Banca Etruria, alta tensione sull’audizione di Ghizzoni in commissione Banche. Sullo sfondo, resta il caso Boschi

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

NB: E’ notizia arrivata solo stamane, con un post del capogruppo del Pd, Orfini, che i membri democrat in commissione Banche “non si opporranno” all’audizione dell’ex ad di Unicredit, Ghizzoni in merito al caso Banca Etruria che coinvolge Pierluigi Boschi. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L’ ufficio di presidenza (Casini, presidente, Mauro Marino, Pd, e Renato Brunetta, FI) della commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche ieri ha fatto ‘muro’ per oltre due ore nel negare, almeno per ora, ai 5Stelle l’audizione dell’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni. La decisione finale verrà presa stasera, in una nuova seduta, ma dovrebbe restar tale. Casini potrebbe però mettere la questione ai voti, ma con solo M5S a chiederlo, il ‘no’ degli altri farà la differenza. Certo, il Nazareno prova a far sapere che “noi non faremo muro contro la richiesta di ascoltare Ghizzoni”, ma il muro lo fanno eccome. Secondo un esponente renziano della Commissione, “a me di Ghizzoni non mi frega nulla. Io voglio sapere cosa è successo nel fallito salvataggio di tante banche e di tanti risparmiatori, non solo di Banca Etruria”. Inoltre, sempre dai senatori dem, filtra la posizione ancora più dura: “Saremmo stupiti, preoccupati e imbarazzati se Casini accettasse la richiesta di audire l’ex ad di Unicredit”. Insomma, un niet bello e buono, anche se il capogruppo dem in commissione, Matteo Orfini, fa filtrare un sibillino “noi non abbiamo nulla in contrario, deciderà Casini…”. Del resto è stato lo stesso Renzi a ‘ispirare’ e ‘incitare’ la Boschi a difendersi pubblicamente, l’altro giorno, con ben due post su Facebook e in soccorso della ex ministra sono subito accorsi diversi renziani d’ordinanza e di prima fascia: Bonifazi, Marcucci, etc.

Certo è che la battaglia, già ieri sera, in ufficio di presidenza è stata sfinente. I grillini ci hanno provato in tutti i modi di mettere il Pd sulla graticola. Di Maio è andato in tv a parlare delle “enormi responsabilità di Boschi e Renzi”. Di Battista ha dato a Casini del “venduto” (al Pd) per un seggio, poi taccia di “spirito nazarenico” Forza Italia. Il capogruppo azzurro Renato Brunetta replica a ‘Dibba’ per le rime, offrendosi anche di dargli “lezioni di opposizione”. Si è visto pure il consueto teatro: fuori la sede della commissione, una rappresentanza di trenta parlamentari 5Stelle improvvisa un ‘simpatico’ e ‘colorito’ sit-in di protesta ad uso e consumo delle telecamere.

La commissione, intanto, prova a lavorare comunque. Casini oggi, nel nuovo ufficio di presidenza convocato per le 18 a palazzo Madama, proporrà due “pacchetti” di audizioni ai commissari. Il primo comprende richieste di audizioni già decise in un calendario molto fitto e che si chiuderà con i fuochi di artificio: Barbagallo (BankItalia), Apponi (Consob), Vegas (Consob) il 14 dicembre, il ministro Padoan il 19 – che ieri ha confermato che verrà ascoltato – e il 15 il governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Poi, il secondo ‘pacchetto’ con le proposte di tutti i gruppi: qui i 5Stelle (e SI) chiederanno di ascoltare Ghizzoni, ma anche Consoli, Zonin e altri esponenti e ad delle banche. Ma se si considera – fa notare il senatore dem renziano Del Barba – che “appena Mattarella scioglierà le Camere non potremo più fare audizioni, ma solo la relazione finale” si capisce che i dem hanno eretto un muro: niente Ghizzoni. Sempre i 5Stelle (richiesta appoggiata dal deputato di SI Paglia) chiedono pure l’audizione del presidente della Bce, Mario Draghi, e di Jean-Claude Trichet, ex capo del board della Bce. In questo caso, però nessuno ha dubbi: richieste tutte respinte.

