del totale dei candidati nelle liste bloccate corte della quota proporzionale: 303 seggi Camera, 151 Senato, quindi la metà di entrambi, 454 eletti) non è alto: 26 eletti alla Camera e 19 al Senato per ogni partito, in totale sono 45 parlamentari.

5. Le norme di genere.

I listini bloccati avranno una rigida alternanza di genere (donna-uomo/uomo-donna), nei collegi nessun genere può superare l’altro per il 60%, quindi almeno il 40% di donne.

6. Un esempio. La Toscana.

Un esempio. La Toscana. Prendiamo la circoscrizione Toscana. Elegge 38 deputati (19 nei collegi e 19 nei listini) e 18 senatori (9 nei collegi, 9 nei listini). Mettiamo che il Pd prenda il 46% dei voti che, per effetto dello sbarramento, diventano il 51% dei seggi. Alla Camera elegge 19 deputati: il primo del collegio con oltre il 40% dei voti, il capolista bloccato, 17 nei collegi. Al Senato il Pd elegge invece 9 senatori: il capolista bloccato e otto collegi. Mdp, alla Camera, prende un deputato perché supera il 5%: non vince nessun collegio, passa il capolista, e il Pd perde un vincente nei collegi per colpa di Mdp oltre il 5%. L’M5S elegge, con il 30%, 10 deputati e 6 senatori, tutti dai listini. FI, col 15%, elegge 5 deputati e 1 senatore (listini). La Lega, con l’8%, elegge 3 deputati e 1 senatore (listini). Se il Pd fa il boom (60%) e vince tutti i collegi (19 Camera e 9 Senato), i posti in più li prende dal suo listino, ma se i posti da assegnare al Pd si assottigliano perché altre liste guadagnano seggi saltano i “peggiori vincenti” dei collegi. Potrebbe accadere, cioè, che – causa il riparto nazionale dei voti e la soglia al 5% – il Pd debba ‘cedere’ uno o più degli eletti nei collegi a un’altra lista: perderebbe un vincente nei collegi mentre i candidati del listino bloccato in quella circoscrizione passerebbero tutti. Si chiama ‘effetto flipper’: non garantisce cioè la vittoria matematica di un candidato che pure ha vinto il collegio, specie se in quella circoscrizione il partito che lo sostiene è forte ma non può superare il tot di seggi che, su base nazionale, quella circoscrizione gli assegna.

7. Il problema dei collegi da disegnare. 

Con una legge così fatta, ci sarà bisogno ovviamente di disegnare non tanto le 26 circoscrizioni regionali della Camera che già esistono del Porcellum (una per ogni regione, due per Lazio, Piemonte, Veneto, Campania e Sicilia, tre per la Lombardia) e le 20 circoscrizioni (equivalenti alle 20 regioni) del Senato quanto i 303 collegi uninominali della Camera e i 150 collegi uninominali del Senato. Solitamente la legge prevede una delega al governo – e, di fatto – al ministero dell’Interno, che si prende 45 giorni di media per il disegno dei collegi – ma i partiti corrono veloci verso le elezioni anticipate in autunno. Per evitare attese, un secondo emendamento Fiano indicano una ‘misura transitoria’ per la quale “in caso di scioglimento delle Camere prima della data di entrata in vigore del decreto” si andrà al voto con i collegi del Mattarellum. Che però sono 475 (e non 303) e non è chiaro come le due cose si possano conciliare. Fiano dovrebbe disegnarli sulla base di un prospetto dell’ufficio studi della Camera che però sta già incontrando riserve e critiche da molti deputati dei vari territori perché accorpa, spesso in modo arbitrario e incoerente, collegi vicini tra loro.

8. Le questioni ancora aperte.

E’ una vera e propria maratona, quella che si sta svolgendo in sede della commissione Affari Costituzionali della Camera sulla legge elettorale: sono sottoposti al voto 780 emendamenti per trasformare il Rosatellum nel tedesco.
La nuova, possibile, intesa tra Pd, Fi, Lega e M5S si basa su tre modifiche: 

  • La riduzione dei collegi della Camera che andranno a coincidere quelli previsti per il Senato dal Mattarellum: 232 alla Camera, compresi Trentino-Alto Adige e Val d’Aosta, e 112 al Senato, disegnati sempre sulla base del vecchio Mattarellum;
  • L’aumento  da 27 a 29 delle circoscrizioni proporzionali per la Camera e dunque la dimunizione delle liste dei candidati nei listini bloccati non più da 2 a 6 ma da 1 a 6;
  • La cancellazione della possibilità di candidature plurime in 3 diverse liste bloccate proporzionali oggi previste: ciascun candidato potrà candidarsi al massimo in un collegio e in una lista.

