Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 
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Renzi-Biancaneve cambia strategia: niente nanetti. Nencini lancia l’idea di una lista con radicali, verdi e Pisapia

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo PORTICI – PIETRARSA dal nostro inviato

Renzi ‘Biancaneve’ ha cambiato strategia nei confronti dei piccoli ‘nanetti’ (Idv, Verdi, Psi, etc.) che dovrebbero accompagnare il Pd alle Politiche del 2018. Fino a ieri i vari ‘nanetti’ erano convinti che, grazie alla nuova legge elettorale, il Rosatellum, che incentiva a formare pseudo liste ‘civetta’ (ogni lista che prende tra l’1% e il 3% dei voti non conquista seggi ma li assicura alla coalizione), il Pd avrebbe scelto solo di ‘stimolare’ la presenza di tante piccole liste al suo fianco. E, appunto, di far fare loro la parte dei nanetti.

Ma se ancora non si sa come si muoveranno i centristi di Alfano (Ap) e altri pezzi di moderati (Dellai, etc.), il segretario del Psi, Riccardo Nencini, ha proposto ai big del Pd tutt’altra strada. Strada che, nel 2006, non portò fortuna all’unione di Radicali, socialisti e laici che diedero vita alla Rosa nel Pugno (2,6% e 18 parlamentari), nonostante il fatto che la Rosa nel Pugno si presentò non da sola ma in coalizione tra partiti.

Far nascere una Lista Civica Nazionale che punti a conquistare il 3% dei voti e, dunque, a ottenere seggi, ma in alleanza con il Pd. Una lista “laica, socialista, ambientalista, verde e radicale”, è dunque la ‘pazza idea’di Nencini che ieri ne ha parlato con Renzi e che oggi la lancerà ufficialmente dal palco dell’hotel Ergife di Roma dove sono dati appuntamento per un convegno sui massimi sistemi (“Stati Uniti d’Europa”) tutti i pezzi della galassia laica, verde, socialista e radicale. C’è già pure la benedizione di Emma Bonino, che potrebbe essere la vera ‘madrina’ dell’ambizioso esperimento. Cinque saranno i petali di questa nuova Lista Civica Nazionale. I Radicali italiani di Magi. I laici-liberali di della Vedova. I Verdi, ancora in vita, grazie alla tigna del coriaceo Angelo Bonelli. E, ovviamente, il Psi (il simbolo di ognuno dei due, Verdi e Psi, vale l’1% dei voti) ma anche l’Idv di Ignazio Messina.

Più, forse, se ci sta, Campo progressista di Pisapia. Lui, all’Ergife, parlerà domenica: dovrebbe dare la benedizione all’esperimento non tanto per lui, che non si candiderà, ma perché i suoi scalpitano. Come sbotta uno di loro, “ci siamo esposti per mesi, correndo dietro ai tentennamenti di Giuliano, ma se lui può tornare a fare l’avvocato ricco, noi viviamo dei seggi da deputato”.

NB: Questo articolo, pubblicato in forma succinta su Quotidiano Nazionale del 29 ottobre, viene pubblicato qui in forma estesa e originale per i lettori del mio blog.

Facce e storie dei nuovi #Razzi e #Scilipoti di #Verdini in appoggio a #Renzi. #Responsabili, ma con giudizio.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

“NON ho firmato nulla e non vado da nessuna parte. Io sono l’Idv. Il mio problema è che sto seduto, in Aula, in alto a destra, tra Ciro Falanga (detto «Falanghina», come il pregiato vino dell’avellinese, ndr.) Ruvolo, Scavone e Compagnone, siciliani. Tutti i giorni mi dicono ‘e vieni, vieni co’ noi e co’ Denis, che c’addivertiamo!’, e io zitto, muto, impenenetrabile». Michelino Davico (nato a Brà, alto Piemonte, viene dalla Lega, s’inventò il «Giro della Padania», poi divenne sottosegretario del governo Letta, non se ne accorse nessuno) risponde timido, circospetto, al telefono. «Io con Verdini? Non proprio, io sto con me», assicura e si auto-rassicura. Davico ha scelto il cuore e il cuore dice Idv, oggi di Messina Ignazio e non più di Di Pietro Tonino (ma questa, come si sa, è un’altra triste storia…). Altri, invece, racconta sapido il valdese Lucio Malan, vice-capogruppo di Forza Italia al Senato, «hanno scelto i culi dove restare seduti, come quando l’Ncd ruppe con noi, che non volevamo sostenere più il governo Letta, eravamo convinti che non ce l’avrebbero fatta, con i numeri, e io dissi al Cav: dovevamo guardare i loro culi, non le loro facce».

