Legge elettorale. NEW! Come funziona il “Mattarellum rovesciato” o “Rosatellum bis” e il punto politico sulle trattative Pd-FI vicine all’accordo

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. UN PICCOLO VADEMECUM. COS’E’ IL “MATTARELLUM ROVESCIATO”

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Fiano, presenterà domani in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di recupero proporzionale): in questo caso il 64% dei seggi sarebbe attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico (la proporzione, a seconda di come si calcolano i seggi attribuiti alla circoscrizione del Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta, collegi uninominali maggioritari per forza di Costituzione, può essere valutata in 37% di maggioritario e 63% di proporzionale). Viene anche detto ‘Rosatellum 2.0’ perché una prima versione di un sistema mix tra maggioritario e proporzionale (50% per ognuna delle due parti) era stata presentata, a maggio scorso, dal capogruppo dem alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato.

Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni ma non l’indicazione del capo coalizione. La scheda è unica. Non è ammesso lo scorporo degli eletti nella quota maggioritaria da quelli della quota proporzionale né il voto disgiunto (non si può votare il candidato nel collegio di un partito e il partito di un altra coalizione). Camera e Senato vengono suddivisi in 28 circoscrizioni  per la Camera e 20 per il Senato (pari alle regioni) e circa 70 (al massimo 77) collegi plurinominali all’interno dei quali vi saranno i collegi uninominali. La definizione delle circoscrizioni è importante per il recupero dei resti, su base nazionale, una volta superato lo sbarramento al 3%. Le coalizioni saranno possibili solo su base nazionale. La Camera (630 seggi) è così divisa: 232 collegi uninominali (231 quelli indicati da Fiano più uno in Valle d’Aosta) dove il primo arrivato prende il collegio, e 386 collegi plurinominali dove l’elenco degli eletti si calcola con metodo perfettamente proporzionale e si basa su liste bloccate corte di 2-4 nomi (probabile, se non certa, l’alternanza di genere uomo-donna), più i 12 collegi all’Estero (eletti sempre con sistema proporzionale).

Il Senato (315 seggi elettivi) avrebbe 116 collegi uninominali (115 più uno della Valle d’Aosta, 193 collegi plurinominali (sempre su liste bloccate corte di 2-4 nomi) e i 6 collegi all’Estero per un totale di 315 seggi elettivi (gli altri sono senatori a vita). Lo sbarramento nazionale è fissato in entrambe le Camere al 3% dei voti sempre e solo per la quota proporzionale mentre nei collegi il primo che vince prende tutto. Naturalmente i voti ai partiti che non superano il 3% vengono redistribuiti tra quelli che superano la soglia di sbarramento nella parte proporzionale, dando loro seggi in più.

Ma come avverrebbe il voto? Su un’unica scheda sarebbe indicato il candidato del partito e/o coalizione da votare nel collegio uninominale e, sotto o al suo fianco, i nomi dei partiti o partito che lo sostengono nella parte proporzionale: il voto al candidato nel collegio deve essere ‘rafforzato’, se si vuole votare il partito collegato, dal voto al partito mentre il voto al partito trascina il voto al candidato del collegio. Dunque, barrando il simbolo del partito, il voto andrà contemporaneamente al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Se invece l’elettore barrerà solo il nome del candidato nel collegio uninominale, e non quello del partito o di uno dei partiti che lo sostengono, verrà meno la sua scelta per la parte proporzionale. Ne consegue che la somma dei voti per i collegi uninominali e quella della parte proporzionale potranno differire.

Non  sono previsti premi di maggioranza espliciti, ma chi conquista molti collegi godrebbe di una sorta di premio di maggioranza ‘implicito’, specie se forma una coalizione: conquistare molti seggi nei collegi può favorire (anche se non impone, perché i partiti di una coalizione elettorale potrebbero separarsi subito dopo il voto) la nascita di maggioranze parlamentari più stabili.


 

2. Legge elettorale, l’ultimo azzardo del Pd. Berlusconi sempre più tentato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un azzardo, ma ci proviamo. Se non va in porto neanche questo tentativo vorrà dire che si voterà con le leggi attuali, ma nessuno potrà dire che il Pd ci non ha provato fino all’ultimo”. Così, dal Nazareno, si parla dell’ultimo ritrovato, in fatto di legge elettorale, di casa dem: il Fianum 2.0, dal cognome del relatore Fiano che presenterà domani il nuovo testo in commissione Affari costituzionali per cercare di approvarlo in pochi giorni e non perdere l’ultimo treno utile, il contingentamento dei tempi in Aula, che scade a fine mese. Il “Mattarellum rovesciato” ribalta le proporzioni della legge che porta la firma di Sergio Mattarella: prevede il 36% di collegi maggioritari unininominali e il 64% di collegi plurinominali, cioè di eletti con metodo proporzionale.

I renziani sono tutti convinti di farcela e di portare il nuovo testo base a dama e Renzi stesso ha chiesto loro di “provarci davvero”. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria ci lavora da giorni e ora dice: “Abbiamo messo in campo una proposta per sbloccare l’impasse. Serve un accordo ampio, è ovvio, ma la traccia è chiara: un impianto proporzionale con una quota maggioritaria che noi avremmo preferito più ampia, ma che abbiamo ridotto per venire incontro alle esigenze degli altri (leggi FI, ndr.). Spero che tutti quelli che chiedevano a gran voce una nuova legge elettorale ora siano conseguenti (leggi Mdp, ndr.)”, sapendo che non lo saranno. Ma anche sapendo che – come dicono al Nazareno – noi rischiamo di non avercela, la coalizione, se non stacchiamo Pisapia da Mdp e Calenda e altri centristi da Alfano. Ma vale la pena rischiare”. Dario Parrini, renziano esperto di sistemi elettorali, ritiene che “è una proposta seria: favorisce la governabilità in modo equilibrato e va incontro alle esigenze di un largo arco di forze politiche”.

