Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.

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Scoppia la pace tra Prodi e Renzi. E il Pd tesse la tela delle alleanze: un sole, il suo, e tre piccoli pianeti intorno

Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

NB: Questo pezzo è stato pubblicato il 6 ottobre 2017 e non tiene conto della relazione di Renzi alla Direzione del Pd per approfondire la quale rimando all’articolo di domani…

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il Pd di Renzi torna al centro della scena. Riallaccia antichi legami come quello tra Matteo e Romano, Renzi e il Prof, grazie a una telefonata di disgelo che, tra i due, è intercorsa una settimana fa e cioè neppure in questi giorni politicamente caldi, dato che Prodi è negli Usa. Il dialogo sarebbe stato, più o meno, questo. Il Prof dice al segretario: “Io non ce l’ho affatto con il Pd, non voglio vederlo morto o sconfitto, il Pd è l’unico baluardo democratico di questo Paese e penso che rimanga il cuore di un alleanza di centrosinistra che non esiste senza un Pd forte. Il mio sogno da sempre è l’unione di tutti i riformisti; ieri era l’Ulivo, poi è stato il Pd, tutti facciamo errori, spero che ora sceglierai la strada della coalizione ampia, di un nuovo centrosinistra largo che guardi a sinistra e al centro, ma un centrosinistra largo e forte deve essere alternativo al centrodestra”. E Renzi che risponde: “Ci stiamo provando, Romano, il Rosatellum serve a questo, a formare una coalizione, spero che altri ci stiano. Oggi, vedrai, ne parlerò in Direzione”.

Sottotesto: spero che la legge passi indenne sotto il fuoco dei franchi tiratori, col voto segreto in Aula, e che Pisapia e altri come lui si convincano che, per dirla con Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, “il nodo ineludibile, per chiunque voglia ricostruire il centrosinistra in Italia, è il rapporto con il Pd”. D’altronde, l’appoggio chiaro che Renzi sta offrendo al governo Gentiloni e il suo continuo richiamare il ‘gioco di squadra’, citando sempre il premier e i migliori ministri del governo (Minniti, Delrio, etc.), rassicura sia il fronte prodiano (e ulivista in senso lato, Pisapia compreso) che i big interni al suo stesso partito.

Infatti, a Renzi sta riuscendo anche un’altra non facile impresa, quella di compattare i big dem (Orlando, Cuperlo, Franceschini): questi ultimi non ne metterebbero più in discussione la leadership, anche se perdesse le elezioni in Sicilia (Orlando lo ha detto chiaramente giorni fa) e ne stanno appoggiando comunque l’iniziativa sulla nuova legge elettorale perché il Rosatellum, pur se deficitario, è un incentivo a fare le coalizioni.

Si inizia, dunque, a intravedere – se il Rosatellum diventerà legge – la costruzione un ‘sistema di alleanze’ in cui il Pd è il pianeta più grande e centrale (il Sole, diciamo) e le altre liste, o partiti, i pianeti satelliti. Secondo le indiscrezioni del Nazareno, sarebbero, per ora, queste liste almeno tre. Una lista laica-libertaria come ‘Forza Europa’, fondata dal viceministro Benedetto Della Vedova che inglobi i Radicali di Cappato e coinvolga personalità di spessore come Emma Bonino. Una lista centrista, cattolica e moderata, dove ‘annacquare’ (e far digerire ai militanti di sinistra) Ap di Alfano, Lorenzin, Cicchitto (ma non Lupi) insieme ai cattolici di Dellai e i Moderati di Portas, che potrebbe ambire, forse, anche a superare la soglia del 3%, guidata o meno che sia dal ministro Calenda, anche se c’è chi dice, nel Pd, che questi ambisca ad altro: a tornare al governo oppure, se mai la giunta Raggi cadrà prima del tempo, a candidarsi a sindaco di Roma. E una lista di sinistra-centro che (arrivi, o meno, l’apporto di Pisapia e del suo Campo progressista), punti pure al 3% con il contributo di sindaci di città medio-grandi (Lecce, Cagliari, Palermo) e governatori di regioni importanti (Zingaretti in Lazio, Bonaccini in Emilia, etc.), una ‘terza gamba’ civica, progressista e di sinistra. La rottura, ormai incandescente, tra Pisapia e D’Alema può avere anche queste conseguenze: Pisapia che torna a guardare e ad allearsi con il Pd, la guerra interna al Pd che si placa, Prodi che benedice il nuovo Ulivo.

