Renzi compone le liste del Pd: promuove i suoi e annichilisce le minoranze. I sommersi e i salvati di una lunga notte

Necessaria premessa “metodologica”. 

Pubblico qui di seguito gli articoli sulla difficilissima composizione delle liste del Pd al Nazareno usciti tra il 25 e il 28 gennaio 2018 mettendoli, nella lettura, in ordine cronologico inverso a quello di pubblicazione (dall’ultimo, il più recente, al più vecchio). 

Segnalo che, in un caso, quello degli articoli del 27 gennaio, sono pubblicate entrambe le versioni dei pezzi usciti sullo stesso tema, ma in edizioni differenti (normale e notturna). 

Nb: per chi volesse consultare l’elenco di tutti i candidati del Pd+centrosinistra alle prossime elezioni Politiche del 4 marzo 2018 può farlo facilmente leggendo l’elenco completo ed esaustivo di tutti i nomi (collegi uninominali e listini proporzionali) uscito e pubblicato sulla rivista on-line del Pd, Democratica ( Rivista Democratica on-line ). 

Buona lettura a tutti/e !

 

Renzi e Orfini
Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

 

  1. Renzi presenta le liste elettorali del Pd: “Esperienza devastante”. Ecco perché. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Quando ieri sera, alle 20.30 circa, Matteo Renzi scende al secondo piano del Nazareno, per presentare le liste del Pd – quelle faticosamente e drammaticamente chiuse l’altra notte con la Direzione che slittava di ora in ora fino alle 4.30 – si presenta in maniche di camicia (bianca) e sfodera anche un (finto) buonumore. Il ricordo della “più brutta e devastante esperienza che abbia mai vissuto” come aveva definito la notte trascorsa, in un impeto di sincerità, se lo è, cioè già buttato alle spalle e, durante la conferenza stampa, prova a suonare la carica. “Siamo convinti di aver messo in campo la miglior squadra per andare a vincere le elezioni”, esordisce il segretario del Pd, “i più preparati, i più competenti, i più capaci di portare avanti la fiaccola della speranza” (sic). Renzi, in effetti, può vantare alcune candidature che, specie al Sud, bilanciano quelle dei soliti potenti e ras locali come Franco Alfieri, capo-staff di De Luca e re delle “fritture di pesce”, nel Cilento, lo stesso figlio di De Luca a Salerno, Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Totò, a Caltanissetta, etc. A metterci una pezza servono, allora, le figure del medico Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra Giancarlo, e il maestro di strada dei bassi di Napoli, Marco Rossi Doria (entrambi in Campania), ma pochi altri. Renzi cita pure la giornalista Francesca Barra, che corre a Matera, e un altro giornalista, Tommaso Cerno, candidato a Milano.
Ma in questo caso siamo, come per Annalisa Chirico, leader del movimento iper-garantista “Fino a prova contraria”, in un campo di gioco un po’ diverso. Quello che sta metà tra la testimonianza civile, colta, impegnata e il new kurs del democrat neo-renziano: una sorta di stato d’animo che mischia l’ex posa da radical chic con personaggi glamour, forti sui social,onnipresenti nei talk-show e nello show-biz. Insomma, dei nomi che fanno pensare più al sito Dagospia che agli indipendenti di sinistra che furono (chissà come si troverà, con loro, quell’arzillo gramsciano di Beppe Vacca).
E qui, dagli ‘inclusi’, il discorso cade facile sugli ‘esclusi’. Infatti, già dal mattino presto, con un tweet assai acido, il ministro Carlo Calenda – che, peraltro, non si ricandida e annuncia il suo voto per la lista Bonino – attacca Renzi: “Che senso ha non candidare gente seria e preparata come De Vincenti, Rughetti, Nesi, Tinagli, Manconi”. Il leader dem, pur punto sul vivo, attende fino a sera per replicare, ma parla solo di De Vincenti. L’esclusione dalle liste del ministro (ex dalemiano, poi lettiano, poi renziano tiepido) ha del clamoroso, Renzi sostiene che “ha detto un secco no” (De Vincenti, non lui), ma ora spera “in un recupero”: pare che potrebbe essere nominato all’Authority dell’Energia. Solo in piena nottata si scoprirà che a De Vincenti è stato affibbiato, sia pure in extremis, il collegio rifiutato da Cuperlo: Sassuolo, in Emilia, rielezione assicurata per il ministro.
Sul resto, Renzi filosofeggia con frasi tipo “il ricambio è fisiologico, l’amarezza comprensibile”, ma difende le liste, gli dispiace un po’, forse, solo l’autoesclusione di Cuperlo. Poi incita Padoan (a Siena) e la Boschi (a Bolzano) ed è sicuro che “il collegio di D’Alema” diventerà “quello della Bellanova”, la viceministra che gli ha schierato a Lecce, nel collegio senatoriale del Salento (Lecce-Otranto-Nardò). La verità è che il segretario si è costruito, con queste liste, un Pd a sua immagine e somiglianza. Persino quando, nel cuore della notte, anche il premier, Paolo Gentiloni, è salito da lui per convincerlo a tenere dentro qualche nome escluso (tipo Luigi Manconi, paladino delle battaglie sui diritti civili) Renzi non ha voluto sentire ragioni. Fine. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 
 
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2. Mutazione genetica del Pd: da partito delle “mille correnti” a “Partito di Renzi”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, l’altra notte, compilando le liste elettorali del Pd, ha compiuto, più che un repulisti interno, una novella strage di San Bartolomeo. Nella parte degli ugonotti, sterminati in una notte dai cattolici del re di Francia, però, non sono finite solo le due minoranze interne, l’area di Orlando e l’area di Emiliano, ma anche molte altre aree. E così, almeno nei gruppi parlamentari (ma nel partito, dat i risultati congressuali che recitano 73% a Renzi, 19% a Orlando, 9% a Emiliano, le cose non sono poi mai andate troppo diversamente), d’ora in poi esiste ed esisterà soltanto il partito di Renzi, renziani, affini&co.
Vediamo come, area per area. Le minoranze congressuali sono state, come è emerso chiaro dalla notte, annichilite. Quella che fa capo al ministro Andrea Orlando contava ben 113 (centotredici) parlamentari uscenti che tifavano per lui, al recente congresso (20% il modesto risultato preso allora). Orlando aveva chiesto a Renzi 40 posti, ma dopo la notte dei lunghi coltelli e dopo tanto strepitare, ne ha avuti 17, non uno in più. Due hanno già rinunciato e siamo già a 15. Uno è sconosciuto (Peppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, doveva correre nella sua Sicilia, a Caltanissetta, ma indignato per la presenza, come capolista, della figlia dell’ex ministro Totò Cardinale, Daniela, ha rinunciato), l’altro, molto più famoso: è Gianni Cuperlo. Alle tre di notte ha scoperto di essere essere stato paracadutato (lui, raffinato intellettuale triestino) nella ‘popular’ cittadina di Sassuolo e ha risposto niet. Certo, nella sporca dozzina di ‘salvati’, tra gli orlandiani, c’è Cesare Damiano (in Umbria, a Terni, dopo trattativa ‘personale’ condotta con Fassino, suo vecchio amico), ma mancano pezzi grossi: il coordinatore della mozione, Andrea Martella, veneziano, il portavoce Marco Sarracino, napoletano, e anche Marco Di Lello, ex del Psi. Orlando ha denunciato l’epurazione, ma alla fine ha chinato la testa e firmato il foglio che Renzi gli ha messo davanti. Comprensivo della sua candidatura, da lui scoperta di notte, nel listino bloccato dell’Emilia-Romagna e di un collegio a Parma, ovviamente blindati. Il governatore pugliese, Michele Emiliano, per sua fortuna, doveva proteggere solo dieci uscenti (9% al congresso), ma è riuscito a garantirne solo tre (Boccia, Capone e una donna), non uno solo in più, e ha dovuto sacrificare alcuni dei suoi pezzi migliori (Dario Ginefra).
Ma alle altre aree interne, in teoria alleate di Renzi, le cose non sono andate molto meglio. Area dem, fondata da Dario Franceschini, all’inizio della legislatura contava la bellezza di 90 parlamentari: bene, semplicemente non esiste più. Sono rimasti Losacco e Giacomelli, in lista e in quota Lotti, mentre Rosato e Fiano sono, ormai, renziani a 36 denti. L’area che fa capo al ministro Martina è stata ridotta a dieci unità (erano 40), i Giovani Turchi sono dimagriti da 30 fino a 12, più altri sei forse. Insomma, se il Pd, col 24%, eleggerà 250 parlamentari, ben più della metà (150) saranno renziani doc o affini alla stirpe.
Tra le correnti che esistevano dalla nascita del Pd (2007) e, di fatto, non esistono più, vanno contati i bindiani, i lettiani (ne era rimasto uno, Marco Meloni, non ricandidato), i popolari (tranne il povero Fioroni, che si butta in una corsa solitaria nel collegio di Viterbo) e, soprattutto, i liberal di Libertà Eguale (Morando e Tonini) mentre il professor Stefano Ceccanti, che pure ne fa parte, è stato candidato, a Pisa, ma ormai è considerato un renziano di complemento. Defunti anche gli ex miglioristi, vicini all’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Andato via, per sua scelta, Ugo Sposetti, che comunque aveva superato il tetto dei tre mandati, è stato tolto dalle liste il toscano Manciulli e messo in Campania 3, in posizione di fatto perdente, il campano Enzo Amendola, sottosegretario agli Esteri, mentre la giovane Lia Quartapelle ha rinunciato al seggio (insicuro) in Lombardia e Nicola Latorre è stato escluso senza un perché in un amen. Minniti anche l’ha presa male. La ridotta ex-Pci non esiste più.
NB: L’articolo è uscito  il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale
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3 a. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  
(versione dell’articolo nell’edizione notturna e straordinaria chiusa alle 24.00 del 27/01)
Ettore Maria Colombo – ROMA
 
MATTEO RENZI ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo il successo dell’epoca e con un Pd ridotto a un campo di Agramante.
Vuole tutti volti “nuovi”, “giovani”, “freschi”, “aperti”, “diversi”. Già la Direzione dem che deve convalidare le scelte del segretario è stata, da sola, una commedia degli equivoci, a partire dall’orario: convocata alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, dopo alle 22.30, infine alle 23.30, non inizia che dopo la mezzanotte, quando i suoi stanchi e provati membri, al bivacco, non ne possono più. Come dice Gianni Cuperlo, entrando in un Nazareno buio, “la trattativa sulle liste? Peggio della scissione del Pci nel 1921”.
 