Il problema, dunque, sono ‘gli altri’. I contrari si fa presto a dirli: M5S (“Proposta oscena”) e Mdp (“Il Pd butta la palla in tribuna”) mentre Pisapia nicchia: di nuovo in rapporti tesi con i suoi alleati (Bersani e D’Alema), incrocia le lame con il capogruppo dem, Rosato, che gli chiede “uno scatto di coraggio”, come già Orlando, ma non chiude: “noi siamo per un legge che fornisca governabilità, rappresentanza, possibilità di scegliere i candidati”. A Lega e Fratelli d’Italia, assenti perché stanno disertando le aule, il nuovo testo del Pd non dispiace: incentiva le coalizioni e non li obbliga al ‘listone’ con FI. Ap apprezza “l’apertura di dialogo”: del resto, lo sbarramento al 3% è quanto di meglio potessero avere (e anche per Pisapia, in realtà). Il busillis resta Forza Italia: negli azzurri del Sud, timorosi di perdere i seggi nei collegi per mano di M5S e Pd, la proposta non è ben vista e Berlusconi è ostile, da sempre, ai collegi e al maggioritario. Eppure, la quota alta di parte proporzionale presente nella proposta Fiano, con le liste bloccate, ma anche di collegi dove vince solo il primo, gli garantirebbero il ferreo controllo sugli eletti (come pure al Pd). Non a caso Denis Verdini, in via di riavvicinamento al Cavaliere, ad amici dice: “ora bisogna convincere Silvio, ma si può fare. Con questa legge evita il listone, fa il pieno dei voti e si frega l’M5S”. E ieri sera il Cavaliere avrebbe dato il via libera all’accordo che, a questo punto, registra la contrarietà solo di Mdp, Fratelli d’Italia e dell’M5S mentre gode del favore di Pd, FI, Ap e di altre piccole formazioni centriste e autonomiste, compresa l’Svp. L’altro ieri, però, Renzi frenava: “Non so se ci sarà una proposta di legge condivisa, so solo che gli altri partiti stanno facendo solo melina, vedremo”. Certo è che i collegi e le coalizioni sono la carta vincente di centrodestra e centrosinistra mentre i Cinquestelle non avrebbero altrettanta fortuna: i collegi – e, dunque, un consistente premio di maggioranza sotto forma di collegi uninominali vinti (circa 100 su 231 alla Camera) potrebbe arridere e aiutare il miglior piazzato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 settembre 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.

 

La manovra affossa lo ius soli. Il Pd si arrende: “Rischiamo troppo”

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo  – ROMA
“Non abbiamo i numeri per farlo passare al Senato e ci fa perdere circa due punti percentuali al mese, nei sondaggi”. Muore così, nei ragionamenti che si fanno al Nazareno, una legge che il Pd ha tenuto, per anni, come una bandiera: lo ius soli. Approvato dalla Camera nell’ormai lontano ottobre 2015 la legge che vuole dare la cittadinanza ai figli degli immigrati italiani residenti nel nostro Paese si è arenata al Senato. Forse per sempre, di certo in questa legislatura. Ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama ha certificato il rinvio sine die del ddl. E’ stata la stessa maggioranza, e dunque il Pd, a non riproporre la richiesta di calendarizzazione del provvedimento. Il capogruppo dem, Luigi Zanda, che pure ha cercato in tutti i modi di trovare la quadra in questi mesi, ha dovuto gettare la spugna: “Non ci sono i numeri”. E a poco serve l’auspicio di poter modificare la situazione “con il lavoro politico” o il ribadire che “per il Pd la legge è una priorità”. Anche le parole del ministro Finocchiaro suonano vane: “L’attenzione del governo resta massima e lavoreremo per calendarizzarlo alla prima occasione utile, ma si devono creare le condizioni politiche per la sua approvazione”. Il governo, Gentiloni in testa, ha in realtà altre priorità: si chiamano, nell’ordine, Nota di aggiornamento al Def, sulla quale servono, al Senato, 161 voti, e che va approvata entro settembre, e legge di Bilancio, su cui basta la maggioranza semplice, ma che occuperà i lavori delle Camere per l’intero autunno. Il premier deve, da un lato, assicurarsi i voti di Ap, da tempo scettica sul provvedimento, specie al Senato, e che non vuole che venga messa sopra la fiducia, e quelli delle Autonomie-Svp, che pure non amano la legge; dall’altro dovrà intavolare un lungo braccio di ferro con i senatori di Mdp per ottenere il loro via libera alla manovra. “Non indispettire Alfano e non creare tensioni con Bersani” è il mantra di palazzo Chigi, dove ci si limita al rimpallo: “Se ci saranno le condizioni politiche faremo lo ius soli”. Ma – è il sottinteso –senza mettere la fiducia neanche se, dopo l’esame della legge di Stabilità, si potrebbe riaprire l’ultima finestra temporale utile per approvare la legge, il che però vuol dire farlo con le vacanze di Natale alle porte.
 
Poi c’è il Pd. Renzi, che già a inizio agosto si era detto “molto scettico sulle possibilità di approvare lo ius soli”, l’altro giorno si è limitato a dire che “noi abbiamo lanciato il cuore oltre l’ostacolo sui diritti, e non solo dei migranti, ma sulla fiducia decide Gentiloni”. Insomma, come il Pd non porrà ultimatum e aut aut al governo sulla Finanziaria così farà sullo ius soli e su altre leggi (vedi il caso vitalizi) perché “la stabilità dell’esecutivo viene prima di tutto”. Naturalmente, le opposizioni esultano, Lega in testa (e proprio per superare i suoi 50 mila emendamenti la fiducia sarebbe obbligati), ma anche Fi e M5S, contrari dall’inizio. Dall’altro lato, Mdp e Sinistra italiana che hanno offerto i loro voti per una “fiducia di scopo” (non sarebbero bastati), ora attaccano duri sostenendo che “il Pd affossa la norma”. Ap parla, invece, di “realismo e pragmatismo che vincono”: del resto, se mai arriverà in Aula, sono pronti a cambiare lo Ius soli per rimandarlo alla Camera e farlo morire lo stesso. 
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 settembre 2017 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale

Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

Renzi, il Pd e la legge elettorale. Due giorni di passione e un pugno di mosche. Le posizioni del Quirinale e di Gentiloni

  1. Renzi insiste: subito al voto. Legge elettorale e la legislatura sono ‘game over’. 
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

“E’ evidente che questo Parlamento non è in grado di fare una legge elettorale e i 5Stelle sono degli irresponsabili”. Sbuffa di malumore, Matteo Renzi, mentre – asserragliato al Nazareno  – osserva il sistema tedesco morire alla Camera. In cuor suo, il piano B è già pronto. Renzi ne aveva parlato anche ai giardini del Quirinale: “Se l’accordo salta, si va a votare con il Consultellum, le due leggi che ci sono, sono immediatamente applicative, noi con le preferenze facciamo il pieno, il problema sarà tutto dei 5Stelle…”. Già, ma il problema è ‘quando’ andare a votare. Con il sistema tedesco, il voto a settembre era un azzardo, ora diventa una chimera. A prescindere dal fatto che, prima del voto, servirebbe comunque un decreto per armonizzare al meglio due sistemi elettorali diversi, il Colle prima di acconsentire a usare tale arma definitiva, le proverà tutte.

