No del Quirinale a M5S (“Niente elezioni in estate”) e a Salvini (“Niente governi di minoranza”). Restano in piedi un “governo di tregua” o le urne a ottobre

NB: Qui di seguito trovate due articoli sulle mosse del presidente della Repubblica rispetto alla difficile crisi di governo che si è aperta da due mesi. Le possibilità: governo di scopo (o istituzionale) oppure urne a ottobre, ma in ogni caso niente elezioni a giugno. Invece, per approfondimenti, spunti e analisi sulla crisi di governo rimando alla sezione del mio blog intitolata “Dizionario della crisi di governo” dove ogni particolare è spiegato voce per voce. 

Il link al mio articolo di oggi, Primo Maggio 2018, x @quotidiano.net sul ruolo del Presidente Mattarella nella difficile crisi di governo del Paese.

https://www.quotidiano.net/politica/governo-ultime-notizie-1.3881939/amp?__twitter_impression=true

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

 

  1. Mattarella: no al voto anticipato a giugno. “Governo di scopo” o urne a ottobre. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Niente elezioni anticipate a giugno, il punto fermo, da cui non si prescinde e da cui il Capo dello Stato non defletterà. Per il resto, solo “riflessione e ascolto”, verso le posizioni delle forze politiche, non senza una punta di irritazione. Infatti, Mattarella, conferendo al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo per verificare, sul lato M5S- Pd, la possibilità di fare un governo, si attendeva e chiedeva “novità pubbliche, esplicite e significative”. Era già rimasto scottato dal mai nato (ma tanto a lungo ventilato e agitato) dialogo tra il centrodestra e i 5Stelle cui, tra due giri di consultazioni e un mandato esplorativo alla Casellati, presidente del Senato, il Capo dello Stato aveva concesso ben 20 giorni di tempo, spesi inutilmente. Ma le novità che sono arrivate dal Pd con l’intervento pubblico di Renzi sono state tutte negative: aspettare la Direzione del Pd è pleonastico, ma Mattarella la aspetterà in ogni caso per una forma di rispetto al Pd. Oggi, per la Festa del Lavoro, Primo Maggio, Mattarella terrà un discorso pubblico, sì, ma ristretto al dolente tema delle ‘morti bianche’, poi rifletterà ancora. Eppure, il Capo dello Stato, stanco di tanti, troppi, atteggiamenti e dichiarazioni “elettoralistiche”, credeva che, dopo le elezioni in Friuli e soprattutto dopo ben 40 giorni di crisi, i partiti formulassero proposte “chiare e responsabili”. Ma, proprio ieri, il leader dell’M5S, Di Maio, è arrivato a chiedere, pubblicamente, le urne anticipate a giugno. Una richiesta che, certamente, è ‘pesante’, ma che, per ora, non è sorretta da Matteo Salvini, il quale fa invece sapere di stare lavorando “a un governo senza il Pd, ma non per il voto anticipato”. Salvini, cioè, chiederebbe al Colle di avallare la nascita di un governo di centrodestra ma sotto forma di governo di minoranza. Ipotesi, già avanzata da Berlusconi per conto del centrodestra, che il Colle giudica però irrealistica e infattibile.

Quali le strade da percorrere, dunque, per Mattarella? La prima è: niente elezioni anticipate, né giugno né tantomeno a luglio. Per votare il 24 giugno la finestra elettorale si chiude il 9 maggio, ma in realtà è già chiusa. I tradizionali 45/70 giorni per indire i comizi elettorali, come prevede la Costituzione, vanno integrati con le norme applicative per il voto degli italiani all’estero cui servono 60 giorni pieni. Dunque, resterebbe luglio, ipotesi che, solo nel sentirla, al Quirinale allargano ironici le braccia: “semplicemente non esiste”.

