Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale 

Renzi ha stravinto, ma teme l’incubo flop alle primarie aperte. Orlando ed Emiliano non si rassegnano ai risultati

Andrea Orlando

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Chi vince vince, chi perde riconosca il risultato. Punto”. Matteo Renzi – letti e riletti i dati assoluti che lo hanno visto trionfare nel primo turno della campagna congressuale – è tornato in forma smagliante. Sforna una Enews già di mattina, dove definisce il suo risultato “impressionante”, manda sms di complimenti a Guerini, che del suo 68% è stato l’artefice principale, rincuora e ringrazia gli iscritti per “la grande prova di affetto dopo quattro mesi complicati”. A sera si fa intervistare da ben due radio (Rtl 105 e Zapping su Radio 1): parla di terrorismo, governo, poi dice “basta a polemiche inutili” e sul congresso ribadisce: “la matematica non è un’opinione”. Morale, ho vinto, rassegnatevi. La verità è che, dopo aver dovuto accettare di fare il candidato ‘abscondito’, ora l’ex premier scalpita. Vuole tornare in pista e programma una serie di uscite sui media (lunedì prossimo sarà da Vespa, ospite di Porta a Porta, ma farà anche altri talk show). Senza dire del suo libro in uscita per Feltrinelli (titolo top secret pubblicazione dopo le primarie) e di quando il 9 maggio incontrerà Obama, in Italia per il salone del Cibo a Milano. Insomma, Renzi non vuole aspettare il solo striminzito confronto televisivo tra i tre candidati che si terrà su Sky il 26 aprile. I suoi sfidanti provano a provocarlo sul suo terreno, quello delle primarie aperte. Emiliano dice “tutto può succedere, il risultato è aperto”, Orlando fa un paragone ardito: “Ora stiamo facendo ancora le prove libere di Formula 1, la gara deve ancora iniziare, il primo uscirà dalle urne il 30 aprile”.

Ed è su quel giorno, sulle primarie aperte, che si addensano le nubi. Il 30 aprile, infatti, capita a metà di un mega-ponte e, ad oggi, le primarie non paiono appassionare gli italiani. Sondaggi ancora non ci sono, ma al Nazareno, un mese fa, avevano messo l’asticella a 2.200 mila-2.500 mila votanti, ora l’abbassano assai: si tengono sui 1.500 mila-2 milioni. Sotto il milione e mezzo il flop sarebbe assicurato e Renzi ne otterrebbe una vittoria di Pirro, sopra i due milioni “non sappiamo neppure noi chi, in questa fase politica caotica, andrebbe a votare”, dicono ai piani alti del Pd. Per non dire di Cuperlo che invita i bersaniani alle urne per sostenere Orlando (cosa, peraltro, vietata dallo Statuto) provocando l’ira funesta dei renziani contro “Gianni, l’agente provocatore”.

Nell’attesa Renzi e i suoi si godono i dati di una vittoria a valanga. Su 266.726 mila votanti (affluenza al 59,29%, nel 2013 votarono 295 mila iscritti, fa -30 mila), Renzi prende il 68,2% (181 mila, nel 2013 furono 133 mila), Orlando il 25,4% (68 mila, Cuperlo ne prese ben 116 mila), Emiliano il 6,3% (17 mila). I dati sono di parte renziana e ancora ieri sono stati oggetto di contestazione da parte di Orlando e anche di Emiliano. In ogni caso, la commissione congressuale li certificherà oggi per poi proclamarli il 9 aprile alla Convenzione nazionale, quando verranno anche selezionati i candidati nei collegi che sosterranno i candidati (per Renzi ci sarà un ‘listone’) alle primarie e soprattutto dopo, all’interno dell’Assemblea nazionale, che dovrà scegliere tra i due candidati arrivati primi se nessuno dovesse raggiungere la soglia del 50,1%, provocando una bolgia dantesca.

La verità è che i rapporti tra renziani e orlandiani si stanno pericolosamente guastando e ricordano sempre più da vicino i ferri corti tra renziani e bersaniani pre-scissione. Uno di solito british, l’ex veltroniano Andrea Martella, coordinatore della mozione Orlando, va giù secco: “Al Sud i capi-bastone stanno tutti con Renzi. Vincerà lui? Vedremo, ma è unfit. Perderà le amministrative, le regionali e poi le politiche. Non sarà mai più premier, che lo si sappia”. Il sottosegretario agli Esteri Amendola e il toscano Manciulli, che gli sono amici e lo ascoltano in un Transatlantico deserto, gli chiedono scherzando se “ti stai preparando anche tu a passare con Bersani…”. Poi arriva Guerini e Martella lo affronta duro, anche se Guerini, come sempre, smussa, minimizza, cheta. Ma la verità è che se Renzi vincerà largamente pure le primarie ci potrebbero essere nuovi strappi nel Pd. 

NB: L’articolo è stato pubblicato il 4 aprile 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.

Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Che barba, che noia. Una prima analisi del congresso del Pd tra mancate risposte, scontro tra i candidanti, calo di partecipazione e calo di attenzione

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gratta gratta, sotto ogni russo c’è un tartaro” – (dal libro “Il grande Gioco”)

  1. Il congresso del Pd. ‘Che barba, che noia’…

Il congresso del Pd ha preso una piega assai noiosa. Sì, certo: Matteo Renzi tuona contro l’austerity dell’Unione Europea e i vincoli di bilancio che la Ue impone all’Italia. Sì, certo: Andrea Orlando chiede la distinzione tra i ruoli di segretario del Pd e candidato premier (oggi coincidenti, per Statuto: lo sono da quando nacque il Pd, nel lontano 2007).  Sì, certo: Michele Emiliano si strappa le vesti perché i suoi pugliesi devono accettare il gasdotto Tap nel loro Salento e tuona contro il partito “in mano ai banchieri e ai petrolieri”.

La verità, tuttavia, è che nessuno dei tre contendenti in gara ha una compiuta idea di Paese o nella migliore delle ipotesi non riesce a comunicarla agli iscritti e agli elettori del Pd. Poi, per carità, Renzi ha messo in campo il Lingotto e lì qualche idea di programma si è vista e si è ascoltata, tra una canzone di Claudio Baglioni (sic), una di Ermal Meta (sic) e un palco verde con il trolley del presunto giro per l’Italia che Renzi dovrebbe fare, ma che – tranne qualche tappa – ad oggi neppure è iniziato. Poi, per carità, Orlando terrà la sua conferenza programmatica l’8 aprile in quel di Napoli e lì, si spera, qualche scelta e investimento programmatico sarà fatto, vagliato, proposto, raccontato e, ovvio, lanciato. Poi, per carità, Emiliano schizza da una parte all’altra della Penisola, causa i suoi scarsi – scarsissimi – voti racimolati finora tra gli iscritti e parla, parla, e tuona, tuona, su tutto.