Intanto, i commenti nei capannelli democrat criticano apertamente la strategia ‘perdente’ di Renzi. I malumori allignano tra orlandiani, veltroniani, franceschiani, accusati di aver ingrossato le fila dei franchi tiratori, ma pure tra l’ala delle ‘colombe’ renziane vicine a Gentiloni. Invece, i pasdaran scalpitano, vogliono bruciare le tappe, fino al punto di ‘creare’ l’incidente che mandi gambe all’aria il governo Gentiloni e dichiari finita la legislatura. E’ Renzi, per paradosso, a mediare, a frenare i bollenti spiriti dei suoi. Le posizioni del Colle, contrarie al voto anticipato, sono note. Renzi presto andrà da Mattarella. Ieri sera, poi, il segretario del Pd ha visto Paolo Gentiloni. Berlusconi – che ha chiamato Renzi per ‘fare il punto’ sul da farsi – consiglia cautela, propone di sedersi al tavolo, di riprovarci. Certo, 5Stelle e Lega urlano e tifano per il voto anticipato, “con le leggi che ci sono”, cioè la linea di Renzi. Ma servirebbe un incidente: i renziani ortodossi si aspettano che il governo – per colpa di Ap sullo ius soli o di Mdp sulla manovrina – vada sotto per poter dichiarare, lo stesso, ‘game over’ alla maggioranza di governo e alla legislatura. Intanto Renzi pensa anche alle alleanze e torna a guardare all’area di Pisapia: “Al Senato ci sono le coalizioni – spiega – col Consultellum un’alleanza è possibile”. 

Nel frattempo tutto il Pd renziano si mobilita per dimostrare che “i 5Stelle sono inaffidabili come quando parlano di vaccini e di scie chimiche” dà la linea il segretario ai suoi. Rosato, capogruppo dem alla Camera, grida loro “traditori”. Gli altri seguono a ruota. Spetta invece a Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria convocata in via permanente al Nazareno come un gabinetto di guerra, dichiarare il game over: La legge elettorale è morta, i 5Stelle l’hanno ammazzata. Non ci sono le condizioni per andare avanti”. Gli fa eco il presidente del Pd, Matteo Orfini: “Questo Parlamento non è in grado di varare alcuna legge elettorale. Ci sono due leggi elettorali per definizione auto-applicative, quelle uscite dalla Consulta. Andremo al voto con quelle”. “Il Pd deciderà lunedì cosa fare”, annuncia Matteo Richetti, portavoce della segreteria. Di mezzo ci sono le elezioni comunali, dove il Pd si aspetta che l’M5S vada malissimo e inizi a fare il diavolo a quattro per correre al voto. Renzi, a sera, spiega ai suoi: “Se vogliamo andare avanti in queste condizioni fino al 2018 proviamoci, ma bisogna interrogarsi su cosa è meglio per il Paese. Se non troviamo l’intesa sulla legge elettorale come la troveremo sulla legge di bilancio?” – sono le sue domande retoriche. Per Renzi è già game over.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale 


2. Mattarella: no al decreto legge, solo a fine legislatura. Servono sistemi omogenei. 

Gentiloni tranquillo, Mattarella “preoccupato” per lo stallo che si registra nel dialogo sui partiti sulla legge elettorale, ma dal Colle si sottolinea “la maggioranza di governo c’è”. Questo il sentiment che si respira negli altri due maggiori Palazzi della Politica italiani, palazzo Chigi e il Quirinale. Le ultime parole in chiaro del presidente del Consiglio sulla situazione politica risalgono al 30 maggio. A domanda rispose: “Il governo è nella pienezza dei suoi poteri. Ha in impegni in corso che intende mantenere. E resterà in carica finché avrà la fiducia del Parlamento”. Parole ovvie? No. “Non potrò essere io a spegnere la luce” disse allora ai suoi. In sostanza, il ragionamento di Gentiloni era e resta questo: se le maggiori forze politiche decidono che  il lavoro della legislatura è finito, non sarò io a mettermi di traverso; se il mio partito e il suo leader mi tolgono la fiducia, e allora io non resto un minuto di più. Concetto, quest’ultimo, ribadito anche ieri da chi lavora con lui a palazzo Chigi: “Noi lavoriamo tranquilli e sereni. Ora vedremo come e se il Parlamento ripartirà, sulla legge elettorale. Noi tifiamo per Renzi, siamo suoi amici, e qui siamo tutti renziani. Se il segretario del Pd dice che non si può più andare avanti… Il governo c’è finché il Pd lo sostiene, ma fino ad allora c’’è”.   

Certo, l’incidente parlamentare potrebbe essere alle porte. La prossima settimana, al Senato, si vota la manovrina. Mdp si sfilerà facendo mancare numeri alla maggioranza? Probabile, ma Ap la voterà compatta, Ala potrebbe venire in soccorso, Forza Italia può far abbassare il numero legale. Poi c’è lo ius soli, sempre al Senato, il biotestamento, la riforma del processo penale, alla Camera. Bisognerà vedere se la maggioranza tiene o crolla e si apre una crisi di governo.

