“Babbo piange di gioia”. Renzi e caso Consip, la rivincita del leader contro gli avversari interni ed esterni

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Matteo Renzi e, sullo sfondo, il Senato della Repubblica.

“Papà sta piangendo”, confida agli amici con un sospiro. Ai giornalisti, a margine della registrazione di Porta a Porta, il racconto si fa più esteso e disteso: “L’ho chiamato io, lui mi ha chiesto ‘che succede?’, non lo chiamo spesso. Gli ho letto l’agenzia (le rivelazioni sull’inchiesta Consip che scagionano Tiziano Renzi, ndr.) e lui si è messo a piangere. E’ pur sempre un uomo di 65 anni e questa vicenda è una roba grossa. Ora vado a casa: voglio portare i miei figli a cena dal nonno”. Insomma, una giornata già iniziata bene, per Renzi – grazie alle notizie in arrivo da Genova, sempre da un giudice, e che mettono nei guai il M5S nella città del loro fondatore, Beppe Grillo – non poteva che finire meglio.
L’ex premier è sicuro: “incasseremo altre soddisfazioni”, dice ai suoi. Non si riferisce alle primarie, ma alla possibile archiviazione della posizione del padre Tiziano nell’inchiesta Consip. Lascia ai renziani – Ermini, responsabile Giustizia, Morani, Marcucci e altri –
il veleno: “Vogliamo conoscere i nomi, i fatti, e vogliamo sapere i mandanti di questa brutta storia”. Tanto che spetta, invece, al sottosegretario alla Giustizia, Migliore, neo-renziano doc, ribadire la “massima fiducia” non solo nella magistratura ma nella “Procura di Roma”, come volerla contrapporla a quella di Napoli, di Woodckok delle
cui gesta Renzi cita sempre le inchieste finite in nulla che hanno interessato esponenti del Pd (Graziano a Napoli, Margiotta a Matera), poi prosciolti, o l’Eni con De Scalzi che – proprio ieri sera – sono finiti sulla graticola grazie a un inchiesta di Report (Rai 3) che il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, ha attaccato per l’accostamento “tangenti e Pd” . Insomma, l’accusa dei renziani – e, sottotraccia, di Renzi – è quella di ‘macchinazione’.

Certo è che, quando arriva da Vespa, Renzi dà il meglio di sé: “Sarebbe stato facile dire ‘avete visto?’” – attacca – invece bisogna avere totale fiducia nella magistratura, la verità, prima o poi, viene a galla”. Poi aggiunge un sonoro “Grillo vergognati!” e “Leggete le
carte prima di sputar sentenze”.  Il caso Consip ha toccato e ferito Renzi figlio, non solo
Renzi padre: “Ho tatuato addosso quello che è successo in questi mesi”, dice da Vespa, “una vicenda che mi colpito, ma – aggiunge – quando capita a un normale cittadino, finire nella malagiustizia, che si fa? E quando i processi li fanno i giornali e i politici prima delle procure?”. Domande senza risposta, per ora, ma che accennano
alla volontà di mettere mano a un altra ‘Grande Riforma’, quella della Giustizia, che non ha nulla a che vedere – sia detto per inciso – con la riforma del processo penale e della prescrizione che sta portando avanti il ministro Orlando – il quale è riuscito a farci mettere la fiducia solo ora, con Gentiloni, anche perché Renzi gliel’aveva sempre negata – ma con progetti di ‘giustizia giusta’ che ricordano il primo Craxi o il primo Berlusconi.

Orlando (“Se Renzi vince, ci farà perdere le elezioni”) ed Emiliano (“Se Renzi vince, distruggerà il Pd”) lo attaccano a testa bassa, ma per Renzi – sicuro di vincere le primarie, il solo timore rimasto è legato alla scarsa affluenza: i renziani avevano dimezzato le previsioni a non oltre un milione e mezzo di votanti, due al massimo, ora tornano a farsi esigenti e parlando di “due milioni e rotti”, certo è che sotto quella cifra le accuse di flop sarebbero pesanti e lo stesso Renzi ammette “abbiamo scelto un giorno difficile” (il 30 aprile, ma i renziani se lo sono scelti da soli, ndr.) mettiamocela tutta – gli attacchi polemici dei suoi avversari interni sono solo un fastidioso rumore di fondo.  E così, rilassato e pimpante, da Vespa offre rassicurazioni su (quasi) tutto: “Il governo Gentiloni non cadrà, se vincerò le primarie, anche perché io ne sono il primo tifoso e Paolo sta facendo un grandissimo lavoro”; “non ci saranno elezioni anticipate a ottobre”.

