Largo ai fedelissimi. Renzi rafforza il controllo sul partito: Assemblea, Direzione e Segreteria. Un’intervista a Ettore Rosato: il rapporto tra Pd e governo

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi prepara il suo discorso di investitura in vista dell’Assemblea nazionale di domenica prossima, il luogo che lo proclamerà, formalmente, nuovo segretario del Pd. Il Pd, per ora, non ha più una proposta ufficiale, sulla legge elettorale, anche se Renzi la promette “presto”, parlando ai suoi: vuol dire che domenica, in Assemblea, la specificherà. Intanto, mentre alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, il presidente, Andrea Mazziotti di Celso, ha chiesto una settimana in più per approntare il testo base che, entro il 29 maggio, deve arrivare in aula a causa della Babele di proposte dei vari partiti, informalmente il Pd prima ha parlato ai 5Stelle proponendo loro di accordarsi su un premio alla lista per chi arriva al 37% dei voti ma, da due giorni, anche a FI e Lega (ieri il ministro Lotti ne ha parlato fitto fitto col leghista Giorgetti). In questo caso la proposta è un sistema tedesco basato sul 50% di collegi e il 50% di liste corte bloccate, con una soglia di sbarramento unica al 5% che fa già imbufalire Ap.

Sui nuovi assetti del partito, invece, i giochi sono già fatti. Innanzitutto va detto che – grazie al lavoro certosino di Lorenzo Guerini, vicesegretario uscente con Deborah Serracchiani (al loro posto ci sarà un vicesegretario unico, carica che verrà affidata al ministro Maurizio Martina) – Renzi avrà un controllo ferreo in Assemblea e in Direzione. Sui mille delegati congressuali eletti contestualmente alle tre mozioni, Renzi ne ha, in totale, 707, Orlano 212, Emiliano 88 (più tre parlamentari). Sui 700 eletti della mozione Renzi-Martina, però, ben 489 sono renziani di stretta osservanza, 92 di Area dem (la corrente del ministro Franceschini), 65 fanno capo all’area di Martina e 70 sono Giovani Turchi. Per superare la soglia magica di 501 (50,1%) serve aggiungere il gruzzolo della stragrande maggioranza che i renziani doc godono tra i cento parlamentari che, insieme ai 20 segretari regionali (tutti renziani), ai ministri, altre personalità varie, vanno a integrare i membri dell’Assemblea (totale: 1100). E così, con 510/520 delegati Renzi, al netto di Franceschini, potrà contare su una maggioranza ‘bulgara’ e assai granitica.

In ogni caso, le due mozioni alternative, quella di Orlando e di Emiliano, rifiuteranno la gestione unitaria, mentre sono più possibiliste sull’offerta – se, però, mai vi sarà – di una gestione comune degli organi di garanzia (presidente e vicepresidenti d’assemblea, presidenti organi di garanzia). Per la carica di presidente, “Matteo ci sta pensando”, dicono i suoi. Probabilmente resterà Orfini, alleato di Renzi, un’ipotesi potrebbe essere di investire Guerini, ritenuto anche dagli avversari super partes, o la Pollastrini (Orlando) oppure una personalità come Nicola Zingaretti, governatore del Lazio che si è schierato con Orlando per il congresso, ma che va predicando il ritorno all’unità del partito. La nuova segreteria, che verrà formalizzata solo dopo la Direzione di settimana prossima, sarà la sagra del renzismo. Matteo Richetti farà le veci del coordinatore e portavoce, Ricci, Carbone, Ermini e Morani resteranno al loro posto, come pure, ovviamente, il tesoriere, Francesco Bonifazi mentre Michele Anzaldi sarà responsabile Comunicazione. Figure di esperienza (Nannicini e il viceministro Bellanova) affiancheranno giovani in ascesa come Ascani (ex lettiana), Gribaudo (area Orfini) e un ex Sel area Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia in grande ascesa nell’Olimpo renziano. Ci saranno dei giovani sindaci ‘pescati’ da Renzi nei territori (Ciro Bonajuto di Ercolano, Davide Galimberti di Varese, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria) mentre al delicato e cruciale settore dell’Organizzazione andrà il giovane (classe 1976) Andrea Rossi, emiliano e uomo di fiducia del governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini, oltre che ex sindaco di Casalgrande (vicino Reggio-Emilia).

NB: L’articolo è stato pubblicato a p 8-9 del Quotidiano Nazionale del 4 maggio 2017


ettore rosato

2. Intervista al capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato sul governo Gentiloni. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gentiloni è un dirigente del Pd, e questo è il governo del Pd”, dice il capogruppo alla Camera dem, Ettore Rosato, “ma il Pd deve essere di supporto, stimolo e confronto continuo rispetto all’azione del governo”. Infatti, i ‘paletti’ che Rosato pone non sono pochi e nessuno di poco conto.

Cosa chiedete al governo Gentiloni? Un cambio di passo?

“Serve continuità con quanto fatto negli anni del governo Renzi: bisogna andare avanti sul calo della pressione fiscale e sugli investimenti per creare nuova occupazione e aiutare il sociale. Politiche che hanno portato a risultati tutti positivi per il sostegno dell’occupazione e la crescita economica. Dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Confindustria dice: ‘Nella manovrina ci sono troppe tasse’.

“La manovrina farà il suo percorso parlamentare e la esamineremo con attenzione. Ritoccare le tasse su tabacchi e giochi non è un aumento della pressione fiscale, ma solo la rimodulazione della tassazione su due settori specifici”.

Il Pd promette che nella manovra d’autunno non ci saranno nuove tasse. Ma come farete a impedire l’aumento dell’Iva?

“Sono quattro anni che non aumentiamo la pressione fiscale. Possiamo e dobbiamo continuare su questa linea. Aumentare la pressione fiscale produce più danni dei benefici che porta. Padoan sa fare il suo mestiere bene. Troveremo con lui il giusto equilibrio anche questa volta”.

E’ pensabile fare una manovra economica senza sfondare i parametri UE?