A quel punto, la palla passerà al Colle. Il ruolo del Capo dello Stato è sempre più forte e centrale. Dal Colle, ieri, nessuno voleva drammatizzare la situazione. Per Mattarella, la priorità resta la riforma elettorale: il Colle attende che martedì la commissione decida come procedere. Insomma, non tutto è perduto, una nuova legge si può ancora varare. In ogni caso, per il Colle non si può andare a votare “con due leggi disomogenee nel meccanismo di distribuzione dei seggi”: serve quantomeno l’armonizzazione dei due sistemi. Un decreto legge del governo per aggirare l’ostacolo non è visto oggi, dal Colle, come fattibile. Solo a fine legislatura, una volta acclarata l’incapacità delle Camere a legiferare, la fattibilità di un decreto legge per ‘armonizzare’ gli aspetti più stridenti di due leggi monche (preferenza di genere, quoziente di calcolo dei seggi, metodo del sorteggio, etc. che riguardano il Porcellum cassato dalla Consulta nel 2014 per il Senato e l’Italicum dimezzato dalla Consulta nel 2017 per la Camera), e comunque solo su aspetti tecnici verrebbe preso in esame. Peraltro, per varare un decreto siffatto, servirebbe “una maggioranza non larga, ma larghissima, ben più ampia di quella di governo”, a causa della delicatezza della materia. Nel frattempo, per il Colle, c’è un’altra urgenza e priorità di pari peso, l’approvazione della legge di bilancio in autunno: va messa in sicurezza per scongiurare l’esercizio provvisorio. E i partiti, Pd su tutti, se dovranno fare carico.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale 

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3. L’ira di Renzi: i patti vanno rispettati. E pensa al decreto legge per votare subito. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Beppe Grillo e i franchi tiratori nel Pd minano l’accordo a quattro (Pd-M5S-Lega-FI) sulla legge elettorale. Il patto vacilla, scricchiola e il Pd vive una giornata di nervi tesi. E’ Roberto Giachetti, di prima mattina, ad avvertire Matteo Renzi: “Guarda che i 5Stelle presenteranno emendamenti per introdurre le preferenze e il voto disgiunto”. Renzi chiede lumi ai suoi e capisce che bisogna contrattaccare. “La legge elettorale in discussione alla Camera – scrive una prima volta, su Facebook – non è la nostra. Adesso il Parlamento è sovrano. Se passa, bene. Se qualcuno si tira indietro, gli italiani avranno visto la serietà del Pd”. La scena si sposta nel Transatlantico di Montecitorio ma, stavolta, a ballare è il gruppo democrat. Infatti, il primo voto, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità presentato dalle opposizioni, viene bocciato con soli 310 voti contrari. Rosato parla, in prima battuta, di cento franchi tiratori e dice che gli ricordano “i 101 contro Prodi”, vecchia ferita mai rimarginata, nel Pd. In realtà sono meno (77), ma di certo trenta vengono proprio dalle fila del suo gruppo.

Il sospetto che il partito del non voto (anticipato), mixato con le sbandate dei 5Stelle, stoppi la legge elettorale c’è. Rosato convoca, seduta stante, un’assemblea di gruppo e gli orlandiani, che sono almeno un centinaio nel gruppo dem (molti dei quali a rischio ricandidatura) ribollono: “Se i 5Stelle confermano i loro emendamenti anche noi faremo altrettanto. Le regole devono valere per tutti”. I renziani sibilano: “Napolitano ha parlato attaccando la legge e loro subito gli vanno dietro. I franchi tiratori sono tutti loro”.

Ma ecco che piomba l’altra notizia. Grillo demanda al blog la decisione finale sul testo di legge che uscirà dalla Camera. I lavori d’aula, magicamente, slittano a martedì. Rosato sospira: “rispetteremo la loro esigenza. Voteremo gli articoli e gli emendamenti, ma il voto finale sarà dopo. Noi abbiamo la Direzione, loro hanno il blog…”. Però dice anche: “O il testo è quello concordato dai quattro partiti oppure non c’è blog che tenga, fuori da quel testo non c’è la possibilità di fare la legge elettorale”. A questo punto, e siamo solo a metà pomeriggio, Renzi riprende la parola: “I grillini cambiano idea sulla legge elettorale che loro stessi hanno voluto e votato. Sono passati due giorni e già hanno cambiato posizione? Due giorni! Ci sarebbe da arrabbiarsi”.

Intanto, nell’Aula della Camera, riprendono i lavori, la maggioranza tiene, anche se sempre con numeri scarsini, ma i voti segreti che possono far saltare la legge arrivano oggi e sono, appunto, quelli sugli emendamenti dei 5Stelle. “Se salta anche solo una virgola dell’accordo salta tutto”, dicono in coro Guerini e Rosato, anche se Guerini sparge ottimismo con i suoi colleghi: “L’accordo terrà, vedrete”. Renzi  si limita a sibilare “Vedremo lunedì”. Il piano B del Pd? Semplice e, insieme, difficilissimo: “Un minuto dopo che l’accordo salta – spiega Guerini a un amico – dirò che si può andare al voto con il Consultellum perché le due sentenze della Consulta sono autoapplicative”. Ma così salta il voto in autunno? Qui è Rosato che dice a un collega: “Il clima nella coalizione di governo, già deteriorato, diventerebbe invivibile e sarebbe impensabile approvare la legge di Bilancio in autunno. A quel punto le elezioni anticipate sarebbero obbligate”. Insomma, per Renzi sempre lì si torna: come riuscire a votare al più presto. 

NB: L’articolo è stato pubblicato l’8 giugno 2017 a pagina 4 di Quotidiano Nazionale

Il Pd stringe i bulloni sul sistema tedesco. L’accordo con FI e M5S c’è, con Alfano (“Sei un serial killer”) è rottura totale

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

1. Rottura tra Renzi e Alfano. I colloqui del Pd con i partiti sulla legge elettorale. Si stringono i bulloni sul sistema tedesco. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Si voterà ad ottobre, ma prima della presentazione alla Ue della legge di Stabilità” (e, dunque, non il 24 settembre) ha detto Renzi ieri agli interlocutori che sono andati a trovarlo al Nazareno. “Il sistema elettorale è il ‘tedesco’ – aggiunge – e dalla soglia di sbarramento al 5% non ci muoviamo. Alfano? – reagisce Renzi dopo una telefonata con Berlusconi, cordialissima, e un incontro con il leader di Ap, invece tesissimo – Da oggi non è più un problema mio. Magari se ne torna da Berlusconi… Io voglio ricostruire il centrosinistra”. Questo, in sintesi, il ‘Renzi-pensiero’, alla fine di una lunga giornata che proseguirà oggi con incontri con altri partiti (FI, Lega, Fd’I) e con la Direzione dem dove il segretario si farà approvare il mandato a trattare sul sistema tedesco. E anche se la minoranza che fa capo al ministro Orlando dovesse mettersi di traverso, poco male: Renzi, nel partito, i voti li ha lo stesso mentre, nei gruppi parlamentari, la situazione è più magmatica, ma difficilmente gli orlandiani arriveranno a negare il loro voto finale.

