Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Rossi e neri: il lungo inciucio. Breve storia della spartizione del potere in Campidoglio

il nuovo presidente dell'Assemblea NAzionale del Pd, Matteo Orfini. Professione -archeologo, cultura politica 'Giovani Turchi'.

il nuovo presidente dell’Assemblea NAzionale del Pd, Matteo Orfini. Professione -archeologo, cultura politica ‘Giovani Turchi’.

ROMA – Il Pd romano? Una storia di guerra per bande e affari consociativi con la destra. Lo ha riconosciuto anche il neo commissario del partito romano, Matteo Orfini (“C’è’ stata un’eccessiva consuetudine con la destra di Alemanno”). Ma non sempre è’ stato cosi’. Serve un po’ di storia, per capire meglio.  Tutto inizia nei primi anni Settanta, quando anche a Roma l’allora Pci viene scosso dalla radiazione-scissione del gruppo del ‘manifesto’ (1969-70), elemento di punta Aldo Natoli. Il partitone corre ai ripari: si auto-affida a un viterbese magnetico, Luigi Petroselli, di provenienza ingraiana. Nel 1976 quando il Pci vince, ed è la prima volta, le elezioni amministrative, Petroselli supera per preferenze anche Andreotti. E’ lui a scegliere, come sindaco, il critico d’arte Giulio Carlo Argan ed è lui a succedergli nel 1979, quando Argan lascia. Rieletto nel 1981, muore subito. Una folla immensa di romani lo piange. Petroselli lega il suo nome al gentile ripristino dei Fori imperiali e all’opzione per i poveri, riavvicinando le borgate al centro città. Dopo la giunta Vetere (1981-’85) la Dc peggiore, quella erede degli scempi edilizi degli anni ’50 e ’60, si reimpossessa di Roma con le giunte Signorello, Giubilo e Carraro (Psi). A farla da padrone è il plenipotenziario romano di Giulio Andreotti, Vittorio Sbardella, meglio noto come ‘lo Squalo’. Il Pci fa opposizione, specie sulle mense della coop La Cascina, legata a Cl, ma non è un granché, anzi: è piuttosto opaca. Intanto, si fa largo Goffredo Bettini, ex leader della Fgci, di credo ingraiano: segretario cittadino, consigliere comunale, capogruppo del Pci e, poi, del Pds.

Quando arriva Tangentopoli, e ‘viene giù’ tutto, Bettini è già lì, pronto. S’inventa lui, d’accordo con il segretario del Pds, Occhetto, la candidatura dell’ex radicale ed ex verde Francesco Rutelli. Rutelli, nel 1994, vince a mani basse il ballottaggio contro Gianfranco Fini. La destra romana, storicamente radicata e robusta, sembra evaporata. Nasce il ‘modello Roma’, che proseguirà con le giunte a guida Veltroni (due mandati) lungo tutti gli anni Novanta. Un modello molto criticato da sinistra (sempre il gruppo ee il manifesto) per il presunto nuovo sacco urbanistico della città, ma che – ricorda Roberto Morassut, uno tra i pochissimi censori (ante-marcia) del Pd attuale – “non ha mai conosciuto un assessore o un consigliere indagato o condannato”. Privatizzazioni (Ama, Acea), piano urbanistico, investimenti sulla cultura e sul sociale, ma anche una politica che tratta gli industriali (i costruttori come Caltagirone in testa) “da potenza a potenza”, per usare le parole di Bettini: il Comune sceglie le opere da fare, gli imprenditori eseguono.

Arriva il 2008, l’anno ‘nero’ della sinistra. Sia perché le elezioni comunali le vince un sidnacati riluttant va candidarsi, Gianni Alemanno, forti radici nel Fronte della Gioventù’ missina i cui amici finiranno tutti al Campidoglio a spartirsi affari, poltrone e potere, contro Rutelli, rimontando, tra primo e secondo turno, anche grazie a un ‘allarme criminalità’ dai risvolti assai oscuri (stupro della Storta, pestaggi all’Aventino). Sia perché “il Pd non è mai nato, o è nato già morto – spiega Morassut – e non è stato né radicale nelle proposte né riformista nelle scelte, solo diviso in tante tribù che si facevano la guerra tra di loro ”. Alemanno riempie il comune di ‘neri’, il Pd finge di contestarlo. Il deputati ex dalemiano, figlio di una storica famiglia di comunisti, ma, oggi renziano, Umberto Marroni,  allora capogruppo in consiglio comunale, viene descritto come “il delegato di Alemanno all’opposizione”. L’area dei Popolari, retta da Enrico Gasbarra, allora segretario regionale, imbarca ex azzurri riciclati come Coratti, oggi inquisito. Bersani, allora segretario, porta in Parlamento molti dei consiglieri regionali finiti nello scandalo dei rimborsi d’oro della Regione, dove solo Zingaretti, quando arriva, opera un sano repulisti, mentre in Parlamento finiscono pure giovani leve bersaniane (Campana) nel vortice dell’inchiesta ‘Terra di mezzo’. E pure tra i ‘turbo-renziani’, guidati da Bonaccorsi e Gentiloni. finiscono gli inquisiti anche se per altre, losche, vicende, come Di Stefano, organizzatore di tavoli all’ultima Leopolda. Insomma, nessuno è’ pulito, E il nuovo sindaco-marziano, Ignazio Marino? Quello, tanto per cambiare, lo ha scelto Bettini.

NB. questo articolo e’ stato pubblicato sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 6 dicembre 2014.