  1. Risposte e proposte sui programmi? Non pervenute.

Però, insomma, l’impressione rimane. Cosa pensano i tre candidati al congresso del principale partito del Paese (al netto dei sondaggi, che vedono in testa i Cinque Stelle, e al netto della possibilità che il centrodestra si unisca davvero, tale è il Pd sia per voti assoluti presi alle Politiche del 2013 – guida Bersani – sia per i voti presi alle Europee 2014 – guida Renzi) dell’immigrazione e dei decreti sulla sicurezza di Minniti? Come pensano di rivitalizzare l’economia? Cosa credono che serva per avere altri – e nuovi e forti – margini di flessibilità nella trattativa con Bruxelles? Come vedono il reddito di cittadinanza avanzato dai grillini e, in parte, rilanciato persino da Silvio Berlusconi? Come – loro – imposterebbero il rapporto con gli Usa di Trump, con la Russia di Putin, con il Medio Oriente o la Libia o l’Africa, se diventassero candidati premier? Cosa intendono fare, visto che molto se ne discute, in merito alla nuova legge elettorale che il Parlamento non affronta, rinviandone la discussione di mese in mese, ma che la Corte costituzionale ci ha chiesto di affrontare e il Capo dello Stato chiede – pur se nel suo, ormai abitudinario, silenzio operoso – di varare?

  1. Le ‘baruffe chiozzotte’ sul calo dei votanti e gli iscritti.

Non si sa. Per ora, le discussioni tra i tre contendenti e i colonnelli dei tre campioni si limitano a baruffe chiozziotte – come direbbe Goldoni – sulla partecipazione al voto, il calo degli iscritti, i voti presi. Renzi e i renziani sono molti contenti dell’affluenza degli iscritti al voto e, ovviamente, dei risultati chi gli arridono. Eppure, anche se la mozione Renzi viaggia sul 70% circa dei voti tra gli iscritti e la partecipazione è quasi al 60%, va tenuto conto del fatto che, alle primarie del 2013, quelle in cui Renzi sconfisse Cuperlo e Civati (poi uscito dal Pd), votarono circa 290 mila iscritti e poi, alle primarie nei gazebo, andarono circa 2 milioni e 800 mila persone. Ora, dato che i circoli del Pd sono 6300 e gli iscritti 420 mila (405 mila in realtà cui però vanno aggiunti 15 mila GD, i Giovani democratici), al ritmo attuale dovrebbero votare – proiettando i dati della prima settimana di votazioni, sempre e solo nei circoli – circa 186 mila iscritti su 420 mila, il che vuol dire almeno 100 mila elettori in meno rispetto al 2013.

Certo, la caduta degli iscritti al Pd è stata fermata, arginata: erano 379 mila nel 2014, 396 mila nel 2015, sono 405 mila oggi (merito del gran lavoro fatto dal vicesegretario dem, Lorenzo Guerini), ma il calo della partecipazione c’è e si sente. In circoli dem di Genova hanno votato in 7 (sette), nei circoli ‘operai’ di Piombino, Itachi e Mitsubishi della Toscana ha vinto Renzi, ma gli operai erano davvero pochi. E, in Emilia-Romagna, la (ex) mitica ‘Emilia rossa’ del Pci – scrive il 28 marzo Huffington Post – “gli iscritti nel 2013 erano più di 80mila e l’affluenza al congresso fu del 34%, che corrisponde in termini assoluti a 27mila votanti. Ora gli iscritti sono 47mila. Il 50% di partecipazione equivale all’80% dei votanti dell’altra volta”, un calo assai drastico. Il comitato emiliano di Orlando dichiara all’Ansa: “Nei 170 circoli scrutinati hanno partecipato al voto 1.852 iscritti in meno rispetto al 2013 e negli stessi 170 circoli dove si è votato gli iscritti sono passati da 20.252 a 12.856”. Ora, va fatto notare, en passant, che a Orlando e ai suoi la polemica sul calo degli iscritti non conviene affatto. Difficile, infatti, che Orlando riesca a prendere, alle primarie aperte, più del 30-33% che sta prendendo ora nei circoli, Diverso il caso di Emiliano, che sta andando malissimo, inchiodato a un 4-6% su base nazionale che rischia di fargli saltare la fase finale della competizione: infatti, per accedere alle primarie aperte serve aver preso, nei congressi di circolo, il 5% su base nazionale oppure il 15% in 5 regione, che è ‘tanta roba’. A lui sì che converrebbe fare la polemica sul calo dei votanti. Ma la vera polemica cui si apprestano a soffiare sul fuoco sia Emiliano sia – temiamo – anche Orlando, il più posato, misurato e, forse, responsabile, dei tre contendenti in palio, è un’altra e riguarda la partecipazione alle primarie aperte.

4 L’assurdo Statuto del Pd e i suoi tre ‘turni’ elettorali.

Infatti, il 30 aprile, quando si svolgerà il secondo round, appunto, tutto o molto si giocherà sulla partecipazione. Prima però va spiegato che lo Statuto del Pd è tanto complesso e arzigogolato quanto assurdo. Di fatto, è un missile a tre stadi, una sorta di sistema elettorale a tre turni. Il ‘primo turno’ è quello del voto tra gli iscritti ora in corso. Votano, appunto, solo gli iscritti al Pd (fa fede la tessera del 2016 o l’iscrizione entro il 28 febbraio 2017, nel 2013 però ci si poteva iscrivere e votare il giorno stesso a ogni circolo) ma il voto, in pratica, ‘non’ vale nulla. Infatti, è il ‘secondo turno’, le primarie aperte, quelle in cui possono votare tutti i cittadini italiani, gli immigrati residenti e pure i 16enni, purché firmino la ‘Carta dei valori’ del Pd e versino 2 euro, quello che conta. Chi vince, vince, a prescindere dai voti presi tra gli iscritti, voti che, appunto, non valgon più nulla. Ma c’è un ma. Infatti, ove nessuno dei contendenti (tre, allo stato, forse due, se Emiliano venisse escluso dopo il primo giro tra gli iscritti) raccolga più del 50,1% dei votanti, diventa sovrana, per decidere chi farà il segretario del Pd, l’Assemblea nazionale del Pd. La quale viene composta da mille membri eletti nelle liste collegate – con un sistema maggioritario a turno unico – ai vari contendenti in lista. Qui, in Assemblea – che si terrà il 7 maggio, mentre le primarie aperte si terranno il 30 aprile ed entro il I aprile finiranno le votazioni nei circoli – può accadere di tutto. Poniamo che Renzi raccolga il 48,1% dei consensi. I delegati eletti con le mozioni Orlando (40,0%) ed Emiliano (10,9%) potrebbero convergere su uno dei due candidati che si sono opposti al vincitore con maggioranza relativa e battere Renzi. Senza dire della possibilità che dei delegati eletti con la mozione Renzi si ‘stacchino’ da essa e votino per un altro candidato. Ipotesi di scuola, certo, ma possibili. La vera partita, in ogni caso, è e resta un’altra. Ed è appunto la partecipazione al voto, ovvero l’affluenza alle primarie.

