Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale 

Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Colle in campo. Il Pd rilancia il Mattarellum, ma cerca l’intesa con FI. Polemiche interne e con Bersani (Mdp)

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale (Torrino) dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Ettore Maria Colombo – ROMA

Oggi il Capo dello Stato, padre del cosiddetto Mattarellum, sistema elettorale a base maggioritaria (75%) con recupero proporzionale (al 25%) e basato sui collegi uninominali,  farà filtrare, attraverso alcuni giornali, l’“insoddisfazione” per un dibattito, quello sulla nuova legge elettorale, che “non muove un passo in avanti”. E se pure è vero che Mattarella, ama esercitare le sue prerogative non con parole dirompenti, ma con l’arte della moral suasion, il messaggio quello resta. “Non si muove una  foglia”, è il concetto, “e questo non va bene”. Prova ne sia, infatti, che proprio ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Montecitorio ha deciso che la discussione sulla legge elettorale slitta agli inizi di maggio (doveva essere aprile), anche se con l’impegno di tutti i gruppi “a chiudere entro l’estate”. Ove mai la Camera partorisse una nuova legge, la palla passerebbe al Senato – dove i numeri sono ballerini, si sa, per la maggioranza di governo – e il rischio che non si faccia nessuna nuova legge elettorale è altissimo. Restando l’attuale sistema (Italicum, sia pure dimezzato dal ballottaggio, con sbarramento al 3% e premio di maggioranza alla lista fissato al 40%, ergo irraggiungibile, alla Camera dei Deputati, mentre al Senato ‘vale’ il Consultellum così come modificato dalla Consulta che bocciò il Porcellum nel 2014 e cioè una legge semi-proporzionale con sbarramenti al 20%, al 8% e al 4%) il Capo dello Stato è “molto preoccupato” – e oggi lo farà sapere – che “il giorno dopo le elezioni si creino due diverse maggioranze nei due rami del Parlamento e nessuno riesca a governare”. Senza dire del problema costituzionale che si porrebbe: a chi Mattarella affiderebbe l’incarico? Al partito vincitore alla Camera (competizione su liste) o al Senato (competizione su liste e/o coalizioni, qui ammesse)? Senza dire, infine, di altre differenze macroscopiche dei due sistemi.

Guarda caso, ma il Pd di marca renziana non intende restare ‘insensibile’ al ‘grido di dolore’ che arriverà dall’alto del Colle. “Noi vogliamo il Mattarellum, è la nostra proposta – spiega una fonte molto in alto del Nazareno renziano – e crediamo anche che abbia i numeri per essere approvato. Alla Camera di sicuro, ma anche al Senato. Fossi in voi (giornalisti, ndr) andrei da Paolo Romani (il capogruppo di FI al Senato, ndr) a chiedere cosa pensa del Mattarellum”. Renzi vuole uscire dall’impasse sulla legge elettorale e, insieme, mantenere e difendere saldo il principio e l’ancoraggio al maggioritario. Falsa, invece, la notizia di un ‘abboccamento’ tra Pd – Rosato in testa – e i pentastellati, nella persona del nuovo capogruppo, Roberto Fico, per ‘adottare’ il Legalicum dei 5Stelle o ‘vestire’ il Senato con la legge della Camera (l’Italicum): “Di loro non ci fidiamo – dicono i democrat renziani – preferiamo parlare con la Lega e gli azzurri”.

E così, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato prima dice “Noi siamo per il Mattarellum, ma prendiamo atto che molti altri sono contrari”, poi ribadisce: “Un sistema di impianto maggioritario e che garantisca la governabilità, per il Pd, è imprescindibile”. Parole, quelle di Rosato, che hanno avuto il ‘visto, si stampi’ di Matteo Renzi in persona. Poi c’è l’ennesima pdl (siamo ormai alla 30 esima) di riforma elettorale: la firma un Carneade del Pd, tale Fragomeli, ma è sottoscritta dalle renzianissime Rotta e Malpezzi, assai digiune di sistemi elettorali: ricalca l’Italicum con le correzioni richieste dalla Consulta e, soprattutto, rilancia il doppio turno con tanto di soglia di accesso. Il messaggio è che il Pd a un sistema di base maggioritario non rinunzia. L’obiettivo non è quello di votare a settembre, ma di far passare un sistema elettorale che, in un colpo solo, eviti il proporzionale puro e il potere di ricatto dei partitini.