Una giornata, quella di Renzi e del Pd, double face. Da un lato gli incontri ufficiali della delegazione dem, nell’ufficio del capogruppo alla Camera Rosato, presenti il capogruppo al Senato, Zanda, il relatore del testo di riforma elettorale, Fiano, e il coordinatore politico del Pd, Lorenzo Guerini. A loro è toccato l’onere di incontrare la delegazione di Mdp – formata dai capigruppo, Laforgia e Guerra, più Lo Moro e D’Attorre – e quella dei 5Stelle (Crimi, Fico e Toninelli). Per paradosso, l’accordo con i 5Stelle è pressoché totale mentre Mdp, che pure non fa questioni sulla soglia al 5%, vuole sia il Pd a sobbarcarsi la colpa di far finire anzitempo la legislatura per scagliarsi contro le ‘larghe intese’.

La giornata di Renzi, invece, inizia vedendo, al Nazareno, Riccardo Nencini, segretario del Psi. “Incontro lungo, amichevole, proficuo” lo definiscono i socialisti, con Renzi che rilancia la prospettiva di un “nuovo centrosinistra”. Poi, nel pomeriggio, tocca a Fratoianni: Sinistra italiana non pone pregiudiziali sullo sbarramento al 5%, vuole però che il sistema sia “un proporzionale puro, senza trucchetti”. Renzi li rassicura, fa tanti auguri per la nuova ‘Cosa’ della sinistra in cantiere, ma li sfida:  “la vera sinistra è il Pd”.

Nel mezzo, c’è la lunga telefonata con Berlusconi. Il Cavaliere invita Renzi a palazzo Grazioli, ma lui declina l’offerta. “Non conviene a nessuno dei due farci vedere insieme”, concordano. Date rispettive e salde rassicurazioni sull’iter parlamentare della legge elettorale (“Entro il 10 luglio la chiudiamo anche al Senato”), il Cav avrebbe anche ‘perorato’, con Renzi, la causa di Alfano rispetto alla soglia di sbarramento, ma senza insistere troppo. Ed è proprio con Alfano che i rapporti si sono guastati. L’incontro segreto tra Renzi eAlfano è andato malissimo: sarebbero volate parole grosse e Alfano definirà Renzi un “serial killer” di partiti e leader, iniziando ovviamente dal suo. A margine di Porta a Porta, il capogruppo di Ap, Maurizio Lupi, riassume: “Le posizioni con il Pd restano distanti sulla questione dello sbarramento al 5% e anche sulla durata della legislatura. Votare in autunno, a manovra economica non ancora approvata, sarebbe un rischio”. Alfano un arma ce l’avrebbe: far saltare il governo impedendo l’adozione del nuovo sistema elettorale e le urne in autunno, e costringendo Pd e FI a varare, sin da subito, un ‘governissimo’. Il classico muoia Sansone con tutti i Filistei. Intanto, dalle parti di Gentiloni, si fa sapere che il governo potrebbe dimettersi di sua sponte, una volta che anche il Senato abbia approvato la riforma elettorale agevolando un “percorso ordinato” verso le urne anticipate in autunno. Insomma, come dicono al Nazareno, “non sarà di certo Gentiloni a mettersi di traverso contro Renzi verso il voto”.

NB: Articolo pubblicato il 30 maggio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale


Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

2. Il Pd prepara il sistema elettorale simil-tedesco. FI e M5S d’accordo. Restano i dubbi sulla data del voto anticipato

Ettore Maria Colombo – ROMA

La tavola è apparecchiata, i commensali stanno per sedersi al desco, la pietanza è in cucina, succosa e fumante. Fuor di metafora, manca davvero un amen alla conclusione delle trattative per scrivere una nuova legge elettorale. L’accordo tra i tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) è certo,la convergenza di altri probabile. Lega, Fd’I e Mdp ci stanno, Ap di Alfano e altri no perché contrarissimi alla soglia di sbarramento al 5%, che considerano troppo alta. Dario Parrini, che segue il dossier legge elettorale, per il Pd, è netto: “Per noi la soglia al 5% è intangibile. E’ la leva che ci consente di interpretare in maniera maggioritario un sistema proporzionale, la sola garanzia anti frammentazione e contro il potere di veto dei partiti-cespuglio”. Il tipo di riforma elettorale è, tecnicamente, un sistema ‘simil-tedesco’. Rispetto al Rosatellum, il testo base depositato dal Pd in commissione (50% collegi uninominali, 50% collegi plurinominali proporzionali), se ne discosta solo nel metodo di elezione. Nel Rosatellum, i due canali – collegi e listini – “non si parlano” e possono produrre risultati numerici diversi, privilegiando gli eletti nei collegi. Nel ‘tedeschellum’ i seggi spettanti devono rispettare la cifra, pur se ripartita tra collegi e listini, raggiunta da ogni partito che sta oltre il 5%. Restano dei problemi tecnici (i peggiori tra i vincenti nei collegi, specie nei partiti grandi, rischiano di non essere eletti), ma gli esperti di sistemi elettorali dei due partiti (Parrini per il Pd e Sisto per FI) ci stanno lavorando con emendamenti simili in commissione.

Dal punto di vista politico, i prossimi giorni saranno decisivi. La riforma elettorale è attesa al voto in Aula, alla Camera, a partire dal 5 giugno e non può scavallare, al Senato, la metà di luglio. Renzi, infatti, vuole andare a votare “il 24 settembre, niente subordinate (cioè votare a ottobre, anche se l’8 ottobre resta una data plausibile, ndr)”, come dice ai suoi. Berlusconi preferirebbe votare a ottobre (magari allungando al 22) mentre Di Maio (M5S) vorrebbe, addirittura, “votare il 15 settembre, prima che i parlamentari maturino i vitalizi”, ma è demagogia: causa i tempi tecnici, è impossibile.

Lunedì il Pd darà il via a una girandola d’incontri con tutte le forze politiche, ma non al Nazareno, bensì in Parlamento. Si inizia coi piccoli (Psi, SI, etc.) e si arriva, al pomeriggio, ai grandi (FI, M5S): al capo del tavolo del Pd ci saranno i due capogruppo, Rosato e Zanda, e il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini. Contatti informali tra i massimi vertici del Pd e di FI (Lotti-Letta, Lotti-Confalonieri) ce ne sono stati, come pure diverse telefonate Renzi-Berlusconi, ma mentre Renzi vedrà i segretari di altri partiti (Nencini di Psi, Fratoianni di SI) i due leader non si vedranno di persona. “Non è un Nazareno bis”, spiegano dal Nazareno Uno, “anche perché “mediaticamente non giova a nessuno, né a noi né al Cav.”.