Renzi difende Gentiloni e gode in silenzio delle disgrazie altrui. Ancora ipotesi sulla legge elettorale

 

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA 

C’è chi sostiene – e ce ne sono – che anche il leader del Pd sarebbe tentato dall’idea di mettere la fiducia sul testo della nuova legge elettorale, come ieri è trapelato nei corridoi di Montecitorio, anche perché Forza Italia avrebbe esplicitamente chiesto ‘un aiutino’ al Pd e al governo per uscire dalle secche dei 90 voti segreti quando il Rosatellum arriverà in Aula. Matteo Renzi stoppa ogni illazione: “Di legge elettorale si occupa il compagno Rosato”, taglia corto. Che poi, Ettore Rosato, altri non è che il padre di quel Rosatellum che per ora cammina lento: procede, dentro la commissione Affari costituzionali, al ritmo di quattro emendamenti votati al giorno.

Rosato è anche il capogruppo alla Camera del Pd e ieri sera ha illustrato al suo gruppo, i trecento deputati democrat che rischiano assai in fatto di rielezione (al Nazareno contano come ‘sicuri’ soltanto 175 seggi, sulla parte proporzionale, al netto delle gare nei 231 collegi uninominali) e che, per questo, mugugnano assai. Rosato, ieri, si è limitato a dire un secco ‘no’ al voto disgiunto, richiesta che era stata avanzata da Gianni Cuperlo, e poco altro. Nulla, per dire, sulla fiducia, ma l’idea continua ad aleggiare. Il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, ne nega l’ipotesi (“Non ne so niente e se non ne so niente io…), ma alcuni democrat che la sanno lunga spiegano che “la vita è stretta ma c’è: far saltare tutti i 90 voti segreti con un voto solo, la fiducia, e giocarci tutto sul voto finale, dove i voti di FI e Lega ci saranno”. Anche se, per paradosso, sul provvedimento finale (e non sulla fiducia, dove il voto è palese) si può chiedere il voto segreto: i rischi ci sarebbero.

Si dice anche che un voto di fiducia sulla legge elettorale, per quanto sia poco ortodosso (ma Renzi, sull’Italicum, la mise), non dispiacerebbe al Colle. Ieri Luigi Di Maio è salito al Quirinale per presentarsi come candidato dell’M5S e parlare dell’argoment legge elettorale protestando per quella che è in discussione (il Rosatellum, appunto), ma senza che il Colle abbia voluto esprimersi in materia, ma dove non si vede l’ora che una nuova legge elettorale venga varata. Una decisione del genere, in ogni caso, spetta a Gentiloni e, se mai la fiducia verrà messa, si saprà solo quando la legge arriverà in Aula, cioè a partire da martedi prossimo 10 ottobre.

Renzi, per ora, si occupa d’altro: sostenere lealmente il governo Gentiloni e lisciarsi i baffi per le disgrazie in casa altrui, cioè quelle di casa Mdp (“«Il loro vero obiettivo – dice ai suoi – è quello di farci del male. Ma alla fine si sono divisi tra di loro”). A temperarlo nelle uscite c’è Matteo Richetti, portavoce della segreteria del Pd che coordina tutti gli interventi comunicativi del Nazareno e che ieri ha inviato un consiglio spassionato al leader dem, come racconta un deputato che ha saputo del dialogo tra ‘i due Mattei’: “Calma, e gesso Matteo, sei in fase zen. Se parli, ignorali. Tanto, quelli si fanno male da soli e a noi può venire solo del bene a dividere il loro fronte. Con alcuni di loro possiamo interloquire e non penso solo a Pisapia, ma anche a Civati o personalità di area Sel come Giulio Marcon, sindaci, associazioni…”. E, infatti, ieri sera, quando Matteo Renzi decide di intervenire pubblicamente si limita a enucleare pochi, chiari, concetti. Uno, “il governo e la maggioranza sono solidi e ampli, i voti di Mdp hanno dimostrato che i loro voti erano del tutto irrilevanti”. Due, “Io divisivo? – risponde a Pisapia – Dovrei fare passi di lato? Io sono stato scelto da due milioni di italiani che sono andati a votare alle primarie”.