Poi, certo, c’è, rimane e fa male il fuoco di fila delle opposizioni che accusano i democrat di “aver bloccato i lavori in attesa del congresso del Pd”, ma c’è pure il fuoco amico dentro il Pd. Il ministro Andrea Orlando, competitor di Renzi con Emiliano, dice che “sul Mattarellum non c’è accordo” e che “bisogna invece proporre delle correzioni all’Italicum”. Stabilito che gli ‘orlandiani’ devono fare pace tra loro stessi (i senatori Pd di fede orlandiana hanno chiesto proprio il Mattarellum!), la legge elettorale crea scompiglio e divisioni pure dentro Mdp, oò movimento nato per scissione dal Pd e già diviso al suo interno. L’altro ieri diversi esponenti di Mdp, da D’Attorre a Scotto, bocciavano il Mattarellum, ma ieri Pier Luigi Bersani ne invocava l’immediato ritorno: “Se si vuol fare il Mattarellum noi siamo pronti a votarlo, a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Guarda caso, quasi le stesse parole di Salvini (“Il Mattarellum siamo pronti a votarlo anche domani mattina”). Solo l’M5S resta contrario (“Il Mattarellum è vecchio e invotabile”), ma almeno qui si capisce il perché: i pentastellati avrebbero solo da perderci.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2017. 

Renzi sfida Grillo: “Non credete ai sondaggi”. Legge elettorale: Mattarella pronto a intervenire

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo – ROMA

SUL TAVOLO del Nazareno arrivano sondaggi contraddittori. In parte sono assai poco lusinghieri, come quello di Ipsos: vede il Pd tracollare al 26,8% contro il 30,1% di un mese fa e il M5S schizzare al 32,3% contro il 30,9% di febbraio. In parte, invece, sono molto più positivi. Un sondaggio Swg vede il Pd al 28,1% e l’area di governo al 31,9% (con dentro Ncd e altri) mentre M5S è assai indietro (26,9%).

I COLONNELLI dei due contendenti di Renzi alla segreteria tuonano che «urge un cambio di passo» (cioè, via Renzi), ma l’ex leader spiega ai suoi che i sondaggi, post scissione e post caso Consip, registrano travasi quasi automatici: «Quello che perdiamo noi lo prendono loro». Lo fa per dire che il Pd rappresenta «l’unica alternativa» a Grillo. E Renzi, nella sua Enews, attacca sul caso Genova: «Noi facciamo congressi aperti, lì se il candidato votato piace a Grillo bene, se no viene espulso».

Renzi, inoltre, prova a rinfrancarsi con i primi dati reali che arrivano dallo scrutinio dei circoli in cui si è già votato. Il trend generale lo vede sopra il 60%, anche se nell’Emilia rossa, dove gli iscritti sono ben 47.200, i dati – sia pure parzialissimi (si è votato in soli 9 circoli su 600) – parlano di Renzi sì in vantaggio, ma solo col 52,3%, Orlando subito dietro con il 44,6 ed Emiliano al lumicino (2,9).

IL VICE presidente della Camera, Roberto Giachetti, renziano di ferro, si sfoga con un collega in Transatlantico: «Il clima che vogliono creare certi mondi e salotti ben precisi pompa il M5S perché prepara, in antitesi, il terreno alla Grande coalizione e al ritorno alla Prima Repubblica attraverso il ritorno al proporzionale e ai partitini. Ecco perché penso che dobbiamo insistere col Mattarellum: meglio una legge elettorale maggioritaria, una proposta di governo chiara, a costo di finire anche all’opposizione, piuttosto che consegnarci alla palude come vogliono molti fuori (D’Alema, ndr) e dentro il Pd (Franceschini, ndr)».

Luca D’Alessandro, deputato di Ala molto vicino a Verdini, fa ragionamenti simili e allarga il discorso a Berlusconi: «Al Cavaliere, che pure dice di non volere il Mattarellum, proprio quel sistema potrebbe, invece, convenire. E al Pd come al centrodestra servirebbe per contenere l’avanzata dei grillini che, con candidati poco riconoscibili e modesti, perderebbero molti confronti, nei collegi. Io credo che se Renzi e Berlusconi si parlassero troverebbero la quadra, ma so che, fino alle primarie del Pd, non si muoverà foglia».
Allo stato è così. Ieri la prima commissione Affari costituzionali della Camera ha deciso l’ennesimo rinvio della discussione sulla legge elettorale, comunicando alla presidente Boldrini l’incapacità di rispettarne il calendario (lunedì prossimo in Aula).