Ma è su Ghizzoni che si gioca il braccio di ferro. Secondo Ferruccio de Bortoli, gli avrebbe raccontato delle “indebite pressioni” ricevute dalla Boschi per ‘salvare’ Banca Etruria. La Boschi ha querelato, ma solo l’altro ieri, de Bortoli, e in sede civile, non penale. E proprio la ormai certa ‘chiamata’ di Ghizzoni in sede processuale sarebbe la via di fuga del Pd. “Io chiesi di sentire Mussari (a capo di Mps, ndr.) – spiega Giovanni Paglia (SI) – ma mi fu negato perché un indagato o imputato non può venire a testimoniare da noi in commissione”. Ma Ghizzoni, nel processo Boschi-de Bortoli è ‘solo’, almeno per ora, un testimone. Casini prenderà la decisione finale.

NB: l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale del 6 dicembre 2017 a pagina 8

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Renzi chiude il Lingotto: “il Pd fa da solo” e torna la vocazione maggioritaria. Caso Lotti: “il garantismo vale per tutti”

di ETTORE MARIA COLOMBO – TORINO
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini alla Direzione del Pd

1. Renzi chiude il Lingotto: “Gli scissionisti non ci distruggeranno, altri neppure”. 
«OGGETTIVAMENTE c’è stato, nelle scorse settimane, il tentativo di distruggere il Pd, approfittando della debolezza di una leadership, la mia. Ma questa comunità non si rompe». Matteo Renzi inizia così il discorso di chiusura della tre giorni del Lingotto. Parole che riecheggiano quelle, dette giorni fa, dal presidente del Pd Matteo Orfini. Certo, Renzi assicurerà poi, nel backstage, che «ce l’avevo con gli scissionisti, non fatevi venire strani pensieri», ma molti pensano, appunto, all’azione della magistratura, ai Poteri forti già messi all’indice da Orfini, ai ‘giornaloni’ come li chiamava, con disprezzo, Bettino Craxi, ai circoli della ‘buona’ (o ‘cattiva’?) finanza e ai loro salotti. Per non dire dei gufi di Bruxelles.MA LA DENUNCIA del ‘compluttuni’ e pure la polemica sulla giustizia è solo un attimo del discorso finale di Renzi. Il «Maradona del Pd», come lo chiama il suo antico mentore Delrio, è assai soddisfatto. Evoca l’unità del partito, «una comunità solida» e, soprattutto, non si aspettava così tanta gente, almeno cinquemila persone, il calore dei militanti per un leader ‘ammaccato’ persino negli affetti più cari. E gli endorsement – di cui oggi, ha bisogno come il pane – anche ingombranti, di personalità come Fassino e Chiamparino, dei filosofi ex Pci Vacca e De Giovanni, dei molti ministri che ne hanno sposato la linea dal palco. Si va da Minniti alla Madia, dalla Fedeli alla Pinotti fino al sempiterno poco convinto Franceschini. Lo dimostra, ovviamente, la presenza – in teoria silente, in pratica eloquente – di Paolo Gentiloni. Arriva al Lingotto e subito twitta, ascolta Renzi e applaude convinto, alla fine sale pure sul palco, sorride e l’ex inquilino di casa sua (palazzo Chigi) gli dice «Benvenuto a casa tua, Paolo», intendendo per ‘casa’ il Pd.
Insomma, alla fine della tre giorni di un Lingotto ereditato da un Walter Veltroni a lungo bistrattato ma che ora tutti rimpiangono, Renzi riesce a far passare il risultato, nient’affatto scontato che la narrazione del Pd sta per passare dall’Io (il suo, ipertrofico) al Noi (il partito, la comunità, il popolo, etc). Ed è riuscito pure a far vedere che esiste una nuova generazione di dirigenti democrat che s’è messa al suo fianco (Martina, certo, il numero due, poi gli emiliani, i piemontesi, etc.), nella battaglia congressuale all’ultimo sangue che sta per aprirsi. Nel suo discorso Renzi non offre mai spunti eclatanti: attacca, senza mai nominarli, Massimo D’Alema («la Xylella dell’Ulivo che lo ha distrutto») e «l’amarcord da macchietta» degli scissionisti, quelli “pugno chiuso e bandiera rossa” (Bersani), fa la lezione sul che cosa vuol dire essere di sinistra (elogio in simultanea a Marchionne e al prete del Cottolengo, don Andrea) e definisce il Pd «una forza tranquilla» che mira al bene del Paese. La definizione, ripresa da Leon Blum, è di Mitterrand, colui che distrusse la sinistra comunista in Francia facendo vincere il Psf e rendendolo egemone.

