Legge elettorale. Mattarella pone i suoi paletti, in Parlamento qualcosa si muove, Renzi aspetta le primarie

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una moral suasion esercitata sul Parlamento e, insieme, uno stop alle plausibili voglie di Matteo Renzi a correre alle elezioni anticipate non appena sarà re-incoronato leader del Pd il prossimo 30 aprile con le primarie. In buona sostanza il messaggio che il Colle ha inviato a Renzi suona così: “Serve una legge elettorale omogenea, valida e funzionante in entrambe le Camere. Si tratti di un aggiustamento tecnico o di una legge nuova, non spetta a me dirlo. Ma solo così chi lo vuole può ottenere il voto anticipato, altrimenti no”.

Renzi rispedisce le critiche al mittente, chiunque esso sia (“Il Pd – spiega ai suoi – non ha i numeri per approvare una nuova legge elettorale, tanto più al Senato, l’iter sarà lungo e non si può accollare a noi la responsabilità del ritardo”), ma certo è che anche l’ufficialità del comunicato del Colle ‘parla’ e ‘gela’ più il Pd, a tre giorni dalla celebrazione delle primarie, che altri partiti e schieramenti in campo, i quali – da FI a M5S – non a caso puntano il dito contro il fatto che “si perde tempo perché bisogna aspettare le primarie del Pd”.Con parole pesanti come macigni, Mattarella parla di “necessità e urgenza” di adempiere ai due “doveri” entrambi in capo “al Parlamento e ai gruppi parlamentari”: scrivere una nuova legge elettorale ed eleggere un giudice della Consulta, che attende di essere nominato (spetta, in quota, al centrodestra) da parte del Parlamento ormai da gennaio.

“Due sentenze non fanno una legge elettorale” ha spiegato, infatti, de visu Sergio Mattarella, ex giudice della Consulta, riferendosi alle due sentenze che hanno cassato prima, nel 2014, il Porcellum al Senato e poi l’Italicum alla Camera. Mattarella parlava ai due presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, convocati al Quirinale a ora di pranzo per un pranzo che doveva restare riservato e a cui, invece, proprio il Colle ha voluto dare il crisma dell’ufficialità con un formale comunicato stampa finale. Boldrini e Grasso ne hanno dedotto, giustamente, che il Capo dello Stato è “determinato e pronto a usare tutte le sue prerogative”, compresa l’Arma Fine di Mondo, il messaggio ufficiale alle Camere.

Le sonnacchiose acque della politica si increspano subito. La Boldrini, alla fine della conferenza dei capigruppo, può incassare un primo risultato: l’esame dei 30 testi di legge sulla riforma elettorale, che si trascina stancamente in seno alla prima commissione Affari costituzionali, finirà entro il 29 maggio, quando si andrà dritti in Aula per il voto finale mentre il presidente della Prima commissione Affari costituzionali, il civico Mazziotti di Celso si spinge molto in là con l’ottimismo, sostenendo che “entro la prossima settimana ci sarà un testo base” (cosa difficile). Tutti i partiti plaudono, a parole, alle parole di Mattarella, ma il punto è trovare una maggioranza per una riforma elettorale che, ad oggi, non c’è. Per dire, l’M5S rilancia il Legalicum, FI attacca il Pd, la Lega apre al Provincellum, Mdp continua a dire No ai capolista bloccati, Ncd vuole il premio alla coalizione e via così.

Il Pd ha avanzato una proposta, a prima firma Fiano, che prevede il premio alla lista e una soglia di sbarramento unica al 5%, ma anche quei collegi uninominali che nessuno, in realtà, vuole perché tutti vogliono tenersi i capolista bloccati. E dunque? Il Pd di Renzi aveva trovato l’escamotage tecnico: “si vota con i due sistemi attuali, perfettamente compatibili” e si fa “un decreto legge del governo per fare prima”. Ecco, dal Colle fanno sapere che sia l’una che l’altra via sono precluse: le due leggi non collimano, il decreto non si può fare. Se vuole votare prima della scadenza naturale della legislatura, cioè a ottobre o novembre, Renzi deve trovare i numeri per fare una nuova legge. Con i voti di chi (FI? M5S?) sarà oggetto di dibattito da oggi, per ora il Colle ha fissato i suoi inderogabili paletti.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 27 aprile su Quotidiano Nazionale.  

“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Pisapia vuole candidare la Boldrini come frontman della sinistra alle primarie del centrosinistra (ma in accordo con Renzi)

Camera dei Deputati. Pier Carlo Padoan in aula per il DDL salva banche

La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

«E SE FOSSE Laura (Boldrini, attuale presidente della Camera, ndr), donna, volitiva e di sinistra, la competitor di Matteo, alle primarie del Pd e del centrosinistra, per tutti noi?». L’idea è di Giuliano Pisapia: l’ex sindaco di Milano, nonché ex esponente di Rifondazione comunista di Bertinotti e poi Sel di Vendola, non ha più uno staff vero e proprio, è tornato a fare l’avvocato, ma ha ancora molti ‘amici’, persone che lo stimano e lavorano a testa china per lui, silenziosi e solerti.