5. La posta in gioco: l’affluenza alle primarie aperte.

Certo, il giorno scelto – il 30 aprile – che capita in un mega ‘ponte’ di festività, a cavallo tra 25 Aprile e Primo maggio, non aiuterà l’affluenza e lo scarso e poco produttivo dibattito sui temi più caldi, come si è detto prima, neppure. A lungo, al Nazareno, si è sperato in un’affluenza al voto di almeno 2 milioni e 200 mila/ 2 milioni e 500 mila persone, ora ci si accontenterebbe anche di sfiorare quota 2 milioni.  Il guaio è che la quota, o come si dice in gergo, l’asticella è assai bassa e, di certo, non farà fare bella figura al vincitore, chiunque esso sia (Renzi presumibilmente, ai dati di oggi).

Basta qualche raffronto con il passato per rendersene conto. Nel 2013 votarono, come si ricorderà, 2 milioni e 800 mila elettori (Renzi vinse con il 67% dei voti contro Cuperlo), ma in passato i risultati furono anche più brillanti: nel 2009, quando Bersani trionfò su Franceschini (e pure su Marino), votarono 3 milioni e 100 mila persone; nel 2007, alle ‘prime’ primarie, Veltroni vinse su Rosy Bindi ed Enrico Letta con il 75% su numeri monstre (3 milioni e 500 mila). Inoltre, alle primarie del 2004 – di coalizione, le prime primarie, ma in quel caso dell’Ulivo – Prodi stravinse la competizione portando a votare oltre 4 milioni di persone. Infine, nel 2012, quando Bersani – accettando la sfida di Renzi e coinvolgendo anche Vendola e Tabacci – indisse le primarie di coalizione in vista delle elezioni politiche 2013, l’allora segretario dem vinse sull’allora sindaco di Firenze con il 60% su una platea di partecipanti di 3 milioni e 100 mila persone al I turno e di 2 milioni e 800 mila al secondo.

Insomma, numeri che – paragonati con le stime attuali – suonano impietosi, in negativo. ‘Che fare’, dunque? Il Pd potrebbe cercare di animare la gara tra i tre contendenti – oltre a cercare di renderla il più corretta e onesta possibile – parlando, appunto, di programmi, idee, scelte, interessi – anche legittimi – dei vari campioni rispetto al popolo del centrosinistra e al Paese. Lo farà? Ne dubitiamo assai. In un bel libro – Il Grande Gioco (Adelphi) – che tratta della secolare rivalità anglo-russa sui remoti confini dell’Est, tra l’India, la Persia, l’Afghanistan, il Kasmir, il Tibet, la Cina, è scritto che, “gratta gratta, sotto ogni russo c’è un tartaro”, per spiegare l’indomabile e fiero animo russo, assetato di spazi e conquiste quanto di battaglie. Ecco, gratta gratta, sotto lo spirito di ogni dirigente dem c’è un ‘tartaro’: una coazione a ripetere che porta alla disintegrazione continua, al conflitto perenne, a una lotta interna sorda e fratricida. Un serio danno e un grande peccato agli occhi di chi, come chi scrive, ritiene – nonostante tutti i suoi difetti, errori, miserie – il Pd l’unico solo partito ‘democratico’ del Paese.

NB: Questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 26 marzo 2017

Colle in campo. Il Pd rilancia il Mattarellum, ma cerca l’intesa con FI. Polemiche interne e con Bersani (Mdp)

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale (Torrino) dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Ettore Maria Colombo – ROMA

Oggi il Capo dello Stato, padre del cosiddetto Mattarellum, sistema elettorale a base maggioritaria (75%) con recupero proporzionale (al 25%) e basato sui collegi uninominali,  farà filtrare, attraverso alcuni giornali, l’“insoddisfazione” per un dibattito, quello sulla nuova legge elettorale, che “non muove un passo in avanti”. E se pure è vero che Mattarella, ama esercitare le sue prerogative non con parole dirompenti, ma con l’arte della moral suasion, il messaggio quello resta. “Non si muove una  foglia”, è il concetto, “e questo non va bene”. Prova ne sia, infatti, che proprio ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Montecitorio ha deciso che la discussione sulla legge elettorale slitta agli inizi di maggio (doveva essere aprile), anche se con l’impegno di tutti i gruppi “a chiudere entro l’estate”. Ove mai la Camera partorisse una nuova legge, la palla passerebbe al Senato – dove i numeri sono ballerini, si sa, per la maggioranza di governo – e il rischio che non si faccia nessuna nuova legge elettorale è altissimo. Restando l’attuale sistema (Italicum, sia pure dimezzato dal ballottaggio, con sbarramento al 3% e premio di maggioranza alla lista fissato al 40%, ergo irraggiungibile, alla Camera dei Deputati, mentre al Senato ‘vale’ il Consultellum così come modificato dalla Consulta che bocciò il Porcellum nel 2014 e cioè una legge semi-proporzionale con sbarramenti al 20%, al 8% e al 4%) il Capo dello Stato è “molto preoccupato” – e oggi lo farà sapere – che “il giorno dopo le elezioni si creino due diverse maggioranze nei due rami del Parlamento e nessuno riesca a governare”. Senza dire del problema costituzionale che si porrebbe: a chi Mattarella affiderebbe l’incarico? Al partito vincitore alla Camera (competizione su liste) o al Senato (competizione su liste e/o coalizioni, qui ammesse)? Senza dire, infine, di altre differenze macroscopiche dei due sistemi.