L’IMPASSE preoccupa molto il Quirinale. Sergio Mattarella starebbe pensando non a gesti eclatanti (un messaggio alle Camere stile Napolitano), ma a intervenire ‘a modo suo’. Una moral suasion, la sua, un atteggiamento ‘classico’, cioè, che potrebbe, e presto, prendere la forma di richiesta di colloqui privati, ma non per questo meno istituzionali, con i leader dei principali partiti (Renzi, Berlusconi, Grillo). Obiettivo: chiedere loro chiarezza e tempi ragionevoli su una legge elettorale che, per il Colle, deve essere «compiuta, pienamente e perfettamente operativa» e «capace di dare forma alla democrazia», esercitando quel «ruolo maieutico» che, per l’attuale Capo dello Stato, spetta e spetterà al Parlamento.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 22 marzo 2017 a pagina 10

Renzi difende Lotti: “basta bugie, ora querelo”. Tensione tra renziani e Zanda

L’ex premier passa al contrattacco «Basta bugie, ora querelo». Tensione con il governo
Ettore Maria Colombo – ROMA
luca lotti
«NON accettiamo lezioni di moralità da un pregiudicato», dice Luca Lotti in Senato, ma sembra che stia parlando Matteo Renzi. Che davanti alla tv sbotta così: «Questo è solo fango e gogna mediatica per colpire il Pd». Renzi annuncia anche, nel ‘Matteo risponde’ che scrive la sera, a risultato del voto su Lotti acquisito, che «depositerò alcune querele molto corpose. Nelle prossime settimane mi divertirò un po’ anche io. Se dici una cosa – aggiunge, riferito al blog di Grillo – che non sta né in cielo né in terra, ti presenti in tribunale e ne rispondi». Poi rincara la dose contro Di Maio e Di Battista: «Faccio loro un appello, rinuncino all’immunità parlamentare, si facciano processare sulle querele ricevute. Hanno insultato delle persone ed è giusto ne rispondano. Come su Stefano Graziano (deputato dem), accusato di cose orribili in modo vergognoso». Poi annuncia che il vicesegretario Lorenzo Guerini coordinerà la mozione Renzi, che il deputato Richetti ne sarà il portavoce (quello, in sostanza, da mandare in video, Guerini farà la politica) e che il deputato Michele Anzaldi – watch dog del renzismo rispetto al mondo dei media – guiderà la comunicazione della mozione stessa mentre Filippo Sensi, suo allievo, resta a Palazzo Chigi con Gentiloni per evitare doppi ruoli che potevano creare imbarazzi a entrambi.

 

RENZI è, ovviamente, soddisfatto del voto ‘bulgaro’ (161 voti contrari, il quorum dell’Aula) con cui il Senato ha respinto la mozione contro l’amico e ministro Luca Lotti. «Su Luca metto la mano sul fuoco», spiega e ripete ai suoi. Pare abbia fornito, Renzi, anche preziosi suggerimenti: l’eco del discorso di Renzi, nelle parole di Lotti, si sente. E pure nel discorso a difesa del senatore Andrea Marcucci. Poi, certo, arriverà la dichiarazione di voto del capogruppo dem, Luigi Zanda, che tiene un perfetto, e nobile, discorso di difesa, ma i rapporti tra Renzi e Zanda sono pessimi. Zanda è sospettato di ‘governismo’ pro Gentiloni e pro Mattarella e, a oggi, non ha firmato la mozione congressuale di Renzi. I renziani arrivano a dire che voterà per Orlando, anche se già all’altro congresso votò Cuperlo. I suoi dicono che Zanda «ha un ruolo delicato e per questo deve restare terzo, senza parteggiare per nessuno: guida un gruppo parlamentare dove i senatori con un piede fuori dall’uscio sono oltre dieci». Ma Rosato, capogruppo alla Camera, si è schierato eccome, per Renzi, e i renziani, sospettosi, dubitano della lealtà di Zanda. Si racconta, al Senato, di uno scontro al calor bianco tra i due: Renzi premeva per mettere in piedi, in funzione anti D’Alema e Mdp, una commissione d’inchiesta sulle banche, Zanda frenava, puntava i piedi. Volarono anche parole forti, ferite mai sanate.