“La UE non è il nostro maestro e anche noi come Italia ne facciamo parte. Interesse comune è definire misure che applichino le regole europee con l’elasticità consentita. Questo per sostenere la ripresa economica, creare investimenti, aumentare i posti di lavoro. In ogni caso, abbiamo scritto tutto nel Def e ci atterremo a quello”.

Cosa fare su Alitalia?

“Noi siamo convinti che vada salvata dal fallimento in tutti i modi senza risorse pubbliche a fondo perduto, ma investendo tutta la forza del governo in una trattativa che consenta all’Italia di non perdere un asset industriale importante e un pezzo di economia reale del Paese”.

Dopo le primarie, le elezioni sono più lontane o più vicine?

“Non farei più calendari delle elezioni. Occupiamoci delle tante questioni di merito, a partire dalla legge elettorale”.

A proposito, si farà mai una nuova legge elettorale?

“Noi abbiamo fatto una proposta chiara, il Mattarellum. Gli altri ne hanno fatte dieci diverse. Bisogna trovare una sintesi nella consapevolezza come giustamente ha chiesto il Presidente. Ma il Pd non è autosufficiente per approvarla. Serve trovare un accordo ampio alla Camera su un testo che poi regga anche alla prova del Senato”.

I 5Stelle hanno fatto la loro proposta. Come rispondete?

“I 5Stelle sono un interlocutore poco affidabile. Ogni loro dichiarazione sul punto viene smentita sei ore dopo. In ogni caso la valuteremo, come ogni altra proposta. E faccio notare che il modo migliore per far fallire una trattativa sulla legge elettorale è quella di annunciarla sui giornali…”.

Offrirete la gestione unitaria del Pd a Orlando e Emiliano?

“Il Pd è di tutti, Renzi lo ha detto più volte. Noi vogliamo far sentire tutti a casa loro e l’offerta vale per tutti”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata su Quotidiano Nazionale il 3 maggio 2017.

Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Renzi: “Congresso subito e niente elezioni. Ora li freghiamo con le loro regole” Scena e retroscena del redde rationem nella Direzione del Pd

NB: I due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti a pagina 2 e 3 del Quotidiano nazionale di martedì 14 febbraio. Il segretario del Pd ha smentito, con una nota diffusa oggi alle agenzie, alcuni dei virgolettati che gli sono stati attribuiti in merito alla ‘resa dei conti’ con la minoranza interna. 
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO
1) Renzi mette all’angolo la sinistra: “Si fa il congresso e chi vince comanda”.
La resa dei conti è già arrivata, ma le dimissioni vengono rinviate all’Assemblea.
Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi si presenta alla Direzione ‘fine di mondo’ del Pd in maglioncino blu. “E’ ingrassato ma è rilassato, finalmente”, dicono i suoi. Sul palchetto – lo stesso dove Bersani presentò la sfortunata coalizione Italia Bene Comune e dove il Pd decise (fortunatamente) di votare Mattarella a Capo dello Stato – siede anche il premier, Paolo Gentiloni, oltre allo stato maggiore del Pd (Guerini, Serracchiani, Ricci, Zampa, Orfini che presiede i lavori).

 Renzi la prende larga: parla di Trump, della Le Pen, dell’Europa, sfiora Grillo e Salvini, cita Baumann e un sociologo dal nome vagamente russo che però nessuno conosce e la sua  teoria sulla “proboscide dell’elefante”, poi scende sull’Italia, rivendica i meriti del suo governo, ricorda in modo puntuale e puntuto tutt’e le volte che ha fatto a braccio di ferro con l’Europa, quella dell’austerity e dei vincoli di bilancio, rinfocola – pur scherzando – la polemica con Paodan sulla manovrina ma dice (“Mi rivolgo ai giornalisti, tanto sono le uniche cose che vi interessano”) che “la data del voto alle Politiche e il congresso del Pd sono due cose separate e distinti, anche perché la data del voto la decidono il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento e io non faccio parte di nessuno di questi organismi, non sono neppure parlamentare”.
Insomma, le elezioni ci saranno, prima o poi, e noi dobbiamo farci trovare pronti, in qualsiasi momento ci saranno” – sottolinea l’ex premier – “ma io non ne ho l’ossessione”, assicura. Poi da’ un altra notizia, sempre ai giornalisti (categoria che mal sopporta, questo si sa): “Io non cerco nessuna rivincita rispetto al referendum del 4 dicembre. Quello era un turno unico, non c’è il girone di ritorno”. E con le autocritiche, però, si ferma qui. Prima di andare al cuore del problema, e cioè il congresso del Pd che intende lanciare presto, prestissimo (così presto che l’Assemblea nazionale che lo indirà verrà convocata già sabato prossimo, 18 febbraio, e sarà lì, in quella sede, che verrà deciso l’iter di un percorso congressuale che sarà altrettanto rapido, se non rapidissimo, conclusione entro aprile), Renzi parla di tasse, di manovrina e di un rapporto con la UE in cui bisogna entrare “coi gomiti alti”. E così pure l’avvertimento ai ‘furbetti’ di Bruxelle (e a Padoan) è recapitato.
Ma la platea della Direzione dem – allargata per l’occasione ai parlamentari e ai segretari provinciali e regionali che però resteranno muti e silenti spettatori dello spettacolo – aspetta solo di sapere cosa dirà Renzi del congresso, di quando lo vuole fare e come. E qui l’ex premier fa il suo ennesimo colpo di teatro (anzi: da giocatore di poker): non annuncia le dimissioni da segretario, come molti si aspettavano e avevano pure scritto, ma delinea i confini generali, anche se molto indistinti, del prossimo confronto congressuale. Innanzitutto, dice in chiaro e poi ripete ai suoi come un mantra, che “io non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti, se vogliono uno che sia prigioniero dei caminetti se ne scelgano un altro”. Ed è qui, sia nella relazione introduttiva che nella replica, che Renzi mena fendenti a destra e, soprattutto, a sinistra. “Se digitate su Google ‘resa dei conti’ nel Pd vengono fuori 337 mila visualizzazioni, direi che è ora di dire ma anche basta”, afferma. Attacca la minoranza e, senza fare i nomi, i vari D’Alema, Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza, che “un giorno mi chiedono di fare il congresso, un giorno le primarie, un giorno la legge elettorale, etcetera”. “NON potete più prendere in giro così la nostra gente”, e qui quasi urla, si scompone, ma è solo un attimo. “Faremo il congresso a norma di Statuto, con le regole del 2013 (quello con cui Renzi  vinse il congresso contro Cuperlo, ndr)”, il che vuol dire – specifica – che “ci si confronta, ci si scontra, ma poi chi vince comanda e chi perde rispetta e si adatta al vincitore, non fugge via col pallone come un bimbo dispettoso”. Poi rivendica non solo i tre anni a guida del governo, ma anche quelli a guida del suo partito, che “stava al 25% e io l’ho portato al 40% (vero, però sta parlando delle Europee 2014).
Dopo la sua relazione, intervengono tutti o quasi i big. Al netto della minoranza, Orfini e Martina parlano per difendere con l’aratro la linea che Renzi ha solcato, Franceschini resta muto e, pare, assai contrariato, ma poi si acconcerà a votare la relazione finale. Solo Orlando si distingue: chiede una conferenza programmatica, ma dice no a ogni ipotesi di scissione e, alla fine, non vota la relazione a sostegno della mozione del segretario insieme a pochissimi dei suoi (“Erano quattro gatti” li irridono i renziani) mentre il grosso dei Giovani Turchi (Raciti, Verducci, Marini) vota compatto la linea del segretario che è uguale a quella del presidente e leader della loro corrente, Orfini. I numeri finali del voto parlano da soli e in modo impietoso: 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti. Ora si vedrà nell’Assemblea nazionale di sabato se la linea di Renzi reggerà alla prova del fuoco.
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2) Il leader del Pd: “Ora ci divertiamo. Li freghiamo al Congresso con le loro regole”. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
La notizia è che Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. “È impossibile, non ce la si fa più, ormai”, ha detto ai suoi, ma rincuorandoli così: “Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme”. Elezioni a settembre, magari in coincidenza con quelle tedesche (il 24), o addirittura a ottobre? “Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre in Europa, Mattarella e la Ue non ci lasceranno mai votare allora. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, e avrò davanti a me quattro anni di tempo, deciderò io insieme a voi, naturalmente, Del resto, prima o poi, bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Renzi ai suoi alla fine di una Direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti (“Li abbiamo spianati”, il commento dei suoi sui numeri che hanno visto trionfare la mozione dei renziani con 107 voti contro 12 contrari e 5 astenuti) che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità della Ue, i lepenismi e i trumpismi europei e mondali, ma anche contro  il sovranismo di Salvini e il massimalgrillismo”. E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd. Non senza aver menato fendenti ai suoi oppositori, da Emiliano a Bersani a D’Alema cui ricorda la gestione fallimentare di banche del tempo che fu e insinuando: “facciamo la commissione sulle banche ci divertiamo”.