Ma ai piani alti del Nazareno in molti brindano per le divisioni in casa altrui. “Che goduria guardarli mentre si menano tra di loro!” oppure “D’Alema se non esistesse dovremmo inventarcelo noi!” come si gonfia di gioia il petto Rosato mentre Giachetti twitta che “Mdp ha dimostrato tutta la sua irrilevanza politica”. Invece, per dirla in modo diplomatico, alla Lorenzo Guerini, coordinatore nazionale della segreteria, “torna a galla sempre lo stesso nodo, il rapporto con il Pd ed è un nodo ineludibile”. E non è certo un caso che, ieri, in Transatlantico, Bruno Tabacci, uomo di Pisapia, spiegava a un interessato ministro Franceschini, uno di quelli che il centrosinistra lo vuole largo, che “ormai abbiamo davanti a noi una sola strada, l’alleanza col Pd”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 5 ottobre 2017

 

C’è il patto sulla legge elettorale, ma ci sono anche i franchi tiratori già pronti

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Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se son rose fioriranno – spiega Matteo Renzi ai suoi – altrimenti pazienza, vuol dire che andremo al voto con i due Consultellum”. Che succede? Che fatta (o, meglio, presentata) la nuova legge elettorale, ecco trovato (o, meglio, pronto) il franco tiratore per affossarla. Nel Pd non lo dicono apertamente, ma hanno già paura dell’ultima proposta di legge elettorale partorita in casa propria, il Rosatellum bis. La legge presentata da Fiano in Prima commissione prevede poco più di un terzo (36%) dei deputati e senatori eletti in collegi uninominali maggioritari (231 alla Camera, 102 al Senato) dove sono ammesse le coalizioni, ma solo nazionali, e due terzi (64%) di eletti in collegi plurinominali (386 alla Camera e 206 al Senato). Qui si presentano i partiti che eleggono, con metodo proporzionale, i loro candidati in liste corte bloccate (da due a quattro i nomi). Due le soglie di sbarramento: il 3% per le liste singole, il 10% per le coalizioni di partiti.

(per un analsisi dettagliata della proposta di legge si rimanda agli articoli precedenti pubblicati su questo blog NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere )

Il nuovo sistema elettorale ha, sulla carta, tanti voti, alla Camera: 458, sommando la consistenza dei partiti principali che l’appoggiano (Pd, FI, Lega, Ap) e dei gruppi parlamentari minori (Ala-Sc, Popolari, Civici-Innovatori, Fitto, Psi, Svp, Misto) contro gli appena 160 voti dei gruppi che lo osteggiano (M5S, Mdp, SI, Fd’I) e lo hanno già bollato come ‘Imbrogliellum’ o ‘Inciucellum’. La discussione in commissione Affari costituzionali si aprirà e chiuderà in pochi giorni, tra il 27 e il 29 settembre e, dal 4 ottobre, sarà possibile l’approdo in Aula con l’obiettivo di chiudere il voto finale per il 15 ottobre, naturalmente alla Camera perchè poi dovrà passare, in seconda lettura, al Senato.

Ma non a caso i l capogruppo dem Rosato chiede di “fare in fretta” e ai gruppi politici che sostengono la legge di non presentare emendamenti per blindarla. Infatti, ieri, in Transatlantico, hanno iniziato a girare strane voci. “Cinque Stelle e Mdp presenteranno uno o più emendamenti per abolire i listini bloccati – spiegava un alto dirigente democrat – e introdurre le preferenze che, a scrutinio segreto, possono passare (alla Camera è ammesso il voto segreto sulla legge elettorale mentre al Senato no). A quel punto Berlusconi, ma anche Renzi, che vogliono far vedere entrambi a Mattarella che ‘ci hanno provato’, a fare la legge, diranno game over”. Al centro dei possibili smottamenti c’è, come al solito, il Pd, ma servono almeno cento deputati dem (e diversi azzurri malpancisti) in funzione di franchi tiratori, grazie al voto segreto, per riuscirci.