ALLA FINE, dopo trattative e colloqui tra Renzi e Orlando che, negati da entrambi, sono andati avanti ore e ore, la faticosissima ‘quadra’ interna “non’ viene trovata. Fonti di entrambe le parti, all’ora dei corvi e dei gufi, le 24.00, dicono “Sì, abbiamo un accordo”, ma gli orlandiani sono sul piede di guerra, traditi persino dal loro Capo. Alla minoranza di Andrea Orlando viene concesso qualche posto in più, ma sono davvero pochi: 17/18 (forse 20, ma si tratta ancora a notte fonda), ma non tutti in posizione eleggibile rispetto ai 15 offerti da Renzi. Ma quella di Orlando è una vittoria di Pirro: di parlamentari ne aveva 111, aveva chiesto 38/40 posti per i suoi e ne avrà 17/20, di cui molti incerti. E anche se resterà, forse, tra i ‘salvati’ qualcuno dei ‘reietti’ (Cesare Damiano è di sicuro dentro le liste, Andrea Martella, invece, è sicuramente fuori, etc.) di cui il leader dem voleva imporre la cancellazione, la realtà è che non solo la minoranza dem (Area Dems di Orlando, Fronte dem di Michele Emiliano, cui vanno 5 posti massimo), ma anche le altre aree interne ‘non’ renziane o ‘a’ renziane sono state normalizzate, se non del tutto cancellate per sempre.
 
Area Dem, l’area storicamente forte di ex-Ppi ed ex-Margherita, guidata da Dario Franceschini – che però, a differenza di Orlando, ha preferito usare con Renzi non i toni dello scontro ma del sorriso – non esiste più, tranne pochi fedelissimi. Il viceministro al Mef Pier Paolo Baretta, per dire, resterà a casa. Gianclaudio Bressa si salva solo perché si fa eleggere in Trentino, terra dove, da ieri, anche la ex ministra Boschi, che lì doveva aprire la campagna, fa fatica a trovare consensi e amicizie (l’ex leader della Svp, Brugger, l’ha attaccata), nonostante i molti favori fatti dal governo Renzi agli ‘amici’ della Svp (Boschi costretta a rinviare a lunedì il suo arrivo ufficiale a Bolzano).
E anche le aree del ministro, filo-renzianissimo, Martina Martina, si deve asciugare (da trenta a non più di cinque), i Giovani Turchi pure (da quaranta a dieci). Tutte le aree composte da non renziani doc non possono superare, per il leader Pd, le 50 unità al massimo. Il calcolo, però, è furbescamente fatto sul 23% (totale: 150) e non sui duecento e rotti parlamentari che, già solo risalendo al 24%, il Pd otterrà di certo. Renzi, del resto, vuole così avere il totale controllo dei suoi parlamentari, con una maggioranza di 150 fedelissimi sul totale.     
A proposito di new entry, oltre a molti acchiappa-voti dai territori (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo), alcuni anche assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno), a notte i bei nomi della società civile devono restringersi un po’ per fare posto a qualche “orlandiano” in più. Inoltre, ogni nome di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, torna a casa, l’economista Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli avranno seggi sicuri. Un seggio anche a Filippo Sensi, lo storico e noto (su Twitter come Nomfup) portavoce di Renzi e Gentiloni a palazzo Chigi. Alla fine, per i ‘nanetti’ alleati, restano le briciole: alla Lorenzin vanno 5 collegi sicuri (Casini, Toccafondi, Pizzolante e Dellai), ai super-nani di Insieme tre (Nencini, Bonelli e Santagata), 5 a ‘+Europa’ (Bonino, Magi, Della Vedova, Tabacci). 
NB: Questo è il testo dell’articolo pubblicato in II edizione notturna (chiusura h 24.30) per Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2018 a pagina 8.
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4 b. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  

 (versione dell’articolo nell’edizione normale, non straordinaria, chiusa alle 23.30 del 27/01)
Ettore Maria Colombo  – ROMA
ANTICHI, anche se non scritti patti interni, tutti saltati. Minoranze azzerate nei numeri e insolentite persino nell’onore. Società civile dall’elezione garantita ma con sacrifici (tanti) per altri. Ricambio ben più che fisiologico della classe parlamentare. Robusto innesto di volti locali, i famosi «notabili», alcuni portentosi «acchiappa-preferenze» (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo) e altri, però, assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno). Ministri e big tutti in campo nelle sfide nei collegi, pure quelli che non avrebbero voluto rischiare l’onta della sconfitta, nell’uninominale, neppure sotto tortura. Ed ex-ministri come la Boschi che, dovendo soggiacere a tale calvario, devono subire l’onta, come le è successo ieri, di dover rinviare la sua prima visita in Alto Adige (il collegio prescelto è Bolzano) perché non è tanto gradita neppure lì, nonostante i tanti favori fatti alla Svp.
Matteo Renzi ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo e con un Pd ridotto a un campo di battaglia.
La Direzione dem che doveva convalidare le scelte del segretario e della sua piccola équipe di Angeli Sterminatori (Lotti, Guerini, Rosato, Martina, Fassino) ieri ha rappresentato una commedia degli equivoci anche solo nell’orario di convocazione. Doveva iniziare alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, infine alle 22.30, poi più tardi.
Renzi e i suoi – Lorenzo Guerini su tutti, ormai specializzato in «faccia di bronzo» con cui fingere davanti ai giornalisti – negano tutto, anche l’evidenza. Prima di aver visto, in un faccia a faccia teso e drammatico, il ministro Orlando e per circa tre ore. Orlando è furibondo e spossato, ma i suoi di più: ieri molti orlandiani parlavano apertamente di boicottare le liste elettorali, di non fare campagna elettorale e incitavano Orlando stesso a non candidarsi, il preludio di una nuova scissione.
Poi Guerini nega che Renzi e i suoi vogliano «mettere il becco» nei nomi proposti dalle minoranze». Invece, Renzi lo fa eccome: oltre a dire a Orlando, che chiedeva 38 posti sicuri, «te ne devi far bastare 15, prendere o lasciare» (a Emiliano è andata peggio: otto), quando il ministro gli allunga la lista dei nomi, Renzi ne depenna, con cattiveria, ben quattro: Martella (portavoce della mozione Orlando, Renzi lo detesta), Damiano (troppe imboscate tese al suo governo), Sarracino e Di Lello.  Infine, i renziani hanno negato che il loro leader volesse aprire e chiudere la discussione in Direzione dicendo: «Datemi il mandato a chiudere le liste, poi ci penso io» (questa si è limitata solo a pensarla, pare).
E così, in questa lunga giornata, Renzi riesce a litigare con tutti.  Di Orlando ed Emiliano si è detto, ma pure con Franceschini volano parole grosse, persino Martina e Orfini si vedono asciugare le truppe, habitué del Parlamento (Fioroni, Pollastrini) vengono sbattuti fuori dalle liste, Cuperlo si salva, ma per un pelo. Infine, ogni new entry di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto solo nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, viene rispedito a casa, l’economista di Harvard, Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli hanno seggi sicuri.
Resterebbe da dire dei poveri tre «nanetti» alleati che protestano: la Lorenzin («Civica e Popolare») minaccia di rompere l’alleanza (volevano otto collegi, ne hanno avuti quattro), i super-nani di «Insieme» pure, ma nessuno li ascolta. Solo i Radicali di +Europa, che di posti ne avranno cinque, sanno, come dice Emma Bonino, esperta del ramo, che «fino a lunedì è tutto aperto, faremo le notti».
NB: Questo articolo è stato pubblicato in prima edizione (chiusura h 22.30) sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 27 gennaio 2018. 
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5. I nanetti del Pd strappano qualche posto al sole, le minoranze dem ancora no. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Le due minoranze presenti nel Pd – quella che fa capo al ministro Orlando (111 parlamentari uscenti, una quadrata legione, 20% al congresso) e quella che fa capo al governatore pugliese Emiliano (solo otto gli uscenti, 9% al congresso) – sono scese sul piede di guerra. Minacciano, gli orlandiani – come ha detto, furibondo e scuro in volto, lo stesso Orlando a un collega di corrente – di «disertare la campagna elettorale. Se Renzi continua a comportarsi così, le liste se le fa con chi vuole ma non con noi. Noi non ci candidiamo e non facciamo campagna elettorale. Voteremo per il Pd, certo, ma faremo da spettatori», ecco il warning di Orlando a Renzi. La sua area, del resto, è in rivolta, chiede almeno 60 parlamentari, di cui 38 in collegi sicuri: 30 nei listini e otto nei collegi. Le truppe di Emiliano, non meno agguerrite, fanno sapere che «noi, sotto i 20 posti, non scenderemo mai».
Al Nazareno derubricano la pratica “minoranze” al «solito tentativo di alzare la posta all’ultimo minuto come fanno in tanti» e replicano con l’offerta di 15/20 posti. Orlando ha già perso le staffe e i suoi oggi minacciano di disertare la Direzione o di votare contro.
In ogni caso, in base alle cifre prese dalle due minoranze al congresso, una fonte altolocata del Nazareno spiega, in tono gelido: «Possono dire e fare quello che vogliono, ma avranno 15/20 posti sicuri Orlando e 5/6 Emiliano. Stop».
In ogni caso, oggi Renzi avrà prima con Orlando e poi con Emiliano due incontri «chiarificatori».  E così, anche ieri è stata una giornata di passione, al Nazareno, dove Renzi è asserragliato da giorni con i suoi «Angeli Sterminatori» che hanno potere di vita e di morte sui nomi da inserire in lista, anche se l’ultima e definitiva parola spetta, ovviamente, al Segretario.  Si tratta del ministro Lotti, del «Forlani» di Renzi Guerini, del capogruppo dem Rosato, di Piero Fassino e del ministro Martina.
La giornata passa tra riunioni fiume, telefoni bollenti, Renzi che intima ai suoi di «non parlare con i giornalisti» e scene tragicomiche.  Tipo quando i tre leader della minuscola lista «Insieme» (Nencini, Bonelli e Santagata) si presentano al Nazareno per una riunione che credevano decisiva, ma vengono fermati sull’uscio: «Abbiamo altro da fare. Ripassate domani».  Del resto, nel Pd ogni giorno ha la sua pena. Le voraci pretese dei «nanetti» alleati sono state, appunto, rimbalzate a oggi. Hanno chiesto, tutti e tre, un numero siderale di collegi blindati, ma finirà con 6/8 seggi a «+Europa» (Bonino), 6/8 ai centristi di «Civica e Popolare» (Lorenzin) e tre seggi, non di più, ai piccolissimi di «Insieme».
Da giorni, inoltre, vanno avanti le «vivaci»proteste dei territori, Emilia-Romagna e Toscana su tutte, contro i «paracadutati». Ministri anche del Pd, come Fedeli a Piombino, o la Lorenzin a Prato, i dem locali non li vogliono. I radicali Magi e Della Vedova “ballano” da giorni, Nencini e Bonelli pure. Renzi ci ha messo una pezza solo su Casini, confermato a Bologna. Le Marche, gestite in modo prussiano da Matteo Ricci, dopo aver preso in carico Minniti a Pesaro, si «accolleranno» pure Lorenzin. Ma è la Toscana – dove, sostengono il senatore Marcucci e il segretario Parrini, negando anche l’evidenza, «non c’è nessuna rivolta» – che dovrà portare il cilicio più stretto di tutti, tra renziani del «giglio magico» e «nanetti» alleati. L’Emilia-Romagna, almeno, è stata ricompensata con due candidature ex-Ds doc: Fassino capolista nel proporzionale Camera contro Bersani, e Carla Cantone, ex segretaria dello Spi-Cgil, capolista nel listino proporzionale del Senato.
Ma anche al Sud sono dolori. Il segretario siciliano, Fausto Raciti, ha scritto a Renzi dicendogli che «qui la situazione è esplosiva». E in regioni come Sardegna, Campania e Calabria, liste e candidature sono ancora tutte in alto mare.
NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 gennaio 2018.
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Renzi compone le liste del Pd: promuove i suoi e annichilisce le minoranze. I sommersi e i salvati di una lunga notte