MARCUCCI, intanto, già nel discorso dal banco del gruppo Pd dice che Marroni, l’ad di Consip, è uomo di Enrico Rossi, governatore toscano, leader di Mdp. Poi, in Transatlantico, si sfoga con un collega: gli scissionisti «sono dei vigliacchi, la loro mozione non avranno mai il coraggio di presentarla». La mozione di Mdp sarà dichiarata inammissibile, ma il guaio è – dice Renzi ai suoi – «che quelli giocano a tirare la corda contro il governo». E – si aggiunge ai piani alti del Nazareno – «se vanno avanti così, un giorno sui voucher, l’altro contro Lotti, con gli ultimatum, è la vita e la tenuta del governo che mettono a rischio».

Ma nei confronti dell’azione di Gentiloni, non è che i renziani ci vadano molto più teneri. «Il premier attuale deve sapere, e glielo diremo – si sfoga un senatore del Sud, renzianissimo – che non può deflettere dalla linea di Matteo, quella che dice niente tasse e niente nuovi sacrifici, manovrine e manovrone. Pagherà un prezzo? Che lo paghi. Come lo abbiamo pagato noi». Sarà un caso, ma a proposito di scelte di governo, ieri sera Renzi ha ribadito che evitare l’aumento dell’Iva «è la sua battaglia», che lo sia pure di Gentiloni.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 16 marzo 2016. 

Renzi tra guerre interne al Pd e tentativo di fare la legge elettorale per andare al voto. ‘Tre articoli al prezzo di uno’…

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

1) Ok di Renzi al premio di coalizione. Il segretario costretto a accettare l’offerta dei big 

Ettore Maria Colombo
ROMA
PREMIO alla coalizione in cambio di elezioni anticipate a giugno e, prima, primarie «vere, non una gazebata», come chiede Bersani, con tanto di data (il 25 marzo) e congresso del Pd a novembre. L’accordo verrebbe certificato con il timbro di tutte le aree del partito, minoranza compresa, il 13 febbraio, alla Direzione del Pd. Un ’volemose bene’ che chiuderebbe, come d’incanto, tutte le guerre interne al Pd. Quelle della minoranza sul piede di guerra di una scissione con D’Alema e, soprattutto, quelle dei big dem. Gli ormai noti ‘frenatori’ hanno nomi e volti: il ministro Franceschini, leader di Area dem e il ministro Orlando, ma anche i Popolari di Fioroni e pezzi di sinistra (Damiano).

ORLANDO, poi, è ormai in rotta di collisione con il suo ex sodale dentro i Giovani Turchi. Quel Matteo Orfini che non ha mai smesso (da solo, in quanto i renziani ieri erano muti come pesci) di vestire i panni del guastafeste, esternando la sua contrarietà al premio di coalizione (Orfini chiede il premio alla lista) e  «accrocchi», alleanze da Alfano a Pisapia.

Matteo Renzi, tornato a casa sua, a Pontassieve, si limita a dire che «basta, mi sono rotto. Io di legge elettorale non parlo più. Così ‘non ne caviamo le gambe’», espressione dialettale che sembra l’equivalente della ‘mucca nel corridoio’ di bersaniana memoria.
L’ex premier, domenica, parlerà, sì, ma «di contenuti» e, in particolare, «di Europa» che, in questi giorni, tiene l’Italia sotto scacco con la richiesta di una manovra correttiva che – dirà Renzi – «è ingiustificabile». Né mancherà di intervenire sull’ultima uscita della Merkel sulla Ue «a due velocità».

Renzi si sente «assediato» dai «finti amici» che ha nel Pd (i big, appunto), ma anche da tutti i «poteri forti» che si mettono di traverso sulla strada del voto. L’unica consolazione sono, allo stato, gli amati sondaggi. Uno, sfornato ieri, dice che batterebbe, alla primarie, qualsiasi sfidante: Emiliano 74 a 26, D’Alema 62 a 18, Orlando addirittura 82 a 18. Un trionfo, insomma. Per il resto, invece, sono solo dolori e cautela, se non veri sospetti.
E ne ha ben donde. Alcuni senatori della minoranza dem dicono già che «tutti i partiti, o molti, e tutto il Pd fingerà di aprire a una nuova legge elettorale con il premio di coalizione, ma poi, con i voti segreti, la affosseranno, specie al Senato. Con il fattivo contributo nostro e, anche, degli ex ‘101’ di Prodi».