Un democrat di estrazione popolare, sotto garanzia di anonimato, è pronto: “Saremo il 40% del gruppo, almeno cento deputati. Con le preferenze ce la possiamo ancora giocare, tra Camera e Senato, ma i collegi ci sfavoriscono perché non abbiamo una coalizione da presentare e nei listini bloccati, che tanto li decide tutti Renzi, passeranno solo i primi. Siamo pronti a morire, ma combattendo”. E se questi sono gli umori dei democrat del Centro-Sud, anche al Nord i mal di pancia sono tanti: “In Lombardia e Veneto per il Pd sarà un ecatombe. Non abbiamo la coalizione, ci batte pure M5S”. Ma senza un consistente aiuto degli azzurri, in sofferenza specie nel Centro-Sud, non ce la farebbero.

Invece, il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, ottimista, dice a un amico: “L’intesa è chiusa, è buona, noi faremo la coalizione con i centristi (un asse che va da Alfano a De Mita e Casini e potrebbe avere come front runner il ministro Calenda, ndr) e con sindaci, movimenti civici e di sinistra, sperando ci stia anche Pisapia. Possiamo arrivare a guadagnare, solo nei collegi, 40-50 deputati in più come coalizione. In ogni caso, ci giocheremo davvero la partita cercando di portare in porto questa legge”. Intanto, la sinistra interna di Orlando-Cuperlo è soddisfatta dell’apertura alle coalizioni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 22 settembre 2017

Legge elettorale. NEW! Come funziona il “Mattarellum rovesciato” o “Rosatellum bis” e il punto politico sulle trattative Pd-FI vicine all’accordo

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. UN PICCOLO VADEMECUM. COS’E’ IL “MATTARELLUM ROVESCIATO”

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Fiano, presenterà domani in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di recupero proporzionale): in questo caso il 64% dei seggi sarebbe attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico (la proporzione, a seconda di come si calcolano i seggi attribuiti alla circoscrizione del Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta, collegi uninominali maggioritari per forza di Costituzione, può essere valutata in 37% di maggioritario e 63% di proporzionale). Viene anche detto ‘Rosatellum 2.0’ perché una prima versione di un sistema mix tra maggioritario e proporzionale (50% per ognuna delle due parti) era stata presentata, a maggio scorso, dal capogruppo dem alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato.

Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni ma non l’indicazione del capo coalizione. La scheda è unica. Non è ammesso lo scorporo degli eletti nella quota maggioritaria da quelli della quota proporzionale né il voto disgiunto (non si può votare il candidato nel collegio di un partito e il partito di un altra coalizione). Camera e Senato vengono suddivisi in 28 circoscrizioni  per la Camera e 20 per il Senato (pari alle regioni) e circa 70 (al massimo 77) collegi plurinominali all’interno dei quali vi saranno i collegi uninominali. La definizione delle circoscrizioni è importante per il recupero dei resti, su base nazionale, una volta superato lo sbarramento al 3%. Le coalizioni saranno possibili solo su base nazionale. La Camera (630 seggi) è così divisa: 232 collegi uninominali (231 quelli indicati da Fiano più uno in Valle d’Aosta) dove il primo arrivato prende il collegio, e 386 collegi plurinominali dove l’elenco degli eletti si calcola con metodo perfettamente proporzionale e si basa su liste bloccate corte di 2-4 nomi (probabile, se non certa, l’alternanza di genere uomo-donna), più i 12 collegi all’Estero (eletti sempre con sistema proporzionale).

Il Senato (315 seggi elettivi) avrebbe 116 collegi uninominali (115 più uno della Valle d’Aosta, 193 collegi plurinominali (sempre su liste bloccate corte di 2-4 nomi) e i 6 collegi all’Estero per un totale di 315 seggi elettivi (gli altri sono senatori a vita). Lo sbarramento nazionale è fissato in entrambe le Camere al 3% dei voti sempre e solo per la quota proporzionale mentre nei collegi il primo che vince prende tutto. Naturalmente i voti ai partiti che non superano il 3% vengono redistribuiti tra quelli che superano la soglia di sbarramento nella parte proporzionale, dando loro seggi in più.

Ma come avverrebbe il voto? Su un’unica scheda sarebbe indicato il candidato del partito e/o coalizione da votare nel collegio uninominale e, sotto o al suo fianco, i nomi dei partiti o partito che lo sostengono nella parte proporzionale: il voto al candidato nel collegio deve essere ‘rafforzato’, se si vuole votare il partito collegato, dal voto al partito mentre il voto al partito trascina il voto al candidato del collegio. Dunque, barrando il simbolo del partito, il voto andrà contemporaneamente al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Se invece l’elettore barrerà solo il nome del candidato nel collegio uninominale, e non quello del partito o di uno dei partiti che lo sostengono, verrà meno la sua scelta per la parte proporzionale. Ne consegue che la somma dei voti per i collegi uninominali e quella della parte proporzionale potranno differire.