Anche le dichiarazioni dei protagonisti della trattativa sono improntate al cauto ottimismo. Berlusconi dice: “Manca poco al momento in cui gli italiani potranno scegliere da chi vogliono essere governati, se finalmente potremo avere una legge elettorale condivisa”. E se il ministro Lotti parla di “settimana decisiva”, confermando che Renzi e il Cav non si vedranno di persona, Guerini esplicita una tautologia politica: “E’ evidente che nel momento in cui una legge elettorale viene approvata, è tecnicamente possibile andare al voto”. Dopo aver scritto la legge elettorale, servirà l’ok non scontato del Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 maggio 2017 su Quotidiano Nazionale 

Un colpo al cerchio, uno alla botte: Renzi e Berlusconi dialogano sulla legge elettorale, Mdp non dialoga con il Pd

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

  1. Berlusconi apre a Renzi su legge elettorale e data del  voto. Il governo balla. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Voucher nella manovrina, con Mdp pronta a dire no e a negare la fiducia al governo se resteranno, anche se limitati nell’uso, i voucher, che dice a Gentiloni “cambia o muori”. Legge elettorale in alto mare, è vero, ma che spaventa e molto Silvio Berlusconi. Al punto da fargli prendere in considerazione l’ipotesi, che Renzi coltiva ancora, di andare a urne anticipate a settembre – o, al massimo, in ottobre – pur di votare “con quello che c’è” (un proporzionale puro) o un “proporzionale alla tedesca” ma ‘vero’ e non con “un sistema che ci ammazza, il Rosatellum”, come lamentano i suoi e come ha capito anche lui stesso. L’Ncd di Alfano che perde pezzi di potere (le dimissioni della sottosegretaria  Vicari) e uomini, che tornano lesti nelle braccia di FI al Senato.  Un quadro politico tornato in grande movimento, aria di elezioni. Gentiloni molto preoccupato e Mattarella pure.

Tira una brutta aria per il governo Gentiloni. Gli scricchiolii sono diversi e, a metterli insieme, lasciano qualche dubbio che la legislatura finirà in modo naturale, a maggio 2018 (le legislature si contano da insediamento a scioglimento e questa in corso è iniziata a marzo 2013). A palazzo Chigi si segue, con particolare apprensione, la dura presa di posizione di Mdp-Articolo 1 (da Speranza in giù) sul tema dei voucher che stanno dentro la manovrina e che il governo vorrebbe confermare, pur limitandone  l’uso mentre la Cgil ne chiede l’integrale abrogazione. L’esame inizierà, alla Camera, il 29 maggio per concludersi entro il 3 giugno. Roberto Speranza (Mdp) è stato netto, duro: “Di continuità su politiche sbagliate si muore. Gentiloni si svegli. Se i voucher restano votiamo contro la manovrina”. Il problema di numeri, alla Camera, non c’è, ovviamente, ma una volta al Senato cosa succederebbe? Affossare la manovrina sarebbe un atto politicamente dirompente e porterebbe dritti dritti alla crisi di governo. Ma anche se arrivasse  a sostegno del governo il supporto di altri gruppi (Verdini) le opposizioni chiederebbero che, in ogni caso, Gentiloni salga al Colle perché la maggioranza è cambiata.

In sovrannumero, ci sono ben due ddl che i renziani vogliono affossare. Quello sulla concorrenza, targato Calenda, ministro assai inviso a Rennzi, è fermo al Senato e i pasdaran del leader dem lì vogliono tenerlo. Quello che riforma il processo penale (con dentro la riforma della prescrizione e la delega sulle intercettazioni) aspetta l’ultimo passaggio alla Camera, ma Renzi nega, al ministro Orlando, l’uso della questione di fiducia. Potrebbe (basta un emendamento) tornare al Senato e mai vedere la luce.

Infine, c’è il ragionamento politico che sta maturando nella mente del Cavaliere. Diversi ambasciatori – tra cui, pare, lo stesso Verdini – gli hanno dimostrato, tabelle alla mano, che l’adozione del Rosatellum sarebbe un bagno di sangue, per FI: gli azzurri scomparirebbero nel CentroSud e al Nord dovrebbero andare a rimorchio della Lega. Ecco perché Berlusconi – consapevole che la sentenza di Strasburgo che gli dovrebbe restituire l’onore perduto prevede tempi lunghi e che, in ogni caso, servirebbe una legge che la recepisca – potrebbe concedere a Renzi ciò che vuole, il voto anticipato ad ottobre. “Meglio votare con la legge che c’è”, gli dicono i suoi, “un proporzionale puro ma che ci consente di andare da soli, che con un sistema che ci penalizza troppo, il Rosatellum”. Meglio ancora, per il Cavaliere, andare a votare con un “sistema tedesco vero” che proporzionalizzerebbe l’intero sistema. Il vicesegretario Martina coglie subito la palla al balzo e il capogruppo dem alla Camera Rosato parla apertamente di elezioni ad ottobre. Per Renzi sarebbe la quadratura del cerchio: dimostrata, a Mattarella, l’impossibilità di proseguire la legislatura per responsabilità dei principali partiti in campo (Pd e FI) e magari in cambio di una legge elettorale nuova e scritta “con il massimo consenso possibile”, si andrebbe al voto in una data compresa tra le elezioni tedesche (24 settembre) e quelle austriache (ottobre), “in linea con i grandi paesi Ue”, come il leader del Pd ripete, ormai da mesi, ai suoi. E la prossima manovra economica d’autunno? “Meglio farla fare da un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza che da un Parlamento ormai prossimo alla sua fine politica e un governo ormai in scadenza”, dicono impietosi i renziani nei confronti dell’esecutivo guidato dall’amico Gentiloni.


d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Mdp chiude ogni porta a Renzi, Pisapia la tiene socchiusa. D’Alema prepara le liste.  