Guarda caso, ma il Pd di marca renziana non intende restare ‘insensibile’ al ‘grido di dolore’ che arriverà dall’alto del Colle. “Noi vogliamo il Mattarellum, è la nostra proposta – spiega una fonte molto in alto del Nazareno renziano – e crediamo anche che abbia i numeri per essere approvato. Alla Camera di sicuro, ma anche al Senato. Fossi in voi (giornalisti, ndr) andrei da Paolo Romani (il capogruppo di FI al Senato, ndr) a chiedere cosa pensa del Mattarellum”. Renzi vuole uscire dall’impasse sulla legge elettorale e, insieme, mantenere e difendere saldo il principio e l’ancoraggio al maggioritario. Falsa, invece, la notizia di un ‘abboccamento’ tra Pd – Rosato in testa – e i pentastellati, nella persona del nuovo capogruppo, Roberto Fico, per ‘adottare’ il Legalicum dei 5Stelle o ‘vestire’ il Senato con la legge della Camera (l’Italicum): “Di loro non ci fidiamo – dicono i democrat renziani – preferiamo parlare con la Lega e gli azzurri”.

E così, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato prima dice “Noi siamo per il Mattarellum, ma prendiamo atto che molti altri sono contrari”, poi ribadisce: “Un sistema di impianto maggioritario e che garantisca la governabilità, per il Pd, è imprescindibile”. Parole, quelle di Rosato, che hanno avuto il ‘visto, si stampi’ di Matteo Renzi in persona. Poi c’è l’ennesima pdl (siamo ormai alla 30 esima) di riforma elettorale: la firma un Carneade del Pd, tale Fragomeli, ma è sottoscritta dalle renzianissime Rotta e Malpezzi, assai digiune di sistemi elettorali: ricalca l’Italicum con le correzioni richieste dalla Consulta e, soprattutto, rilancia il doppio turno con tanto di soglia di accesso. Il messaggio è che il Pd a un sistema di base maggioritario non rinunzia. L’obiettivo non è quello di votare a settembre, ma di far passare un sistema elettorale che, in un colpo solo, eviti il proporzionale puro e il potere di ricatto dei partitini.

Poi, certo, c’è, rimane e fa male il fuoco di fila delle opposizioni che accusano i democrat di “aver bloccato i lavori in attesa del congresso del Pd”, ma c’è pure il fuoco amico dentro il Pd. Il ministro Andrea Orlando, competitor di Renzi con Emiliano, dice che “sul Mattarellum non c’è accordo” e che “bisogna invece proporre delle correzioni all’Italicum”. Stabilito che gli ‘orlandiani’ devono fare pace tra loro stessi (i senatori Pd di fede orlandiana hanno chiesto proprio il Mattarellum!), la legge elettorale crea scompiglio e divisioni pure dentro Mdp, oò movimento nato per scissione dal Pd e già diviso al suo interno. L’altro ieri diversi esponenti di Mdp, da D’Attorre a Scotto, bocciavano il Mattarellum, ma ieri Pier Luigi Bersani ne invocava l’immediato ritorno: “Se si vuol fare il Mattarellum noi siamo pronti a votarlo, a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Guarda caso, quasi le stesse parole di Salvini (“Il Mattarellum siamo pronti a votarlo anche domani mattina”). Solo l’M5S resta contrario (“Il Mattarellum è vecchio e invotabile”), ma almeno qui si capisce il perché: i pentastellati avrebbero solo da perderci.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2017. 

Lo Statuto-garbuglio del Pd, le primarie il 9 aprile e le Politiche all’orizzonte. Intanto, scende in campo Orlando

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo
ROMA
LE PRIMARIE aperte a iscritti ed elettori del Pd, la ‘gazebata’, si terranno domenica 9 aprile. Lorenzo Guerini, presidente della commissione congressuale – vi siede un delegato per ogni corrente e presto sarà integrata dai rappresentanti di Orlando, che scenderà in campo oggi, e di Emiliano – ha spiegato agli altri suoi colleghi che «è meglio far presto». E dato che Guerini, sempre più centrale nel Pd renziano, parla per bocca dell’ex segretario – assente per il viaggio in Usa – la commissione ha detto subito ‘visto, si stampi’, pur se tra le rimostranze di Gianni Cuperlo (che voleva posticipare il congresso a luglio) e dei supporter di Emiliano (ieri notte, a Linea Notte, Tg3, Boccia ha detto che “se le primarie finale vengono indette il 9 aprile salta l’accordo”, cioè Emiliano si ri-ritira? Chissà). In ogni caso, il percorso di guerra studiato dai renziani è il seguente:venerdì fine dei lavori della commissione congressuale (una cosa da Speedy Gonzales: neppure tre giorni…), nuova Direzione nazionale venerdì pomeriggio per validarli, poi parte il missile a tre stadi : Convenzioni nei circoli, in cui votano solo gli iscritti; Convenzione nazionale, in cui si presentano i primi tre candidati che illustrano i loro programmi (con appendice di Convenzione programmatica); primarie aperte in cui possono votare pure gli elettori.
Ma c’è un ma. La commissione studia un caso di scuola che potrebbe diventare (per Renzi) amara realtà: se i contendenti saranno solo tre (Renzi, Emiliano e Orlando), la Convenzione nazionale verrebbe eliminata perché era stata studiata per selezionare proprio e solo le prime tre candidature che superavano il 5% dei voti nel primo giro tra gli iscritti (esempio: Pittella prese il 3%, al congresso del 2013, e si dovette ritirare dalla corsa). Senza la Convenzione, le primarie dovrebbero diventare, di fatto e subito, aperte ai primi tre candidati, dopo la scrematura da parte degli iscritti. Ma, per Statuto, se nessuno raggiunge il 50,1% alle primarie aperte, diventa obbligatorio un ballottaggio in Assemblea nazionale dove votano solo i delegati. L’esito potrebbe essere clamoroso: i delegati di due candidati (Emiliano+Orlando o Renzi+Orlando, dipende dai casi e dalle alleanza) si possono unire contro il terzo e farlo perdere in Assemblea anche se avesse vinto le primarie aperte! (esempio: Renzi 46%, Emiliano 35%, Orlando 25%: Emiliano e Orlando avrebbero il 51%).