Necessaria premessa “metodologica”. 

Pubblico qui di seguito gli articoli sulla difficilissima composizione delle liste del Pd al Nazareno usciti tra il 25 e il 28 gennaio 2018 mettendoli, nella lettura, in ordine cronologico inverso a quello di pubblicazione (dall’ultimo, il più recente, al più vecchio). 

Segnalo anche che, in un caso, quello degli articoli del 27 gennaio, sono pubblicate…

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Renzi presenta il suo programma economico, si compone il mosaico delle candidature: Gentiloni a Roma, Minniti a Pesaro, Boschi a Firenze, Padoan a Siena

 

Pubblico di seguito diversi articoli usciti nei giorni scorsi sul Quotidiano Nazionale e riguardanti il Pd: programma economico, obiettivi, candidature, liste, problemi annessi. NB: Gli articoli sono pubblicati in ordine temporale decrescente dall’ultimo all’indietro.

 

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd
  1. Il programma economico del Pd lo ha scritto Tommaso Nannicini: “poche tasse, molto spendi”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Le principali misure contenute nei “dieci punti” che sta per lanciare Matteo Renzi, il suo programma economico, sono racchiuse in testo la cui presentazione ufficiale è stata rinviata alla Direzione dem che si terrà giovedì o venerdì. Lì, però, l’attenzione di tutti sarà solo su liste e candidature: collocati i big (Padoan a Siena, per dire), rinunciato a correre l’immunologo Burioni, resta l’incertezza del collegio in cui si candiderà la Boschi, oltre ad almeno un paio di listini proporzionali (sicuro il Trentino più Calabria o Campania): Firenze città (sempre alla Camera, dovrebbe essere Firenze 3, quello del Mugello) o Grosseto (escluse Pisa, Livorno, Siena e, ovvio, Arezzo)? Renzi, peraltro, assai preoccupato dalle voci e lamentazioni che salgono dal Pd bolognese ed emiliano avrebbe deciso di ritornare sui suoi passi per contrastare al meglio le mosse di LeU: a Bologna 1 Senato non correrebbe più Casini, che i dem locali non vogliono al punto da aver messo in moto una vera rivolta di base, che verrebbe dirottato alla Camera, ma la segretaria uscente dello Spi-Cgil Carla Cantone, new entry (insieme a Paolo Siani in Campania e Lucia Annibali in Lombardia) in quota ‘società civile’ del Pd renziano. Anche perché LeU, a Bologna centro, al Senato schiera l’ex governatore dell’Emilia, Vasco Errani, ancora amato e popolare. Inoltre, sempre in funzione anti-LeU, Renzi ha deciso di dirottare Piero Fassino dal Piemonte all’Emila per sfidare, nella quota proporzionale, Pier Luigi Bersani in una sfida dal sapore rusticano, cioè di due ex segretari dei Ds.   
Il programma, invece, è un lavoro, sotto la supervisione politica del vicesegretario Martina, coordinato e redatto da Tommaso Nannicini: professore di economia alla Bocconi, al governo da sottosegretario di Renzi, oggi membro della segreteria dem, si considera solo ‘prestato’ alla Politica e a QN dice: “L’Università e mia moglie sono contrari alla mia candidatura. Deciderò nelle prossime 48 ore” (pare proprio accetterà: sarà capolista nel proporzionale in Lombardia 2).
I ‘dieci punti’ di Nannicini (e di Renzi) non prevedono nessun annuncio eclatante, ma molte novità strutturali. Si parte con il salario minimo “legale” per i lavoratori fuori dai contratti collettivi (sono il 15-20%): avranno otto euro l’ora, ma la cifra la stabilirà una commissione indipendente. Sarà “stabile” (un punto l’anno, dal 33% al 29%) il taglio del cuneo contributivo sul lavoro a tempo indeterminato. La legge Fornero resta, ma si punta a rendere “strutturale” l’Ape sociale e la novità del Pd è la pensione “di garanzia” per i giovani: chi lavora con diverse forme contrattuali e, dalla riforma Dini (1995) in poi, ha il regime contributivo, avrà diritto a un assegno “minimo” di 750 euro mensili. Per i figli – questa la novità cui Renzi tiene e su cui punta  – ci sarà un assegno “universale”. Uno strumento unico di aiuto graduato in base al reddito, all’età e al numero dei figli che funzionerà così: 240 euro mensili per ogni bimbo da 0 a 3 anni, 170 euro ai figli nella fascia 3-18 anni e 80 euro per quelli tra i 18 e i 25 anni. Il contributo è “universale”, dice Nannicini, ma solo per i redditi fino a 100 mila euro l’anno. Una vera rivoluzione che cambierebbe l’intero sistema: tutti gli attuali bonus finirebbero in una “Carta universale dei diritti” a scalare che, come in Francia, li assorbe e agevola. Una famiglia da 35 mila lordi annui di reddito con due figli sotto i tre anni potrebbe risparmiare fino a 3700 euro annui.
Inoltre, Renzi ha chiesto, e Nannicini approntato, un piano straordinario di reclutamento di 10 mila giovani ricercatori, lo sblocco del turn over per 500 mila giovani dentro la PA, un piano straordinario per il tempo pieno nelle elementari. Non manca l’allargamento del reddito di inclusione, il Rei, per renderlo strutturale, un piano per la non autosufficienza (da finanziare con un contributo straordinario delle imprese) e, infine un nuovo sistema fiscale che valorizzi il “contrasto d’interesse” con lo slogan “scaricare tutti, scaricare tutto” che potrebbe anche tradursi in “pagare meno, pagare tutti”.
Come pagare, appunto, il tutto? Nannicini non ha dubbi: “Salario minimo e minori tasse non costano nulla, i 9 miliardi di bonus ai figli con la riduzione delle spese di bene e servizi”. In ogni caso, il piano “meno tasse e più spendi” del Pd costerebbe circa 30 miliardi all’anno, tutto compreso. Tanti. E qui si entra nel tema delle regole imposte dalla Ue: “indichiamo un piano di riduzione del debito pubblico sul Pil al valore del 100%, ma facendo più deficit di quello programmato. Senza sforare il rapporto deficit/Pil al 3%, come chiede Bruxelles, ma facendolo salire lentamente”. Riduzione dei vincoli slow, cioè, se Bruxelles si convince.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2018 su QN. 
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Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