La seconda strada è doppia. O un “governo di tregua”, più che “del Presidente”, sorretto da tutti i partiti e guidato da un giurista (il presidente della Consulta Lattanzi o Cassese) che traghetti il Paese oltre la necessaria approvazione della Legge Finanziaria (la sessione di bilancio inizia il 15 ottobre e, da quel giorno in poi, andare a votare “è follia”) e che riesca a scrivere una nuova legge elettorale o modifichi, quantomeno, quella attuale, il Rosatellum, introducendo il premio di maggioranza (alla lista o alla coalizione?). Un governo con un mandato che, di fatto, scavallerebbe il 2018 e permetterebbe all’Italia di non votare prima del 2019 inoltrato, forse con le elezioni europee che si terranno il 24 maggio 2019. Oppure un governo ‘elettorale’, di breve se non brevissima durata, per tornare al voto entro fine settembre (e non dopo, causa, appunto, l’arrivo della Legge di Stabilità in Parlamento) senza che, a meno di miracoli, sia stata cambiata neppure la legge elettorale. Una soluzione, quest’ultima, minimale quanto drammatica, ma che un Colle riluttante si potrebbe trovare a percorrere. In ogni caso, la strada di tenere in vita il governo Gentiloni, oggi in carica per il disbrigo degli affari correnti, non viene contemplata, al Colle: troppe le resistenze e le opposizioni dei partiti che hanno vinto le elezioni di fronte a un’ipotesi del genere, oltre alla riluttanza di Gentiloni di restare in sella. Quindi, se proprio le cose dovessero andare male, sarebbe un nuovo governo, di qualsiasi genere e comunque formato, a diventare l’esecutivo che porterebbe il Paese a urne anticipate e sarebbe questo il governo in carica per il disbrigo degli affari correnti, anche se probabilmente si tratterebbe di un governo di minoranza. 

NB: L’articolo è stato pubblicato il I maggio 2018 sul Quotidiano Nazionale a pag. 2. 


 

2. Il Colle è preoccupato. La strada delle elezioni anticipate si fa sempre più vicina. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Al Quirinale, oltre che la pazienza, stanno iniziando a perdere anche la speranza. La carta che il Capo dello Stato si era prefisso di non voler giocare mai, quella delle elezioni anticipate, torna prepotentemente sul tavolo. Naturalmente, le urne non si aprirebbero a metà giugno, quando voteranno centinaia di importanti comuni italiani. La finestra elettorale per votare a giugno sta per chiudersi, ora, tra il 2 e il 10 maggio (servono tra i 45 e i 70 giorni per convocare i comizi elettorali), ma ottobre o, meglio, fine settembre (per permettere al nuovo governo di approntare la manovra economica) è già un mese cerchiato in rosso. Certo, è l’extrema ratio, ma il Colle non può che registrare che progressi, allo stato, non ce ne sono, nelle trattative in corso tra i partiti. Vero è che quando, ieri pomeriggio, il presidente ‘esploratore’, Roberto Fico, ha riferito a Mattarella lo stato delle sue esplorazioni sul versante M5S-Pd si è detto ottimista: “Tra M5S e Pd il dialogo è avviato. In questi giorni – ha spiegato – ci sarà un dialogo in seno alle due forze politiche, aspettando la direzione del Pd della settimana prossima. Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto esito positivo ed è concluso” ha detto. Ma Mattarella conosce bene la ‘galassia’ dem, spifferi e correnti incluse: sa che, se Renzi si mette di traverso, ha i numeri dalla sua e che la Direzione del Pd, si concluda o meno con una spaccatura, il dialogo ha il destino segnato. Certo, Mattarella pazienterà almeno un’altra settimana. Alla Casellati e al tentativo di mettere insieme centrodestra e M5S ha dato 20 giorni di tempo, ne concederà altri sette al Pd.

In più, domenica ci sono le elezioni regionali in Friuli e il risultato potrebbe riaprire una riflessione nel centro-destra. Matteo Salvini – che ieri ha detto che “l’Italia è prigioniera dei litigi del Pd e delle ambizioni dei 5Stelle” – non ha mai chiuso la porta all’M5S e al Colle hanno registrato con attenzione questo passaggio. Invece Silvio Berlusconi è sicuro che “il dialogo Pd- M5S sarà del tutto infruttuoso”.