ED E’ VENUTA fuori proprio con loro, in una chiacchierata con gli «arancioni» milanesi – solo in parte rifluiti sul nuovo sindaco, Giuseppe Sala, mentre altri hanno voluto «continuare con Giuliano» – l’idea di candidare quella che, a sinistra, è detta «la Boldrinova»: femminista anche nell’uso delle parole, la Boldrini ha messo in campo, sui luoghi del terremoto e non solo, un presenzialismo un po’ sospetto, specie di recente.
Il clan Pisapia ha soppesato l’idea, l’ha sottoposta «a Laura», che si è detta «convinta». E, ovviamente, è stato sondato Renzi, che ha dato il suo ok, dicendosi «entusiasta» all’idea di correre ‘contro’ e, insieme, ‘con’ una donna di sinistra, non foss’altro perché, oggi, il segretario del Pd interpreta le primarie di coalizione non come una competition per il Potere, ma come un modo per «allargare il campo» del centrosinistra, ma soprattutto vuole tenerle a tutti i costi – in realtà ci ha ripensato, fino a qualche settimana fa sembrava averle archiviate – per ri-legittimarsi davanti all’opinione pubblica, specie quella di sinistra. E, infine, un discreto sondaggio è stato fatto al Colle più alto, il Quirinale, per verificare se il coinvolgimento della terza carica dello Stato in una gara «iper-politica» come le primarie non avrebbe creato disappunti e fastidi (il che, appunto, non sarà).

E COSÌ, non appena Renzi dichiarerà «aperte», stile Giochi olimpici, le primarie per scegliere il futuro candidato del centrosinistra alla guida del Paese (marzo la data più probabile delle primarie, sempre che a Renzi riesca il colpaccio di andare a elezioni anticipate a giugno e sempre che la legge elettorale, specie se proporzionale, non rappresenti un problema insolubile) la Boldrini sarà della partita a nome di un campo di sinistra il più «largo» possibile. Infatti, l’area che fa capo a Pisapia – che ha deciso di non scendere in campo in prima persona, come già fece l’anno scorso quando, per le primarie del centrosinistra milanese, fece candidare la sua ex vicesindaca, Francesca Balzani, spaccando il fronte della sinistra meenghina, ma si ritaglierebbe il ruolo di «regista» dell’operazione – vuole allearsi con il Pd di Renzi, in vista delle prossime politiche.
Un campo, quello di Pisapia-Boldrini&co., che parte dalle esperienze dei sindaci «arancioni» di Cagliari (Zedda), Genova (Doria) e Milano (Sala), passa per il Pd (Sinistra dem di Cuperlo, i prodiani di Campo dem di Zampa e Gozi, il sindaco di Bologna, Virginio Merola) e arriva fino alla capacità di staccare da Sel pezzi di vendoliani critici (Stèfano in Puglia, Uras in Sardegna, il vicepresidente della Regione Lazio Smeriglio a Roma). Non a caso questo campo già si autodefinisce – nelle prime iniziative pubbliche testate con buon successo a Milano, Bologna, Roma – «campo progressista»: vuole, cioè, aiutare il Pd, non distruggerlo, e «togliere voti» a due forni entrambi molto pericolosi per il leader Renzi.

IL PRIMO è l’area che sta nascendo intorno al progetto politico di Sinistra Italiana (la ex Sel di Vendola da cui proprio la Boldrini proviene), che vuole mettere insieme pezzi sparsi della sinistra a sinistra del Pd, l’altro è la sinistra interna del Pd che fa capo a Bersani (fu lui a volere la Boldrini alla guida della Camera dopo l’esito delle politiche del 2013) e Speranza, che peraltro proprio ieri, sul quotidiano il manifesto, ha annunciato la sua candidatura al congresso del Pd ma ha escluso quella alle primarie del centrosinistra, primarie alle quali, però, potrebbe presentarsi il governatore della Puglia Emiliano.
Due forni – SI degli ex vendoliani e i bersaniani di Speranza – che, se uniti, come sogna D’Alema, il quale spinge per la scissione, potrebbero far male, in termini di voti, al Pd.