RENZI, di alleanze, a sinistra o destra, per ora non si cura, punta a un partito ‘pigliatutto’ e dice che «la nostra prima alleanza è con i cittadini che credono in noi». E così è al vicesegretario, Lorenzo Guerini, comparso al Lingotto solo l’ultimo giorno, che tocca una frase assai tranchant che riporta i piedi di tutti per terra: «Non sappiamo con quale legge elettorale andremo a votare, ci vorrà tempo per farla, parlare di alleanze è prematuro. Noi ci vogliamo alleare con i 13 milioni di italiani che hanno votato sì al referendum». Frase che è una pietra tombale, almeno per ora, sul tema delle alleanze, quelle a sinistra.

2. GARANTISMO PER TUTTI. MA LUCA LOTTI RESTA NEL BACKSTAGE IN DISPARTE

e. m. c. – TORINO
«UN GRANDE abbraccio di solidarietà a…». Matteo Renzi, da attore consumato, sospende la frase a mezz’aria mentre sta infiammando la platea del Lingotto su un tema ormai vitale, per il Pd, la ‘giustizia giusta’ come la definirono i Radicali. Tutti si aspettavano che l’ex premier citasse due drammi interni al Pd vissuti da due campani presenti ieri al Lingotto: il giovane militante dem Tommaso Nugnes, figlio di un ex assessore della giunta Iervolino che si uccise in seguito all’eco mediatica di un’inchiesta che coinvolgeva Alfredo Romeo (poi assolto), e il deputato e dirigente dem Stefano Graziano, uscito pulito da accuse gravissime, di collusione con la camorra. Invece Renzi, tra lo stupore della sala, cita solo il sindaco di Roma, Virginia Raggi: è stata indagata – dice – e noi siamo al suo fianco, il garantismo vale per tutti». Boato. La frase a sorpresa sottende una battaglia campale.
«Il Pd – prosegue Renzi – fa alleanze su legalità e giustizia, ma la giustizia giusta c’è chi la confonde col giustizialismo. Ogni cittadino è innocente fino al terzo grado di giudizio!». Renzi quasi urla, la platea si spella le mani, il leader ripete come un mantra la parola abbraccio e il pensiero di tutti corre al caso che aleggia da settimane, sul capo del leader e di tutto il Pd. Quel caso Consip che ha visto babbo Renzi finire triturato in una bolla più mediatica che giudiziaria e l’amico fraterno, il ministro Luca Lotti, che mercoledì si dovrà difendere nell’Aula del Senato dove i pentastellati ne chiederanno le dimissioni.‘LAMPADINA’ (il soprannome di Lotti, ndr) sul palco del Lingotto non è salito per la foto opportunity finale (a onor del vero, neppure alle Leopolde lo faceva: lui è fatto così, schivo), ma alla fine del discorso di Renzi è nel retropalco, cercato da tutti. La processione di solidarietà sa di ‘bacio della pantofola’ e coinvolge parlamentari (le deputate e senatrici Ascani, Morani, De Giorgis, etc.), big di peso (il ministro Franceschini), amici di una vita, prima ancora che compagni di partito (il tesoriere dem Bonifazi).
ABBIGLIAMENTO casual, il ministro dello Sport si schernisce. Il Lingotto? «Bellissimo». Perché è venuto qui solo oggi? «Seri problemi familiari». Il discorso di autodifesa al Senato? «Lo sto preparando, certo!», frasi secche, tirate. Poi, via Twitter, ringrazia «il popolo del Lingotto» ed esce. In attesa di mercoledì.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 13 marzo 2017 a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale.

L’intervista. Primarie Pd. Parla Andrea Orlando: “Se corro per arrivare terzo? No, corro per vincere”.

L’INTERVISTA. PARLA ORLANDO: IL MINISTRO DEM CHE CORRE VERSO LE PRIMARIE
Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri

Ettore Maria Colombo – ROMA
ORLANDO, ma lei corre per partecipare e arrivare terzo? «No, mi dispiace, corro per vincere». Il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, ci riceve nel suo studio di via Arenula: dopo un lungo e austero corridoio, dove si vedono i ritratti di tutti gli ex Guardasigilli, si entra in un ufficio grande come una piazza d’armi dove ci sono ben tre scrivanie. Una era di Palmiro Togliatti: tenuta come una reliquia, non ci si siede nessuno, manco il ministro. Parla il ‘compagno’ Andrea, ex Pci-Pds-Ds: corre per diventare segretario del Pd, sembra Davide contro Golia e neppure si sa, ormai, se Golia è più Renzi o più Emiliano.
Ministro, con questo bell’ufficio, un bell’incarico, c’è pure la scrivania di Togliatti…
Ma chi glielo ha fatto fare di candidarsi per fare il segretario?
«Ho visto a rischio il mio partito e il progetto politico su cui ho investito le mie energie per dieci anni e su cui hanno investito le loro speranze migliaia di iscritti ed elettori».
I renziani più maligni già ridono: arriva terzo, farà la fine di Cuperlo…
«Cuperlo ha fatto una battaglia importante per tutto il Pd e oggi è un punto di riferimento. Quando si comincia una battaglia non ci si chiede come finirà, ma se è giusto o no farla. È giusto, credo di avere ragione, credo di vincere».
Parliamo degli avversari. Emiliano non sta esagerando nei toni polemici? E un ex pm, sia pure in aspettativa, può fare il segretario dem?
«Su quest’ultima valutazione mi astengo per più ragioni. Sul piano politico, Emiliano compie un errore. Io mi sono candidato perché temo che il congresso non sia la risposta giusta per le domande venute fuori dalla sconfitta al referendum, ma non credo sia giusto chiamare ai gazebo tutti quelli che ce l’hanno con Renzi: forse si raggranellano un po’ di voti, ma non c’è alcun progetto politico dietro».
E Renzi come pensa di batterlo? La macchina del partito, compresi gli ex Ds, è con lui.
«Rivolgendomi ai militanti, agli iscritti e agli elettori del Pd e chiedendo loro non un voto contro Renzi, ma per un’altra proposta politica che consenta di rimettere al centro il tema dell’eguaglianza sociale e di costruire un partito da vivere meglio e dove possano convivere idee diverse. Dove si possa tornare anche un po’ a divertirsi, nel fare politica».
In quale stato versa oggi il Pd? Comatoso?
«Il mio principale rammarico non sono le sconfitte subite, ma che a ogni sconfitta non sia mai seguita una riflessione. Se non dai una lettura alle sconfitte rischiano di ripetersi».
Perché dice che, se vince, non sarà segretario e, insieme, candidato premier?
«Il segretario di partito, in un quadro di legge elettorale pienamente proporzionale verso cui ci ha sospinto purtroppo la sconfitta referendaria, diventa l’elemento di raccordo tra una forza politica e l’azione di governo. Questo rende, oggi, difficilmente sovrapponibili le due figure, al di là di quanto scriveremo nel nostro Statuto. Al Pd serve qualcuno che vi si dedichi, e a tempo pieno».
Ecco, la legge elettorale. Come sarà, se mai sarà?
«Io credo che si debba mantenere, per quanto possibile, un premio per la governabilità, ma pare che la cosa non sia più così scontata. Di certo, non si tornerà più al sistema elettorale iper-maggioritario del passato».
Fino a quando può e deve durare il governo Gentiloni?
«Fino a quando non sarà pienamente efficace e operativa la legge di contrasto alla povertà. Ci sono molte cose che si possono fare, nei prossimi mesi, ma la più importante è dare un segnale in direzione della lotta alle diseguaglianze».
Lei ha parlato di lanciare una Bad Godesberg, per il Pd, ma la Spd lì svoltò a destra…
«Con Bad Godesberg intendo dire creare un’occasione di riposizionamento strategico del Pd. Avrei potuto dire Epinay… Il punto è avere un momento in cui si discute di quale futuro e destino deve avere il Pd. Avevo chiesto a Renzi di convocare la conferenza programmatica. Se avesse accettato, oggi, forse, non faremmo un congresso che ci renderà più difficile parlare al Paese».
La accusano di voler ricostruire il Pci-Pds-Ds…
«Io non voglio fare la sinistra del Pd, ma ‘il’ Pd. Mi rivolgo a tutte le sue aree, a culture politiche tra loro assai diverse che hanno costruito la loro casa comune e che, oggi, sono l’unico argine alle destre, sempre più pericolose».
Mettiamo che, per la sorte, lei diventa segretario: quale la prima mossa?
«Un patto con gli altri candidati per aprire una fase nuova nella vita del Pd, concentrando tutte le nostre energie nella lotta alle diseguaglianze, riportando le nostre idee tra la gente, nelle scuole, nei luoghi di lavoro».
Per D’Alema ‘Orlando non ha avuto il coraggio di seguirci, d’altronde so’ ragazzi…’.
«Non è questione di coraggio. Non faccio una cosa di cui non sono convinto, tantomeno le scissioni. Peraltro, D’Alema sa meglio di me come di solito vanno a finire. La sigla Dp mi fa tornare giovane. Io sono per il dialogo, purtroppo le scissioni quasi mai realizzano i loro scopi».
NB: L’intervista è stata pubblicata a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il I marzo 2017