Con la Direzione dem fissata per mercoledì 3 maggio (e qui il Capo dello Stato avrebbe auspicato di certo una data più vicina), sarà giovedì 4 maggio il giorno in cui il Colle tirerà le somme di due tentativi, contrapposti, paralleli e infruttuosi. Se la Direzione dem dovesse, per miracolo, aprire al dialogo con i 5Stelle, Mattarella potrebbe dare un pre-incarico sempre al presidente della Camera, Fico, oppure potrebbe chiamare al Colle i leader dei due partiti per sentire dalla loro viva voce l’evolversi delle trattative.

Se, invece, come è probabile, l’ipotesi di accordo sarà negata dal Pd, Mattarella darà vita, quasi sicuramente, a un terzo giro di consultazioni, ma che sarebbe l’ultima campanella. Il Colle metterà i partiti davanti “alle loro responsabilità” e cercherà di formare un “governo del Presidente”, o un “governo di tregua”, ma ben consapevole che Lega e M5S potrebbero sottrarsi all’appello (solo Pd e FI no di certo) e che un governo del genere non avrebbe i numeri per ottenere la fiducia delle Camere. La possibilità che nasca, dunque, un esecutivo di minoranza, il cui unico compito sarebbe di portare il Paese al voto anticipato (e, forse, di cambiare la legge elettorale in tre mesi), resterebbe l’ultima strada. La scelta che mai Mattarella vorrebbe prendere potrebbe anche essere l’unica. 

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2018 sul Quotidiano Nazionale.

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Tregua armata tra le anime del Pd e radiografia di truppe e leader. In campo i ‘frenatori’: Franceschini, Orlando e altri

NB: QUESTO PEZZO E’ STATO SCRITTO IERI, 6 dicembre 2017, SOLO STAMANE E’ ARRIVATA LA NOTIZIA CHE RENZI HA DECISO DI CONVOCARE LA DIREZIONE PER BREVI COMUNICAZIONI, SENZA ALCUN DIBATTITO SUCCESSIVO, RIMANDATO A UN ALTRA DIREZIONE DEL PD.

Franceschini

Il ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini

MATTEO Renzi ha cambiato idea e la Direzione di oggi pomeriggio da quella della «resa dei conti» diventerà quella della «tregua», sia pure «armata». Proporrà di appoggiare un governo istituzionale, anche se fissando dei «paletti»: «serve un governo con numeri larghi, con tutti dentro, a partire da Berlusconi – ha spiegato ai suoi – sennò ci sparano addosso e ci dissanguiamo come fu con Monti». La Direzione di oggi, dunque, potrebbe durare assai poco e poi riaggiornarsi a dopo le consultazioni per capire se, per davvero, nascerà un governissimo o meno. Perché «se le risposte degli altri saranno negative, il bivio si riproporrà e allora sì che Matteo forzerà tutti noi per andare al voto subito», spiega un esponente della maggioranza dem che ancora non ne ha capito le reali intenzioni.

