“Dentro” LeU: le scelte (contradditorie) in Lombardia e Lazio, il nodo candidature, lo scontro interno sui ‘big’ da promuovere. Ben quattro articoli…

NB: Pubblico qui di seguito, in ordine temporale decrescente, quattro articoli usciti su QN  la settimana scorsa, sulla sinistra che si muove a sinistra del Pd (LeU e dintorni) 

d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

 

 1. Leu ha deciso di tagliarsi la testa da sola: correrà da sola in Lombardia, con il Pd nel Lazio. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
E’ stata una liberatoria, ma scontata, standing ovation quella che ha accolto la decisione dell’assemblea regionale lombarda di LeU (Liberi e Uguali) di correre «soli» contro centrodestra 5Stelle e Pd che schiera il renziano, ma con qualche chanches di farcela, Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, già ieri dato solo 5 punti sotto il leghista Fontana (la gara sarà tra il centrodestra e il centrosinistra: i 5Stelle in Lombardia pesano assai poco). Il candidato governatore di LeU sarà dunque Onorio Rosati, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano:  a lui spetterà superare l’improbo sbarramento che la legge regionale fissa al 5%, asticella ardua da superare – in Sicilia, dove pure c’era il 5%, l’ha passata solo il candidato presidente, Claudio Fava, ma nessun consigliere è stato eletto, in Lombardia rischia di non farcela neppure Rosati – per una sinistra-sinistra (l’ex Prc-Sel, in buona sostanza), mai dotata di numeri robusti, sopra il Po. E da superare ci sarà anche l’ostilità della Cgil lombarda e nazionale: la Camusso in persona mandò, tre anni fa, gli ispettori interni del sindacato a Milano rimproverando presunte spese ‘pazze’ e mai saldate, ma messe in conto e in carico alla Cgil, proprio a Rosati e a Antonio Panzeri. Un altro ex ex cigiellino dirottato, come Rosati, all’Europarlamento: eletti dal  Pd, nel 2013, dopo anni di bella vita a Bruxelles, sono  passati armi e bagagli, ma scarse truppe, dentro Mdp. Il passato è passato e l’ispezione finì in nulla, ma di certo la Cgil non  aiuterà la corsa in solitaria di LeU.  «Noi corriamo da soli, la Sinistra nasce per uscire dalla solitudine» dice, semi-citando Gabriel Garcia Marquez, il milanese Francesco Laforgia, uno dei big di Mdp, di cui è diventato capogruppo alla Camera, ma la corsa in solitaria  ha aumentato tensioni interne già molto alte dentro LeU.
 I «moderati» e «unitari» di LeU – da Grasso a Boldrini, da Enrico Rossi  a Bersani (che, sotto sotto, però in realtà ha sempre spinto per la corsa in solitaria: Rosati e Panzeri sono uomini «suoi») – ci hanno provato a far scendere a più miti consigli l’ala «dura» e «isolazionista» del partito-non partito, movimento-non movimento, ma inutilmente. L’ala radicale, per definizione, di LeU (SI di Fratoianni e e Civati) si è alleata proprio con i lombardi di Mdp ed ha  avuto la meglio. In cambio, l’ala «trattativista» (con il Pd), presente in LeU (Grasso, Boldrini e pezzi di Mdp), ha ottenuto un sostanziale via libera a dare vita a un centrosinistra «classico» o «organico» in Lazio. Qui si ricandida il governatore uscente, Nicola Zingaretti, che – a differeza di Gori – non è un renziano, anzi all’ultimo congresso ha votato e fatto votare per Orlando, ma soprattutto viene dal Pci.  Certo, il percorso individuato dall’assemblea laziale di LeU è contorto e barocco, in puro stile da ex Politburo de’ noantri: ieri, i due presidenti dell’assemblea hanno dato «mandato» a Grasso di «esplorare» le possibilità di un accordo dopo «un confronto serrato» sui «programmi». Ma la traduzione è che l’intesa tra LeU e Zingaretti si farà, purché non ci siano in campo liste “di destra”, cioè riconducibili alla Lorenzin o ex Ncd. Non foss’altro perché, vincendo Zingaretti (sopra i suoi avversari di oltre 10 punti, nei sondaggi), LeU avrà posti sicuri e assessori, nella prossima giunta regionale del Lazio.
Non che le cose, in casa dem, vadano molto molto meglio. I sondaggi segnano «sprofondo rosso»: la super-media, impietosa, di You trend inchioda il Pd al 23,6%. Eppure, al Nazareno, si registra una «illogica allegria», per dirla alla Giorgio Gaber. Mentre a Torino si apriva la due giorni degli amministratori, a Roma i dirigenti nazionali rimasti a guardia del bidone nazarenico spargevano miele. Così  spiega Lorenzo Guerini a un amico: «I sondaggi fatti oggi non valgono nulla. Ne riparliamo tra un mese, quando avremo tutti i nostri candidati e pesato le liste collegate».