Resta solo un busillis. Renzi vuole una legge elettorale pronta all’uso. Ecco perché è pronto al ‘patto col Diavolo’, e cioè proprio con quel M5S che attacca tutti i giorni. Da Vespa offre loro, su un piatto d’argento, “l’eliminazione dei capolista bloccati”, scalpo che
i 5 Stelle chiedono da tempo per dare il loro via libera alla trasposizione di quel che resta dell’Italicum al Senato. Ma se solo un neo ‘Nazareno’ con gli arcinemici potrebbe dare al Paese una legge elettorale, la mossa potrebbe anche essere un modo per ‘mettere paura’
a Forza Italia, che i capolista bloccati li vuole eccome, ma per ottenere sempre lo stesso scalpo, la nuova legge elettorale. Non a caso, a Berlusconi riserva una battuta affettuosa: “Altro che agnelli, quello ha sette vite come i gatti!”. Sulla legge elettorale, Renzi è disposto a parlare con tutti e di tutto, pur di avercela bella, nuova e pronta per il voto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale l’11 aprile 2017.  
 

Boschi difende Lotti e si schiera con Renzi. Renzi prepara il Lingotto

1) Boschi a Porta a Porta: la mozione di sfiducia uno show grillino. Poi attacca i media.
 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
DIFENDE a spada tratta il governo e Luca Lotti – su cui pende una mozione di sfiducia che verrà discussa dal Senato il 15 marzo, ma rispetto alla quale già si sa che il ministro non rischia nulla – annunciando che Lotti si difenderà «a tono in Parlamento». Attacca i 5 Stelle e la loro mozione di sfiducia bollandola come «il solito show» e conferma la «ferma convinzione» a sostenere Renzi nel Pd.
CI VOLEVA Bruno Vespa e il suo salotto tv per restituire la favella a Maria Elena Boschi da Arezzo. L’ex ministra del governo Renzi, oggi potente sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con Gentiloni (stende lei l’ordine del giorno), ne aveva di cose da dire. Troppo lunghi i suoi silenzi: sia dentro il Pd, sia nei confronti di Renzi (mai difeso: neppure una parola, in tanti mesi, davanti a tanti e ripetuti attacchi).
BOSCHI era silente da troppo tempo e, proprio ieri, si erano diffuse voci di pesanti scontri tra lei e l’ex premier sulle scelte di Renzi, sull’atteggiamento da tenere verso il governo e, anche, sul da lui cercato voto anticipato. Oltre alle voci di altrettanti e pesanti scontri tra lei e Luca Lotti, oggi ministro allo Sport e, ieri, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Renzi. Uno scambio di ruoli che aveva dato adito a ipotesi di ogni tipo, comprese quelle di epici ‘scontri’ tra i cavalieri di una Tavola Rotonda, quella renziana, ormai semivuota.
LA BOSCHI preferisce togliersi tanti sassolini dalle scarpe, ma sono solo i suoi. Prima sulla vicenda del padre (il suo, non quello di Renzi): «Ricordo che mio padre è fuori da ogni inchiesta, assolto e prosciolto, ma sui media nulla». Sull’inchiesta Consip si limita all’estraneità dell’esecutivo: «Le indagini sul ministro Lotti per presunta rivelazione di segreto d’ufficio non sono fatti che abbiano coinvolto il governo. In qualche redazione si potrebbe verificare se è stato violato il segreto d’ufficio, ma non a Palazzo Chigi».
NON mancano, certo, le punture di spillo per gli scissionisti: «Sarebbe strano che i nostri ex compagni del Pd votassero la sfiducia a Lotti quando noi assieme a Renzi sostenemmo Errani che, da governatore, venne perfino condannato».
A Renzi, certo, conferma fiducia nella gara congressuale: «Lo sosterrò convintamente», dice, ma senza lasciarsi andare a una parola che sia una per gli altri due candidati in lizza. Né concede confidenze personali a Vespa: perde il sorriso, ma è un attimo, solo alla domanda se vuol essere mamma. «Non ho cambiato idea», è la replica di donna Boschi, che – in quanto titolare della delega alle Opportunità – ieri ha festeggiato in tv l’8 marzo.
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2) Renzi ritorna al futuro: al Lingotto la difficile ripartenza verso il congresso del Pd
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Matteo Renzi a Rimini, all’assemblea degli amministratori locali del Pd

“Matteo si è messo in ‘modalità Gentiloni’”, dicono i suoi. Il nuovo Renzi è tutto un “sopire, troncare, troncare, sopire”. Sarà il momento storico: non è dei migliori, tra inchiesta su babbo Tiziano – “che, per fortuna, si va sgonfiando”, assicurano – mozione di sfiducia all’amico-ministro-fratello Luca Lotti e una gara congressuale che è già senza esclusione di colpi. Sarà che, ieri sera, il premier in carica, Gentiloni, è stato accolto e coccolato, dall’assemblea del gruppo Pd alla Camera come Renzi, forse, non è mai stato.