NB: questo articolo è stato pubblicato, in forma più breve, a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Renzi, preoccupato dalla crisi di Ncd, accelera sul congresso Pd: resa dei conti o elezioni anticipate

renzi-direzione-pd

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

«IL VERO problema, in questo momento, è la tenuta di Ncd». Al Nazareno sono preoccupati. E pure Matteo Renzi è preoccupato. Le nuove ‘grane’ giudiziarie che rischiano di travolgere il ministro Alfano si sommano al cupo malessere di larghi pezzi del suo partito – l’Ncd, appunto – dentro il quale diversi senatori, capitanati dal capogruppo al Senato, Renato Schifani, si sentono irresistibilmente attratti dal ‘ritorno’ dentro FI.
Ecco perché Renzi – il quale solo a sentir parlare di modifiche all’Italicum gli viene l’orticaria – lascia fare i suoi. Dario Franceschini ha ‘aperto’ alle modifiche (premio alla coalizione in luogo di quello alla lista) proprio per ‘parlare’ a Ncd. E, a sera, il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, il ‘Forlani’ di Renzi, è corso ai microfoni del Tg1 a dire «L’Italicum è una buona legge, ma siamo disponibili al confronto se ci sarà  richiesta».

DETTO dell’Italicum, conviene, però, tornare sulla Direzione del Pd dell’altro ieri. Non molti, infatti, hanno colto tre elementi nuovi e, a dir poco, dirompenti nelle loro, possibili, conseguenze. Il primo è che è tornata a girare una voce, a Montecitorio e pure a palazzo Chigi – c’è chi dice che la proposta, a Renzi, l’abbia fatta direttamente il suo braccio destro, Luca Lotti, ma l’entourage del sottosegretario smentisce con nettezza – quella di elezioni politiche anticipate cui il premier potrebbe ricorrere proprio in caso di deflagrazione finale dell’Ncd. Un Ncd che, specie al Senato, gli stanno impedendo di fare le leggi e le riforme che vuole fare. La riforma del processo penale, per dire, che si porta dietro anche l’annoso tema dei tempi della prescrizione, «rischia di slittare all’autunno» dicono autorevoli fonti del Pd, nonostante il fatto che Mattarella stesso, oltre che l’Anm, ne abbia chiesto la rapida attuazione. Certo, Renzi sarebbe costretto ad andare a votare – diciamo a settembre – con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato e a rinviare, seppur di poco, il referendum costituzionale. Un azzardo forse troppo grande, ma «a mali estremi, estremi rimedi», dice l’adagio. Ma questo è uno scenario. Poi c’è dell’altro.
«Renzi – ragiona una fonte del governo molto vicina al premier – non ha più detto che, oltre alle dimissioni da premier e del governo, si dimetterebbe anche da segretario del Pd, in caso di vittoria del No al referendum costituzionale. Rispetto all’ultima sua dichiarazione a riguardo (“Se perdo il referendum lascio la politica”), la novità è indubbia», prosegue la fonte. «Vuol dire che Renzi immagina di portare avanti la sua battaglia non più da premier, ma ancora dentro il Pd». Magari, dicendo un ‘No’ rotondo a ogni governo ‘di scopo’ (a guida Grasso) che duri troppo a lungo e, in ogni caso, convocando il congresso straordinario del Pd al più presto. La sola istanza deputata, per Statuto, il congresso del Pd a scegliere – insieme – segretario e candidato premier, ma a oggi programmata – quando e se verrà indetto, di certo a ottobre – per l’autunno del 2017.
Un altro esponente renziano doc ritiene invece che «Matteo convocherà il congresso in ogni caso, anche se vince il Sì, a maggior ragione se vince il No, ma non si ricandiderebbe, lascerebbe il campo ad altri».
In ogni caso, le notizie ‘nuove’, sotto questo profilo, sono già due. Renzi intende convocare, al più presto, il congresso straordinario («Volete cacciarmi dal partito? Vincete il congresso e venite a riprendervelo» la sfida in Direzione) e non è affatto detto che, in caso di sconfitta, si dimetta ‘anche’ da segretario, oltre che da premier.

La terza novità riguarda, invece, i rapporti tra i renziani e la minoranza. «Ormai è un dialogo tra sordi» coglie il punto Cesare Damiano, l’ultimo dei fassiniani in servizio.
I renziani fanno notare che «otto voti (quelli presi dalla minoranza sul documento sul referendum in Direzione, ndr) sono davvero pochi, ormai si stanno sciogliendo come neve al sole e neanche sono capaci di contarsi quando serve», come avrebbe detto, peraltro, e a brutto muso, Franceschini a Speranza. Il senatore Andrea Marcucci se la prende con Gianni Cuperlo che ha attaccato Renzi: «È intollerabile e un po’ triste che una persona intelligente riduca al nulla il lavoro che il governo e il Parlamento stanno facendo».
Dal canto suo, la minoranza mostra la faccia feroce: «Se Renzi porterà il Pd a sbattere non potrà certo essere lui a guidare il partito». Poi, in serata, Pier Luigi Bersani rincara la dose dagli schermi di “In onda” (La 7): «Voglio sapere se nel Pd chi vuol votare No al referendum è ancora del Pd» e ancora: «Dico no a un Pd trasformato in un comitato del Sì». La guerra interna al Pd è solo iniziata, quella per la sopravvivenza di Renzi pure.