Si vedrà. In teoria, appunto, l’accordo sulla nuova legge elettorale sembra cosa fatta. È arrivata, ieri, decisiva, a smuover le acque, l’intervista di Franceschini al Corsera. Intervista che ha incassato le aperture e, in alcuni casi, le lodi sperticate, di Alfano (Ncd), Forza Italia (Gelmini e De Girolamo) e, ovviamente, dei ‘piccoli’ partiti, ma pure della minoranza dem. L’accordo, in Parlamento, dovrebbe essere una specie di pro-forma.
Sulla carta, infatti, la proposta del leader di Area dem di spostare il premio (40% alla Camera) dalla prima lista, come è nell’Italicum, alla coalizione vincente e di estendere tale premio anche al Senato, ha numeri a dir poco schiaccianti. I grillini gridano all’«inciucio», la Lega si trincera dietro il mantra «al voto!». Tutti gli altri, FI compresa, si dicono favorevoli. «Sotto, però, temo che ci sia la fregatura», si lamenta un pasdaran renziano. Fregatura che potrebbe esserci con un doppio colpo: allungare la vita alla legislatura e costringere Renzi a capitolare dentro il Pd.

NB: L’articolo verrà pubblicato sabato 4 febbraio a pagina 11 del Quotidiano Nazionale. 


2) Elezioni, il bluff di Renzi: “Possibili primarie a marzo ed elezioni a giugno, oppure congresso a novembre e voto nel 2018”. Il leader del Pd finge di aprire ai frenatori. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

«CHE COSA vuole il mio partito? – chiede Renzi ai suoi luogotenenti – vuole andare al voto a giugno, come io credo sia giusto fare, il che vuol dire fare le primarie a marzo (c’è già la data, il 26 marzo, ndr)? O il Pd pensa sia meglio attendere la scadenza naturale della legislatura il che vuol dire tenere il congresso ordinario del partito a novembre? Il Pd deve decidere – continua Renzi nel suo ragionamento – cosa è più utile per lui e per il Paese. Io penso che la cosa migliore sia votare a giugno e fare le primarie, ma voglio condividere questa decisione con tutti. Non solo con voi, ma anche con i leader che nel Pd ci sono e di cui riconosco il ruolo». E qui Renzi si riferisce, ovviamente, a Franceschini e Orlando, che passano per suoi acerrimi nemici. Ed hanno talmente scarsa fiducia nell’apertura del loro segretario, Franceschini e Orlando, che uno, prima di profferire parola, dice ai suoi «voglio ascoltare cosa ha da dire con le mie orecchie, non mi fido». E l’altro (Orlando) confida a un amico in Transatlantico che «Matteo è molto abile nell’antica arte della mimesis». Un modo elegante e colto per dire: «è un baro».

NON A CASO, proprio il Renzi in versione ‘ecumenica’ e soft, usa una vera metafora calcistica coi suoi: «Dobbiamo usare lo scherma con cui Enzo Bearzot vinse i Mondiali di Spagna nel 1982, quando nessuno si aspettava potesse riuscirci. Dobbiamo giocare a fondocampo, di rimessa. Addormentiamo il gioco e poi partiamo in contropiede». Tradotto vuol dire: «fingiamo di proporre entrambe le alternative, ma per ottenere ciò che voglio il voto anticipato». «Non dovete far contento me» – sosterrà Renzi con gli altri appena parlerà loro in Direzione – il problema non è il mio destino personale. Ma, con una Europa che, a ottobre, ci chiederà una manovra ‘lacrime e sangue’ e i grillini che stanno per essere stritolati dal caso Raggi, è meglio votare subito». «Prendiamo – continuerà – una decisione che vada bene a tutti, ma sia che si facciano le primarie, sia che si vada a congresso, il giorno dopo nessuno potrà alzarsi, prender cappello e fare la scissione». «Perché – ribadirà a sera al Tg1 – per me va bene tutto: primarie, congresso, referendum degli iscritti, ma chi perde deve rispettare e sostenere chi vince, altrimenti non è più un partito, è l’anarchia».