Ecco, le facce (non ‘i culi’, si capisce, per amor di Dio). I senatori verdianiani sicuri (dieci, forse undici, comunque bastanti a far gruppo) pesano come l’oro, per Renzi. Verdini lo sa e li rassicura e li rincuora: «Faremo il partito della Nazione con Renzi, liste nostre, ma colelgate al Pd, noi e lui». La minoranza dem già urla al «tradimento» della ragione sociale del Pd e prepara contromosse, battaglie, in Aula e fuori, Vietnam parlamentari da vietcong. Persino il capogruppo, Luigi Zanda, pare non sia troppo felice, dell’apporto dei verdiniani: “Ci creerà più problemi di quanti ce ne potrebbe risolvere”, avrebbe sospirato con i suoi. Il senatore lucano, e renziano, Salvatore Margiotta, invece, saggiamente spiega e precisa: «Matteo li usa come arma di dissuasione verso la minoranza cui dice: io voglio fare l’accordo con voi, ma se mi rompete troppo, sappiate che il ‘piano B’ ce l’ho: è Verdini. Non mi potete più ricattare». Poi, d’altra parte, i renziani di ogni ordine e grado sperguirano che loro, mai e poi mai, regaleranno ai verdiniani posti e prebende di sottogoverno. Si vedrà, ma torniamo alle facce, quelle dei verdiniani. Facce speciali.

Vincenzo D’Anna (nativo di S.Maria in Vico, amico fedele di Nicola Cosentino, detto Nick o’ americano, ora carcerato), noto per i suoi funambolici interventi in Aula (ai tempi della riforma del Senato tuonava contro Renzi che “pensa di trattare noi senatori come asini”, evidentemente ha cambiato idea), ha una faccia multipla, ma sempre incattivita, tosta. D’Anna e Paolo Naccarato (ex Pdl, ex Ncd, ora Gal, calabro-napaoletano, un signore d’altri tempi e, soprattutto, uno che i «Responsabili» pro-Renzi, che già oggi militano in GaL, e sono ben 15, di cui 12 pro-governo, li guida, ogni santo giorno, con pazienza e sagacia) se le danno di santa ragione a colpi di citazioni che solo loro capiscono, tirando in ballo Cossiga e Fanfani, storia della Dc, le maggioranze semplici, variabili, complesse.

CIRO Falanga di Torre Annunziata, capelli bianchi, ma sbarazzini, ed Eva Longo di Pellezzano (SA), capelli biondi e cotonati, non più giovani senatori di primo pelo, cercano, come Diogene, la luce della Verità nel buio della Politica: sono passati, in un amen, da FI al GaL, dal GaL ai Conservatori-Riformisti di Fitto e, da questi, ai Liberal-Popolari di Verdini. Un’orgia di sigle e, forse, di idee, un filo di Arianna che solo loro riconoscono.
Poi ci sono i tre siciliani verdiniani, ma verdiniani a modo loro. Antonio Scavone e Giuseppe Compagnone sono legati a Raffaele Lombardo (ex governatore siculo, ex fondatore dell’Mpa, ex molte altre cose etc.) e viaggiano sempre in coppia, mentre Giuseppe Ruvolo è cuffariano, nel senso di un altro ex ras siculo, Totò Cuffaro, oggi in galera, ma pentito e votato alla preghiera, e viaggia da solo. Sono verdiniani scettici: pronti a entrare nel gruppo solo se i loro referenti siciliani (Lombardo, a piede libero, beato lui, e Cuffaro, in galera, daranno il loro benestare) previe rassicurazioni di Renzi sulla Sicilia. Infine, meriterebbe un trattato a sé Lucio Barani: sindaco di Aulla, craxiano di ferro, socialista non pentito, gira ancora oggi con un garofano all’occhiello: sarà lui, l’indomabile Barani, il capogruppo dei verdiniani mentre D’Anna ne è già il portavoce e fustigatore.

MORALE: eccettuati i due ‘Riccardi’, il toscano Mazzoni e il bresciano Conti (visi normali di amici di Verdini, in affari con lui per varie ragioni, come lui indagati e rinviati a giudizio), il neo-gruppo dei verdiniani aiuterà l’austero palazzo Madama a rinverdire i lauti fasti di Scilipoti-Razzi e soci. E pensare che, alla fine, è invece rimasto dov’era, giurando eterna fedeltà al Cavaliere (“Silvio, lo sai, io mai potrei tradirti”, il gallo non ha ancora cantato), Mimì Auricchio, il cui curriculum lo segnala ai posteri come ex sindaco di Terzigno (NA). E così il prode Auricchio, un nasone che gli illumina il volto, non potrà urlare, a sua volta, «Vado verso la Vita!», come fece Gabriele D’Annunzio (in quel caso passando dai banchi dell’estrema sinistra a quelli dell’estrema destra). Episodio che, di certo, Auricchio ricorda.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 25 luglio 2015 a pagina 14 del Quotidiano Nazionale. 