Nel frattempo, però, al Nazareno iniziano a far di conto. La suddivisione dei collegi uninominali in «sicuri», «persi» e «contendibili» e la relativa assegnazione dei posti nei listini proporzionali è un puzzle assai faticoso da comporre. La Direzione che doveva occuparsi di liste e che invece si occuperà “soltanto” di deroghe (che saranno molte: Gentiloni, Minniti, Fassino, Pinotti, Giachetti, Latorre, Realacci, etc., di certo le avranno tutti i ministri in carica), al limite dei tre mandati (15 anni in Parlamento) previsti dallo Statuto dem, ma anche di programmi e alleanze coi ‘nanetti’ (ormai i Radicali di +Europa sono dati già per recuperati) è già slittata dal 16 al 17 gennaio. Quella che non può slittare, però, è  la seconda, fissata per il 25 gennaio, dato che le liste vanno presentate tassativamente entro il 29 gennaio. E quella sì che si trasformerà in un bagno di sangue.
NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 13 gennaio 2018. 
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Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. LeU è una pentola pronta a esplodere. Tra i big del partito è “tutti contro tutti”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
LeU, «Liberi e Uguali», è una pentola in ebollizione e sul punto di esplodere. La formazione politica (non è un «partito» perché i tre soggetti fondatori non si sono mai sciolti finora né intendono farlo in fyuturo) è guidata, formalmente, da Pietro Grasso (eletto presidente per acclamazione, ma – attenzione – mai in alcuno organo dirigente e ‘qualcuno’, dentro LeU, prima o poi farà notare la singolarità del caso, per destituirlo), ma informalmente pesano molto i tre segretari dei tre partiti fondatori: Roberto Speranza, giovane di belle speranze e pupillo di Bersani (ma non di D’Alema) per Mdp, Nicola Fratoianni, figlioccio di Nichi Vendola, per SI, Pippo Civati, ex rottamatore, ex amico di Renzi, che odia dalla prima Leopolda perché non gli diede un ruolo, per «Possibile». I “tre Tenori” o i “Tre Amigos”, i “Tre della Croce del Sud”, insomma, i tre, hanno mantenuto in piedi strutture, dirigenti, simboli dei loro rispettivi partiti di appartenenza: Mdp viene dagli scissionisti della minoranza del Pd che se ne sono andati prima dell’ultimo congresso, SI viene da Sel di Vendola e Fratoianni (i quali, a loro volta, vengono da una sanguinosa e sfortunata scissione, quella del 2009 dal Prc di Bertinotti che poi finì nelle mani del valdese Ferrero) e Possibile, i civatiani, vengono pure loro, ma alla lontana, dal Pd (erano renziani, per dire), da cui però si sono presto allontanati per entrare nella galassia della sinistra radicale.  Da quando LeU è ‘non nata’ (è un partito che non esiste, appunto, né ha organi o struttura democratica interna) le cose, di norma, vanno così: Mdp, che ha conquistato, nelle assemblee di base (provinciali e regionali), il 50% dei delegati, sembra fare la parte del leone e propone alleanze o con il Pd (nel Lazio) o con i 5Stelle (a livello nazionale), poi arrivano quelli di Sinistra italiana (35% di delegati) e Civati (15%), che sommati tra loro possono vantare l’altro 50% dei delegati, ma che sono molto più ‘sinistri’, e scompaginano i giochi, dicendo ‘no’ a ogni alleanza. Succede sulle alleanze e succederà, molto presto, pure su come ripartirsi le candidature, dato che le quote previste (50% di posti a LeU, 35% a SI, 15% a Possibile vuol dire, su un parco non pensabile sopra i 24 deputati e i 12 senatori, circa 12 deputati e 6 senatori a Mdp, 8 deputati e 4 senatori a SI, 4 deputati e 2 senatori a Civati sempre partendo dalla base del 6% come possibile base d’asta per tutta LeU).
Peraltro, il neonato  soggetto in fieri della sinistra ha sì nominato il suo leader (Grasso) per acclamazione, ma mantiene, in «cabina di regia» molte,  troppe, personalità, tutte ingombranti: D’Alema e Bersani vengono dal Pd, come pure Civati e il governatore toscano Enrico Rossi, che con il Pd ci governa, addirttura,, Vendola viene dal Prc, altri ancora dai movimenti e dai centri sociali, la Boldrini dalla (presunta) ‘società civile’.
«L’amalgama» , decisamente ‘malriuscito’, come disse Prodi del Pd (e, ai tempi, fu un epitaffio) sembrava funzionare,  all’inizio, ma ora i nodi stanno  venendo tutti al pettine.