MA SE domani – dopo la salita al Colle per le dimissioni formali che Reenzi farà stasera, dopo la Direzione di oggi pomeriggio, appena verrà sigillata dal Senato la legge di bilancio – “è un altro giorno” e, dunque, «si vedrà» quale governo fare (‘istituzionale’ a guida Grasso o ‘elettorale’ a guida Gentiloni o Delrio o Padoan), supportato da chi (l’attuale maggioranza che Renzi e Alfano dichiarano “esaurita” nei suoi compiti di legislatura, quella Pd+Ncd+centristi oppure un altra più larga, che arrivi almeno a Forza Italia per fare la legge elettorale e affrontare i problemi più urgenti, un governo tecnico dimissionario, guidato da un ministro di Renzi o da Renzi stesso dimissionario che si limiti a portare il Paese al voto) e con quali compiti e scadenze (elezioni a breve nel 2017, appena possibile, o governo istituzionale che traguardi la fine  legislatura, febbraio 2018) , per ora c’è «l’oggi» e ci sono quanti, nel Pd, hanno convinto Renzi a soprassedere alla voglia di gridare “muoia Sansone, con tutti i Filistei”, riportandolo a più miti consigli.
I ‘frenatori’ del voto anticipato, ovvio, allignano e prosperano, da sempre, ma oggi con molte più chanches di prima, all’interno del Pd. Si chiamano, nell’ordine Franceschini Dario (ex Dc-Ppi, ex vice di Veltroni, ministro, leader di Area dem, 80/90 parlamentari, di cui 50 deputati e 40 senatori, 20% dei voti in Direzione), Orfini Matteo (presidente del Pd, ex dalemiano, capofila dei Giovani Turchi, 6 parlamentari, quasi tutti deputati, 12% in Direzione) e Andrea Orlando (ministro, falso – pare – che abbia litigato con Orfini, ma più sensibile di lui agli umori della sinistra interna e possibile rivale di Renzi a un congresso), Martina Maurizio (ministro, leader della nuova corrente, nata dalla rottura con Bersani, ‘Sinistra&cambiamento’, 70 parlamentari: 50 deputati, 20 senatori), Beppe Fioroni (30 deputati, leader dei Popdem ex Dc), vecchio squalo del Transatlantico e della continuità.
Sono stati loro che, dopo aver rinnovato «fiducia» e garantito «lealtà» al premier nelle prime 48 ore, hanno sconfitto la strada che cercava a tutti i costi il premier, le elezioni.
Come dice a QN il vicepresidente del Senato, Francesco Verducci, «abbiamo ragionato insieme (tra noi e con Renzi, ndr): condividiamo l’esigenza del voto anticipato, ma bisogna attendere la sentenza della Consulta e fare la nuova legge elettorale. Serve un governo di scopo nel rispetto delle scelte di Mattarella, ma evitando governi tecnici alla Monti 2011».

Gli uomini di Franceschini lo dicono in modo meno diplomatico: «andare al voto subito sarebbe da irresponsabili, Renzi deve capirlo e la sentenza della Consulta (attesa il 24 gennaio, ndr) lo impone». Ecco perché Renzi e il suo «giglio magico» (Lotti, Boschi, Nardella, cui si è ricongiunto Richetti e che gode ancora dell’appoggio fedele dei «cattorenziani» del ministro Delrio, oltre che del vicesegretario Guerini: 40% di voti in Direzione, ma solo 40 parlamentari davvero convinti con loro a ogni costo) devono far buon viso a cattivo gioco. Da queste lunghe – e sfibranti – consultazioni dentro il partito ne è uscita, dopo il forcing di Mattarella («inconcepibili elezioni anticipate subito») e l’annuncio della sentenza della Corte, fissata al 24 gennaio, la nuova linea di Renzi: l’ok (formale) a un governo istituzionale, quasi certamente a guida Grasso, per fare la legge elettorale e «andare al voto», certo, ma non tanto presto: se tutto va bene, a fine aprile, con il rischio concreto di vedersele far slittare fino a a ottobre (la sentenza della Consulta, il 24 gennaio, avrebbe comunque bisogno, pur se fosse ‘autoapplicativa’, di 20 giorni di tempo per pubblicare le motivazioni, poi comunque il Parlamento e il governo dovrebbero fare una legge elettorale per applicare le nuove norme, il tempo continuerebbe a scorrere e da quando vengono sciolte le Camere servono 60 giorni per indire i comizi elettorali). Nel frattempo si potrà fare, volendo, un congresso del Pd «vero» e lì si riaprirebbero i giochi. I Giovani Turchi potrebbero lanciare il ministro Andrea Orlando, forse appoggiato dalla sinistra, la sinistra interna stessa rilanciare Roberto Speranza in tandem con Letta o, forse, convergere su Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, i franceschiniani sganciarsi da Renzi e cercare un nuovo candidato all’interno dell’area centrista e governativa del Pd.