IL MOTIVO politico dell’accelerazione sulla data delle primarie finale (9 aprile), però, è un altro. Il governo, in Parlamento, inizia a dare  preoccupanti segnali di cedimento. Ieri, la fiducia sul Mille-proroghe è passata, alla Camera, con appena 337 sì (quorum 315), al Senato i numeri ballano, dato che Ala è passata all’opposizione, e i renziani ormai super doc come Orfini rilanciano temi urticanti come lo jus soli e il fine vita, oltre ad aver posto l’aut aut «sull’eccesso delle privatizzazioni e dei voucher» nel nuovo programma di governo. Parole e intenzioni che hanno fatto venire uno sbotto d’ira ai moderati di Ncd. Morale: i renziani sono tornati a cannoneggiare il governo ‘amico’ e dicono apertamente che «la finestra elettorale di giugno è aperta, apertissima, se le primarie sono il 9 aprile». Certo, si tratterebbe di andare al voto sul filo del calendario: per sciogliere le Camere servono dai 45 ai 70 giorni, la data ultima per indire i comizi elettorali è tra il 18 e il 25 aprile, e il governo dovrebbe dimettersi una settimana prima, almeno, ma la mossa, pur con un cantiere – quello della legge elettorale – ancora in alto mare, c’è. I renziani pasdaran ne parlano apertamente nei corridoi, oltre a godersi lo spettacolo di una scissione che – indicano felici – «perde pezzi ogni giorno» (Lattuca, giovane deputato di Cesena, che si arrovella tra dubbi amletici, il raffinato costituzionalista De Giorgis e altri ancora, alla Camera, mentre al Senato teste d’uovo come Manconi, Tronti e Tocci non vanno via).

E non è un caso che molti parlamentari della ex sinistra dem (40 ex Giovani Turchi, 20 di Damiano, 15 di Cuperlo) stiano cercando riparo e protezione sotto l’ombrello di Orlando. Il ministro lancerà la sua candidatura oggi, al battagliero circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia ma di moda. L’obiettivo è chiaro: unire la sinistra e non solo quella.
E Renzi? L’ex premier è volato negli Usa, in California, con l’amico di sempre, Marco Carrai, e non rientrerà prima di domenica, dando buca ai lavori della nuova Direzione. Da lì, però, si gode lo spettacolo. Tra una visita a Tesla e al resto della Silicon Valley e un giro da turista, scrive che «mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, noi proviamo a imparare da chi sta costruendo il domani prima degli altri». Un futuro e un domani che, almeno ai suoi occhi, assumono sempre più sapore delle elezioni anticipate.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2017 a pagina 8 di Quotidiano Nazionale 

NEW!!! Pd, il ‘mistero’ del congresso anticipato. Braccio di ferro tra renziani e minoranza a colpi di regolamento sullo Statuto. I dubbi amletici di Renzi in attesa dell’Assemblea nazionale del 18

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Matteo Renzi e Matteo Orfini, segretario e presidente, alla Direzione nazionale del Pd

NEWS DELL’ULTIMA ORA 15 DICEMBRE 2016: SEMBRA CHE RENZI ABBIA DECISO CHE L’ASSEMBLEA NAZIONALE DI DOMENICA 18 DICEMBRE APRIRA’ IL PERCORSO CONGRESSUALE E ANCHE CHE LE PRIMARIE DI PD E CENTROSINISTRA PER LA PREMIERSHIP SI TERRANNO IL 5 MARZO 2017.

“ANALISI SITUAZIONE POLITICA E DETERMINAZIONI CONSEGUENTI”. È QUESTO, A QUANTO SI APPRENDE DALLE AGENZIE DI STAMPA, L’ORDINE DEL GIORNO IN CALCE ALLA CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL PARTITO DEMOCRATICO CHE SI TERRA’ DOMENICA 18 DICEMBRE A ROMA. LA FORMULA DELLA CONVOCAZIONE, SPIEGANO FONTI DEM, LASCIA APERTA LA POSSIBILITÀ CHE L’ASSEMBLEA DECIDA DI CONVOCARE IL CONGRESSO DEL PARTITO. L’ASSEMBLEA INIZIERÀ ALLE 10.00 ALL’HOTEL ERGIFE DI ROMA.

 

1) Pd appeso all’indecisione di Renzi. Primarie aperte o congresso normale il dilemma. L’obiettivo del segretario dem resta comunque il voto anticipato tra maggio e giugno. 

MATTEO RENZI dice ai suoi di volersi tenere in queste ore «mille miglia lontano dalle beghe romane», rintanato com’è nella sua Pontassieve, dove porta i bimbi a scuola e a calcetto. E a chi gli chiede se ha  in mente – e quale – “un blitz romano” risponde ironico che “per ora mi milito a fare un blitz alla Coop…”. Certo è che «non ha ancora deciso». In realtà, ha davanti ha sé un orizzonte politico ben chiaro: legge elettorale entro febbraio ed elezioni tra maggio giugno, con due data cerchiate in rosso sul calendario, il 20 maggio e il 4 giugno, il che però non è indifferente perché vuol votare prima o dopo il G7 a Taormina. Ma è sul partito che non ha ancora deciso. Se, cioè, domenica prossima, 18 dicembre, a Roma, chiederà all’Assemblea nazionale del Pd di aprire o meno la stagione congressuale, portando il Pd a congresso anticipato oppure se si limiterà a chiedere ‘primarie aperte’. «La decisione dipende da lui solo» – assicurano i suoi – e i problemi «non dipendono dallo Statuto».

LA MINORANZA dem è pronta a impugnare lo Statuto, a costo «di finire davanti al Tar». La questione, in realtà, è controversa. Secondo Nico Stumpo, responsabile Organizzazione sotto Bersani, non si può fare il congresso a marzo: «E come si fa? Quale sarebbe il percorso? Assemblea il 18, Direzione il 20 gennaio e presentazione delle liste collegate per il congresso a fine gennaio? E il regolamento congressuale quando si fa, a Natale?!» sbotta. Inoltre, per Stumpo, «Renzi si dovrebbe dimettere da segretario, se vuole presentarsi al congresso, e aprire la normale trafila congressuale di un congresso ordinario, altrimenti si va a scadenza naturale e il congresso si convoca 6 mesi prima».
Dall’altra parte c’è Salvatore Vassallo, estensore dello Statuto dem, che ieri sull’Unità ha scritto un – arzigogolato – articolo per spiegare, in buona sostanza, che segretario e Assemblea «sono sovrani» e che le dimissioni di Renzi sarebbero solo «dimissioni tecniche». Come spiega anche un altro costituzionalista dem, che pure ha contribuito a scrivere lo Statuto del Pd, Stefano Ceccanti, “il rapporto fiduciario segretario-assemblea è come quello presidente del Consiglio-Camere: puoi presentarti dimissionario, e riottenere la fiducia, oppure ti può essere negata, oppure ancora puoi dimetterti e andare al voto….”. Dalle parti di Matteo Orfini, invece, la pensano diversamente: «sarebbe Matteo (Orfini), in qualità di presidente, ad assumere i pieni poteri, in caso di dimissioni del segretario».