Ettore Maria Colombo – ROMA

A testa bassa contro il Pd di Renzi e il suo cerchio magico (“Dobbiamo impedirgli di tornare a palazzo Chigi”, tuona Alfredo D’Attorre) e – se ci sta, accetta e scioglie le riserve – dietro e/o insieme a Pisapia per ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Non si può dire che a quelli di Mdp – Articolo 1 – Movimento democratico e progressista (il nome è lungo come una Quaresima, il simbolo ancora non c’è, i padri fondatori sono tanti, forse troppi: D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, tutti ex dem, Scotto e altri, tutti ex Sel, i due capogruppo Laforgia e Guerra, etc.) manchi il pregio della chiarezza.

La tre giorni di ‘Fondamenta’, l’appuntamento fondativo del ‘movimento’ – forse ‘partito’ di Mdp si è tenuto in un posto iper-chic della Milano post-industriale: tanta gente che va e viene (duemila alla fine), anche se gli anziani sono molti e i giovani pochi, come le donne, lo nota il manifesto, peraltro il giornale più venduto tra i presenti, tanti discorsi, molta ars oratoria da nobiltà post-comunista, pochi dubbi ideologici ancora da sciogliere.

Quello più controverso riguarda il ruolo da dare all’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha fondato e sta portando in giro per l’Italia il suo Campo progressista (ottimi rapporti con il sindaco di Bologna, Merola, il governatore del Lazio, Zingaretti, l’area del ministro Orlando nel Pd e con Gianni Cuperlo). Atteso come Gesù tra i primi cristiani perché dovrebbe essere lui il Federatore di un ‘Nuovo centrosinistra’ senza il Pd di Renzi (o, almeno, senza Renzi…), i demoprogressisti volevano, da Pisapia, parole chiare e definitive sui confini del nuovo soggetto della Sinistra. C’era chi ne dubitava (D’Alema, per dire, ha forti dubbi sulle sue reali intenzioni) al punto da minacciare “pochi applausi” e “freddezza” se Pisapia non avesse detto parole chiare sulle alleanze.

Lui, Pisapia, conscio del momento, un po’ si emoziona, perde i fogli, incespica, prova a fare sorridere, e un po’ si mantiene una porta aperta (e di fuga) verso il Pd di Renzi: propone, dopo le amministrative, “un appuntamento nazionale programmatico e fondativo di un nuovo centrosinistra che sappia unire chi vuole una coalizione”, specificando che, nella ‘nuova casa ‘ ci vuole la sinistra, certo,’ma anche’ il centro. Tanto basta per far scattare la standing ovation della platea, gli abbracci dei leader di Mdp (specie di Bersani), anche se – tra i militanti – dubbi e freddezza verso di lui restano. Pisapia, infatti, sostiene che la ‘casa comune’ cui pensa è aperta a tutti, Renzi compreso, mentre Mdp vuole chiudere le porte, e poi promuove la proposta di legge elettorale avanzata dal Pd mentre Mdp promette battaglia a 360 gradi. Secondo Speranza, infatti, “c’è una battaglia da fare nel Paese: da domenica prossima raccoglieremo le firme per una petizione popolare contro un Parlamento di nominati”. Speranza e Mdp non hanno dubbi: la legge che avanza il Pd è invotabile, D’Attorre rilancia un “sistema tedesco puro”. Speranza aggiunge che i loro voti non ci saranno neppure sulla manovrina, ove mai dovessero ricomparire i voucher, al grido di “non c’è voto di fiducia che tenga”.

Insomma, Mdp ha un piede già fuori dalla maggioranza di governo. D’Alema – sapienza antica di chi fiuta l’aria – chiude i giochi: “Leggo di un accordo per andare a votare a ottobre. Bisogna riunirsi con chi c’è e fare le liste perché senza le liste non si prendono i voti”. Traduzione: se Pisapia ci vuole stare bene, sennò andiamo avanti senza di lui.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale il 21 e 22 maggio 2017. 

Maria Elena sola contro tutti. Scoppia il caso Boschi, Gentiloni le rinnova fiducia, Renzi tace e mezzo Pd vive l’imbarazzo

Ecco due articoli usciti su Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni sul caso Boschi.

Il ministro Boschi

L’ex ministro alle Riforme Maria Elena Boschi

  1. Scoppia il caso Boschi-De Bortoli x Unicredit: solo i renziani la difendono.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi si difende, in modo netto e diretto, con un post su Facebook. Il governo e il Pd le danno solidarietà, rapida e totale. Il “pieno sostegno” del premier Gentiloni, come del leader del Pd, Matteo Renzi, è assicurato, anche se in entrambi i casi in via informale, mentre alcuni ministri (Delrio su tutti) difendono la Boschi senza se e senza ma, ma mezzo governo (da Franceschini a Martina, da Orlando a Finocchiaro) tace. I 5Stelle, invece, ne chiedono le dimissioni e, in ogni caso, annunciano una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Altri partiti, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia, ma anche Articolo-Mdp e Sinistra italiana, si accodano nelle accuse e chiedono, alternativamente, le dimissioni sue e del governo. Forza Italia, forse non casualmente, tiene il profilo basso.

Tutto nasce da un estratto del libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere: s’intitola Poteri forti, lo pubblica La Nave di Teseo, ma nella lunga anticipazione che ne offriva, ieri, il giornale di via Solferino, del caso Boschi non si fa menzione. Sono due siti, prima Lettera 43, poi l’Huffington Post, a pubblicare l’estratto clou che sta a pagina 209: “Boschi non ebbe problemi nel 2015 a rivolgersi direttamente all’ad di Unicredit cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni, alla fine, lasciò perdere”. A sera, però, Unicredit fa sapere di “non aver subito pressioni per l’esame di dossier bancari, compreso quello di Etruria”.

Allora ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Renzi, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni, Boschi ha sempre negato di essersi interessata alle vicende patrimoniali della banca di cui il padre è stato vicepresidente. Al montare del caso, lo ribadisce con un secco post sulla sua pagina Facebook: “Vediamo di essere chiari: non ho mai fatto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, come ad altri, richieste di tale genere. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario. Sono stupita di questa ennesima campagna di fango e stavolta ho affidato la pratica ai legali per tutelare il mio nome e onore. Chi è in difficoltà per le falsità a Palermo o i rifiuti di Roma (i 5Stelle, ndr.) non pensi che basti attaccare su Arezzo”.