Non  sono previsti premi di maggioranza espliciti, ma chi conquista molti collegi godrebbe di una sorta di premio di maggioranza ‘implicito’, specie se forma una coalizione: conquistare molti seggi nei collegi può favorire (anche se non impone, perché i partiti di una coalizione elettorale potrebbero separarsi subito dopo il voto) la nascita di maggioranze parlamentari più stabili.


 

2. Legge elettorale, l’ultimo azzardo del Pd. Berlusconi sempre più tentato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un azzardo, ma ci proviamo. Se non va in porto neanche questo tentativo vorrà dire che si voterà con le leggi attuali, ma nessuno potrà dire che il Pd ci non ha provato fino all’ultimo”. Così, dal Nazareno, si parla dell’ultimo ritrovato, in fatto di legge elettorale, di casa dem: il Fianum 2.0, dal cognome del relatore Fiano che presenterà domani il nuovo testo in commissione Affari costituzionali per cercare di approvarlo in pochi giorni e non perdere l’ultimo treno utile, il contingentamento dei tempi in Aula, che scade a fine mese. Il “Mattarellum rovesciato” ribalta le proporzioni della legge che porta la firma di Sergio Mattarella: prevede il 36% di collegi maggioritari unininominali e il 64% di collegi plurinominali, cioè di eletti con metodo proporzionale.

I renziani sono tutti convinti di farcela e di portare il nuovo testo base a dama e Renzi stesso ha chiesto loro di “provarci davvero”. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria ci lavora da giorni e ora dice: “Abbiamo messo in campo una proposta per sbloccare l’impasse. Serve un accordo ampio, è ovvio, ma la traccia è chiara: un impianto proporzionale con una quota maggioritaria che noi avremmo preferito più ampia, ma che abbiamo ridotto per venire incontro alle esigenze degli altri (leggi FI, ndr.). Spero che tutti quelli che chiedevano a gran voce una nuova legge elettorale ora siano conseguenti (leggi Mdp, ndr.)”, sapendo che non lo saranno. Ma anche sapendo che – come dicono al Nazareno – noi rischiamo di non avercela, la coalizione, se non stacchiamo Pisapia da Mdp e Calenda e altri centristi da Alfano. Ma vale la pena rischiare”. Dario Parrini, renziano esperto di sistemi elettorali, ritiene che “è una proposta seria: favorisce la governabilità in modo equilibrato e va incontro alle esigenze di un largo arco di forze politiche”.

Il problema, dunque, sono ‘gli altri’. I contrari si fa presto a dirli: M5S (“Proposta oscena”) e Mdp (“Il Pd butta la palla in tribuna”) mentre Pisapia nicchia: di nuovo in rapporti tesi con i suoi alleati (Bersani e D’Alema), incrocia le lame con il capogruppo dem, Rosato, che gli chiede “uno scatto di coraggio”, come già Orlando, ma non chiude: “noi siamo per un legge che fornisca governabilità, rappresentanza, possibilità di scegliere i candidati”. A Lega e Fratelli d’Italia, assenti perché stanno disertando le aule, il nuovo testo del Pd non dispiace: incentiva le coalizioni e non li obbliga al ‘listone’ con FI. Ap apprezza “l’apertura di dialogo”: del resto, lo sbarramento al 3% è quanto di meglio potessero avere (e anche per Pisapia, in realtà). Il busillis resta Forza Italia: negli azzurri del Sud, timorosi di perdere i seggi nei collegi per mano di M5S e Pd, la proposta non è ben vista e Berlusconi è ostile, da sempre, ai collegi e al maggioritario. Eppure, la quota alta di parte proporzionale presente nella proposta Fiano, con le liste bloccate, ma anche di collegi dove vince solo il primo, gli garantirebbero il ferreo controllo sugli eletti (come pure al Pd). Non a caso Denis Verdini, in via di riavvicinamento al Cavaliere, ad amici dice: “ora bisogna convincere Silvio, ma si può fare. Con questa legge evita il listone, fa il pieno dei voti e si frega l’M5S”. E ieri sera il Cavaliere avrebbe dato il via libera all’accordo che, a questo punto, registra la contrarietà solo di Mdp, Fratelli d’Italia e dell’M5S mentre gode del favore di Pd, FI, Ap e di altre piccole formazioni centriste e autonomiste, compresa l’Svp. L’altro ieri, però, Renzi frenava: “Non so se ci sarà una proposta di legge condivisa, so solo che gli altri partiti stanno facendo solo melina, vedremo”. Certo è che i collegi e le coalizioni sono la carta vincente di centrodestra e centrosinistra mentre i Cinquestelle non avrebbero altrettanta fortuna: i collegi – e, dunque, un consistente premio di maggioranza sotto forma di collegi uninominali vinti (circa 100 su 231 alla Camera) potrebbe arridere e aiutare il miglior piazzato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 settembre 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.