Per la minoranza e i suoi campioni (“Alla fine, vedrete, schiereranno Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma De Luca sta con noi”, nota il premier, quindi poco male) saranno dolori. “Pensano di fregarci con le regole? E noi li seppelliamo. E con le loro regole”. Renzi e i suoi si sono calati l’elmetto e hanno deciso di giocare duro sul terreno avverso, “quello che la minoranza adora: regole, Statuti, commissioni congressuali, pure l’Ave Maria”. Traduzione: se vogliono fare la scissione sulla data del congresso, che si accomodino pure.

In effetti, il percorso è di guerra. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale da segretario dimissionario, reggente del partito sarà il presidente Orfini. A quel punto la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso e che le scremerà in vista della Convenzione nazionale, cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti. Questi presenteranno le loro piattaforme programmatiche e si aprirà la fase finale, le famose primarie, aperte a iscritti ed elettori del Pd. Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza gira già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio.

La maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando, il quale però si limiterà a richiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area di Franceschini) ha preparato un pacchetto da ‘prendere o lasciare’. Del resto, “anche se la minoranza, più Orlando e qualcun altro (leggi Franceschini, ndr) volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di prima fascia – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Luca Lotti: abbiamo 750 voti” (qui si intendono i voti all’interno dell’Assemblea nazionale, che ha una platea di mille delegati).

In effetti, il tiro mancino potrebbe essere questo: proporre un documento contrapposto a quello di Renzi, chiedendogli persino di rimanere al suo posto, ma obbligando a un congresso ‘lungo’, come vuole la minoranza (inizio in giugno, pausa estiva, ripresa in autunno). In assemblea si vota a maggioranza semplice su mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Parola, dunque, all’Assemblea. Ci sarà da divertirsi.

NB: i due articoli sono usciti sul Quotidiano Nazionale del 14 febbraio 2014 a pagina 2-3.

Pd, Renzi vuole l’election day a giugno o il congresso anticipato. Orlando lancia la sua idea (e candidatura?) di partito. Correnti interne in confuso movimento

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi, segretario del Pd, e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI sono arrivati tre segnali positivi, per un Matteo Renzi che la vulgata dem descrive (sbagliando) come «nervoso, solo, depresso, arrabbiato con tutti e sospettoso di tutti».
Il primo è la sentenza della Consulta che chiede «maggioranze omogenee» tra i due sistemi elettorali di Camera e Senato, sì, ma legittima i capilista bloccati, permette leggi elettorali ‘differenti’ e insomma «con questo sistema, il Legalicum come lo chiamano i 5Stelle», dice con ironia un renziano, «si può andare a votare in ogni momento».

«LA SENTENZA ‘aiuta’ il percorso di chi vuole andare a votare subito», assicura un luogotenente del segretario che ieri presidiava il Nazareno anche quando Renzi è partito per Pontassieve, «perché, in Italia, non è stata sospesa la democrazia, votare si può, anche con il combinato disposto delle due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum».
Rivelatore un tweet lanciato nella serata di ieri da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, responsabile Enti locali, nonché fedelissimo del segretario che gli ha chiesto di digitare sulla tastiera: «#Electionday a giugno. Mille comuni, Sicilia e Politiche. Altroché congresso. Legge elettorale poi città e Italia. Stop beghe interne». Traduzione: nuova legge elettorale o, mal che vada, «trasposizione» del sistema uscito dai verdetti dei giudici da far approvare dal Parlamento nel giro di due mesi al massimo; fine del governo Gentiloni; scioglimento delle Camere entro il 25 aprile (servono dai 45 ai 70 giorni per indire i comizi elettorali) ed elezioni politiche l’11 giugno per tentare l’abbinata vincente. E cioè, appunto, il già citato election day tra politiche, elezioni comunali e regionali in Sicilia.