NB. L’articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2016 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale 

Senato, 180 sì alla riforma, ma Renzi ha la maggioranza solo con i voti di Verdini (più una recensione al libro di Ceccanti sulla transizione costituzionale italiana)

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo
ROMA

  1. Il Senato dice 180 volte sì alla sua abolizione e Renzi sfida tutti sul referendum. Larga maggioranza sulle riforme ma solo grazie ai voti di Verdini, determinanti.
  2. «QUESTA è una giornata storica e voi (senatori, ndr.) avete deciso di scrivere la storia. Il Paese vi deve una gratitudine istituzionale».
    Il premier è tonico, gagliardo, sfodera sorrisi (e pure i sorrisetti) delle grandi occasioni e, invece della solita toccata&fuga, si presenta al Senato che sta per abolire per sempre due volte: per il discorso dai banchi del governo e il voto finale, piombando a sorpresa nell’Aula.
    Certo, nel suo discorso, Renzi non rinuncia a sfotticchiare, togliersi sassolini dalle scarpe, sfidare «gufi e rosiconi», sulle riforme e non solo. Del resto, si tratta del «giorno in cui nessuno credeva che saremmo arrivati», dice il premier riprendendo il suo primo discorso del febbraio 2014 al Senato, quando esordì con la prima delle sue provocazioni: «Voglio essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest’Aula». «Una provocazione oggi diventata realtà» ricorda soddisfatto. Ringrazia Giorgio Napolitano: «Senza il suo discorso dell’aprile 2013 non ci sarebbe questa riforma e non sarebbe in piedi questa legislatura», dice (dimenticandosi di aggiungere solo «e neppure il mio governo»).

    RENZI sostiene di «rispettare pesi e contrappesi della Costituzione, con questa riforma», cita Weber, ma il punto focale è il cruciale referendum istituzionale che si terrà a ottobre, rispetto al quale – dice scandendo le parole – «in caso di sconfitta ne trarrò le conferenze». Concetto già ribadito («se perdo mi dimetto»), ma fa sempre effetto. L’opposizione applaude e ride? Renzi ribatte («Sarà bello vedere il giorno dopo la vittoria le stesse facce gaudenti») e sfida i tanti «comitati per il No» presenti in Aula (grillini, centrodestra, sinistra): «Andiamo a vedere da che parte sta il popolo su questa riforma! Se i cittadini la pensano come chi urla o chi scommette sull’Italia!».
    Ma se la riforma Boschi è «la madre di tutte le riforme» e il referendum una sorta di elezione politica camuffata, i problemi, per il governo e la maggioranza, almeno finché il Senato sarà in vita e concede la fiducia, restano in piedi.
    Anche nel voto di ieri, per dire, il bicchiere lo si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto. Pieno se si contano i 180 «sì» alla riforma, ben oltre i 161 voti del plenum (maggioranza assoluta) dell’Aula, che ieri era richiesto. Vuoto se si fanno meglio i conti: senza i 17 voti dei verdiniani (gruppo Ala), cui ieri si sono aggiunti le tre senatrici del mini-gruppo «Fare», legate al sindaco di Verona Flavio Tosi, e due senatori di Forza Italia (Riccardo Villari e Bernabò Bocca), la maggioranza (Pd+Sc+Ncd), al Senato, alla fatidica soglia di 161 voti proprio non ci arriva: 181 meno 22, infatti, fa un modesto 158 voti.
    E questi numeri tengono dentro il Pd, come dentro la maggioranza, l’intera pattuglia degli (ex?) 26 senatori della minoranza dem, la cui «ribellione» era rientrata quest’estate in cambio dell’introduzione di una forma di elettività «semi-diretta» dei futuri senatori. La questione, sembrava risolta, ma ieri la minoranza dem ha battuto un nuovo, sinistro, colpo, presentando un ddl che, nero su bianco, recita «Norme per l’elezione del Senato». I primi firmatari (Fornaro, Pegorer, Gatti, Corsini) non si fidano di Renzi: chiedono l’elezione diretta dei 74 senatori che sono anche consiglieri regionali per legge ordinaria, ben sapendo che ci vuol tempo, almeno due anni, per averla. «Altrimenti – spiega Fornaro – il nostro sì al referendum non sarà scontato come il nostro sì al ddl». Traduzione: potremmo associarci anche noi ai tanti comitati per il No, magari a quelli di Sel&co. Provando a far male al premier fino al punto di farlo cadere. A quel punto l’abolizione del Senato sarebbe stata solo una vittoria di Pirro.

2) “Siamo nani sulle spalle di giganti”. Dai Padri Costituenti alla Terza Repubblica. Un libro del professor Stefano Ceccanti sulla lunga transizione italiana “quasi finita”. 