2. Gentiloni nel collegio “poco sicuro” di Roma 1, l’accordo con i tre nanetti (che vogliono i seggi “blindati”) è fatto, Renzi lancia gli “Stati Uniti d’Europa”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri mattina, a Milano, Matteo Renzi ha chiuso la convention del Pd lanciando l’idea – non nuova – degli “Stati Uniti d’Europa”. Di tutto il discorso di Renzi, dai forti accenti e dallo stile macroniano, ha colpito il paragone (peraltro, già avanzato da Berlusconi, in questa campagna elettorale) tra le elezioni politiche del 2018 e quelle del 1948 (si votò il 18 aprile, tra poco fanno 70 anni e il Cavaliere vuole festeggiarli in grande stile…). “Il 4 marzo”, dice Renzi, che cita la tesi di tal politologo Sergio Fabbrini, allievo del ben più famoso Giovanni Sartori, “sarà cruciali nel processo di riforma europeo come il 1948, quando si decise la collocazione dell’Italia nel fronte occidentale e europeo”.
Eppure, anche ieri è stata, nel campo del centrosinistra, la giornata non del leader dem, ma dell’attuale presidente del Consiglio. Paolo Gentiloni, detto ‘er Moviola’, si sveglia rinfrancato. Un sondaggio Ipsos lo indica come il politica italiano più gradito (44% dei consensi), tallonato solo da Emma Bonino (41%), con tutti gli altri leader di partito a distanze siderali. A chiudere la classifica, manco a dirlo, è Renzi (23%) battuto pure dalla Meloni. L’ex premier, però, ha deciso di fare di necessità virtù, anche perché, come spiega ai suoi, “Paolo da solo vale due milioni di voti”. Morale, quando Renzi, dopo la convention milanese, va negli studi di Sky per farsi intervistare, nega ogni “gelosia o invidia” con Gentiloni, ammette che “abbiamo caratteri e stili di lavoro diversi”e, saggiamente, spiega: se io cercassi di ‘gentilonizzarmi’ o lui cercasse di ‘renzizzarsi’ faremmo una frittata entrambi, ma abbiamo un grande legame”.
Ma ecco che si materializza la notizia, quella della candidatura di Gentiloni nel collegio di Roma 1, alla Camera, ufficializzata non da Renzi, ma proprio dall’attuale premier con un bel post su Facebook. Certo, Gentiloni mette le mani avanti per tutelare, almeno un po’, il suo ruolo istituzionale: “La mia sarà una campagna elettorale particolare. Sarò impegnato per far vincere il mio partito, ma lo farò senza sottrarre nulla ai fondamentali impegni di governo”. Il collegio in cui si presenterà Gentiloni è quello del centro storico della Capitale che comprende anche quartieri popolari (Testaccio, Trastevere, San Lorenzo) e della Roma bene (Prati, Trionfale). Gentiloni sa che è un collegio non “sicuro”, per il Pd, ma ricorda che “è la parte di città in cui abito e lavoro da una vita”. Ovviamente, e a scanso di equivoci, Gentiloni sarà blindato, cioè inserito in più collegi plurinominali: di sicuro nelle Marche, dove i dem locali lo vogliono per rilanciare l’emergenza terremoto e ricostruzione, più Lazio, Lombardia, Puglia. Forse non pago, però, Gentiloni rende ufficiale – lui – che l’accordo tra il Pd e la lista ‘+Europa’ capeggiata dalla Bonino è cosa fatta. Dovrebbe dirlo, in realtà, chi ci ha lavorato e faticato tanto: il povero Fassino (sarà candidato a Torino 1 collegio e nel listino proporzionale del Piemonte: per lui non vale nessun tetto ai tre mandati, la super-deroga già c’è, bella pronta), e il buon Guerini (collegio di Lodi e listino in Lombardia), invece lo fa Gentiloni.
E così il centrosinistra 3.0 avrà ben quattro gambe. I Radicali europeisti di Bonino, Magi e Della Vedova (tre collegi sicuri per loro più altri due per Tabacci e Sanza, due ex dc), che appoggeranno Gori in Lombardia e Zingaretti in Lazio, portando in dote i loro voti. I “Civici e Popolari” della Lorenzin (collegio blindato in Toscana) e di Casini (collegio uninominale blindato a Bologna) e Dellai (candidato nel suo Trentino, dove il Pd è alleato ancehe con la Svp-Patt che garantisce la vittoria in tutti i collegi uninominali), più un altro paio che i ‘popolari’ dovrebbero riuscire a strappare, nonostante la Lorenzin voglia correre, da sola, in Lazio contro quel Zingaretti che non l’ha voluta nell’alleanza di centrosinistra, ma che correrà, come lista ‘Popolari’, al fianco di Gori in Lombardia.  E, infine, la lista ‘Insieme’ (Psi-Verdi-ulivisti): è la più piccola delle tre, quindi avrà solo tre collegi uninominali sicuri: uno per Nencini, ma non in Toscana (forse nelle Marche), uno per Bonelli (idem) e uno in quota “ulivista”. Non per Giulio Santagata, prodiano e portavoce della lista Insieme: proprio lui ha chiesto un seggio per Serse Soverini, storico amico di Prodi e organizzatore instancabile del primo Ulivo e del suo pullmann. E ora, al Nazareno, sperano che, sul centrosinistra, arrivi pure la benedizione del Prof.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale 
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Lotti e Boschi
Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni
3. Minniti correrà in un collegio delle Marche, Boschi in Toscana, Gentiloni a Roma
Ettore Maria Colombo – ROMA
Si vanno configurando, come in puzzle, le candidature delle “teste di serie” del Pd in giro per l’Italia. Il leader dem ieri si è chiuso tutto il giorno al Nazareno con i suoi ‘facilitatori’: Lorenzo Guerini (che correrà nella sua Lodi e in Lombardia), il vicesegretario Martina (Lombardia 2 al proporzionale e Bergamo città), il ministro allo Sport Lotti (si candiderà nel suo collegio storico, quello di Empoli-Valdarno) e Piero Fassino, che tornerà a gareggiare nella sua Torino e nel suo Piemonte (tutti e cinque alla Camera, peraltro, i citati). Il rebus dei dem assomiglia in parte a un gioco da tavolo e, in parte, a un dramma shakespeariano: “Collegi sicuri? Non ne abbiamo più, sono tutti insicuri, ormai” sospira, infatti, un alto big del Nazareno. Eppure, urge trovare la quadra sulle candidature e stringere i bulloni con gli alleati. Sono quattro: la Svp-Patt (che almeno garantisce la vittoria nel Trentino Alto-Adige) e tre piccoli ‘nanetti’. I Radicali di ‘+Europa’ della Bonino, i ‘Civici e Popolari’ della Lorenzin e le tre sigle pulviscolari (Psi-Verdi-Ulivisti) di – sic – ‘Insieme’ (li guida Santagata). Il programma, invece, è a buon punto: domenica a Milano Renzi ne dirà, oggi, in una convention dedicata agli Stati Uniti d’Europa, i principali dieci punti su “cento punti”.   
E veniamo alle teste di serie del Pd, ministri in testa: Renzi li utilizzerà, in campagna elettorale, in modo massiccio. Il premier, Gentiloni, correrà nel collegio Camera di Roma 1. Certo, si tratta di un collegio ad alto rischio sconfitta, il che creerebbe non pochi imbarazzi a lui (e a Mattarella, il quale però fa sapere di non interessarsi in alcun modo su dove correrà il premier o altri esponenti di primo piano del governo), ma Renzi non ha voluto sentire ragioni: “Paolo vale, da solo, un milione di voti, lo dicono i sondaggi. Deve spendersi anche in un collegio”. Gentiloni, pur scettico, ha acconsentito (“Roma è casa sua”, sospirano i suoi), ma ha ottenuto anche di scegliere, nella parte proporzionale, le regioni dove correre: saranno Lazio, Puglia e Marche.
La scelta delle Marche deriva dal fatto che il sindaco di Pesaro nonché responsabile Enti Locali del Pd, Matteo Ricci, è un renzianissimo, ma anche un politico ben consapevole dei tanti problemi legati alla ricostruzione del post-terremoto nelle sue terre. Ricci ha perciò chiesto “un segno tangibile” dell’impegno del governo. E, nella stessa logica di ‘tutela’ del territorio –sarà candidato nelle Marche anche il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Rifiutatosi di correre nella sua città natale, Reggio Calabria (da lui perso più volte, in passato, nelle sfide col centrodestra), Minniti avrà dunque un collegio blindato. Infatti, per sua fortuna, i dem marchigiani (sia quelli del collegio di Fano-Senigallia che di quelli di Pesaro-Urbino) ne hanno chiesto a gran voce la presenza dati “i suoi risultati sull’ordine pubblico”. Minniti probabilmente correrà nel collegio uninominale di Pesaro e Urbino, sempre alla Camera, e in più listini proporzionali (certi la Lombardia e la ‘sua’ Calabria).
Sempre parlando di collegi uninominali e non di listini, per quanto riguarda la squadra di governo, il ministro all’Economia, Padoan, correrà a Siena per cercare di fronteggiare al meglio gli scandali bancari, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia, la Pinotti a Genova, la Fedeli in Toscana, etc. (solo Finocchiaro e Poletti hanno tolto l’incomodo da soli decidendo di non ricandidarsi). L’ex ministra Boschi, infine, rischierà l’ordalìa nella sua Toscana: o in una città minore o a Firenze. In questo caso in teorico tandem con Renzi, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1, mentre per il proporzionale verrà schierata in Trentino e Calabria.
 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale
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“Dentro” LeU: le scelte (contradditorie) in Lombardia e Lazio, il nodo candidature, lo scontro interno sui ‘big’ da promuovere. Ben quattro articoli…