L’intervista. Claudio #Velardi: “#Boschi segretario e basta primarie. Caro Matteo, per vincere devi lasciare la guida del #Pd e pensare solo al governo”

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA –

Claudio Velardi ha 60 anni, è napoletano, ha passato una prima vita nel Pci-Pds-Ds, una seconda come editore del quotidiano Il Riformista, e una terza, l’attuale, come lobbysta, fondatore della società Reti ed esperto di comunicazione che oggi insegna all’Università di Roma. Nel mezzo, l’esperienza a palazzo Chigi nello staff di Massimo D’Alema: con Latorre, Minniti e Cuperlo, il solo coi capelli, erano, appunto, detti «i Lothar di D’Alema».

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Partiamo dal «pasticciaccio brutto» che riguarda De Luca.
«No, partiamo dallo scontro tra politica e magistratura che dura da 23 anni, cioè dal 1992. La legge Severino ne è l’ultimo epigono. Doveva servire a togliere di mezzo Berlusconi e invece lui è li, vivo e vegeto. Ora serve solo per reprimere i reati veniali o minori degli amministratori locali. Intanto, la corruzione fa il suo corso perché non si combatte con più leggi, ma meno leggi e più mercato».

Renzi non ha fatto errori?
«L’errore di Renzi è continuare a voler fare le primarie, strumento estraneo alla tradizione politica italiana e regolato da convenienze momentanee. Il risultato è De Luca. Ora il re è nudo. Un leader populista come lui, per quanto bravo amministratore e uomo energico, che si è sempre candidato contro il Pd, che usa i partiti come taxi, ma vince le primarie, poi le elezioni, si eleggere ed entra è in contrasto con una legge inservibile che va cambiata. Renzi dovrebbe combattere la deriva giustizialista del nostro Paese e fare la guerra alla magistratura che la fa alla politica. Contrastando anche i pruriti di un’opinione pubblica forcaiola e guardona e rimettendo in sesto un sistema politico oggi sbrindellato.

E le primarie? Vanno abolite?
«Dovrebbero restare solo per la contesa della premiership del Paese, magari per scegliere i sindaci, per il resto sono assurde e incoerenti. La classe dirigente va selezionata dall’alto, non dal basso: così fa un vero partito politico».

Com’è messo oggi, il Pd?
«A Napoli e in Campania, come a Torino e in Piemonte o altrove, semplicemente il Pd non esiste. E’ un partito diviso e lacerato, in mano ai vari potentati locali. Renzi dovrebbe smettere di fare, oltre che il premier, anche il segretario del Pd e promuovere, attraverso un congresso, Maria Elena Boschi a segretario del Pd, la personalità più forte e più autorevole che ha. Così, con un bel congresso, mette a tacere anche la sinistra interna, che nel Paese non conta più nulla. Mica si può continuare a mandare Guerini, a Napoli o altrove, per risolvere la grana De Luca o altre: manca lo standing, a lui come altri. I leader considerano sempre il loro partito come una palla al piede: così fu per D’Alema, per Veltroni, per Berlusconi e ora per Renzi, ma il premier deve capire che gli serve un Pd forte e strutturato».

Però, in questa fase, premier e governo vivono una fase di appannamento.
«La prima fase della rottamazione è finita, la seconda fase, quella delle riforme, è in corso, ma la resistenza dei corporativismi, è forte. Ora serve la terza fase: dare respiro all’azione di governo e partito».

C’è o no un “complotto” dei giudici contro l’azione del governo?
«Non c’è nessun complotto, ma una guerra tra poteri che dura da vent’anni, tra la magistratura che vuole tenere sotto ricatto la politica con la complicità dei media, che tifano sempre per l’instabilità. Renzi ha provato a sfidare i giudici e loro, i giudici, ora vogliono fargliela pagare anche se, finora, gli ha solo messo in mora le ferie…».

Ce la farà, il premier Renzi, per cui tifi?
In una situazione complicata come quella attuale l’unica cosa certa è che nessuno è in grado di mettere in campo una vera alternativa e che tutti hanno paura delle elezioni. I poteri forti e corporativi vogliono tenerlo sotto scacco, dargli fastidio, ma non destituirlo. Il governo Renzi non ha alternative.

NB. Questo articolo è stato pubblicato lunedì 29 giugno 2015 a pagina 13