Non è passata invece la linea proposta in numerosi emendamenti di introdurre le preferenze, di doppia scheda e di voto disgiunto, di superamento della priorità di elezioni prevista per il capolista bloccato rispetto ai più votati nei collegi della stessa lista. Ma la riduzione notevole dei collegi operata dal “Tedeschellum” – se passeranno i nuovi emendamenti – realizza di fatto una riduzione assai consistente della possibilità che chi vince la gara uninominale poi non entri in Parlamento perché superato dal capolista del suo partito in quella circoscrizione.

NB: Il testo su cui era stato trovato l’accordo iniziale prevedeva 303 collegi uninominali alla Camera w 151 al Senato, ma essi non sono maggioritari, bensì hanno un riparto proporzionale: un po’ come la vecchia legge del Senato in vigore tra il 1948 e il 1992. Nelle Regioni “monocolore”, dove i candidati di un grande partito vincono in molti collegi, qualcuno di essi potrebbe non risultare eletto: infatti tra i vincitori si fa una graduatoria in base alle percentuale di voto ottenuta. E’ il caso, per esempio, delle Regioni Rosse per il Pd o di alcune Regioni del Sud (Sicilia) per M5s. L’emendamento presentato da Ferrari (Pd)  diminuisce il numero dei collegi della Camera a 232 (225 più 8 di Trentino e Val d’Aosta), quelli del Senato del Mattarellum, e a 112 al Senato, compresi i 6 di Trentino e Val d’Aosta. In tal modo i collegi sarebbero già definiti, e diminuirebbe la possibilità di collegi sopranumerari. Naturalmente questo porterebbe un simmetrico aumento degli eletti con i listini proporzionali Camera, che salirebbero da 303 a 374, e Senato (da 150 a 188) . I partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Pd, M5s, Fi, Lega e Si) stanno trattando una intesa su questo punto.

Gli emendamenti presentati. Ai 417 emendamenti presentati, di cui il più importante è naturalmente proprio l’emendamento Fiano, si sono aggiunti 363 subemendamenti al testo del relatore. I numeri li ha annunciati il presidente della Commissione, Andrea Mazziotti. Grossa parte dei subemendamenti,127, riguardano il nodo cruciale dei collegi uninominali.

Nella formulazione del tedesco proposta da Fiano c’è una clausola che prevede che – se la legislatura dovesse finire prima che il governo abbia ridisegnato i collegi – resterebbero validi quelli del Mattarellum. Una previsione in chiave voto anticipato, ma che sta facendo storcere il naso a molti possibili candidati. Da segnalare l’aumento delle circoscrizioni da 27 a 29 con una circoscrizione in più per la Lombardia e una per il Veneto (a quota 3) mentre Lazio, Sicilia, Campania ne avrebbero due. 

Altro punto molto criticato è quella delle candidature bloccate dei capilista e la possibilità di presentarsi in più collegi. Lo scontro è soprattutto nel Pd, con gli orlandiani pronti a dare battaglia.
Invece, Danilo Toninelli (M5S) dice che “stiamo lavorando per inserire modifiche ben fatte che garantiscano, come in Germania, il seggio al candidato più votato nel collegio, anche senza modificare il numero complessivo dei parlamentari”.

B) Il sistema elettorale tedesco, quello vero della Germania…

  1. Una Camera e non due, seggi variabili e non fissi.

Il sistema elettorale tedesco è un sistema “misto”: vuol dire che mette insieme collegi uninominali maggioritari e un riparto rigidamente proporzionale dei voti a livello nazionale una volta superata la soglia di sbarramento (5%). Tale voto determina gli equilibri del Bundestag, la sola Camera direttamente elettiva del Parlamento tedesco, composta da “almeno” 598 membri, ma ‘aumentabili’. La seconda Camera, il Bundesrat, o Camera delle Regioni, rappresenta i Land : i suoi 69 senatori (a numero fisso) sono eletti, con metodo proporzionale, regione per regione ma in tempi differenti (come gli Stati che formano il Senato Usa). La differenza costituzionale sostanziale è che il Bundestrat non concede o nega la fiducia al governo. Ecco, la prima differenza fondamentale: una sola Camera in Germania, due in Italia (Camera e Senato) che danno la fiducia. Infine, non va dimenticato che in Germania esiste l’istituto della ‘sfiducia costruttiva’ e in Italia no.

2. Due voti, in Germania, invece di uno solo…

In Germania, ogni elettore deve esprimere due voti, chiamati – senza molta fantasia – “primo voto” (erststimme) e “secondo voto” (zweitstimme). L’erststimme (primo voto) è il voto maggioritario e uninominale. In ognuno dei 299 collegi in cui è diviso il territorio nazionale viene eletto solo il candidato più votato, anche solo con la maggioranza relativa. E’ il sistema maggioritario classico, first past the post, che viene usato anche negli Usa o in Gran Bretagna. In soldoni, chi ha più voti, viene eletto. Con il zweitstimme (secondo voto) l’elettore sceglie invece un partito. La percentuale di voti ottenuta nel zweitstimme determina il numero di seggi nel Bundestag a cui quel partito ha diritto. Sono esclusi dal riparto dei voti i partiti che hanno ottenuto meno del 5% di ‘secondi voti’ oppure meno di tre candidati eletti nei collegi uninominali con il ‘primo voto’. In Italia, invece, non vi saranno due schede elettorali, ma una sola: si potrà votare il candidato nel collegio e, in una lista a fianco, i candidati dei partiti nelle rispettive liste circoscrizionali. Due altre significative differenze: in Germania è possibile il voto disgiunto – come avviene per le liste e i candidati sindaci nei comuni sopra i 15 mila abitanti in Italia – cioè si può votare per un partito di una lista del proporzionale e il candidato nel collegio uninominale di un’altra (o viceversa). In Italia non sarà possibile il voto disgiunto: il voto alla lista trascina quello al candidato di collegio (e vale il viceversa).

3. I seggi ‘variabili’ e l’assegnazione dei seggi

Nel riparto della quota proporzionale – che in Germania vengono scelti sulla base di listini bloccati, uno per Land – c’è una complicazione di calcolo: al numero totale di seggi a cui un partito ha diritto vanno sottratti gli eletti con il ‘primo voto’. Proviamo a spiegarci meglio. Il candidato che vince il suo collegio uninominale è automaticamente eletto, ma una lista può ottenere più seggi uninominali di quanti gliene assegna la quota proporzionale: è tale quota che in Germania determina il numero degli eletti. Se, dunque, i vincitori nei collegi uninominali (primo voto) sono di più di quelli che spetterebbero alle liste collegate (secondo voto), ma anche se i vincitori nei collegi hanno corrispondenti seggi nella parte proporzionale (cioè non ‘pescano’ nei listini, aumentando la loro quota di seggi); o se, in base a un riparto proporzionale che deve tener conto dello sbarramento nazionale al 5% (ci torneremo subito), le liste della quota proporzionale hanno diritto a un numero maggiore di seggi. Ecco perché il numero dei deputati del Bundestag è ‘aumentabile’: può passare da quello ‘minimo’ di 598 seggi (299 sono collegi uninominali e 299 su liste bloccate proporzionali) ai 630 dell’attuale legislatura. Il numero dei deputati del Bundestag è ‘variabile’, quello del Parlamento italiano è, per Costituzione, ‘fisso’ (915 totali).

4. Qualche esempio.

Qualche esempio può aiutare a capire meglio la questione. Nel 2013 la Cdu ha ottenuto il 41,5% dei voti, così divisi: 236 seggi nella parte dei collegi maggioritari (primo voto) e 75 seggi nella quota proporzionale. Il totale è 311 seggi, ma con il 41,5% dei voti la Cdu ha ottenuto il 49,3% dei seggi. I verdi, invece, hanno ottenuto il 7,3% dei voti (superando la soglia di sbarramento), ma hanno vinto in un solo collegio uninominale: hanno quindi ottenuto, nella parte proporzionale, 62 seggi, per arrivare ai 63 totali fissati e, di fatto, è come se avessero ottenuto oltre il 10% dei voti.

5. La soglia di sbarramento fissa al 5%

L’effetto distorcente della rappresentanza proporzionale è dato, appunto, dalla soglia di sbarramento nazionale al 5%: sotto tale soglia, un partito non ha diritto a rappresentanza, a meno che non vinca in almeno tre collegi uninominali, in qual caso ottiene, però, rappresentanza solo per tre collegi, senza alcuna aggiunta di seggi nella parte proporzionale.  In Italia la soglia di sbarramento è fissata al 5% e vale per tutti senza cioè alcuna soglia di vittoria nei collegi uninominali.

C) L’iter della legge e i tempi per le elezioni anticipate.

  1. La corsa alla Camera, lo step del Senato. Legge approvata entro metà luglio?

In I commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati era stato depositato come testo base dal Pd (primo firmatario Emanuele Fiano) un sistema elettorale originale, il cd. ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo del Pd, Ettore Rosato. Ne consegue che gli emendamenti che Pd e FI hanno presentato per ‘tedeschizzare’ ulteriormente il sistema non potevano che partire da questo testo base. Il nuovo sistema tedesco è stato presentato con un maxi emendamento del relatore Fiano. Il voto, in commissione, sugli emendamenti si dovrà chiudere entro il 3 giugno. A partire dal 5 giugno il testo andrà in Aula per la discussione generale e il voto finale. Una volta chiusa la riforma con il voto finale entro l’8 giugno (la conferenza dei capigruppo ha fissato tempi stringenti, 22 ore di dibattito, nessuna pausa per elezioni comunali, possibilità di seduta notturna), il testo passerà al Senato per la discussione in commissione e poi in Aula, seguendo le medesime modalità. Se la tabella di marcia verrà rispettata (Pd, FI, M5S hanno una solida maggioranza sia alla Camera che al Senato, su tale testo) la riforma elettorale – entro il 7 o il 15 luglio – sarà legge. Sempre che, ovviamente, non venga modificata (in quel caso dovrebbe tornare, dal Senato, alla Camera, facendo saltare tutti i tempi di approvazione previsti) o che, ma è difficile, il Senato non la bocci.

2. Nessuna delega al ministero dell’Interno. La corsa verso il voto. 

Non verrà affidata una delega al ministero degli Interni per ridisegnare i collegi uninominali: verranno adottati, con uno schema preparato dagli uffici studi della Camera, i collegi del vecchio Mattarellum direttamente nella legge elettorale. Un modo per risparmiare tempo rispetto alla delega al governo che, di solito, ci mette 45 giorni per scriverla. Così dalla data di pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, potranno essere sciolte le Camere e andare a urne anticipate in autunno. La data specifica (il Pd punta al 24 settembre, FI attenderebbe ottobre, scegliendo tra l’8, il 15 e il 22, M5S propone, addirittura, di votare il 10 settembre…) non è nella disponibilità dei partiti, ma del Capo dello Stato. Qualora il presidente del Consiglio si dimetta e Mattarella, una volta registrata l’impossibilità a proseguire la legislatura fino a scadenza naturale (marzo 2018), decidesse di sciogliere le Camere, scattano i vincoli previsti dall’art. 61 della Costituzione: “Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni”. Si tratta, in entrambi i casi, di vincoli massimi e, per la prima riunione delle Camere, non ci sono vincoli minimi. Invece per le elezioni il vincolo minimo è di 45 giorni ed è stabilito dall’art. 11 del Testo Unico Camera (D.P.R. 30 marzo 1957, n° 361):

“1. I comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri.

  1. Lo stesso decreto fissa il giorno della prima riunione della Camera nei limiti dell’art. 61 della Costituzione.
  2. Il decreto è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione.”

In genere le elezioni vengono indette a una scadenza di circa 55/60 giorni dallo scioglimento. L’ultima volta le Camere furono sciolte il 22 dicembre 2012 e le elezioni si svolsero il 24 e 25 febbraio 2013. Anche per la prima riunione in genere si utilizza quasi tutto il tempo massimo previsto: la prima seduta si svolse infatti il 15 marzo 2013.

Di conseguenza, qualora la legge fosse approvata entro metà luglio e il Governo si dimettesse, sarebbe possibile votare dalla fine di settembre ai primi di ottobre e riunire le nuove Camere da metà ottobre o da fine ottobre in poi.

NB: nella parte finale mi sono avvalso di una nota esplicativa del prof. Ceccanti

Il Pd stringe i bulloni sul sistema tedesco. L’accordo con FI e M5S c’è, con Alfano (“Sei un serial killer”) è rottura totale

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

1. Rottura tra Renzi e Alfano. I colloqui del Pd con i partiti sulla legge elettorale. Si stringono i bulloni sul sistema tedesco. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Si voterà ad ottobre, ma prima della presentazione alla Ue della legge di Stabilità” (e, dunque, non il 24 settembre) ha detto Renzi ieri agli interlocutori che sono andati a trovarlo al Nazareno. “Il sistema elettorale è il ‘tedesco’ – aggiunge – e dalla soglia di sbarramento al 5% non ci muoviamo. Alfano? – reagisce Renzi dopo una telefonata con Berlusconi, cordialissima, e un incontro con il leader di Ap, invece tesissimo – Da oggi non è più un problema mio. Magari se ne torna da Berlusconi… Io voglio ricostruire il centrosinistra”. Questo, in sintesi, il ‘Renzi-pensiero’, alla fine di una lunga giornata che proseguirà oggi con incontri con altri partiti (FI, Lega, Fd’I) e con la Direzione dem dove il segretario si farà approvare il mandato a trattare sul sistema tedesco. E anche se la minoranza che fa capo al ministro Orlando dovesse mettersi di traverso, poco male: Renzi, nel partito, i voti li ha lo stesso mentre, nei gruppi parlamentari, la situazione è più magmatica, ma difficilmente gli orlandiani arriveranno a negare il loro voto finale.

Una giornata, quella di Renzi e del Pd, double face. Da un lato gli incontri ufficiali della delegazione dem, nell’ufficio del capogruppo alla Camera Rosato, presenti il capogruppo al Senato, Zanda, il relatore del testo di riforma elettorale, Fiano, e il coordinatore politico del Pd, Lorenzo Guerini. A loro è toccato l’onere di incontrare la delegazione di Mdp – formata dai capigruppo, Laforgia e Guerra, più Lo Moro e D’Attorre – e quella dei 5Stelle (Crimi, Fico e Toninelli). Per paradosso, l’accordo con i 5Stelle è pressoché totale mentre Mdp, che pure non fa questioni sulla soglia al 5%, vuole sia il Pd a sobbarcarsi la colpa di far finire anzitempo la legislatura per scagliarsi contro le ‘larghe intese’.

La giornata di Renzi, invece, inizia vedendo, al Nazareno, Riccardo Nencini, segretario del Psi. “Incontro lungo, amichevole, proficuo” lo definiscono i socialisti, con Renzi che rilancia la prospettiva di un “nuovo centrosinistra”. Poi, nel pomeriggio, tocca a Fratoianni: Sinistra italiana non pone pregiudiziali sullo sbarramento al 5%, vuole però che il sistema sia “un proporzionale puro, senza trucchetti”. Renzi li rassicura, fa tanti auguri per la nuova ‘Cosa’ della sinistra in cantiere, ma li sfida:  “la vera sinistra è il Pd”.

Nel mezzo, c’è la lunga telefonata con Berlusconi. Il Cavaliere invita Renzi a palazzo Grazioli, ma lui declina l’offerta. “Non conviene a nessuno dei due farci vedere insieme”, concordano. Date rispettive e salde rassicurazioni sull’iter parlamentare della legge elettorale (“Entro il 10 luglio la chiudiamo anche al Senato”), il Cav avrebbe anche ‘perorato’, con Renzi, la causa di Alfano rispetto alla soglia di sbarramento, ma senza insistere troppo. Ed è proprio con Alfano che i rapporti si sono guastati. L’incontro segreto tra Renzi eAlfano è andato malissimo: sarebbero volate parole grosse e Alfano definirà Renzi un “serial killer” di partiti e leader, iniziando ovviamente dal suo. A margine di Porta a Porta, il capogruppo di Ap, Maurizio Lupi, riassume: “Le posizioni con il Pd restano distanti sulla questione dello sbarramento al 5% e anche sulla durata della legislatura. Votare in autunno, a manovra economica non ancora approvata, sarebbe un rischio”. Alfano un arma ce l’avrebbe: far saltare il governo impedendo l’adozione del nuovo sistema elettorale e le urne in autunno, e costringendo Pd e FI a varare, sin da subito, un ‘governissimo’. Il classico muoia Sansone con tutti i Filistei. Intanto, dalle parti di Gentiloni, si fa sapere che il governo potrebbe dimettersi di sua sponte, una volta che anche il Senato abbia approvato la riforma elettorale agevolando un “percorso ordinato” verso le urne anticipate in autunno. Insomma, come dicono al Nazareno, “non sarà di certo Gentiloni a mettersi di traverso contro Renzi verso il voto”.