Prendiamo le alleanze «a sinistra» per le Regionali in Lazio e Lombardia. Insensibili al «grido di dolore» levato – via Repubblica, vero e unico house organ del centrosinistra – dai padri nobili dell’Ulivo e del Pd (Prodi e Veltroni), i dirigenti lombardi di LeU, che oggi terranno a Cisinello Balsamo (in periferia di Milano, il tipico vezzo di presunti ‘sinistri’) la loro assemblea definitiva sul tema, hanno deciso che il candidato del Pd, Giorgio Gori (peccato originale: è renziano), è un nome «inaccettabile». E così, LeU correrà da sola, in Lombardia, ma rischia di finire come finì la lista di Claudio Fava in Sicilia nel 2017: infatti, pure in Lombardia bisogna superare lo sbarramento, per ogni partito, del 5%. A stento verrà eletto, se ci riesce, il candidato presidente, Onorio Rosati, il quale per paradosso ha un lungo passato di segretario della Camera del Lavoro di Milano, dove peraltro era considerato un ‘destro’, negli anni Novanta, da tutta la sinistra a sinistra del Pd. Ieri, sia la Camusso che la segretaria della Cgil Lombardia, Lattuada, si sono appellati a LeU – la cui aspirazione, sarebbe, in teoria, proprio quella di diventare il «Partito del Lavoro» della Cgil (ma a parti rovesciate: con la Cgil che comanda) – affinché ci ripensassero («Un no a Gori provocherà danni irreparabili»), ma loro sono rimasti sordi. Anche molti big nazionali (da Grasso alla Boldrini, dal governatore della  Toscana Rossi, che con il Pd ci governa,  a Bersani, che li ha esortato «a cercare un’intesa») hanno provato a portare i lombardi a più miti consigli. Ma poi Civati e Fratoianni, che oggi sarà a Milano per suggellare il niet a Gori, si sono scatenati e amen, l’alleanza non ci sarà.
Certo, in Lazio LeU correrà al fianco di Nicola Zingaretti, ma «lui viene dal Pci-Pds-Ds –  spiega un vecchio ex Pci  di LeU – e, soprattutto,  vincerà, noi andremo al governo e ci darà gli assessori. Gori perderà, tanto valeva mollarlo…». In realtà, anche in Lazio, l’ala di Sinistra italiana, guidata da Stefano Fassina e Paolo Cento, sta provando, fino all’ultimo giorno, a far saltare l’accordo e correre da soli. Ma stavolta è stato D’Alema – assai preoccupato per LeU, ma sereno per sé: avrebbe fatto un accordo segreto con Emiliano  per farsi votare e vincere il collegio uninominale – a tagliare corto: «Zinga non è Renzi e la nostra mission resta quella di far fuori Renzi, e per sempre». Eppure, rendite di posizione, dentro LeU, non ce ne sono più. Per dire, l’altro giorno, Arturo Scotto, ex capogruppo alla Camera, ma che viene dai Ds (mai stato in Sel), ha dovuto replicare duro a Nicola Fratoianni, che invece viene da Rifondazione, sulla presenza o meno in lista, in Campania, dell’ex «viceré di Napoli» Antonio Bassolino: per Fratoianni «o lui o noi, rappresenta il vecchio», per Scotto «è una grande risorsa».
In Emilia,  pezzi di LeU dicono no all’ex uomo d’ordine di Bersani, Maurizio Migliavacca, bollato come «esempio di vecchia politica». Come sospira Grasso, «siamo una forza plurale, è normale che ci siano posizioni diverse». Contraddizioni in seno al popolo.
NB: L’articolo è stato pubblicato  il 12 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale
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3. Grasso e la Boldrini stanno nello stesso partito ma sono divisi su (quasi) tutto… 
Ettore Maria Colombo – Roma
Il dibattito a sinistra si infiamma. Il Pd di Renzi chiude all’ipotesi di ogni accordo post-elettorale con Berlusconi («Altro che Beatiful, è fantapolitica», taglia corto il leader dem dagli studi di Bruno Vespa) e crede – come spiega a un amico il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini, che «non riusciremo a chiudere un’alleanza con Leu, in Lombardia, perché loro ci odiano, ormai, ma ci proveremo fino all’ultimo, come è giusto provarci». Ma è dentro LeU, la formazione guidata dal presidente del Senato, Pietro Grasso, che si stanno aprendo parecchie contraddizioni, foriere di problemi di «linea» politica. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ieri, per dire, durante Otto e mezzo (La 7), ha chiuso seccamente a ogni ipotesi di governo con i 5Stelle (e molti giorni dopo, in tv, dirà “Grasso non decide da solo, siamo un collettivo” mentre Grasso le risponderà “decido io”, ndr.). Prospettiva che, invece, affascina non solo Bersani («Io resto sempre quello dello streaming»), ma anche Grasso stesso, il quale ha detto: «Noi saremo una forza di governo responsabile e non chiudiamo le porte in faccia a nessuno, tantomeno ai 5Stelle».
«Per quanto mi riguarda – afferma, invece, la Boldrini – non ci sono punti di congiunzione tra LeU, che è una forza di sinistra, e l’M5S». Poi aggiunge, con tono di sfida: «Di Maio ha ragione: lui non vuole fare un governo con me e io non voglio farlo con lui». Potrebbe sembrare un semplice posizionamento pre-elettorale di entrambi, che hanno elettorati contigui. Proprio Di Maio sta studiano una «strategia», con i suoi, per rubare voti all’elettorato della sinistra-sinistra più ‘arrabbiata’. O il frutto dell’ormai atavica antipatia tra il presidente della Camera e il suo vicepresidente. Ma la Boldrini dice la sua pure sugli 80 euro del governo Renzi: «Gli italiani li hanno graditi». A Mdp sarà venuto lo stranguglione: gli 80 euro, li hanno combattuti, specie chi stava nel Pd.