“Dentro” LeU: le scelte (contradditorie) in Lombardia e Lazio, il nodo candidature, lo scontro interno sui ‘big’ da promuovere. Ben quattro articoli…

NB: Pubblico qui di seguito, in ordine temporale decrescente, quattro articoli usciti su QN  la settimana scorsa, sulla sinistra che si muove a sinistra del Pd (LeU e dintorni) 

d'alema 2
L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

 

 1. Leu ha deciso di tagliarsi la testa da sola: correrà da sola in Lombardia, con il Pd nel Lazio. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
E’ stata una liberatoria, ma scontata, standing ovation quella che ha accolto la decisione dell’assemblea regionale lombarda di LeU (Liberi e Uguali) di correre «soli» contro centrodestra 5Stelle e Pd che schiera il renziano, ma con qualche chanches di farcela, Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, già ieri dato solo 5 punti sotto il leghista Fontana (la gara sarà tra il centrodestra e il centrosinistra: i 5Stelle in Lombardia pesano assai poco). Il candidato governatore di LeU sarà dunque Onorio Rosati, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano:  a lui spetterà superare l’improbo sbarramento che la legge regionale fissa al 5%, asticella ardua da superare – in Sicilia, dove pure c’era il 5%, l’ha passata solo il candidato presidente, Claudio Fava, ma nessun consigliere è stato eletto, in Lombardia rischia di non farcela neppure Rosati – per una sinistra-sinistra (l’ex Prc-Sel, in buona sostanza), mai dotata di numeri robusti, sopra il Po. E da superare ci sarà anche l’ostilità della Cgil lombarda e nazionale: la Camusso in persona mandò, tre anni fa, gli ispettori interni del sindacato a Milano rimproverando presunte spese ‘pazze’ e mai saldate, ma messe in conto e in carico alla Cgil, proprio a Rosati e a Antonio Panzeri. Un altro ex ex cigiellino dirottato, come Rosati, all’Europarlamento: eletti dal  Pd, nel 2013, dopo anni di bella vita a Bruxelles, sono  passati armi e bagagli, ma scarse truppe, dentro Mdp. Il passato è passato e l’ispezione finì in nulla, ma di certo la Cgil non  aiuterà la corsa in solitaria di LeU.  «Noi corriamo da soli, la Sinistra nasce per uscire dalla solitudine» dice, semi-citando Gabriel Garcia Marquez, il milanese Francesco Laforgia, uno dei big di Mdp, di cui è diventato capogruppo alla Camera, ma la corsa in solitaria  ha aumentato tensioni interne già molto alte dentro LeU.
 I «moderati» e «unitari» di LeU – da Grasso a Boldrini, da Enrico Rossi  a Bersani (che, sotto sotto, però in realtà ha sempre spinto per la corsa in solitaria: Rosati e Panzeri sono uomini «suoi») – ci hanno provato a far scendere a più miti consigli l’ala «dura» e «isolazionista» del partito-non partito, movimento-non movimento, ma inutilmente. L’ala radicale, per definizione, di LeU (SI di Fratoianni e e Civati) si è alleata proprio con i lombardi di Mdp ed ha  avuto la meglio. In cambio, l’ala «trattativista» (con il Pd), presente in LeU (Grasso, Boldrini e pezzi di Mdp), ha ottenuto un sostanziale via libera a dare vita a un centrosinistra «classico» o «organico» in Lazio. Qui si ricandida il governatore uscente, Nicola Zingaretti, che – a differeza di Gori – non è un renziano, anzi all’ultimo congresso ha votato e fatto votare per Orlando, ma soprattutto viene dal Pci.  Certo, il percorso individuato dall’assemblea laziale di LeU è contorto e barocco, in puro stile da ex Politburo de’ noantri: ieri, i due presidenti dell’assemblea hanno dato «mandato» a Grasso di «esplorare» le possibilità di un accordo dopo «un confronto serrato» sui «programmi». Ma la traduzione è che l’intesa tra LeU e Zingaretti si farà, purché non ci siano in campo liste “di destra”, cioè riconducibili alla Lorenzin o ex Ncd. Non foss’altro perché, vincendo Zingaretti (sopra i suoi avversari di oltre 10 punti, nei sondaggi), LeU avrà posti sicuri e assessori, nella prossima giunta regionale del Lazio.
Non che le cose, in casa dem, vadano molto molto meglio. I sondaggi segnano «sprofondo rosso»: la super-media, impietosa, di You trend inchioda il Pd al 23,6%. Eppure, al Nazareno, si registra una «illogica allegria», per dirla alla Giorgio Gaber. Mentre a Torino si apriva la due giorni degli amministratori, a Roma i dirigenti nazionali rimasti a guardia del bidone nazarenico spargevano miele. Così  spiega Lorenzo Guerini a un amico: «I sondaggi fatti oggi non valgono nulla. Ne riparliamo tra un mese, quando avremo tutti i nostri candidati e pesato le liste collegate».
Nel frattempo, però, al Nazareno iniziano a far di conto. La suddivisione dei collegi uninominali in «sicuri», «persi» e «contendibili» e la relativa assegnazione dei posti nei listini proporzionali è un puzzle assai faticoso da comporre. La Direzione che doveva occuparsi di liste e che invece si occuperà “soltanto” di deroghe (che saranno molte: Gentiloni, Minniti, Fassino, Pinotti, Giachetti, Latorre, Realacci, etc., di certo le avranno tutti i ministri in carica), al limite dei tre mandati (15 anni in Parlamento) previsti dallo Statuto dem, ma anche di programmi e alleanze coi ‘nanetti’ (ormai i Radicali di +Europa sono dati già per recuperati) è già slittata dal 16 al 17 gennaio. Quella che non può slittare, però, è  la seconda, fissata per il 25 gennaio, dato che le liste vanno presentate tassativamente entro il 29 gennaio. E quella sì che si trasformerà in un bagno di sangue.
NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 13 gennaio 2018. 
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Pietro Grasso
Il presidente del Senato, Pietro Grasso.
2. LeU è una pentola pronta a esplodere. Tra i big del partito è “tutti contro tutti”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
LeU, «Liberi e Uguali», è una pentola in ebollizione e sul punto di esplodere. La formazione politica (non è un «partito» perché i tre soggetti fondatori non si sono mai sciolti finora né intendono farlo in fyuturo) è guidata, formalmente, da Pietro Grasso (eletto presidente per acclamazione, ma – attenzione – mai in alcuno organo dirigente e ‘qualcuno’, dentro LeU, prima o poi farà notare la singolarità del caso, per destituirlo), ma informalmente pesano molto i tre segretari dei tre partiti fondatori: Roberto Speranza, giovane di belle speranze e pupillo di Bersani (ma non di D’Alema) per Mdp, Nicola Fratoianni, figlioccio di Nichi Vendola, per SI, Pippo Civati, ex rottamatore, ex amico di Renzi, che odia dalla prima Leopolda perché non gli diede un ruolo, per «Possibile». I “tre Tenori” o i “Tre Amigos”, i “Tre della Croce del Sud”, insomma, i tre, hanno mantenuto in piedi strutture, dirigenti, simboli dei loro rispettivi partiti di appartenenza: Mdp viene dagli scissionisti della minoranza del Pd che se ne sono andati prima dell’ultimo congresso, SI viene da Sel di Vendola e Fratoianni (i quali, a loro volta, vengono da una sanguinosa e sfortunata scissione, quella del 2009 dal Prc di Bertinotti che poi finì nelle mani del valdese Ferrero) e Possibile, i civatiani, vengono pure loro, ma alla lontana, dal Pd (erano renziani, per dire), da cui però si sono presto allontanati per entrare nella galassia della sinistra radicale.  Da quando LeU è ‘non nata’ (è un partito che non esiste, appunto, né ha organi o struttura democratica interna) le cose, di norma, vanno così: Mdp, che ha conquistato, nelle assemblee di base (provinciali e regionali), il 50% dei delegati, sembra fare la parte del leone e propone alleanze o con il Pd (nel Lazio) o con i 5Stelle (a livello nazionale), poi arrivano quelli di Sinistra italiana (35% di delegati) e Civati (15%), che sommati tra loro possono vantare l’altro 50% dei delegati, ma che sono molto più ‘sinistri’, e scompaginano i giochi, dicendo ‘no’ a ogni alleanza. Succede sulle alleanze e succederà, molto presto, pure su come ripartirsi le candidature, dato che le quote previste (50% di posti a LeU, 35% a SI, 15% a Possibile vuol dire, su un parco non pensabile sopra i 24 deputati e i 12 senatori, circa 12 deputati e 6 senatori a Mdp, 8 deputati e 4 senatori a SI, 4 deputati e 2 senatori a Civati sempre partendo dalla base del 6% come possibile base d’asta per tutta LeU).
Peraltro, il neonato  soggetto in fieri della sinistra ha sì nominato il suo leader (Grasso) per acclamazione, ma mantiene, in «cabina di regia» molte,  troppe, personalità, tutte ingombranti: D’Alema e Bersani vengono dal Pd, come pure Civati e il governatore toscano Enrico Rossi, che con il Pd ci governa, addirttura,, Vendola viene dal Prc, altri ancora dai movimenti e dai centri sociali, la Boldrini dalla (presunta) ‘società civile’.
«L’amalgama» , decisamente ‘malriuscito’, come disse Prodi del Pd (e, ai tempi, fu un epitaffio) sembrava funzionare,  all’inizio, ma ora i nodi stanno  venendo tutti al pettine.