Il frontman nel far scendere Renzi a più miti consigli, è stato proprio Franceschini, in contatto continuo con il Colle, mentre Orfini e Martina erano più affini alla linea dura. E potrebbe, a questo punto, tornare in gioco anche la sinistra dem. A lungo dissanguata da scissioni e perdite (erano 120 i parlamentari di Area riformista, ora sono solo 50: 30 alla Camera, 20 al Senato, 25% in Direzione, se ne sono andati prima Civati, che ha fondato ‘Possibile’, poi D’Attorre e Fassina, confluiti in Sel-SI poi Mineo, altri potrebbero farlo), ora ringalluzzita, grazie alla vittoria del No, spera di potersi appoggiare al «partito dei frenatori» per isolare Renzi oggi e, soprattutto, per poterlo sconfiggere, al congresso, domani. Poi, certo, resta sempre in piedi l’ipotesi che Renzi «tiri dritto». Lo dice, a un amico deputato, Delrio: «Vogliamo un governo solo per fare la legge elettorale, con tutti, ma per votare subito, non un governo che duri molti mesi per farci dettare la linea da Berlusconi e da Bersani e per farci sparare contro da tutti gli altri». A quel punto, Bersani, l’altra sera in televisione, tracciava l’ipotesi estrema: «Serve tempo per fare un governo, rifare la legge elettorale, affrontare le emergenze del Paese. Bisogna completare la legislatura e fare il congresso a scadenza naturale (ottobre 2017, ndr.). Se, invece, Renzi fa il PdA, il Partito dell’Avventura, allora non mi resterà che uscire dal Pd». Nel Pd, a quel punto, resterebbe solo Gianni Cuperlo (leader di Sinistra dem), a sinistra, forse manco lui.

NB: questo articolo è stato pubblicato il 7 dicembre 2016 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Faccia a faccia Renzi-Mattarella. Al Colle si riflette: senza i voti del Pd nessun governo è possibile, anche se vince il No

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

IERI pomeriggio il premier Matteo Renzi è salito al Colle e ha visto, per più di un’ora, il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Formalmente, il colloquio serviva a preparare il Consiglio supremo di Difesa in programma oggi. Inoltre, sul tavolo c’erano altre due questioni urgenti e pressanti: la situazione caotica che regna nella Ue, a livello di rapporti tra governi, e l’epocale elezione di Trump. Ma, certo, la situazione politica italiana e gli scenari post-voto si sono presi buona parte del colloquio.
In realtà, Renzi e Mattarella si vedono almeno una volta al mese. Nonostante le differenze di età, carattere, formazione, i due si stimano e Mattarella ha di certo il profilo del «riformatore» costituzionale, anche se non, ovvio, del «rottamatore». Paradossalmente, la «sfinge», in questo momento, è… Renzi.

«COSA faccio se vince il No? Lo decido il 5 dicembre», ha detto ieri sera il premier, a Porta a Porta. «Che cos’abbia in testa», ammette uno dei suoi, «lo sa solo lui». Al Quirinale regna la stessa incertezza: cosa vuole fare davvero il premier, in caso di vittoria del No al referendum? Accetterà il reincarico che, comunque, Mattarella gli proporrebbe, come prima mossa? Lo rifiuterà chiedendo di investire dell’onere di fare un nuovo governo un suo ministro di stretta fiducia come, ad esempio, Padoan?
Si dichiarerà, questo è certo, indisponibile ad appoggiare ogni «governicchio tecnichicchio», come lo bolla, e ogni «governo debole», come ha ammonito Guerini (sulle cui parole, che Mattarella non ha mai realmente stigmatizzato, Renzi ha rassicurato: Sergio, le prerogative tue e del Quirinale non le tocca nessuno). Ma ancora: il premier chiederà che si torni al voto al più presto, una volta cambiata, in tre-quattro mesi al massimo, la legge elettorale? O accetterà un governo istituzionale di medio periodo che traghetti il Paese fin quasi alla scadenza naturale della legislatura?
Domande nient’affatto peregrine, quelle che si fanno al Colle. Perché – ammettono diversi osservatori ed esperti di cose quirinalizie – «la volontà di Renzi è cruciale. Fin quando l’attuale premier potrà disporre della forza d’urto di 400 parlamentari del Pd, tra Camera e Senato, senza di lui e senza il Pd – è il ragionamento – non si può fare alcun governo alternativo né creare maggioranze spurie».
Sempre da Porta a Porta, Renzi ha ribadito che «il giorno in cui si va a votare lo decide il presidente della Repubblica», aggiungendo però un altrettanto rivelatore «sulla base delle decisioni del Parlamento». E il Pd ne è parte preponderante, di questo Parlamento, con i suoi 400 parlamentari, sia pure solo grazie al Porcellum.
Del resto, che vinca il Sì o il No, non solo tutti i principali partiti o anime della coalizione di governo (centristi, minoranza Pd) chiedono già ora (ieri lo hanno ridetto sia Alfano che Bersani che Franceschini) a Renzi di restare capo del governo. Ma anche dall’opposizione si chiede o di «sedersi a un tavolo con Renzi» (Berlusconi) o, comunque, di «fare la nuova legge elettorale» (Di Maio). Ne consegue, a maggior ragione, che «senza Renzi e senza il Pd non esiste governo», si ripete dal Quirinale, «né tecnico né di altro genere».