Il guaio è che l’ex premier si guarda attorno e vede che qualcosa non va. Renzi, si sa, detesta Emiliano che contro di lui brandisce la spada, recluta truppe, specie al Sud e, soprattutto, deve ancora testimoniare sul caso Consip, ma teme Orlando, che invece sembra tirare di fioretto. Eppure, il ministro ieri era in una radio a cantare Zingaradi Iva Zanicchi: la strategia dello staff è di rendere “simpatico” un introverso. Si vedrà se funziona, certo è che Orlando miete consensi trasversali tra le truppe parlamentari dem: stanno con lui 80 deputati e 33 senatori contro i 58 senatori e 190 deputati di Renzi, che sono tanti, ma non tantissimi, e i sette deputati e due senatori di Emiliano, che invece sono pochi, ma fa scalpore l’arrivo del fioroniano pugliese Gero Grassi. Per Orlando c’è l’endorsment della senatrice Cirinnà, neo -eroina del movimento Lgbt per la legge delle unioni civili, sta per arrivare Sandra Zampa, vicepresidente del Pd e, soprattutto, storica portavoce di Romano Prodi (che, per ora, non dice né se né chi voterà alle primarie dem), oltre a quelli delle residue truppe lettiane e, forse, e pure presto, dello stesso Enrico Letta.

Ecco perché Renzi si è messo, testa bassa e pedalare, a organizzare al meglio la tre giorni del Lingotto, il lancio della sua candidatura a un congresso dove si gioca tutto. L’ex premier sostiene che “non sarà una Leopolda, non vi aspettate lo stesso stile scanzonato e gioioso”, assicurando che comunque la kermesse fiorentina tornerà “in autunno”. Eppure, ci rassomiglia molto. Ci si accredita, per dire, non sul sito ufficiale del Pd, ma sul sito www.matteorenzi.it , ci saranno gli ospiti eccellenti (Padoan, Bonino e altri). Ci saranno i tavoli tematici, spalmati su tre giorni: da venerdì, quando Renzi aprirà i lavori nel tardo pomeriggio, fino a domenica, quando sempre Renzi – che lancerà il ticket con il ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina – li chiuderà. “E’ un momento di riflessione, approfondimento, dialogo”, spiega, dove “ce le diremo tutte: cosa abbiamo fatto, cosa dovevamo fare meglio, cosa potremo fare. Non dico che vi annoieremo” – dice – “dal primo all’ultimo minuto, ma è giusto sottolinearne il carattere programmatico”. “Renzi che ‘minaccia’ di annoiare? Non è più lui”, dicono i suoi avversari, sempre più maligni.

NB: I due articoli sono usciti l’8 marzo 2017 a pagina 12 e 13 del Quotidiano nazionale.

Ncd in rivolta, i dissidenti del Senato vogliono la crisi di governo entro luglio. Ma Alfano resiste

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

C’È UN gruppo di almeno otto senatori di Ncd che – capitanati dal capogruppo al Senato, Renato Schifani – chiede di uscire dal governo, aprendone di fatto la crisi al più presto, forse già entro luglio, in combutta con un paio di senatori di Ala (Falanga e Auricchio), inquieti da altrettanti giorni, se non settimane, e altri di Gal (Grandi Autonomie e Libertà).
Il momento (e la scusa) dell’incidente per mandare sotto Renzi è già stato individuato: è il ddl sulla riforma del bilancio degli enti locali. Pare uno dei tanti voti di routine che il governo dovrà affrontare la prossima settimana, in verità è una votazione particolare: occorre la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea, ovvero 161 voti. All’inizio della prossima settimana, dunque, si capirà se il governo, al Senato, tiene oppure no.
«Senza neppure aspettare il referendum», come vorrebbe fare invece il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi, che ha lanciato il «modello Milano» e, per aprire la crisi di governo, vorrebbe aspettare il referendum. Forse garantendo un appoggio esterno, al governo Renzi, forse manco quello. In ogni caso decretando «la fine di un governo per noi istituzionale come quello Letta», come ricorda Lupi ai suoi, che poi aggiunge: «arrivati fin lì, alla celebrazione del referendum, il nostro compito è finito».