Prendiamo le alleanze «a sinistra» per le Regionali in Lazio e Lombardia. Insensibili al «grido di dolore» levato – via Repubblica, vero e unico house organ del centrosinistra – dai padri nobili dell’Ulivo e del Pd (Prodi e Veltroni), i dirigenti lombardi di LeU, che oggi terranno a Cisinello Balsamo (in periferia di Milano, il tipico vezzo di presunti ‘sinistri’) la loro assemblea definitiva sul tema, hanno deciso che il candidato del Pd, Giorgio Gori (peccato originale: è renziano), è un nome «inaccettabile». E così, LeU correrà da sola, in Lombardia, ma rischia di finire come finì la lista di Claudio Fava in Sicilia nel 2017: infatti, pure in Lombardia bisogna superare lo sbarramento, per ogni partito, del 5%. A stento verrà eletto, se ci riesce, il candidato presidente, Onorio Rosati, il quale per paradosso ha un lungo passato di segretario della Camera del Lavoro di Milano, dove peraltro era considerato un ‘destro’, negli anni Novanta, da tutta la sinistra a sinistra del Pd. Ieri, sia la Camusso che la segretaria della Cgil Lombardia, Lattuada, si sono appellati a LeU – la cui aspirazione, sarebbe, in teoria, proprio quella di diventare il «Partito del Lavoro» della Cgil (ma a parti rovesciate: con la Cgil che comanda) – affinché ci ripensassero («Un no a Gori provocherà danni irreparabili»), ma loro sono rimasti sordi. Anche molti big nazionali (da Grasso alla Boldrini, dal governatore della  Toscana Rossi, che con il Pd ci governa,  a Bersani, che li ha esortato «a cercare un’intesa») hanno provato a portare i lombardi a più miti consigli. Ma poi Civati e Fratoianni, che oggi sarà a Milano per suggellare il niet a Gori, si sono scatenati e amen, l’alleanza non ci sarà.
Certo, in Lazio LeU correrà al fianco di Nicola Zingaretti, ma «lui viene dal Pci-Pds-Ds –  spiega un vecchio ex Pci  di LeU – e, soprattutto,  vincerà, noi andremo al governo e ci darà gli assessori. Gori perderà, tanto valeva mollarlo…». In realtà, anche in Lazio, l’ala di Sinistra italiana, guidata da Stefano Fassina e Paolo Cento, sta provando, fino all’ultimo giorno, a far saltare l’accordo e correre da soli. Ma stavolta è stato D’Alema – assai preoccupato per LeU, ma sereno per sé: avrebbe fatto un accordo segreto con Emiliano  per farsi votare e vincere il collegio uninominale – a tagliare corto: «Zinga non è Renzi e la nostra mission resta quella di far fuori Renzi, e per sempre». Eppure, rendite di posizione, dentro LeU, non ce ne sono più. Per dire, l’altro giorno, Arturo Scotto, ex capogruppo alla Camera, ma che viene dai Ds (mai stato in Sel), ha dovuto replicare duro a Nicola Fratoianni, che invece viene da Rifondazione, sulla presenza o meno in lista, in Campania, dell’ex «viceré di Napoli» Antonio Bassolino: per Fratoianni «o lui o noi, rappresenta il vecchio», per Scotto «è una grande risorsa».
In Emilia,  pezzi di LeU dicono no all’ex uomo d’ordine di Bersani, Maurizio Migliavacca, bollato come «esempio di vecchia politica». Come sospira Grasso, «siamo una forza plurale, è normale che ci siano posizioni diverse». Contraddizioni in seno al popolo.
NB: L’articolo è stato pubblicato  il 12 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale
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3. Grasso e la Boldrini stanno nello stesso partito ma sono divisi su (quasi) tutto… 
Ettore Maria Colombo – Roma
Il dibattito a sinistra si infiamma. Il Pd di Renzi chiude all’ipotesi di ogni accordo post-elettorale con Berlusconi («Altro che Beatiful, è fantapolitica», taglia corto il leader dem dagli studi di Bruno Vespa) e crede – come spiega a un amico il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini, che «non riusciremo a chiudere un’alleanza con Leu, in Lombardia, perché loro ci odiano, ormai, ma ci proveremo fino all’ultimo, come è giusto provarci». Ma è dentro LeU, la formazione guidata dal presidente del Senato, Pietro Grasso, che si stanno aprendo parecchie contraddizioni, foriere di problemi di «linea» politica. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ieri, per dire, durante Otto e mezzo (La 7), ha chiuso seccamente a ogni ipotesi di governo con i 5Stelle (e molti giorni dopo, in tv, dirà “Grasso non decide da solo, siamo un collettivo” mentre Grasso le risponderà “decido io”, ndr.). Prospettiva che, invece, affascina non solo Bersani («Io resto sempre quello dello streaming»), ma anche Grasso stesso, il quale ha detto: «Noi saremo una forza di governo responsabile e non chiudiamo le porte in faccia a nessuno, tantomeno ai 5Stelle».
«Per quanto mi riguarda – afferma, invece, la Boldrini – non ci sono punti di congiunzione tra LeU, che è una forza di sinistra, e l’M5S». Poi aggiunge, con tono di sfida: «Di Maio ha ragione: lui non vuole fare un governo con me e io non voglio farlo con lui». Potrebbe sembrare un semplice posizionamento pre-elettorale di entrambi, che hanno elettorati contigui. Proprio Di Maio sta studiano una «strategia», con i suoi, per rubare voti all’elettorato della sinistra-sinistra più ‘arrabbiata’. O il frutto dell’ormai atavica antipatia tra il presidente della Camera e il suo vicepresidente. Ma la Boldrini dice la sua pure sugli 80 euro del governo Renzi: «Gli italiani li hanno graditi». A Mdp sarà venuto lo stranguglione: gli 80 euro, li hanno combattuti, specie chi stava nel Pd.
Insomma, quella della Boldrini sembra una vera «contro-strategia», rispetto a quella di Grasso e Bersani che invece ai grillini vogliono aprire eccome, sia dopo il voto che prima. Poi c’è D’Alema, che invece vuole tutt’altro: un ‘governissimo’ con FI e Pd, ovviamente dopo aver ‘ucciso’ Renzi. Infine, l’altro tema che sta squassando Leu sono le alleanze in vista delle Regionali. Grasso ha ‘aperto’ a Gori in Lombardia, ma gli ex Pd, oggi in Mdp, lombardi hanno chiuso ogni trattativa con il Pd e hanno fatto sapere a Grasso che «è meglio se pensi a te e alle cose tue…». E anche in Lazio, dove, in teoria, Leu appoggerà Zingaretti (sì, alla fine finirà così), l’area di Stefano Fassina e Paolo Cento sta meditando lo ‘strappo’ per correre in solitaria contro persino il ‘comunista’ Zingaretti. Per Boldrini, invece, si deve dialogare con il Pd: «Su Lazio e Lombardia c’è un confronto in atto con Grasso che gestisce direttamente la partita. Bisogna trovare un equilibrio sui programmi». Che è come dire, al Pd, appunto, «cari amici, alleiamoci».
Ovviamente, al Nazareno, brindano per le «contraddizioni in seno al popolo» come le chiamano con facile ironia, ma pure lì hanno le loro gatte da pelare. Anche ieri, infatti, è andato in scena «l’assalto». Quello dei venti segretari regionali sfilati per discutere «i criteri» delle candidature, cioè i posti sicuri. Sono risuonati alti e forti gli ukase e i niet di molti segretari sui nomi che il Pd nazionale vuole ‘paracadutare’ nei collegi blindati.
Renzi e la sua piccola squadra di ‘facilitatori’ (Guerini, Lotti, Martina, Orfini) hanno, perciò, tanti grattacapi, a partire dallo «spingi-spingi» di tanti, troppi, aspiranti ai seggi. Ci sono però due ministri che potrebbero togliere a Renzi l’incomodo da soli: quello al Lavoro, Poletti fa sapere di non volersi candidare (nessuno cercherà di fermarlo). Quella all’Istruzione, Fedeli, Renzi la ritiene responsabile di gaffe ed errori marchiani. Se rinunciasse, sua sponte, alla candidatura, ne sarebbe ben felice (ma lei correrà).
NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale. 
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4. Anche dentro LeU ci si scontra sulle candidature e i (pochi) collegi ‘sicuri’.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Anche Leu (Liberi e Uguali) ha i suoi bei problemi, con i posti, nel senso di collegi ‘sicuri’ o ‘blindati’ da assegnare, anche perché saranno assai pochi: se tutto va bene LeU prenderà 6-8% (il 10% di cui parla D’Alema è una chimera di fatto irraggiungibile), solo che LeU – con una legge a forte correzione maggioritaria che assegna ai collegi uninominali 1/3 dei seggi – concorre solo per i 2/3 di posti assegnati con il sistema proporzionale, perché è evidente che non vincerà neppure un collegio (e anche se D’Alema vincesse la sfida che porterà al Pd nel collegio senatoriale di Lecce sempre di un solo collegio si tratta). Quindi, con l’8% dei voti prendi, in realtà, il 6% dei seggi e così via, a scalare fino alla soglia del 3% (un milione e 200 mila voti circa) sotto la quale sei fuori. Il nuovo capo comunicazione di Leu, l’ex dem di rito franceschiniano Piero Martino, è un’artista nel ‘sopire e troncare’, ma i problemi interni restano. In quota ‘società civile’, Grasso aveva chiesto ben dieci posti (e la Boldrini cinque): poco mancava venisse uno stranguglione al vero ‘mago’ delle candidature, e plenipotenziario di Mdp, Nico Stumpo. Grasso è dovuto scendere a più miti consigli: gli verranno concessi cinque posti. Ci saranno il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, l’ex capo di Legambiente, Rossella Muroni, l’avvocato Anna Falcone, già leader dei ‘civici’ di sinistra del Brancaccio, ma il colpo grosso sarebbe la candidatura di Pier Franco Roberti, ex capo della Direzione nazionale antimafia, oggi magistrato in pensione ma ‘tentato’ dall’avventura in politica. Sempre Grasso sarà candidato a Roma, in un collegio e in più listini proporzionali e al Senato, mentre la Boldrini, che sarà candidata in Lombardia, vuole tornare alla Camera. Scontate le candidature dei tre segretari di Mdp (Speranza, in Basilicata, ma forse anche in Toscana, contro Renzi o contro la Boschi, ma la vera leonessa pronta a competere nella sfida one to one con Renzi è Elisa Simoni, ex Pd), SI (Fratoianni, Lazio) e Civati (Lombardia). Di sicuro Mdp farà la parte del leone, con circa 20 deputati e dieci senatori sicuri, SI ne avrà almeno dieci, i civatiani cinque, non di più. Leu è sicura di prendere l’8%, il che vuol dire portare a casa almeno 60 parlamentari (40 deputati e 20 senatori), ma meglio tenersi bassi, nelle previsioni, e fare i calcoli sul 6%: vuol dire contare, per sicuri, ‘solo’ su 25 deputati e 12 senatori. Assai pochini, dati gli appetiti.