Insomma, il messaggio alla minoranza dem come pure ai vari big è: «Restate dentro, aiutatemi a cambiare la legge elettorale, poi giocate la vostra partita, ma se perdete, dopo non si fugge via col pallone». Una frase che, appunto, spiega molto. «Il segretario è tonico – spiega uno dei suoi fedelissimi – non si sente né disperato né accerchiato, sta solo facendo finta di non volere, per forza, le urne anticipate, come fosse un capriccio».
E le vuole così tanto, le elezioni, che ha già cerchiato le date giuste sul calendario: scioglimento delle Camere per il 25 aprile e al voto, con mille comuni, l’11 giugno.
Inoltre, «Matteo – sorride uno dei suoi più fidati luogotenenti che ieri si è visto con lui e pochi altri colonnelli (Guerini, Orfini, Rosato), per fare il punto della situazione – ha deciso di fare un po’ di tattica».

Alla minoranza come agli altri big (Franceschini, Orlando) l’offerta è unica: restate nel Pd e i vostri posti in lista varranno i voti che avete. Alle primarie, candidando Emiliano, o al congresso, lanciando lui o Speranza o Orlando. Però, alla Direzione del 13 febbraio (Direzione che, forse, slitterà di qualche giorno, dipende dai lavori in corso sulla legge elettorale) o a una dopo, Renzi a tutti dirà: «scegliete quale sia la strada migliore, ma sapete anche cosa penso io: primarie a marzo ed elezioni a giugno».
Ora tocca ‘agli altri’, rispondere. E c’è già chi spera, tra i vari big, in un accordo con Berlusconi: «Se il Cav ci offre una legge elettorale vera e con il premio di coalizione, a Renzi lo mettiamo in minoranza».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 6 il 3 febbraio 2017 sul Quotidiano Nazionale. 


3) Ultima offerta di Renzi a Bersani: “primarie aperte ma niente scissione”. Bersani: “Se Matteo forza la mano, nascerà un nuovo Ulivo”.

Ettore Maria Colombo – ROMA

«VA BENE, Lorenzo (Guerini, ndr). Va bene, Matteo (Orfini, ndr): mi avete convinto» – sospirMatteo Renzi nella war room convocata in via permanente al Nazareno. «Io temo che Pier Luigi (Bersani, ndr) non farà altro che alzare il prezzo, proprio come fa ora Grillo sulla legge elettorale. Lui e i suoi chiederanno, come l’M5S, di togliere i capilista bloccati e poi andranno avanti all’infinito, dicendo sempre ‘più uno’, pur di non farci votare: nessuno di loro vuole le urne». Ma se non si vota, allora il Pd dovrà davvero trovarsi un altro segretario», si sfoga l’ex premier, «perché qui non è in gioco il mio futuro, ma quello dell’Italia». «Comunque – prosegue – volete fare un tentativo? Fatelo. Offrite a Bersani le primarie, vediamo cosa ci dice».

A smuovere Renzi è l’intevista che Pier Luigi Bersani rilascia all’Huffington Post: «Se Renzi forza, rifiutando il congresso e qualsiasi altra forma di confronto e contendibilità di linea politica e leadership per andare al voto, è finito il Pd. E allora non nasce la ‘Cosa 3’, il partito di D’Alema, Bersani o altri, ma un soggetto ulivista, largo, plurale, democratico». Parole dure, che pesano come pietre. A occhi innocenti, è l’annuncio dell’ennesima spaccatura nel Pd e fatta dall’ex segretario che il popolo del Pd ancora ama. La verità è che Bersani non ha ancora detto, come ha già fatto D’Alema, «il dado è tratto». Cerca, ancora, una via d’uscita dentro il Pd. Ma che non sia, certo, quei «dieci capilista bloccati» che avrebbe offerto Renzi a Roberto Speranza, il pupillo di Bersani. Posti che i suoi colonnelli hanno definito ieri, in un pranzo drammatico, «un piatto di lenticchie». Ecco perché – hanno detto a Pier Luigi Zoggia, Leva, Stumpo e Speranza – «noi così non reggiamo più, fai e dì qualcosa, oppure ce ne andiamo con D’Alema. Anche senza di te».