 

Sicilia corda pazza. Centrodestra unito, centrosinistra diviso, ma coalizione ‘da Alfano a Pisapia’ possibile. Due articoli

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

1. Il Pd in Sicilia prova la via della coalizione ‘larga’ da Alfano a Pisapia. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Un centrosinistra ‘nuovo’ e ‘largo’, “da Alfano a Pisapia”, impensabile anche solo fino a un mese fa. In Sicilia, per le elezioni regionali del prossimo 5 novembre (legge elettorale tutta particolare: 5% di sbarramento, 10% di premio di maggioranza, 7 consiglieri su 70, al primo miglior piazzato) va in scena, grazie al Pd, il “rovesciamento delle alleanze”. Alfano e i suoi centristi, che valgono tra il 5 e l’8%, si riconciliano con Renzi dopo mesi di insulti e porte in faccia mentre Pisapia e i suoi rompono l’unità a sinistra, si alleano con il Pd e, al tempo stesso, ricompattano Mdp di Bersani e D’Alema e Sinistra italiana di Fratoianni che vanno da soli. L’operazione che lo stesso Renzi riteneva quasi impossibile porta le impronte del ministro Delrio e del coordinatore alla segreteria Guerini – che in Sicilia si è fatto le vacanze, pur di portare a casa il risultato – e la benedizione del ministro Orlando e della sua area, oltre che dell’area Franceschini.
E così ieri (lunedì 28 agosto, ndr.), da un albergo, il rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, ha rotto gli indugi e annunciato la sua candidatura “come candidato civico nell’ambito di un campo largo e di una coalizione di centrosinistra”. Il suo nome era quello indicato dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, legato a doppio filo proprio con l’ex sindaco di Milano Pisapia. Il partito regionale siciliano, guidato da Fausto Raciti, che ieri ha riunito la Direzione, mal lo digerisce, ma tant’è: sul suo nome è arrivato il sì di Alfano e di Casini perché Micari “è un moderato” e quello di Pisapia perché è “un civico”. A un certo punto si fa strada l’idea di un ticket con il presidente uscente della regione Sicilia, Rosario Crocetta, che invoca le primarie altrimenti minaccia di scendere in lizza da solo, ma non se ne farà nulla. Micari avrà il sostegno di tre liste: Pd, Alternativa popolare (gli alfaniani), entrambi presenti con nome e simbolo, e una civica di ‘orlandian-pisapiani’.
Formalmente, Micari (e, da parte sua, Raciti) continuano a invitare la sinistra (Mdp e SI) a dialogare e riunirsi, ma è una finta: sanno già che la sinistra-sinistra andrà da sola. Il candidato c’è già: è Claudio Fava, vicepresidente della commissione Antimafia, che da giorni scalpita ai box. La decisione di Mdp di rompere con Pisapia è nata in ambito locale: i colonnelli siciliani di Bersani (Capodicasa) e di D’Alema (Crisafulli) non ne hanno voluto sapere di andare con il Pd, ma i vertici nazionali hanno avallato la decisione pronti a rinfacciare a Pisapia il comune “mai con Alfano”. Mdp e SI, che nell’isola ha il volto del giovane deputato Erasmo Palazzolo, riusciranno di certo a compattare tutta la sinistra radicale, anche per superare lo sbarramento al 5%, ma solo dopo il voto decideranno se stare all’opposizione, sostenere un governo Pd-Ap, come propone il governatore toscano Enrico Rossi, che già parla di “soccorso rosso”, o un governo monocolore M5S, come auspica l’Mdp che fa capo a Bersani, anche se i suoi smentiscono con forza ogni intento di ‘appoggiare’ i 5Stelle. Certo è che la rottura, a sinistra, tra Mdp e Pisapia, avrà forti ripercussioni nazionali: “Noi non la volevamo – dicono i colonnelli di Pisapia – ma rischia di diventare una slavina che spazzerà via le alleanze locali (nella primavera del 2018 si vota per le regionali in Lazio e Lombardia e pure quelle alleanze di centrosinistra sono a rischio, ndr.) e anche quella nazionale tra di noi”. Facendo nascere un inedito centrosinistra che, perno il Pd, andrà da Alfano a Pisapia.
NB: Questo articolo è stato pubblicato martedì 30 agosto sul Quotidiano Nazionale
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2. Il quadro generale di tutte le candidature e il ‘caso’ Crocetta.