Tra i big Bersani sfiderà il Pd a Bologna ed Errani a Ravenna, Bassolino a Napoli e D’Alema nel Salento, ma per tutti sono previste candidature multiple sicure nei listini. Curioso, infine, il dialogo intercettato ieri, negli studi de La 7, tra il napoletano Arturo Scotto, già capogruppo di Sel alla Camera, e il pentastellato Alessandro Di Battista. I due hanno parlato, al telefono, prima di come cercare di “mettere sotto” il governo, chiedendo di convocare l’aula (e non le commissioni, come era previsto) in visto della ratifica dell’operazione militare in Niger, nell’ambito delle missioni militari all’estero, poi hanno convenuto sulla proposta di LeU sulle tasse universitarie. Ma c’è chi dice abbiano parlato anche di alleanze. Di Battista – che, contattato, nega – avrebbe incitato Scotto a costruire un governo sull’asse  M5S-LeU, idea diversa dalla linea ‘destra’ di Di Maio. L’accordo M5S-LeU è un pallino di Grasso e Bersani, mentre D’Alema punta a un governissimo con Fi e il Pd. Senza Renzi, naturalmente, che per D’Alema “è già morto”.

NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 sulle pagine di Quotidiano Nazionale.

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“Dentro” LeU: le scelte (contradditorie) in Lombardia e Lazio, il nodo candidature, lo scontro interno sui ‘big’ da promuovere. Ben quattro articoli…

“Dentro” LeU: le scelte (contradditorie) in Lombardia e Lazio, il nodo candidature, lo scontro interno sui ‘big’ da promuovere. Ben quattro articoli…

NB: Pubblico qui di seguito, in ordine temporale decrescente, quattro articoli usciti su QN ma la settimana scorsa, sulla sinistra che si muove a sinistra del Pd (LeU e non solo LeU…). 

d'alema 2L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

 

1. Leu ha deciso di tagliarsi la testa: correrà da sola in Lombardia, col Pd nel Lazio. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ stata una liberatoria, ma scontata, stan…

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Il Pd annaspa tra sondaggi in calo, l’assalto dei questuanti sui seggi, la rivalità Renzi-Gentiloni, le deroghe. Tre articoli tre

Il Pd annaspa tra sondaggi in calo, l’assalto dei questuanti sui seggi, la rivalità Renzi-Gentiloni, le deroghe. Tre articoli tre

 

NB; Pubblico qui di seguito tre articoli usciti negli ultimi tre giorni sul Quotidiano Nazionale che parlano di Pd, Renzi, Gentiloni, liste e candidature nel Pd e i suoi alleati. Gli articoli sono pubblicati in ordine decrescente, cioè in testa il più recente e dopo gli altri. 