Ed ecco che Bersani sembra sparare alto, ma poi centra il bersaglio e neppure nel tipico, criptico, bersanese, al netto delle sue metafore. Infatti, il passaggio cruciale non è quello in cui paventa la scissione dal Pd in senso ulivista – peraltro, tutti i veri ulivisti doc da Arturo Parisi a Rosy Bindi si taglierebbero un braccio piuttosto che finire con D’Alema – ma questo: «Per anticipare il congresso servono le dimissioni del segretario, ma evidentemente qualcuno (Renzi, ndr) non si vuole dimettere», sferza Bersani: «Chiamalo come vuoi, congresso, primarie, ma un luogo di confronto e contendibilità io lo chiedo e, per l’amor di Dio, non mi si parli di Statuto o di cavilli». Ecco, è questo il segnale che i due mediatori renziani del Pd (Orfini e Guerini, appunto) aspettavano. mentre da giorni si inseguivano le voci su un faccia a faccia tra Renzi e Bersani per un «chiarimento».

VOCI infondate: i due non si parlano, il gelo è una coltre, Renzi non vorrebbe trattare su nulla con lui e i suoi devono farlo al suo posto. Ma Bersani non è D’Alema – i due non si amano da anni – e non ha neppure tutta questa voglia di andarsene da «casa mia», come dice, anche se alcuni dei colonnelli bersaniani stanno per mollare gli ormeggi e andarsene con D’Alema: Danilo Leva sta costruendo la formazione dalemiana ‘Consenso’ in Molise, Davide Zoggia in Veneto, Gotor sa che non sarà ricandidato. Ma i due uomini che, nel Pd, contano pure agli occhi di Renzi e godono di raffinate abilità da mediatori (il vicesegretario Guerini e il presidente Orfini) sanno che «Bersani va tenuto dentro, lui è un simbolo». E, infatti, si attivano subito: il primo, Guerini, si fa intervistare dal Tg3, Orfini si fionda negli studi del talk show di Bianca Berlinguer per offrire il ramoscello di pace. «Se ci sarà un’accelerazione sul voto – dice Orfini – non faremo in tempo a fare il congresso («Si farà nei tempi stabiliti», tiene il punto Guerini, ndr), ma si può trovare il modo di fare le primarie prima dellle elezioni». Sembra fatta.

RENZI potrebbe annunciare, già nella Direzione del 13 febbraio, che la strada per cambiare la legge elettorale se non è un’autostrada, «è una strada aperta» e, dall’altro, le primarie aperte. Primarie aperte vuol dire allargare a tutto il «campo» progressista. I candidati saranno, probabilmente, tre: Giuliano Pisapia per l’area dei sindaci arancioni (Zedda, Doria, ma anche Merola), Michele Emiliano – che non vuol finire neppure lui con D’Alema – per l’area di Bersani e anche per altre. Il terzo, ovviamente, sarà il segretario, Matteo Renzi, a nome del Pd. Sempre che, ovviamente, ci siano elezioni politiche anticipate a giugno. Primarie, dunque, per un Pd che tornerebbe nuovamente «scalabile, contendibile» proprio come fu nella sfida tra Bersani e Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 2 febbraio 2017. 

Manovrina, palude e avversari. Ora Renzi dubita di tutti e un po’ pure di Gentiloni

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo
ROMA
MATTEO Renzi, ieri, era nervoso, o almeno così raccontano i suoi che lo hanno sentito. In realtà, lo è da giorni, e cioè da quando gli hanno raccontato che «l’amico Paolo» (Gentiloni) non solo è tornato al lavoro assai tonico  – e naturalmente la cosa a Renzi ha fatto piacere, era andato subito a trovarlo in ospedale – ma ha detto, durante il Cdm di sabato, che «bisogna rafforzare la squadra di governo,nominando dei nuovi viceministri». «Ma l’amico Paolo vuole governare fino al 2018?!», è scappato detto, invece, a un renziano. Insomma, l’umore non è dei migliori. Poi ecco arrivare la doccia gelata. La Ue chiede all’Italia una ‘manovrina’ aggiuntiva da 3,4 miliardi. E Padoan, in sostanza, ammette che ci sarà, anche se sia lui che Delrio rispediscono al mittente le critiche. E di chi è la colpa? Dell’«uomo voragine», sfottono M5S e Brunetta: lui, appunto, mica Gentiloni.