EMC – ROMA
COSA lega la riforma istituzionale che le Camere stanno per approvare (ieri l’ultimo voto del Senato) e persino la nuova legge elettorale (Italicum) al dibattito dell’Assemblea costituente del 1946-’47? Per il professore di Diritto Pubblico Comparato alla Sapienza di Roma, nonché brillante costituzionalista, Stefano Ceccanti il fil rouge è netto, forte, evidente: ci dice che, finalmente, «la lunga transizione italiana è finita». E così s’intitola il suo ultimo libro: La transizione è (quasi) finita (Giappichelli editore), libro dal sottotitolo ancor più programmatico: Come risolvere nel 2016 problemi aperti 70 anni prima.

PRIMA di entrare nel merito del testo – fondamentale anche come vademecum verso il referendum costituzionale che si terrà a ottobre – conviene dire qualcosa sull’autore. Cattolico democratico formatosi nell’ambiente della Fuci, referendario entusiasta nei primi anni Novanta, cristiano-sociale e poi liberal cattolico nel crogiuolo politico che ha visto nascere prima il Pds-Ds e, poi il Pd veltroniano ieri e, oggi, renziano, Ceccanti ha servito le istituzioni come senatore del Pd, membro della commissione dei Saggi di Napolitano, consulente di diversi ministri e ministeri: un vero civil servant, uomo di parte che, con genio e verve, prende «parte», come nel caso del suo convinto «sì» alla riforma del Senato e del Titolo V voluta dal governo Renzi e del relativo referendum, ma si fa forte di testi, citazioni, paragoni.
E qui, appunto, veniamo al libro. Ceccanti, prima ancora di raccontare, con linguaggio chiaro e diretto, i cambiamenti costituzionali e le trasformazioni del nostro bicameralismo, cita due autori cult, faro di ogni buon costituzionalista. Il padre del costituzionalismo italiano, Costantino Mortati, e il padre della politologia europea, il francese Maurice Duverger. Entrambi vengono usati da Ceccanti per supportarne la tesi di fondo: anche i migliori costituzionalisti di ieri avallerebbero le riforme di oggi fatte dal governo Renzi.

DI MORTATI, messo ad exergo del libro, viene ricordata la triste profezia: come relatore del progetto della prima parte della Costituzione, chiese inutilmente «un Senato eletto su base regionale» per evitare «inutili doppioni» con la Camera. Duverger viene citato per imbastire il paragone tra le due esperienze più note e decisive di transizione di forme di governo democratiche dell’Europa: la Francia dalla IV alla V Repubblica e l’Italia, dalla «transizione infinita» degli anni ’90 alle riforme attuali.

CECCANTI, pur ammettendo che «siamo nani sulle spalle di giganti», è rassicurante sul paragone: «il referendum costituzionale del 2016 chiude la lunga transizione italiana poggia sulle spalle dei giganti del 1946, in continuità con le intenzioni originali dei costituenti». Si tratterebbe di un fatto storico e assai positivo: vedere la trasformazione dell’Italia di oggi, come la Francia di De Gaulle di ieri, «dall’Europa dell’impotenza all’Europa della decisione».
E si tratterebbe anche di un caso di applicazione della cd. «democrazia immediata» cara a Duverger: dalla crisi della Repubblica dei partiti», superata, finora, solo per via di sempre nuove leggi elettorali, ecco riforme istituzionali vere, «di struttura». Alla faccia dei sostenitori del «No», che gridano al «golpe», per Ceccanti, il filo rosso che unisce i saggi riformatori di ieri a quelli smart di oggi c’è e si vede.

NB. Entrambi gli articoli sono stati pubblicati il 21 gennaio 2016 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

Riforma del Senato ‘for dummies’: Costituzione, bicameralismo, 138, etc. Più tre misteri gloriosi (doppia conforme, art. 2 e lodi vari).

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ecco a disposizione dei ‘venticinque lettori’ di questo blog un piccolo prontuario di domande e risposte, si spera il più possibile chiare, sulla battaglia in corso al Senato. Si tratta di questioni tecniche, per lo più, anche se pieni di risvolti politici trattati il più possibile in modo asettico. 

Com’è la Costituzione? “Rigida”.

Le costituzioni possono essere ‘rigide’ o ‘flessibili’. Quelle ‘flessibibli’ possono essere modificate attraverso la normale attività legislativa. Tali costituzioni sono tipiche dell’800 e generalmente erano concesse (ottriate) dal sovrano assoluto (come lo Statuto albertino del 1848). Quelle ‘rigide’ sono modificabili solo attraverso un procedimento aggravato che richiede cioè una maggioranza più ampia rispetto a quello ordinario. Vi è, di solito, anche un organo chiamato a sindacare l’eventuale violazione della Costituzione stessa da parte del legislatore ordinario (come la nostra Corte costituzionale). Tali costituzioni sono tipiche del’ 900 e sono garantite da meccanismi che impediscono che siano adottate leggi contrarie al loro disposto. Sono anche costituzioni lunghe (quelle ‘flessibili’ erano brevi).

Come si modifica? Chiamando il ‘138’.