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

1, Nel Pd è partita la caccia al seggio sicuro, il guaio è che i seggi ‘sicuri’ sono pochi. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri è andata in onda una scenetta singolare, nel ‘dietro le quinte’ dell’assemblea dei mille amministratori dem che si è chiusa a Torino. Uno spingi-spingi un po’ patetico che ha costretto il segretario a rinchiudersi, prima del suo intervento conclusivo, in uno stanzino del Lingotto e a fuggire via dal Lingotto subito dopo. La causa della operazione in semi-asfissia che Renzi ha dovuto subire è l’assalto all’arma bianca cui i tanti (troppi) aspiranti al seggio sicuro lo hanno sottoposto. Per sua fortuna, Renzi ha potuto dispiegare, dopo, un discorso roboante e tutto giocato all’offensiva su quasi tutti i temi pubblici. Ha affondato il coltello contro i 5Stelle che governano, “con il modello Spelacchio”, le giunte “fallimentari” di Roma e Torino (nel Pd sono convinti che entrambe le sindache, Raggi e Appendino, non reggeranno un altro anno di più e che presto si tornerà al voto con buone chanches di riprendersi quelle due amministrazioni), ma anche contro “il centrodestra modello Spread e modello Arcore di venti anni fa” (e qui ‘la favola dimostra che’ Renzi inizia ad attaccare Berlusconi, dopo anni di reciproco appeasement). Ma se la gara vera Renzi la vuole fare contro i 5Stelle perché il suo principale obiettivo è stabilire quale sarà non la prima coalizione (il centrodestra, ormai è fuori di dubbio), ma il primo partito italiano (e qui la lotta è tra Pd e M5S), perché, davanti a Mattarella, nelle consultazioni, la cosa vale più di qualcosa, l’unica notizia davvero ‘politica’ in un discorso infarcito di citazioni colte (don Benedetto Croce e alcuni economisti obamiani che solo Renzi e Obama conoscono…) è il tentativo di piazzare l’amico Gentiloni al centro del ‘suo’ Pd. Lo schema, ormai, lo hanno capito tutti, i retroscena non servono: l’“attacco a due punte”  e la “partita di squadra” (“Non è importante chi va a palazzo Chigi, conta sia il Pd”).
Eppure, il vero cruccio di Renzi coincideva, anche ieri, forse per l’eterogenesi dei fini, proprio con l’oggetto dell’assalto subito dai tanti, troppi, questuanti dem. Infatti, se è vero, come ricorda, che “i leader i sondaggi li cambiano, non li inseguono” (qui la citazione, assai cattiva, è per il risultato del Pd conseguito nel 2013 a guida Bersani che “dilapidò una vittoria che aveva già in tasca perdendo 11 punti in un mese”, ricorda Renzi, anche se va ricordato che il Pd, nel 2013, prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato), è anche vero che il leader dem batte e ribatte, ogni giorno, con i suoi, sempre sullo stesso punto: “Bisogna conquistare i voti collegio per collegio, voto per voto. E anche da chi non sarà candidato mi aspetto impegno, anzi il doppio”. (ecco, auguri…).
D’altronde, con sondaggi da “sprofondo rosso” (ormai il Pd è quotato al 23,4% e continua a scendere), gli aspiranti al seggio – che hanno tanti difetti, ma non sono stupidi – si sono fatti due conti, guarda caso gli stessi che si fanno pure al Nazareno. I collegi uninominali “sicuri”, quelli di fascia A, si contano sulle dita di una mano: sono 50 alla Camera e 25 al Senato. Certo, solo solo 1/3, i collegi uninominali. I restanti 2/3 i partiti li prendono sui listini proporzionali e qui il Pd dovrebbe, in teoria, farla da padrone, rispetto agli altri partiti, ma anche qui, invece, le più rosee previsioni dem parlano di 110/115 deputati e 55/60 senatori ‘sicuri’, non di più. La somma fa 160/170 deputati e 75/80 senatori, 240/250 parlamentari in tutto, tenendo come ‘base’ di partenza il 24% pieno di Bersani nel 2013 che peraltro al momento già pare un sogno (allora i parlamentari eletti furono, anche se solo grazie al premio di maggioranza abnorme del Porcellum, 400). Il destino di molti, se non di tutti, gli aspiranti al seggio si fa dunque assai incerto, anche se al Nazareno contano di recuperare, nella fascia B (i “contendibili”) 20/30 seggi Camera e altrettanti 20/30 al Senato, mentre per i seggi di fascia C (quelli “persi”) c’è appunto poco da fare.
E così, alla fine, Renzi – esasperato dai mille postribolatori – ha tagliato corto con tutti: “Il solo deputato dem che avrà un collegio sicuro si chiama Paolo Gentiloni”. La disperazione si è dipinta sul volto di molti, ma Renzi non scherzava. Non a caso, mercoledì prossimo, quando si terrà la prima, attesissima, Direzione del Pd sul tema liste, in realtà la discussione si fermerà ai prolegomeni. Renzi, peraltro, vorrebbe parlare solo di programmi (ha preparato, con Gentiloni, “I cento punti” di cose fatte dai due governi, pure il suo). Il punto dolente saranno, invece, le ‘deroghe’: nel Pd, per Statuto, non puoi essere ricandidato se hai completato tre legislature (intese come 15 anni in totale e, per la gioia dei derogandi, senza dover contare le varie interruzioni). Ma Renzi ha ribadito il concetto: “I soli che avranno le deroghe di default sono Gentiloni e tutti i ministri” (Franceschini, Orlando, etc.) mentre “tutti gli altri” (i vari Fioroni, Bressa, etc., ma non Luigi Zanda, che non ne ha bisogno) dovranno sudarsela, la deroga, chiedendola al loro Regionale di riferimento. Già si immaginano scene da suburra romana, tipo nel Lazio, con Fioroni che porta le sue truppe cammellate del Viterbese per farsi dare la tanto agognata deroga (Fioroni è in Parlamento dal ’92…) mentre le contro-truppe cammellate del Reatino e del Pontino si oppongono in nome dei loro relativi pupilli che aspirano a un seggio. Ci sarà da divertirsi.
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 14 gennaio 2018 
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Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato
Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale
2. Gentiloni si prende la scena a Roma e a Torino: il candidato premier del Pd è lui. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Scena prima di Paolo Gentiloni premier e, da ieri, anche e soprattutto candidato in campo del Pd in teoria per «fare squadra» con Renzi ma, in pratica, per continuare a fare il premier se il Pd dovesse «non vincere», ma almena «pareggiare» le prossime elezioni. La scena si svolge al teatro di Adriano, piazza di Pietra, cuore della Roma politica e pure della Roma ‘bene’ che beve, ama e riceva in quel ‘salottino’ chic che è piazza di Pietra. Il Pd capitolino, super-gentiloniano, ha preparato l’appuntamento con la massima cura. L’incontro si chiama «Una Costituente per Roma» e il regista dell’operazione è Roberto Giachetti. Ex sfidante (sconfitto, al ballottaggio) della Raggi, Giachetti, ormai, non è più renziano (anzi, ne è diventato un critico, ancorché leale, in qualche modo, con Renzi), ma è tornato a essere  il capo della «colonna romana» del «partito di Gentiloni». Partito che godrà di diversi posti, nel prossimo Parlamento: lui, la Bonaccorsi, Realacci, altri ancora.
Il parterre, anche senza la presenza di Gentiloni, sarebbe de roi. C’è il ministro Delrio, cattorenziano assai critico, il fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, che a Roma ‘vale’ quanto un partito, il presidente del Coni, Giovanni Malagò (idem) e il ministro Carlo Calenda. Il quale alle Politiche non si candida, ma si sta spendendo per aiutare il Pd a “chiudere” l’accordo con i Radicali di Bonino, Magi e Della Vedova, partito che peraltro voterà. Calenda è tornato in «luna di miele» con il Pd e persino con Renzi. Lui, e soprattutto Gentiloni, vogliano puntare su Calenda come sfidante della «fallimentare» esperienza di governo della Raggi, se verrà condannata e costretta alle dimissioni, come nel Pd romano sono, peraltro, assai convinti, nel giro di un anno. Obiettivo riconquistare la Città Eterna, ma il colpo alla Raggi lo sferra il «mite» Gentiloni.
«Roma – è la staffilata del premier che lo dice col suo solito mood piano e mite, ma con fermezza– non è una città che si possa governare semplicemente cercando di gestire la sequela di emergenze che si presentano. Non sempre ci si riesce, come è evidente. Sia perché sono tante e complicate, sia perché oggi non c’è efficienza…». Un affondo pesante che non dipende solo dal fatto che proprio Gentiloni dovrebbe candidarsi nel collegio uninominale di Roma 1, oltre che in due listini proporzionali (Lazio e Lombardia).
No, è proprio il nuovo ruolo, tutto «politico», di Gentiloni ad andare in scena. Un ruolo che, da premier «neutrale» è stato, da poco, interamente rivoluzionato, dai suoi due fidati spin doctor, due ex renziani (Sensi e Funiciello). Obiettivo, fargli acquisire lo status del «capo» politico a tutto tondo di quella che proprio Gentiloni definisce la «sinistra di governo». A capirlo aiuta la scena seconda in onda, in serata, a Torino, dove il Pd ha riunito i suoi mille amministratori locali. C’è anche Renzi, che concluderà i lavori oggi, ma la scena, intanto, se la prende tutta ‘Paolo’. Fa un lungo discorso che provoca l’entusiasmo delle folle (si fa per dire) della platea democrat: plaude alla Grosse Koalition appena rinata in Germania, dice che «Noi dobbiamo essere europeisti convinti e fare la campagna elettorale per più Europa», attacca, senza nominarla, la «sinistra che ha paura della sfida del governo», tira in mezzo quei poveri ‘nanetti’ (Radicali, Ulivisti e Popolari) che il Nazareno disprezza, incitando il Pd a quella logica «coalizionale» che piace tanto a Prodi e a Veltroni, ma che a Renzi fa schifo. Infine, sprona i democratici dicendo loro «i giochi non sono fatti, possiamo vincere». Traduzione: ‘Matteo, dì che sono io il candidato premier del Pd e, forse, questa tua barca che fa acqua da tutte le parti la raddrizziamo…’.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2018, pag 2 del Quotidiano Nazionale 
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3.  Sfilata dei segretari regionali al Nazareno: i ‘paracadutati’ non li vuole nessuno. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, presentandosi al Nazareno per discutere di candidature, liste e posti spettanti (collegi sicuri e non) a ogni regione ognuno di loro ha detto la sua e, per il Nazareno, sono stati dolori.
C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare tutti e solo seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum. Solo in Emilia, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin (a Modena), Casini (a Bologna) e Galletti (non si sa dove…) per la lista ‘Civica e Popolare’, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte). In Toscana c’è Nencini (Psi), nelle Marche Bonelli (Verdi), sempre a Bologna, per gli ulivisti, il prodiano Santagata. Per far posto a tutti loro, qualcuno nel Pd deve rinunciare al posto sicuro. E questo, ai segretari regionali, forti nei territori, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente perché da lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti. In più un posto spetta ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras a Salerno e in regione. De Luca, non pago, vuole mettere in lista i suoi consiglieri regionali tra cui Franco Alfieri, assurto alle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un vero ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc. etc. etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale (del resto lui è renzianissimo). E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini e sicuramente anche la Boschi) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Non a caso, ieri, al Nazareno, dove di solito sono assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutta la sua task force sui collegi: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Lotti e Martina, il portavoce della segreteria Richetti, il presidente dem Orfini e la vera longa manus di Renzi, il coordinatore Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco e avranno collegi per quanto valgono: il 19% e il 9%). Il braccio di ferro, appena iniziato, dentro il Pd, sulle liste elettorali si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 17 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 10 gennaio 2018.
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Il Pd annaspa tra sondaggi in calo, l’assalto dei questuanti sui seggi, la rivalità Renzi-Gentiloni, le deroghe. Tre articoli tre

Il Pd annaspa tra sondaggi in calo, l’assalto dei questuanti sui seggi, la rivalità Renzi-Gentiloni, le deroghe. Tre articoli tre

NB; Pubblico qui di seguito tre articoli usciti negli ultimi tre giorni sul Quotidiano Nazionale che parlano di Pd, Renzi, Gentiloni, liste e candidature nel Pd e i suoi alleati. 

Matteo Renzi parla alla kermesse di RiminiRenzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

1, Nel Pd è partita la caccia al seggio sicuro, il guaio è che i seggi ‘sicuri’ sono pochi. Ettore Maria Colombo – ROMA Ieri è andata…

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