Insomma, quella della Boldrini sembra una vera «contro-strategia», rispetto a quella di Grasso e Bersani che invece ai grillini vogliono aprire eccome, sia dopo il voto che prima. Poi c’è D’Alema, che invece vuole tutt’altro: un ‘governissimo’ con FI e Pd, ovviamente dopo aver ‘ucciso’ Renzi. Infine, l’altro tema che sta squassando Leu sono le alleanze in vista delle Regionali. Grasso ha ‘aperto’ a Gori in Lombardia, ma gli ex Pd, oggi in Mdp, lombardi hanno chiuso ogni trattativa con il Pd e hanno fatto sapere a Grasso che «è meglio se pensi a te e alle cose tue…». E anche in Lazio, dove, in teoria, Leu appoggerà Zingaretti (sì, alla fine finirà così), l’area di Stefano Fassina e Paolo Cento sta meditando lo ‘strappo’ per correre in solitaria contro persino il ‘comunista’ Zingaretti. Per Boldrini, invece, si deve dialogare con il Pd: «Su Lazio e Lombardia c’è un confronto in atto con Grasso che gestisce direttamente la partita. Bisogna trovare un equilibrio sui programmi». Che è come dire, al Pd, appunto, «cari amici, alleiamoci».
Ovviamente, al Nazareno, brindano per le «contraddizioni in seno al popolo» come le chiamano con facile ironia, ma pure lì hanno le loro gatte da pelare. Anche ieri, infatti, è andato in scena «l’assalto». Quello dei venti segretari regionali sfilati per discutere «i criteri» delle candidature, cioè i posti sicuri. Sono risuonati alti e forti gli ukase e i niet di molti segretari sui nomi che il Pd nazionale vuole ‘paracadutare’ nei collegi blindati.
Renzi e la sua piccola squadra di ‘facilitatori’ (Guerini, Lotti, Martina, Orfini) hanno, perciò, tanti grattacapi, a partire dallo «spingi-spingi» di tanti, troppi, aspiranti ai seggi. Ci sono però due ministri che potrebbero togliere a Renzi l’incomodo da soli: quello al Lavoro, Poletti fa sapere di non volersi candidare (nessuno cercherà di fermarlo). Quella all’Istruzione, Fedeli, Renzi la ritiene responsabile di gaffe ed errori marchiani. Se rinunciasse, sua sponte, alla candidatura, ne sarebbe ben felice (ma lei correrà).
NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale. 
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4. Anche dentro LeU ci si scontra sulle candidature e i (pochi) collegi ‘sicuri’.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Anche Leu (Liberi e Uguali) ha i suoi bei problemi, con i posti, nel senso di collegi ‘sicuri’ o ‘blindati’ da assegnare, anche perché saranno assai pochi: se tutto va bene LeU prenderà 6-8% (il 10% di cui parla D’Alema è una chimera di fatto irraggiungibile), solo che LeU – con una legge a forte correzione maggioritaria che assegna ai collegi uninominali 1/3 dei seggi – concorre solo per i 2/3 di posti assegnati con il sistema proporzionale, perché è evidente che non vincerà neppure un collegio (e anche se D’Alema vincesse la sfida che porterà al Pd nel collegio senatoriale di Lecce sempre di un solo collegio si tratta). Quindi, con l’8% dei voti prendi, in realtà, il 6% dei seggi e così via, a scalare fino alla soglia del 3% (un milione e 200 mila voti circa) sotto la quale sei fuori. Il nuovo capo comunicazione di Leu, l’ex dem di rito franceschiniano Piero Martino, è un’artista nel ‘sopire e troncare’, ma i problemi interni restano. In quota ‘società civile’, Grasso aveva chiesto ben dieci posti (e la Boldrini cinque): poco mancava venisse uno stranguglione al vero ‘mago’ delle candidature, e plenipotenziario di Mdp, Nico Stumpo. Grasso è dovuto scendere a più miti consigli: gli verranno concessi cinque posti. Ci saranno il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, l’ex capo di Legambiente, Rossella Muroni, l’avvocato Anna Falcone, già leader dei ‘civici’ di sinistra del Brancaccio, ma il colpo grosso sarebbe la candidatura di Pier Franco Roberti, ex capo della Direzione nazionale antimafia, oggi magistrato in pensione ma ‘tentato’ dall’avventura in politica. Sempre Grasso sarà candidato a Roma, in un collegio e in più listini proporzionali e al Senato, mentre la Boldrini, che sarà candidata in Lombardia, vuole tornare alla Camera. Scontate le candidature dei tre segretari di Mdp (Speranza, in Basilicata, ma forse anche in Toscana, contro Renzi o contro la Boschi, ma la vera leonessa pronta a competere nella sfida one to one con Renzi è Elisa Simoni, ex Pd), SI (Fratoianni, Lazio) e Civati (Lombardia). Di sicuro Mdp farà la parte del leone, con circa 20 deputati e dieci senatori sicuri, SI ne avrà almeno dieci, i civatiani cinque, non di più. Leu è sicura di prendere l’8%, il che vuol dire portare a casa almeno 60 parlamentari (40 deputati e 20 senatori), ma meglio tenersi bassi, nelle previsioni, e fare i calcoli sul 6%: vuol dire contare, per sicuri, ‘solo’ su 25 deputati e 12 senatori. Assai pochini, dati gli appetiti.