MA, appunto, molto di più di questo e, soprattutto, molto prima chiedono gli otto senatori ‘schifaniani’: una rottura immediata con il governo, e subito, al massimo entro luglio. E se la riunione del gruppo al Senato si fosse tenuta l’altra sera (si terrà, invece, a inizio della prossima settimana: è stata spostata causa, in teoria, rispetto per le salme di Dacca) l’avrebbero già chiesta, Schifani in testa. «Lasciare il governo e ricostruire l’area moderata»: la mette giù così il senatore, assai vicino a Schifani, Stefano Esposito. E dato che i guai non vengono mai soli, ben tre (Azzollini, Formigoni, Esposito) degli otto senatori citati ha partecipato a una riunione di tutti i senatori di centrodestra che ieri hanno organizzato il comitato del No al referendum costituzionale.
NCD, o meglio ciò che ne resta a livello di gruppi parlamentari (31 deputati e 31 senatori), è un partito sull’orlo di una crisi di nervi. Il caso «famiglia Alfano» (fratello, padre e il suo principale collaboratore al ministero e in Ncd, di cui detiene pure il marchio, Davide Tedesco, finiti nel tritacarne mediatico-giudiziario) non solo non ha fermato la frana, ma rischia di renderla definitiva. Naturalmente, la solidarietà al ministro dell’Interno arriva da tutti, governativi-ministeriali, anti-governativi e anti-ministeriali. E lui, Alfano, in una riunione lampo convocata ieri, a Montecitorio, dopo il question time, è stato drastico: «Non ci sarà alcun caso ‘Lupi 2’ (l’ex ministro si dimise dopo un inchiesta della Procura di Firenze di cui, dopo tre anni, non si sa nulla e in cui non era neppure indagato, ndr), io non mi dimetto», ha detto a un manipolo dei suoi deputati che gli si sono stretti intorno.

EPPURE, anche solo il ‘come’ viene offerta la solidarietà ad Alfano fa storcere la bocca a molti. Per dire, gli anti-governativi o ‘schifaniani’ hanno vissuto con malcelato disprezzo quello che definiscono «l’ossessivo attaccamento alle poltrone» degli alfaniani ministeriali (Lorenzin, Costa, Vicari, etc) i quali  – sibilano i senatori dissidenti – «si sono affrettati a dire che il governo Renzi va avanti e va sostenuto, fino e oltre al referendum».
D’altra parte, i ‘ministeriali’ o ‘governativi’ chiedono, da un lato, a Renzi e al Pd «di difendere Alfano a spada tratta perché – dice Sergio Pizzolante, vicino a Cicchitto – Angelino non è dimissionabile. Se viene giù lui, viene giù tutto il governo. E dopo, con l’aiuto di poteri che si stanno riposizionando, non arriva il ‘nuovo’ centrodestra ma il populismo a Cinque Stelle e il nostro Paese finisce come nel’92-’93, quando la sinistra pensava che fosse giunto il suo turno e invece arrivò Berlusconi» (nella parabola al contrario di Pizzolante oggi la sinistra sarebbe il centrodestra e i grillini Berlusconi…).
E PROPRIO il suo riferimento politico, l’ex socialista e oggi filo-renziano Fabrizio Cicchitto chiede che la ‘conta’ interna non avvenga solo al gruppo al Senato, ma «insieme, deputati e senatori» sperando sul dato di fatto che, alla Camera, i ‘ministeriali’ sono più forti.
Resta il punto e cioè che è al Senato che i voti valgono tanto oro quanto pesano. Ed è lì che gli anti-governativi sono pronti a «mettere insieme pezzi di GaL, Ala, Forza Italia per dare vita» – spiegano gli ‘schifaniani’ – a una nuova area politica moderata» che, ovviamente, inizierebbe, e presto, a votare contro il governo, non certo per. Facendolo, di fatto, cadere.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

Renzi, preoccupato dalla crisi di Ncd, accelera sul congresso Pd: resa dei conti o elezioni anticipate

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

«IL VERO problema, in questo momento, è la tenuta di Ncd». Al Nazareno sono preoccupati. E pure Matteo Renzi è preoccupato. Le nuove ‘grane’ giudiziarie che rischiano di travolgere il ministro Alfano si sommano al cupo malessere di larghi pezzi del suo partito – l’Ncd, appunto – dentro il quale diversi senatori, capitanati dal capogruppo al Senato, Renato Schifani, si sentono irresistibilmente attratti dal ‘ritorno’ dentro FI.
Ecco perché Renzi – il quale solo a sentir parlare di modifiche all’Italicum gli viene l’orticaria – lascia fare i suoi. Dario Franceschini ha ‘aperto’ alle modifiche (premio alla coalizione in luogo di quello alla lista) proprio per ‘parlare’ a Ncd. E, a sera, il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, il ‘Forlani’ di Renzi, è corso ai microfoni del Tg1 a dire «L’Italicum è una buona legge, ma siamo disponibili al confronto se ci sarà  richiesta».