L’iter da seguire per poter effettuare ogni revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138. Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi. Attenzione: si tratta di due diverse votazioni effettuate in maniera ‘incrociata’ da Camera e Senato (Camera-Camera e Senato-Senato): vuol dire che finché il testo non è adottato in maniera perfettamente identica, NON si può parlare di passaggio dalla I alla II lettura del testo in esame. Esempio: il Senato ha esaminato e votato una prima volta il ddl Boschi, la Camera lo ha modificato una prima volta, al Senato siamo alla II lettura, ma finché la Camera non lo approva, a sua volta, in testo identico, non si passa alla II (e definitiva) lettura della Camera, ma si resta dentro la I…

Per il primo giro delle due votazioni (o ‘letture’) basta la maggioranza semplice (e non ‘qualificata’), nelle ultime due serve quella ‘assoluta’. Infine, nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Il referendum può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due Camere, da cinque consigli regionali o 500 mila elettori. In sostanza, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso.

In ogni caso, nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito” Accesissimi dibattiti sono ancora aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”: è sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti.

Com’è il bicameralismo? ‘Perfetto’ (o ‘paritario’). 

A) Com’è oggi.

Voluto così dai padri costituenti nella Costituzione del 1948, in particolare dalla Dc, che temeva il predominio dei comunisti in uno dei due rami del Parlamento, e dal Pci, che temeva i rischi di un ritorno ai rischi dell’autoritarismo di epoca fascista, vuol dire che entrambe le Camere (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) fanno le stesse cose. Principalmente, esaminano e votano le leggi (decreti legge, disegni di legge, etc.) che, per entrare in vigore, devono essere approvate con un testo identico. Quindi, se una legge viene approvata da una Camera, o l’altra Camera l’approva identica, o viene cambiata e torna indietro finché non è tale. E, se il procedimento legislativo non si completa, si avanti e indietro da una Camera all’altra (è il meccanismo della cd ‘navetta’).

In teoria, i due rami del Parlamento possono andare avanti all’infinito. In pratica, i casi di una legge rimpallata più di una volta tra una Camera e l’altra non si contano. Eppure, le due Camere erano state formate e pensate in modo difforme, nella Carta del 1948.

B) Come sarà.

Il primo articolo del ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, votato in I lettura dal Senato l’8 agosto 2014 e in I lettura dalla Camera il 10 marzo 2015)  modifica solo e soltanto la II parte della Carta costituzionale (il cui titolo è “Ordinamento della Repubblica”), lasciando invariata la prima parte, quella sui principi. Il ddl prevede che la funzione legislativa non venga esercitata più collettivamente dalle due Camere, ma da parte della sola Camera dei deputati, salvo alcune materie, come le leggi di revisione costituzionale, su cui dovrà intervenire anche il Senato. Rispetto a Palazzo Madama, l’aula di Montecitorio ha tolto al Senato anche le competenze su materie etiche, famiglia e sanità. Solo la Camera sarà chiamata a votare la fiducia all’esecutivo. Sulla legge di bilancio, la Camera potrà avere l’ultima parola decidendo, a maggioranza semplice, di non conformarsi ai rilievi del Senato. Da ricordare che già una prima volta (nel 2001) è stato modificato il Titolo V della II parte della Costituzione, mentre il tentativo di modifica (sempre TItolo V, II parte Costituzione) del 2006 è stato bocciato dal referendum.

Primo ‘mistero’ glorioso: cos’è la “doppia conforme”?

Come si diceva parlando dell’art. 138 della Costituzione, Camera e Senato devono approvare, per poter avanzare di lettura in lettura, il testo di revisione costituzionale in ‘doppia lettura conforme’. I testi, cioè, devono risultare perfettamente identici (per il principio del bicameralismo perfetto o paritario che vale in tale caso come per tutte le leggi dello Stato) altrimenti non si può procedere oltre. Ma c’è di più. Nel momento in cui delle parti del testo di revisione costituzionale sono stati già approvati in modo identico dalle due Camere, nel procedere dell’esame si possono cambiare (il Senato rispetto alla Camera, ad esempio, come in questa fase) solo le parti modificate NON quelle votate in modo identico.

Sta qui il punto avanzato dalla maggioranza di governo e dalla presidente della I commissione Affari costituzionali del Senato in merito all’articolo 2: le parti già votate in modo identico non possono essere rivotate, mentre la minoranza Pd, le opposizioni e alcuni costituzionalisti dicono che si può fare ed è possibile farlo anche dopo le prime due letture perché si tratterebbe di una procedura di revisione costituzionale rafforzata.

Ma l’articolo 104 del regolamento del Senato dice chiaramente che “se un disegno di legge approvato è emendato dalla Camera, il Senato discute e delibera solo sulle modifiche apportate, salva la votazione finale” e che “nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei Deputati”. In ogni caso, la decisione finale (cioè l’ammissibilità o meno degli emendamenti in aula alla riforma, a partire dall’articolo 2) spetterà comunque solo e soltanto al presidente del Senato, Pietro Grasso.