Tra i big Bersani sfiderà il Pd a Bologna ed Errani a Ravenna, Bassolino a Napoli e D’Alema nel Salento, ma per tutti sono previste candidature multiple sicure nei listini. Curioso, infine, il dialogo intercettato ieri, negli studi de La 7, tra il napoletano Arturo Scotto, già capogruppo di Sel alla Camera, e il pentastellato Alessandro Di Battista. I due hanno parlato, al telefono, prima di come cercare di “mettere sotto” il governo, chiedendo di convocare l’aula (e non le commissioni, come era previsto) in visto della ratifica dell’operazione militare in Niger, nell’ambito delle missioni militari all’estero, poi hanno convenuto sulla proposta di LeU sulle tasse universitarie. Ma c’è chi dice abbiano parlato anche di alleanze. Di Battista – che, contattato, nega – avrebbe incitato Scotto a costruire un governo sull’asse  M5S-LeU, idea diversa dalla linea ‘destra’ di Di Maio. L’accordo M5S-LeU è un pallino di Grasso e Bersani, mentre D’Alema punta a un governissimo con Fi e il Pd. Senza Renzi, naturalmente, che per D’Alema “è già morto”.

NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 sulle pagine di Quotidiano Nazionale.

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Due articoli in viaggio. Il treno di Renzi è partito: alleanze, coalizione, sfide e incontri sul luogo i temi del tour del Pd

  1. Renzi e il treno dei desideri: “Prendo il 40% anche senza D’Alema e Fratoianni
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il treno del “viaggio per l’Italia” di Matteo Renzi parte dalla stazione Tiburtina di Roma alle dieci meno cinque, in teoria. Solo che, fino a poco prima della partenza, non si conosce il binario. “Motivi di sicurezza” spiegano dal Pd. Insomma, il binario, che è il due, non si trova: è come cercare il binario “nove e tre quarti” del treno di Harry Potter che porta ad  Hogwarts. Poi, arriva Renzi. All’inizio, tutto sembra filare liscio. Renzi tiene anche una (breve ma molto scoppiettante) conferenza stampa, di quelle col sorriso. Vuole tenersi lontano dal “chiacchiericcio politico”, ma non può. I giornalisti incalzano, il leader improvvisa una conferenza stampa attorniato da tutti i big del partito che, poi, mano a mano scenderanno dal treno o saliranno su di esso a seconda delle fermate.