Il secondo segnale positivo, per Renzi, è l’intervista del ministro Andrea Orlando all’Huffington Post. Orlando chiede, sì, «una Bad Godesberg» e «un Pd da rifondare». Non è ancora detto se in accordo o meno con Renzi, stile ‘staffetta’ Prima Repubblica. «Tu ci guidi alle elezioni per tornare al governo, io mi dedico a ricostruire e a curare il partito», secondo la versione che gira al Nazareno, sarebbe la proposta di Orlando allo stesso Renzi. In ogni caso, Orlando non si oppone a Renzi («il golpe? Fandonie», dicono i suoi), punta «alla riflessione, allo stimolo delle nostre energie migliori». Il ministro sembra accettare interamente il timing renziano (modifica rapida alla legge elettorale ed elezioni, anche a breve), ma chiede in cambio «un percorso che parli all’Italia del futuro», partendo «dagli errori degli ultimi vent’anni, non solo degli ultimi tre (quelli di Renzi, ndr)». Orlando, insomma, prepara una vera e propria Opa sul partito – ha, peraltro, dalla sua, pezzi da 90 come l’ex capo di Stato Napolitano, migliorista come il suo amico Macaluso, l’ex tesoriere dei Ds Sposetti, forse persino D’Alema, di certo Fassino e tutto un pezzo della filiera ex Pcid-Pds-Ds – però non strizza l’occhio alla «scissione» né alla minoranza interna, ma si pone come ‘terzo’, se e quando mai deciderà di esserlo, tra Renzi e i suoi avversari attuali.

I ‘tre amigos’ (Speranza, Emiliano, Rossi) che si sono tutti e tre candidati per conto della minoranza come campioni – ognuno a suo modo – dell’antirenzismo hanno messo paletti assai alti per rinunciare alla scissione (fino a ieri da D’Alema invocata, ora da D’Alema esclusa…): «Congresso nei tempi stabiliti, appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 e via i capilista bloccati dalla legge elettorale». Altrimenti, vanno via, forse con D’Alema, forse con Vendola e Fratoianni, forse con Pisapia e Merola, forse con tutti loro e anche di più.

Il terzo segnale positivo per Renzi si muove, invece, dentro la tattica parlamentare, dove i movimenti di truppe vanno un giorno in un senso e un giorno nell’altro in uno stato di (grave) confusione interna che è sicuramente politica, ma in alcuni casi anche mentale. Ieri, per dire, 17 senatori, area ‘Giovani Turchi’, vicini al leader Orfini, hanno contrapposto le loro firme di ‘lealisti’ al segretario Renzi contro quelle dei 40 senatori dem che, l’altro ieri, ispirati da Giorgio Napolitano, chiedevano invece di «arrivare fino a fine legislatura» e «appoggiare lealmente Gentiloni». Solo che 11 dei ‘17’ – che chiedono il premio alla lista invece che alla coalizione, oltre che elezioni subito – comparivano pure nell’elenco dei precedenti 40… Insomma, non si capisce se alcuni dei 40 (11, appunto) si sono ravveduti e sono tornati sia Giovani Turchi che renziani o nutrono una forte capacità di mimesis antica.

Certo è che, nelle correnti, molto si muove e tutti si riposizionano: i franceschiniani (Area Dem) sono gli unici compatti, dietro il loro leader (Franceschini, appunto), nel non volere le urne anticipate, nel chiedere il premio di coalizione e non alla lista e di non fremere per il congresso anticipato. I Giovani Turchi sono spaccati come una mela: una parte (una decina di senatori e altrettanti deputati sta con Orlando, che chiede congresso a data certa, ma non immediato, e premio alla lista (non alla coalizione), ma legge elettorale ed elezioni – ma di lui Renzi non si fida – mentre Orfini è perfettamente allineato alle scelte di Renzi (con lui una ventina di GT al Senato e una quarantina alla Camera) come pure i renziani (anche se non tutti: Richetti, per dire, s’è del tutto sfilato dal renzismo e molti altri con lui) e pochissimi altri. Ex popolari di Fioroni, un gran pezzo della corrente del ministro Martina (Damiano), ex lettiani col coltello tra i denti contro Renzi (Boccia, Ginefra, Laforgia), ex ulivisti in rotta di allontanamento (Monaco, Zampa, Lo Giudice) e, ovviamente, la minoranza di rito bersaniano ma anche cuperliano non vedono l’ora di detronizzare il re.
Eppure, segnali di speranza, per Renzi, arrivano da altri deputati che  dicono sia «no a nuove tasse» nella ‘manovrina’ che il governo Gentiloni deve far approvare e votare entro marzo, dal Parlamento (ieri il deputato renziano e toscano Fanucci ha raccolto 35 firme di deputati su un documento che promette ‘sfracelli’, sfiducia compresa, se nella manovrina compariranno nuove tasse), sia <<congresso subito» al grido, ultrarenziano, di ‘e famolo sto’ congresso’, come cinguettavano, ieri su Twitter, Esposito e Morano, Ermini e Romano.

IL PUNTO fermo è, appunto, che l’ex premier non ha ancora rinunciato ad andare a elezioni anticipate, anzi, le rilancerà alla Direzione dem allargata e già convocata per lunedì 13 febbraio in un luogo atipico (il centro congressi di via Alibert) perché dovrà contenere quasi 700/1000 persone, neanche si trattasse di un Assemblea nazionale (200 i membri della Direzione, 113 i senatori dem, 305 i deputati, 120 i segretari provinciali, 20 quelli regionali, etc.) E anche se Renzi proporrà l’alternativa, quella del «congresso subito» al posto delle urne, anch’esso andrebbe tenuto nell’ormai fatidico mese di giugno, entro e non oltre l’11. Renzi si presenterebbe dimissionario («basta una lettera agli organi di competenza», spiega uno dei suoi) e i poteri passerebbero al presidente del partito (Orfini) per convocare l’Assemblea nazionale che darebbe il via al congresso ‘sprint’. Sempre che, appunto, a Renzi non riesca il piano A: quello di andare ad elezioni anticipate.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 febbraio a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.