La questione, però, come sempre, è politica. Ieri, nel Transatlantico di palazzo Madama, il ministro al Welfare, Giulaino Poletti, ha fatto una gaffe, facendo arrabbiare assai i renziani («Quello è matto!») che però ha rivelato, i piani dell’ex premier: «Il referendum sul Jobs Act (3 milioni di firme raccolte dalla Cgil per reintrodurre l’art. 18, abolire i voucher e i contratti a termine, la Consulta esaminerà i quesiti l’11 gennaio, ndr) non si farà (a giugno, nel caso, sempre che i referendum passano il vaglio della Consulta) perché prima si vota».
Se domenica, in Assemblea, Renzi si presentasse dimissionario, si andrebbe dunque al voto anticipato, con in mezzo il congresso del Pd, sempre che la maggioranza dei membri dell’Assemblea (serve il 50,1% dei componenti: oltre 500 sugli oltre mille aventi diritto) deliberi che si va a congresso subito, con Renzi in sella o meno che sia, in questo caso.
Altrimenti Renzi potrebbe scegliere, come è tentato di fare, di promuovere solo primarie di coalizione «aperte», modello Prodi 2005 o, anche, modello Veltroni 2007. Primarie, dunque, solo ‘confermative’ per prendere – come ha detto altre volte – “2 milioni di voti”.
In questo caso, l’unica candidatura realmente alternativa a quella di Renzi sarebbe quella dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, appoggiato da Gianni Cuperlo e da altri pezzi della sinistra che, ormai, ha di fatto rotto con Sel e non parteciperà al percorso di nascita di Sinistra italiana (congresso fondativo a febbraio 2017): i senatori Stefano e Uras, che hanno già votato a favore del governo Gentiloni, rompendo con il gruppo di Sel al Senato, i sindaci di Cagliari, Massimo Zedda, e forse di Genova, Marco Doria, ma soprattutto, appunto, Pisapia. Ad andare in affanno sarebbe la sinistra interna dem che ha fin troppi candidati a segretario: il governatore toscano Rossi, il governatore pugliese Emiliano – sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema e il ticket Speranza-Letta, a ora mai nato.
Ieri sera, a Porta a Porta, il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ha detto che «Renzi sarà il candidato del Pd al prossimo congresso» e che, appunto, «giugno è una data realistica per tornare alle urne», ma anche negato che Renzi voglia fondare un “Partito di Renzi” che, pure, nei sondaggi, viene già accreditato di almeno un buon 20% di voti.

IL ‘COMBINATO disposto’ delle parole di Guerini – che ieri confidava a un amico: «Abbiamo il 78% dei consensi in Assemblea e l’82% in Direzione…» – indica che le due strade davanti a Renzi (dimissioni per accelerare il percorso del congresso anticipato o restare in sella per andare al voto con primarie «aperte») sarebbero ancora, e pienamente, nella sua disponibilità. Solo che Renzi «ci sta pensando, non ha deciso» e, riconosce uno dei suoi, «ogni giorno ha la sua pena, ieri, per dire, ha cambiato idea tre volte…». A scompaginare i giochi di Renzi, però e per davvero, potrebbe essere il malumore che cova crescente dentro Area dem (Franceschini), tra i Giovani Turchi (Orlando) e tra i Popolari di Fioroni. Ecco, se domenica fossero loro a far mancare i voti, alla «mozione» Renzi (dimissioni e congresso anticipato), allora sì che sarebbero guai.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 15 dicembre 2016 pag 9


Il punto della situazione sul congresso del Pd ieri, 14 dicembre 2016, metà pomeriggio. 

Le notizie riportate sui giornali di oggi indicano che non solo la minoranza dem – pronta a impugnare lo Statuto del partito e, persino, pare a ricorrere al Tar (sic) in caso di ricorsi – ma anche lo stesso Renzi nutrirebbe forti dubbi sulla possibilità o legittimità di convocare il congresso del Pd già nel corso dell’Assemblea nazionale di domenica 18 dicembre. Lo scontro  verte su una diversa interpretazione dello Statuto. Per la minoranza è semplice: “o Renzi si dimette – spiega Nico Stumpo – si presenta dimissionario al congresso nazionale e questo si può svolgere in via anticipato, oppure, se non si vuole dimettere, il congresso non si può convocare prima del 6 giugno, quando scatta la convocazione ordinaria” (il congresso dem va convocato sei mesi prima della sua scadenza naturale, dicembre 2017). Sempre Stumpo mette tutti sull’attenti: “Sento parlare di Assemblea nazionale il 18, Direzione il 20 dicembre per eleggere la commissione congressuale e presentazione delle liste per il 20  gennaio! E il regolamento congressuale quando lo facciamo, sotto Natale?!”. Insomma, l’atteggiamento della minoranza è: “Se è così, se lo votano a maggioranza, il congresso, come hanno fatto con le riforme, così poi vediamo che fine fanno…”. Peraltro, la minoranza ha anche un altra arma: presentare una candidatura ‘di bandiera’ all’interno dell’Assemblea nazionale (Speranza?) per dilatare a dismisura il percorso congressuale (servirebbe, infatti, la convocazione di una nuova Assemblea per vagliare le candidature).

Dall’altra parte, i renziani – che comunque possono garantirsi il 50,1% dei membri dell’Assemblea nazionale (501 membri su 1000) solo con l’appoggio di altre aree interne (Area dem di Franceschini, Giovani Turchi di Orlando e Orfini, Sinistra nuova di Martina) – vorrebbero forzare le tappe e il percorso congressuale andando al congresso anticipato, senza che Renzi si debba presentare dimissionario. Salvatore Vassallo, che lo Statuto Pd lo ha scritto di suo pugno, ha spiegato ieri – sia pure in modo arzigogolato e barocco – sul giornale del partito, l’Unità – che “i gruppi dirigenti si possono rinnovare in due modi. 1) scioglimento ‘conflittuale’: dimissioni del segretario in caso di contrasto con la maggioranza dell’assemblea o di sfiducia dell’assemblea stessa verso il segretario. In questo caso, se il segretario si dimette, servono i 2/3 (maggioranza qualificata dei membri) per sostituirlo, se sfiduciato, è obbligatorio il ricorso a una nuova elezione del segretario; 2) scioglimento ‘non conflittuale’. Per proporre lo svolgimento di elezioni interne anticipate della sua carica il segretario può presentare le sue dimissioni ‘tecniche’ rendendo in questo modo l’Assemblea sovrana e libera di scegliere tra due alternative: accettare le dimissioni del segretario e decretare il suo stesso scioglimento, chiedendo al segretario di gestire il partito nella fase transitoria (fino, cioè, a nuove elezioni della carica di segretario), oppure eleggere un successore per il termine residuo del suo mandato”. Insomma, a norma di Statuto, parrebbe avere ragione Vassallo, ma il ragionamento è molto da Azzeccagarbugli e lo stesso Renzi parrebbe indeciso o dubbioso sul da farsi.  “Renzi sta riflettendo, in queste ore, sul da farsi, ma non ha ancora deciso”, dicono i suoi.