Inoltre, a ottobre, Renzi e i suoi economisti sanno bene che «la ‘manovrona’, quella vera (la Legge di Stabilità, ndr), sarà di 20 miliardi o altrimenti scattano le clausole di salvaguardia», gli aumenti di Iva e accise. Un bagno di tasse da aggiungere alle tasche degli italiani, altro che diminuirle, come Renzi aveva promesso, o impostare nuove misure di sostegno al reddito e, financo, alla povertà. E quale partito dovrebbe «portare la croce e cantare la messa», da ottobre in poi? Il Pd, si capisce. «Se andiamo al voto in autunno, o a scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018, ndr), siamo fritti, ci massacrano», sospirano in coro i renziani.
È lo scenario Fine di Mondo. Il governo Gentiloni che prende le sembianze del governo tecnico, «alla Monti». E proprio «non possiamo finire come nel 2013», ha detto Renzi a Repubblica, cioè come Bersani che – dal governo tecnico – ne finì schiacciato e poi perse.

POI LE OPPOSIZIONI che urlano, assediando il Palazzo che non vuole sciogliersi per «rubarsi la pensione» (i vitalizi dei parlamentari che scattano a settembre 2017). Del resto, riconosce Ettore Rosato, capogruppo dem alla Camera, quasi alzando le braccia, «il partito del non voto esiste, è molto ampio e affollato di protagonisti che vogliono rimandare il voto,: tranne noi del Pd e la Lega di Salvini, nessun altro vuole votare».
Infine, dulcis in fundo, il congresso del Pd che arriva con gli avversari attuali (la minoranza dem, i governatori Rossi ed Emiliano, Bersani che parla di un “nuovo Prodi”, ma senza indicare un nome, da candidare) e quelli futuri (i ministri Franceschini e Orlando) di un leader ormai sfibrato che vengono fuori, uno a uno, allo scoperto, e gli fanno la guerra.
Gli stessi ‘amici’ che hanno lasciato parlare solo gli avversari interni dell’ex premier, sulla sua intervista di rilancio e di uscita dopo un mese di silenzio, senza proferire un solo verbo.
Ecco perché Renzi – mentre con la mano sinistra prepara la nuova Segreteria (sarà pronta per oggi e con dentro tutte le novità di cui si parla da giorni, scrittori affermati, sindaci giovani e amministratori capaci in testa) «innovativa» e si occupa di rilanciare il profilo del suo ‘nuovo’ Pd – continua a ripetere che «bisogna andare a votare al più presto, il prima possibile». Come? Cogliendo la palla al balzo di un accordo difficile, ma non impossibile con Forza Italia: via maestra, forse l’unica, per ottenere le urne.

Certo, bisognerà attendere la sentenza della Consulta, che non farà alcun sconto a Renzi né sui tempi (sentenza attesa per il 10 febbraio) né sulla sostanza (demolendo quanto più possibile potrà fare dell’Italicum), ma intanto ogni canale è buono. I colonnelli sono all’opera: Gianni Letta e Paolo Romani per parte azzurra, Guerini (e solo lui) per i dem.

IL MODELLO di legge elettorale – sempre che la Consulta non salvi il ballottaggio e cioè il cuore dell’Italicum, il che equivarrebbe a una mezza vittoria, per Renzi, o che non si trovino i voti sul Mattarellum, modello di sistema elettorale sposato dal Pd delle origini – è un proporzionale, sì, di base, ma con soglie di sbarramento alte (contro i piccoli partiti), liste bloccate e un premio (non grande e non piccolo) a scalare, cioè dis-proporzionale.
Ma, fin quando la Consulta non parlerà, non potrà neppure iniziare la ‘vera’ trattativa. Quella che ha, nel piatto, anche altro. Tipo il recepimento della sentenza di Strasburgo che dovrebbe far tornare candidabile il Cavaliere: se mai gli arriderà, però, la sentenza dovrà essere recepita dal Parlamento con un voto palese, ergo «con i voti del Pd».
Nell’attesa di iniziare il Grande Gioco sulla legge elettorale col Cav, però, il tempo passa. E il fattore Tempo – insieme alle parole e alle mosse di Ue, del Parlamento, di Mattarella e, chissà, ora forse pure di Gentiloni – è quello che gioca contro Renzi dall’inizio della partita.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale del 17 gennaio 2017.