#DopoleRegionali/3. Al Senato la maggioranza di governo e’ ballerina tra nuovi gruppi (i fittiani) che nascono e Popolari all’opposizione. Ma alcuni sono pronti a entrare nel Pd (e Dellai smentisce QN…)

Silvio Berlusconi al Senato

Silvio Berlusconi al Senato quando era ancora senatore della Repubblica tra Razzi e De Girolamo

La maggioranza di governo è appesa a soli nove voti di scarto al Senato e anche la Commissione Scuola di palazzo Madama, dove è sbarcato il ddl ‘buona scuola’, è finita pericolosamente in bilico: 13 voti per la maggioranza, ma che ha in pancia i dissidenti dem Tocci e Mineo, e 12 per le opposizioni. Insomma, il governo rischia grosso.

A tal punto il governo rischia che sono partite, anche se stavolta in casa GaL e non nel Pd, dove pure la cosa è accaduta, le sostituzioni dei ‘reprobi’. Nella fattispecie, verrà sostituito Tito Di Maggio, uno dei tre Popolari per l’Italia di Mario Mauro che già sostituiva, a sua volta, la sottosegretaria alla Scuola Angela D’Onghia. I Popolari – che stavano prima in Sc, poi con i Popolari di Dellai e ora in Gal – sono solo tre, ma il loro annuncio di nuova fiera, opposizione al governo (per Mauro “Renzi è il volto del nuovo fascismo”) ha fatto molto rumore.

Eppure, Mauro e Di Maggio votavano già contro il governo, la D’Onghia, invece non fosse perché al governo ci sta, a favore. Per non sbagliarsi, il capogruppo di GaL al Senato, Ciro Ferrara, ha annunciato che Di Maggio verrà sostituito, in commissione, a partire da martedì prossimo, con Michelino Davico. Il quale è un altro caso di trasformismo: ex leghista, ora si ‘riconosce’ nell’Idv.

Dalla Camera, invece, arrivano buone notizie, per la tenuta della maggioranza. I dodici Popolari-Centro democratico di Dellai e Tabacci, di cui fanno parte anche Mario Marazziti (Sant’Egidio) e il sottosegretario Olivero (ex Acli), entreranno presto nel Pd, il cui gruppo, già forte di 310 deputati, arriverà così a ben 322 deputati. NB. Lorenzo Dellai, capogruppo dei Popolari-Demos alla Camera dei Deputati, ha smentito, con una secca nota d’agenzia, che “il mio gruppo che mi onoro di presiedere non entrerà mai nel Pd, come ha scritto oggi, su QN, Enrico (sic…) Maria Colombo”. La mia replica: “Il tempo sarà galantuomo e, per ora, smentisco io Dellai: mi chiamo Ettore, e non Enrico”…

I problemi, però, per la tenuta della maggioranza, al Senato sono e al Senato restano. E le nascite di nuovi gruppi per ora non aiutano. Sono nati i gruppi dei fittiani: ben 12 al Senato ma solo 15 alla Camera, causa ‘scissione nella scissione’ di Saverio Romano, Galati e altri che vorrebbero creare un gruppo con i verdi siano di ‘Nuovi Responsabili’ pro-governo e non ‘anti’. Non abbastanza per arrivare a venti, quindi, i fittiani hanno pero’ in corso colloqui con i tre ex leghisti di Tosi e vari deputati ex-M5S: potrebbero farcela. Di certo, i neonati gruppi di Fitto sono anti-governo. E, soprattutto, ‘non’ ci sono, ancora, cioè ancora non sono nati, i nuovi gruppi dei verdiniani, anche se ieri Verdini si dice abbia visto il premier recandosi direttamente a palazzo Chigi.

Poi c’è Ncd: fa parte della maggioranza ma, dopo aver registrato imbarazzanti tonfi alle Regionali, perde pezzi ogni giorno che passa. Nunzia de Girolamo ha annunciato giusto ieri che fonderà ‘I Repubblicani’ e, di fatto, lavorerà insieme alla Lega di Salvini. Ncd-Ap (i parlamentari dell’Udc fanno storia a sé) è squassata anche da pesanti polemiche interne. All’ala ‘destra’ ci sono il coordinatore Gaetano Quagliariello e il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi: vogliono far pagare a Renzi il primo il mancato incarico nel governo e, il secondo, la sua recente defenestrazione. L’ala ‘sinistra’, cioè la sola Lorenzin, vuole invece entrare nel Pd. Infine, alcuni senatori dell’Ncd starebbero per tornare all’ovile, cioè in FI (46).