“La legge elettorale? Guardate, c’è qui Rosato, chiedete a lui…”, risponde il segretario, ben sapendo che il Rosatellum è cosa fatta anche al Senato e che – come dirà poi ad alcuni cronisti al bar – “Grillo nei collegi non toccherà palla, ce li giocheremo tutti noi e
il centrodestra”. “Le coalizioni, le alleanze, le aperture a sinistra? Guardate c’è qui Richetti, chiedete a lui…”. Solo che, poi, al bar, sorseggiando un caffè si lascia andare anche su questo punto: “Io le mie aperture le ho fatte, la mia disponibilità l’ho data, vedremo, ma non penso certo di parlare a Fratoianni e a D’Alema, penso ad altri
della sinistra…” ed è chiaro che sta pensando a Pisapia e Campo progressista. “Lo ius soli? Guardate, c’è qui Delrio, chiedete a lui…”, ma si sa che il leader dem non si straccerà le vesti se la legge non passerà. Renzi comunque assicura che “siamo l’unica forza della sinistra europea in grado, oggi, di vincere le elezioni”, è convinto che “con il 40% torno a governare, e l’ho già preso due volte” e quando l’ex operaio ottantenne Ascanio gli urlerà, a Narni, “prendiamo il 41%!” replica scaramantico “ci metto la firma e ti pago da bere!”. E questo perché il leader dem è arcisicuro che “la coalizione che raggiungerà quella percentuale avrà i numeri e la maggioranza per governare da sola” e senza bisogno di larghe intese: “Voglio vincere le elezioni, è il solo modo per evitare di dover fare, dopo il voto, le grandi coalizioni”. (NB: della vicenda Visco-BankiIalia non viene dato conto qui, in questi articoli, ma in altri che pubblicheremo qui domani). 

Ma cosa c’entrano ‘gli altri’, pur se esponenti del Pd, nel viaggio in treno del leader? C’entrano eccome. Il Pd, per Renzi, deve dare l’immagine della ‘squadra’, così gli hanno spiegato. E lui, alla fine, si è convinto. Ed ecco che, sul treno, prendono posto il
ministro Delrio (chi meglio di lui, ministro ai Trasporti?), il portavoce della segreteria Richetti, che ha un ruolo cruciale per tutto il viaggio, il padre del Rosatellum, Rosato, e il governatore del Lazio, Zingaretti. Saliranno – e scenderanno, appunto – dal treno anche i parlamentari ‘di zona’: Gasbarra e Fioroni, a Fara Sabina (c’è un convento: chi meglio di Fioroni?), Verini, la Ascani (“domani ho la tesi di dottorato, sono tesa”), Trappolini (area Orlando) e la Sereni in Umbria dove le crisi aziendali e gli operai infuriati si sprecano (non a caso arrivano pure la viceministra al Lavoro, Teresa Bellanova, e la presidente dell’Umbria, la dem Marini che qui, anche se nessuno se lo ricorda, ha vinto le regionali, nel 2016, per un soffio e ora tutti tremano). Solo la fedelissima Morani arriva fino a Fano.

Il treno è composito e colorato. C’è un vagone per i giornalisti, uno per lui, uno per il suo staff, uno  per i Millenials, uno per fotografi e cineoperatori, quasi uno intero per la scorta, ma ci sono anche i ferrovieri di Trenitalia che il treno lo devono fare andare, anche se non chiedono il biglietto perché, per tutti, paga il Pd. E, appunto, il tesoriere Bonifazi, alla fatidica domanda ‘chi paga?’, spiega: “il treno non costerà più di 300 mila euro e comunque abbiamo lanciato, proprio oggi, una campagna di crowfounfing sul sito”. C’è, l’intero ufficio stampa del Pd. Poi – si diceva – c’è il vagone dei Millenials: alcuni, giovanissimi, hanno marinato la scuola (“Ma lo faccio solo per Matteo” spiega un diciassettenne, serissimo) mentre Martina (24 anni, molisana di Termoli, ma studia a Roma e vive in una casa con altri 12 studenti) ci tiene a dire “Domani rtorno sui libri, sia chiaro, non mi faccio neanche la tappa in Molise…”. Alla prima tappa, invece, quella al convento benedettino di Farfa Sabina (bellissimo), si capisce subito, però, che il viaggio diventerà un vero tour de force: scendi dal treno, piccola folla, interviste, incontri con delegazioni di imprenditori (tra cui quelli dei bagni) o di operai, circoli Acli o sezioni dem, sali sul pulmino, scendi, risali sul pulmino, risali sul treno, scendi dal treno. Sarà così pure a Civita Castellana, Narni e Spoleto. I giornalisti, alla fine, sono stremati, i suoi pure. Renzi, pimpante e gasato, chiede al portavoce Agnoletti: “Marco, e ora dove si va?”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 18 ottobre 2017 a pag. 4


MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

2. La nuova strategia di Renzi: alleanza nei collegi con Pisapia “e chi ci sta”.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Grazie al Rosatellum – spiegava ieri ai suoi il leder del Pd mentre si preparava per il “viaggio per l’Italia’ in treno “contro i populismi”, un Freccia Bianca ribattezza “Destinazione Italia” (cento posti distribuiti in cinque vagoni con una sala riunioni e una sala stampa, oltre a una carrozza per lui e il suo staff, una per i Millennial) nelle 107 province italiane che partirà oggi dalla stazione di Roma Tiburtina – e se gli altri della sinistra ci stanno nei collegi possiamo fare, come succedeva ai tempi dell’Ulivo, accordi di desistenza o veri accordi politici. Sia con Pisapia e il suo ‘campo’ ma anche con Mdp. Se i contenuti politici sono chiari, io sono disponibile”. E a chi dei suoi lo mette in guardia (“Matteo, nel partito e fuori vogliono solo la tua testa”), Renzi risponde serafico: “Se si creano le basi serie per un accordo questo è un problema superabile. Direi sì a primarie di coalizione. Ma – ragiona il segretario dem – non credo che né Pisapia né Mdp avranno il coraggio di mettersi davvero in gioco. Vorrà dire che resterò io, come prevede lo Statuto del Pd, il candidato premier e che la leadership della coalizione la avrà chi avrà preso più voti”.

E così Renzi – di fronte ad attacchi interni (il sindaco di Milano Sala, il governatore pugliese Emiliano) ed esterni (Pisapia, Mdp) che ieri hanno ripreso in livello e intensità, ha deciso di effettuare l’improvviso, ma assai tattico, cambio di strategia. Un cambio che, almeno per ora, non sarà ancora annunciato pubblicamente, ma che viene fatto trapelare ad arte “per vedere l’effetto che fa”. Infatti, è il ragionamento degli strateghi renziani, “così sarà chiaro, davanti agli occhi di tutti, che sono gli ‘altri’ della sinistra, e che sia solo Mdp o anche Cp, ormai poco importa, a non volerci stare e, di fatto, aiutare destre e 5Stelle perché senza Pd non si può fare”.

Del resto, la contromossa di Renzi era quasi obbligata a causa delle (tante, troppe) critiche piovutegli addosso negli ultimi giorni. Particolarmente nefasta, per dire, è stata l’intervista a Repubblica: vissuta come una prova di forza muscolare dai potenziali alleati, questi gli hanno risposto quasi tutti (Radicali, Pisapia, etc) picche.

A ‘consigliare’ Renzi a una strategia più ‘mite’ e ‘inclusiva’ non ci sono solo i suoi sparring partner abituali (Richetti, Guerini, etc) ma anche un alleato ‘nuovo’, uscito allo scoperto da pochi giorni. Si tratta del Fondatore del Pd, Walter Veltroni. Ormai tornato a scena aperta nell’agone politico, Veltroni ha detto che “La sinistra deve ritrovare l’umiltà dell’unità e la sua identità per vincere”, ma soprattutto che, appunto, “Il Pd deve recuperare il rapporto con Pisapia e Mdp, solo così potremo andare ben oltre l’attuale 26%”. Al Nazareno dicono che“Walter e Matteo si sono divisi i compiti”. Oggi, in treno, si vedrà se la ‘svolta’ di Renzi avrà reale seguito. Prima tappa del “treno dell’ascolto contro i populismi”( trattasi di Intercity, non Freccia rossa, si specifica) Lazio, Umbria e Marche. Poi rotta verso Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata, dopo ancora il Nord, infine le Isole.

NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 17 ottobre 2017, pag. 10

Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Rossi e neri: il lungo inciucio. Breve storia della spartizione del potere in Campidoglio

il nuovo presidente dell'Assemblea NAzionale del Pd, Matteo Orfini. Professione -archeologo, cultura politica 'Giovani Turchi'.

il nuovo presidente dell’Assemblea NAzionale del Pd, Matteo Orfini. Professione -archeologo, cultura politica ‘Giovani Turchi’.