POI, certo, entro fine gennaio, arriverà la sentenza della Consulta sull’Italicum (ergo, bisogna attenderla, si dice dal Colle) e, a giugno, l’Italia ospiterà cruciali eventi internazionali (firma del 60 esimo dei Trattati di Roma, G7 a Taormina a giugno). La finestra per un eventuale voto anticipato è, cioè, molto stretta: va da marzo ad aprile-maggio, al massimo, del 2017. Ma non è affatto vero che, come suggerisce Berlusconi, «se vince il No non cambia nulla, lo pensa pure Mattarella» (e su questo al Colle si scuote forte la testa). E forse non è neppure vero che Renzi vorrebbe far precipitare il Paese alle urne. Non a caso, a un amico, proprio Guerini ieri spiegava: «Io ho drammatizzato lo scenario per stoppare gli scenari post-voto tutti da larghe intese, se vince il No». Si vedrà.

Infine, c’è da registrare che, a palazzo Chigi, è tornato il sorriso. I sondaggi non si possono pubblicare, ma girano tra le mani e, soprattutto, hanno girato verso: sono tornati a segnare il bel tempo. «Il Sì è a un soffio dal No, abbiamo invertito la tendenza e senza neanche contare il voto degli italiani all’estero», dice un renziano doc, che poi fa di conto: «Con l’affuenza al 55% e 14 milioni di Sì abbiamo vinto». E solo con il Sì, il Colle si riposerebbe.

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 24 novembre 2016 a pag. 4

Renzi e Mattarella: un colloquio non ‘teso’, ma ‘franco’. Il premier: “Se cado si vota”. Il Quirinale: “Fare un nuovo governo”

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

SUL COLLE più alto di Roma, il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e il premier Matteo Renzi hanno avuto ieri sera un faccia a faccia ‘franco’. Secondo alcune ricostruzioni persino teso, anche se gli interessati smentiscono, ufficialmente, liti o tensioni. Renzi ha ribadito di essere deciso ad andare avanti, non lasciando spazio a nessun gioco di Palazzo: pronto al voto anticipato sia in caso di incidente parlamentare (se cioè il suo governo cadesse da qui all’estate a causa di un incidente al Senato) sia in caso di bocciatura al referendum. Anche perché, in entrambi i casi, Renzi resterebbe segretario del Pd e chiederebbe alla Direzione del suo partito un voto univoco su una linea assai semplice: «Vogliono farmi cadere? Allora andiamo a votare!». Una sfida vera e aperta ad avversari esterni e interni. Ecco il discorso che Renzi ha fatto in modo lineare a Mattarella in caso di incidente parlamentare che lo facesse trovare senza maggioranza da qui a ottobre. L’ipotesi, invece, è più sfumata, ma Renzi si riserva di tenerla comunque aperta, in caso di sconfitta al referendum. Infatti, anche in quel caso Renzi – contrariamente alle ultime sue dichiarazioni in merito (“Mollo tutto, lascio la politica, avanti un altro”, etc.) starebbe tornando indietro, in caso di sconfitta al referendum, non sull’idea di dimettersi da premier (e, con lui, di far dimettere l’intero suo governo, aprendo di fatto la crisi), ma di dimettersi da segretario del Pd. E, con un congresso ancora alla lontana da convocare (autunno 2016) come da celebrare (autunno 2017) il segretario del Pd ancora in carica avrebbe buon gioco – a meno di improvviso disarcionamento interno da parte dei suoi – a opporre una minoranza/maggioranza ‘di blocco’, quella dei suoi deputati e senatori, a ogni ipotesi e scenario che il Colle, che vorrebbe garantire il normale prosieguo della legislatura almeno per un altro anno con due obiettivi minimi ma non piccoli (varare la Finanziaria, entro Natale, e mettere mano alle modifiche alla legge elettorale, l’Italicum, perché oggi, con due sistemi diversi tra Camera e Senato e il Senato ancora in piedi, andare al voto sarebbe, per il Colle, non un rischio, ma un vero azzardo), accarezzerebbe per superare, senza troppi scossoni, la fine dell’era Renzi dando vita al governo istituzionale o di scopo.