DETTO dell’Italicum, conviene, però, tornare sulla Direzione del Pd dell’altro ieri. Non molti, infatti, hanno colto tre elementi nuovi e, a dir poco, dirompenti nelle loro, possibili, conseguenze. Il primo è che è tornata a girare una voce, a Montecitorio e pure a palazzo Chigi – c’è chi dice che la proposta, a Renzi, l’abbia fatta direttamente il suo braccio destro, Luca Lotti, ma l’entourage del sottosegretario smentisce con nettezza – quella di elezioni politiche anticipate cui il premier potrebbe ricorrere proprio in caso di deflagrazione finale dell’Ncd. Un Ncd che, specie al Senato, gli stanno impedendo di fare le leggi e le riforme che vuole fare. La riforma del processo penale, per dire, che si porta dietro anche l’annoso tema dei tempi della prescrizione, «rischia di slittare all’autunno» dicono autorevoli fonti del Pd, nonostante il fatto che Mattarella stesso, oltre che l’Anm, ne abbia chiesto la rapida attuazione. Certo, Renzi sarebbe costretto ad andare a votare – diciamo a settembre – con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato e a rinviare, seppur di poco, il referendum costituzionale. Un azzardo forse troppo grande, ma «a mali estremi, estremi rimedi», dice l’adagio. Ma questo è uno scenario. Poi c’è dell’altro.
«Renzi – ragiona una fonte del governo molto vicina al premier – non ha più detto che, oltre alle dimissioni da premier e del governo, si dimetterebbe anche da segretario del Pd, in caso di vittoria del No al referendum costituzionale. Rispetto all’ultima sua dichiarazione a riguardo (“Se perdo il referendum lascio la politica”), la novità è indubbia», prosegue la fonte. «Vuol dire che Renzi immagina di portare avanti la sua battaglia non più da premier, ma ancora dentro il Pd». Magari, dicendo un ‘No’ rotondo a ogni governo ‘di scopo’ (a guida Grasso) che duri troppo a lungo e, in ogni caso, convocando il congresso straordinario del Pd al più presto. La sola istanza deputata, per Statuto, il congresso del Pd a scegliere – insieme – segretario e candidato premier, ma a oggi programmata – quando e se verrà indetto, di certo a ottobre – per l’autunno del 2017.
Un altro esponente renziano doc ritiene invece che «Matteo convocherà il congresso in ogni caso, anche se vince il Sì, a maggior ragione se vince il No, ma non si ricandiderebbe, lascerebbe il campo ad altri».
In ogni caso, le notizie ‘nuove’, sotto questo profilo, sono già due. Renzi intende convocare, al più presto, il congresso straordinario («Volete cacciarmi dal partito? Vincete il congresso e venite a riprendervelo» la sfida in Direzione) e non è affatto detto che, in caso di sconfitta, si dimetta ‘anche’ da segretario, oltre che da premier.

La terza novità riguarda, invece, i rapporti tra i renziani e la minoranza. «Ormai è un dialogo tra sordi» coglie il punto Cesare Damiano, l’ultimo dei fassiniani in servizio.
I renziani fanno notare che «otto voti (quelli presi dalla minoranza sul documento sul referendum in Direzione, ndr) sono davvero pochi, ormai si stanno sciogliendo come neve al sole e neanche sono capaci di contarsi quando serve», come avrebbe detto, peraltro, e a brutto muso, Franceschini a Speranza. Il senatore Andrea Marcucci se la prende con Gianni Cuperlo che ha attaccato Renzi: «È intollerabile e un po’ triste che una persona intelligente riduca al nulla il lavoro che il governo e il Parlamento stanno facendo».
Dal canto suo, la minoranza mostra la faccia feroce: «Se Renzi porterà il Pd a sbattere non potrà certo essere lui a guidare il partito». Poi, in serata, Pier Luigi Bersani rincara la dose dagli schermi di “In onda” (La 7): «Voglio sapere se nel Pd chi vuol votare No al referendum è ancora del Pd» e ancora: «Dico no a un Pd trasformato in un comitato del Sì». La guerra interna al Pd è solo iniziata, quella per la sopravvivenza di Renzi pure.

NB. L’articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2016 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale 

Due pezzulli ‘antipatici’. 1) La Giannini e Faraone, nel Pd, non li sopporta più nessuno (recente). 2) Renzi e Orfini ai ferri corti per colpa di Marino (meno recente).

Primo ‘corsivo’ o ‘frusta’ (pubblicato su QN il 21 giugno 2015)

Giannini e Faraone: disastro e vicedisastro (pure per il premier e i deputati del Pd…)

Un imberbe e giovane Matteo Renzi partecipa alla Ruota della Fortuna di Mike Bongiorno

Un imberbe e giovane Matteo Renzi partecipa alla Ruota della Fortuna di Mike Bongiorno

La ministra Stefania Giannini è una donna sola. Sola non vuol dire single: è sposata con Luca Rossello, manager e suo coetaneo, come la lodava/imbrodava tempo fa Panorama. No, è sola politicamente. Renzi non la ama, tanto che avrebbe voluto deporla (cioè sostituirla) mesi fa e potrebbe farlo presto, se si farà il rimpasto di governo. Il premier la giudica «debole, indecisa a tutto, fragile». Poi, nel Pd, la Giannini la ritengono un disastro tutti, deputati/e. Certo, non potendo attaccare Renzi e i suoi «contr’ordine, compagni!», sul ddl scuola, i piddini, che non son certo dei cuor di leone, se la prendono con lei. Resta che, quando viene alla Camera, a stento la salutano, i deputati: con lei si fa vedere solo il suo (sveglio) portavoce. Va assai peggio, però, al sottosegretario della Giannini, Davide Faraone: Renzi lo ritiene il «vice-disastro» della ministra e, pare, sarà sostituito a sua volta. La differenza è che Faraone, per molti deputati del Pd, è anche – a differenza della sua ministra – «assai antipatico».

EMC

Secondo corsivo o ‘frusta’ (pubblicato su QN il 18 giugno 2015)

Renzi e Orfini ai ferri corti a causa del ‘marziano’ sindaco di Roma, Ignazio Marino. 

Il presidente dell'assemblea nazionale Pd, Matteo Orfini, area dei 'Giovani Turchi'.

Il presidente dell’assemblea nazionale Pd, Matteo Orfini, area dei ‘Giovani Turchi’.

I ‘deu Mattei’ non vanno più d’amore e d’accordo, come fino a poco tempo fa (dalla destituzione di Letta in poi,  almeno, operazione cui Orfini contribuì in modo cospicuo). Il premier e segretario del Pd, Matteo Renzi, e il presidente del Pd, nonché commissario straordinario del Pd romano, Matteo Orfini, infatti, avrebbero litigato, e anche ‘di brutto’. Oggetto del contendere: il futuro di Roma o, meglio, il destino della giunta guidata da Ignazio Marino. Il premier non ama l’attuale sindaco della Capitale, il ‘marziano’ Marino: questo, ormai, lo sanno pure i gatti di Roma e i sassi dei Palazzi. Orfini, invece, lo difende a spada tratta. Ieri, presentando la Festa dell’Unità di Roma, scuro in volto ha detto: “Marino (e Zingaretti) sono un baluardo antimafia. Stiamo fronteggiando una campagna contro destra e M5S. Le dimissioni? Richiesta ir-ri-ce-vi-bi-le”. Il dietro le quinte è che lo ‘strappo’ tra i ‘due Mattei’ sarebbe stato assai ruvido, a tratti drammatico. Orfini avrebbe detto ‘e questa è casa mia, e qui comando io’ (cioè Roma, dove Orfini è nato e cresciuto politicamente: dalemiano prima, bersaniano poi, renziano infine), naturalmente non con queste parole, e soprattutto: “Tu non mi puoi scavalcare e fare quello che vuoi!”. Renzi avrebbe risposto ‘alla Renzi’: “si fa come dico io, punto!”. Il guaio è che Renzi non vede l’ora che Marino sloggi, dal Campidoglio. Lo ritiene “incapace, inadeguato e pure ridicolo”. L’idea di Renzi e dei suoi sarebbe, dato che il commissariamento di fatto della città, in vista del Giubileo, è già in mano al prefetto Gabrielli, far recuperare smalto e immagine alla città, scavallare l’estate e, subito dopo, sfiduciare Marino in aula, togliendogli l’appoggio del Pd (non a caso due assessori renziani: Improta e Scozzese, sono sulla via delle dimissioni dalla giunta capitolina). Obiettivo finale: abbinare le elezioni (anticipate) di Roma alla prossima tornata di comunali che si terranno in alcune città chiave (Milano, Torino, Napoli e, forse, anche Bologna) nella primavera dell’anno prossimo, il 2016 (prima è impossibile, e per legge, provare a farle). L’unico candidato del Pd sarebbe, a quel punto, non l’oggetto dei desideri, Bianca Berlingure, ma Roberto Giachetti. Vicepresidente della Camera, renzianissimo sì, ma ‘romano de’ Roma’, “coatto” il giusto, semplice, diretto, rapido, Giachetti è, per Renzi, l’ultima speranza, mentre per Orfini una iattura. E pure un concorrente: si dice, che Orfini coltiverebbe, a sua volta, il sogno di candidarsi sindaco. In ogni caso, Hannibal ad portas. Solo che oggi, Annibale, a Roma, ha un nome genovese, non cartaginese: Beppe Grillo.

