NEW!!! “Pacchetto Colle”. Le consultazioni, le mosse di Mattarella, le tipologie di incarico, i precedenti storici e tante curiosità

Il “pacchetto consultazioni”, pubblicato sul sito Internet Quotidiano.net il 4 aprile 2018, contiene approfondimenti e sezioni speciali in forma estesa per i ’25 lettori’ del blog.

Transatlantico

La galleria fumatori del Transatlantico di Montecitorio

  1. Il nuovo round di consultazioni sarà il 12 e 13 aprile. Ancora a vuoto?

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fissato oggi il secondo round di consultazioni per giovedì 12 e venerdì 13 aprile di questa settimana. Il primo giorno sarà dedicato alle forze politiche. Tra i partiti, gli ultimi a salire al Colle, alle 18.30, saranno i 5Stelle. Prima sarà la volta della delegazione del centrodestra unito (Lega-FI-FdI) che rimarrà dunque nella casella già assegnata alla Lega al primo giro, prima ancora della delegazione del Pd e, all’inizio, dei gruppi minori (Misto e LeU).

 Venerdì il capo dello Stato vedrà le cariche istituzionali: i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il presidente emerito Giorgio Napolitano. Nella prima tornata di colloqui, il 4 e 5 aprile, Mattarella aveva sentito, invece, prima le due principali cariche dello Stato e poi i partiti.
E così, tra oggi e ieri il Capo dello Stato ha dato un primo segnale ai partiti. Con un certo anticipo, ben studiato, sulla tabella di marcia, prima ha scritto ai presidente di Camera e Senato, Fico e Casellati, per ricordargli che il Parlamento deve eleggere, in seduta comune, otto componenti (per Costituzione di designazione parlamentare) del Csm, il cui plenum verrà riunito l’8 e 9 luglio per eleggere i suoi 16 componenti togati (in totale, si tratta di 24 membri), e sarà presieduto dallo stesso Mattarella, proprio perché scade il mandato quadriennale del Csm. Il Parlamento, di solito, ci mette tempo per procedere a tali nomine e le divisioni tra i partiti per formare il governo non aiuteranno a facilitarne il compito. Per dirne un’altra, manca la nomina di un giudice della Consulta da oltre due anni (nel frattempo la Consulta ha cambiato ben due presidenti!), ma il Parlamento uscente non è mai riuscito a provvedervi.

Insomma, Mattarella ieri ha battuto un colpo. Il secondo lo ha suonato oggi, convocando il secondo giro di consultazioni che si apriranno al Colle giovedì 12 e venerdì 13. IAnche in questo caso, la pratica sarà sbrigata in meno di due giorni. Due le novità: il centrodestra si presenterà unito, in formato ‘Triplice Intesa’ (Berlusconi-Meloni-Salvini) e il gruppo Misto della Camera con un nuovo capogruppo perché Leu ha ottenuto, ieri, la deroga a costituirsi in gruppo autonomo, nonostante abbia solo 14 deputati (20 è il numero minimo consentito), in quanto simbolo presentato alle elezioni (fu concessa, nella scorsa legislatura, a FdI).

Il Capo dello Stato individuerà un premier e gli attribuirà un incarico per formare un governo, entro il fine settimana? Difficile. Più facile che anche il secondo giro vada a vuoto, ma Mattarella – per evitare la deprecabile immagine dello stallo e del vuoto istituzionale – potrebbe affidare, invece, un pre-incarico a una figura ‘terza’ (il nome più quotato è quello del presidente del Senato, Casellati) per sondare, questa volta attraverso consultazioni formali ma non del Capo dello Stato, ma di un presidente incaricato, i partiti e poi, appunto, tornare a riferire al Colle e a lui stesso.

La verità è che il mite, calmo e serafico Sergio Mattarella, sta iniziando a perdere la pazienza. Le trattative tra i partiti – sia sul fronte Lega-M5S o centrodestra-M5S, sia sul fronte M5S-Pd – sono ferme al palo, bloccate da veti reciproci e paralizzanti. Di Maio non recede dal proposito di essere lui il premier (Salvini, invece, sì), ma soprattutto non vuole alcun rapporto con Berlusconi e con la sua Forza Italia, tantomeno accettandone ministri e sostegno al suo governo (ma se si trattasse solo di un appoggio esterno, da parte di FI, o di ministri ‘di area’ o ‘tecnici’? Non si sa). Salvini non recede, almeno per ora, dal patto a tre siglato con FI e FdI: mantenere unito il centrodestra può prefigurare un incarico allo stesso Salvini (37% la percentuale del centrodestra unito contro il 32% del solo M5S), ma non vuole accettare un pre-incarico, con il rischio di ‘bruciarsi’, e tantomeno vuole accettare il dialogo e il possibile sostegno, a un suo governo, del Pd, ipotesi che FI accarezza. Il Pd non vuole scendere a patti con i 5Stelle, a meno che – forse – Di Maio rinunci alla premiership, ma non si capisce perché quest’ultimo dovrebbe rinunciare con Salvini e accettare di non fare il premier con il Pd… Inoltre, il Pd è spaccato al suo interno: l’Assemblea nazionale del 21 aprile potrebbe essere l’occasione per capire cosa vuol fare il Pd e se Renzi, oltre che i gruppi parlamentari, controlla ancora il partito, ma le timide aperture di pezzi del Pd ‘governista’ e ‘collista’ (nel senso di pronto ad accettare le pressioni del Colle, appunto) non bastano, per ora, a bilanciare la contrarietà di Renzi e dei suoi ad andare al governo, almeno non con i 5Stelle. Infatti, l’ipotesi – per ora fantascientifica, ma ‘mai dire mai’, potrebbe essere quella di un Pd che, per una volta unito, fa nascere (tramite le astensioni o uscendo dall’aula) un governo di minoranza a guida centrodestra (Salvini o, meglio ancora, una figura terza, meglio ancora se istituzionale, stile Casellati, appunto) su richiesta del Colle e trincerandosi dietro “il senso di responsabilità istituzionale”. Troppo presto per dirlo e, in ogni caso, tutti gli scenari sono aperti. Per ora tra i partiti il gioco è “a somma zero” mentre il Pd vive il dramma del “gioco del prigioniero” (un classico della “teoria dei giochi”: in soldoni, vuol dire che qualsiasi scelta fai sconti una pena…).

Il tempo, dunque, rischia di passare ancora inutilmente: il secondo giro di consultazioni, realisticamente, andrà a vuoto, forse non basterà neppure un terzo. Ora, è vero che Mattarella intende prendere, ancora per un po’, i leader e le loro bizze infantili (quelle che rispondono al famoso slogan ‘politico’ del bambino che urla “il pallone è mio e ci gioco solo io!”) per sfinimento. Condurre un secondo, e di certo anche un terzo, giro di consultazioni, infatti, vuol dire far passare (anzi: far correre) le due settimane che ci separano dalla fine di aprile mentre ancora si sta girando il film “Gran Ballo Quirinale”. E vuol dire arrivare ai primi di maggio senza aver attribuito ancora alcun incarico ‘politico’ per formare un governo, se non, forse, un pre-incarico a una figura istituzionale (la presidente del Senato Casellati è il nome più quotato), ma destinato a finire sostanzialmente nel nulla, oltre che a relazionare il “nuovo” (?) stato dell’arte al Capo dello Stato. Compiere questa mossa può servire, a Mattarella, per chiudere anche formalmente le due ‘finestre’ ancora aperte per un voto anticipato a giugno. Infatti, per votare il 17 giugno bisognerebbe sciogliere le Camere entro il 2 maggio (dai 45 ai 70 il termine per indire i comizi elettorali), per andare alle urne il 24 giugno (quando si terranno i ballottaggi delle amministrative, primo turno il 10 giugno) non si può scavallare il 9 maggio. Insomma, subito dopo il ‘mega-ponte’ festivo, compreso tra il 25 aprile (Festa della Liberazione) e il I maggio (Festa dei lavoratori), i partiti e i loro leader, per quanto recalcitranti, dovranno per forza di cose acconciarsi a dar vita a un governo. Politico o, se non ci riusciranno, di scopo, istituzionale, di responsabilità. Ma è anche vero che Mattarella vuole – e chiederà ai partiti – risposte concrete e urgenti alle domande che già ha fatto loro nel primo giro di consultazioni: quale maggioranza pensate di riuscire a formare in Parlamento, con quali numeri? A chi pensate per la figura del premier? Sorretto da quali forze politiche? E con quali programmi per il Paese? A tali domande i partiti sono chiamati e tenuti a rispondere.

2. Aprile, il più crudele dei mesi… (repeat)

Aprile, il più crudele dei mesi, come diceva il Poeta (Thomas Eliot), è anche il mese in cui si sono aperte le consultazioni al Colle per la formazione di un nuovo governo, dopo il risultato politico delle elezioni del 4 marzo e i primi atti ufficiali delle nuove Camere e cioè della XVIII legislatura. Legislatura già partita, in realtà, con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi che servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Ma se le Camere hanno iniziato a funzionare e nonostante la nostra sia una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia, un governo – come la serva di Totò – ‘serve’. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare (le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti). Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Napolitano nominò, proprio per ovviare a questo inconveniente causato dal protrarsi delle consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (che fu sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere e varare il Def e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri e presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello per approntare una riforma della Costituzione, anche se tra i forti dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione ma senza la prassi ordinaria per istituirla.

In ogni caso, le consultazioni al Quirinale, che storicamente si tengono nell’ufficio del Capo dello Stato e vedono poi, una volta uscite le delegazioni, delle brevi comunicazioni dei partiti e gruppi convocati nel magnifico studio della Vetrata, sono iniziate il 3 aprile e seguiranno, ogni volta, un rigido calendario, già scandito e diffuso, il 29 marzo, da un comunicato del Colle. Il secondo giro di consultazioni, come già detto, si terrà il 12 e il 13 aprile 2018.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Non c’è nulla di scritto, nella Costituzione, sulle consultazioni, solo le consuetudini ne regolano lo svolgimento. Ecco le principali.

3. Consuetudine più che regole: le consultazioni e il calendario del Colle. 

Un’antica consuetudine, peraltro non sempre rispettata nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i presidenti delle Camere e il presidente emerito della Repubblica (notare che dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, nel 2015, in poi, si tratta di non solo di un presidente emerito, ma di un ex Capo dello Stato bis…), poi di passare ai gruppi parlamentari, con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande secondo la loro consistenza numerica.

Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera oppure nell’altra.

La presenza, alle consultazioni, oltre che dei capigruppo, di leader non eletti in modo democratico e formale nelle loro rispettive formazioni politiche, è una pratica invalsa solo dalla II Repubblica (1993). In tempi recenti Grillo nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi lo farà con FI.

Nella I Repubblica (1946-1992), infatti, salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti degli stessi partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Il Quirinale ha diffuso, si diceva, il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, che viene detto un nuovo ‘giro’,  cambieranno i giorni, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi. Ecco la tempistica ufficiale.  Il primo ‘giro’ di consultazioni si è tenuto mercoledì 4 aprile e giovedì 5 aprile. Il secondo ‘giro’ si terrà tra giovedì 12 aprile e venerdì 13 aprile. Si può, in teoria, andare avanti all’infinito… Ci potrebbero volere, in ogni caso, dei mesi (forse uno, forse due) per vedere la nascita di un nuovo governo. Di certo il mese di aprile se ne andrà via solo per le consultazioni e un nuovo governo potrebbe non giurare che a maggio. Abbastanza in avanti, dunque, per chiudere la finestra elettorale di giugno (il 10 giugno andranno al voto più di 700 comuni italiani, ballottaggi il 24 giugno) perché – dopo di allora – sarà impossibile andare di nuovo a votare prima dell’estate. Quindi, anche per un possibile e non auspicabile voto anticipato se ne parlerebbe a ottobre. Tra le altre date – non istituzionali, ma ‘politiche’ – da tenere presenti, ci sono le elezioni regionali in Molise, fissate per il 22 aprile, e quelle in Friuli-Venezia Giulia (29 aprile). Ma torniamo al calendario del primo ‘giro’ di consultazioni.

Mercoledì 4 aprile, sono saliti i presidenti del Senato (Casellati), alle ore 10.30, e della Camera (Fico) alle 11.00. Alle 12.30 il presidente emerito Giorgio Napolitano. Tutti e tre torneranno al Colle venerdì 13 aprile.

Sempre mercoledì 4 aprile, alle ore 16, è stata la volta del gruppo Autonomie del Senato. Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Conta, in questa legislatura, otto senatori, il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp) in rappresentanza della Svp. Ne fanno parte Gianclaudio Bressa (ex Pd), Napolitano (che però è già andato al Colle da solo in qualità di presidente emerito), Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo ha avuto la dispensa a restare sotto soglia (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta le minoranze linguistiche.

Alle ore 16.45 è arrivato il Gruppo Misto del Senato e alle 17.30 il Gruppo Misto della Camera. Il gruppo Misto della Camera è composto da 22 deputati ed è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU): comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 4 di Noi con l’Italia-Udc; 5 ex M5S. Il gruppo Misto comprendeva 14 deputati di Leu i quali, però, martedì 10 aprile hanno ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo pur stando sotto la soglia di 20 deputati in quanto simbolo presentato alle elezioni ed hanno eletto presidente Federico Fornaro.

Il gruppo Misto del Senato è composto da 12 senatori, è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Monti e Segre, l’ultima senatore a vita nominata nel 2018 da Mattarella). Al Senato, LeU dovrà restare nel Misto: il nuovo regolamento del Senato non permette, in ogni caso, la costituzione di gruppi autonomi sotto i 10 senatori.

Alle 18.30 di mercoledì 4 aprile l’ultimo incontro del giorno è stato con i gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia (50). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta su 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato) che andranno senza la Meloni.

Giovedì 5 aprile si sono riaperte le consultazioni al Quirinale. Il primo gruppo, quartultimo nell’ordine di salita al Colle, è stato quello del Pd alle 10. Il Pd, infatti, con 163 parlamentari (111 i deputati e 52 i senatori) è il IV partito per consistenza numerica: ha eletto come capigruppo Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Sono saliti al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, Matteo Orfini. Non ci sarà invece il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi, che dalle sue dimissioni non ha più cariche nel Pd.

Alle ore 11.00 è stata la volta dei gruppi di Forza Italia. I capigruppo di FI al Senato (Annamaria Bernini) e alla Camera (Mariastella Gelmini) rappresentano 104 deputati e 61 senatori per un totale di 165 parlamentari. Il presidente del partito, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai capigruppo. Da notare che, al Senato, i 4 eletti di Noi con l’Italia- Udc sono entrati nel gruppo di FI, alla Camera no (stanno nel Misto). Non è salito al Colle anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani (sarebbe stata una prima volta assoluta per una carica istituzionale europea pari di rango a un Capo di Stato!) ma Berlusconi potrebbe nominarlo vicepresidente di Forza Italia e dunque ammetterlo alle consultazioni. Il cerimoniale del Colle, infatti, è molto rigido: possono salire al Quirinale solo cariche di partito elettive.

Alle ore 12.00 è toccato ai gruppi della Lega. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, è salito al Colle con i due capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera). La Lega conta su 125 deputati e 58 senatori per un totale di 183 parlamentari.

Infine, alle ore 16.30, le consultazioni si sono completate con i Gruppi di M5S. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) sono saliti al Colle accompagnati dal leader e candidato premier dei 5Stelle, il deputato Luigi Di Maio. M5S conta 222 deputati e 109 senatori, in totale 331 parlamentari.

Per quanto riguarda il nuovo (il secondo) giro di consultazioni, i gruppi minori (Autonomie Senato, Misto Senato e Misto Camera, LeU) saliranno al Colle giovedì 12 aprile, in mattinata. Nel pomeriggio andranno al Quirinale i gruppi maggiori: Pd, centrodestra unito (in teoria Lega+FdI-FI hanno molti più parlamentari, 398, del M5S, che ne conta 331, ma salirà comunque come penultimo gruppo) e, infine, l’M5S. Venerdì 13 aprile toccherà ai presidenti di Camera e Senato, Fico e Casellati, e al presidente emerito Giorgio Napolitano.

4. La pausa di riflessione (un’altra…) e il conferimento dell’incarico.

Venerdì 6 aprile è stata, per il Capo dello Stato, una giornata cosiddetta “di riflessione” e tale sarà anche il prossimo weekend, quello del 14 e 15 aprile. Ascoltati tutti i gruppi e le forze presenti in Parlamento, sulla base dei programmi, degli eventuali accordi politici e soprattutto dei numeri necessari a godere di una base parlamentare (la Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, anche se, ovviamente, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia, sono pieni gli annali della storia patria…) che gli verranno sottoposti, Mattarella rifletterà sulle prossime mosse da compiersi. Ma prima di decidere ‘se’ conferire un incarico per formare un governo e a ‘chi’, il Capo dello Stato, di fronte al complicarsi della situazione politica, sempre più ingarbugliata, ha deciso di aprire, dopo qualche giorno di pausa, un nuovo giro di consultazioni, senza conferire nessun incarico perché non convinto dai propositi delle forze politiche, specialmente se – come è in questo caso – nessun partito gode, come base di partenza, della maggioranza in nessuno dei due rami del Parlamento.

Un altra data importante da segnare sul calendario era quella di martedì 10 aprile. Entro quella data, infatti, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare, però, dopo aver ottenuto il parere obbligatori delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, quelle Bilancio e Finanze di Camera e Senato (40 deputati e 27 senatori), che devono lavorare per votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente Vito Crimi (M5S), alla Camera ??? Francesco Boccia (Pd), presidente uscente, o Giancarlo Giorgetti (Lega). Il Def, infine, va approvato dalle Camere e, per forza, a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti) entro il 15-30 aprile al massimo per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles da parte della commissione Ue entro la fine di maggio.

5. Incarico pieno, pre-incarico o incarico esplorativo?

Il tipo di incarico che il capo dello Stato vorrà conferire (pieno, esplorativo o pre incarico) sarà noto solo alla fine dell’ultimo giro di consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra, può indicare personalità politiche o non politiche, parlamentari o non parlamentari, figure espressioni di una forza politica, di un’area politica o tecnici. Va ricordato che il Capo dello Stato non può sindacare un programma di governo, ma può chiedere e ottenere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) che i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo a loro prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del consiglio (art 92 e 93 Cost.).

Ma vediamo le tre fattispecie classiche di un possibile incarico di governo.

Il pre-incarico. Serve per verificare, da parte di un leader politico, se è capace di trovare una maggioranza atta a formare un governo. Il presidente del consiglio pre-incaricato deve tornare a riferire al Capo dello Stato se ha trovato una maggioranza parlamentare ed è quest’ultimo che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno. In sostanza, il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato e non lui a sciogliere l’eventuale riserva. Precedenti. Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera ma non al Senato. Il pre-incarico rimase tale.

L’incarico (o mandato) esplorativo. E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, preferibilmente quello del Senato, perché è la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato con un mandato esplorativo, con i partiti, e dopo riferire al Presidente che valuta il da farsi. L’incarico esplorativo on va confuso con il pre-incarico. Precedenti. La presidente della Camera, Nilde Iotti ricevette, nel 1987, da parte del presidente di allora, Francesco Cossiga, un incarico esplorativo (Fu la prima volta di una donna e la prima e unica volta di un esponente del Pci). Il presidente del Senato Franco Marini nel 2007 lo ricevette dal presidente Napolitano. Entrambi i tentativi fallirono.

L’incarico (o mandato) pieno. E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato e si presenta, dopo, al Parlamento per avere la fiducia. Una prassi che è stata interrotta una volta sola da Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri, auto-concedendosi un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, riportando alla luce l’antico precedente del governo Pella che giurò nel 1954 senza riserva.

Una volta conferito l’incarico e formato il governo – che giura, come il presidente del Consiglio, anche se in due momenti distinti, nella mani del presidente della Repubblica – il nuovo governo deve chiedere e ottenere la fiducia delle Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Ma il Capo dello Stato prega anche, sempre per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è sempre quella del “disbrigo degli affari correnti”. Sarebbe quindi quest’ultimo governo, anche se battuto, e non il governo Gentiloni (che è attualmente in tale condizione) a restare in carica fino a un nuovo governo o a nuove elezioni.


Einaudi

Luigi Einaudi presidente della Repubblica (1948-1955)

 

5. I precedenti, le formule e i tipi di governo nella storia repubblicana.

Precedenti, consuetudini e prassi costituzionale vengono consultati, in questi giorni, come sempre avviene in questi casi, dal presidente e dai suoi principali collaboratori che sono il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera), il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri, ma anche i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso, il consigliere Simone Guerrini, etc. I precedenti sul tavolo del Capo dello Stato sono:

Governo della non sfiducia (1976-’78) o delle astensioni. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, la Dc e il Pci che però mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo (la cd. conventio ad exludendum). Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Fu, di fatto, un monocolore Dc con l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI compreso per la prima volta, mentre i partiti che lo sostenevano – e cioè Dc, Pci e gli altri partiti costituzionali (tranne l’Msi, fuori dal cd. “arco costituzionale”, e Dp, Pr e Pli, all’opposizione) – facevano funzionare il Parlamento lavorando dentro le commissioni parlamentari che, mai come allora, ebbero e svolsero un ruolo cruciale. Anche il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978) vide la fattiva collaborazione del PCI, sempre attraverso le commissioni parlamentari e il suo voto su mozioni leggi e documenti, ma anche in questo caso senza la presenza di ministri del PCI. Il V governo Andreotti (1979) fu invece solo un governo di passaggio verso le elezioni. Presidente della Repubblica era Giovanni Leone (Dc).

Governo balneare. Tipici della Prima Repubblica nacquero e operarono solo in funzione di portare il Paese al voto perché privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Lo furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70). Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi).

Governo di minoranza. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa che toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto più presidenti della Repubblica.

Governo di scopo. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica.

Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico.

Governo tecnico. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese come accadde durante la crisi economica del 1992-’93, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995) o dopo entrambi i fatti scatenantisi insieme come nella crisi finanziaria del 2011. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vede il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro.

Governo del Presidente (della Repubblica). Premesso che la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per natura del suo mandato, guidare governi o anche solo, in teoria, ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica, lo furono di fatto, dei governi ‘del Presidente’ i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc) e anche il governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, eterodiretto come fu dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari” ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi con il governo tecnico o balneare.

Governo delle larghe intese. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato, di fatto, anche un “governo del Presidente” perché nacque dopo il lavoro della commissione dei 40 saggi imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento dopo la sua rielezione (2013) e soprattutto a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta sarebbe però meglio definirlo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare in modo fattivo al governo e con dei loro ministri. Il termine era stato già coniato in passato per i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995) e la teorica nascita di un governo D’Alema che non vide la luce.

Governo di emergenza o di unità nazionale. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti i partiti dell’arco costituzionale (così venivano definiti i partiti nella I Repubblica, con l’esclusione dell’Msi, ma con l’inclusione del Pci), anche i più lontani tra di loro, i quali vi siedono con propri ministri per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Lo furono il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria, ma lo furono anche i Governi di Cnl (1945-1947) che dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e poi accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione. Nel primo caso, in epoca pre-fascista, c’era ancora il Re Vittorio Emanuele III di Savoia (la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale), nel secondo caso il Capo provvisorio dello Stato, fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), era Enrico De Nicola (Pli).


Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

6. Curiosità, episodi e precedenti nella storia delle consultazioni al Colle.

I) Il ciclone Pertini. Il primo governo laico (Spadolini) e socialista (Craxi).

Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo Pertini). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma un V governo Andreotti che portò il Paese al voto.

Ma le due innovazioni per cui Pertini passò alla storia furono ben altre. Fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana (l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo Parri, azionista, del 1947 era nato sotto la monarchia). Sempre nel 1979 diede l’incarico di formare il governo (ma senza successo) al segretario del Psi Bettino Craxi, suscitando grande scalpore ma preparando così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

Infatti, nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito il 28 giugno 1981. Fu una specie rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc, partito che mantenne tale primato ininterrottamente per 35 anni.

Ma l’altra vera innovazione introdotta da Pertini fu il conferimento dell’incarico al primo socialista nella storia della Repubblica. Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Infine, per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica (Pertini) che, appunto, il presidente del Consiglio dei Ministri (Craxi).

II) Cossiga e la crisi più lunga: nel 1989 nasce il VI governo Andreotti.

La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella della primavera del 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti solo 64 giorni dopo le dimissioni del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita, che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche. Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Il quale De Mita, peraltro, pretendeva dall’allora Capo dello Stato Cossiga una legittimazione costituzionale di un patto politico, quello della cd. ‘staffetta’ tra lui (allora leader della Dc) e Bettino Craxi, allora leader del Psi, che si sarebbero dovuti alternare al governo a ogni metà di legislatura. Il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi), sbloccò l’impasse e durò fino al 1991.

III) Scalfaro teleguida i governi Amato e Ciampi (1992-’94) sotto Tangentopoli.

Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro, costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, solo il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse già in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi operanti in situazioni drammatiche. Il primo fu a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal 1992 al 1993 affrontando sia i problemi di ordine interno (corruzione e stragi) che internazionale (crollo della lira, svalutazione e prelievo forzoso sui conti correnti). Particolare curioso delle consultazioni del 1993: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto partiti…

Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era governatore di BankItalia) e il primo dal 1947 a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti (il Pds di Occhetto ne uscì dopo 24 ore perché la Camera negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per Craxi che si teneva proprio quel giorno) ma fu anche il governo che gestì il passaggio a una nuova legge elettorale, il Mattarellum, che varata nel 1993 sancì il definitivo superamento del sistema proporzionale puro che aveva caratterizzato la I Repubblica dal 1946 in poi.

IV) Scalfaro blocca Berlusconi sulla Giustizia: Previti non può essere ministro.

Quando, nel 1994, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura, la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi scrisse una fine già segnata alla nascita del nuovo governo che nacque il 10 maggio 1994 e durò fino alle sue dimissioni del 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri, ma il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo Berlusconi spostò Previti alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, ma già Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo Pella (1953).

V) Napolitano silura Berlusconi: lacrisi del 2011 e la nascita del governo Monti.

Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura, il 7 maggio 2008, il 60 esimo governo della storia repubblicana, aveva già battuto tutti i record di durata degli esecutivi più longevi (rimase il secondo più lungo, secondo solo a De Gasperi) quando – dopo la crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio già alla fine del 2010, il governo cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato Napolitano prese al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice e ‘creatore’ dell’esperimento del governo Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare senatore a vita, e che governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ non indicati dai vari partiti.

VI) La ‘carica dei 101’. Il fallimento di Bersani, la rielezione di Napolitano e la nascita del governo Letta (2013): una crisi di governo durata ben 44 giorni.

Come molti ricorderanno, la legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione senza soglia di accesso, e la coalizione imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) solo alla Camera ma non al Senato per la difformità dei premi, che lì venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico di formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna. Napolitano congelò quel pre-incarico senza mai più ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato, ma le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101“) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo capo dello Stato ad essere eletto due volte alla massima carica dell’istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato bis il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi che fu molto lunga diede vita a due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’. Formula che proseguì fino al 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi, che ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece a Mattarella, eletto nel 2015, conferire l’incarico a Gentiloni.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in parte, sul sito  di Quotidiano.net il 4 aprile 2018. Qui viene ripubblicato arricchito di approfondimenti e sezioni.

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“Siete bellissimi!”. Di Maio accoglie i neoeletti di Camera e Senato. Battute e spaesamento dei neofiti, i veterani arrivano al ralenty. Tre articoli tre, redditi compresi

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti negli ultimi tre giorni, dal 19 al 21 marzo, sul ‘primo giorno’ dei neoeletti al Senato e alla Camera e sui redditi dei parlamentari della passata legislatura. Articoli tutti pubblicati, come sempre, sul Quotidiano Nazionale.

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  1. “Siete bellissimi!”. Di Maio accoglie le nuove reclute. I neoeletti entrano a Montecitorio.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Questo palazzo per me è un tempio”. Li accoglie così, i neo eletti pentastellati, detti già l’Orda d’Oro – nome con cui sono state già ribattezzate le nuove truppe grilline: 221 deputati – raccolti nell’auletta dei gruppi di via della Missione, Luigi Di Maio, candidato premier dei 5Stelle. “Siete bellissimi”, dice loro coccolandoseli, orgoglioso dei suoi nuovi soldati. Ieri alla Camera dei Deputati, come il giorno prima al Senato della Repubblica, i protagonisti del ‘primo giorno di scuola’ sono loro, i pentastellati.

I neo deputati degli altri partiti arrivano alla spicciolata: per lo più sono facce conosciute, anche se i nuovi, specie nella Lega, sono tanti. Su 630 vecchi e nuovi deputati, ieri hanno sbrigato le formalità di rito in 334 e, appunto, erano quasi tutti grillini. Solo che palazzo Montecitorio è assai diverso da palazzo Madama, sede del Senato: là è un’oasi di quiete e di spazi a disposizione dei senatori, qua – nonostante un palazzo enorme e le sue numerose e belle propaggini (i palazzi di fianco e ad esso collegati) – è una nota Suburra. Il Transatlantico, detto anche il Corridoio dei Passi Perduti, l’appartata Corea, dove ci si può incontrare lontano da occhi indiscreti, la famosa Buvette, con i suoi arancini, pizzette snackers da gustare all’ora dell’aperitivo. Ma il vero pericolo è dato un’intera categoria, quella dei giornalisti. Dentro al Movimento la chiamano “la muta dei cani” e invitano tutti, specie i neo-eletti – che, intimoriti, si limitano a dire loro ovvietà – a restarne a debita distanza. Chi non si fa spaventare è il reietto ed espulso, a oggi, dai 5Stelle, patron del Potenza Calcio, il vulcanico Salvatore Caiata. Si fa vedere tutto felice alla Buvette, si scatta selfie a ripetizione, nega ogni desiderio di dimissioni, ma assicura che vuole rimanere nel Movimento, anche se per ora si iscriverà al gruppo Misto.

“Sono qui per salutare la mia forza politica e resto a disposizione del Movimento”. Bella è bella, nulla da dire, spiega invece Alessia D’Alessandro. Intercettata alla Buvette della Camera in compagnia della madre e del deputato pentastellato veterano Angelo Tofalo, manco fosse una debuttante, la D’Alessandro ha però mancato, anche se per un pelo, l’elezione. Candidata nel collegio di Agropoli, lo ha perso perché la candidata del centrodestra ha fatto meglio di lei nonostante una terra, la sua Campania, dove l’M5S ormai ha superato le percentuali della Dc. Era diventata famosa, la D’Alessandro, in campagna elettorale, perché Di Maio l’aveva descritta come “un economista che lavora nel think thank della Cdu della Merkel”. Non era vero, era solo una stagista: la Merkel non l’ha mai vista e manco il seggio.

Tornado agli altri, in teoria, per sbrigare le formalità di rito, che si svolgono nella sala del Mappamondo, al primo piano, bisognerebbe attendere la raccomandata della Corte d’Appello, ma molti non ce l’hanno fatta ad aspettare e sono venuti lo stesso. Il più puntuale, è il rettore dell’università di Messina, eletto nelle fila del Pd, uno dei pochi sopravvissuti dell’eccidio effettuato dalle elezioni tra le fila dem in terra di Trinacria. Tra i veterani, ecco Guglielmo Epifani e Pier Luigi Bersani, entrambi di Leu. Sempre tra i dem, si riconoscono subito il presidente Matteo Orfini, Walter Verini, Roberto Morassut, David Ermini (che, per scaramanzia, non ha ancora preso casa, come fece già nel 2013, fu poi Renzi – racconta – a dirgli “prendila pure che ci resti fino al 2018”), Alessia Morani che chiede al collega “cosa scrivo sulla scheda personale?” (“scrivi avvocato e basta”, dice Ermini), mentre il costituzionalista Stefano Ceccanti è la new entry ma ha già passato una legislatura nel Pd al Senato e ne mostra il tesserino rilegato mentre, invece, quello della Camera è un normale badge fototessera. Tra le curiosità c’è, in Forza Italia, un omonimo di uno dei suoi storici fondatori, Antonio Martino, eletto in Abruzzo. Fende il Transatlantico, con passo felpato e con maglione da intellettò bohemienne la ‘mente’ economica della Lega, Claudio Borghi, che ribadisce di voler “uscire dall’Euro”. Non passano inosservate Matilde Siracusano (FI), ex concorrente di Miss Italia, a sua volta nipote del Martino ma quello ‘vero’, Marta Fascina da Portici, bellissima bionda eletta in Campania sempre in FI e per sempre volontà di Berlusconi, e Giusi Bartolozzi, avvenente magistrato eletta ad Agrigento, moglie del mancato candidato azzurro nell’isola. Mancano, invece, almeno per ora, all’appello i pochi big della nuova Camera: Boldrini, Gentiloni, già ‘conoscitori di mondo’, che aspettano calmi.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 21 marzo 2018 a pagina 6.


2. Senatores probi viri, Senatus mala bestia. Le matricole di palazzo Madama.

Palazzo Madama, lunedì 19 marzo, ore 15, sala Nassirya. Folla di fotografi, cameramen e cronisti che presidiano tutti gli ingressi davanti e dietro del Senato. I senatori neo-eletti (315, ma in realtà 314 perché uno, causa ‘baco’ del Rosatellum, manca, per la precisione in Sicilia) devono presentarsi nei loro nuovi uffici per prendere contatto con la loro nuova sede, il Senato della Repubblica. Una grande emozione per molti, una noiosa incombenza per pochi, dato il forte ricambio del 4 marzo. Tra le prime urgenze ci sono fototessera, tesserino, badge, ma ricevono anche copia della Costituzione (caso mai non l’avessero letta…), regolamento del Senato e altro materiale illustrativo. L’Aula sarà il loro regno, ma anche il Transatlantico, la Buvette, stanze, corridoi e loro meandri, a volte misteriosi. Il Senato è piccolo, circolare e compatto, ma con tanti palazzi collegati tra cui un famoso corridoio segreto che lo collega alla Camera. Perdersi è un attimo: si susseguono sale e salette, i servizi utili (infermeria, barbiere, banca, etc.) e, ovviamente, i bellissimi saloni e affreschi di un palazzo eretto da Papa Sisto IV Della Rovere, anno di grazia il 1505.

Tanto per cambiare, il primo caos, per quanto creativo, lo creano i pentastellati. Sono tanti (112), non vestono più in sandali francescani né portano più acconciature improbabili come nel 2013. Ormai abbondano i professori universitari, i ricercatori, i dirigenti ospedalieri, Eppure, vengono scortati con cura dai loro colleghi veterani che, neanche fossero una scolaresca in gita, elencano bellezze e segreti del luogo. La senatrice Angela Piarulli, neoletta in Puglia, chiede ai commessi, prima di farsi la foto, “i capelli meglio sciolti?” mentre Silvana Giannuzzi, eletta in Campania,
riconosce che “Tutto questo va oltre i miei sogni”. Certo è che al primo ‘giorno di scuola’, i grillini sono presenti in massa: Di Maio ha convocato la prima riunione, non si può mancare. Solo che così il seppur efficiente sistema di registrazione dei neoeletti va in tilt e s’ingolfa subito. E tutti gli altri? Molti, respinti con perdite,
decidono che è meglio ripassare oggi o domani, ma qualche temerario osa lo stesso.

I primi della classe (altrui) sono la ministra Valeria Fedeli (Pd) e la biologa Paola Binetti (Udc). La prima big a registrarsi è Emma Bonino, poi si vede arrivare Vasco Errani (Leu). Matteo Richetti (Pd), neofita del Senato parla di “grande onore ed emozione”. Il più giovane eletto del centrodestra è Marco Siclari (FI), che è anche, ammette, l’unico azzurro che ha vinto un collegio uninominale “dal Lazio in giù”. Non a caso, l’ex direttore del Quotidiano Nazionale, Andrea Cangini, eletto nelle Marche per FI, avverte: “Se Salvini rompe la coalizione è un suicidio”. Di dem, quasi la metà rispetto alla scorsa legislatura (sono in 57, erano 97: un bagno di sangue), non si vede quasi nessuno. Passa Francesco Verducci, pure lui eletto nelle Marche, area Giovani Turchi, ma lui è un veterano. Tra i tanti guai del Pd, ce n’è anche uno logistico: il gruppo dem si è ristretto assai (da 98 a 57 senatori) e perciò dovrà cedere almeno la metà dei suoi uffici, appartenuti in parte alla Dc, con tanto di busto di De Gasperi (andranno ai 5Stelle), e in parte al Pci, ala che dovrebbe restare al Pd. Matteo Renzi, in compenso, ancora non si è visto: aveva fatto un breve giro al Senato una settimana fa, quando ha scoperto che, in qualità di ex presidente del Consiglio, deve ancora venire a registrarsi (pare che lo farà solo venerdì mattina). In ogni caso gli spetta un ufficio solitario, e ben più ampio dei suoi colleghi, nel palazzo di fronte, Giustiniani. Un palazzo meraviglioso dove hanno le loro stanze gli ex presidenti del Senato (lì andrà Pietro Grasso), i senatori a vita e gli ex presidenti della Repubblica. E così al povero Renzi toccherà in sorte di sentirsi i rimbrotti di Napolitano e di Monti. Neanche Mattero Salvini, peraltro, ancora si è registrato, ma ha ben altro per la testa.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 20 marzo 2018 a pagina 6.

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

3. I redditi dichiarati dai parlamentari e dai leader nella passata legislatura.
Ettore Maria Colombo – ROMA
Sei volte tanto. Beppe Grillo, fondatore e garante dell’M5S, sestuplica il suo reddito e, in un solo anno, scala la classifica dei redditi dei politici ‘paperoni’. Grillo, infatti, dichiara un imponibile di oltre 400 mila euro nel 2017, quasi 350 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Ma nella ‘top ten’ dei politici più ricchi ci sono anche il senatore a vita Renzo Piano, di professione archistar, che sfiora i tre milioni di euro e Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia fresco di rielezione, con 2.700 mila euro di reddito. Le entrate del capo politico dei 5Stelle, Luigi Di Maio, restano invece identiche per il terzo anno consecutivo: 98.471.04 euro il reddito dichiarato come nel 2015 e 2016. Matteo Renzi guadagna poco di più: 107.100 mila euro mentre il nuovo reggente del Pd, Maurizio Martina, che si è appena dimesso da ministro, ha guadagnato 98.441 euro. La ‘paperona’ del governo Gentiloni, invece, è la ministra Valeria Fedeli che ha dichiarato ben 182.016 euro nel 2017.
Sono disponibili, da alcuni giorni, i Bollettini delle dichiarazioni patrimoniali, dei redditi e delle spese elettorali per l’anno fiscale 2017 presentate da deputati, senatori, ministri (anche i non parlamentari), tesorieri e dirigenti non parlamentari di associazioni, movimenti e partiti politici.
Vediamo, prima di tutto, quanto hanno guadagnato i leader dei vari schieramenti. Di Grillo si è detto: guadagna sei volte in più dell’anno prima (420 mila euro nel 2017 contro i 71.957 del 2016, vicini ai 355.247 del 2015), forse perché è tornato a fare spettacoli. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, e la presidente della Camera, Laura Boldrini, risultano un po’ più poveri: Grasso dichiara 321.195 mila euro di reddito imponibile, a fronte dei 340.563 mila dell’anno precedente; la Boldrini 137.337 mila euro, a fronte dei 144.883 mila euro del 2016. Nella top ten dei più ricchi spiccano, dicevamo, il senatore a vita Renzo Piano, che sfiora i tre milioni di euro, e il ‘re’ delle cliniche private Antonio Angelucci (FI) che nel 2017 ha dichiarato un reddito di 2.726.959 euro, ma in vistoso calo, rispetto a quello dell’anno precedente (3.954.097). L’ex ministro Giulio Tremonti subisce una lieve flessione: 2.111.533 i redditi dichiarati contro i 2.500 mila del 2016. L’avvocato del Cavaliere, Niccolò Ghedini, senatore di FI, registra un reddito imponibile di tutto rispetto (1.623.533), anche se in leggero calo sul 2016 (1.645.606). L’ex premier, e senatore a vita, Mario Monti dimezza invece le proprie entrate: il suo reddito scende da 826.333 a 421.611 euro.
Passiamo alla squadra di governo. Mantiene il primo posto nella classifica delle dichiarazioni la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli che nel 2017 ha dichiarato 182.016 euro, seguita dal ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda che ha dichiarato 166.264 euro. Terza classificata la ministra ai Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro che ne dichiara 151.672. Fanalino di coda la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, con 91.888, poco sopra di lei il ministro all’Interno Marco Minniti che ne dichiara 92.260. In posizione mediana il premier, Paolo Gentiloni, che ha dichiarato 107.401 euro. I redditi del ministro all’Economia Pier Carlo Padoan sono 122.457 euro, poi via via arrivano tutti gli altri.
E gli eletti a 5Stelle, tanti francescani nel 2013? Di Di Maio si è detto (98.471,04 euro nel 2017). Alessandro Di Battista nel 2017 dichiara 113.471 euro mentre Paola Taverna 103.456. Seguono Laura Bottici con 99.699 euro, Nicola Morra con 99.465 e Carla Ruocco con 94.239 euro. Molto meglio fa il deputato Alfonso Bonafede: dichiara nel 2017 un reddito imponibile di 186.708 euro.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 17 marzo 2018 sul Quotidiano Nazionale.


Elezioni. Un bilancio ‘preventivo’. Attese e aspettive di partiti e coalizioni in attesa del voto del 4 marzo

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Ettore Maria Colombo  – ROMA

(questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog)

 

 

 

Una premessa. Lo ‘zoccolo duro’ di Occhetto

Chi vincerà e chi perderà le elezioni politiche del 4 marzo 2018? La risposta, ovvia e scontata, è “bisogna aspettare il 5 marzo”… Contare, e pesare, cioè i numeri assoluti, le percentuali e i seggi di ogni partito, singolo o in coalizione, che si presenta davanti agli elettori. Ovvio. Inoltre, lo sport nazionale largamente praticato nel nostro Paese – a differenza degli altri Paesi europei (e, ovviamente, degli Usa), dove invece lo sconfitto ammette, la sera o la notte stessa del voto, la sconfitta e si rallegra subito con il vincitore – è quello di dire “abbiamo tenuto” (quando si è perso nettamente), “abbiamo registrato una lieve flessione” (quando la sconfitta è catastrofica), “avanziamo, seppur di poco” (quando si rimane inchiodati al palo) e, naturalmente, “abbiamo vinto” (per un misero punto percentuale con il segno più davanti) e via così. Ricordate lo ‘zoccolo duro’ con cui il non ancora segretario del Pci-Pds, Achille Occhetto, commentò il risultato del Pci alle elezioni del 1983? “I risultati – disse Occhetto con aria grave – non ci hanno soddisfatti, anche se rimaniamo un partito del 30% una forza notevole nella società italiana. Del 1975 manteniamo questo zoccolo duro della nostra forza malgrado lo sforzo principale degli altri partiti sia stato quello di ridurla”. Il Pci aveva perso voti e seggi, rispetto alle elezioni del 1979, ma Occhetto, coniando una definizione poi passata alla storia politica, trasformò una disfatta in una sostanziale tenuta del Pci. Potere delle parole!

Alcune istruzioni per l’uso di questo articolo…

Eppure, tutti i partiti hanno, ragionano e sperano, in modo pubblico o in modo riservato, su delle percentuali e delle soglie che segnano, per loro, la differenza tra la vittoria e la sconfitta anche in queste elezioni. Le esaminiamo schieramento per schieramento e partito per partito. 

Tre avvertenze o “istruzioni per l’uso”:

 

1) i sondaggi e le proiezioni dei voti in seggi cui ci si riferisce in questo articolo sono quelli pubblicati fino al giorno in cui essi erano ammessi (il 15 febbraio 2018), quindi nessuna violazione delle regole imposte ai media è contenuta qui;

2) le valutazioni della vittoria e della sconfitta di ogni partito o coalizione sono, ovviamente, molto soggettive: pur mettendoci tutto lo scrupolo possibile, vanno prese sempre con dovuto beneficio d’inventario;

3) gli effetti della vittoria o dello sconfitta dei diversi partiti e/o coalizioni avranno un ovvio, e immediato, ricasco sulla possibilità o meno di formare un nuovo governo, ma anche sulla lunghezza e la complessità delle consultazioni – le quali si apriranno al Quirinale subito dopo l’insediamento delle due Camere e l’elezione dei rispettivi presidenti (atti che verranno formalizzati a partire dal 23 marzo, cioè 20 giorni dopo il voto) – ma tali considerazioni non fanno parte del presente articolo.

1) Il centrodestra vince o perde se…

Ovviamente, il centrodestra (coalizione composta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia-Udc) potrà dire di aver vinto in modo netto le prossime elezioni se avrà la maggioranza assoluta in entrambe le Camere (316 deputati alla Camera, 161 senatori al Senato). Ma data la nuova legge elettorale in vigore, il Rosatellum, che è un mix di sistema di base proporzionale e di collegi maggioritari, e data la tripolarizzazione del sistema politico (centrodestra, centrosinistra, 5Stelle) – sistema dunque non più bipolare, ormai già dalle Politiche del 2013, come nella II Repubblica – è molto difficile, tecnicamente, che questo accada. Come è praticamente impossibile che altri partiti o coalizioni sortiscano identico risultato: ottenere, da soli, e cioè in modo autonomo e coerente, la maggioranza assoluta dei seggi.

In ogni caso, in tutti i sondaggi pubblicati prima del divieto, il centrodestra è sempre stato dato saldamente in vantaggio, come coalizione, rispetto agli altri poli: le percentuali variavano dal 34% (minimo) al 38% (massimo). In termini di seggi (mix degli uninominali e di quelli proporzionali) il centrodestra oscillava, alla Camera, tra i 257/263 seggi (minimo) e i 263/293 seggi (massimo) mentre, al Senato, la forcella oscillava tra i 130/140 seggi (minimo) e i 143/154 seggi (massimo). Come si vede, da un lato il centrodestra è sempre stimato al di sotto della maggioranza assoluta (315 seggi Camera, 161 seggi Senato) per poter governare in modo autosufficiente, ma dall’altro è anche l’unica coalizione che, come vedremo tra poco, analizzando le altre, si può avvicinare, almeno più facilmente, all’obiettivo. Infine, va detto che un centrodestra a cui mancassero una manciata di seggi (diciamo, a spanne, 15/20 alla Camera e 5/10 al Senato) potrebbe, forse, trovarli, data la forte capacità attrattiva acquisita dal suo successo, tra liste minori presenti in Parlamento o transfughi di altri partiti. Certo è che un risultato sopra il 38%, o vicino al 40%, farebbe cantare vittoria all’intero centrodestra mentre un risultato al di sotto del 35% equivarrebbe a una cocente sconfitta.

Per quanto riguarda i partiti all’interno del centrodestra, i conti sono presto fatti. Forza Italia potrà dire di aver vinto le elezioni, fino al punto da poter esprimere il nome del premier incaricato, se sarà largamente il primo partito, con il 16-18%, all’interno della coalizione, sopravanzando la Lega di diversi punti percentuali. La Lega potrà parlare di exploit per sé e di un possibile incarico al suo leader, Salvini, per formare un nuovo governo se sfonderà il muro del 15% dei consensi avvicinandosi o superando FI. Fratelli d’Italia potrà cantare vittoria se sfonderà il muro del 5%: è vero che basta superare il 3% per ottenere seggi nelle Camere, ma prendere o superare il 5% vuol dire averne molti di più (48-50 al massimo alla Camera e 20-30 al massimo al Senato) e avere voce in capitolo anche nelle possibili scelte di governo. Per Noi con l’Italia-Udc il confine è ancora più semplice: sotto il 3% come era quotata in tutti i sondaggi prima del divieto porterà seggi in dote alla coalizione ma non ne eleggerà per sé, sopra il 3% avrà seggi e potrà costituire gruppi parlamentari autonomi. 

2. Il centrosinistra vince o perde se…

Il centrosinistra (coalizione composta da Pd-+Europa-Civica e Popolare-Insieme-Svp), non ha, a stare ai sondaggi pubblicati prima che ne scattasse il divieto, alcuna possibilità di vincere le prossime elezioni. Le sue percentuali oscillano, come coalizione, tra il 25-26% (minimo) e il 27-28% (massimo). La proiezione di voti in seggi parla di cifre per il centrosinistra che si collocano, alla Camera, tra i 127/130 seggi (minimo) e i 139/140 seggi (massimo) e, al Senato, tra i 57/63 (minimo) e i 66/73 (massimo). Sicuramente, per il centrosinistra, un buon risultato è stimabile se raggiungerà, come coalizione, la soglia psicologica del 27-28% (oltre quella cifra, verso il 30% dei voti, sarebbe un trionfo) mentre un pessimo risultato sarebbe restare sotto il 25% e un risultato catastrofico sarebbe crollare, tutto insieme, sotto il 23%.

Per quanto riguarda i partiti, il Pd, il partito più grande, è quello che, ovviamente, rischia di più di tutti. La percentuale presa dal Pd di Bersani alle Politiche del 2013 (25,4%) sembra lontana. Infatti, il Pd è quotato sempre al sotto di quella percentuale, circa al 22-23%, e, in sette mesi, ha perso circa cinque punti percentuali (circa uno al mese), scendendo dal 27-28% al 22-23%, appunto. In ogni caso, per Renzi scendere sotto il 22%, fino al 20% o gù di lì, sarebbe un dramma dalle possibili conseguenze catastrofiche, fino all’invocare le sue dimissioni da segretario del partito, con la convocazione di un congresso straordinario per la sua successione. Prendere una cifra tra il 22% e il 25% equivarrebbe a una sconfitta dolorosa, ma potrebbe evitargli l’obbligo di dimissioni. Mantenere o superare il 25% e oltre, fino al 28%, diventerebbe, pur nella sconfitta della coalizione, una sorta di vittoria insperata.

Ma dato che lo stesso Renzi ha più volte enunciato l’ambizione (e, a volte, la certezza) di risultare “primo gruppo parlamentare”, lanciando più volte la sfida, sul punto, ai 5Stelle, anche su questo dato si misurerà il discrimine tra la sua vittoria e la sua sconfitta. Peraltro, potrebbe succedere – per la diversa combinazione dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato – che il Pd risulti primo gruppo parlamentare in un solo ramo del Parlamento (il Senato, più probabilmente) e non anche nell’altro (la Camera).

Ma qui entrano in gioco anche i risultati delle altre liste collegate al Pd nella coalizione di centrosinistra. Infatti, per un esplicita norma della legge elettorale, i partiti/liste che restano sotto l’1% dei voti li disperdono e non eleggono nessuno, i partiti/liste che ottengono tra l’1% e il 3% dei voti non portano seggi per sé ma li portano in dote al partito più grande della coalizione (il Pd, cioè, nel caso del centrosinistra, le tre liste sopra il 3% nel centrodestra) mentre solo nel caso che una lista prenda più del 3% si troverà con eletti propri tali da poter costituire gruppi parlamentari autonomi. Stando agli ultimi sondaggi pubblicati, né la lista Insieme (Psi-Verdi-Ulivisti), capitanata da Giulio Santagata, né la lista Civica e Popolare, guidata dal ministro Beatrice Lorenzin, sono in grado di superare il 3% e, forse, neppure l’1% (sono quotate tra lo 0.5-0,8% e l’1-1,5%) quindi di sicuro non eleggerebbero seggi per sé e solo in caso di superamento dell’1% porterebbero seggi in dote al Pd. Per entrambe, in ogni caso, il successo, quindi, è e sarebbe superare l’1%. Invece, la lista +Europa, capeggiata da Emma Bonino, all’inizio quotata intorno al 2-2,5%, è salita costantemente nel gradimento degli elettori e, nelle ultime rilevazioni, si attesta al 3-3,5%: sarebbe, quindi, in grado di eleggere parlamentari per sé e anche parecchi (una ventina alla Camera e una decina al Senato). Ovviamente, il successo, per +Europa, è dato dal superare il 3%. Ma proprio il suo successo potrebbe causare un danno collaterale al Pd che non beneficerebbe dell’apporto dei loro voti in seggi se, pur superando ovviamente l’1%, restassero sotto il 3%. Insomma, il Pd, “per colpa” dell’exploit della lista Bonino potrebbe mancare, magari di un soffio, la possibilità di diventare primo gruppo parlamentare a scapito dei 5Stelle. Combinazioni e contraddizioni di una legge elettorale piena di trappole nascoste.

3. Il Movimento 5Stelle vince o perde se…

I 5Stelle, pur sapendo di non poter ambire a diventare prima coalizione, rispetto al centrodestra, per il semplice motivo che non si presentano in coalizione, hanno in testa due obiettivi precisi.

Il primo obiettivo è quello di risultare il primo gruppo parlamentare, sia alla Camera (dove sono agevolati dalle forti simpatie che riscuotono nell’elettorato giovanile) che al Senato (dove l’elettorato passivo più alto rende più difficile l’impresa). Il secondo è quello di incassare talmente tanti consensi da impedire sia al centrodestra di poter formare in modo autonomo un governo sia di ostacolare la possibilità di un governo di larghe intese Pd-FI o comunque di evitare che qualsiasi governo prescinda dai 5Stelle. L’obiettivo è alla portata del Movimento. Stimato, negli ultimi sondaggi pubblicati, tra il 26,8-27,5% (minimo) e il 28,0-29,0% (massimo), i 5Stelle potrebbero portare in Parlamento una pattuglia assai robusta composta, alla Camera, di 133/166 (minimo) deputati e di 175/185 (massimo) mentre, al Senato, sarebbero 67/81 (minimo) fino a 92/100 (massimo). Una forza d’urto consistente e considerevole, capace di fare da ‘blocco’ verso qualsiasi altra soluzione di governo o di essere imprescindibile, fino a fare da perno, per comporne uno. Naturalmente, invece, se l’M5S dovesse fermarsi al 25-26% (sostanzialmente la percentuale presa alle Politiche del 2013) sarebbe una sconfitta, più che una semplice battuta di arresto, mentre il 29-30% avrebbe il sapore di una vittoria clamorosa dagli esiti imprevedibili.

4. LeU vince o perde se…

Per LeU, il movimento guidato da Pietro Grasso e frutto della fusione di tre sigle pre-esistenti (Mdp-SI-Possibile), i calcoli sono molto semplici. Presente alle elezioni fuori dalla coalizione di centrosinistra, il suo obiettivo è superare la soglia di sbarramento del 3%. Il secondo era, nelle intenzioni, “ottenere un risultato a doppia cifra”. Gli ultimi sondaggi pubblicati collocano Leu in una forchetta compresa tra il 5% (minimo) e il 6,5% (massimo) il che vuol dire portare in Parlamento tra i 20/25 deputati e i 10/15 senatori. Se il risultato di Leu sarà più vicino al 5% si potrà parlare di risultato assai inferiore alle attese, se supererà il 6%, o andrà verso l’8%, sarà un successo.

5) Gli altri partiti vincono o perdono se…

Ovviamente, per tutti gli altri partiti presenti alle elezioni, dai più piccoli fino agli unici due con qualche chanche di fare dei risultati statisticamente apprezzabili (Potere al Popolo a sinistra e Casa Pound a destra, quotati negli ultimi sondaggi intorno l’1,5%), l’obiettivo che farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta è dato dal superamento della soglia di sbarramento nazionale al 3%. Ma è altamente improbabile che ciò si verifichi sia perché si tratta di liste fuori da ogni coalizione sia perché simboli nuovi sia perché, per superare il 3% a livello nazionale, occorrono circa un milione di voti assoluti, che non sono affatto pochi, piccoli o grandi siano i partiti che competono a questa tornata elettorale.


NB: Questo articolo è stato pubblicato in forma originale per questo blog.


 

Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Pubblico qui di seguito due articoli, uno su LeU, la formazione politica guidata da Pietro Grasso,  ex presidente del Senato, e uno sulla nuova lista di sinistra, “Potere al Popolo”. 

Ps. Piccola considerazione ‘personale’ di chi è appartenuto, lungo tutta la sua gioventù (fine anni Ottanta/metà anni Novanta, in parte anche fino all’inizio degli anni Duemila): LeU non ci sta facendo una gran bella figura, con il caos in corso sulle candidature. Avevano promesso rispetto del principio della “territorialità” e delle “competenze”, oltre che inneggiare, ovviamente, al “rinnovamento” delle liste. Bene, quale è il risultato? Vediamone alcuni. Il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, portato come un’icona all’assemblea fondativa di LeU lo scorso novembre, annuncia che non si candida per “restare vicino ai suoi immigrati a Lampedusa”. In realtà, lo avevano messo in un collegio uninominale impossibile da vincere (Pavia) e non se l’è sentita di rischiare. Un altro bel nome, il direttore generale di Unicef Italia, Andrea Iacomini, ha rinunciato. C’è da capirli: perché rinunciare a lavori faticosi, ma ricchi umanamente e appassionanti, per collegi insicuri e, forse, un oscuro lavoro da deputati semplici? Chi mette, in lista, invece, LeU? Il portavoce del presidente del Senato, Pietro Grasso, Alessio Pasquini. I giornalisti come me, ovviamente, lo conoscono: è una persona seria e perbene, ma è un paracadutato. Poi, altri due portavoce (o, meglio, ‘porta-silenzi’): Piero Martino (ex Pd, storico portavoce del Ppi, della Margherita, di Franco Marini come di Dario Franceschini) che oggi fa il “responsabile comunicazione” di LeU e lo storico uomo ombra di Bersani, Stefano Di Traglia. Li conosco entrambi, li stimo, ci parlo tutti i giorni o quasi, specie con Martino (Di Traglia parla poco…), ma che senso ha? Meglio loro di Bartolo o Iacomini?

Infine, dai territori, dentro LeU, salgono in questi giorni polemiche al fulmicotone contro il Nazionale che, chiuso in una stanza di via Zanardelli, sta componendo le liste elettorali (al tavolo sono in pochissimi: Grasso, Boldrini, Migliavacca e Stumpo per Bersani, Fratoianni per SII): i motivi della polemica sono, in pratica, sempre gli stessi. “Non vogliamo i paracadutati dall’alto”, non accettiamo “i visitors”, “scelte dissennate e non rispettose dei territori”, “se andate avanti così la campagna elettorale ve la fate da soli”. Le missive e le telefonate si ripetono uguali e monotone, in queste ore, da molte regioni: la Sicilia protesta contro l’arrivo Epifani, paracadutato nel listino proporzionale; la Calabria contro Nico Stumpo, capolista in due listini; l’Abruzzo contro una calabrese, Celeste Costantino, e perfino contro un ‘cugino’ molisano, Danilo Leva, perché gli abruzzesi sono stati esclusi; la Sardegna si rifiuta di candidare, sempre nel listino, Claudio Grassi (ex responsabile Organizzazione del Prc, poi transitato con Sel-SI); la Campania ha detto di no a un re delle preferenze e dei voti come Antonio Bassolino, ma ora deve dire di sì a molti altri ‘paracadutati’ che vengono da fuori; il Friuli non vuole Anna Falcone (presunta ‘società civile’, in quota Grasso); la Toscana e l’Emilia sono stufe di doversi sobbarcare i big di Mdp e SI che, fuori da tali regioni, non verrebbero eletti. In pratica solo il Salento non protesta: D’Alema se lo batte da mesi in lungo e in largo. Ora, con tutto l’affetto e la simpatia, se questa è la ‘Nuova Sinistra’, mille volte meglio il Pd… O, come state per leggere qui sotto, quelli di Potere al Popolo genuini, utopisti, ma onesti…


 

  1. “Potere al Popolo”: il 3% è un miraggio irraggiungibile, far male a LeU no…

 

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

Marcia dei comunisti russi a Mosca – 2017

LENIN diceva che «lo Stato socialista è una macchina perfetta, anche una cuoca sa governarlo». La nota teoria della «cuoca di Lenin» si applica alla perfezione alla lista «Potere al Popolo!» che, con una stella rossa (seppur assai generica e poco ‘sovietica’) come simbolo, si presenta alle elezioni. La cuoca in questione è la portavoce della lista stessa. Si chiama Viola Carofalo, ha 37 anni («fornita di eleganza e intelligenza ironica, già buca il video» così la descrive il quotidiano comunista il manifesto, dove il richiamo della foresta ancora si sente, evindentemente…) e si definisce «meridionale e precaria». Viola è ricercatrice di Filosofia morale all’Orientale di Napoli, ma soprattutto viene da un’esperienza dal basso assai particolare, quella del centro (ex Opg) Je so’ pazz’ (qui c’entra, però, molto Pino Daniele e molto poco il maxismo-.leninismo…). La cosa curiosa è che la portavoce di «Potere al Popolo!» fa la portavoce, ma non si candida.
Del resto, si sa come sono fatti, nella sinistra-sinistra radicale: «Prima il Popolo», poi le poltrone. E infatti, nella lista, ci sono esperienze di estrema sinistra radicale di ogni tipo e provenienza. C’è il sindacalismo di base: Ubs, Cub, ex sinistra sindacale della Cgil (Giorgio Cremaschi, uno che era troppo ‘di sinistra’ e ‘radicale’ persino nella Fiom e che, alla fine, dalla Cgil se n’è dovuto andare via perché Camusso e Landini così vollero…).
Ci sono – come farne a meno? – le esperienze sociali di base dei No–Tav (Piemonte), No-Triv (Puglia), No-Mose (Veneto). E c’è quel poco che resta di esperienze floride e vivaci, nei decenni passati, ormai essiccate: i centri sociali più «duri e puri»; il movimento «no-global» o, meglio, i suoi scampoli (Haidi Giuliani, madre di Carlo, morto al G8 di Genova); i rimasugli della Lista Tsipras alle Europee. C’è, infine, quel che resta di un partito che fu glorioso, Rifondazione comunista, ma che oggi è ridotto al lumicino: guidato, dopo l’ex ministro Paolo Ferrero, dall’abruzzese iper-movimentista Maurizio Acerbo, ha mantenuto, però, quel poco di struttura e di radicamento che hanno già portato in dote, alla nuova lista, l’agevole superamento del numero di firme necessarie, come prescrive il Rosatellum, per potersi presentare in tutta la Penisola, sia nei collegi che nei listini.
L’OBIETTIVO del 3% ,è ovviamente, una chimera irraggiungibile, ma se M5S e Pd («Renzi e Berlusconi sono la stessa cosa, i 5Stelle sono contro gli immigrati», etc.) non si curano, giustamente, affatto, dal loro punto di vista, di una lista simile, LeU qualcosa da temere ce l’ha. Sia perché qualche figura autorevole (il cantautore Paolo Pietrangeli, quello di «Contessa», l’ex allenatore Renato Ulivieri, la pacifista Lidia Menapace, il mitico trotzkista che “coltiva le rose” e fece cadere il II governo Prodi, Franco Turigliatto, etc.) si è candidata con «Potere al Popolo». Sia perché, su LeU, danno il giudizio più tranchant: «E’ un ‘Pd-2’ ambiguo e poltronista, il loro, D’Alema e Bersani hanno fatto solo disastri». Parola di Viola Carofalo, in arte ‘cuoca’ di Lenin.
NB: L’articolo è pubblicato il 26 gennaio 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.  
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2. D’Alema punta, dopo il voto, al “governo del Presidente”. A LeU lo fischiano tutti. 
d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo – ROMA
«Siamo disponibili a confrontarci con tutti i partiti solo per cambiare una pessima legge elettorale». La sconfessione più cocente a ‘Spezzaferro’ D’Alema arriva dal teorico leader di LeU, Pietro Grasso che reagisce in modo glaciale a Massimo D’Alema. Il quale, a sua volta, disistima Grasso: lo ritiene, come dice agli amici più cari, unfit,  «inadeguato» a rappresentare LeU. «Si impappina a parlare – sibilano i suoi pasdaran  – in tv è un disastro, la proposta sulle tasse universitarie è stata un boomerang. E non siamo stati certo noi a volerlo, ma  Bersani…».
In più, il presidente del Senato – il quale sostiene ogni giorno, cosa che fa perdere la trebisonda alla Boldrini e non solo a lei,  «la linea politica di LeU la decido solo io» – non era stato avvertito né da D’Alema (figurarsi) né da altri dell’intervista di questi  al Corsera. Quella in cui D’Alema espone la teoria, tipicamente “dalemiana”, della nascita di un  «governo del Presidente», subito dopo il voto, con tutti dentro, anche FI, ovviamente.
D’Alema ottiene l’effetto voluto: di lui e della sua ‘teoria’ si parla tutto il giorno, ma sostanzialmente per avversarla. I forzisti tacciono, leghisti e grillini se la ridono, i dem respingono sdegnati, anche quelli di sinistra come Orlando, la proposta al mittente e i renziani, da Giachetti a Marcucci, lo sbertucciano.
Il guaio è che D’Alema crea alta tensione e malumori soprattutto dentro il suo, di “partito”. Molti dirigenti di LeU, soprattutto quelli che vengono da SeL  (Fratoianni) e da Possibile (Civati) entrano in una vera e propria crisi di nervi. Fratoianni viene descritto «furibondo»,  Civati è «imbufalito». Solo  pochi, però, parlano in chiaro. Stefano Fassina tuona: «L’ultimo governo del Presidente in Italia, quello Monti, è stato un disastro. La linea di LeU dopo il 4 marzo la decideremo tutti insieme». Giorno in cui, peraltro, D’Alema varrà solo per «uno»:  dentro LeU, infatti, di dalemiani candidati, in pratica, non ce n’è, tranne due (Paolucci, Campania, e Rosati Lombardia, artefice della rottura con Gori). Pippo Civati,  inqiueto per i messaggi «contraddittori» che LeU dà «al nostro popolo», dice secco: «è un’idea  sua, io sono contrario». Chiude il trittico Laura Boldrini, a sua volta in polemica dura proprio con Grasso  sulle alleanze (Grasso guarda ai 5Stelle, lei li detesta): «Parole che disincentivano il voto». Morale: tesi respinta e con perdite.
Non che, dentro il Nazareno, tutto vada liscio. Al di là di ‘godere’ per le reazioni anti-D’Alema, c’è un triplo problema e si chiama «Gentiloni-Minniti-Boschi». Il premier sta vivendo come un’offesa personale la richiesta di Renzi di una candidatura in un collegio uninominale, a rischio sconfitta. Minniti, invece, è proprio furibondo: Renzi aveva garantitoa entrambi l’esatto contrario, cioè la loro candidatura solo in più listini proporzionali per tenerli al riparo dalla brutta figura nei collegi. Boschi, invece, fa caso a sé: Renzi fa girare la voce che correrà nel collegio di Firenze 1 (Camera) ma al Nazareno sono molto scettici: vedono per lei solo il listino bloccato, ovviamente in Toscana.
Infine, i ‘nanetti’. Lorenzo Guerini, plenipotenziario di Renzi, ha dovuto faticare non poco per contenere l’ira funesta di Beatrice Lorenzin, capocordata di «Civica e Popolare»: la ministra alla Salute si vuole candidare nel Lazio, contro Zingaretti, che li ha scaricati. Il Nazareno non considererà la scelta «un atto ostile», anche perché i voti dei ‘civici e popolari’ servono come il pane. Di collegi sicuri, però, ne avranno pochi: sei, forse otto, ma l’accordo c’è. Anche con i Radicali di «+Europa», nonostante il tira e molla sfibrante (storica tecnica radicale), sarà chiuso l’accordo, ma solo l’ultimo giorno utile, sabato 19. Avranno quattro, forse sei, seggi blindati. Insomma, la coalizione c’è, per quanto sia «mini». Solo quando sono arrivati i plenipotenziari della minuscola lista «Insieme» (Psi-Verdi-ulivisti), che di seggi ne hanno chiesti dieci, al Nazareno si sono rilassati: «Valete lo 0,1%», gli è stato risposto ridendo, «ne avrete tre. E ricordatevi pure di ringraziarci…».
NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale. 
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“Dentro” LeU: le scelte (contradditorie) in Lombardia e Lazio, il nodo candidature, lo scontro interno sui ‘big’ da promuovere. Ben quattro articoli…

NB: Pubblico qui di seguito, in ordine temporale decrescente, quattro articoli usciti su QN  la settimana scorsa, sulla sinistra che si muove a sinistra del Pd (LeU e dintorni) 

d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

 

 1. Leu ha deciso di tagliarsi la testa da sola: correrà da sola in Lombardia, con il Pd nel Lazio. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
E’ stata una liberatoria, ma scontata, standing ovation quella che ha accolto la decisione dell’assemblea regionale lombarda di LeU (Liberi e Uguali) di correre «soli» contro centrodestra 5Stelle e Pd che schiera il renziano, ma con qualche chanches di farcela, Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, già ieri dato solo 5 punti sotto il leghista Fontana (la gara sarà tra il centrodestra e il centrosinistra: i 5Stelle in Lombardia pesano assai poco). Il candidato governatore di LeU sarà dunque Onorio Rosati, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano:  a lui spetterà superare l’improbo sbarramento che la legge regionale fissa al 5%, asticella ardua da superare – in Sicilia, dove pure c’era il 5%, l’ha passata solo il candidato presidente, Claudio Fava, ma nessun consigliere è stato eletto, in Lombardia rischia di non farcela neppure Rosati – per una sinistra-sinistra (l’ex Prc-Sel, in buona sostanza), mai dotata di numeri robusti, sopra il Po. E da superare ci sarà anche l’ostilità della Cgil lombarda e nazionale: la Camusso in persona mandò, tre anni fa, gli ispettori interni del sindacato a Milano rimproverando presunte spese ‘pazze’ e mai saldate, ma messe in conto e in carico alla Cgil, proprio a Rosati e a Antonio Panzeri. Un altro ex ex cigiellino dirottato, come Rosati, all’Europarlamento: eletti dal  Pd, nel 2013, dopo anni di bella vita a Bruxelles, sono  passati armi e bagagli, ma scarse truppe, dentro Mdp. Il passato è passato e l’ispezione finì in nulla, ma di certo la Cgil non  aiuterà la corsa in solitaria di LeU.  «Noi corriamo da soli, la Sinistra nasce per uscire dalla solitudine» dice, semi-citando Gabriel Garcia Marquez, il milanese Francesco Laforgia, uno dei big di Mdp, di cui è diventato capogruppo alla Camera, ma la corsa in solitaria  ha aumentato tensioni interne già molto alte dentro LeU.
 I «moderati» e «unitari» di LeU – da Grasso a Boldrini, da Enrico Rossi  a Bersani (che, sotto sotto, però in realtà ha sempre spinto per la corsa in solitaria: Rosati e Panzeri sono uomini «suoi») – ci hanno provato a far scendere a più miti consigli l’ala «dura» e «isolazionista» del partito-non partito, movimento-non movimento, ma inutilmente. L’ala radicale, per definizione, di LeU (SI di Fratoianni e e Civati) si è alleata proprio con i lombardi di Mdp ed ha  avuto la meglio. In cambio, l’ala «trattativista» (con il Pd), presente in LeU (Grasso, Boldrini e pezzi di Mdp), ha ottenuto un sostanziale via libera a dare vita a un centrosinistra «classico» o «organico» in Lazio. Qui si ricandida il governatore uscente, Nicola Zingaretti, che – a differeza di Gori – non è un renziano, anzi all’ultimo congresso ha votato e fatto votare per Orlando, ma soprattutto viene dal Pci.  Certo, il percorso individuato dall’assemblea laziale di LeU è contorto e barocco, in puro stile da ex Politburo de’ noantri: ieri, i due presidenti dell’assemblea hanno dato «mandato» a Grasso di «esplorare» le possibilità di un accordo dopo «un confronto serrato» sui «programmi». Ma la traduzione è che l’intesa tra LeU e Zingaretti si farà, purché non ci siano in campo liste “di destra”, cioè riconducibili alla Lorenzin o ex Ncd. Non foss’altro perché, vincendo Zingaretti (sopra i suoi avversari di oltre 10 punti, nei sondaggi), LeU avrà posti sicuri e assessori, nella prossima giunta regionale del Lazio.
Non che le cose, in casa dem, vadano molto molto meglio. I sondaggi segnano «sprofondo rosso»: la super-media, impietosa, di You trend inchioda il Pd al 23,6%. Eppure, al Nazareno, si registra una «illogica allegria», per dirla alla Giorgio Gaber. Mentre a Torino si apriva la due giorni degli amministratori, a Roma i dirigenti nazionali rimasti a guardia del bidone nazarenico spargevano miele. Così  spiega Lorenzo Guerini a un amico: «I sondaggi fatti oggi non valgono nulla. Ne riparliamo tra un mese, quando avremo tutti i nostri candidati e pesato le liste collegate».
Nel frattempo, però, al Nazareno iniziano a far di conto. La suddivisione dei collegi uninominali in «sicuri», «persi» e «contendibili» e la relativa assegnazione dei posti nei listini proporzionali è un puzzle assai faticoso da comporre. La Direzione che doveva occuparsi di liste e che invece si occuperà “soltanto” di deroghe (che saranno molte: Gentiloni, Minniti, Fassino, Pinotti, Giachetti, Latorre, Realacci, etc., di certo le avranno tutti i ministri in carica), al limite dei tre mandati (15 anni in Parlamento) previsti dallo Statuto dem, ma anche di programmi e alleanze coi ‘nanetti’ (ormai i Radicali di +Europa sono dati già per recuperati) è già slittata dal 16 al 17 gennaio. Quella che non può slittare, però, è  la seconda, fissata per il 25 gennaio, dato che le liste vanno presentate tassativamente entro il 29 gennaio. E quella sì che si trasformerà in un bagno di sangue.
NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 13 gennaio 2018. 
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Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. LeU è una pentola pronta a esplodere. Tra i big del partito è “tutti contro tutti”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
LeU, «Liberi e Uguali», è una pentola in ebollizione e sul punto di esplodere. La formazione politica (non è un «partito» perché i tre soggetti fondatori non si sono mai sciolti finora né intendono farlo in fyuturo) è guidata, formalmente, da Pietro Grasso (eletto presidente per acclamazione, ma – attenzione – mai in alcuno organo dirigente e ‘qualcuno’, dentro LeU, prima o poi farà notare la singolarità del caso, per destituirlo), ma informalmente pesano molto i tre segretari dei tre partiti fondatori: Roberto Speranza, giovane di belle speranze e pupillo di Bersani (ma non di D’Alema) per Mdp, Nicola Fratoianni, figlioccio di Nichi Vendola, per SI, Pippo Civati, ex rottamatore, ex amico di Renzi, che odia dalla prima Leopolda perché non gli diede un ruolo, per «Possibile». I “tre Tenori” o i “Tre Amigos”, i “Tre della Croce del Sud”, insomma, i tre, hanno mantenuto in piedi strutture, dirigenti, simboli dei loro rispettivi partiti di appartenenza: Mdp viene dagli scissionisti della minoranza del Pd che se ne sono andati prima dell’ultimo congresso, SI viene da Sel di Vendola e Fratoianni (i quali, a loro volta, vengono da una sanguinosa e sfortunata scissione, quella del 2009 dal Prc di Bertinotti che poi finì nelle mani del valdese Ferrero) e Possibile, i civatiani, vengono pure loro, ma alla lontana, dal Pd (erano renziani, per dire), da cui però si sono presto allontanati per entrare nella galassia della sinistra radicale.  Da quando LeU è ‘non nata’ (è un partito che non esiste, appunto, né ha organi o struttura democratica interna) le cose, di norma, vanno così: Mdp, che ha conquistato, nelle assemblee di base (provinciali e regionali), il 50% dei delegati, sembra fare la parte del leone e propone alleanze o con il Pd (nel Lazio) o con i 5Stelle (a livello nazionale), poi arrivano quelli di Sinistra italiana (35% di delegati) e Civati (15%), che sommati tra loro possono vantare l’altro 50% dei delegati, ma che sono molto più ‘sinistri’, e scompaginano i giochi, dicendo ‘no’ a ogni alleanza. Succede sulle alleanze e succederà, molto presto, pure su come ripartirsi le candidature, dato che le quote previste (50% di posti a LeU, 35% a SI, 15% a Possibile vuol dire, su un parco non pensabile sopra i 24 deputati e i 12 senatori, circa 12 deputati e 6 senatori a Mdp, 8 deputati e 4 senatori a SI, 4 deputati e 2 senatori a Civati sempre partendo dalla base del 6% come possibile base d’asta per tutta LeU).
Peraltro, il neonato  soggetto in fieri della sinistra ha sì nominato il suo leader (Grasso) per acclamazione, ma mantiene, in «cabina di regia» molte,  troppe, personalità, tutte ingombranti: D’Alema e Bersani vengono dal Pd, come pure Civati e il governatore toscano Enrico Rossi, che con il Pd ci governa, addirttura,, Vendola viene dal Prc, altri ancora dai movimenti e dai centri sociali, la Boldrini dalla (presunta) ‘società civile’.
«L’amalgama» , decisamente ‘malriuscito’, come disse Prodi del Pd (e, ai tempi, fu un epitaffio) sembrava funzionare,  all’inizio, ma ora i nodi stanno  venendo tutti al pettine.
Prendiamo le alleanze «a sinistra» per le Regionali in Lazio e Lombardia. Insensibili al «grido di dolore» levato – via Repubblica, vero e unico house organ del centrosinistra – dai padri nobili dell’Ulivo e del Pd (Prodi e Veltroni), i dirigenti lombardi di LeU, che oggi terranno a Cisinello Balsamo (in periferia di Milano, il tipico vezzo di presunti ‘sinistri’) la loro assemblea definitiva sul tema, hanno deciso che il candidato del Pd, Giorgio Gori (peccato originale: è renziano), è un nome «inaccettabile». E così, LeU correrà da sola, in Lombardia, ma rischia di finire come finì la lista di Claudio Fava in Sicilia nel 2017: infatti, pure in Lombardia bisogna superare lo sbarramento, per ogni partito, del 5%. A stento verrà eletto, se ci riesce, il candidato presidente, Onorio Rosati, il quale per paradosso ha un lungo passato di segretario della Camera del Lavoro di Milano, dove peraltro era considerato un ‘destro’, negli anni Novanta, da tutta la sinistra a sinistra del Pd. Ieri, sia la Camusso che la segretaria della Cgil Lombardia, Lattuada, si sono appellati a LeU – la cui aspirazione, sarebbe, in teoria, proprio quella di diventare il «Partito del Lavoro» della Cgil (ma a parti rovesciate: con la Cgil che comanda) – affinché ci ripensassero («Un no a Gori provocherà danni irreparabili»), ma loro sono rimasti sordi. Anche molti big nazionali (da Grasso alla Boldrini, dal governatore della  Toscana Rossi, che con il Pd ci governa,  a Bersani, che li ha esortato «a cercare un’intesa») hanno provato a portare i lombardi a più miti consigli. Ma poi Civati e Fratoianni, che oggi sarà a Milano per suggellare il niet a Gori, si sono scatenati e amen, l’alleanza non ci sarà.
Certo, in Lazio LeU correrà al fianco di Nicola Zingaretti, ma «lui viene dal Pci-Pds-Ds –  spiega un vecchio ex Pci  di LeU – e, soprattutto,  vincerà, noi andremo al governo e ci darà gli assessori. Gori perderà, tanto valeva mollarlo…». In realtà, anche in Lazio, l’ala di Sinistra italiana, guidata da Stefano Fassina e Paolo Cento, sta provando, fino all’ultimo giorno, a far saltare l’accordo e correre da soli. Ma stavolta è stato D’Alema – assai preoccupato per LeU, ma sereno per sé: avrebbe fatto un accordo segreto con Emiliano  per farsi votare e vincere il collegio uninominale – a tagliare corto: «Zinga non è Renzi e la nostra mission resta quella di far fuori Renzi, e per sempre». Eppure, rendite di posizione, dentro LeU, non ce ne sono più. Per dire, l’altro giorno, Arturo Scotto, ex capogruppo alla Camera, ma che viene dai Ds (mai stato in Sel), ha dovuto replicare duro a Nicola Fratoianni, che invece viene da Rifondazione, sulla presenza o meno in lista, in Campania, dell’ex «viceré di Napoli» Antonio Bassolino: per Fratoianni «o lui o noi, rappresenta il vecchio», per Scotto «è una grande risorsa».
In Emilia,  pezzi di LeU dicono no all’ex uomo d’ordine di Bersani, Maurizio Migliavacca, bollato come «esempio di vecchia politica». Come sospira Grasso, «siamo una forza plurale, è normale che ci siano posizioni diverse». Contraddizioni in seno al popolo.
NB: L’articolo è stato pubblicato  il 12 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale
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3. Grasso e la Boldrini stanno nello stesso partito ma sono divisi su (quasi) tutto… 
Ettore Maria Colombo – Roma
Il dibattito a sinistra si infiamma. Il Pd di Renzi chiude all’ipotesi di ogni accordo post-elettorale con Berlusconi («Altro che Beatiful, è fantapolitica», taglia corto il leader dem dagli studi di Bruno Vespa) e crede – come spiega a un amico il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini, che «non riusciremo a chiudere un’alleanza con Leu, in Lombardia, perché loro ci odiano, ormai, ma ci proveremo fino all’ultimo, come è giusto provarci». Ma è dentro LeU, la formazione guidata dal presidente del Senato, Pietro Grasso, che si stanno aprendo parecchie contraddizioni, foriere di problemi di «linea» politica. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ieri, per dire, durante Otto e mezzo (La 7), ha chiuso seccamente a ogni ipotesi di governo con i 5Stelle (e molti giorni dopo, in tv, dirà “Grasso non decide da solo, siamo un collettivo” mentre Grasso le risponderà “decido io”, ndr.). Prospettiva che, invece, affascina non solo Bersani («Io resto sempre quello dello streaming»), ma anche Grasso stesso, il quale ha detto: «Noi saremo una forza di governo responsabile e non chiudiamo le porte in faccia a nessuno, tantomeno ai 5Stelle».
«Per quanto mi riguarda – afferma, invece, la Boldrini – non ci sono punti di congiunzione tra LeU, che è una forza di sinistra, e l’M5S». Poi aggiunge, con tono di sfida: «Di Maio ha ragione: lui non vuole fare un governo con me e io non voglio farlo con lui». Potrebbe sembrare un semplice posizionamento pre-elettorale di entrambi, che hanno elettorati contigui. Proprio Di Maio sta studiano una «strategia», con i suoi, per rubare voti all’elettorato della sinistra-sinistra più ‘arrabbiata’. O il frutto dell’ormai atavica antipatia tra il presidente della Camera e il suo vicepresidente. Ma la Boldrini dice la sua pure sugli 80 euro del governo Renzi: «Gli italiani li hanno graditi». A Mdp sarà venuto lo stranguglione: gli 80 euro, li hanno combattuti, specie chi stava nel Pd.
Insomma, quella della Boldrini sembra una vera «contro-strategia», rispetto a quella di Grasso e Bersani che invece ai grillini vogliono aprire eccome, sia dopo il voto che prima. Poi c’è D’Alema, che invece vuole tutt’altro: un ‘governissimo’ con FI e Pd, ovviamente dopo aver ‘ucciso’ Renzi. Infine, l’altro tema che sta squassando Leu sono le alleanze in vista delle Regionali. Grasso ha ‘aperto’ a Gori in Lombardia, ma gli ex Pd, oggi in Mdp, lombardi hanno chiuso ogni trattativa con il Pd e hanno fatto sapere a Grasso che «è meglio se pensi a te e alle cose tue…». E anche in Lazio, dove, in teoria, Leu appoggerà Zingaretti (sì, alla fine finirà così), l’area di Stefano Fassina e Paolo Cento sta meditando lo ‘strappo’ per correre in solitaria contro persino il ‘comunista’ Zingaretti. Per Boldrini, invece, si deve dialogare con il Pd: «Su Lazio e Lombardia c’è un confronto in atto con Grasso che gestisce direttamente la partita. Bisogna trovare un equilibrio sui programmi». Che è come dire, al Pd, appunto, «cari amici, alleiamoci».
Ovviamente, al Nazareno, brindano per le «contraddizioni in seno al popolo» come le chiamano con facile ironia, ma pure lì hanno le loro gatte da pelare. Anche ieri, infatti, è andato in scena «l’assalto». Quello dei venti segretari regionali sfilati per discutere «i criteri» delle candidature, cioè i posti sicuri. Sono risuonati alti e forti gli ukase e i niet di molti segretari sui nomi che il Pd nazionale vuole ‘paracadutare’ nei collegi blindati.
Renzi e la sua piccola squadra di ‘facilitatori’ (Guerini, Lotti, Martina, Orfini) hanno, perciò, tanti grattacapi, a partire dallo «spingi-spingi» di tanti, troppi, aspiranti ai seggi. Ci sono però due ministri che potrebbero togliere a Renzi l’incomodo da soli: quello al Lavoro, Poletti fa sapere di non volersi candidare (nessuno cercherà di fermarlo). Quella all’Istruzione, Fedeli, Renzi la ritiene responsabile di gaffe ed errori marchiani. Se rinunciasse, sua sponte, alla candidatura, ne sarebbe ben felice (ma lei correrà).
NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale. 
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4. Anche dentro LeU ci si scontra sulle candidature e i (pochi) collegi ‘sicuri’.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Anche Leu (Liberi e Uguali) ha i suoi bei problemi, con i posti, nel senso di collegi ‘sicuri’ o ‘blindati’ da assegnare, anche perché saranno assai pochi: se tutto va bene LeU prenderà 6-8% (il 10% di cui parla D’Alema è una chimera di fatto irraggiungibile), solo che LeU – con una legge a forte correzione maggioritaria che assegna ai collegi uninominali 1/3 dei seggi – concorre solo per i 2/3 di posti assegnati con il sistema proporzionale, perché è evidente che non vincerà neppure un collegio (e anche se D’Alema vincesse la sfida che porterà al Pd nel collegio senatoriale di Lecce sempre di un solo collegio si tratta). Quindi, con l’8% dei voti prendi, in realtà, il 6% dei seggi e così via, a scalare fino alla soglia del 3% (un milione e 200 mila voti circa) sotto la quale sei fuori. Il nuovo capo comunicazione di Leu, l’ex dem di rito franceschiniano Piero Martino, è un’artista nel ‘sopire e troncare’, ma i problemi interni restano. In quota ‘società civile’, Grasso aveva chiesto ben dieci posti (e la Boldrini cinque): poco mancava venisse uno stranguglione al vero ‘mago’ delle candidature, e plenipotenziario di Mdp, Nico Stumpo. Grasso è dovuto scendere a più miti consigli: gli verranno concessi cinque posti. Ci saranno il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, l’ex capo di Legambiente, Rossella Muroni, l’avvocato Anna Falcone, già leader dei ‘civici’ di sinistra del Brancaccio, ma il colpo grosso sarebbe la candidatura di Pier Franco Roberti, ex capo della Direzione nazionale antimafia, oggi magistrato in pensione ma ‘tentato’ dall’avventura in politica. Sempre Grasso sarà candidato a Roma, in un collegio e in più listini proporzionali e al Senato, mentre la Boldrini, che sarà candidata in Lombardia, vuole tornare alla Camera. Scontate le candidature dei tre segretari di Mdp (Speranza, in Basilicata, ma forse anche in Toscana, contro Renzi o contro la Boschi, ma la vera leonessa pronta a competere nella sfida one to one con Renzi è Elisa Simoni, ex Pd), SI (Fratoianni, Lazio) e Civati (Lombardia). Di sicuro Mdp farà la parte del leone, con circa 20 deputati e dieci senatori sicuri, SI ne avrà almeno dieci, i civatiani cinque, non di più. Leu è sicura di prendere l’8%, il che vuol dire portare a casa almeno 60 parlamentari (40 deputati e 20 senatori), ma meglio tenersi bassi, nelle previsioni, e fare i calcoli sul 6%: vuol dire contare, per sicuri, ‘solo’ su 25 deputati e 12 senatori. Assai pochini, dati gli appetiti.

Tra i big Bersani sfiderà il Pd a Bologna ed Errani a Ravenna, Bassolino a Napoli e D’Alema nel Salento, ma per tutti sono previste candidature multiple sicure nei listini. Curioso, infine, il dialogo intercettato ieri, negli studi de La 7, tra il napoletano Arturo Scotto, già capogruppo di Sel alla Camera, e il pentastellato Alessandro Di Battista. I due hanno parlato, al telefono, prima di come cercare di “mettere sotto” il governo, chiedendo di convocare l’aula (e non le commissioni, come era previsto) in visto della ratifica dell’operazione militare in Niger, nell’ambito delle missioni militari all’estero, poi hanno convenuto sulla proposta di LeU sulle tasse universitarie. Ma c’è chi dice abbiano parlato anche di alleanze. Di Battista – che, contattato, nega – avrebbe incitato Scotto a costruire un governo sull’asse  M5S-LeU, idea diversa dalla linea ‘destra’ di Di Maio. L’accordo M5S-LeU è un pallino di Grasso e Bersani, mentre D’Alema punta a un governissimo con Fi e il Pd. Senza Renzi, naturalmente, che per D’Alema “è già morto”.

NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 sulle pagine di Quotidiano Nazionale.

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Due presidenti, due stili. Grasso non si taglia lo stipendio, Mattarella apre il Quirinale a tutti e sloggia i funzionari…

Pubblico qui i due articoli usciti su Quotidiano Nazionale il 2 gennaio 2018 a pagina 5. Il primo si occupa di Pietro Grasso, presidente del Senato, il secondo di Sergio Mattarella. 

Grasso, maxidebito da saldare con il Pd e uno stipendio d’oro mai tagliato. Il presidente del Senato sfora il tetto dei 240 mila euro stabiliti per legge. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

Contributi al suo (ex) partito mai saldati. Tetto del suo stipendio sfondato in barba a una norma di legge. Silenzio assoluto davanti ogni accusa. Pietro Grasso, presidente del Senato e leader della nuova formazione politica della sinistra (LEU in sigla), vive, da settimane, diversi imbarazzi. Il suo primo peccato venuto allo scoperto è, forse, solo “veniale”. Si scopre che, da ex iscritto al gruppo del Pd al Senato, Grasso, che si è dimesso dal gruppo a fine ottobre, non ha versato un euro dei 1500 euro mensili che ogni eletto dem gira al partito per svolgere “attività politica”. Una norma interna, ovviamente, anche se scritta nel codice etico dem, non è sanzionabile, ma il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, decide di farne – anche perché la cosa, mediaticamente, al Pd conviene assai – un pubblico conto. Prima Bonifazi scrive a Grasso (lettera privata) che sono ben 83.250 euro i contributi mai versati al Pd da Grasso. Poi prova a riscuotere, inutilmente. Tignoso, Bonifazi torna alla carica: “è cosa spiacevole dovere insistere, ma sono tante le ragioni che dovrebbero spingerti a onorare l’impegno”. Niente, Grasso resta muto. Bonifazi, a quel punto, rende pubblica la richiesta e ricorre all’arma del ricatto morale: “Quei soldi ci servono per pagare i dipendenti del partito che abbiamo dovuto mettere in cassa integrazione” (sono 183, ndr.)”. Grasso niente, zitto. I suoi avranno  pensato: qualche giorno e la notizia passa in cavalleria. Il guaio è che le cose non sono andate così.

Si scopre, infatti, che Grasso, dichiara un “reddito da lavoro dipendente” di tutto rispetto: nel modello 730 del 2014 erano ben 340 mila euro, saliti a 340.790 nel 2015, e scesi, ma di poco, a 320.530 euro, nel 2016. Fatti suoi, si dirà: fare il presidente del Senato è come vincere al Lotto e un giudice in pensione (Grasso andò in prepensionamento nel 2013, appena candidato) guadagna bene. Potendo cumulare lo stipendio e la pensione (i parlamentari e le alte cariche dello Stato possono farlo, volendo, essendo esentati dal divieto di cumulo che riguarda tutti i ‘normali’ cittadini, ma Mattarella vi ha rinunciato), et voilà, ecco fatto. Già, peccato che il super-stipendio di Grasso (340 mila euro) supera e vìola, abbondantemente, il tetto dei 240 mila euro. Un “tetto” che è stato stabilito, nel 2014, dal governo Renzi. Una norma che aveva un solo difetto: era una tantum, o meglio di durata triennale, ed è scaduta il I gennaio 2018. Infatti, i grand commis e i funzionari di Camera e Senato, dal I gennaio, festeggiano e brindano a suon di champagne: i tetti ai loro stipendi sono saltati e di certo non li potranno ripristinare le Camere ormai sciolte. Peraltro, le spese del Senato, in questi ultimi cinque anni, sono lievitate in via esponenziale, mentre invece quelle della Camera sono diminuite, anche se di poco.

Il tetto stabilito dal governo Renzi, inoltre, era facoltativo per le alte cariche dello Stato, che godono della “autodichia” (vuol dire, in sostanza, che ogni organismo decide per sé). Eppure, da tre anni, tutte le (altre) alte cariche dello Stato la rispettano: il presidente della Repubblica non guadagna un euro in più dei 240 mila, il presidente della Camera molti di meno (140 mila nel 2016), il presidente del Consiglio assai meno (i premier guadagnano poco, 6700 euro mensili lordi, un parlamentare ne guadagna 14 mila!).

Dopo giorni, anzi: settimane, di “no comment”, fonti di LEU fanno finalmente sapere che trattasi di polemica “a scoppio ritardato” perché “il presidente del Senato ha una pensione per i suoi oltre 40 anni passati in magistratura e un’indennità da senatore che, per legge, è incedibile”. Il Diavolo, però, ci mette la coda. Libero e Il Giornale rispolverano le dichiarazioni del senatore Grasso in cui egli sosteneva che “Non solo mi sono dimezzato lo stipendio, ma ho anche deciso di rinunciare all’appartamento del Senato”. Lo stipendio è rimasto tale, con il ‘tetto’ sfondato, e l’appartamento del Senato usato per ospiti e ricevimenti. “Ragioni di sicurezza”, si capisce: Grasso è “minacciato” dalla mafia. Prosit.


2. La “rivoluzione gentile” di Mattarella: tagli agli stipendi, funzionari sfrattati, Palazzi aperti a tutti.

Ettore Maria Colombo – Roma

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Via i “mandarini” dal Palazzo. Porte aperte. Stipendi ridotti. Uno stile e un approccio diverso da tutti i suoi predecessori (da Gronchi fino a Napolitano compreso, con una sola eccezione: quel galantuomo di Luigi Einaudi, liberale parsimonioso, cui non a caso il cattolico Mattarella prende spesso a riferimento, dalla durata brevissima dei suoi discorsi di fine anno fino al comportamento integerrimo, quasi ai confini del moralismo). E’ una rivoluzione ‘gentile’, ma integrale, quella di Sergio Mattarella al Quirinale. A giugno 2015, appena sei mesi dopo la nomina al più alto scranno della Repubblica, due decisioni mettono a terremoto il Colle e i suoi abitanti. La prima, ormai, è nota: il palazzo del Quirinale viene aperto al pubblico cinque giorni su sette. La seconda non lo è, ma è stata vissuta come una carica (interna) di cavalleria dei Corazzieri contro privilegi antichi e consolidati. L’intero piano terra del palazzo del Quirinale, dove hanno abitato decine di papi e diversi re, viene ‘sgomberato’: gli uffici del Cerimoniale e le stanze di Rappresentanza devono sloggiare, relegati in ben più modesti uffici, tutti collocati al secondo piano e tutti molto angusti. Ai funzionari viene uno stranguglione, ma tant’è.

Il regista del terremoto, su input di Mattarella, è Ugo Zampetti: classe 1949, romano, potentissimo segretario generale della Camera, dove ha servito cinque presidenti, stava tagliando già lì gli stipendi a funzionari e commessi quando deve interrompersi perché Mattarella se lo porta al Colle come suo segretario generale. Il suo predecessore, Donato Marra, aveva uffici degni un re, lui si presenta dicendo “non voglio stipendio né alloggio”. Zampetti sloggia, ricolloca e il Quirinale schiude i suoi tesori a tutti con le visite guidate. Come già le vicine Scuderie, dove ogni mesi si succedono mostre su mostre.

Ma a Mattarella, che ha rinunciato al doppio stipendio da presidente e da giudice della Consulta cui pure aveva, volendo, diritto, e che, ovviamente, non ha mai sforato il tetto dei 240 mila euro stabilito per legge dal governo Renzi nel 2015 (norma scaduta nel 2018, peraltro), ancora non basta. Il presidente della Repubblica ha un’idea precisa, un fil rouge che vuole mantenere per l’intero mandato e così la spiega ai suoi collaboratori: “Dobbiamo saper coniugare sobrietà e trasparenza in ogni atto che facciamo qui dentro”.

La seconda rivoluzione travolge la residenza estiva, la splendida tenuta di Castelporziano, a sua volta residenza di papi e di re da tempo immemore. Per la prima volta da secoli, diventa un luogo accessibile a tutti. Da giugno a settembre, comitive di scolari, ma soprattutto disabili e anziani, entrano gratis, sciamano nel parco, si godono il mare, prendono il sole. Tutto gratis, ovviamente e con tanto di ‘festa’ con il Presidente, a fine giugno.  Potrebbe finire qua, la rivoluzione gentile di Mattarella, e invece no. L’ultima rivoluzione, al Colle, è appena iniziata: d’intesa con il Mibact, cioè con il ministero della Cultura, Mattarella apre e ristruttura anche palazzo San Felice, 8800 mq su cinque piani collocati a via della Datarìa: fanno parte della riserva immobiliare del Quirinale da secoli. Una specie di piazza d’armi che contava 40 appartamenti usati come ‘casa’ dai funzionari del Colle, tutti sfrattati. Entro il 2020 palazzo San Felice diventerà la sede della Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, oggi a palazzo Venezia, più bella, ricca e aperta a tutti, ovviamente. Com’è tutta l’idea del Quirinale di Mattarella.


Gli articoli sono pubblicati il 2 gennaio 2018 a pagina 5 su Quotidiano Nazionale 

Grasso leader politico preoccupa il Quirinale. Gaffe sui social e i guai che apre il ruolo non più “istituzionale” dei presidenti di Camera e Senato

Pubblico parte del dossier che @Quotidiano.net ha scritto oggi sulla figura di Pietro Grasso per il cortocircuito tra il suo ruolo istituzionale e la sua discesa in campo nell’agone politico. Segnalo che da fonti del Quirinale arriva la seguente smentita: “Il Capo dello Stato non ha mai espresso né in pubblico né in privato opinioni sulle scelte politiche del presidente del Senato Pietro Grasso”. Prendo atto della smentita, ma la notizia mi è stata riferita da fonti parlamentari degne di assoluta fede. 

Il link al mio articolo di oggi x @quotidiano.net che parla di #pietrograsso

http://www.quotidiano.net/politica/grasso-foglioline-1.3603005

L’editoriale del direttore, Andrea Cangini (titolo “La funzione tradita”), che chiede le dimissioni di Pietro Grasso da presidente del Senato

http://www.quotidiano.net/editoriale/pietro-grasso-1.3603022 

Infine, il mio articolo su @Quotidiano.net in forma più estesa per il blog. 

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sito istituzionale o sito di parte politica? “Foglioline” o donne? Presidente del Senato o leader di una nuova forza politica (LEU)?

Il dilemma, per Pietro Grasso, ieri protagonista di una gaffe che ha, almeno in parte, minato il suo ruolo super partes inizia a farsi stringente. Giovedì, al tradizionale incontro con la Stampa parlamentare (Asp) per gli auguri di Natale, forse Grasso scioglierà definitivamente il nodo gordiano (si dimetterà prima che inizi la campagna elettorale o no?) anche se tutti escludono che possa, entro breve, lasciare l’alto scranno di palazzo Madama per lanciarsi, da “libero ed eguale”, nella corsa per il voto. Il Colle più alto, quello del Quirinale, è però molto “preoccupato”. Sergio Mattarella nei giorni scorsi,  avrebbe espresso, pur se con il suo solito tono cortese, il suo cruccio ai suoi consiglieri, politici e giuridici, dubbio che da questi è stato riferito a diverse fonti parlamentari: Ho molto rispetto per Pietro, per la sua storia e per il suo ruolo, ma io, al suo posto, non mi sarei mai comportato così. Motivo: Grasso è pur sempre la seconda carica dello Stato, il secondo in grado, come dice la Costituzione, dopo Mattarella. Certo, formalmente, i problemi sono minori di un tempo, specie dei tempi della Prima Repubblica. Per dire, da quando Mattarella è diventato capo dello Stato, è il primo presidente che, quando è all’estero, non si fa più ‘sostituire’ dal presidente del Senato, il quale gode, però, del ruolo di Capo dello Stato ‘supplente’. Infatti, ormai, telefoni satellitari e wi-fi rendono così immediate le comunicazioni quanto inutile la ‘supplenza’ del presidente del Senato. Ma se Mattarella avesse un serio problema di salute (successe, per dire, al dc Antonio Segni che venne sostituito per quasi due anni, dal 1962 al 1964, da Cesare Merzagora, allora presidente del Senato, di fede Pri) sarebbe Grasso a tenere ad interim il ruolo di Capo di Stato e lo farebbero di certo fino all’elezione dei presidenti delle nuove Camere. E se Grasso si dimettesse a sua volta? Sarebbe Laura Boldrini, attuale presidente della Camera e terza carica dello Stato, a far sventolare su palazzo Montecitorio la bandiera italiana. Già, peccato che, a sua volta, la Boldrini sta per buttarsi anche lei in politica e peraltro nello stesso partito di Grasso, LEU. La discesa in campo della presidente della Camera, sostenuta dagli ultimi ‘pisapiani’ di sinistra orfani di Pisapia, avverrà il 22 dicembre, dopo che la Camera avrà archiviato il voto sulla Stabilità, in un’assemblea nel quartiere ‘rosso’ di Roma, San Lorenzo.

Ma tornando al casus belli di Grasso, ieri succede che, sulla home page del sito (un sito super-istituzionale) di palazzo Madama, dove pagine intere sono dedicate al Presidente, fa capolino il logo del nuovo partito: LED, Liberi e Uguali. Simbolo che, peraltro, solo il giorno prima aveva dato la stura a un’altra messe di polemiche. Molte donne – specie le femministe – protestano indignate perché in tv, da Fabio Fazio (Rai1), Grasso parla della ‘e’ congiunzione del logo come se volesse derubricare le donne a delle ‘foglioline’. Il paragone, in realtà, lo fa Fazio, ma la polemica divampa ugualmente. Lo scivolone di ieri risulta però ben più imbarazzante. Il cinguettio “Ecco il simbolo di Liberi e Uguali, una nuova proposta per il Paese” spunta, nella home page di Grasso, vicino ai ‘normali’ impegni, discorsi ed eventi ufficiali. Si tratta, in realtà, di una svista ‘materiale’ fatta da chi si occupa del sito http://www.senato.it: infatti, la colonna di Twitter e la pagina personale su Facebook di Grasso scorrono (‘scrollano’, come si dice in gergo) in modo automatico e quindi rendono visibili i twett e i post che Grasso fa nella sua – presunta – qualità di cittadino della Repubblica, in questo caso “libero ed uguale”, ma la frittata ormai è fatta. Il Pd attacca, Augusto Minzolini (FI) parla di “sito da Corea del Nord” e i social non perdonano neppure questa gaffe. Grasso, e presto anche la Boldrini, nel convulso finale di legislatura, faranno i presidenti delle Camere o i leader dello (stesso) partito?

Da segnalare, infine, che Matteo Renzi ieri, durante un dibattito pubblico alla Luiss di Roma, ha schivato ogni domanda sul ruolo di Pietro Grasso e, anzi, fa sapere che “la campagna elettorale del Pd non sarà impostata a una guerra fratricida con gli scissionisti” (LEU, appunto, la lista guidata da Grasso, ndr.)  ma dalla polemica con i populisti: Lega, M5S, destre”.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 13 dicembre 2017 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale in un’ampio dossier sulle scelte di Grasso.