Secondo ‘mistero’ glorioso: cosa dice l’articolo 2?

Il punto più importante del dissenso sia dentro il Pd che tra maggioranza e opposizione riguarda l’elettività o la non elettività diretta dei senatori contenuto nell’articolo 2 del ddl Boschi, articolo che modifica l’art. 57 della Costituzione, ed è composto da 6 commi.

L’articolo 2 ha a che fare con la composizione del nuovo Senato, che sarà formato da «95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali» (74 consiglieri regionali e 21 sindaci), più 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.

Nei primi quattro commi dell’art. 2 si specifica come verranno scelti i nuovi senatori: il sistema è elettivo, ma di secondo grado (indiretto) perché avviene, con metodo proporzionale, all’interno delle assemblee regionali (vale anche per i 21 sindaci, NON vale per i cinque senatori a vita o delle assemblee provinciali per le Province Autonome di Trento e di Bolzano. Approvata dal Senato in prima lettura, tutti i primi quattro commi dell’art. 2 sono stati votati in modo identico dalla Camera in sede di prima lettura, quindi – per il principio della ‘doppia conforme’ – non sono (o non sarebbero) modificabili. La sola discrepanza tra due testi per il resto perfettamente identici riguarda il comma V dell’art. 2.

In questo caso, il testo, votato la prima volta dal Senato l’8 agosto 2014, al comma V recitava: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘nei’ quali sono stati eletti”. Alla Camera, invece, il 10 marzo 2015, il comma V è stato così modificato ed approvato: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘dai’ quali sono stati eletti”.

Cambia, dunque, una preposizione (da ‘nei’ a ‘dai’) ma, in parte, cambia anche il senso: nel primo caso (‘nei’) si può adombrare un principio di elettività diretta, nel secondo (‘dai’) è certificata la elettività indiretta. La domanda è: si può cambiare il comma V senza cambiare tutto l’art. 2 e senza dover ricominciare tutto da capo? Deciderà Grasso.

Terzo ‘mistero’ glorioso: ‘lodo’ Chiti-Tonini, ‘listini’ e lodo Tatarella.

Nel braccio di ferro tra la maggioranza del Pd contro la sua minoranza, spalleggiati dalle opposizioni, la questione verte sulla elettività o non elettività dei (futuri) senatori (indiretta per i primi, diretta per i secondi), ma non sono mancate le proposte di compromesso.

La prima proposta, avanzata dalla maggioranza più dialogante del Pd (Finocchiaro), è stata quella del cosiddetto ‘listino‘: l’elezione dei senatori resta indiretta, ma gli elettori possono scegliere, al momento del voto per i consigli regionali, i consiglieri da mandare al Senato da votare in un apposito listino ad hoc che l’elettore troverebbe sulla scheda elettorale, ma il cui ordine di presentazione resterebbe appannaggio dei diversi partiti.

La seconda proposta è stata avanzata da un senatore della minoranza, Vannino Chiti: il ‘lodo Chiti‘ prevede che l’elezione dei senatori sia contestuale all’elezione dei consigli regionali ma il principio andrebbe fatto scrivendolo in Costituzione, proprio all’art. 2 (comma V, passibile, in teoria, di modifiche). L’appello di Chiti è stato raccolto, in parte, dal senatore della maggioranza, Giorgio Tonini, che ha parlato di intervento ‘chirurgico’ sull’art. 2 (comma V), ma demandando le modalità di elezione dei senatori a una legge ordinaria.

L’ultima proposta in ordine temporale, e anche quella su cui si potrebbe, almeno dentro il Pd, trovare ‘la quadra’, l’ha fatta direttamente il premier, Matteo Renzi, e prende il nome da un ex ministro (oggi defunto) di An, Giuseppe Tatarella, che nel 1995 fu l’ideatore della nuova legge per le elezioni regionali, legge che, da allora in poi, si chiama ‘Tatarellum’. Introdotta nel 1995 per parificare le modalità di elezione delle Regioni a quella per i sindaci (che, dal 1993 in poi, venivano eletti direttamente dai cittadini) il Tatarellum voleva favorire il bipolarismo, ma mantenendo un impianto proporzionale. Infatti, la base del sistema era proporzionale, poi erano i previsti listini regionali che assegnavano il 20% dei seggi in modo maggioritario, garantendo una maggioranza al presidente vittorioso. Gli eletti attraverso i listini collegati al presidente, per risultare tali, dovevano, però, venire ‘ratificati’ nella loro nomina dai consigli regionali. Estendendo quel principio ai futuri senatori, questi si potrebbero ritrovare ‘eletti’ direttamente dai cittadini al momento dell’elezione dei consigli regionali, ma dovrebbero comunque venire ‘ratificati’, per entrare in carica, dai consigli. All’articolo 2, comma V, quindi verrebbe aggiunta la frase “sulla base della designazione del corpo elettorale disciplinata dalla legge di cui al comma successivo” (il comma VI).