ANCHE per queste sue convinzioni profonde su come e per quanto tempo proseguire la legislatura, Mattarella, insomma, si sarebbe detto pronto a far proseguire la legislatura, magari con un governo di scopo o istituzionale, sia in caso di caduta immediata del governo Renzi sia in caso di dimissioni del premier dopo la vittoria del No al referendum. L’obiettivo di Mattarella è chiaro: garantire, più che il prosieguo stesso della legislatura, la «messa in sicurezza» della Finanziaria (data di presentazione alla Ue: il 15 ottobre) e le modifiche alla legge elettorale. Infatti, mentre il premier si è detto pronto ad andare al voto – anticipato – ‘anche’ a costo di sperimentare, per la prima volta nella storia repubblicani, due sistemi elettorali diametralmente differenti (Italicum alla Camera, Consultellum al Senato), per il Capo dello Stato (padre dell’omonimo Mattarellum) è assai difficile pesnare di votare con due sistemi elettorali così diversi: andrebbero, in ogni caso, «armonizzati», in qualsiasi momento si voti. L’incontro, improvviso e non programmato tra Renzi e Mattarella, ma con ragione ufficiale subito trovata (il vertice Nato di Varsavia che impegnerà, da oggi, il premier), non è stato dunque né facile né semplice. Teso? Dal Quirinale e Palazzo Chigi, assicurano che non è stato «teso» o, addirittura, «nervoso».

Al centro del colloquio, però, ci sono stati anche altri temi, e tutti non meno importanti.
Il primo è la data del referendum: nessun posticipo sine die, come pure era stato ventilato, magari per approvare la legge di Stabilità almeno in uno dei due rami del Parlamento (così aveva chiesto Mattarella, più volte, a Renzi). Il referendum si terrà ad ottobre, al massimo il 6 novembre, come data ultima, per evitare coincidenze con il ponte di Ognissanti.
L’ALTRO punto in discussione è stato il possibile «spacchettamento» dei quesiti referendari: Renzi non ha mai caldeggiato questa ipotesi, che invece altri (dai Radicali, in modo formale, ad altre forze minori fino a Massimo D’Alema, in varie interviste) hanno avanzato, ma – è stato il ragionamento fatto dal premier con il Capo dello Stato – «se il referendum deve diventare un ordalia contro e su di me, sono disposto a prendere in considerazione l’ipotesi di votare il referendum su diversi quesiti». Insomma, l’ipotesi non è sponsorizzata da Renzi, ma la novità è che, all’improvviso, da oggi è sul tappeto.

Resta il core business dell’incontro: Mattarella che chiede a Renzi «sei sicuro di avere i numeri per andare avanti, specie al Senato?» e Renzi che rassicura che «non ci saranno né temo incidenti, da parte di Ncd o di altri», ma che, dall’altra parte, avverte il Presidente, pur con tutto il rispetto del caso: «Se cado, vado davanti alla Direzione del Pd e chiedo il mandato per andare a elezioni anticipate. E sappi, caro Sergio, che senza il Pd, di cui sono e resto segretario, i numeri per fare un altro governo non ci sono». E tanti cari saluti, con tutto il rispetto parlando, si capisce, al galateo e al rispetto tra i poteri dello Stato.

NB. L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale dell’8 luglio 2016