Il capogruppo dem, Luigi Zanda, tranquillizza tutti, da Renzi in giù (“Tanto rumore per nulla”) perché il Pd avrebbe vari assi nella manica: i verdiniani, che sarebbero almeno una dozzina, ma anche diversi ex grillini (dieci) ora nel Misto (30) e tutti i senatori a vita che stanno nel gruppone del Psi-Autonomie, forte di 19 senatori. A palazzo Chigi, però, non sono tranquilli. Ecco perché Renzi ha chiesto a veterani del Senato come Paolo Naccarato e allo stesso Verdini di “metterci la testa”, sul Senato, e di fornire relativo report.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina ? Del Quotidiano Nazionale il 5 giugno 2015

Elezioni presidenziali/11. Napolitano I o delle ‘piccole intese’ (2006)

Concludiamo il lungo excursus sulle elezioni degli 11 presidenti della Repubblica italiana con il resoconto della prima elezione di Napolitano (2006) cui seguirà una seconda  puntata con al centro la sua rielezione (2013). Ricordiamo che su questo blog come pure su quello di Quotidiano.net (sezione ‘I giardinetti di Montecitorio’) tutte le puntate delle 11 elezioni presidenziali, più’ numeri, statistiche e curiosità’ sul Colle, o temi trasversali come “Mai una donna sul Colle” e “Il paradiso dei franchi tiratori” sono facilmente reperibili.

Napolitano nel suo studio al Quirinale

Giorgio Napolitano nel suo studio al Quirinale

Napolitano si avvia alla fine della sua carriera politica. Corre l’anno 2005…

Il 23 settembre 2005 l’allora capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi nomina Giorgio Napolitano senatore a vita. Alla fine dell’estate appena conclusa, Napolitano aveva consegnato all’editore Laterza l’ultima bozza di una sua autobiografia, che dopo molti libri di interventi, saggi, discorsi, biografie, doveva essere quella ‘definitiva’ (Dal Pci al socialismo europeo, il titolo). Insomma, il Napolitano della fine del 2005 è un’uomo politico che sta prendendo congedo dalla politica attiva, quotidiana, persino da se stesso. L’ultimo incarico politico di rilievo è vecchio, ormai, di diversi anni: dal 1996, anno della vittoria elettorale dell’Ulivo e del I governo Prodi, e fino al 1998, Napolitano è ministro dell’Interno, la prima volta di un comunista al Quirinale, poi ricopre solo l’incarico di europarlamentare (1999-2004). Poi, appunto, più nulla, tranne riconoscimenti e solenni pubblici encomi. Gli ultimi anni della sua carriera politica sembra che l’ottantaduenne Napolitano li debba trascorrere da ‘semplice’ senatore a vita.

La striminzita vittoria dell’Unione alle Politiche (2006) apre la corsa per il Colle.

Dal 10 aprile del 2006, però, tutto cambia. La nuova e molto larga (si va da Mastella a Bertinotti…) dell’Ulivo alleanza di centrosinistra, l’Unione, di nuovo guidata da Prodi, vince per un soffio (24 mila voti) le elezioni politiche sulla Cdl. La rimonta del centrodestra guidato da Berlusconi, a dispetto di tutti i pronostici, e’ impressionante. Si grida subito ai ‘brogli’.
Come stabilito dall’articolo 85 della Costituzione, la prima convocazione dei Grandi Elettori per eleggere il nuovo presidente della Repubblica avrebbe dovuto tenersi il 18 aprile, trenta giorni prima della scadenza naturale del mandato di Carlo Azeglio Ciampi. Ma la data delle elezioni politiche che hanno aperto la XV Legislatura ha comportato lo slittamento dei tempi. Il 28 aprile si insediano le nuove Camere: entro 15 giorni devono riunirsi per eleggere il nuovo Presidente. I giochi sono aperti.
La ‘gioiosa’ macchina da guerra, pero’, pur traballante e dai piedi malfermi, pretende tutto, a livello di rinnovo degli incarichi istituzionali: la presidenza della Camera, che va a Fausto Bertinotti (Prc), la presidenza del Senato, appannaggio di Franco Marini (ex leader del Ppi e cattolico) e Prodi, ovviamente, a palazzo Chigi. I sottili strateghi dei Ds sono rimasti a bocca asciutta: D’Alema ha perso la gara per palazzo Montecitorio, l’ex premier e socialista di lungo corso Giuliano Amato è in gara per il Quirinale ma parte senza grandi chanches (“Non è uno di noi”, tagliano corto nei DS). Ciampi, del resto, è indisponibile a una rielezione. A Prodi che lo sonda e poi in pubblico, il 3 maggio, dira’ una frase rimasta famosa: “Non sono disponibile a una rielezione sia per la mia età (86 anni, ndr.) sia perché il rinnovo di un mandato settennale mal si confà con le caratteristiche proprie della forma repubblica del nuovo Stato”. Parole che lo stesso Napolitano ricorderà sette anni dopo, di fronte alle pressioni per una sua rielezione per motivare il suo rifiuto e prima, invece, di cedere e farsi riconfermare causa l’insistenza dei partiti e del Parlamento.

I Ds con Fassino puntano tutto su D’Alema. I consiglieri del Cav sono entusiasti.

Certo è che il nome su cui i Ds e non solo loro puntano tutto per le elezioni del nuovo Capo dello Stato che si aprono l’8 maggio 2006 è uno solo: quello di D’Alema. I suoi nemici interni, sparsi nel centrosinistra, sono tanti (Prodi, Rutelli, Veltroni…) ma il ‘leader maximo’ e’ convinto di poter contare sul ‘soccorso azzurro’. Nonostante le perplessità di Fini e l’ostilità di Casini, in effetti Berlusconi, dopo anni di ‘gelo’ con D’Alema, causati dal fallimento della Bicamerale (1998) e dei suoi strascichi polemici, è molto tentato dall’ipotesi D’Alema (“D’Alema è il più bravo di tutti i comunisti, Napolitano non esiste, e comunque tra un comunista e l’altro mi fiderei di più di D’Alema”….) e manda in avanscoperta i suoi. E così mentre dalla ‘velina rossa’ a senatori di provata fede dalemiana (Latorre) Berlusconi viene blandito con la promessa di una nomina a senatore a vita, Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, ne tesse un pubblico elogio in tv (“Da uomo della strada dico sì a D’Alema al Colle, è un uomo con la testa”) e Marcello Dell’Utri ne celebra il ‘coraggio’ sulle pagine del Corsera. Infine, il Foglio di Ferrara spinge e tifa tutti i giorni per portare D’Alema al Colle. E proprio Giuliano Ferrara, sempre il 5 maggio, va a trovare Fassino, allora leader dei Ds, per fargli un’intervista che esce il giorno dopo sul Foglio. Nero su bianco, Fassino annuncia che “la guerra è finita e la candidatura di D’Alema al Quirinale deve essere il primo atto di una pace da costruire”. Segue dettagliato programma su cui costruire l’intesa necessaria tra Ds e FI. Un programma articolato in quattro punti che fanno subito gridare a un inciucio quasi più pericoloso di quello della Bicamerale: 1) se il governo Prodi va in crisi, si torna subito al voto (Berlusconi contestava apertamente la regolarità delle elezioni di aprile e parlava di ‘golpe’); 2) il nuovo presidente, da capo del Csm, eviterà ogni “possibile cortocircuito tra giustizia e politica”; 3) sulle grandi scelte di politica estera, il Quirinale cercherà “la massima intesa possibile”; 4) il capo dello Stato farà la sua parte affinché si riapra il confronto tra le forze politiche che consenta di “portare a compimento una transizione istituzionale da troppi anni incompiuta” (da lì a poco si sarebbe tenuto il referendum popolare sulla riforma costituzionale ‘federalista’ varata a maggioranza dal centrodestra nel 2005). Insomma, le pressioni su un Berlusconi già bendisposto di suo, verso D’Alema, sono fortissime e vengono proprio dalla cerchia più stretta dei suoi consiglieri: Gianni Letta, Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri, Giuliano Ferrara.

Fini e Casini da un lato, Rutelli dall’altro si mettono di traverso alla candidatura D’Alema.

A mettersi di traverso, però, sono tutti gli altri attori della scena politica: Fini (AN) e Casini (Udc) dentro la Cdl, Rutelli, soprattutto, e tutta la Margherita nell’Unione. il nome di D’Alema spacca le coalizioni in mondo trasversale. Seguono giorni di trattative tese e nervose tra i partiti e nelle coalizioni. Gli altri ‘quirinabili’ sono, d’altronde, tutti nomi deboli: il ‘gran cerimoniere’ berlusconiano Gianni Letta, il socialista Giuliano Amato, i candidati di ‘bandiera’ del centrodestra Marcello Pera e Pierferdinando Casini, l’ex premier Lamberto Dini e il commissario europeo Mario Monti. In caso la scelta dovesse ricadere su un Presidente donna (sarebbe la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana), circolano i nomi di Emma Bonino, sostenuta dai Radicali come nel 1999″ Tina Anselmi, Franca Rame, Anna Finocchiaro. Il 7 maggio, dopo un aspro confronto interno, il centrodestra rende nota la sua ‘rosa’ ufficiale di candidati per il Colle: sono Amato, Marini, Monti, Dini (con una forte preferenza per il primo). Il nome di D’Alema non c’è, Napolitano neppure. Eppure, proprio il nome di Napolitano, che si è tenuto ben distante dalla ridda di nomi e indiscrezioni, diventa subito il più forte, specie a sinistra. Anzi, diventa l’unico candidato che, per i Ds, ormai convinti che il nome del nuovo inquilino del Colle spetti farlo solo a loro, può davvero farcela: bisogna vedere solo se con i soli voti dell’Unione, e quindi dalla quarta votazione in poi, o già dalla prima, come accaduto con Ciampi, se la Cdl accettasse di votarlo dopo una trattativa.

Napolitano accetta, ma dice: “mi dovete sostenere fino in fondo”.

Fassino, che ha fatto una conversione ad ‘u’ di strategia in pochi giorni, passando da D’Alema a Napolitano, gli telefona e gli chiede la sua disponibilità a nome di tutto il centrosinistra. Il 7 maggio Fassino va a trovare Napolitano nella sua casa privata a Monti, ma il futuro capo dello Stato, lungimirante, nell’accettare la candidatura, pone una sola condizione (profetica, se vista in controluce rispetto alle candidature di Marini e Prodi bruciate nel 2013): “Se il vostro candidato sono io, dovrò esserlo fino in fondo. Continuerete a votarmi fin quando non sarò eletto, fosse anche dopo venti o trenta votazioni”. Fassino annuisce. E D’Alema? Se la prende con Berlusconi, più che con i suoi: “Era molto difficile una convergenza sul mio nome, occorreva molto coraggio – spiega ai microfoni di Sky – ma purtroppo devo constatare che il coraggio politico, nei momenti in cui occorre, a Berlusconi manca”. Poi fa sapere a Napolitano: “la candidatura più giusta e opportuna è ormai solo la tua”. E, all’esterno, l’ex premier e leader DS celia con la consueta perfidia: “Napolitano e’ entrato in conclave cardinale e credo che ne uscira’ papa”.

Berlusconi nega il consenso a Napolitano: “l’unico comunista votabile e’ D’Alema”. 

Berlusconi, invece, non si adegua. Casini insiste, Fini apre su Napolitano, ma il leader del centrodestra recalcitra. Bossi non ne vuole sentir parlare, di Napolitano, criticato e bollato di essere un ‘comunista’ da Gasparri, Sacconi e molti altri. Berlusconi spiega così ai suoi il suo ragionamento: “votare un comunista per me è quasi impossibile, se proprio devo farlo preferisco l’altro (D’Alema, ndr.) che almeno un progetto politico ce l’ha”. Napolitano capisce che dal centrodestra (Udc esclusa, che vorrebbe appoggiarlo anche se poi si tratterà di un voto singolo, quello di Follini) non arriveranno aiuti e chiede di essere proposto formalmente solo dal quarto scrutinio quando basta la maggioranza assoluta per farsi eleggere. Anche in questo caso, il centrosinistra accetta. Insomma, è Napolitano il vero regista della sua stessa elezione. Ne ha viste tante, conosce i tranelli.

La farsa dei primi tre scrutini: Unione e Cdl votano scheda bianca.

Il primo scrutinio si svolge l’8 maggio 2006. La Cdl vota il suo candidato di bandiera, Gianni Letta (396 voti), e l’Idv il suo (Franca Rame), l’Unione scheda bianca. Il secondo scrutinio si tiene la mattina del 9 maggio. Con il centrodestra passato a votare scheda bianca come il centrosinistra, il paradosso e’ che il nome che ottiene più voti di tutti (la miseria di 38) e’ il candidato di bandiera della Lega Bossi mentre il nome gia’ prescelto, quello di Napolitano, rimane coperto e incassa solo 15 preferenze davanti a una marea di schede bianche che arrivano a quota 724.
Nel pomeriggio del 9 maggio il ‘giochetto’ si ripete con il terzo scrutinio, solo che le schede bianche aumentano a 770 e il primo dei piu’ votati diventa il nome bruciato nelle trattative di pochi giorni prima, Massimo D’Alema, che ottiene solo 31 voti. Una beffa, per lui. Nell’occasione, la votazione diviene grottesca perché, in mezzo al mare di schede bianche, spuntano i nomi improbabili di Oriana Fallaci, Linda Giuva (moglie di D’Alema), Giovanni Consorte, Vasco Rossi e, persino, di Luciano Moggi.