D’Alema pronto alla scissione e a fare un nuovo partito. Renzi insiste: voto subito.

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo – ROMA
«SE RENZI volesse sbaraccare tutto – dice l’ex premier ed ex segretario del Pds come dei Ds, Massimo D’Alema, ospite del programma di Bianca Berlinguer su Rai3, Carta bianca – e chiedesse le dimissioni di Gentiloni, senza cambiare la legge elettorale, per andare a votare subito, la reazione dovrebbe essere quella di formare un’altra lista. E se, nella sinistra dovesse nascere un nuovo partito in modo serio sicuramente supererebbe il 10%. Abbiamo fatto fare dei sondaggi che confermano il peso elettorale del nuovo soggetto». Un sondaggio arriva subito: è quello Ipr-Porta a Porta, che dà un partito di D’Alema all’11%, con il Pd fermo al 22% mentre altri sondaggi arrivano, per D’Alema, persino fino al 14%.
Dopo le bordate del governatore pugliese Michele Emiliano, pronto alle «carte bollate» se Renzi non convocherà, subito, un congresso anticipato (la scadenza naturale è dicembre 2017, con convocazione delle assise non prima di giugno, come scandisce il presidente dell’Assemblea nazionale, Matteo Orfini, ma con gli ‘emiliani’ come Francesco Boccia che hanno già iniziato una raccolta di firme – serve il 5% degli iscritti al partito – per chiedere e ottenere, attraverso un voto dell’Assemblea, il congresso), torna a farsi sentire D’Alema.

È PARTITO l’accerchiamento, da dentro (i governatori Emiliano e Rossi, D’Alema, i colonnelli di Bersani, i big non renziani, da Franceschini a Orlando) come da fuori (Mattarella che vuole due leggi elettorali ‘realmente’ armoniche, la Consulta che deve ancora fornire le motivazioni alla sua sentenza, il Parlamento dei nominati che non vuole fare la fine dei tacchini a Natale, gli altri partiti, specie i piccoli, che temono il voto, etc) il Pd, per impedire a Renzi di: andare al voto; vincere o pareggiare le elezioni; tornare lui premier. Oppure, come dicono diversi parlamentari dem, «offrire al capo dello Stato, dopo il voto, una terna di premier diversi da lui, se Matteo avrà ‘non vinto’». I tre sarebbero, nell’ordine di gradimento dello stesso Renzi: lo stesso Gentiloni, Delrio e persino Franceschini. Oggi Renzi vedrà i suoi al Nazareno per fare il punto con la sua war room. E per mandare agli altri big il messaggio solito: ‘al voto, al voto’. Non foss’altro per indurre il più tentennante dei tre (Franceschini) a un «patto di non aggressione» che permetta a Renzi di ottenere le urne subito, e garantisca a Franceschini «almeno 40 capilista bloccati per i suoi fedelissimi». «Sennò, quelli, con le preferenze, non li elegge nessuno», mastica amaro un renziano che non vorrebbe ceder posti ai franceschiniani, figurarsi i bersaniani.

INSOMMA, i renziani hanno chiara, davanti a sé, la strada. Apertura (finta) agli altri partiti per cambiare la legge elettorale (“Noi proponiamo il Mattarellum, ma tanto ce lo bocciano, si sa”), chiusura della pratica dell’esplorazione con gli altri partiti in una/due settimane al massimo, Direzione del Pd, già convocata, per il 13 febbraio al fine di annunciare – magari con un Gentiloni seduto accanto a Renzi – «a questo punto non ci restano che le urne», voto anticipato ad aprile (difficile) o a giugno (possibile), dimissioni del premier perché «il Pd, partito di maggioranza relativa, ha detto stop». Nel frattempo, nessun congresso anticipato da ‘regalare’ agli avversari perché, come scrive Renzi nella Enews, «mi è stato chiesto di rispettare i tempi e le regole dello Statuto», quelle che lo prevedono a fine anno.

IL GUAIO, per Renzi e per i suoi, è che non solo si stanno muovendo tutti quelli che non vogliono andare a votare fuori dal Pd, ma anche «i pezzi da novanta» interni al Pd.
I governatori della Puglia (Emiliano) e della Toscana (Rossi), pezzi di correnti dem non ‘normalizzate’ da Renzi (ex ulivisti, popolari, cuperliani, Giovani Turchi fan del ministro Orlando) e, appunto, il «nuovo partito» capitanato da Massimo D’Alema. Non si chiamerà «Con-senso», come i comitati presentati dall’ex premier sabato scorso a Roma. Forse sarà, ancora, Pds ma in quanto «Partito della Sinistra», di certo ci sarà la parola ‘Sinistra’. Si tratta di un Frente Amplio che metterà insieme soggetti diversi. I comitati dei ‘professori’ del No vicini, durante la campagna referendaria, a giornali come Il Fatto e il manifesto. Gran parte, se non tutto, quel che resta di Sinistra italiana (una piccola parte di senatori e di sindaci, da Zedda a Doria, da Stefano ad Uras, senatori, se n’è già andata verso Pisapia): di certo il pezzo che afferisce al capogruppo alla Camera, Arturo Scotto, ma per forza di cose anche i vendoliani ‘movimentisti’ (Fratoianni) non potranno restare fuori dalla nuova orbita dalemiana di attrazione, un centro di gravità già diventato quasi permanente. E, ovviamente, la minoranza dem. I bersaniani hanno perso ogni speranza di ‘cambiare’, dall’interno, un partito che non riconoscono più né come la loro (ormai ex) ‘Ditta’.
Al di là delle parole, fino a ieri diplomatiche, che ancora usa Roberto Speranza, dai colonnelli bersaniani arrivano frasi di questo tenore: «Se Renzi vuole andare al voto senza congresso, non c’è più il Pd e noi andremo da qualche altra parte» (cioè D’Alema). O ancora: «Il Pd non è più la nostra casa, e presto ne trarremo le conseguenze». Pronti pure loro alla scissione. Tutti tranne Bersani, ancora silenzioso e pensoso, ma forse per poco.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 12 del Quotidiano Nazionale il 12 gennaio 2017

Rimini, bel suon d’amore. Renzi lancia la sfida del Pd al 40% e prepara i suoi a “ogni evenienza” come il voto ad aprile

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI  Assemblea nazionale amministratori locali Pd del 28/01/2017 In foto: Matteo Renzi

Renzi si tiene pronto ad ogni evenienza, compreso il voto ad aprile. “Puntiamo al 40%, la corsa sarà a tre”. Dal palco toni soft ma ai suoi prospetta la crisi lampo a febbraio.