ROMA – Il Pd romano? Una storia di guerra per bande e affari consociativi con la destra. Lo ha riconosciuto anche il neo commissario del partito romano, Matteo Orfini (“C’è’ stata un’eccessiva consuetudine con la destra di Alemanno”). Ma non sempre è’ stato cosi’. Serve un po’ di storia, per capire meglio.  Tutto inizia nei primi anni Settanta, quando anche a Roma l’allora Pci viene scosso dalla radiazione-scissione del gruppo del ‘manifesto’ (1969-70), elemento di punta Aldo Natoli. Il partitone corre ai ripari: si auto-affida a un viterbese magnetico, Luigi Petroselli, di provenienza ingraiana. Nel 1976 quando il Pci vince, ed è la prima volta, le elezioni amministrative, Petroselli supera per preferenze anche Andreotti. E’ lui a scegliere, come sindaco, il critico d’arte Giulio Carlo Argan ed è lui a succedergli nel 1979, quando Argan lascia. Rieletto nel 1981, muore subito. Una folla immensa di romani lo piange. Petroselli lega il suo nome al gentile ripristino dei Fori imperiali e all’opzione per i poveri, riavvicinando le borgate al centro città. Dopo la giunta Vetere (1981-’85) la Dc peggiore, quella erede degli scempi edilizi degli anni ’50 e ’60, si reimpossessa di Roma con le giunte Signorello, Giubilo e Carraro (Psi). A farla da padrone è il plenipotenziario romano di Giulio Andreotti, Vittorio Sbardella, meglio noto come ‘lo Squalo’. Il Pci fa opposizione, specie sulle mense della coop La Cascina, legata a Cl, ma non è un granché, anzi: è piuttosto opaca. Intanto, si fa largo Goffredo Bettini, ex leader della Fgci, di credo ingraiano: segretario cittadino, consigliere comunale, capogruppo del Pci e, poi, del Pds.

Quando arriva Tangentopoli, e ‘viene giù’ tutto, Bettini è già lì, pronto. S’inventa lui, d’accordo con il segretario del Pds, Occhetto, la candidatura dell’ex radicale ed ex verde Francesco Rutelli. Rutelli, nel 1994, vince a mani basse il ballottaggio contro Gianfranco Fini. La destra romana, storicamente radicata e robusta, sembra evaporata. Nasce il ‘modello Roma’, che proseguirà con le giunte a guida Veltroni (due mandati) lungo tutti gli anni Novanta. Un modello molto criticato da sinistra (sempre il gruppo ee il manifesto) per il presunto nuovo sacco urbanistico della città, ma che – ricorda Roberto Morassut, uno tra i pochissimi censori (ante-marcia) del Pd attuale – “non ha mai conosciuto un assessore o un consigliere indagato o condannato”. Privatizzazioni (Ama, Acea), piano urbanistico, investimenti sulla cultura e sul sociale, ma anche una politica che tratta gli industriali (i costruttori come Caltagirone in testa) “da potenza a potenza”, per usare le parole di Bettini: il Comune sceglie le opere da fare, gli imprenditori eseguono.

Arriva il 2008, l’anno ‘nero’ della sinistra. Sia perché le elezioni comunali le vince un sidnacati riluttant va candidarsi, Gianni Alemanno, forti radici nel Fronte della Gioventù’ missina i cui amici finiranno tutti al Campidoglio a spartirsi affari, poltrone e potere, contro Rutelli, rimontando, tra primo e secondo turno, anche grazie a un ‘allarme criminalità’ dai risvolti assai oscuri (stupro della Storta, pestaggi all’Aventino). Sia perché “il Pd non è mai nato, o è nato già morto – spiega Morassut – e non è stato né radicale nelle proposte né riformista nelle scelte, solo diviso in tante tribù che si facevano la guerra tra di loro ”. Alemanno riempie il comune di ‘neri’, il Pd finge di contestarlo. Il deputati ex dalemiano, figlio di una storica famiglia di comunisti, ma, oggi renziano, Umberto Marroni,  allora capogruppo in consiglio comunale, viene descritto come “il delegato di Alemanno all’opposizione”. L’area dei Popolari, retta da Enrico Gasbarra, allora segretario regionale, imbarca ex azzurri riciclati come Coratti, oggi inquisito. Bersani, allora segretario, porta in Parlamento molti dei consiglieri regionali finiti nello scandalo dei rimborsi d’oro della Regione, dove solo Zingaretti, quando arriva, opera un sano repulisti, mentre in Parlamento finiscono pure giovani leve bersaniane (Campana) nel vortice dell’inchiesta ‘Terra di mezzo’. E pure tra i ‘turbo-renziani’, guidati da Bonaccorsi e Gentiloni. finiscono gli inquisiti anche se per altre, losche, vicende, come Di Stefano, organizzatore di tavoli all’ultima Leopolda. Insomma, nessuno è’ pulito, E il nuovo sindaco-marziano, Ignazio Marino? Quello, tanto per cambiare, lo ha scelto Bettini.

NB. questo articolo e’ stato pubblicato sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 6 dicembre 2014.