I 5Stelle, però, si scatenano. Il blog di Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista pubblicano post fotocopia: “E’ una bugiarda. Se non si dimetterà la costringeremo a venire in Aula con la mozione di sfiducia”, parlano di “azioni legali”. Matteo Salvini ne chiede le dimissioni (“Nell’affare banche c’è dentro fino al collo”) come pure Giorgia Meloni (Fd’It) e l’intero vertice di Mdp, da Speranza a Scotto a molti altri scissionisti.

Il Pd contrattacca, ovviamente, ma a farsi notare è solo l’area renziana. Il ministro Orlando resta del tutto silente, Emiliano pure, altre aree dem alleate di Renzi – da quella di Franceschini a Martina ai Giovani Turchi – assai fredde. Il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, parla di “attacco vergognoso e strumentale di M5S. Si occupino dei problemi della gente e non di fare gli aspiranti pm”. Lorenzo Guerini la ritiene “una strumentalizzazione per nascondere i guai di M5S” e i senatori dem renziani: Marcucci, Del Barba) pure. Il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, annuncia per oggi “un esposto denuncia contro M5S e Grillo” per le loro parole. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi si rifanno a quanto Maria Elena ha scritto nel post e le assicurano “pieno sostegno”, ma prese di posizione pubbliche, a partire da Renzi, a Milano con Obama, non ve ne sono.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 maggio a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.


2. Dubbi e imbarazzi su Maria Elena: Renzi teme contraccolpi nelle urne. La fedelissima isolata tra i dem. Gentiloni le rinnova la fiducia: “vai avanti”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Proprio ora che risaliamo nei sondaggi (Swg dà il Pd al 30,5%, recuperato tutto il calo post-scissione, e l’M5S al 27,5%, ndr), proprio ora che abbiamo lanciato l’offensiva alla Raggi sui rifiuti di Roma! Questa grana non ci voleva. Speriamo che il caso si sgonfi…”. E’ questo il massimo che si strappa, nel Transatlantico di Montecitorio, agli esponenti del Pd  sulla vicenda che vede sulla graticola il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Una difesa ‘timida’ che trasuda imbarazzo: in pochissimi, come il renzianissimo senatore Andrea Marcucci, tornano sul tema. Eppure, le rivelazioni dell’ex direttore del Corsera De Bortoli hanno scatenato un finimondo politico: i 5Stelle, Lega e Fd’It, ma pure Articolo 1-Mdp, sono sulle barricate: chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario da parte di Gentiloni o le sue dimissioni. Una mozione di censura, che già nel caso Lotti venne proposta e bocciata al Senato, verrà formalizzata dai 5Stelle, ma alla Camera dei Deputati, dove tutti, anche M5S, sa che i numeri per passare non ci sono, mentre la prima notizia di una mozione di sfiducia si risolve nell’ennesima ignoranza di diritto costituzionale dei 5Stelle ( le mozioni si possono presentare solo contro ministri).

Lei, per ora, si rifiuta di tornare sulla vicenda. Si limita a dire, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi che si tiene al mattino a palazzo Chigi sul dissesto idrogeologico, secca, “credo che la misura sia colma. Da qui in poi si occuperanno di questa questione i miei legali”. Poi palazzo Chigi diffonde una nota: Boschi “ha affidato agli avvocati Paola Severino e Vincenzo Zeno Zencovich (due principi del foro, la prima ex ministro, ndr) l’incarico di tutelarne, anche in sede giudiziale, il nome e la reputazione”. Chi lavora con il ministro fa notare che la nota è una ‘presa in carico’ ufficiale del governo. Insomma, il “pieno sostegno” di Gentiloni e Renzi, già diffuso ieri, sarebbe assicurato. Non a caso, sempre da palazzo Chigi, filtra che Gentiloni ha avuto un colloquio con il sottosegretario e l’ha incitata ad “andare avanti”. Anche Renzi – che oggi sarà al Nazareno per la prima riunione tra il Pd, i suoi gruppi parlamentari e il governo – fa filtrare, sia pure senza esporsi, che preferisce non parlare in pubblico per evitare di dar fuoco ancora di più alle polveri ad accuse che ritiene infondate. Resta anche forte il sospetto di Renzi e renziani che De Bortoli – da anni apertamente ‘in guerra’ con l’ex premier, accusato di “odore di massoneria”, e che non a caso il 20 aprile a Milano parteciperà, con Bersani, alla conferenza programmatica fondativa di Articolo 1-Mdp – ha dato voce al tentativo dei ‘poteri forti’ e ‘salotti buoni’ che vogliono impedire il ritorno di Renzi a palazzo Chigi.

Anche i ministri dell’attuale governo adottano questa linea, quella del silenzio operoso, “in attesa che il caso si sgonfi”, ma fa una certa impressione il silenzio di tutti i colleghi di ‘Maria Elena’, compresi quelli oggi finiti ai vertici del Pd, da Martina a Franceschini. A complicare le cose c’è la scarsa simpatia che la Boschi ha ispirato, sin dall’inizio, tra i suoi colleghi, già ai tempi di Renzi. E un dem vicino al governo nota perfidamente che “quando nacque il governo Gentiloni provammo in diversi a convincere Maria Elena a non volere né chiedere, a tutti i costi, un posto a Gentiloni, ma non ci fu niente da fare. Lei fu irremovibile, trattò in prima persona con Paolo, Renzi la sponsorizzò un po’, ma la decisione finale fu di Gentiloni”. Seguirono un furibondo scontro sulle deleghe tra lei e Lotti, promosso ministro allo Sport da sottosegretario che era, le nomine di chi – era l’accusa – “vuole accentrare tutto”, come quella del nuovo segretario generale di palazzo Chigi, il consigliere di Stato Paolo Aquilanti  che fu fondamentale nella redazione dell’Italicum, ma a cui ora il Consiglio di Stato chiede di rinunciare a uno dei due incarichi per la sua collocazione ‘fuori ruolo’ e il recente scontro con diversi ministri che fanno capo alla presidenza del Consiglio, quelli senza portafoglio, sul controllo dei loro atti. Controllo che la Boschi, proprio tramite Aquilanti, aveva chiesto e preteso con una circolare a tutti gli uffici, circolare che aveva fatto infuriare non poco diversi ministri. L’impressione che, davanti alle accuse di De Bortoli e 5Stelle, Boschi sia sola resta tutto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a p. 11 del Quotidiano Nazionale l’11 maggio 2017.