EMC

 

 

“Se fallisce il governo, finisce anche il partito”. Parla Maurizio Martina, ministro all’Agricoltura, leader dei nuovi ‘Responsabili’ di sinistra del Pd

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

ROMA – «SINISTRA è cambiamento» si chiama la nuova area politica del Pd nata per iniziativa di 50 parlamentari della minoranza che hanno rotto con ‘Area riformista’ di Bersani e altri. Leader riconosciuto ne è Maurizio Martina, giovane ministro dell’Agricoltura nel governo Renzi. Il loro slogan (ironico) è «né gufi né struzzi».

C’era proprio bisogno di un’altra corrente nel Pd?
«C’è bisogno di rendere più forte il punto di vista di chi nella minoranza ha sempre seguito due parole d’ordine: autonomia e responsabilità. Noi vogliamo stare nel Pd fino in fondo, dando una mano al governo con le nostre idee. Abbiamo presentato delle proposte che da qui a luglio porteremo in giro per l’Italia in 50 tappe. Non pensiamo al congresso del Pd, che ci sarà nel 2017, ma alla responsabilità di cambiar il Paese dal governo».

Ma come si fa a stare in minoranza e al governo?
«Il Pd deve vivere pluralità di idee e coerenza nei comportamenti. Il confronto interno è sacrosanto, ma alla fine bisogna trovare sempre una sintesi e marciare uniti. Un grande partito fa così. Noi lo abbiamo fatto sul Jobs Act, l’Italicum e ora sul ddl scuola. Stare in minoranza non vuol dire pronunciare solo dei ‘no’».

il ministro Orlando chiede un Pd più ‘di sinistra’. E lei?
«Tutti noi dobbiamo rafforzare il Pd come soggetto forte e moderno del centrosinistra che deve saper rispondere in forme nuove a sfide cruciali per l’Italia: lavoro, equità, sviluppo, cittadinanza nel tempo della società globale».

‘Che fare’ con gli immigrati?
«L’Europa sta mostrando tutta la sua debolezza e l’Italia fa bene a sbattere i pugni sul tavolo per far capire ai nostri partner che siamo noi il confine meridionale di un continente. Credo che oggi, all’Expò, il presidente Hollande ne parlerà con Renzi».

I consensi di Renzi, Pd e governo sono in picchiata…
«Viviamo un passaggio delicato che non ci dobbiamo nascondere. Possiamo uscirne più forti e consapevoli. In tutti i Paesi Ue i governi affrontano difficoltà nelle elezioni di ‘medio termine’. In un anno e mezzo abbiamo fatto tanti passi in avanti fatti in solo e ne sono orgoglioso: abbiamo accelerato sulle riforme davanti a tempi di reazione delle istituzioni, spesso immodificabili. Ora dobbiamo investire di più sul Pd e accelerare sulle riforme, col confronto».

Nel 2016 si vota in molte città del Nord, a partire da Milano. Rischiate di perderle?
«Penso ci siano tutte le condizioni per fare bene. La destra va sfidata sull’efficacia delle risposte e noi possiamo fare forza su tante buone esperienze concrete. Sull’immigrazione, ad esempio, non bastano le urla della destra in tv. Servono responsabilità e azioni, non slogan».

Cioè, per lei solo se regge il governo, regge il Pd?
«Io dico che se fallisce il governo, non fallisce questo o quel leader, ma fallisce il Pd tutto, cioè un intero progetto politico. Non ci sarà una prova di appello. Ecco perché, pur non avendo votato per Renzi all’ultimo congresso, oggi stiamo con lui in questa battaglia. Insieme, con le nostre idee, da sinistra».

Fabrizio Barca ha relazionato e parlato, sul Pd romano. Che effetto le fa?
«Il lavoro svolto da Barca è prezioso. Guai ad abbassare la guardia, a Roma come altrove. Guai a noi! Dobbiamo difenderci dalla politica inquinata, ma la reazione è stata all’altezza: dove il Pd ha sbagliato, chi sbaglia paga. Ma gli anticorpi sono forti. Poi c’è il tema della forma partito: chiediamo un’assemblea nazionale del Pd a settembre proprio su ciò. C’è chi ama il modello all’americana e chi si appaga nell’autoreferenzialità da dissenso: serve una ‘terza via’».

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 22 giugno 2015 nelle pagine 2/3 del Quotidiano Nazionale. 

 

#Regionali e #ballottaggi alle #Comunali: ora #Renzi e il #Pd temono il contraccolpo di scandali e inchieste. Vittorie a rischio a Venezia, Calabria e Sicilia

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd.