Le elezioni regionali siciliane terremotano il quadro politico. Esclusi i Cinque Stelle, da due mesi già in campo, anche se privi di alleati, con il loro candidato, Giancarlo Cancellieri, le divisioni tra partiti fino a ieri alleati si sprecano. Il centrodestra ha ritrovato solo da poco la sua unità: il candidato, ormai è ufficiale, sarà l’ex presidente della Provincia di Catania ed ex esponente di An, Nello Musumeci, appoggiato da Fratelli d’Italia (Meloni e la Russa, vertici nazionali del partito, lo hanno voluto dall’inizio), da ‘Noi con Salvini’, versione meridionalistica della Lega Nord, dall’Udc (senza, però, Casini e D’Alia, convolati a nozze con il Pd e Ap) e, soprattutto, da Forza Italia. Il coordinatore regionale, Micciché, in prima istanza ha sponsorizzato l’accordo con i centristi di Alfano, poi il leader del movimento degli ‘Indignati’ in salsa siciliana, Gaetano Armao, che è piaciuto molto al Cavaliere, quando lo ha incontrato di persona. Ma alla fine Micciché ha dovuto cedere alla necessità di Berlusconi di stringere i bulloni dell’alleanza nazionale del centrodestra: ecco perché, al massimo, Armao farà ticket, a capo della sua lista di professionisti, con Musumeci che sarà il titolare dell’alleanza e candidato governatore e che, nei sondaggi, è già al 40% mentre i 5stelle sono calati al 38% e il Pd fermo al 21%. Anche i centristi di Ap hanno i loro problemi: gli alfaniani del Nord (Formigoni, Albertini e sopratutto il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi) non vogliono accettare l’alleanza con il Pd e tornare nell’alveo del centrodestra, ma anche diversi portatori di voti siciliani, deputati e senatori alfaniani, avrebbero scelto di convogliare i consensi su… Musumeci.

I veri problemi, però, sorgono, tanto per cambiare, nel campo del centrosinistra. Con la benedizione di Renzi e Alfano, Pd e Ap (più Casini e D’Alia, ormai ex Udc) puntano sul rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, candidatura civica e moderata scelta e voluta dal sindaco del capoluogo siculo, Leoluca Orlando. Ma pur avendo incassato il sì – ‘silenzioso’ – di Campo progressista (Pisapia non si è ancora esposto pubblicamente, ma i suoi dirigenti locali sono tutti per Micari), Mdp e SI hanno rotto le trattative e, entro il fine settimana, formalizzeranno la candidatura alternativa del vicepresidente della commissione Antimafia, Claudio Fava. Ieri, a complicare il quadro, ci si è messo il governatore uscente, Rosario Crocetta: vuole le primarie, chiede di “non umiliare il Pd” (diversi i malumori interni, in effetti, sul nome di Micari) e minaccia di candidarsi comunque con la sua lista Il Megafono, oltre che di far cadere la giunta regionale che presiede e a cui restano pochi mesi di vita visto che, appunto, il 5 novembre si vota.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 31 agosto 2017. 

Pisapia fa saltare il tavolo con Mdp: “Basta, mi avete rotto”. Insieme o divisi? La sinistra a sinistra del Pd già in pezzi

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Unità o rottura? “Insieme” o divisi? La sinistra a sinistra del Pd è a un passo dalla spaccatura. Sono le nove del mattino e il governatore della Toscana, Enrico Rossi (Mdp), è a Omnibus: “l’incontro tra Pisapia e Speranza non si farà”, sospira. Il leader di Campo progressista e il coordinatore di Mdp dovevano ricomporre i cocci. Ma dopo l’abbraccio, alla Festa dell’Unità di Milano, tra Pisapia e la Boschi e l’intervista in cui Pisapia riapre al dialogo con il Pd, Mdp ora vuole forzare la mano. Il partito di Bersani e Speranza (e, dietro, di D’Alema) vuole provare ad accelerare sul processo unitario: Carta dei valori, coordinamento provvisorio, assemblea fondativa, nome, simbolo e, ovvio, liste elettorali più un manifesto politico-programmatico che è tutto “un’agenda alternativa a Renzi”. Seguono varie critiche alla ‘comunicazione’ dell’ex sindaco: sul banco degli imputati c’è Gad Lerner. Un tavolo sui contenuti, diretto da Lerner, viene disertato da Mdp. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Pisapia sconvoca l’incontro, convoca i suoi e se ne torna a Milano. “Avete la testa rivolta all’indietro” dice il suo comunicato. “Guardare al futuro per noi significa partecipazione popolare al processo costituente” replica Speranza. Tradotto dal sinistrese vuol dire, appunto, tessere e voti per pesarsi.
Le parole che Pisapia pronuncia con i suoi prima di andarsene sono tranchant: “Basta, mi sono rotto, non ne posso più di loro. Non accetto di dover dimostrare ogni giorno il mio antirenzismo. Mi sono stancato dei veti di Mdp su di me”. I punti di disaccordo li mettono in fila fonti qualificate di Mdp: “Noi non vogliamo paletti a sinistra, per noi Sinistra italiana e i civici del Brancaccio devono entrare nel nuovo soggetto, e l’alternativa al Pd per noi è identitaria, ma soprattutto noi ci vogliamo contare, in modo democratico”. In sostanza, Mdp vuole una vera campagna di adesione. Insomma, il tesseramento. In più, parlamentarie con albo degli iscritti registrato. Si chiama ‘contarsi per contare’: sarebbero gli eletti dal basso o l’assemblea costituente del nuovo soggetto a decidere le candidature alle prossime elezioni. La critica di Mdp a Pisapia è sottile ma netta: “Vogliono mantenere la golden share su tutto il processo senza mai contarsi”.
La replica dei pisapiani milanesi altrettanto dura: “Noi vogliamo essere alternativi al Pd, ma non antagonisti, con l’ambizione di concorrere a vincere e governare il Paese, non di stare all’opposizione. E vogliamo ricostruire il centrosinistra, non fare l’unità delle sinistre”. Un altro sbotta: “Giuliano non ci sta a fare la bella figurina di Renzi né di D’Alema. Non si fa manovrare da nessuno”. E lui, a sera, dice: “Si va avanti con chi ci sta”. Si parla già di 20 deputati (sui 42 di Mdp) più i centristi di Tabacci e altri con lui.
Riassumendo: Pisapia e i suoi pretendono lo scioglimento di tutti i vari soggetti, non vogliono tessere, ma “diritti pari grado” tra le forze promotrici (solo così centristi, civici e ambientalisti avrebbero spazio), chiedono paletti rigidi a sinistra (sì a Civati, no a SI) e coltivano l’ambizione di un “Nuovo Ulivo” votabile da personalità come Prodi e Letta. Infine, pensano di sedersi al tavolo delle trattative per formare un nuovo governo se Renzi vincesse o pareggiasse le elezioni. Mdp vuole, in sostanza, l’esatto contrario. Trovare una quadra non pare facile: Bersani (che a sera parla di “frattura non insanabile”) ed Errani cercano una mediazione, Pisapia per ora nicchia e il suo amico centrista Tabacci confida: “Ormai è finita”. Renzi è soddisfatto se a sinistra si litiga, ma scettico su reali divisioni definitive e anche sulla possibilità che Pisapia rientri nell’orbita del Pd. Però il renziano Marcucci chiede di “spalancare le porte a Pisapia” e Lorenzo Guerini spiega a un amico: “Al Senato una mini-coalizione Pd-Pisapia è cosa fattibile”.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale