“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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La manovra affossa lo ius soli. Il Pd si arrende: “Rischiamo troppo”

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo  – ROMA
“Non abbiamo i numeri per farlo passare al Senato e ci fa perdere circa due punti percentuali al mese, nei sondaggi”. Muore così, nei ragionamenti che si fanno al Nazareno, una legge che il Pd ha tenuto, per anni, come una bandiera: lo ius soli. Approvato dalla Camera nell’ormai lontano ottobre 2015 la legge che vuole dare la cittadinanza ai figli degli immigrati italiani residenti nel nostro Paese si è arenata al Senato. Forse per sempre, di certo in questa legislatura. Ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama ha certificato il rinvio sine die del ddl. E’ stata la stessa maggioranza, e dunque il Pd, a non riproporre la richiesta di calendarizzazione del provvedimento. Il capogruppo dem, Luigi Zanda, che pure ha cercato in tutti i modi di trovare la quadra in questi mesi, ha dovuto gettare la spugna: “Non ci sono i numeri”. E a poco serve l’auspicio di poter modificare la situazione “con il lavoro politico” o il ribadire che “per il Pd la legge è una priorità”. Anche le parole del ministro Finocchiaro suonano vane: “L’attenzione del governo resta massima e lavoreremo per calendarizzarlo alla prima occasione utile, ma si devono creare le condizioni politiche per la sua approvazione”. Il governo, Gentiloni in testa, ha in realtà altre priorità: si chiamano, nell’ordine, Nota di aggiornamento al Def, sulla quale servono, al Senato, 161 voti, e che va approvata entro settembre, e legge di Bilancio, su cui basta la maggioranza semplice, ma che occuperà i lavori delle Camere per l’intero autunno. Il premier deve, da un lato, assicurarsi i voti di Ap, da tempo scettica sul provvedimento, specie al Senato, e che non vuole che venga messa sopra la fiducia, e quelli delle Autonomie-Svp, che pure non amano la legge; dall’altro dovrà intavolare un lungo braccio di ferro con i senatori di Mdp per ottenere il loro via libera alla manovra. “Non indispettire Alfano e non creare tensioni con Bersani” è il mantra di palazzo Chigi, dove ci si limita al rimpallo: “Se ci saranno le condizioni politiche faremo lo ius soli”. Ma – è il sottinteso –senza mettere la fiducia neanche se, dopo l’esame della legge di Stabilità, si potrebbe riaprire l’ultima finestra temporale utile per approvare la legge, il che però vuol dire farlo con le vacanze di Natale alle porte.
 
Poi c’è il Pd. Renzi, che già a inizio agosto si era detto “molto scettico sulle possibilità di approvare lo ius soli”, l’altro giorno si è limitato a dire che “noi abbiamo lanciato il cuore oltre l’ostacolo sui diritti, e non solo dei migranti, ma sulla fiducia decide Gentiloni”. Insomma, come il Pd non porrà ultimatum e aut aut al governo sulla Finanziaria così farà sullo ius soli e su altre leggi (vedi il caso vitalizi) perché “la stabilità dell’esecutivo viene prima di tutto”. Naturalmente, le opposizioni esultano, Lega in testa (e proprio per superare i suoi 50 mila emendamenti la fiducia sarebbe obbligati), ma anche Fi e M5S, contrari dall’inizio. Dall’altro lato, Mdp e Sinistra italiana che hanno offerto i loro voti per una “fiducia di scopo” (non sarebbero bastati), ora attaccano duri sostenendo che “il Pd affossa la norma”. Ap parla, invece, di “realismo e pragmatismo che vincono”: del resto, se mai arriverà in Aula, sono pronti a cambiare lo Ius soli per rimandarlo alla Camera e farlo morire lo stesso. 
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 settembre 2017 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale

In onore di Carlotta e Horace che oggi hanno salvato dei profughi a Kos. E contro gli indifferenti e i razzisti di tutto il Mondo

Le amate figlie del Bruno Carlotta e Zita Dazzi.

 Carlotta e Zita Dazzi

“Ama il tuo prossimo.

No, non questo, il prossimo!”  

(Alexander Dumas)

“Io odio gli indifferenti”

(Antonio Gramsci)

Ciao Carlotta, Ciao Horace, buon mare. Ettore

Carlotta Dazzi aiuta dei profughi nell'isola di Kos

Carlotta Dazzi aiuta dei profughi nell’isola di Kos

IN UN ISOLOTTO NEI PRESSI DI KOS

 Grecia, migranti soccorsi da una barca di turisti italiani

«Urla di bambini nella notte». E la vacanza diventa un’operazione di soccorso Il racconto di Carlotta Dazzi: «Abbiamo aiutato 45 migranti, undici erano bimbi piccoli»

http://www.corriere.it/cronache/15_agosto_10/grecia-migranti-soccorsi-una-barca-turisti-italiani-a76be34e-3f71-11e5-9e04-ae44b08d59fb.shtml

Il medaglione della luna, il silenzio del mare e il lento cullare di onde tranquille. Sono le quattro. A bordo di un 12 metri cabinato la famiglia di Carlotta Dazzi, marito e due biondi marinaretti di 9 e 11 anni, riposa dopo una giornata di vela. Alla fonda nella rada di Ormos Vathi, a sud di Pserimos (isoletta a uno sputo da Kos, arcipelago del Dodecaneso, Egeo orientale) ci sono una decina di barche di varie nazionalità, gente in vacanza che a quell’ora dorme. «Sono state le urla dei bambini a svegliarci», racconta Carlotta Dazzi, giornalista ed istruttrice di vela. «Subito sono schizzata in pozzetto perché ho capito cosa stava succedendo. Non si vedeva un cavolo, buio pesto. Solo lamenti infantili, che sentivamo a poche decine di metri da noi, vicino agli scogli». Carlotta è scesa in mare, su un gommoncino a remi: «Ci siamo avvicinati per farli arrivare in spiaggia in modo sicuro, altrimenti avrebbero dovuto arrampicarsi sulla scogliera, sarebbe stato molto pericoloso, soprattutto perché c’erano tanti bambini». Ad uno, ad uno, tutti o quasi i migranti sono stati accompagnati nella vicina spiaggetta. «Erano circa 45 siriani, tra cui 11 bambini di cui la maggior parte molto piccoli. Un sei o sette giovani madri, un anziano signore con stampelle e un femore malconcio, sua moglie e tanti ragazzi, molti minorenni sicuramente».

Girare la testa dall’altra parte

In questi giorni di emergenza, con l’arrivo di migliaia di profughi ogni mattina sulle spiagge della Grecia, non è raro assistere allo spettacolo straniante di bagnanti stesi al sole mentre in spiaggia sbarcano falangi di disperati. «Nella stessa giornata di sabato – conclude Carlotta – oltre ai siriani che ho aiutato in prima persona, sono sbarcati almeno altri trenta migranti, forse imbarcati su altri gommoni. Alcuni avevano camminato 10 ore sui monti dell’isola prima di riuscire ad orientarsi. Mi hanno raccontato di essere partiti da Bodrum, sulla costa turca, a 23 chilometri di distanza. E per questo breve viaggio hanno pagato alla mafia turca 1300 dollari a testa. Quanto si spende per un’intera vacanza in Grecia».

#VersoleRegionali/5. Renzi in Campania si schiera apertamente per De Luca che lo porta in giro per Salerno, ma i problemi del Pd campano restano tutti

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull'art. 18

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull’art. 18

Uno: “Sulla legalità, il nostro governo non prende lezioni da nes-su-no!”. Corollario: “Non basta un bell’articolo di giornale (qui ce l’ha con Roberto Saviano, ndr.) per combattere la camorra! La
camorra si combatte corpo a corpo, portando lavoro e legalità!”. Due: “Siamo l’unico partito che fa le primarie e ha la democrazia interna. Non vedo l’ora che anche l’altra parte (il centrodestra, ndr.) faccia
le primarie”, quelle che, appunto, hanno decretato la vittoria dell’attuale, e molto discusso, candidato del Pd, De Luca. Con tanto di corollario velenoso contro Letta (Enrico) che “alle primarie in cui sfidavo Bersani gli ha portato i voti di De Luca!”. E’ la frase tre, però, quella che conta: “Se nei prossimi cinque anni la Campania sarà amministrata come Salerno, il Pil del Paese crescerà dell’1% e con la Campania crescerà l’Italia. Il nostro impegno e del Pd perché vinca De Luca è totale: Forza Enzo!”.

Ecco, è quando il premier, Matteo Renzi, parlando nella città del sindaco ‘sceriffo’, Vincenzo De Luca, nella sua amata Salerno (città che lo ricambia con grande affetto), all’hotel Mediterraneo, pronunzia queste parole – in maniche di camicia e senza cravatta (format ormai standard, per Renzi, in questa
campagna elettorale) – che la sala esplode di gioia. E’anche il momento in cui De Luca, candidato governatore di un Pd diviso in mille pezzi, senza SeL, che candida l’ex operaio e dirigente comunista
Salvatore Vozza, e senza molto altro, a partire da pezzi di Pd che gli remano contro, ma con un sacco di ‘aiutini’ forniti dalle ormai famose liste ‘sporche’ o zeppe, che dir si voglia, di ‘impresentabili’, si lascia andare – lui sempre così composto, quasi identico, ormai, alla sublime imitazione che ne fa Maurizio Crozza – a un largo, grande, sorriso. Del resto, tutto si può dire che il premier, quando sente “l’odore del sangue”, non si getti di peso nella lotta. Il guaio è che stavolta, non doveva farlo per “l’amica Ale” (Moretti) candidata in Veneto né per la “Raffaella” (Paita), candidata del Pd in Liguria (l’unica regione dove Renzi teme di finire sconfitto), ma per lui, De Luca.

La visita a Salerno scorre veloce e frenetica, come è abitudine del premier. Solo che, tra una contestazione (degli insegnanti precari, dei Cobas scuola, dei centri sociali, etc.) e una polemica (grillini, SeL e FI attaccano a testa bassa contro ‘l’immondo connubio’ Renzi-De Luca) e un incontro con gli operai della Whirpool-Indesit (800 esuberi e tanta disperazione), De Luca ha organizzato, per il premier, una specie di visita alla ‘città del sole’ di campanelliana memoria: la sua.

Si comincia con l’aeroporto di Pontecagnano (sì, Salerno ce l’ha…), si passa alla ‘cittadella’ giudiziaria, fiore all’occhiello di De Luca, come pure per l’impianto di compostaggio (Salerno è città leader per la raccolta differenziata), poi, appunto, comizio al Grand Hotel dove al fianco di De Luca e Renzi c’è solo la segretaria campana, Assunta Tartaglione, che quasi implora il Pd di “restare unito”.

Infatti, i maggiori guai di Renzi, in Campania, sono due: il suo Pd, terremotato da anni, se non decenni, di faide e rivalità interne (Bassolino sta in un angolo, muto, Cozzolino appoggia ‘Enzo’, pur avendo perso primarie assai contestate, metà Pd rema contro De Luca: dai lettiani ai bersaniani fino ai popolari) e Napoli, dove Renzi non si fa vedere e dove non andrà. Solo che le elezioni, in Campania, si vincono a Napoli e dintorni, dove il premier preferisce non farsi vedere affatto, mica a Salerno, “Città del Sole”.

NB . Questo articolo è stato pubblicato il 23 maggio 2015 sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Il Pantheon inesistente di Salvini. Don Milani, Fallaci, don Sturzo, i turchi. Travisamenti, citazioni sbagliate, libri non letti, autori non capiti

Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a piazza del Popolo

Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a Roma, in piazza del Popolo.

Meglio dirlo subito. Il problema della manifestazione organizzata sabato scorso a Roma, in piazza del Popolo, dalla nuova Lega Nord guidata da Matteo Salvini e dai suoi alleati minori non sono i numeri. Non importa che non ci fossero, ovviamente, le centomila persone di cui si sono vantati gli organizzatori. E neppure i 20 mila stimati da forze dell’ordine e giornalisti presenti. Piazza del Popolo non veniva riempita da bandiere leghiste dal lontano 1999, è stata una piazza a lungo prediletta dall’Msi di Almirante come da FI di Berlusconi, ma tutti gli ultimi comizi che si ricordino della sinistra che fu ‘radicale’ si rivelarono, negli anni Duemila, un sonoro flop. Eppoi, la vera ‘piazza’ di Salvini sono le tv e i talk-show che, un po’ compiacenti, un po’ sudditi e un po’ interessati all’audence, invitano Salvini nei loro studi da ora di colazione a quella di cena. E Salvini sa bene che, oggi, solo così si parla al vero, unico, grande pubblico, quello che sta ‘a casa’ e che, però, prima o poi vota.

La piazza di Salvini e l’abbraccio tra i post-padani e i neofascisti 

Né si può dire che sia andato male o non sia riuscito, almeno visto dalla piazza, l’incontro e la contaminazione tra i militanti leghisti ‘padani’ e, un tempo, indipendentisti (peraltro ormai anche un po’ anzianotti, a livello anagrafico, invecchiati male, come il loro ex leader, Umberto Bossi) e i giovani e garruli neofascisti di Casa Pound, di Fratelli d’Italia e delle altre piccole etichette della destra sociale, fascista e postfascista. Baci, abbracci, pacche sulle spalle e saluti. ‘Romani’, in alcuni casi, di pura simpatia in altri. Inoltre, anche il tentativo di Salvini di sfondare al Sud, con le liste ‘Noi con Salvini’, procede discretamente bene: molti gli striscioni di pattuglie di militanti e aderenti entusiasti provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna, dalla Calabria e dalla Puglia fino al Molise. Tra un’imbarcata di riciclati ex diccì, ex movimenti autonomisti, ex grillini, ex azzurri e l’altra, i leghisti meridionali (fino a ieri, in pratica, un ossimoro della politica) quasi quasi fanno tenerezza.

Un blocco sociale e, forse, un blocco politico

Infine, poche storie anche sul tema che scuote, forse a pari grado, le coscienze di quel che resta della borghesia ‘democratica’ come dei centri sociali e dell’ultrasinistra: sciovinismo, razzismo, xenofobia, anti-islamismo feroce, nazionalismo (una novità, certo, in quanto a ideologia, per un leghista), sovversismo delle plebi arrabbiate contrapposto alle ‘plutocratiche’ classi dirigenti, non sono certo una novità nella storia patria, da Mussolini in poi. Si tratta solo di capire se restano a livello di parole inconcludenti (così fu a lungo per l’Msi, ma non certo per i neofascisti anni ’70 che mitra e bombe li usarono eccome, in nome del ‘polo escluso’) o se possono tradursi in atti e azioni politiche fino a diventare partito e/o coalizione che aspira davvero a governare il Paese, magari con qualche chances e aggregando via via altri pezzi (questo fu, in sostanza, il percorso seguito da Mussolini che domò e istituzionalizzò il fascismo delle origini, occupando lo Stato).

Quello che non funziona è il Pantheon

E allora, cos’è che non va? A livello di presa di posizione ‘partigiana’, e cioè ‘di parte’, si potrebbe dire cosa ‘mi fa paura’. Mi fa paura, infatti, il tentativo di Salvini di formare un ‘blocco sociale’ presupposto di un ‘blocco politico’ che, grazie a lui, a una Lega ‘debossizzata’ e ‘nazionalizzata’, all’apporto degli ex An, della nuova destra ripulita di Fratelli d’Italia, della destra neofascista sempieterna di Casa Pound, della sua propaggine politica placebo (il movimento ‘Sovranità’), vari piccoli movimenti e ‘sentiment’ No-Euro e anti-Ue che agitano strati intellettuali (economisti) e pezzi di società (agricoltori, pescatori, esodati, etc) si pone come unica, vera, reale alternativa al governo Renzi e al Pd, scalzando di fatto e relegando ai margini, se non svuotando, la ex opposizione di un centrodestra moderato e ‘costituzionale’, quello che resta del vecchio centrodestra (oggi ridotto a FI+Ncd), tanto da non citare mai né questi né Berlusconi. Ma questa è, appunto, una considerazione da attore, non da osservatore. No, quello che non va – e qui parlo da osservatore esterno, obiettivo il più possibile, non certo da partigiano o militante – è il Pantheon.

il don Milani che non esiste…

Altri osservatori, ben più illustri, già si sono esercitati, sul tema, ma conviene tornarci sopra. Salvini ha citato, nel suo discorso, tutto diretto contro la (ormai defunta) intellighentija (ex) comunista “che legge tanti libri ma non li capisce, io invece ne ho letti solo due, ma li ho capiti”, sia autori che non si tengono tra loro sia travisando e flettendo il pensiero di questi stessi autori in modo abnorme, senza alcun rispetto per la verità storica,oltre che per gli autori citati e i loro stessi testi. Partiamo dal più facile, don Lorenzo Milani. Il prete sovversivo, amico dei ‘rossi’, confinato dal Vaticano nella scuola di Barbiana, impedito nella pubblicazione e nell’esercizio del libero pensiero da una doppia censura, quella dello Stato democristiano e conformista del II dopoguerra che temeva il diffondersi del suo pensiero e quella di una Chiesa cattolica del tutto pre-conciliare, viene da Salvini decontestualizzato, sradicato e usato per una frase (“L’obbedienza non è una virtù”) che parlava di tutt’altro (l’obiezione di coscienza, allora vietata, essendo don Milani un antimilitarista convinto) e, svuotata di senso, usata per incitare alla ‘rivolta’ contro lo Stato “opprimente, ladro e tassatore”, quello del Fisco, di Equitalia, dell’Agenzia delle Entrate, etc.

Ora, sarebbe facile sfidare Salvini a trovare un solo passo di don Milani in cui si incita alla ribellione fiscale. Anzi, la citazione ‘giusta’ di don Milani, tratta proprio da L’obbedienza non è una virtù, è questa: “Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. La ribellione del don era tutta antimilitarista, antinazionalista, antisciovinista e pure antifascista. Non a caso, il pensiero di don Milani sta alla base non del Concilio Vaticano II (troppo hard le sue idee) ma della rivolta del 1968-’69 specie nella parte in cui contesta in modo radicale le istituzioni scolastiche e punta a rovesciare la piramide delle classi (sociali).

La Oriana Fallaci sbagliata...

Anche con Oriana Fallaci non ci siamo. Salvini non cita, come sarebbe stato prevedibile, la Fallaci dell’ultimo periodo, quella della crociata anti-islamica de ‘La Rabbia e l’Orgoglio’ (libro violento ma che, con l’Isis oggi alle porte, sarebbe da ridiscutere) ma quella libertaria e antifascista del romanzo ‘Un uomo’, ispirato alle vicende del suo compagno, il combattente e resistente alla dittatura dei colonnelli greci, Alexis Panagulis. Ora, se è vero che Panagulis non era comunista, ma ‘solo’ socialista, è anche vero che la sua cifra era quella del ribelle, partigiano, eroe epigono di una lunga serie di eroi e attentati dei partigiani greci che avevano fatto di antifascismo e antinazismo la loro religione. Cosa c’entra, dunque, ‘quella’ Fallaci, che fa dell’uomo Panagulis un inno alla libertà e alla lotta contro ogni tiranno e oppressione, con gli alleati di Salvini, eredi minori del fascismo greco in salsa italica? Nulla, ovviamente.

Il don Sturzo non capito

Infine, l’ultima citazione: i ‘liberi e forti’ di don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare italiano, progenitore della Dc degasperiana. Una citazione, i ‘ liberi e forti’, obbligata per chiunque mastichi di pensiero e azione politica dei cattolici, ma che nasce in un contesto altrettanto particolare: il fascismo originario e già sfrontato dei primi squadristi e la degenerazione delle istituzioni liberali nel primo dopoguerra. La ricetta di don Sturzo è un mix di liberalismo democratico e socialmente temperato (anti-marxista, ovvio, ma sensibile alla questione sociale) e di federalismo autonomista, ma anche e sopratutto di meridionalismo democratico. Tutte caratteristiche che avrebbero dovuto costituire le fondamenta di un nuovo stato italiano aperto alle istanze sociali, liberale e federalista, autonomista e civico. Sturzo, dunque, si colloca a pieno titolo nei migliori risultati del dibattito sulla Questione meridionale che in Italia è durato 150 anni e che sono negli ultimi vent’anni è stato accantonato, eccezion fatta per spinte isolazioniste, corporative e neoborboniche oggi non a caso entusiaste della Lega di Salvini.

I turchi che erano cattivi ma non erano musulmani

Infine, l’ultima chicca. Salvini cita le Foibe, per ingraziarsi la sua destra (ma non dice mai una parola su Olocausto, nazismo, etc.), e un libro sul genocidio armeno perpetrato dai turchi negli anni Venti e Trenta e narrato in un bestseller internazionale, “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan, “per capire cosa è stato il genocidio armeno, fatto da quelli – i turchi – che a Bruxelles vogliono far entrare in Europa”.
Peccato che ‘i turchi’ che perpetuano il genocidio degli armeni non sono islamici religiosi e fanatici, ma il loro esatto contrario: forze armate e classi borghesi elevate che avevano rovesciato il potere del Sultano (la Sublime Porta), caduto nel 1908, distrutto l’Impero turco (islamico) e proceduto a una rapida, e pervasiva, laicizzazione e nazionalizzazione del Paese. Insomma, è il regime autoritario e repressivo, ma laico e nazionalista, di Ataturk che prende di mira e stermina gli armeni, non l’Islam di Maometto.

A cosa serve il ‘culturame’? A dare respiro a qualsiasi proposta politica. 

Sottigliezze intellettualistiche, si potrebbe rispondere. ‘Culturame’, avrebbe con disprezzo liquidato la cosa Mussolini. Forse è vero, ma come il fascismo (delle origini, dello Stato totalitario, della Rsi) e il neofascismo (delle origini, degli anni 70, degli anni 90), il leghismo (della prima fase indipendentista, di quella padana e di quella federalista, inserito nel centrodestra) e il berlusconismo (della prima fase liberale e poi di quella neocons) hanno avuto specifici, delimitati e identificabili campi di azione e, in alcuni casi, di pensiero, configurandosi come vere ‘ideologie’ politiche, il post-leghismo anti-europeo, sciovinista e xenofobo di Salvini ha bisogno come il pane di riferimenti culturali, politici e ideologici un po’ più saldi, concreti, seri e non così smaccatamente velleitari, confusi, incoerenti.

Altrimenti, proprio come Grillo e il suo movimento, la ‘rivoluzione’ di Salvini si limiterà al ‘regno del turpiloquio’, a tanti sonori ‘vaffa’ già elevanti nei confronti di chiunque capiti a tiro (l’Europa, la finanza, le banche il complotto plutocratico verso ‘l’alto’, i rom, i profughi, gli immigrati, gli islamici verso ‘il basso’), a un neoqualunquismo alleato, oltre che ai neofascisti, ai neoborbonici, ma che si limiterà solo a protestare, a intorbidare e avvelenare le acque di una politica italiana già triste e brutta di suo, senza riuscir mai davvero a diventare destra di governo. Il che, si capisce, per l’Italia potrebbe non essere affatto un male.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo sulle pagine di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)