“A Porto Torres (Sardegna, ndr.) c’erano 7 mila, dico ‘settemila’, persone in piazza per Di Maio (vicepresidente della Camera, ndr.) e meno di 500 per noi!”. “Rischiamo di perdere Venaria (comune alle porte di Torino, ndr.) e non è mai successo!”. A parlare così, l’altro giorno, due deputati del Pd: il primo è ovviamente sardo, l’altro, ovvio, torinese.

Al Nazareno sono preoccupati assai, a palazzo Chigi pure. Perché le Regionali sono andate bene, tutto sommato (5 a 2, come si sa), ma le comunali saranno tutto un altro film. Tra inchieste che squassano il Pd, romano e non (Mafia Capitale), scossoni al governo a causa dell’implosione dell’Ncd (richieste di impeachment per il sottosegretario Castiglione e il presidente della Bilancio al Senato, Azzollini), questione immigrati esplosa a livello europeo e timida ripresa economica che non riparte, al Partito come al governo si teme il contraccolpo dei ballottaggi.

Domenica 14 giugno, dopo il primo turno del 31 maggio, andranno al voto 68 diversi comuni, tra cui ben 11 capoluoghi di Provincia, quattro città sarde e tredici sicule. Gli ansiosi occhi del Nazareno sono quasi tutti concentrati su Venezia. Il senatore del Pd, ma ‘dissidente’, l’ex pm Felice Casson (38% al I turno), sfida il candidato del centrodestra Luigi Brugnano (28,5%). Ago della bilancia, a partire da qui, sarà proprio il voto degli elettori grillini. Infatti, se le altre liste di area centrodestra hanno già dato indicazione di votare per Brugnano, i pentastellati fanno i difficili (“Votiamo chi accetta i nostri cinque punti”), anche se, a naso, le loro preferenze vanno più per il civatiano sui generis Casson che per il ‘destro’ Brugnano: “E’ un mini Berlusconi che si dice renziano”, lo liquida Davide Scano (M5S), che in Laguna ha preso il 12%. La strada per Casson resta tutta in salita e, in ogni caso, dato che Renzi lo sostiene, sarebbe una sconfitta del premier perdere Venezia mentre veder vincere Casson non sarebbe una sua vittoria.
Poi, per il Nazareno, c’è la questione Calabria. Ieri è sceso in terra calabra persino il sottosegretario Luca Lotti ad assicurare che “in Calabria il Pd è unito per cambiare”. La verità è che il Pd calabro è saldamente in mano alla minoranza dem bersaniana. E’ stato infatti Mario Oliverio, che a Roma è un ‘protetto’ dell’ex organizzatore di Bersani, Nico Stumpo, a strappare la Calabria al centrodestra, un anno fa. Ma Oliverio “è imballato e sta facendo poco”, sospirano diversi deputati dem calabresi, a loro volta di sinistra o ex di SeL. Ecco perché il Pd teme, dopo aver vinto al primo turno solo a Vibo Valentia, di perdere le tre sfide in ballo nei comuni di Castrovillari, Gioia Tauro e Lamezia Terme.
Infine c’è la Sicilia. Lì vige, tanto per cambiare, la “corda pazza” di sciasciana memoria. A Enna il ras locale, Vladimiro Crisafulli, che definire ‘malvisto’ da Renzi è dire poco (prima lo ha escluso dalle liste per la Camera, poi gli ha negato il simbolo del Pd, etc.) parte in vantaggio sullo sfidante Maurizio De Pietro (41% a 24%), ma su questi è confluito, tra forti polemiche, proprio l’M5S (21%). Se vince Crisafulli ha vinto lui da solo, se perde ha perso , di fatto, pure il Pd. A Gela, che non è capoluogo, ma conta ben 76 mila abitanti, altro colpo clamoroso dei grillini: Domenico Messinese (M5S) è in testa (24,2%) contro il sindaco uscente, Angelo Fasulo (23,7%). Candidato dal Pd per sbaglio, Fasulo – voluto da Crocetta, ‘re’ e governatore in rotta con il Pd siculo retto da quel giovane ‘turco’, Fausto Raciti, in guerra con Crocetta da mesi – e’ forte, ma i grillini, che a sorpresa hanno incassato persino l’appoggio dell’NCD di Alfano (che, a livello regionale e locale, di solito governa con il Pd, non certo con i pentastellati…) sono convinti di farcela. “Per noi è Gela la finale di Champions League”, dicono, sperando nel colpo ‘gobbo’. Il Pd-Juve stavolta rischia grosso, a Gela come altrove.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina  del Quotidiano Nazionale il 13 giugno 2013.