Ettore Maria Colombo

DAL NOSTRO INVIATO  – RIMINI –

«NON IMPORTA la data del voto, prima o poi andremo a votare, solo se dichiarassimo guerra a qualcuno, e non penso sia il caso di farlo, verrebbero sospese le elezioni» scherza il segretario del Pd, Matteo Renzi, dal palco di Rimini dove ha riunito i mille amminitratori locali del Pd. «Il punto – ribadisce – non è la data delle elezioni, ma i programmi». Sì, certo, per carità, magari sarà così, però ai suoi – Gnassi, Ricci, Rosato, Ermini, Bonaccini, etc. – che poi si appartano con lui per circa un’altra ora, Renzi dà la carica. E spiega che «ora, ragazzi, dobbiamo concentrarci solo e soltanto sulla campagna elettorale».

MA ELEZIONI quando e con quale legge? «Con quella uscita dalla Consulta, non faremo in tempo a cambiarla, è impossibile», spiega il premier ai suoi, stavolta, però, nel retro palco. Elezioni anticipate a giugno, ovvio, con la data già scritta in rosso per l’11, è e resta la via maestra che Matteo Renzi ha scelto e ha ancora davanti a sé. Di certo mai e poi mai elezioni a febbraio sì, ma del 2018, quando «la legge di Stabilità lacrime e sangue 2017 sarà stata squadernata e i grillini ci avranno fatto a pezzi con il tormentone vitalizi», spiega l’ex premier ai suoi uomini. Ma alle brutte, e cioè se il «braccio di ferro» con l’Ue dovesse precipitare, facendosi slavina, e continueranno ad arrivare quelle «odiose letterine» sui conti, elezioni anticipate ad aprile e scioglimento delle Camere non oltre fine di febbraio.

Il che vorrebbe dire, però, crisi di governo lampo. Crisi di governo che «l’amico Paolo» (Gentiloni) sarebbe pronto ad avallare , ma che «l’amico Piercarlo» (Padoan) vorrebbe scongiurare. Certo, non sarebbe una via facile (anzi, tutt’altro), quella delle elezioni ad aprile, ma Renzi la sta prendendo in considerazione. «Non si è ancora rassegnato all’idea di non essere lui il premier che porterà l’Italia al G7 di Taormina», spiega un ministro che ieri era a Rimini. «Non guardare i sorrisi, i toni suadenti, la finta bonomia, l’ironia usata dal palco» – spiega un suo fedelissimo – e non guardare neppure al fatto che è un po’ ingrassato, anzi: guardaci. Matteo è tornato famelico, vuole tornare a combattere, alla gara per la premiership», anche se – spiega un altro renziano – in cambio del voto subito, della rivincita, Matteo sarebbe pronto a tutto, anche a cedere la guida del futuro governo, magari affidandola a uno dei suoi fedelissimi, tipo Graziano Delrio o lo stesso Gentiloni…».

INTANTO, il partito stesso – un partito che, insiste Renzi, deve e può puntare «al 40% dei voti», unico modo, dice «per evitare il caos, e a prendere il premio di maggioranza – è già, di fatto, un gabinetto di guerra permanente: l’11 febbraio mobilitazione dei circoli, il 13 febbraio la Direzione, poi altre iniziative ancora, quasi senza soluzione di continuità. Come ieri: la platea di amministratori che dovevano essere di 750 persone «e invece abbiamo dovuto aggiungere le sedie perché siamo almeno 1500», spiega, orgoglioso Matteo Ricci, sindaco di Pesaro. Amministratori locali che, guarda caso, sono tutti o quasi renziani mentre sia i franceschiniani (pochi, pochissimi, tipo Piero Martino) tirano fuori dubbi e i Giovani Turchi (Raciti, Verducci, invece, sono appena poco più convinti e pure compatti. Renziano di certo lo è, e di prima linea, Andrea Gnassi, il primo cittadino di Rimini che Renzi ieri vuole accanto a sé ogni passo e che chiede “un governo forte, serio, di durata e di legislatura altrimenti noi sindaci non ce la facciamo ad affrontare le emergenze”. O come Stefano Bonaccini, governatore emiliano, che fa venire giù la sala dagli applausi perché, rivolgendosi a D’Alema, quasi urla: «Non prendo lezioni da chi ora dice di voler ricostruire l’Ulivo quando è la stessa persona che lo ha picconato per anni, l’Ulivo!». Ecco, D’Alema: Renzi non gli risponde mai, non lo cita, si limita ad usare l’arma dell’ironia dicendo che «c’è gente che vive pensando sia io il problema, mando loro un forte abbraccio», ma sta cercando persino di dividere la minoranza di Speranza (ieri è venuto a Rimini con il solo fido Stumpo) da ‘Baffino’. I nostri avversari, spiega dal palco, «saranno solo due: Grillo e il centrodestra, vedremo se unito o diviso». Nessun altro, ecco. E infatti è al leader del M5S che riserva le parole più dure: «È inutile che dall’ultimo villaggio turistico alla moda in Africa, mi arriva lo spregiudicato-pregiudicato a dire che il problema è la povertà». Ecco, il Pd del 40% ha un solo vero avversario, davanti: Grillo e l’M5S, non Berlusconi o D’Alema.

NB: L’articolo è stato pubblicato domenica 29 gennaio 2017 sul Quotidiano Nazionale. 