Solo i prossimi giorni di dibattito nell’aula del Senato diranno se sarà davvero così, stante che la decisione del presidente Grasso sull’emendabilità dell’art. 2 resterà dirimente.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

#Senato, l’elettività o meno è una partita di poker. I fedelissimi del premier: ecco il bluff di Renzi

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

«NO, non questa è una partita a scacchi, ma a poker, e Renzi sa bluffare. Ecco perché la colpa del fallimento dell’accordo deve ricadere tutta sui ribelli…».
Il paragone lo fa un renziano doc, di quelli che abitano ai piani alti del Nazareno. Il terreno di gioco, il tavolo verde, è ovviamente palazzo Madama. La posta della partita è la riforma del Senato stesso: è iniziata la terza lettura (o mano di poker), dopo le prime due (Senato-Camera).
Quattro i giocatori seduti intorno al tavolo. Il primo è Renzi e la sua maggioranza: è fissata a 155-160 la forcella di voti o punti che Lotti e Verdini assicurano al premier di avere in mano in vista del voto finale in Aula (la maggioranza assoluta, a questa mano, non serve). Il secondo giocatore è di gruppo, i ribelli dem: sono 28 i firmatari di emendamenti pro-Senato elettivo, «in realtà siamo 30», dicono loro, in 25 sono stimati i duri e puri, «e pure se ne perdiamo 4 o 5, non scenderemo mai sotto i 20». Il terzo giocatore, le opposizioni: 135, sulla carta (FI, Lega, M5S, Sel, ex-M5S), possono salire e far male al governo se sommati ai 25 ribelli dem e a 8/10 senatori ‘inquieti’ di Ncd, che ogni giorno aumenta posta e pretese (tipo: rivedere l’Italicum).
Il quarto giocatore è singolo, è il presidente del Senato Pietro Grasso: per un’intera estate ha giocato di sponda con ribelli Pd e opposizioni, oggi è neutrale, ma «irritato» verso Renzi. Il quinto giocatore non gioca, ma osserva da vicino la partita: è il presidente Sergio Mattarella.
La mano che si gioca a partire da mercoledì prossimo e fino al 15 ottobre, quando il premier vuole che la riforma passi, con un voto blindato, in Aula, è la più difficile di tutte e per tutti i giocatori seduti al tavolo.
«Renzi sta bluffando», dice e ripete la voce che arriva dal Nazareno, «finge di far aprire a qualcuno di noi (il senatore Giorgio Tonini, ndr.) sull’elettività del Senato, ma con un codicillo proibitivo: tutte le opposizioni, non solo la minoranza, devono rinunciare a tutti emendamenti (2800 quelli all’art. 2, cuore del ddl Boschi, ndr) e solo allora il governo aprirebbe alla mediazione». Insomma, a poker sarebbe come dire: ‘prima’ voi mi fate vedere le carte che avete in mano, poi io decido se farvi vedere l’asso che dico di avere.

LA MINORANZA sa che Renzi è un campione, nell’arte del bluff, ma stavolta spera che non sia così. Dice un giocatore-ribelle: «Anche se agguanta qualche voto in più e passa (Verdini annuncerà a giorni che il suo gruppo, Ala, crescerà di diverse unità, 4/5, e arriverà a 15 senatori: con 4/5 ribelli recuperati, sarebbero ben 20 i voti in più per il governo, ndr), è una vittoria di Pirro: Pd spaccato, opposizioni sulle barricate, caos nel Paese e, al prossimo giro, asticella a 161 voti. Stavolta gli serve rimangiarsi i diktat e stringere con noi il vero accordo». Insomma, il concetto sarebbe: buttiamo tutti insieme le carte sul tavolo, senza bluff, e ci dividiamo il piatto.
Ma mentre le opposizioni dicono, per ora, ‘parola’ (agli altri due giocatori: ‘parola’, a poker, vuol dire che resti in gioco ma aspetti che apra o rilanci un altro), presto toccherà al quarto giocatore, Grasso, parlare, e in Aula. Se riapre l’emendabilità all’art. 2, in tutto o parte, la minoranza e le opposizioni calano l’asso e, a colpi di emendamenti, perde Renzi.
Se, invece, Grasso chiude all’emendabilità sull’art 2, Renzi può tentare il bluff e dire alla minoranza: «Mi spiace, ma il punto ce l’ho in mano io, avete perso senza giocare». Infine, c’è il giocatore-spettatore, Mattarella: userà la sua (silenziosa) moral suasion per far sì che tutti giochino nel modo più corretto e perché un accordo si trovi. È anche l’unico, del resto, il Capo dello Stato che, a naso, non ama affatto un gioco d’azzardo come il poker.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 14 settembre 2015 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale