“Votiamo su come votare”… Il Pd in preda alle convulsioni di un’Assemblea nazionale che non decide nulla, neppure i rapporti di forza interni

Renzi e Orfini

Matteo Renzi e Matteo Orfini alla Direzione del Pd

  1. Cronaca di un’Assemblea nazionale. Una bolgia tra contestazioni e sfottò

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi sorride e rimette nella tasca i foglietti di una relazione che, se avesse letto, sarebbe stata “incendiaria” e tutta incentrata sulla denuncia di “una classe dirigente (quella del Pd, ndr.) irresponsabile che vuole trascinare il Pd nella guerra del fango proprio nei giorni in cui nasce il governo M5S-Lega”. Poi ascolta la relazione del segretario reggente, Martina, che lo attacca pesantemente, pur senza citarlo, finge un applauso di cortesia, si alza e se ne va. Lo scontro è stato solo rimandato di un mese o più. L’Assemblea nazionale che si è tenuta ieri all’hotel Ergife non ha, infatti, sciolto nessun nodo dentro il Pd. Ha solo congelato tutte le decisioni, rinviandole alla prossima Assemblea, ma già su quando tenerla è scontro: Martina vuole rinviarla almeno fino a ottobre, i renziani indicano il “30 giugno, 7 luglio al massimo”. Ieri è stata siglata una tregua fragile e ipocrita. Dei due fronti in guerra si sa: Renzi e i renziani da un lato, l’asse che fa perno su Martina, spalleggiato dalle due minoranze (Orlando ed Emiliano) e da un pezzo di ex maggioranza (l’area Franceschini-Fassino), dall’altro. La giornata sembra non iniziare mai. Convocati per le dieci, si accreditano in 829 delegati su 1168 aventi diritto, ma Orfini apre le danze solo a mezzogiorno. Per ore si è cercata una mediazione. I ‘martiniani’ sono sicuri: “Renzi non controlla più il Pd”. I renziani sventolano 398 firme (poi lievitate fino a 432) pronte a chiedere la convocazione immediata del congresso. Si prospetta una conta sanguinosa. Fassino per conto di Martina e Guerini – che ci ha lavorato per giorni – per Renzi cercano e trovano una faticosa mediazione, spalleggiati da Gentiloni e Minniti. La proposta che Orfini annuncia, aprendo i lavori, è di “mettere in votazione l’inversione dell’ordine dei lavori”, ma come in un’assemblea universitaria degli anni ’70 partono i cori di “buuu”. C’è molta insoddisfazione nella base e poi c’è laclaque portata dal Pd di Roma, in mano agli orlandiani, scatenata e fastidiosa, con la Cirinnà e Damiano che li capeggiano come veri capiultras. Alla fine, si vota: finisce con 397 a favore del rinvio e 221 contrari (più 6 astenuti) su un totale di 624 votanti. Le aree di Renzi e Martina-Franceschini stanno ai patti, le minoranze no, ma anche dei renziani votano contro.

Dopo, sembra calare la quiete e iniziano gli interventi. Martina, nella sua relazione, ci va giù pesante: “Se tocca a me, anche per poco, tocca a me”; “rinnoverò gli organi dirigenti”; “no a Lega-M5S ma anche no a FI”; poi attacca gli “errori nella formazione delle liste”; disegna, come faranno Orlando e Boccia, un partito ‘altro’ da quello di Renzi, dalle alleanze alle primarie. La claque esplode di felicità, i renziani strabuzzano gli occhi: “Gli accordi non erano questi”, sibilano. Intanto i big (Renzi, Gentiloni, i ministri) e molti delegati se ne sono andati, stufi e cupi, dentro il clima resta da stadio. I renziani meditano vendetta: votare contro la relazione di Martina o boicottarla, anche se dal palco c’è chi, come Marcucci, dice che la voterà. La relazione di Martina prende 294 sì, 8 astenuti, zero contrari, ma su un totale di 302 votanti, ben sotto il numero legale. Per i martiniani “Renzi da oggi à minoranza nel Pd”, i renziani dicono di avere con sé la forza dei numeri. Lo scontro interno è appena iniziato, presto deflagrerà. A meno che, in extremis, Renzi non si accordi con Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, per un “patto tra diversi” che comporti un’ennesima tregua, questa volta finale e definitiva, se e quando Zingaretti non si deciderà a correre per le primarie del Pd, appoggiato dalla minoranza di Orlando, non in antitesi a Renzi, ma appunto in accordo con lui e i suoi. 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 maggio sul Quotidiano Nazionale

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2. La mediazione infinita. Le correnti del Pd cercano di mettersi d’accordo tra loro. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Hanno trattato tutto il giorno, giocando a braccio di ferro, i due fronti contrapposti presenti, ormai da mesi, nel Pd (i renziani e gli anti-renziani), ma a ieri sera era quasi certa una spaccatura che, se oggi si materializzasse, sarebbe a dir poco drammatica. Questa mattina, infatti, si aprirà l’Assemblea nazionale dem, suo massimo organo rappresentativo.  In ballo c’è la riconferma del segretario reggente dal giorno delle dimissioni di Renzi, Maurizio Martina, alla carica di segretario effettivo, anche se pro tempore. Ma è proprio sulla durata o sulla proroga dell’incarico di Martina che si è consumata la rottura.  Eppure, lo stesso Matteo Renzi ha proposto di tutto al fronte dei suoi ‘nemici’ interni, l’asse che vede pezzi della sua ex maggioranza (Franceschini, Fassino, etc.) saldato alle minoranze interne (le due aree di Emiliano e Orlando).
I  big (Franceschini, Cuperlo, Zanda, Fassino, Orlando)  ieri mattina si sono riuniti per fare il punto della situazione con Martina. Renzi ha chiesto loro – tramite i suoi ambasciatori più duttili e diplomatici, Graziano Delrio e Lorenzo Guerini – di «evitare la conta» che «sarebbe incomprensibile proprio mentre i nostri avversari, Lega e M5S, fanno votare il loro programma  dalla base. Fuori ci prenderebbero per matti».
Renzi si è anche detto pronto, come segno di pace,  a rinunciare al suo discorso iniziale, che gli spetta in quanto segretario uscente, per dedicare la giornata all’analisi del voto e alla situazione politica, lasciando che sia il solo Martina a tenere la relazione introduttiva. Relazione che, a questo punto, Renzi terrà e dove andrà giù «con l’accetta», dicono i suoi, stupiti per «l’impuntatura di Martina». Il quale, però, per Renzi sarebbe potuto restare segretario solo fino a un’altra assemblea da tenersi a giugno, non oltre, tipo ottobre.
Ed è qui che si è rotta la trattativa: per Renzi il congresso (e le primarie) le devono gestire gli organi preposti, cioè il presidente del partito (Orfini) e la commissione congressuale, il fronte dei ‘martiniani’ vuole che a farlo sia Martina. Insomma, Renzi ha proposto una frenata sui tempi del congresso, Martina  chiede invece una piena legittimazione politica del suo ruolo e una segreteria più lunga. Il braccio di ferro è andato avanti fino a sera, registrando l’incaponirsi di Martina e dei più duri tra i suoi (Orlando e Cuperlo) al rifiuto di ogni ramoscello di pace. I contatti proseguiranno fino all’ultimo, notte compresa, ma se salta l’ultimo tentativo di mediazione oggi il Pd andrà al voto per eleggere un nuovo segretario con più candidati contrapposti (per Renzi scenderebbe in campo Guerini) e lì varrà solo la forza dei numeri. i renziani sono convinti di avere la maggioranza (quasi 500 delegati su mille), Martina spera di farcela, magari per il rotto della cuffia.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio sul Quotidiano Nazionale
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Pd, si riapre la frattura tra aventiniani e dialoganti. Franceschini contro Renzi. Martina media. Due vicepresidenti, il resto zero sulle cariche istituzionali

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini

  1. Pd umiliato anche alla Camera. E l’ala governista spacca il partito. Franceschini-Orlando contro Renzi che fa muro: l’opposizione ci farà bene. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Camera dei deputati, uffici del gruppo dem, prima mattina. E’ convocata l’assemblea dei deputati del Pd, la prima guidata dal neo-capogruppo, Graziano Delrio, il quale si limita a ricordare, in apertura, che “I 5Stelle ci hanno escluso dal collegio dei questori, una cosa molto grave”. Si dovrebbe discutere, infatti, di come presentarsi alle votazioni sugli organi che dovranno completare l’ufficio di presidenza della Camera. Detto per inciso, il Pd otterrà di eleggere solo un vicepresidente, Ettore Rosato, ma nessun questore, una carica nevralgica per governare gli interna corporis del Senato, su tre , e nessun segretario d’aula, su otto. Bilancio magro, considerando che anche al Senato il Pd ha ottenuto poco: un vicepresidente e punto, zero questori, zero segretari d’aula. Insomma, una debacle. Ma i guai del Pd non sono solo questi, sono appena iniziati. Non preventivato, prende la parola Dario Franceschini e lascia tutti a bocca aperta. Si tratta non solo del ministro alla Cultura, ma di un ex segretario, di un sempiterno big del Pd e soprattutto del front runner della linea della ‘trattativa’ a oltranza, contro quella dell’opposizione a oltranza, impersonata da Renzi, rispetto al futuro governo. Due linee opposte non solo verso un governo di responsabilità nazionale, ma anche verso un governo con i 5Stelle, prateria a ieri inesplorata, tranne che dal pistolero Michele Emiliano e dai suoi. Dopo aver tentato, sottotraccia, diversi abboccamenti con i 5Stelle per cercare di portare a casa la presidenza della Camera (per sé? Non si sa), Franceschini era rimasto a lungo silente. 

Ora, invece, Franceschini parla, dice lui che è il Pd che “è restato silente troppo a lungo, mentre i fatti si susseguono”, che “non si può andare al Colle teorizzando l’Aventino” e chiede di tenere un’assemblea congiunta dei gruppi di Camera e Senato e di riunire anche la Direzione del partito, ma soprattutto di farlo ‘prima’ che inizino le consultazioni al Colle. Tradotto: bisogna ragionare, con tutti, sul governo.

Verini, Pollastrini e Piero Fassino, un big, lo appoggiano. Subito dopo parla Orlando, come in una staffetta: del resto proprio lui, con Franceschini, aveva stabilito la strategia, su un divanetto di Montecitorio. La prende da un altro lato, Orlando, ma il succo resta quello: “Se dobbiamo stare all’opposizione bisogna discutere che tipo di opposizione dobbiamo fare. Se è di sinistra è un conto, se non lo è no. L’hastag ‘tocca a loro’ va bene per un tweet ma non è una risposta politica, bisogna dire che fare”. I renziani mangiano la foglia e parte la contraerea. Lorenzo Guerini non ha conquistato i galloni di capogruppo, ma conta ancora molto, e replica secco, con fare poco diplomatico, lui che è sempre stato ‘il Forlani’ di Renzi: “Il Pd starà all’opposizione, come deciso in Direzione, non serve convocare i gruppi prima, casomai lo faremo dopo le consultazioni”. Il presidente dem, Matteo Orfini, va via subito dalla riunione ma poi, in Transatlantico, la mette giù anche più dura: “Se qualcuno pensa di fare una maggioranza con M5S lo dica chiaramente e ne discutiamo, io sono contrario”. A quel punto urge un intervento di Renzi per rincuorare le truppe, diversamente sbandate. In una Enews stilata all’uopo Renzi ribadisce che “La situazione politica è chiara, il Pd starà all’opposizione, che si può fare pure bene, come spiega splendidamente Pierluigi Castagnetti” (perfidia speciale di Renzi, questa: citare l’antico oppositore di Franceschini dentro il Ppi…).

I fronti sono schierati, manca solo la voce di Martina, il quale però cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte: in assemblea frena, contro Franceschini, assicurando che il Pd “convocherà gruppi e Direzione ‘dopo’ le consultazioni”, poi in serata afferma che “il Pd starà all’opposizione, ma non siamo nel freezer, siamo disponibili al confronto”. Insomma, prova a mediare, ma Renzi – che lo ha chiamato inviperito – tira da una parte, Franceschini, Orlando e Fassino dall’altra. La guerra interna al Pd è solo iniziata, le polveri hanno preso fuoco e riguarderà anche la corsa a chi farà il segretario (ieri si è candidato Matteo Richetti, non si sa se per conto di Renzi o in modo solitario: in ogni caso dà appuntamento ai suoi fans per il 7 aprile all’Aquario romano), non si sa ancora se con una votazione dentro l’Assemblea nazionale (la data che gira è quella del 22 aprile) o se con le primarie. Ma c’è un punto che Renzi sottolinea sempre con i suoi: “Non solo mi basterebbe avere pochi parlamentari, con me, per far saltare un governo coi 5Stelle, ma la maggior parte dei gruppi è sulle mie posizioni. Staremo all’opposizione”. Infine, sullo sfondo, ma attivo, c’è anche Paolo Gentiloni: i big dem vorrebbero tirarlo dalla loro parte e fargli prendere parte attiva allo scontro interno, facendolo schierare contro Renzi, ma lui è ancora premier e prima di rompere pubblicamente, e clamorosamente, con il suo ex dante causa ci deve pensare. Il guaio è che ci sta pensando. 

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2018. 

 


 

2. I democrat restano a bocca asciutta al Senato. Renzi: “I gruppi li controllo io”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
La democrat di fede orlandiana Anna Rossomando rischia di essere l’unica esponente a rappresentare il Pd nell’ufficio di presidenza di entrambe le Camere. Di Palazzo Madama, nel caso in questione, dove è stata eletta ieri sera vicepresidente, appunto. E in generale perché a palazzo Montecitorio – dove i quattro vicepresidenti, i tre questori e gli otto segretari d’aula che servono a comporre, l’ufficio di presidenza di ognuno dei rami del Parlamento verranno messi in votazione stamane – ogni accordo è saltato e il Pd ne è stato tagliato fuori. Si tratterebbe di un primato, anche se tutto in negativo: non accadeva dal 1948 che il secondo partito per numero di seggi non avesse cariche istituzionali. Lo scontro che ieri si è consumato nell’aula del Senato e oggi lo sarà alla Camera è anche foriero del futuro governo. La tenaglia stretta tra Lega e M5S – con FI nel ruolo del vaso di coccio tra i due vasi di ferro – si è stretta sul Pd. Soprattutto, ha pesato la pretesa grillina di avere per sé, al fine di poter cavalcare il tema del taglio dei vitalizi, un questore sia alla Camera che al Senato. O i 5Stelle ne concedevano uno al Pd, per ragioni di bon ton istituzionale, come pure avevano promesso, oppure – dato che il centrodestra aveva in Senato e avrà oggi alla Camera i numeri per eleggere due questori in ognuna Camera – se ne eleggevano uno da soli. E così è accaduto. Il Pd ha votato, pur sapendo di non avere speranza, dei candidati di bandiera, come sulle presidenze. Il centrodestra ha fatto orecchie da mercante e si è votato i suoi. Per il Pd si tratta di una “deriva antidemocratica”, tuona il senatore Gianni Pittella. Ettore Rosato, che poi è il vicepresidente indicato dal Pd alla Camera, sbotta: “Questi sarebbero quelli che vogliono parlare con noi di governo? Rifiuteremo ogni incarico, anche il segretario d’aula, che pure ci spetterebbe di diritto. Li voglio vedere al governo”. Non a caso, oggi – annuncia il segretario Martina, che dopo molti ammiccamenti con i 5Stelle, si è deciso a fare il duro – “il Pd non parteciperà a nessun incontro con altri partiti sui programmi o altro. Attendiamo le consultazioni vere”. Insomma, per paradosso, vince la linea di Renzi, che ieri, non a caso, ha rilanciato le parole del presidente Orfini (“Con i voti del Pd non farete alcun governo”), in pubblico, per poi incitare i suoi senatori, mentre si votava, così: “Avrebbero bisogno del 90% dei nostri voti per fare un governo, ma nessuno ha capito che non li avranno mai. Del resto, mi basterebbe controllare il 9% del gruppo. Volete che non abbia il 9% del gruppo con me? Mi avrebbe tradito anche Bonifazi…”.
Per quanto riguarda la composizione dell’ufficio di presidenza del Senato, sono stati eletti Calderoli (Lega, 164 voti), La Russa (FdI, 119 voti), Taverna (M5S, 105) e la Rossomando (Pd, 63) come vicepresidenti, i tre questori sono De Poli (Udc-FI, 165 voti), Arrigoni (Lega, 130) e Bottici (M5S, 115) mentre gli otto segretari d’aula sono andati 4 a Lega e FI, 4 all’M5S, con il Pd rimasto a bocca asciutta. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 29 marzo sul Quotidiano Nazionale. 
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I nuovi capigruppo di Camera e Senato tutti eletti per acclamazione. Ma nel Pd è scontro. Martina stoppa Renzi che deve rinunciare a Guerini per Delrio

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Ettore Maria Colombo – ROMA

Camera e Senato hanno eletto tutti i loro nuovi capigruppo. Per alcuni gruppi (M5S e Lega) si è trattato di un puro atto di ratifica, per altri di una novità (FI e Pd), per altri ancora di una scelta pro tempore (FdI e Misto), ma lo scontro vero – tanto per cambiare  – si è consumato nei gruppi dem, ovviamente tra renziani e non renziani. La nomina dei capigruppo – e la contestuale dichiarazione di appartenenza ai gruppi dei deputati e dei senatori – è fondamentale per due motivi: solo così la macchina del Parlamento può iniziare a partire a pieno regime (tra oggi e domani verranno eletti anche 8 vicepresidenti, 6 questori e 16 segretari d’aula delle due Camere) e solo così il presidente della Repubblica può stabilire il calendario delle consultazioni al Colle per formare un nuovo governo, calendario che dovrebbe arrivare entro oggi.

Tra i nomi dei capigruppo passati senza colpo ferire, ci sono quelli dei 5Stelle: confermati, per acclamazione, Giulia Grillo alla Camera e Danilo Toninelli al Senato. Anche per la Lega l’elezione è stata una formalità: Giancarlo Giorgetti va alla Camera (ma potrebbe presto assumere importanti ruoli di governo) e Gian Marco Centinaio al Senato i nomi. Per FdI (Fratelli d’Italia) si è decisa una soluzione pro tempore: Stefano Bertacco al Senato e Fabio Rampelli alla Camera. Il problema del partito della Meloni è che non ha ancora deciso se vuole stare al governo o all’opposizione. Nel gruppo Misto alla Camera, data la preponderanza dei deputati di Leu (14 su 36), la scelta è caduta su Federico Fornaro (Leu), a sua volta pro tempore perché – spiega lui stesso – “Appena ci danno la deroga, costituiremo un gruppo autonomo e il Misto si eleggerà un altro capogruppo” (sarà, molto probabilmente, espressione delle minoranze linguistiche, che contano 5 deputati, di cui quattro della Svp). Anche al Senato è stata eletta una rappresentante di Leu, Loredana De Petris, che aveva già ricoperto tale incarico nella scorsa legislatura, anche se i senatori di Leu sono solo quattro sui 10 del Misto.

Dentro Forza Italia, Berlusconi aveva chiuso i giochi da giorni puntando su due donne, Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera, elette per acclamazione, che prendono il posto di Paolo Romani e Renato Brunetta, i quali non godevano più, dai giorni dell’elezione dei presidenti delle Camere, della fiducia del Cavaliere e con i quali hanno avuto numerosi scontri, ai limiti della buona creanza.

 

Tutto quello che è potuto andare liscio negli altri gruppi è, ovviamente, andato storto nel Pd. La mattinata di ieri si è consumata tra riunioni fiume tra i big e momenti di notevole tensione. Renzi ha cercato in tutti i modi di imporre i suoi candidati (Lorenzo Guerini alla Camera, Andrea Marcucci al Senato), ma l’ha spuntata solo sul secondo, cui però teneva di più. Il segretario Martina ha imposto il metodo della ‘collegialità’: tradotto dal politichese, vuol dire che sia le minoranze di Orlando ed Emiliano sia i big anti-Renzi (Franceschini), che non volevano due renziani doc in postazioni così cruciali e delicate, in qualche modo dovevano spuntarla. E ci sono riusciti. Nel turbinio di riunioni precedenti l’assemblea dei gruppi, che hanno visto al Nazareno incontrarsi Renzi, Martina, Delrio, Guerini e Orfini, erano spuntati anche i nomi di Tommaso Nannicini per la Camera e di Teresa Bellanova per il Senato, peraltro entrambi renziani ma ritenuti dalle minoranze meno pasdaran.

Il rischio di andare a una sanguinosa conta – che i renziani peraltro avrebbero vinto (sono 32 su 53 al Senato e 73 su 110 alla Camera) – era troppo grande e allora Renzi ha ceduto su uno dei due capigruppo, e cioè sulla Camera, per tenersi Marcucci.  Guerini, complice la sua lealtà a Renzi e il suo profilo di diplomatico capace di stemperare le tensioni (altrui), ha deciso, autonomamente, di fare un passo indietro in favore di Delrio con cui si era parlato e confrontato in diverse occasioni nei giorni passati. Ma molti renziani parlano apertamente di “un atteggiamento politicamente e umanamente sbagliato nei suoi confronti” da parte dello stesso Renzi (e Martina). Il segretario Martina, che ha posto l’aut aut a Renzi (“O Delrio o si va allo scontro”), mettendo sul tavolo la fiducia sul suo stesso incarico, in caso contrario, cinguetta “Habemus Papam!”, quando l’assemblea del gruppo alla Camera elegge Delrio, ma Antonello Giacomelli, franceschiniano vicino a Renzi, sbotta: “Delrio ottima persona, ma lo era anche Guerini. Non capisco il cambio e neppure la richiesta di fiducia”.

Ora di Guerini si parla come futuro presidente del Copasir (ma “di acqua ne deve ancora passare, sotto i ponti…”, dice lui a un amico) o addirittura come candidato di Renzi, in seno all’Assemblea nazionale, da contrapporre proprio a Martina. Perché una cosa sola è certa: il Pd andrà all’opposizione – assicurano Marcucci, anche lui eletto per acclamazione, e lo stesso Delrio, pure molto vicino ai desiderata del Colle – ma ai renziani Martina non piace proprio: “Non ci garantisce, anzi gioca contro, dobbiamo impedire che diventi lui il segretario vero, altrimenti viene giù tutto”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 28 marzo 2018.

Il Pd fuori dai giochi. “Tocca a loro, punto”, il mantra di Renzi. La difficile partita interna sui nuovi capigruppo

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti dal 23 al 25 marzo sugli equilibri interni al Pd in merito alla partita dei presidenti delle Camere e della nomina dei capigruppo dem. 

 

  1. Il Pd all’opposizione, fuori da tutti i giochi. Renzi dice: “Facciano loro, punto”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Conclusione delle votazioni per il presidente della Camera. E’ Fico, applausi a scena aperta, poi i deputati di tutti i gruppi sciamano fuori dall’aula. I cronisti assaltano gli ingressi da dove escono i parlamentari di Lega, FI, M5S. Davanti all’ingresso dell’aula dove di solito esce il Pd, non c’è quasi nessuno. La scena intristisce. Il Pd “non tocca palla”: ha votato i suoi candidati di bandiera (Giachetti, che prende 102 voti, dieci in meno del gruppo dem, e Fedeli, che ne prende 52 su 53), non è stato mai in gioco sulle presidenze e i suoi parlamentari sembrano pugili suonati. Matteo Renzi, invece, sta al Senato e se la gode: saluta e scherza con Salvini, bacia la Ronzulli (FI), parlotta con i senatori che gli siedono vicino (Bonifazi, Marcucci, Parrini). Insomma, si diverte. Conia anche uno slogan che sembra un tweet:“Tocca a loro. Punto”, soggetto centrodestra e M5S. Il guaio è che ogni cosa che dice Renzi diventa un problema. Esordisce con un “Stanno decidendo i caminetti” che lui stesso, più tardi, asserisce essere riferito all’accordo Lega-M5S, ma quelli che, nel Pd, i caminetti li fanno per davvero la battuta la prendono malissimo. Dalla Camera, il segretario, Maurizio Martina, sbotta, stizzito e indispettito, “Caminetti? Si chiama collegialità”. Non parlano ma sbuffano anche gli altri big (Franceschini, Orlando) che hanno provato in tutti i modi a rientrare in partita, offrendo (e offrendosi) un patto sui presidenti, inutilmente, all’M5S. In serata, Orlando fa sapere che “nessun accordo è stato ancora sancito e quindi noi non avanziamo nomi”.

Non a caso, la partita interna al Pd è appena cominciata. I fronti aperti sono due. Il primo riguarda la nomina dei nuovi capigruppo di Camera e Senato. L’appuntamento è stato rinviato a martedì, quando le assemblee dei due gruppi (53 senatori e 112 deputati) dovranno decidere. All’unanimità o spaccandosi? I candidati di Renzi sono Lorenzo Guerini, ben visto anche dai franceschiniani, da Delrio e dalle minoranze, alla Camera, e Andrea Marcucci, renziano di ferro, al Senato. Solo che, con il passare delle ore, la situazione s’è incartata. Rosato, capogruppo uscente alla Camera, vorrebbe essere riconfermato, se continua l’impasse, ma per lui ci sarebbe un posto da vicepresidente, (uno su quattro al Pd gli spetta). Carica cui punta, però, anche l’orlandiana Pollastrini, che ieri già elogiava Fico. Al Senato, Marcucci potrebbe passare sia in modo unanime, in modo da mandare alla vicepresidenza un’altra orlandiana, Anna Rossomando, sia con la conta. I renziani (32 su 53) si sentono sicuri di vincerla al Senato come pure alla Camera, dove invece sono, con gli orfiniani, 73 su 112. Ma Guerini, che ha offerto a Renzi di fare un passo indietro per Delrio, spera e assicura che “la conta non servirà”. A sera, Orlando fa sapere che “non c’è alcun accordo su nessun nome, né sui capigruppo né su altre cariche”, parole di guerra.

Infine, la convocazione dell’assemblea nazionale che dovrà decidere chi guiderà il partito. Martina assicura che la data sarà fissata “alla fine delle consultazioni”, cioè a fine aprile, ma i renziani scalpitano. E, soprattutto, sempre più ostili e insoddisfatti di fronte a un Martina che, secondo loro, “gestisce male il partito ed ha un profilo scialbo” sono alla febbrile ricerca di un nome da opporgli o in Assemblea o alle primarie, se ci saranno. Richetti è troppo debole, Delrio sarebbe perfetto ma recalcitra, Renzi cerca un nome.

NB: Questo articolo è stato pubblicato 1l 25 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale.  


 

2. Il Pd crede di poter tornare in gioco, ma dura poco. Il toto-nomi sui capigruppo.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Verso l’astensione, o meglio la scheda bianca. Tutto è in alto mare, per l’elezione dei presidenti delle Camere, e così il Pd torna in gioco e, specie da palazzo Grazioli, è cercato. I dem – convocati ieri alle 18 alla Camera per una riunione congiunta dei gruppi di Camera e Senato, presieduta dal segretario reggente, Maurizio Martina – decidono la svolta. Dopo aver rifiutato, per settimane, di discutere di nomi, Martina comunica la novità, sicuramente escogitata nel caminetto dei big della sera precedente, quello cui erano presenti tutti i vari big, comprese le minoranze, tranne i renziani. Prima il Pd accetta di sedersi al tavolo chiesto da Di Maio, tavolo che si è tenuto a sera inoltrata, con gli altri gruppi, poi Martina, uscendo dalla riunione, annuncia che la scelta è di “partecipare a un confronto che coinvolga tutti”. Da qui in poi, però, regna il mistero.

Per gli anti-renziani sono i renziani che vogliono votare Romani al Senato, nel segreto dell’urna, stante un patto stretto tra Lotti e Letta (Gianni). Per i renziani sono gli anti-renziani (Martina, Franceschini, Orlando, etc.) che vogliono votare un uomo di FI al Senato e, magari, un leghista alla Camera perché “non vedono l’ora di appoggiare un governo di centrodestra anche se non a guida Salvini, ma con a capo un Tajani”. Oggi si vedrà. La sola cosa certa è che il vero scontro interno, quello sul capogruppo del Senato (alla Camera il nome di Guerini è dato per sicuro), è stato solo rimandato. Zanda ha detto che non vuole un renziano, a nome di tutti gli anti-renziani. Renzi vuole invece sia Marcucci o, in alternativa, un altro renziano e toscano doc, Dario Parrini. In serata Renzi, via Enews, dice “Siamo tutti d’accordo: staremo all’opposizione” e poi fa il poeta: “credevano di averci seppellito e invece siamo semi”, ma sta parlando dei suoi.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale.


 

3. “Martina ci vuole fregare!”. Il grido di dolore dei renziani, assenti dal caminetto dei big. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
“Altro che gestione collegiale! Martina ci vuole fregare!”. I renziani doc – che dentro il partito perdono terreno ma che nei gruppi parlamentari sono ancora la maggioranza (32 al Senato, 50 circa alla Camera) – appena scoprono la notizia si fanno a dir poco furibondi. Maurizio Martina, segretario facente funzioni, ha convocato per la sera un vertice di tutte le aree del partito sulle prossime mosse da compiere, futuri assetti istituzionali (presidenti delle Camere) in testa a tutti. Alla riunione, che si tiene al Nazareno in tarda serata, partecipano, oltre a Martina, i capigruppo uscenti, Zanda e Rosato, il presidente del partito Orfini e il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini – i soli che i renziani ritengono ancora “leali” – i ministri Delrio e Franceschini, tessitore, con Gentiloni, di un Pd ‘a-renziano’, e i leader delle due minoranze interne, Orlando ed Emiliano. La presenza di quest’ultimo, che a Renzi ne ha dette di tutti i colori, viene vissuta dai suoi come un vero affronto, ma non che la presenza di Orlando venga vissuta molto meglio. Peraltro, Martina sapeva che Lotti e Boschi non sarebbero potuti essere presenti e l’assenza di Renzi – che continua a dire ai suoi che lui farà “il senatore semplice di collegio”, ma che oggi parteciperà all’assemblea congiunta dei gruppi – era scontata. Insomma, il vertice di ieri sera, uno di quei ‘caminetti’ che a Renzi hanno sempre fatto venir l’orticaria, è stata vissuta dai pasdaran renziani come uno schiaffo.
Detto questo, la riunione c’è stata e i big dem, ribadita la linea dell’opposizione a un governo centrodestra-M5S o Lega-M5S o Pd-M5S, si sono posti innanzitutto il problema del Grande Gioco istituzionale, i vertici delle Camere. La linea è quella del niet, ribadita con tanto di comunicato: “Il Pd non può partecipare a incontri i cui esiti sono già scritti. Se c’è già un accordo sulle presidenze da parte di qualcuno è bene che chi lo fa se ne assuma tutta la responsabilità”. Per l’alto scranno di Montecitorio il Pd è fuori dai giochi, al Senato i dem potrebbero dare una mano a Romani (FI), ma – spiega un big – “non ci stiamo a fare la Croce Rossa”. In ballo restano comunque ben trenta posti, tra vicepresidenze (quattro alla Camera e quattro al Senato), questori (tre e tre) e segretari d’Aula (otto e otto). Al Pd, secondo il ‘manuale Cencelli 2.0’, ne spetta il 20%. Ergo, due vicepresidenti (potrebbero essere Rosato alla Camera e Rossomando o Pittella al Senato), due questori e due segretari d’Aula. Ma il vero braccio di ferro in corso tra i dem, renziani e non renziani, si gioca sul fronte interno, quello dei capigruppo. Alla Camera il nome di Guerini non trova opposizioni. Al Senato, invece, quello di Marcucci – all’inizio vissuto come “di garanzia” anche dall’area Orlando – da giorni fa fatica a imporsi: gli sono stati contrapposti dalla Bellanova (peraltro renziana…) a Mirabelli e alla Pinotti (franceschiniani). A ieri Marcucci è il nome più forte, “ma se vogliono la conta – digrignano i denti i renziani doc – allora la faremo e il nostro candidato sarà Parrini, poi vediamo chi la vince”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 marzo 2018 sul Quotidiano Nazionale. 

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Il calvario del Pd. Martina segretario, caminetto dei big, ma Renzi non molla. Dem pronti al governissimo, renziani no

  1. Martina sarà segretario, tornano i ‘caminetti’ e il governo dei big. Renzi non c’è. Pd all’opposizione, ma pronto a dire sì a un governo “di responsabilità”.
Martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Opposizione, opposizione, opposizione” la linea politica rispetto alla formazione del governo. Linea ribadita da tutti, anche se – mette le mani avanti più d’uno, tranne i big, e tranne i renziani, nei corridoi – “se Mattarella ci chiedesse di partecipare a un governo di responsabilità nazionale non potremmo dire di no”. La scorciatoia sarebbe un passaggio del dispositivo votato ieri dalla Direzione dem in cui, pur ribadendo la via maestra, quella appunto dell’opposizione, si scrive, nero su bianco, che “il Pd garantisce al Presidente della Repubblica il proprio apporto nell’interesse generale”. Molti osservatori ed esperti di cose dem vi leggono un’apertura, di fatto, a un governo istituzionale o di scopo, ma ovviamente solo se fosse appoggiato “da tutti”, Lega e 5Stelle compresi.

Per il resto, niente streaming, molte ore di dibattito, dato che tutti vogliono intervenire, nessuno che fa battute ironiche, volti distesi. “Ciao Matteo, grazie, ciao Maurizio e grazie per il gravoso compito che ti assumi” le parole rivolte all’interno un po’ da tutti con Gentiloni e Boschi seduti in prima fila, Minniti che va e viene, Calenda che viene e non parla, perché non vuole essere d’ingombro, Zingaretti che non viene ma twitta, Orlando minaccioso ma contento, Emiliano solo minaccioso e rabbuiato perchè è rimasto da solo a sostenere l’idea di un governo con i 5Stelle, i renziani appollaiati guardinghi dietro il palco, Cuperlo che parla con tutti, dai giornali alle tv, come se fosse tornato presidente. La prima Direzione senza Matteo Renzi si svolge in assoluta surplace. Il Pd sembra essere tornato al tempo (forse era il Giurassico o il Pleistocene) in cui nessuno litigava con nessuno. Tutti ci tengono a dire, entrando o uscendo, di aver apprezzato “il nobile gesto” delle dimissioni di Renzi. “Da lui un esempio di stile” dice Gentiloni, con lo stile proprio di Gentiloni. Nei conciliaboli interni, invece, tra gli anti-renziani, non vedono l’ora di archiviarne l’epoca, una volta per tutte: “Abbiamo strappato Martina a Renzi” il commento più gettonato e meno scurrile, “ora gli resta solo Orfini…”.
Solo Salvatore Margiotta, senatore lucano che si autodefinisce “ultimo giapponese”, parla in difesa di Renzi. E tra quelli che contano solo il governatore campano, Enzo De Luca: attacca il Pd, accusandolo di praticare, al Sud, “una gestione da notabilato improntato al clientelismo”, ma riceve solo brusii, rimbrotti e critiche a scena aperta. Eppure, l’ombra di Renzi, al netto della sua assenza fisica, incombe e irrompe nel Nazareno, da dove dovrà presto anche sloggiare dalla stanza al terzo piano, quella blindata. A occuparla sarà quello che fino a ieri era il suo vice, Maurizio Martina. Il quale viene eletto segretario – solo sette le astensioni (solo dei delegati di Emiliano), tutti contenti, Orlando ha trattato un po’: voleva non solo la Direzione ‘collegiale’, che avrà, ma anche la Segreteria ‘collegiale’, quindi tutta ‘nuova’, su questo è stato respinto, ma nulla di che – anche se, per ora, Martina sarà solo ‘reggente’. Ma fino all’Assemblea nazionale, ieri già convocata per il 5 aprile, al massimo entro il 15 (se ci sarà uno slittamento la colpa sarà delle consultazioni al Quirinale), quando Martina sarà incoronato segretario a tutti gli effetti. La data di scadenza è assai lunga: il 2021, quando sarebbe scaduto il mandato di Renzi, la formula è “per il resto del mandato”, come recita lo Statuto dem. Salvatore Vassallo, che lo ha scritto, spiega: “Il segretario, come il vicesegretario e il tesoriere, sono le sole cariche elettiva in capo all’Assemblea, quindi il nuovo segretario nominerà organismi previsti (la segreteria) e, se vorrà, organismi nuovi, di tipo politico, non previsti. Ma chi vuole fare le primarie dovrà passare per una nuova Assemblea”.

Insomma, il Pd sta per eleggersi un segretario (Martina), con l’accordo di tutti i big, minoranza di Orlando compresa (Emiliano, invece, dissente), che in cambio ottengono il più classico dei ‘caminetti’. Martina, nella sua relazione, la chiama, con lessico un po’ involuto, “una Commissione di progetto per aprire una fase costituente e riorganizzativa”. Trattasi, per Martina, di un vero commissariamento, però, che le correnti – renziani compresi, ma stavolta finiti assai in secondo piano – e soprattutto i big dem (Franceschini, Orlando, Gentiloni, Minniti, mentre già si stagliano, in controluce, le figure di Calenda e Zingaretti in vista di primarie rimandate a un ‘domani’ sempre più lontano) hanno deciso di mettere in campo per aiutare (e circondare) il nuovo segretario. Renzi una cosa del genere non l’avrebbe mai fatta passare, ma l’era del renzismo è finita. Resta solo da capire come verrà gestita la delicata partita dei nuovi capigruppo di Camera e Senato, decisiva per gli equilibri del nuovo governo: nel Pd si vota e a scrutinio segreto, i renziani non sono più tanti ma possono fare la differenza. A correre ci saranno Ettore Rosato e/o Lorenzo Guerini per la Camera, Bellanova e/o Marcucci al Senato.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 13 marzo 2018, pagina 4.