Nell’attesa ecco due articoli da me scritti, nei giorni scorsi, sul tema del congresso del Pd.

2) Primo pezzo pubblicato il 13 dicembre 2016, pag. 8.

“Resto segretario per il congresso”. Renzi accelera su tempi e regole. Primarie aperte per il leader. Sinistra dem in rivolta contesta, ma potrebbe lanciare Zingaretti.

AVERE, domenica prossima, il via libera, da parte dell’Assemblea nazionale del Pd – il massimo organo statutario del partito democratico, detto anche “l’Assemblea dei Mille” perché conta mille e più delegati e che, volendo, può eleggere il segretario (Guglielmo Epifani, per dire, fu eletto lì) – per la convocazione anticipata del congresso nazionale. In modo da eleggere, entro marzo, il segretario e, quindi, il candidato premier con un «bagno di popolo» da tenere domenica 26 febbraio o 5 marzo, le due date individuate da Renzi per la giornata campale, quella delle primarie aperte a tutti, iscritti al Pd e semplici elettori, sbaragliando gli avversari, ancora molto incerti sul da farsi, ma che, se non vogliono finire male come Cuperlo contro Renzi potrebbero cercare di convergere su un nome «terzo».
Non Roberto Speranza, dunque, il candidato ‘naturale’ della minoranza, che però non gradirebbe affatto verdi mettere da parte e neppure il governatore della Puglia, Emiliano, che è il ‘cavallo di razza’ su cui punta D’Alema, ma l’attuale governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che non a caso ieri ha fatto sentire la sua voce – molto critica – sul Pd. Obiettivo finale di Renzi – e non certo della minoranza – «elezioni politiche il prima possibile», a giugno. Eppure, stabilito che il congresso sarà vero e seguirà la trafila classica (congressi di circolo-congressi di federazione, cioè provinciali, entrambi riservati ai soli iscritti; selezione delle candidature, tre, per le primarie aperte a tutti) e che, dunque, non ci sarà alcun ‘congresso volante’, come volevano i renziani ortodossi (via la trafila dei congressi di circolo e federazione, solo liste collegate ai candidati e poi primarie aperte), la «gabola» c’è, anche se non si vede. Infatti, i congressi di circolo e federazione non eleggeranno i segretari dei medesimi organi, elezioni che saranno rinviate dopo le primarie, come pure l’elezione dei segretari regionali e dei congressi regionali che per Statuto si eleggono dopo.

IL DIAVOLO, come si sa, sta nei dettagli. Uno è quello citato, l’altro è che Renzi non si dimetterà da segretario, come invece chiede la minoranza, appellandosi allo Statuto: lo spiegano due costituzionalisti, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, che lo statuto del Pd l’hanno scritto. Vassallo scrive, via Twitter, che: «Non è necessario che Renzi lasci la segreteria per anticipare il congresso, se l’assemblea condivide il percorso indicato». Ceccanti ripete lo stesso concetto, richiamando anche un articolo dello Statuto (articolo 3).
È questa la road map che il premier ormai ex, ma ancora segretario dem in carica, illustra, ieri, in Direzione nazionale, dove non solo si è presentato, in maglioncino blu e camicia bianca senza giacca (si pensava non l’avrebbe fatto), ma ha anche parlato, a fine riunione.
La minoranza dem che fa capo all’area Speranza-Bersani (Sinistra riformista) preannuncia battaglia, ma le loro armi appaiono assai bagnate: non hanno candidati di grido e di peso, anzi sono divisi tra la candidatura del governatore toscano Rossi, quella possibile di Emiliano e quella che sembrava certa fino a ieri dello stesso Speranza, e, soprattutto, hanno poche armi in mano per impedire che si metta in moto la macchina congressuale.

Renzi, a fine dibattito, dunque parla – mentre Orfini, presidente dei lavori della Direzione, lo guarda esterrefatto perché gli aveva chiesto di non aprire, ora, il dibattito sul partito –: lo fa perché “si è molto indispettito”, dicono i suoi, proprio dopo l’intervento di Speranza. Il giovane delfino di Bersani – dopo aver presentato un documento sul governo Gentiloni che neppure viene votato, in Direzione, e che puntava a porre una “fiducia condizionata” – chiede di «cambiare rotta radicalmente o il Pd muore» e lancia la sfida a Renzi: «Dica con chiarezza se non c’è spazio nel Pd per chi ha votato No, senza nascondersi dietro agli insulti su Internet e alle manifestazioni davanti al Nazareno». Parole che suscitano un gran brusio e molti malumori in platea, da parte di renziani e non, e che, nonostante l’intervento ironico e pacato di Cuperlo («Non ho paura del voto, ho paura del risultato del voto…») che cerca di riportare i lavori a un clima più disteso, spingono Renzi a intervenire, appunto, in replica finale: «Io sono dell’idea – dice secco – che si dovrebbe rispettare lo Statuto e domenica l’Assemblea dovrebbe decidere se si fa il congresso».
Certo, se regge il “patto di sindacato” con le due macro-aree interne ‘a-renziane’ (Area dem di Franceschini e Giovani Turchi che però, ieri, sono rimasti seccati e silenti: giocano «a carte coperte, per ora», dicono preoccupati i renziani), problemi di numeri Renzi non li avrà. Un congresso, dice Renzi, che dovrà avere come obiettivo elezioni «imminenti» perché «nei prossimi mesi, lì andremo». Insomma, data la «piena fiducia» al governo Gentiloni, come ha sottolineato il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, nell’introduzione, «domenica prossima – spiega un big del Pd – l’Assemblea voterà un ordine del giorno in cui chiede alla Direzione di convocare il congresso (ma serve la maggioranza degli aventi diritto, per farlo, quindi 500 dirigenti del Pd su 1000, ndr), la Direzione nominerà la commissione per il regolamento e faremo congresso e primarie al massimo entro marzo».

UN PERCORSO che vede, appunto, la contrarietà netta della sinistra interna: non ha, ad oggi, i numeri per bloccare l’approvazione di un ordine del giorno in Assemblea, ma darà battaglia. «Il congresso si deve fare – dice Nico Stumpo – ma le regole devono essere rispettate. Renzi si dovrebbe dimettere. Altrimenti il congresso va convocato sei mesi prima della scadenza, il 6 giugno 2017…» (in teoria è previsto per dicembre 2017). La minoranza potrebbe – spiega Stumpo – presentare un proprio candidato anche in Assemblea per allungare i tempi. Primi tiri di fioretto, a colpi di regolamento, in attesa della battaglia vera e propria, quella congressuale, che si giocherà a colpi di mazza ferrata.