NB: Articolo pubblicato il 30 maggio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale


Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

2. Il Pd prepara il sistema elettorale simil-tedesco. FI e M5S d’accordo. Restano i dubbi sulla data del voto anticipato

Ettore Maria Colombo – ROMA

La tavola è apparecchiata, i commensali stanno per sedersi al desco, la pietanza è in cucina, succosa e fumante. Fuor di metafora, manca davvero un amen alla conclusione delle trattative per scrivere una nuova legge elettorale. L’accordo tra i tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) è certo,la convergenza di altri probabile. Lega, Fd’I e Mdp ci stanno, Ap di Alfano e altri no perché contrarissimi alla soglia di sbarramento al 5%, che considerano troppo alta. Dario Parrini, che segue il dossier legge elettorale, per il Pd, è netto: “Per noi la soglia al 5% è intangibile. E’ la leva che ci consente di interpretare in maniera maggioritario un sistema proporzionale, la sola garanzia anti frammentazione e contro il potere di veto dei partiti-cespuglio”. Il tipo di riforma elettorale è, tecnicamente, un sistema ‘simil-tedesco’. Rispetto al Rosatellum, il testo base depositato dal Pd in commissione (50% collegi uninominali, 50% collegi plurinominali proporzionali), se ne discosta solo nel metodo di elezione. Nel Rosatellum, i due canali – collegi e listini – “non si parlano” e possono produrre risultati numerici diversi, privilegiando gli eletti nei collegi. Nel ‘tedeschellum’ i seggi spettanti devono rispettare la cifra, pur se ripartita tra collegi e listini, raggiunta da ogni partito che sta oltre il 5%. Restano dei problemi tecnici (i peggiori tra i vincenti nei collegi, specie nei partiti grandi, rischiano di non essere eletti), ma gli esperti di sistemi elettorali dei due partiti (Parrini per il Pd e Sisto per FI) ci stanno lavorando con emendamenti simili in commissione.

Dal punto di vista politico, i prossimi giorni saranno decisivi. La riforma elettorale è attesa al voto in Aula, alla Camera, a partire dal 5 giugno e non può scavallare, al Senato, la metà di luglio. Renzi, infatti, vuole andare a votare “il 24 settembre, niente subordinate (cioè votare a ottobre, anche se l’8 ottobre resta una data plausibile, ndr)”, come dice ai suoi. Berlusconi preferirebbe votare a ottobre (magari allungando al 22) mentre Di Maio (M5S) vorrebbe, addirittura, “votare il 15 settembre, prima che i parlamentari maturino i vitalizi”, ma è demagogia: causa i tempi tecnici, è impossibile.

Lunedì il Pd darà il via a una girandola d’incontri con tutte le forze politiche, ma non al Nazareno, bensì in Parlamento. Si inizia coi piccoli (Psi, SI, etc.) e si arriva, al pomeriggio, ai grandi (FI, M5S): al capo del tavolo del Pd ci saranno i due capogruppo, Rosato e Zanda, e il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini. Contatti informali tra i massimi vertici del Pd e di FI (Lotti-Letta, Lotti-Confalonieri) ce ne sono stati, come pure diverse telefonate Renzi-Berlusconi, ma mentre Renzi vedrà i segretari di altri partiti (Nencini di Psi, Fratoianni di SI) i due leader non si vedranno di persona. “Non è un Nazareno bis”, spiegano dal Nazareno Uno, “anche perché “mediaticamente non giova a nessuno, né a noi né al Cav.”.

Anche le dichiarazioni dei protagonisti della trattativa sono improntate al cauto ottimismo. Berlusconi dice: “Manca poco al momento in cui gli italiani potranno scegliere da chi vogliono essere governati, se finalmente potremo avere una legge elettorale condivisa”. E se il ministro Lotti parla di “settimana decisiva”, confermando che Renzi e il Cav non si vedranno di persona, Guerini esplicita una tautologia politica: “E’ evidente che nel momento in cui una legge elettorale viene approvata, è tecnicamente possibile andare al voto”. Dopo aver scritto la legge elettorale, servirà l’ok non scontato del Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 maggio 2017 su Quotidiano Nazionale