 

2. Renzi: “Io non mollo” e prepara la riscossa a partire dalla guerriglia ‘maoista’ nei gruppi. Date le dimissioni da segretario, il messaggio al Colle è “niente inciuci”.

Ettore Maria Colombo  – Roma

Gentiloni? Chiedeva il voto solo per sé, e non per il Pd, con tanto di lettera agli elettori del suo collegio, una cosa indecente. Franceschini? Non è riuscito neanche a farsi eleggere nel suo collegio. Il governo? Non è possibile né con Di Maio, né con Salvini, ma neppure con Berlusconi. Matteo Renzi, all’apparenza calmo e sereno con il mondo, è una furia. Tanto che mentre finge di propagare ottimismo e lealtà al canovaccio imbastitogli contro dai big in Direzione – si sarebbe sfogato così con alcuni dei suoi fedelissimi, domenica sera, per prepararli alla pugna in vista della Direzione che si è tenuta ieri pomeriggio. Lui, lo si sapeva, non ci sarebbe andato e ha mantenuto l’impegno: ha scritto la lettera di dimissioni che poi, in Direzione, Orfini ha letto. E c’è chi dice che non si presenterà neppure in Assemblea nazionale, quando bisognerà eleggere il nuovo segretario, e cioè il suo ex vice, Maurizio Martina, ad aprile. Sarebbe un bello sberleffo al ‘nuovo’ Pd, quello dei “caminetti” che sta rinascendo e che Renzi detesta dal profondo del cuore. Ma in ogni caso, l’ex segretario vuole che i suoi si armino e combattano la buona battaglia e con il coltello tra i denti.

Orlando ci chiede di evitare strategie ‘maoiste’? Per una volta proprio lui, che ci odia, ci ha preso. Saremo maoisti!”. Il renziano di prima fascia che parla, sotto rigorosa garanzia di anonimato, è contento, quasi euforico. “Non solo Matteo – continua nel ragionamento – ci ha detto che ‘non molla’, ma quando sta all’opposizione, come lo fu di Bersani nel partito e di Letta al governo, dà il meglio di sé e noi daremo il meglio con lui”. E così è l’idea della “strategia maoista” che affascina, ora, gli ultimi pasdaran del renzismo. “Sparare sul quartier generale” diceva, appunto, il comandante Mao Tse-Tung. I renziani come tanti maoisti ‘guardiani’ di una ‘Rivoluzione’ per ora sconfitta? Si vedrà. Certo è che, per paradosso non troppo paradossale, a Renzi e ai suoi ‘conviene’ che non si facciano subito, le primarie. Anche scontando defezioni varie di ogni tipo, i renziani controllano ancora tutti gli organi del partito: in Direzione la maggioranza renziana uscita dall’ultimo congresso conta 162 membri su 214, i renziani puri sono 120, in Assemblea i delegati eletti sulla basa della vittoria di Renzi sono 460 su 900 componenti, anche se calassero potrebbero impedire, in ogni caso, l’elezione di un segretario a loro troppo ostile. 

Renzi stesso, in ogni caso, ieri ha parlato, e in tutte le salse. Prima l’intervista al Corriere della Sera, poi la Enews. La Direzione del Pd non è manco iniziata e si parla solo di lui. Chiari, nella loro durezza, i concetti esposti. Uno: “Mi dimetto da segretario, ma non mollo, non lasceremo mai il futuro agli altri, abbiamo perso solo una battaglia” (questa è rivolta a Paolo, malato di sla, tramite Enews). Due: “Me ne vado dalla segreteria, non dal partito” (questa è al Corsera), cui segue esplicativo corollario: “Ho visto piaggeria e viltà”, anche “l’opportunismo dei mediocri”. Qui parla alla classe dirigente del Pd, alla transumanza in atto dalle fila dei suoi. L’avviso ai naviganti è “In futuro potremmo tornare” perché “io me ne vado dalla segreteria, non dal partito”, frase la cui traduzione è: non fonderò (per ora? chi lo sa) un partito alla Macron. Tre: per il futuro governo, “non c’è un esecutivo con M5S o Lega che possa avere il nostro appoggio”, condito da un bel ‘no’ tondo anche a qualsivoglia “governo di unità nazionale” perché “deve giocare chi ha vinto”. Qui il messaggio non è rivolto solo agli ‘inciucisti’ e ai ‘trasformisti’ del Pd (leggi alla voce: Franceschini, ma anche Gentiloni, Minniti, etc.), ma serve che arrivi dritto dritto al Colle. E il messaggio è questo: Mattarella sappia che se il Pd sarà ‘tentato’ da un governo politico con chiunque, ma anche da un governissimo sotto mentite spoglie, Renzi e i renziani doc, quelli rimasti fedeli a lui, non ci staranno. Il problema sono, e restano, i gruppi parlamentari: al Senato, i renziani sono “certi” di avere con loro 20/25 “irriducibili” (sulla carta sarebbero 35) sui 57 componenti del gruppo Pd. Alla Camera i numeri ballano: sarebbero 50 i renziani sicuri (80 ci sono solo sulla carta) su un gruppo di 108 eletti al Pd. Pochi, forse, per imporre la linea ed entrambi i capigruppo, quando ci sarà da eleggerli, abbastanza per affondare un governo con chicchessia.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 13 marzo 2018 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.