3) Secondo pezzo pubblicato lunedì 12 dicembre, pag. 9.

Congresso Pd, la sfida finale. “Matteo si gioca tutto alle primarie”. Due date (26 febbraio o 5 marzo), poi elezioni

MATTEO Renzi è tornato nella sua Pontassieve «a fare l’autista» a moglie e figli. Ha espresso dubbi persino sullla semplice sua partecipazione, oggi, alla Direzione nazionale del partito che, pur convocata in modo «permanente», mercoledì scorso ha visto solo la relazione del segretario, ma senza apertura di alcun vero dibattito, rimandato ad oggi. Renzi spiega ai suoi: «Non vorrei parlare in pubblico per un mese. Vorrei che si parlasse del governo di Gentiloni, dei problemi del Paese, non di me. Il confronto, anche duro, che ci dovrà essere, dentro il Pd, si trasformerà in una corrida, so che sarà così e mi sta bene, ma vorrei evitare che succeda oggi, almeno per rispetto a Paolo (Gentiloni, ndr.)». Alla fine, però, il segretario andrà alla Direzione e lo scontro vero si aprirà subito, prima ancora del fine settimana in cui si terrà l’Assemblea nazionale. Infatti, l’Assemblea del Pd, massimo organo del partito, è già stata convocata per il 18 dicembre e si terrà a Roma. Sarà lì che Renzi potrebbe annunciare le dimissioni anche dalla carica di segretario, come è pure tentato di fare. Anche perché, se non si dimettesse, come già eccepiscono in molti, il congresso andrebbe indetto non prima di sei mesi del suo svolgimento, cioè a… giugno 2017… I suoi lo frenano e stanno cercando un modo per indire lo stesso il congresso subito.
Renzi ha già individuato due date possibili, e molto ravvicinate tra loro: il 26 febbraio o il 5 marzo, per tenere il «giorno glorioso» che determina la fine del congresso, la celebrazione delle primarie, ovviamente «aperte» a iscritti e non del Pd purché firmino la «carta degli intenti» e versino un piccolo obolo (di solito si tratta di 2 o 5 euro e le primarie sono aperte anche al voto dei 16 enni, oltre che degli immigrati dotati di regolare permesso di soggiorno, fonte di infinite polemiche, nel recente passato, specie in primarie locali poi annullate o contestate come è successo, per ben due volte, a Napoli…). L’obiettivo del premier dimissionario resta sempre lo stesso, dal giorno (anzi, dalla notte), delle sue dimissioni: fare il congresso il prima possibile per andare a elezioni, una volta fatta la nuova legge elettorale dal Parlamento, il prima possibile (al massimo a giugno).

IN OGNI CASO – che vada oggi in Direzione, come sarà, e che si presenti, o meno, dimissionario all’Assemblea nazionale – resta il fatto che Renzi e i suoi stanno per lanciare l’ultima sfida, quella – davvero – della vita: congresso straordinario del Pd per ottenere, subito dopo, le elezioni. Per quanto riguarda il congresso, Renzi e i suoi hanno davanti a loro due strade, entrambe, però, assai difficili, se non perigliose. La prima, quella più hard, farebbe infuriare la minoranza al punto da dire «gioco falsato, regole farlocche, noi non giochiamo più», con conseguenze disastrose per il Pd: la scissione sarebbe più vicina.
La strada è quella del congresso «volante». Vuol dire saltare le istanze di base (congressi di circolo e federazione, riservati solo agli iscritti, e congressi regionali, che comunque, per Statuto, si devono tenere dopo il congresso nazionale) e fare solo le primarie nazionali per la candidatura a segretario e la premiership, due cariche coincidenti per Statuto. La selezione della classe dirigente starebbe solo nelle «liste» collegate al candidato segretario per comporre la nuova Assemblea nazionale la quale poi elegge la Direzione.
SAREBBE una forzatura che troverebbe non solo l’aperto dissenso della minoranza dem, l’area di Speranza e Bersani che, con Davide Zoggia, chiede apertamente a Renzi «di dimettersi, scindere le figure di segretario e candidato premier e fare un congresso vero». Anche Area dem (Franceschini) e i Giovani Turchi – ieri hanno parlato sia Matteo Orfini per assicurare che «nel momento in cui si apre il congresso, la gestione la fa un organismo terzo», sia Andrea Orlando che vuole «ripensare il Pd», ma non si candiderà contro Renzi – potrebbero nutrire dubbi e perplessità sull’iter accelerato che ha in mente il segretario, frenando l’impeto dei renziani che, sostanzialmente, puntano a primarie «confermative» (modello Prodi 2005 più che Bersani 2012, quando quest’ultimo vinse contro Renzi).

ECCO perché la seconda strada, più soft, oltre che classica, dovrebbe prevalere. Congresso ordinario con tutta la trafila: congressi – che i renziani chiamano «convenzioni», cioè con ridotti poteri di elezione dei segretari delle istanze medesime – dei circoli e delle federazione provinciali, congressi riservati ai soli iscritti, selezione delle candidature per il congresso nazionale con liste connesse dove le aree interne (o ‘correnti’) e, infine, elezione del segretario-candidato premier tra i diversi candidati con primarie «aperte», dove cioè votano tutti gli elettori e simpatizzanti del Pd che, versando un piccolo obolo e sottoscrivendo la ‘Carta degli Intenti’, possono votare anche se non sono  iscritti. In ogni caso, i tempi resterebbero gli stessi. Dalla data di indizione (18 dicembre) al giorno delle primarie (26 febbraio o 5 marzo) Renzi vuole chiudere la pratica congressuale in due mesi.
Al segretario non interessa nulla della trafila burocratica dei ‘congressini’ – che verrà gestita, come al solito, dall’uomo d’ordine, e ordinato, Lorenzo Guerini – ma la sfida finale: punta a una piena legittimazione popolare («almeno due milioni di voti»). «Vincere il congresso, ma vincerlo dopo, con un congresso ordinario semi-estivo», spiegano i suoi, sarebbe troppo tardi per tutto, soprattutto per preparare una campagna elettorale a Politiche anticipate (da fare a giugno, non oltre) che sarà ben più sanguinosa.

NB: Questi due articoli sono stati pubblicati lunedì 12 e martedì 13 dicembre sul Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)