“Dobbiamo rivoltare il Paese”. Renzi pronto a lanciare il ‘grillismo’ di sinistra. Oggi l’intervento dell’ex premier alla convention degli amministratori del Pd a Rimini. 

Ettore Maria Colombo – BOLOGNA –

DATA DEL VOTO anticipato? Tabella di marcia in vista delle elezioni? Disanima della legge elettorale? Analisi delle possibili alleanze del Pd, se farle ‘a destra’ con Alfano e i centristi o, meglio, ‘a sinistra’, con Pisapia e i suoi Progressisti che, ieri, se le sono date, reciprocamente, di santa ragione («Un incubo», per Pisapia, l’idea del ‘listone’ con Alfano, MA “UN INCUBO”, il ‘listone’, lo è pure per Alfano)? Macché, al massimo, a questi temi, farà dei rapidi, sapidi, accenni. Il discorso di Renzi, oggi, verterà su tutt’altro. Verterà sul Paese, «la nostra bella Italia», ma con un mood da ‘grillino di sinistra’ o, meglio, da anti-establishment italiano (il Palazzo) ed europeo (la Ue). E, infatti, eccoli i temi «veri, concreti» che Renzi toccherà oggi quando interverrà nel bel mezzo della kermesse del Pd.

L’UNIONE EUROPEA e la sua «miopia», le sue «letterine avvelenate». Le «storie concrete» (ambiente, sicurezza, sanità, investimenti, lavoro, welfare) dell’Italia «che lavora e che produce». «L’Italia che non ha paura» per parafrasare Francesco De Gregori. Le piccole storie di «uomini giusti» come Nedo, sopravvissuto ad Auschwitz: «questo è il suo nome, oggi vive a Milano», scriveva già ieri Renzi sul suo blog parlando dello scrittore ebreo italiano Nedo Fiano, padre del deputato democrat Emanuele. E, certo, un partito – il suo, il Pd – che «deve ripartire dai suoi circoli, dai suoi sindaci», cioè «dai territori» in un misto di local iper-connesso al glocal per «riportare il nostro Pd in mezzo alla gente normale». E, anche, un partito innervato (e, pure, ‘rinnovato’) dai «comitati per il Sì al referendum, una bella esperienza che non deve andare dispersa».

ALLA FINE, ma arriverà pure la stoccata para-grillina: «Dobbiamo formare una nuova classe dirigente, basta con le solite, vecchie, facce, basta con i litigi che il nostro popolo non vuole, con i bilancini delle correnti, largo ai giovani». Stoccata non da poco, e assai preoccupante, per la ‘Vieille Garde’, la Vecchia Guardia che alligna nel Pd e in quel Parlamento dove i parlamentari «pensano solo a come ottenere il vitalizio». Perché, appunto, le elezioni anticipate sono sempre più vicine e Renzi intende usare questa filosofia ‘rivoluzionaria’, da ‘Rottamatore 2.0’, anche per fare le liste elettorali.
Sarà questo il discorso che oggi pomeriggio Matteo Renzi terrà a Rimini dove è già in corso di svolgimento la «carica dei Mille», l’assemblea nazionale di mille amministratori locali. Si chiama «Città Italia-Energia locale», coordina il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, sul palco saliranno, in format da talk-show, sindaci, governatori, consiglieri comunali e regionali, parlamentari e ministri, da Delrio a Minniti, e forse sarà presente Gentiloni.

Ma tutti aspetteranno solo che prenda la parola – in pubblico, dopo due mesi di assenza – lui, Matteo Renzi, l’ex premier che ha perso la poltrona di palazzo Chigi, ma che conserva ancora quella di segretario. Una di quelle cariche che, di questi tempi in cui non si fa altro che parlare di elezioni anticipate, «vale oro».  Perché va bene la lirica, la poesia, la retorica, ma presto arriverà, nel Pd, sempre che a Renzi riesca l’azzardo di portare il Paese al voto, il tempo della prosa. Quello in cui bisognerà stendere le liste elettorali. E lì si capirà chi sono «i sommersi» e «i salvati», parafrasando Primo Levi. Ecco perché i big del Pd che non vorrebbero andare a votare (Franceschini, Orlando, etc.) si sono acconciati al peggio, e cioè a prendersi i seggi sicuri e votare, mentre i neo pasdaran non renziani del segretario (Orfini, Martina) alzano la voce e dicono – come ha detto ieri Orfini in un’intervista all’Huffington Post – che «ai partiti diamo dieci giorni al massimo per trovare un accordo sulla legge elettorale, altrimenti si va al voto a giugno». Gentiloni, da Lisbona, fa capire che è d’accordo, anche se con il suo, solito, felpato linguaggio («Le scelte del Parlamento dovranno essere prese con la necessaria sollecitudine») ma Renzi, i toni ‘felpati’, neppure sa cosa siano. E anche oggi, da Rimini, ne darà dimostrazione.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sabato 28 gennaio 2017 su Quotidiano Nazionale.

Renzi ha scelto: il ‘compagno Andrea’ all’Organizzazione. Chi è Andrea Rossi: reggiano, ex bersaniano, braccio destro di Bonaccini in Regione.

(ER) PD. ROSSI: IO IN NUOVA SEGRETERIA RENZI? NO COMMENT/FT (FOTO 1 di 1)

Andrea Rossi e Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, di cui è sottosegretario

Ettore Maria Colombo
ROMA
«NO COMMENT». Risponde così, Andrea Rossi (classe 1976, sposato, ‘casalgrandese’ da sempre, come si definisce nella sua stringata bio, cioè uomo radicato e orgoglioso della sua Casalgrande, paese del reggiano di cui è stato sindaco dieci anni, dal 2004 al 2014), il nuovo responsabile Organizzazione del Pd. Lo ha voluto direttamente e cocciutamente lo stesso Matteo Renzi contro le pressioni del ministro Martina (che voleva quella poltrona per sé) e le resistenze dell'”Apparato” (quello ex Dc-Ppi, però, in questo caso, che pure nel Pd c’è).
Chi conosce «il compagno Andrea» sa che la nomina è ben più di un gossip, ma sa anche che il ragazzo è fatto così: quadrato e riservato. Ergo, fino all’ufficializzazione della notizia (anche qui Renzi ha deciso che la nuova Segreteria, con relativo ‘rimpasto’ di cui si parla da settimane, diventerà ufficiale sabato 21 gennaio quando il Pd mobiliterà tutti i suoi circoli), da Rossi non uscirà una ‘ah’. Nato, politicamente, nei Ds (anche perché nel 1991, quando venne sciolto il Pci, aveva 15 anni…), partito dove si è fatto le ossa, poi entrato nel Pd (oggi è membro della Direzione Nazionale e della Direzione provinciale di Reggio-Emilia), Rossi è quello che, una volta, ai tempi del Pci, veniva definito il perfetto «uomo macchina».
Infatti, sia da bersaniano prima («di ferro») che da renziano poi (altrettanto «di ferro»), Rossi quello fa e sa fare: organizza. Il suo paese natìo, la sua provincia (Reggio), la sua regione. E non è un caso che l’attuale governatore, Bonaccini – a sua volta ex bersaniano diventato renziano – una volta che lo scoprì, tanti anni fa, poi se l’è portato dietro ovunque fino alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, di cui Rossi è oggi sottosegretario.

MA LA SCINTILLA tra il Rottamatore fiorentino e il casalgrandese come e dove è nata? Rossi appoggia Bersani contro Renzi alle primarie 2012, poi arrivano le Politiche 2013, Bersani ‘non vince’, Rossi ci pensa su e scrive una lettera aperta: «Forse è il caso di ripartire da zero>, il che però vuol dire, per Rossi, <<da Renzi». E così quando Renzi si candida alle primarie del 2013 contro Cuperlo parte da due Feste dell’Unità che sono due topos dell’iconografia post-Pci: Bosco Albergati (Modena) e Villalunga-Casalgrande (Reggio). E a ‘organizzare’ il trionfo di Matteo nell’Emilia-Romagna ancora «rossa» è lui, il «compagno Andrea». Renzi, folgorato dalle sue capacità, lo chiama nel comitato nazionale a Firenze e Rossi entra in rapporto con Luca Lotti, che se lo porta pure a Roma.
Poi la candidatura in Regione, l’elezione, il lavoro con un Bonaccini che oggi può giustamente rivendicare di averlo ‘scoperto’ lui, al Rossi. E un rapporto con ‘Matteo’ che passa anche per gli sfottò e sul calcio: Rossi è tifosissimo della Juve, Renzi della ‘Viola’, i due si scambiano sms ‘anche’ sul campionato, oltre che, ovviamente, sulla politica…
Certo, la nomina di Rossi non è ancora ufficiale. Dal suo entourage, per sdrammatizzare, rispondono con un battuta: «stiamo costruendo la Segreteria, che per Statuto ha 15 membri, mica la Direzione, che ne conta duecento…». Come a dire: “Chi entra Papa, in un conclave, esce cardinale…”. Ergo, qualcuno resterà fuori per forza, dalla Segreteria.

In effetti, qualche problema è sorto, lungo la strada. Renzi doveva formalizzare la nuova Segreteria nazionale oggi, ma è slittato tutto al 21. I motivi? Una rinuncia eccellente (lo scrittore Carofiglio), le perplessità di alcuni sindaci (Bonajuto), i soliti appetiti delle correnti che stanno col segretario, ma urlano «vogliamo di più» (Area dem, l’area Martina, i Giovani Turchi). E la preoccupazione di Guerini – che cederà volentieri l’Organizzazione a Rossi perché impegnatissimo sul fronte politico nazionale e perché la riteneva, da tempo, «troppo gravosa» – e Serracchiani di riuscire a «compensarle» tutte.

Infatti, la nuova segreteria del Pd – composta per Statuto da 15 membri più Renzi e due vice, Guerini e Serracchiani – vede varie new entry, molte uscite, poche conferme.
Entrano di sicuro Nannicini (Economia), Fassino (Esteri) e l’emiliano Andrea Rossi (all’Organizzazione). In forse, nelle ultime ore, alcuni innesti che parevano sicuri dello scrittore Gianrico Carofiglio e di uno dei due sindaci del Sud cui Renzi aveva chiesto una mano (Falcomatà di Reggio Calabria e Ciro Bonajuto di Ercolano) mentre è sicuro l’arrivo di Mattia Palazzi, sindaco di Mantova. Escono ben quattro donne (Paris, Capozzolo, Covello, Braga), giudicate «inesistenti» da Renzi, e una, Campana, coinvolta in Mafia Capitale, Amendola e Tonini, invece, per altri impegni istituzionali sopraggiunti. Resistono in sei: Ermini (Giustizia), Fiano (riforme), De Maria (Formazione, area Cuperlo), Ricci (Enti locali), Puglisi (Scuola), Taddei (lavoro). I renziani Carbone e Bonaccorsi pure in forse.

MORALE: Renzi – che, in realtà, ha in testa molto altro (la data del voto, la legge elettorale, etc.), ma che ha anche capito, stavolta, che senza un vero e pieno rilancio del partito non va da nessuna parte – si è preso un paio di giorni in più per riflettere. La Segreteria sarà varata solo venerdì. Oggi, mercoledì, al Nazareno, si vedranno i segretari regionali e provinciali, convocati dai due vicesegretari, Guerini e Serracchiani, per fare il punto e coordinare le tante iniziative incombenti: il 21 gennaio mobilitazione dei circoli dem; il 27-28 gennaio, a Rimini, conferenza di tutti gli amministratori locali e rentreé pubblica del leader, il 4 febbraio iniziativa sull’Europa. Tutti appuntamenti, tranne quello del 27-28 gennaio, quando parlerà dal palco, in cui Renzi ha deciso di adottare, d’ora in poi, il «modello Young Pope»: farsi vedere poco e far crescere l’attesa è l’idea (chissà se piacerà).
Una cosa è certa: spetterà al «compagno Andrea» raccogliere, intorno al ‘giovane leader’, nuove e fresche folle plaudenti. Non sarà facile, ma il compagno Andrea ha spalle larghe.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 18 gennaio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)