Napolitano passa con i soli voti dell’Unione, gli azzurri corrono al seggio “come bersaglieri”.

Il 10 maggio è il giorno fatidico del quarto scrutinio, dove è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti. La sensazione diffusa è che sia quello buono per la fumata bianca. E, infatti, fin dalle prime luci dell’alba, una folla di giornalisti e telecamere si riversa in vicolo dei Serpenti, residenza romana dei coniugi Napolitano, per formare poi una sorta di ‘corteo reale’ non appena il Presidente designato si recherà alla Camera per la votazione. Gli chiedono se sarà un inquilino del Quirinale superpartes, e lui risponde con un telegrafico “Si’, altrimenti non avrei accettato”. Alle 12 e 53 il nome di Giorgio Napolitano supera il quorum di 505 voti necessario per essere eletti. L’onore e l’onere dell’elezione di Napolitano spetta solo all’Unione. Per una volta, non si registrano pulsione suicide, dentro il centrosinistra.
Scatta il classico lungo applauso dai banchi del centrosinistra cui si aggrega l’Udc, ma da sola. Berlusconi aveva appena raccomandato ai suoi di restare immobili: “Mi raccomando, composti. Come se foste a un funerale”.
Alla fine saranno 543 i voti per lui contro ben 347 schede bianche, tutte targate Casa delle Libertà. Berlusconi, pero’, non si fida molto dei suoi. Ecco perche’ la Cdl costringe i suoi rappresentanti ad attraversare il ‘catafalco’ (la cabina elettorale in uso dal 1992 e chiusa da paraventi e tendaggi ermetici) quasi correndo, ‘a passo di carica’ scrivono i cronisti, per dimostrare plasticamente di aver votato davvero scheda bianca e non Napolitano, nel segreto dell’urna. Romano Prodi, presto di nuovo premier, si gode la scena e ironizza: “Correvano come bersaglieri”. L’unica eccezione di rango è rappresentata dall’ex segretario dell’Udc Marco Follini che si ribella al diktat di coalizione votando per Napolitano. Anche la Lega Nord disubbidisce ma a modo suo, continuando a votare per il leader Bossi.

Modalita’ di elezione di Napilitano (10 maggio 2006, IV scrutinio, 543 voti).

Poco dopo arriva l’esito finale dello scrutinio. Su 990 votanti e 1009 Grandi elettori, Napolitano ottiene 543 voti (sui 541 votanti potenziali dell’Unione: una adesione ‘bulgara’), la Casa delle Libertà mette nell’urna 347 schede bianche la Lega consegna le sue 42 preferenze al candidato di bandiera Umberto Bossi e anche l’Idv ha la sua (Franca Rame), che ne ottiene 24.

I giudizi di Berlusconi e i governi di Napolitano.

Silvio Berlusconi, che ha voluto polemicamente rendere palese il suo ‘voto in bianco’, se la prende con«questa finta maggioranza (quella dell’Unione, ndr.)” che “con soli 20 mila voti di scarto ha occupato in un mese la presidenza delle Camere, il Governo ed il Quirinale. Oggi registriamo il fatto che se lo avessimo fatto noi avrebbero gridato al colpo di Stato». eppure, Dal centrodestra arrivano segnali ed esplicite dichiarazioni di apprezzamento per Napolitano: si va da Ignazio La Russa (AN) al leader dell’Udc Casini, convinto che l’elezione di Napolitano “è la prova che anche un cattivo metodo può dare un buon Presidente”. Il Corriere della Sera scrive che “la divisione degli schieramenti sul suo nome sia molto più formale che sostanziale”. Specchio dei sentimenti di Berlusconi è però la prima pagina de Il Giornale dell’11 maggio che apre con un titolo a caratteri cubitali: ‘Sul colle sventola bandiera rossa’. La giornata del 10 maggio si chiude alle 20 e 09 quando Napolitano sale subito al Colle per rendere omaggio al suo predecessore. Ciampi, il cui mandato sarebbe scaduto il 18 maggio, che si è dimesso con tre giorni di anticipo, il 15 maggio. Il nuovo Presidente presta giuramento lo stesso giorno alle ore 17.00 e avvia immediatamente le consultazioni con i gruppi parlamentari che porteranno a Romano Prodi l’incarico di formare il nuovo Governo. Inizia la travagliata stagione dell’Unione (2006-2008), una legislatura brevissima e tormentata, poi le nuove elezioni, il IV governo Berlusconi (2008-2011), la sua caduta, il governo tecnico Monti (2011-2013), pensato, voluto e guidato dall’attenta regia di Napolitano, le nuove elezioni politiche (2013) e la rielezione, per la ima volta nella storia repubblicana, dello stesso inquilino del Quirinale.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulla sezione blogger ‘I giardinetti di Montecitorio’ del sito di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

I partiti mettono a dieta pure le Feste. Il premier diserta il Meeting. La politica e’ al verde: eventi in tono minore

Il mio articolo uscito oggi.

Il mio articolo uscito oggi.

Tempo (pazzo) di fine agosto, tempo di crisi anche per le feste di partito. I partiti tradizionali hanno deciso di ‘tirare la cinghia’, Pd in testa, mentre i partiti ‘nuovi’ come l’M5S il problema neppure ce l’hanno, anche se, in autunno (‘caldo’?), Grillo terrà una comizio-show il 12 ottobre, a Roma.
In realtà, pur non essendo una festa ‘di partito’, ma, come si sa e ci tengono a sottolineare, ogni volta, gli organizzatori, una festa dello spirito religioso, la ‘stagione’ delle feste di partito riparte, da sempre, con il Meeting di Cl, che si tiene, come ogni anno, a Rimini, dal 24 al 30 agosto. Lontani, però, i fasti di un tempo. I ‘ragazzi’ di Cl che ancora si ricordano le (tante) volte che venne Andreotti e quell’unica volta in cui arrivò persino Napolitano, quest’anno si dovranno accontentare dei ‘soliti’ politici vicini al movimento e di qualche ministro, sì, ma tutti di area NCD: Lorenzin, Alfano e, ovvio, Lupi, ciellino di ferro come l’ex ministro Mario Mauro. Del resto, NCD non ha, per ora, ‘feste’ in vista, e Rimini casca a fagiolo.

i simboli dei principali partiti politici presenti alle elezioni europee del 2014

i simboli dei principali partiti politici presenti alle elezioni europee del 2014

E il Pd? Nisba. Tranne il ministro del Lavoro Poletti, i democrat ‘snobbano’ la festa di Cl. A partire dal premier Renzi che aveva fatto sapere di “precedenti impegni” scatenando pure la polemica inter-ciellina tra Lupi e Vittadini, filo Renzi. Morale: per vedere la politica ‘d’estate’ battere un colpo, bisogna attendere una ‘classicissima’, la Festa dell’Unità del Pd. Si chiama ancora così pur avendo il giornale cui era storicamente intitolata, chiuso, forse per sempre. Certo è che, come ha detto lo stesso Renzi, il brand ‘Festa dell’Unità’ tira ancora e lo si vedrà a Bologna (parco Nord) dal 27 agosto al 7 settembre. Quella Bologna ‘la rossa’ (una volta) che battezzò la prima Festa dell’Unità nel 1951 e cambiò nome, nella più mesta ‘Festa democratica’, dal 2007. Tra salamelle e birre, caldo e zanzare, il programma politico è fitto e ricco, ma senza fronzoli. Lino Paganelli, il renziano che coordina le Feste già da quando segretario era Bersani, ha dovuto stringere i cordoni della borsa.
Il premier dovrebbe chiudere la Festa il 6 o il 7 settembre con il più classico dei ‘comizi’ all’aperto, tutt’Italia è disseminata di feste del Pd: sul sito Pd network è facile trovare ‘virtualmente’ quella più vicina cui andare.

Tavoli pronti per cenare.

Tavoli pronti per cenare.

E se il Psi di Riccardo Nencini organizza ‘la Festa dei Riformisti’, fitta tre giorni, dall’11 al 14 settembre a Marina di Carrara e con ospiti di prestigio, resiste anche la festa dell’Udc a Chianciano Terme, dal 12 al 14 settembre. La Lega Nord è già partita, il 21 agosto, con la tradizionale ‘BerghemFest’ ad Alzano Lombardo, che segna anche 25 anni di feste del suo Carroccio, mentre SeL di Nichi Vendola ha già ‘festeggiato’ tra fine luglio e agosto.
Missing in action partiti che, appena nati, paiono già morti, come Scelta civica, e pure partiti ‘storici’ come l’Idv di Di Pietro e l’Udeur di Mastella. Uno che, quando teneva la ‘sua’ festa a Telese, di certo non badava a spese.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 23 agosto 2014 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)